Notizie de' professori del disegno (1681-1728)

NOTIZIE

DE’ PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA.

SECOLO III. e IV. dal 1400. al 1540.

Distinto in Decennali

OPERA POSTUMA

DI FILIPPO BALDINUCCI FIORENTINO

ACCADEMICO DELLA CRUSCA.

IN FIRENZE, MDCCXXVIII.

Nella Stamperia di S.A.R. Per li Tartini, e Franchi.

Con Lic. de’ Sup.

LO STAMPATORE

AL CORTESE

LETTORE.

Il gradimento, e la stima grande, che per ogni dove hanno sempre meritamente incontrata presso gl’Intendenti le opere lodevolissime del Signor Filippo Baldinucci, o vivente esso di per sé date alla luce, o finito, ch’egli ebbe di vivere a questa vita mortale, per opera di più Cavalieri, amatori di sì belle arti, pubblicate, è stata a noi di possente stimolo per istampare il resto, che ci rimaneva de’ suoi scritti eruditissimi, sulla certa speranza, che anch’essi, come parto dello stesso perspicace ingegno, fossero per risquotere quel plauso, che ognun fa avere ottenuto i primi. Non istiamo qui ora a parlare né dello studio delle Lettere, alle quali fino dagli anni più teneri applicò l’animo suo; né di quello, che’l disegno, e pittura concerne, in cui, oltre ogni credere, cotanto s’avanzò la intelligenza di lui, che non di puro dilettante, ma d’intendentissimo al pari di chicchessia di sì bella, e nobile facoltà può con tutta giustizia attribuirsegli il nome; né finalmente di quell’autorevolissima protezione, ch’egli godè sempre, mentre ei visse, appresso la Gloriosa Memoria del Serenissimo Principe Cardinale Leopoldo di Toscana, amatore al sommo, e fautore della Pittura, Scultura, ed Architettura; e che gli diè comodo d’aggiugnere alle molte cognizioni, che e’ possedeva delle maniere, ed opere de’ più rinomati Professori, l’altre infinite, ch’egli acquistò per la Lombardia, a questo fine dal medesimo inviatovi; onde agevol cosa gli fu poi, tornato alla Patria, il dar cominciamento all’opera, ch’ei s’era prescritta, con quella felicità, eloquenza, e purità di lingua, che furono sempre sue proprie. Basta a noi solamente il ridire, che se morte invidiosa non avesse sul più bello troncato il filo al viver suo, ed in tempo appunto, in cui avea fra mano le belle vite del Brunelleschi, del Buonarruoti, e d’altri, primi lumi della Pittura, ed Architettura, a solo oggetto dal medesimo lasciate addietro, perché bisognoso in esse di maggior soddisfacimento, avrebbe egli ancor di più arricchito il mondo col disteso loro, e tolto via il rammarico, che provò sensibilissimo la dolente sua Patria per la perdita di sì buono, e virtuoso Cittadino; e per quella altresì, che si temeva di quest’opera, rimasa dopo sua morte non interamente ultimata per la mancanza d’alcune poche notizie, le quali, come che ricercavano un ben’ accurato, e diligente riscontro, non avea potuto registrare. Se non che volendo’l Cielo, che memorie sì pregevoli non restassero preda dell’oblivione, pose in cuore al Signor Avvocato Francesco Saverio Baldinucci, degnissimo Figliuolo d’un tanto Padre, ed intendente quanto altri di queste nobili arti, il dare ad essa l’ultima mano; perché ricordevole egli di quanto gli avea il medesimo, pria che trapassasse, intorno a ciò imposto, e premuroso al pari di eseguirlo, diedesi di buon proposito a finir di disporla, togliendola con somma, ed indicibile fatica da quella inordinanza, in che era per colpa di morte rimasa; talmente ché resa ella per così fatta cosa in istato da poterla vedere unita alle altre, portate già dalla fama in più parti del mondo, saggiamente operò, che col zelo, e possente favore del Sign. Cavalier Francesco Maria Niccolò Gabburri, ardentissimo fautore di queste belle arti, ne fosse promossa colla pubblica stampa la sicurezza. Quindi è, che essendo a noi toccato in sorte l’effettuarlo, e volendo, che in perfezione fosse simile alle altre, reputammo nostro dovere il commetter la cura della revisione di essa a’ Signori, eruditissimo Antonio Maria Salvini, le di cui lodi, per tema di dir poco dicendo anche molto, meglio è qui ora tacerle, al Dottore Anton Maria Biscioni, e Marco Antonio Mariti, de’ quali non si può mai a bastanza esprimere quanta, e quale sia stata l’applicazione, la diligenza, e la fatica, sì nel riscontrare, e nel porre a’ suoi luoghi le suddete tralasciate notizie, si anche nel corredarla di alcune postille, necessarie per render di tutto pienamente informato il Lettore. Sicché è riuscito finalmente a noi il darla fuora, non che inferiore alle altre, che già uscirono alle stampe, talmente compiuta, da potersi sperare, che incontrar possa gradimento, e stima uguale alle precedenti, se non anche maggiore, atteso l’Indice ben copioso, di cui stata è arricchita dal mentovato Sig. Avvocato Francesco Saverio Baldinucci.

A dì 11. Settembre 1727.

Noi appiè sottoscritti Censori e Deputati, riveduta a forma della legge, prescritta dalla generale adunanza dell’anno 1705. la seguente opera del Lustrato nostro Accademico, non abbiamo in essa osservati errori di lingua.

L’Innominato Accademico Anton Maria

Salvini Censori dell’Accademia

Il Divagato in luogo dell’Innominato della Crusca

Sig. Dott. Giuseppe Averani

L’Innominato Canonico Marco Antonio de’ Mozzi. Deputati

L’Innominato Canonico Salvino Salvini

L’Innominato Andrea Franceschi Arciconsolo

L’Innominato Pandolfo Pandolfini Vice Segretario

Attesa la sopraddetta relazione, si dà facoltà agli Stampatori dell’Opera del Lustrato Filippo Baldinucci di nominarlo nella pubblicazione della medesima Accademico della Crusca.

INDICE

GENERALE

De’ nomi de’ Professori del Disegno, che

sono in tutti i Tomi del Baldinucci.

[p. I] A

Adriano Van Utrecht, Decennale 3. della Parte I. del Secolo 5. a car. 197.

Aersen, Pieter, decenn. 4. del sec. 4. a c. 298.

Aerstz, Ryckaert, decenn. 2. del sec. 4. a c. 218.

Agostino, e Agnolo Sanesi, decenn. 4. del sec. I. a c. 68.

Albani, Francesco, decenn. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 339.

Aldegraef, decennale 4. del secolo 4. a c. 307.

Allegrini, Francesco, decenn. 6. della par. 2. del sec. 6. a c. 614.

Alessi, Tommaso, decenn. 2. del sec. 4. a c. 230. Vedi il Fadino.

Algardi, Aleßandro, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 335.

Allori, Alessandro di Cristofano di Lorenzo, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 182.

Allori, Cristofano, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 295.

Ammannati, Bartolommeo, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. I.

Andrea Luigi, detto l’Ingegno, dec. I. del sec. 4. a c. 185.

Andrea Pisano, dec. 3. del sec. 2. a c. 32.

Andrea del Sarto, dec. 1. del sec. 4. a c. 201.

Andriesens, Andrick, decenn. 4. del par. I. del sec. 5. a c. 376.

Andreozzi, Anton Francesco, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528.

Angosciola, Annamaria, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 154.

Angosciola, Elena, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 154.

Angosciola, Europa, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 154.

Angosciola, Lucia, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 154.

Angosciola, Minerva, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 154.

Angosciola, Sofonisba, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 154.

Angosciola, Gio. Andrea, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 156.

Ans di Bruges, decenn. 6. della par. 2. del sec. 3. a c. 115.

[p. II] Ans de Uries, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 145.

Antonio, dal Vasari detto Veneziano, decenn. 5. del sec. 2. a c. 55.

Aretuesi, Cesare, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 119.

Arnolfo di Lapo, ovvero di Cambio, decenn. I. del sec. I. a c. 35.

Aspertini, Amico, decenn. 2. del sec. 4. a c. 233.

Aspetti, Tiziano, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 164.

Axereto, Giovacchino, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 304.

B

Badens, Francesco, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244.

Badens, Giovanni, decennale 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244.

Bacchiacca, Francesco d’Ubertino, decenn. 4. del sec. 4. a c. 290.

Backer, Jacopo, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375.

Bajardo, Gio. Batista, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533.

Balassi, Mario, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 233.

Baldovinetti, Alesso, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 87.

Balducci, Gio. detto Cosci, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 218. Vedi Cosci.

Balestri, Pietro, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528.

Bally, David, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379.

Balten, Pieter, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 265.

Bembi, Bonifazio, e Francesco, dec. I. del sec. 4. a c. 199.

Bandini, Gio. di Benedetto, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 187.

Barbatelli, Bernardino, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 241. Vedi Poccetti.

Barbieri, Cav. Gio. Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 270. Vedi il Guercino.

Barbone, Jacopo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 225.

Barent, decenn. I. del sec. 4. a c. 192.

Baretsen, Dirick, decenn. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 146.

Barocci, Federigo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 110.

Bartoli, Domenico, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 86.

Bartolo Gioggi, decenn. 2. del sec. 2. a c. 28.

Bartolo di Fredi, decenn. 7. del sec. 2. a c. 84.

Barozzi, Jacopo, decenn. 4. del sec. 4. a c. 321. Vedi da Vignola, e vedi il Vignola.

Bartolommeo del Rosa, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 591.

Baßetti, Marc’Antonio, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 292.

Buti, Lodovico, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 124.

Battiloro, Taddeo, decenn. 2. della parte 2. del secolo 4. a c. 170. Vedi Curradi.

Batista d’Agnolo Veronese, detto Batista del Moro, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 55.

Bavvur, Gio. Guglielmo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 197.

Beccafumi, Domenico, decenn. I. del sec. 4. a c. 196. Vedi Mecherino.

Beck, David, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 376.

Belearo, Damiano, decenn. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 133.

Bellini, Giovanni, decenn. 7. par. 2. del sec. 3. a c. 124.

Beltraffo, Gio. Antonio, decenn. 2. del sec. 4. a c. 213.

[p. III] Benfatto, Luigi, decenn. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 240. Vedi Friso.

Berckmans, Errico, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416.

Berna, Il Berna da Siena, decenn. 8. del sec. 2. a c. 95.

Bernino, Gio. Lorenzo, decenn. 2. della par. 1. del sec. 5. a c. 54.

Benso, Giulio, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 536.

Bertoldo, decenn. I. della par. I. del sec. 3. a c. 41.

Bianchi, Francesco Buonavita, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 74.

Biancucci, Paolo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 82.

Bilivert, Giovanni, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 68.

Bylort, Gio., decenn. 4. della p. I. del sec. 5. a c. 378.

Bizelli, Gio. di Francesco, decenn. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 266.

Bloemart, Abraam, decenn. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 241.

Bloemart, Cornelio, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 238.

Boccacci, Boccaccino, decenn. 2. del sec. 4. a c. 226.

Boccacci, Boccaccio, decenn. I. del secolo 4. a c. 199.

Boccanera, Marino, decenn. 3. del secolo I. a c. 43.

Boel, Pietro, decenn. 7. della par. 2. del sec. 7. a c. 624.

Boering Sindeschaer, Gregorius, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 70.

Bol, Hans, dec. 5. del sec. 5. a c. 354.

Bologhini, Bartolommeo, decenn. 6. del sec. 2. a c. 70.

Bologna, Giovanni, decen. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 120.

Bolzone, Luciano, decenn. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 159.

Bossaert, Tommaso Willeborts, dec. 4. della par. I. del sec. 3. a c. 376.

Borromino, Francesco, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 370.

Bosboon, Simone, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378.

Boschi, Alfonso, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 426.

Boschi, Prete Francesco, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 428.

Boschi, Fabbrizio, decenn. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 250.

Boscoli, Andrea, decenn. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 209.

Bos, Jeronimo, decenn. 3. del sec. 4. a c. 242.

Botalla, Gio. Maria, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 159. Vedi Raffaellino Botalla.

Bot, Gio., decen. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375.

Botticelli, Sandro, decenn. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 137. Vedi Filippi.

Braccelli, Gio. Batista, decenn. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419.

Bramer, Lionardo, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 197.

Brandi, Diacinto, decenn. 6. della parte 2. del sec. 6. a c. 613.

Bresciano, Tommaso Sandrino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 292.

Brilli, Matteo, e Paolo fratelli, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 186.

Brisone, Gio. Batista, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 295.

Brueghel, Pieter, decenn. 5. del sec. 4. a c. 335.

Bruno di Giovanni, decenn. 2. del sec. 2. a c. 25.

Brusasorci, Domenico, decenn. 4. del sec. 4. a c. 320. Vedi Riccio.

Brusasorci, Felice, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 212. Vedi Riccio.

Buccklaer, Giovachim, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 77.

Buffalmacco, Buonamico di Cristofano, decen. 2. del sec. 2. a c. 11.

[p. IV] Bugiardini, Agostino, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 83. Vedi Ubaldini.

Brunel, Jacopo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 273.

Buontalenti, Bernardo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 89.

Butteri, Gio. Maria, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 171.

C

Caccini, Giovanni, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 49.

Casa, Melchior, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 525. in fine.

Calandrino, Nozzo di Perino, decen. 4. del sec. I. a c. 64.

Calcagni, Antonio, decen. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 223.

Caldara, Pulidoro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 281. Vedi da Caravaggio.

Calliari, Benedetto, dec. 2. della p. 2. del secolo 4. a c. 139.

Calliari, Carletto, decenn. 5. del sec. 4. a c. 348.

Calliari, Paolo, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 56.

Callot, Jacopo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 109.

Calvart, Dionisio, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 97.

Calvi, Lazzaro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247.

Calvi, Pantafilco, decenn. 3. del sec. 4. a c. 248.

Camassei, Andrea, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 228.

Cambioso, Giovanni, decenn. 3. del secolo 4. a c. 263.

Campi, Antonio, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 86.

Campi, Bernardino, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 61.

Campi, Galeazzo, decenn. 2. del sec. 4. a c. 230.

Campi, Giulio, dec. 4. del sec. 4. a c. 296.

Campi, Vincenzio Antonio, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 87.

Canneri, Anselmo, decenn. 4. del secolo 4. a c. 329.

Cantagallina, Remigio, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77.

Canuper, Niccola, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 197.

Capellino, Giovambaista, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 161.

Caporali, Giulio, dec. 4. del sec. 4. a c. 289.

Capiro, Francesco, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 539.

Caracci, Agostino, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 69.

Caracci, Annibale, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 72.

Caracci, Lodovico, decen. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 57.

Carboni, Giovanni, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 201. al vers. 28.

Carcani, Filippo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso il mezzo.

Cardi, Fra Lodovico Cigoli, che è lo stesso, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 15.

Carducci, Bartolommeo, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 155.

Carducci, Vincenzio, decenn. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 313.

Carlone, Gio., decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 303.

Caroselli, Agnolo, decenn. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 307.

Caroti, Giovanni, decenn. 4. del sec. 4. a c. 286.

Caroti, Gio. Francesco, decenn. I. del sec. 4. a c. 184.

Casolani, Alessandro, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 214.

Castello, Bernardo, decen. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 287.

Castello, Castellino, decen. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 419.

Castello, Valerio, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 535.

[p. V] Castiglione, Gio. Benedetto, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534.

Cateni, Gio. Cammillo, decenn. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 528. al vers. 8.

Cav. Fra Bartolommeo Preti, decen. 6. della par. 2. del sec. 6. a c. 633. Vedi il Pittor Calavrese.

Cavallini, Pietro, dec. I. del sec. 2. a c. 6.

Cecco Sanese, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 18.

Cennini, Cennino di Drea, decenn. 8. del sec. 2. a c. 90.

Cerquozzi, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Michelagnolo delle Battaglie.

Cesi, Bartolommeo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 54.

Chellini, Artu, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378.

Chellini, Erasmo, decen. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 378.

Chiavistelli, Jacopo, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 278. al verso 30.

Chiesa, Silvestro, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 534.

Chiodarolo, Gio. Maria, decenn. 3. del sec. 4. a c. 280.

Ciamborlani, Gio. Grisostomo, dec. 3. della p. I. del sec. 4. a c. 231. al v. 27.

Ciaminghi, Francesco, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 527. al vers. 19.

Cigoli, Fra Lodovico, che è lo stesso, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 15.

Cimabue, Giovanni, par. I. decenn. I. del sec. I. a c. 1.

Cioli, Simone, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 267.

Cioli, Valerio, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 173.

Civitali, Matteo, decenn. 4. della parte I. del sec. 3. a c. 99. verso il mezzo

Claesz, Cornelio, decenn. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 398.

Claudio Gellee, o Claudio Lorenese, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 353.

Cleayer, Gasparo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 120.

Cleef, Ivos, decenn. 2. del sec. 4. a c. 215. Vedi il Pazzo.

Coccapani, Gio., decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 123.

Coccapani, Sigismondo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 132.

Cocxie, Michel, dec. 4. del sec. 4. a c. 301.

Coignet, Gillis, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 167.

Colomboni, Don Angiol Maria, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 305.

Comodi, Andrea, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 260.

Coninche, David, decenn. 7. della parte 2. del sec. 7. a c. 623.

Corsiers, Gio. decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379.

Contarino, Giovanni, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 201.

Copè Fiammingo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 196. al verso 35.

Coques, Gonsalo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416.

Cornelisz, Jacob, dec. I. del sec. 4. a c. 190.

Cornelisz, Pieter, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 243.

Corona, Lionardo, decen. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 209.

Corso, Niccolò, dec. 2. sec. 4. a c. 232.

Cort, Cornelio, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 222.

Cortesi, Padre Jacopo, dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 417. Vedi il Borgognone.

Cosci, Gio. Balducci, det. Cosci, dec. 3. della p. 2. del sec. 4. a c. 218. Vedi Balducci.

Cozzerelli, Jacopo, decenn. 4. della parte I. del sec. 3. a c. 106.

Crebbe, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 305.

Cristofani, Fabio, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 27.

Cristofano da Modana, decen. 9. del secolo 2. a c. 101.

Curradi, Raffaello, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 138.

Curt, Girolamo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 267. Vedi Dentone.

[p. VI] D

Da Bassano, Leandro da Ponte, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 202.

Daddi, Bernardo, decenn. 6. del sec. 2. a c. 70.

Daddi, Cosimo, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 162.

Da Caravaggio, Michelagnolo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 274. Vedi di Morigi.

Da Caravaggio, Pulidoro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 281. Vedi Caldara.

Da Codignuola, Girolamo, decenn. 3. del sec. 4. a c. 280.

Da Cornolo, Fra Simone, decen. 2. del sec. 4. a c. 232.

Da Corte, Cesare, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 225.

Da Empoli, Jacopo, decen. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 177.

Da Fabbriano, Gentile, dec. 4. della p. I. del sec. 6. a c. 104.

Da Ferrara, Antonio, decenn. 9. del sec. 2. a c. 103.

Dal Castagno, Andrea, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 91.

Dalmasi, Lippo, decenn. I. della par. I. del sec. 3. a c. 31.

Damini, Piero, decenn. 3. della parte I. del sec. 3. a c. 293.

Da Modana, Pellegrino, decen. I. del sec. 4. a c. 195. Vedi Pellegrino.

Da Montelupo, Baccio, decennale 10. Par. 2. del sec. 3. a c. 146.

Danckerse de Ry, Pietro, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379.

Dandini, Cesare, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 210.

Da Pesero, Simone, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 333. nel mezzo.

Da Sarzana, Domenico, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 537. Vedi Fiasella.

Da Sarzana, Lionardo, decen. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 222.

Da Savoja, Carlo, decen. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 377.

Da Sestri, Antonio, decenn. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 536. Vedi Travi.

Da Siena, Marco, decen. 4. del sec. 4. a c. 312.

Da Siena, Matteo, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 238.

Da Turrita, Fra Jacopo, decenn. 2. del sec. I. a c. 41.

Da Udine, Giovanni, decenn. 3. del secolo 4. a c. 278. Vedi Nani.

Da Urbino, Prete, decen. 3. del sec. 4. a c. 242.

Da Urbino, Raffaello, decen. I. del secolo 4. a c. 171. Vedi Raffaello.

Da Vignola, Jacopo, decenn. 4. del secolo 4. a c. 321. Vedi Barozzi, e vedi il Vignola.

Da Voltri, Orazio, decen. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 534. al verso 7.

De Acken, Hans, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 190.

De Backer, Jaques, decenn. I. della par. I. del sec. 4. a c. 71.

De Brevil, Toussaint, dec. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 274.

De Bevervuyck, Jan Cornelisz Vermeyn, dec. 3. del sec. 4. a c. 248.

De Bie, Adriano, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 198.

De Bles, Hezzi, decen. 4. del sec. 4. a c. 224.

De Brie, Gio., dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 272.

De Ferrari, Gio. Andrea, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 538.

De Goes, Ugo, dec. 10. Par. 2. del secolo 3. a c. 152.

De Hagelstein, Jacopo Ernesto, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 121. Vedi Toman.

De Heere, Lucas, decen. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 412.

[p. VII] De Jode, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378.

De Kocck, Luca Cornelisz, dec. 2. del sec. 4. a c. 221.

De Niculant, Guglielmo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 120.

De Poindre, Jacques, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 69.

De Riycke, Beraert, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 167.

De Rogeri, Roger, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 274.

De’ Rossi, Vincenzio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 168.

De Secu, Martinus, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 65.

De’ Servi, Fra Gio. Vincenzio, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 238. Vedi Fra Gio. Vincenzio.

De’ Servi, Gostantino, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. I.

Desiderio da Settignano, decen. I. della par. I. del sec. 3. a c. 41.

De Werdt, Andriaen, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 67.

De Winghen, Joos, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 175.

De Wit, Gaspero, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377.

De Witte, Pieter, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 185.

De Vos, Martino, decen. I. della parte 2. del sec. 4. a c. 83.

Del Barbiere, Alessandro Fei, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 186.

Del Bianco, Baccio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 311.

Del Bresciano, Andrea, e suo Fratello, dec. 2. del sec. 4. a c. 227.

Del Cav., Batista, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 172.

Del Cerajuolo, Antonio, dec. 3. del secolo 4. a c. 264.

Del Ghirlandajo, Domenico, dec. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 134.

Del Kozzo, Antonio, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 4.

Del Monte, Diodato, dec. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 413.

Del Moro, Marco, d. 5 del s. 4. a c. 332.

Del Pollajolo, Antonio, dec. 6. della par. 2. del sec. 3. a c. 116.

Del Ponte, Paolo, decen. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 377.

Del Sarto, Andrea, dec. I. del sec. 4. a c. 201. Vedi Andrea del Sarto.

Del Verrocchio, Andrea, dec. 6. della par. 2. del sec. 3. a c. 170.

Dentone, Girollamo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 267. Vedi Curti.

Dell’Altissimo, Cristofano, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 170.

Della Barba, Galeazzo Rivello, dec. I. del sec. 4. a c. 198. Vedi Rivello. verso il fine.

Della Bella, Stefano, dec. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 242.

Della Grammatica, Antiveduto, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 246.

Della Robbia, Andrea, dec. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 130.

Della Robbia, Luca, dec. 2. della par. I. del sec. 4. a c. 65.

Della Vite, Timoteo, dec. 10. par. 2. del sec. 3. a c. 151.

Dello Sciorina, Lorenzo, d. I. della p. 3. del s. 4. a c. 172. è lo stesso, che Vajani.

Di Artese, Jacopo, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379.

Di Balench, Enrigo, dec. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 238. verso il fine.

Di Banco, Nanni d’Antonio, dec. 2. della par. I. del sec. 4. a c. 49.

Di Benedetto, Zanobi, decen. 4. della par. I. del sec. 6. a c. 96.

Di Bicci, Bicci di Lorenzo, dec. 2. della par. I. del sec. 4. a c. 68.

Di Bicci, Lorenzo, d. 8. del s. 2. a c. 96.

Di Bicci, Neri di Lorenzo, dec. 2. della par. I. del sec. 4. a c. 52.

Di Bruggia, Roggiero, dec. 10. par. 2. del sec. 3. a c. 153.

Di Corninexloy, Gillis, d. 3. della p. 2. del s. 4. a c. 264.

[p. VIII] Di Cosimo, Andrea, dec. 4. del sec. 4. a c. 287. Vedi Feltri.

Di Cosimo, Piero, dec. 7. par. 2. del sec. 3. a c. 126.

Di Donato, Bartolommeo, dec. 2. della par. I. del sec. 4. a c. 68.

Di Donnino, Agnolo, dec. 7. della parte 2. del sec. 3. a c. 122.

Diesicksen, Pieter, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. in fine.

Di Gheyn, Jaques, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 236.

D’Yper, Carelo, o Carlo, dec. 5. del sec. 4. a c. 339.

Di Leiden, Aertgen, d. 5. del s. 4. a c. 349.

Di Leida, Luca, dec. I. del secolo 4. a c. 177. Vedi Luca d’Olanda.

Di Liere, Jos, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 154.

Di Mabuse, Joan, d. 3. del s. 4. a c. 250.

D’Oort, Adam, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 22.

Di Paolo, Giovanni, dec. 4. della p. I. del sec. 3. a c. 98.

Di Piero, Ansano, dec. 4. della par. I. del sec. 3. a c. 98.

Di Piero, Bonaventura, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 376.

Di Poggino, Zanobi, dec. 4. del sec. 4. a c. 285.

Di Quesnoy, Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 283. Vedi il Fiammingo.

Direck, Teodoro, dec. 7. della par. 2. del sec. 3. a c. 123.

Di S. Jans, Geertgen, dec. 10. par. 2. del sec. 3. a c. 154.

Di Simone, Francesco, dec. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 139.

Di Strenvuyck, Hendrick, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 279.

Di Tito, Santi, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 100.

D’Uries, Dienck, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 399. al verso 22.

Dolci, Carlo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 491.

Domenichino, Domenico, dec. 3. della p. 3. del s. 4. a c. 344. Vedi Zampieri.

Donatello, Donato, dec. I. della par. I. del sec. 3. a c. 35.

Don Angiol Maria da Gubbio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 305. Vedi Colomboni.

Du Bois, Ambrogio, dec. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 272.

Duccio da Siena, dec. 5. del sec. 2. a c. 58.

Dughet, Gasparo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 473. Vedi Poussin, e vedi Gasparo Poussin.

Dumeo, Guglielmo, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 272.

Du Perac, Stefano, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 275.

Durero, Alberto, decen. I. del sec. 4. a c. 161.

E

Ed Jerron, mathis, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 72.

Eych, Gio. e Uberto, dec. I. della parte I. del sec. 3. a c. 24.

Elschamer, Adamo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 228.

Engelbrechtez, Cornelis, dec. 9. della par. 2. del sec. 3. a c. 142.

Engheltams, Cornelis, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 68.

Ercolino di Guido, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 332. al verso 22.

F

Fancelli, Chiarissimo, decen. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 136.

Farinati, Paolo, decen. I. della par. 3del sec. 4. a c. 213.

Fasuolo, Giovannantonio, dec. I. della par. 2del sec. 4. a c. 58.

Favarone, Lazzaro, dec. 2. della parte 3del sec. 4. a c. 289.

[p. IX] Fei, Alessandro di Vincenzio, decen. I. della par. 3del sec. 4. a c. 186.

Feltrini, Andrea, decenn. del sec. 4. a c. 287. Vedi di Cosimo.

Feminet, Martino, dec. 2. della par. 3del sec. 4. a c. 229.

Ferrata, Ercole, decen. 5. della par. I. del sec. 5a c. 516.

Ferrucci, Francesco di Gio. di Taddeo, dec. I. della par. 3del sec. 4. a c. 190.

Ferrucci, Niccodemo, dec. I. della p. 3del sec. 4. a c. 193. al verso 37.

Ferrucci Pompeo, dec. I. della par. 3del sec. 4. a c. 196. al verso 14.

Ferrucci, Romolo, dec. I. della par. 3del sec. 4. a c. 193. al verso 4.

Fetti, Giovanni, dec. 7. del sec. 2a c. 80.

Fiacco, Orlando, decen. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 138.

Fiasella, Domenico, dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 537. Vedi da Sarzano.

Ficherelli, Felice, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 219. Vedi Riposo.

Fidani, Orazio, decen. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 276al quarto ult. verso.

Filarete, Antonio, dec. I. della par. I. del sec. 3a c. 40.

Filippi, Alessandro, dec. 8. par. 2del sec. 3a c. 137. Vedi Botticelli.

Finiguerra, Maso, dec. 5. della par. 2del sec. 3a c. 107.

Fiorini, Gio. Batista, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 119.

Flynk, Guobert, dec. 5. della par. I. del sec. 5a c. 484.

Floris, Cornelio, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 17.

Floris, Francescod. 5. del sec. 4. a c. 342.

Floris, Francesco di Francesco, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 143.

Floris, Francesco di Francesco, dec. 5. del sec. 4. a c. 352.

Foder, Antonio, decen. I. della par. 3del sec. 4. a c. 211.

Foggini, Gio. Batista, dec. 5. della parte I. del sec. 5a c. 527.

Foggini, Jacopo Maria, dec. 4. della par. I. del sec. 5a c. 352.

Fontana, Domenico, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 106.

Fontana, Lavinia, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 96.

Fontebuoni, Astasio, dec. 2. della p. I. del sec. 5a c. 86.

Folli, Sebastiano, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 161.

Fortunatino, Tommaso di Stefano, decen. 6.  del sec. 2. a c. 75.

Fra Ascanio, dec. 2. del sec. 5. a c. 79. Vedi Mascagni.

Fra Bartolommeo, detto Fra Carnovale, decenn. 3. del sec. 4. a c. 265.

Fra Bartolommeo di S. Marco, dec. 10. par. 2. del sec. 3. a c. 148.

Fra Carnovale, decenn. 3. del secolo 4. a c. 265. Fra Bartolommeo.

Fra Giovanni da Fiesole, detto Fra Gio. Angelico dec. 2. della par. I. del secolo 4. a c. 42.

Fra Gio. Vincenzio de’ Servi, dec. 3. della p. 2. del s. 4. a c. 238. Vedi de’ Servi.

Francia, Francesco, dec. 10. par. 2. del sec. 3. a c. 155.

Francia, Jacopo, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 56.

Francavilla, Pietro, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 203.

Francesco Fiorentino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 95.

Francesco Senese, decen. 3. del sec. 4. a c. 248. al verso 3.

Franceschini, Baldassarre, dec. 5. della par. I. del secolo 5. a c. 381. Vedi Volterrano.

Franciabigi, Marco Antonio, dec. 2. del sec. 4. a c. 235. Vedi il Franciabigio.

Franchi, Antonio, dec. 5. della p. I. del s. 5. a c. 414. al verso 31. verso il fine.

Franco Bolognese, dec. I. del sec. 2a c. I.

Francofoort, Adamo, dec. 3. del sec. 4. a c. 399. al ver. 12.

[p. X] Fredeman, Hans, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 72.

Furini, Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 258.

G

Gaddi, Agnolo di Taddeo, dec. 4. del sec. 2. a c. 40.

Gaddi, Gaddo, dec. 2. del sec. I. a c. 39.

Gaddi, Giovanni, dec. 9. del sec. 2. a c. 103.

Gaddi, Taddeo, decenn. 3. del sec. 2. a c. 35.

Gagliardi, Bartolommeo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 222.

Gamberelli, Antonio, dec. I. della parte I. del sec. 3. a c. 39.

Gasparo Poussin, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 473. Vedi Dughet, e vedi Poussin.

Gassel, Luca, dec. 4. del sec. 4. a c. 309.

Gatti, Bernardino, dec. 4. del sec. 4. a c. 294. Vedi il Sojaro.

Gaudenzio Milanese, dec. I. del sec. 4. a c. 194.

Geeerarts, Marco, dec. 2. della par. 2. del sec. 5. a c. 147.

Geldersman, Vincent, dec. 4. del sec. 4. a c. 304.

Gualdrop, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 278. Vedi Goltius, d. Geldrop.

Genga, Girolamo, dec. 2. del secolo 4. a c. 214.

Gentileschi, Artemisia, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 290.

Gentileschi, Orazio, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 290.

Gerbier, Baldassar, dec. 3. della par. I. del sec. 4. a c. 197.

Gessi, Francesco, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 328. in fine.

Ghiberti, Lorenzo, dec. I. della par. I. del sec. 3. a c. 1.

Gio. Batista Mantovanodec. 5. del secolo 4. a c. 333. Vedi Mantovano.

Giobber, Frans Pietersz, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 23.

Giordans, Jacopo di Giordano, o Giacomo Giordans, dec. 3. della par. I. a c. 197.

Giottino, Tommaso di Stefano, dec. 5. del sec. 2. a c. 59.

Giotto di Bondone, dec. 4. del sec. I. a c. 44.

Giovanni d'Ambrogio, dec. 9. del sec. 2. a c. 103.

Gio. da S. Gio., dec. 2. del sec. 5. a c. I. Vedi Mannozzi.

Giovanni da Milano, dec. 5. del sec. 2. a c. 58.

Giovanni da Pistoja, dec. 6. del sec. 2. a c. 73.

Giovanni da S. Stefano a Pontedec. 4. del sec. 2. a c. 44.

Gio. detto l'Olandese, dec. 4. del sec. 4. a c. 311. Vedi l'Olandese.

Gio. Niccola, dec. 2. del sec. 4. a c. 237.

Giovanni Pisano, dec. 2. del sec. I. a c. 41.

Girolamo Lombardo, o Lombardi, dec. 4. del sec. 4. a c. 291. Vedi il Ferrarese.

Giulio Romano, dec. 3. del sec. 4. a c. 238.

Goltius, Gualdrop, dec. 3. della par. 2. del sec. 3. a c. 278. Vedi Geldrops.

Goltz, Henrico, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 266.

Goltz, Hubert, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 79.

Gondio, Enrico, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 412.

Gonnelli, Giovanni, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 253. Vedi il Cieco da Gambassi.

Gozzoli, Benozzo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 89.

Granucci, Francesco, dec. 2. del sec. 4. a c. 212.

Granello, Niccodemo, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 226.

Grimmaer, Jaques, dec. 5. del sec. 4. del sec. 5. a c. 341.

[p. XI] Groppallo, Pier Maria, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 539.

Guariento Padovano, dec. 7. del sec. 2. a c. 77.

Guglielmo da Forlì, d. 2. del sec. 2. a c. 28.

Guidotti, Paolo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 248.

H

Helbrecker, Teodoro, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 592.

Helt Stocade, Niccola, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416.

Hemskerck, Marten, dec. 3. del sec. 4. a c. 258.

Hendrick, dec. 4. del sec. 4. a c. 302.

Herdor, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al vers. 33.

Hert Jasos Druynesteyn, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. in fine.

Hoefungbel, Giorgio, dec. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 275.

Hoefnaghel, Jooris, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 173.

Hoghembeergh, Hans, dec. 4. del sec. 4. a c. 305.

Hoolboon, Gio., dec. 4. del sec. 4. a c. 313.

Hollar, Vincislao, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378.

Honnet, Gabriel, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 272.

Horenbert, Teodoro, dec. 5. del sec. 4. a c. 347.

Honthorst, Gheraldo, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 198.

Huevick, Gasparo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 27.

I

Jacometti, Pietro Paolo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 81. 

Jacometti, Tarquinio, dec. 22. della parte 3. del sec. 4. a c. 227.

Jannella, Ottaviana, dec. 6. della parte 2. del sec. 6. a c. 616.

Janssens, Cornelio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379.

Jans, Lodovico, decenn. 3. del sec 4. a c. 242.

Jacomone da Faenza, dec. 3. del sec. 4. a c. 241.

Jacopo da Prato Vecchio, dec. 4. del secolo 2. a c. 42.

Jacopo di Piero, decenn. 6. del sec. 2. a c. 71.

Jacopo di Cione, e di Jacopo Orcagna; decen. 6. del sec. 2. a c. 72.

Jeniers, David, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 412. in fine.

Il Bacchiacca, Francesco d'Ubertino, dec. 4. del sec. 4. a c. 290. Vedi Bacchiacca.

Il Bagnacavallo, Bartolommeo, dec. 4. del sec. 4. a c. 327. Vedi Raminghi.

Il Borgognone, Padre Jacopo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 417. Vedi Cortesi.

Il Capanna, dec. 2. del sec. 4. a c. 227.

Il Cieco da Gambassi, Gio., dec. 3. della par. I. a c. 253. Vedi Gonnelli.

Il Fadino, Tommaso, dec. 2. del sec. 4. a c. 230. Vedi Alessi.

Il Fattore, Gio. Francesco, dec. 3. del sec. 4. a c. 240. Vedi Penni.

Il Ferrarese, Girolamo, dec. 4. del secolo 4. a c. 291. Vedi Girolamo Lombardo.

Il Ferraro, Quintino Messis, dec. 2. del secolo 4. a c. 208. Vedi Quintino Messis.

Il Fiammingo, Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 283. Vedi di Quesnoy.

Il Franciabigio, Marco Antonio, dec. 2. del sec. 4. a c. 235. Vedi Franciabigio.

Il Friso, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 240. Vedi Benefatto.

[p. XII] Il Guercino da Cento, Gio. Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 270. Vedi Barbieri. 

Il Moro, Francesco, dec. 4. del sec. 4. a c. 286. Vedi Torbido.

Il Paggio, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 332. Vedi Merano.

Il Pastorino, dec. 5. del sec. 4. a c. 347. Vedi Pastorino.

Il Pazzo, dec. 2. del sec. 4. a c. 215. Vedi di Cleef Ivos.

Il Pittor Calavrese, dec. 6. della par. 2. del sec. 6. a c. 633. Vedi Cav. Fra Matteo Preti.

Il Ricco, Bernardino, dec. 2. del sec. 4. a c. 231. Vedi Ricca.

Il Sabioneta, Galeazzo, dec. 2. del secolo 4. a c. 231. Vedi Pisenti.

Il Soddoma, Gio. Antonio, dec. 2. del secolo 4. a c. 228. Vedi Razzi.

Il Sojaro, Bernardino, dec. 4. del sec. 4. a c. 294. Vedi Gatti.

Il Vignola, Jacopo, d. 4. del sec. 4. a c. 31. Vedi Barozzi, e vedi da Vignola.

Indocus, Giuda. dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 276. Vedi Van Winghel.

Ingoli, Ravennate, Matteo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 294.

Iorisz, Augustyn, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 66.

Isaaesz, Pieter, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 233.

K

Keilbau, o Kailo, Eberhart, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 510.    

Kaynot, Hans, decenn. 4. del sec. 4. a c. 305, al verso 17. 

Key, Witlem, dec. 4. del sec. 4. a c. 308.    

Ketel, Cornelis, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 276. 

Koeck, Pietro, dec. 4. del sec. 4. a c. 310.

Kunst, Cornelis, decenn. 2. del sec. 4. a c. 220. 

L

Lamberti, Niccolò di Piero, dec. 7. del sec. 2. a c. 80.   

Lando da Siena, dec. 4. del sec. 2. a c. 42. 

Lanfranco, Gio., dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 151.

Lanfrani, Jacopo, dec. 4. del sec. 2. a c. 45.

Laurati, Pietrodec. 3. del sec. 2. a c. 31.  

Lauri, Baldassar, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 307.

Lauri, Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 199.      

Lerambert, Anrico, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 272. 

Ligozzi, Jacopo, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 171.

L'Ingegno, Andrea Luigi, dec. I. del sec. 4. a c. 185. Vedi Andrea Luigi.

Lino, dec. I. del sec. 2. a c. 8.  

Lippi, Fra Filippo,  dec. 4. della par. I. del sec. 3. a c. 100.

Lippi, Lorenzo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 450.

Lippo, dec. 7. del sec. 2. a c. 85.   

Lippo Vanni, dec. 7. del sec. 2. a c. 87. 

Livio Mehus, dec. 6. della par. 2. del sec. 6. a c. 605. 

L’Olandese, Gio., dec. 4. del sec. 4. a c. 311. Vedi Gio.

Lombardus, Lambert, dec. 4. del sec. 4. a c. 303. 

Lomi, Aurelio, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 290. 

Lo Spagna, Giovanni, dec. 3. del sec. 4. a c. 278. Vedi Spagna. 

Lorenzo Bolognese, d. 5. del sec. 2. a c. 57. 

Lorenzo di Filippo, dec. 9. del sec. 2. a c. 103. 

Lorenzo figliuolo di Gio. d'Ambrogio, dec. 9. del sec. 2. a c. 103. 

Lorenzetti, Ambrogio, dec. 4. del secolo 2. a c. 39. 

[p. XIII] Lotti, Cosimo, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 306. 

Lottini, Padre Fra Gio. Angelo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 176. 

Lottone, Lorenzo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. al verso 16.

Luca di Giovanni da Siena, dec. 7. del sec. 2. a c. 80. 

Luca d'Olanda, decennale I. del sec. 4. a c. 177. Vedi Leida.

Luz, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 415. al verso 9.

M

Macchietti, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 175. 

Maes, Eriest Krynsz, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. 

Maganza, Alessandro, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 207. 

Maggi, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 151. 

Maglia, Michele, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso 31.

Magnano, Cristofano, dec. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 164. 

Magnasco, Stefano, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 539. 

Mainero, Gio. Batista, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533.

Malombra, Pietro, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 211.

Manetti, Rutilio, decen. 2. della p. I. a c. 92. del sec. 5.

Mannozzi, Gio., decen. 2. del sec. 5. a c. I. Vedi Gio. da S. Gio.

Mantovano, Gio. Batista, dec. 5. del sec. 4. a c. 333. Vedi Gio. Batista.

Marcantonio Raimondi, dec. I. del secolo 4. a c. 187. Vedi Raimondi.

Marco di Guccio, decenn. 7. del sec. 2. a c. 80.

Mariani, Cammillo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 245.

Marinari, Onorio, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 577. al verso 20.

Marcellini, Carlo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 522. al verso 6.

Marten, dec. 4. del sec. 4. a c. 302.

Martini, Francesco, dec. 4. della par. I. del sec. 6. a c. 106.

Marucelli, Gio. Stefano, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 122.

Masaccio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 70.

Mascagni, Fra Arsenio, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 79. Vedi Fra Arsenio.

Masolino da Panicale, dec. 10. del secolo 2. a c. 108.

Maturino, dec. 3. del sec. 4. a c. 281.

Mazzaoli, Giuseppe, dec. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 42.

Mecherino, Domenico, dec. I. del secolo 4. a c. 196. Vedi Beccafumi.

Meert, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377.

Meyssens, Gio., dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377.

Melissi, Agostino, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 31.

Melzo, Francesco, dec. 10. della par. 2. del sec. 3. a c. 157.

Memmi, Simone, decen. I. del sec. 2. a c. 3.

Memmi, Lippo, dec. 3. del sec. 2. a c. 34.

Merano, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 532. Vedi il Paggio.

Metelli, Agostino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 286.

Michelagnolo delle Battaglie, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Cerquozzi.

Michel Agnolo Scultore, dec. 4. del secolo 4. a c. 307.

Michele, Parrasio, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 168.

Miel, Cav. Gio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 366.

Milano, Giulio Cesare, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine.

[p. XIV] Milone, Altobello, decen. I. del sec. 4. a c. 199.

Minnerbroes, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 304.

Mino da Siena, decen. 6. del sec. 2. a c. 74.

Mireveld, Michel Jansen, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 230.

Myten, Atet, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 122.

Moccio, dec. 6. del sec. 2. a c. 74.

Mochi, Orazio, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 137.

Molenaer, Cornelis, dec. 5. del sec. 4. a c. 341.

Molosso, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 165. Vedi Trotto.

Momo da Siena, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 12.

Momper Giuseppe, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 23.

Monaco Camaldolese, Don Lorenzo, dec. 8. del sec. 2. a c. 94.

Monaco dell'Isole dell'Oro, dec. 8. del sec. 2. a c. 88.

Monfoort, Antonis, o Blocklandt, decen. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 150.

Monscher, Jaques, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 35.

Monsu Giusto, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 167. Vedi Subtermans.

Montanari, Gio. Agostino, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419.

Montfoort, Pieter Geritsz, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 398. al vers. 36.

Montemezzano, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 240.

Monti, Gio. Batista, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534.

Mostart, Frans, e Gillis fratelli, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 166.

Mostart, Jan, dec. 2. del sec. 4. a c. 305.

Morandi, Gio. Maria, dec. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 77al verso 25.

Morandini, Francesco di ser Francesco, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 188.

Morecls, Pnuxels, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. 

Morenello, Andrea, dec. 2. del sec. 4. a c. 232. 

Moreno, Fra Lorenzo, dec. 2. del secolo 4. a c. 232.

Moretto, Cristofano, dec. I. del sec. 4. a c. 198. in fine.

Morigi, Michelagnolo, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 274. Vedi da Caravaggio.

Moro, Antonis, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 59.

Moroni, Pompeo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. al verso 20.

Morosini, detto Montepulciano, Francesco, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 19.

Musante, Gio. Luigi, dec. I. della parte I. del sec. 4. a c. 223. 

N

Naldini, Batista di Manetto, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 177. 

Nani, Giovanni, decenn. 3. del sec. 4. a c. 278. Vedi da Udine.

Nanni di Bartolodec. 9. del sec. 2. a c. 103.

Nantevil, Roberto, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 461. 

Nello di Dino, dec. 2. del sec. 2. a c. 25.

Neroccio di Dino, decenn. 3. del sec. 2. a c. 25.

Neroni, Bartolommeo, dec. I. della parte 2. del sec. 4. a c. 76.

Nicasius, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 478.

Niccolò di Piero Aretino, dec. 9. del secolo 2. a c. 107.

Nigetti, Matteo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 268.

Nino, dec. 7. del sec. 2. a c. 83.

Novelli, Antonio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 339.

[p. XV]

O

Oderico, Gio. Paolo, decennale 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533.

Oderigi d'Agobbio, d. 4. del sec. I. a c. 55.

Orcagna, ovvero Orgagna, Andrea di Jacopo, altrimenti di Eione, dec. 6. del sec. 2. a c. 63.

Orcagna, Mariotto, d. 6. del sec. 2. a c. 73. 

Orcagna, Bernardo, dec. 6. del sec. 2. a c. 69.

Ottaviano da Faenza, dec. 2. del sec. 2. a c. 30.

Ouggioni, Margo Uglon, decen. I. del sec. 4. a c. 186. 

P

Pace da Faenza, dec. I. del sec. 2. a c. 5.

Pacchierotti, Jacopo, dec. 2. del sec. 4. a c. 227.

Padre Fra Gio. Batista Stefaneschi, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 163. Vedi Stefaneschi.

Pagani, Francesco, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 75.

Pagani Gregorio, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 192.

Paggi, Gio. Batista, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 216.

Palma, Jacopo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 203.

Palloni, Cosimo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 414. al verso 35.

Pampurino, Giacomo, dec. I. del sec. 4. a c. 200.

Paolini, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 364.

Pappagallo, Maso, dec. I. del sec. 4. a c. 187.

Parigi, Alfonso di Santi, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 184.

Parigi, Alfonso, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 332.

Parigi, Giulio, dec. 3. della p. 3. del secolo 4. a c. 379.

Passerotti, Bartolommeo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 101.

Pasinelli, Lorenzo, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine.

Passignani, Cav. Domenico, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 130.

Pastorino, dec. 5. del sec. 4. a c. 347. Vedi il Pastorino.

Patenier, Giovacchino, dec. 2. del secolo 4. a c. 222.

Pellegrino da Modana, dec. I. del sec. 4. a c. 195. Vedi da Modana.

Peloro, Gio. Batista, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 5.

Penni, Gio. Francesco, dec. 3. del sec. 4. a c. 240. Vedi il Fattore.

Peranda, Santo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 208.

Perugino, Pietro, dec. 7. par. 2. del secolo 3. a c. 125.

Peruzzi, Baldassarre, d. 3. del s. 4. a c. 244.

Pesello, Francesco, dec. 6. della par. 2. del sec. 3. a c. 120.

Peters, Gio., decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 417.

Petrazzi, Astolfo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 85.

Piaggia, Terano, decenn. 2. del sec. 4. a c. 231. verso il fine.

Piamontini, Giuseppe, dec. 5. del secolo 5. a c. 527. al verso 24

Piazza Fra Cosimo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 214.

Pieratti, Domenico, e Gio. Batista, dec. I. della p. 3. del sec. 4. a c. 193. al v. 22.

Pieri, Stefano, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 171.

Piero Francecsco, o Franchoys, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375.

Pier Giovanni Tedesco, dec. 7. del secolo 2. a c. 80.

Pietersz, Gerit, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 396.

Pintoricchio, Bernardo, dec. 2. del secolo 4. a c. 217.

Piola, Pellegrino, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 338.

[p. XVI] Piola, Pier Francesco, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 215.

Pisenti, Galeazzo, decen. 2. del sec. 4. a c. 231. Vedi il Sabioneta.

Poccetti, Bernardino, dec. 3. della p. 2. del sec. 4. a c. 241. Vedi Barbatelli.

Polito di Clemente di Polito, dec. I. del sec. 2. a c. 105.

Pomarelli, Tommaso, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 6.

Possino, Niccolò, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 297.

Poulembourg, Cornelio, decen. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378.

Poussin, Gasparo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 473. Vedi Dughet.

Primaticcio, Ab. Francesco, dec. 3. del sec. 4. a c. 266.

Procaccini, Cammillo, Giulio Cesare, e Carlo Antonio, decennale I. della par. 3. del secolo 4. a c. 102.

Puccio Capanna, dec. 4. del sec. 2. a c. 45.

Purbus, Pieter, e Frans, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 84.

Q

Quintino Messis, dec. 2. del sec. 4. a c. 208. Vedi il Ferraro.

R

Raffaello, dec. I. del sec. 4. a c. 171. Vedi da Urbino.

Raffaellino Botalla, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 159. Vedi Botalla.

Raibolini, Giulio, dec. I. del sec. 4. a c. 190.

Raimondi, Marcantonio, dec. I. del secolo 4. a c. 187. Vedi Marcantonio.

Raminghi, Bartolommeo, dec. 4. del secolo 4. a c. 327. Vedi il Bagnacavallo.

Rainaldi, Cav. Carlo, dec. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 485.

Ravensteya, dec. 3. della par. 3. del secolo 4. a c. 398. verso il fine.

Razzet, Jacomo, decenn. 3. del sec. 4. a c. 242.

Razzi, Gio. Antonio, dec. 2. del sec. 4. a c. 228. Vedi il Soddoma.

Rembrante, dec. 5. della par. I. del secolo 5. a c. 476. Vedi il Vainrain.

Reni, Guido, dec. 3. della par. 3. del secolo 4. a c. 317.

Ricca, Bernardino, dec. 2. del sec. 4. a c. 231. Vedi il Ricco.

Ricchi, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 360. 

Ricci, Filippo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 414. in fine.

Riccio, Domenico, decen. 4. del sec. 4. a c. 320. Vedi Brusasorci.

Riccio, Felice, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 212. Vedi Brusasorci.

Riccio, Pietro, dec. 7. par. 2. del sec. 3. a c. 129.

Riccio, Pietro, decennale 5. del sec. 4. a c. 332.  

Rickaert, David, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416.

Ridolfi, Cav. Carlo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 289. 

Ridolfi, Claudio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 209.

Riminaldi, Orazio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 227.

Riposo, Felice, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 219. Vedi Ficherelli.

Rivello, Domenico, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 223. 

Rivello, Galeazzo, decenn. I. del sec. 4. a c. 198. Vedi della Barba.

Rogier, Claes, decennale 4. del sec. 4. a c. 305. 

Romanelli, Gio. Francesco, dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 540. 

Romanelli, Urbano, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 551. al verso 30. 

Rombouts, Teodoro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 376. 

Rosa, Salvator, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 553. Vedi Salvator Rosa.

[p. XVII] Rosselli, Cosimo, dec. 5. della par. 2. del sec. 3. a c. 109. 

Rosselli, Matteo, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 399. 

Rossellino, Antonio, dec. I. della par. I. del sec. 3. a c. 39. 

Rossi, Girolamo, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine.

Rottenhamer, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 239. 

Rossuti, Filippo, dec. I. del sec. 2. a c. 9.

Rubens, Pietro Paolo, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 281.

Ruggier, Gio. Batista, detto Batistino del Gessi, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 331.

Rustici, Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 200. 

Rustici, Gio. Francesco, dec. 8. del sec. 3. a c. 140. 

S

Saadaler, Egidio, a c. 45. dell'Int. in rame.

Sadalaer, Giovanni, a c. 26. dell'Int. in rame.

Sadalaer, Raffaello, a c. 34. dell'Int. in rame.

Sadalaer, Raffaello, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 151.

Saenredam, Giovanni, a c. 43. dell'Int. in rame.

Salimbeni, Arcangelo, dec. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 109. 

Salimbeni, Ventura, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 127. 

Salvator Rosa, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 553. 

Sansovino, dec. I. del sec. 4. a c. 193. Vedi Niccolò Soggi.

Sasteleven, Erasmo, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. 

Savio, Francesco, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 328. al verso 24.

Savonanzi, Emilio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 105.

Schiavone, Andrea, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 81. 

Schoorel, Joan, dec. 3. del sec. 4. a c. 253.

Scorza, Sinibaldo, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 154. 

Scorza, Gio. Batista, dec. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 155. in mezzo.

Scorza, Girolamo, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 156.

Segiers, Daniel, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 415. 

Segiers, Geraldo, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378.

Sellari, Francesco di Neri, dec. 7. del sec. 2. a c. 80.

Sementi, Gio. Giacomo, 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 329. 

Semini, Andrea, e Ottavio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 223. 

Semino, Antonio, decen. 2. del sec. 4. a c. 219. 231. 

Serafini, Serafino, dec. 10. del sec. 2. a c. 110. ed è all'ultimo di questo Tom.

Sesto, Cesare, dec. 5. del sec. 4. a c. 330.

Signorini, Fulvio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 153.

Silvani, Gherardo, decen. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 93.

Silvani, Pier Francesco, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. 

Silvestro, Don Silvestro Monaco Camaldolese, dec. 5. del sec. 2. a c. 61.

Simone detto l'Avanzi, Simone, e Jacopo, dec. 7. del sec. 2. a c. 83.

Simone fratello di Donatello, decen. 4. della par. I. del sec. 3. a c. 105.

Snayers, Pietro, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 198. 

Snellinck, Hans, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. nel mezzo.

Snyders, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 201.

Snyder, Francesco, decenn. 2. della par. 2. del sec. 5. a c. 120.

Soens, Hans, decen. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 189.

[p. XVIII] Soggi, Niccolò, decenn. I. del sec. 4. a c. 193. Vedi Sansovino.

Somer, Bernardo, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 399. al verso 6.

Somer, Paolo fratello di Bernardo, decen. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 399.

Sorri, Pietro, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 146.

Sormani, Lionardo, e Gio. Antonio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 223.

Spagna, Giovanni, decenn. 3. del sec. 4. a c. 278. Vedi lo Spagna.

Spezzini, Francesco, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 215.

Spierre, Francesco, dec. 7. della par. 2. del sec. 7. a c. 625.

Spinelli, Parri, decen. 3. della par. I. del sec. 3. a c. 34.

Spinello Aretino, dec. 5. del sec. 2. a c. 56.

Spiringh, Francesco, dec. 2. della p. 3. a c. 231. in fine.

Spisanelli, o Pisanelli, Vincenzio, decen. I. della p. 4. del sec. 4. a c. 99.

Sprangher, Bartolommeo, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 214.

Starnina, Gherardo di Jacopo, dec. 9. del sec. 2. a c. 102.

Stefano, dec. 3. del sec. 2. a c. 33.

Stefano della Bella, a c. 65. dell’arte dell’Int. In rame, e a c. 242. dec. 3. della p. I. del sec. 5. Vedi della Balla.

Stefaneschi, P. F. Gio. Batista, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 163. Vedi di Padre Fra Gio. Batista.

Stellaert, Francesco, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238.

Stivens, Pieter, decen. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 191. in fine.

Stradano, Giovanni, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 140.

Strozzi, Bernardo, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 157.

Subtermans, Giusto, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 167.

Suitter, Joseph, ovvero Giuseppe Svizzero, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 124.

Susini, Antonio, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 372.

Suuart, Jan, dec. 3. del sec. 4. a c. 252.

Suvarts, Cristoffel, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 265.

T

Tacca, Pietro, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 354.

Taddeo di Bartolo, dec. 10. del sec. 2. a c. 109.

Tafi, Andrea, dec. I. del sec. I. a c. 30.

Tagliacantone, Jacopo, dec. 3. del secolo 4 a c. 263.

Tempesti, Domenico, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 472. verso il mezzo.

Teniers, David, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 376.

Testa, Pietro, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 479.

Testelia, Pasquier, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 272.

Thoman, Jacopo Ernesto, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 121.

Tiarini, Alessandro, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 399.

Tinelli, Tiberio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 295.

Tintoretto, Domenico, dec. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 273.

Toeput, Lodovico, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 399. al verso 23.

Tognone, Antonio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 214. Vedi Vicentino.

Tommaso di Marco, d. 10. del s. 2. a c. 108.

Tommaso Pisano, dec. 3. del sec. 2. a c. 38.

Torbido, Francesco, dec. 4. del sec. 4. a c. 286. Vedi il Moro.

Torre, Flaminio, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. verso il fine.

Torre, Piero Andrea, decen. 6. della par. I. del sec. 5. a c. 537.

Tribellesi, Francesco di Mariano, decen. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 212.

[p. XIX] Travi, Antonio, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 536. Vedi da Sestri.

Trotto, Gio. Batista, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 165. Vedi il Molosso.

V

Vainrein, dec. 5. della par. I. del secolo 5. a c. 476. Vedi Rembrante.

Van Bredael, Pietro, dec. 7. della par. 2. del sec. 7. a c. 624.

Van-Bronchorst, Gio., dec. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 379.

Van-Calcker, Gio., dec. 5. del s. 4. a c. 334.

Van Ckesselles, Gio., dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 416.

Vanden-Heckc, Gio., dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377.

Vander-Venne, Adriano, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 198.

Van Deynum, Gio. Batista, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416.

Vandervveyde, Roger, dec. 9. par. 2. del sec. 3. a c. 144.

Vandich, Antonio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 279.

Van-Diepenbecck, Abramo, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379.

Van Es, Jacopo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 415.

Van-Hoeck, Gio., dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375.

Van Heil, Daniello, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379.

Van-Heil, Gio. Batista, decen. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377.

Van-Heil, Leone, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378.

Van-Hoeck, Ruberto, dec. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 376.

Van Lint, Pietro, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 415.

Van Mander, Carlo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 197.

Van Nieulaht, Adriano, dec. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 375.

Van Oort, Adaamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 163.

Van-Orlai, Bernanrdo, dec. 2. del sec. 4. a c. 225.

Van Ouvvaer, Alberto, dec. 6. della par. 2. del sec. 3. a c. 114.

Van Rein, Reimmbrond, a c. 78. dell’arte dell’Intagl. in rame, e car. 476. del dec. 5. della p. I. del sec. 5. Vedi Rembrant.

Van Sor, Giorgio, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416.

Van Thielen, Gio. Filippo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 417.

Van Veen, Ottavio, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 237.

Van Winghen, decen. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 276. Vedi Indocus.

Vanni, Cav. Francesco, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 143.

Vanni, Gio. Batista, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 201.

Vannini, Ottavio, dec. 2. del sec. 5. a c. 141.

Varotari, Dariio, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 169.

Vassallo, Anton Maria, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 535.

Vassillacchi, Antonio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 205.

Vecellio, Marco, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 110.

Vecchietti, Lorenzo, dec. 4. del sec. 4. a c. 289.

Verbeech, Franss, dec. 4. del sec. 4. a c. 304.

Verbrugghen, Pietro, dec. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 378.

Verdezzotti, Gio. Mario, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 213.

Verhaecht, Tobbia, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 259.

Verhaight, Tobbias, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 21.

Verona, Maffeo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 273.

Verzelli, Tiburzio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 154.

[p. XX] Virgilio Romana, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 4.

Vicentino, Andrea, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 210.

Vicentino, Antonio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 214. Vedi Tognone.

Vicino, dec. 2. del sec. 2. a c. 30.

Vigri, Beata Caterina, dec. 6. della parte 2. del sec. 3. a c. 111.

Vitale Bolognese, dec. 3. del sec. 2. a c. 35.

Vite, Lorenzo Antonio, decen. 10. del sec. 2. a c. 109.

Vinckeboons, David, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 397.

Volterrano, Baldassarre, dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 381. Vedi Franceschini.

Voort, Cornelio, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 399. al verso 10.

Voost, Cornelio, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244. verso il fine.

Ubaldini, Agostino, decen. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 83. Vedi Bugiardini.

Uccello, Paolo, dec. 2. della par. I. del sec. 4. a c. 57.

Uffembach, Filippo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 226.

Ugolino Sanese, dec. 3. del sec. I. a c. 43.

Ulerick, Pieter, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 169.

Ulivelli, Cosimo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 414. al verso 28.

Uranchs, Sebastiano, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238.

Uranquaert, Jacopo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 198.

Uroom, Enrick Cornelissen, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 231.

Walckemborgh, Lucas, e Marten, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 145.

Wan Campen, Jacopo, dec. 4. della p. I. del sec. 5. a c. 380.

Willaerts, Adamo, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 120.

Willem Hendrick, Marten, dec. 4. del sec. 4. a c. 320.

Willemps, Marcus, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 68.

Withoos, Matteo, decen. 7. della par. 2. del sec. 7. a c. 622.

Wouters, Francesco, dec. 4. della p. I. del secolo 5. a c. 376.

Wtenxael, Joachim, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 240.

Z

Zampieri, Domenico, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 344. Vedi Domenichino.

Zaniberti, Filippo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 293.

Zugni, Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 294.

Zuccheri, Valerio, dec. 5. del s. 4. a c. 332.

Zuccheri, Vincenzio, dec. 5. del sec. 4. a c. 333.

Tomo separato.

Cominciamento, e progresso dell’Arte dell’Intagliare in Rame. Firenze per il Matini 1686.

Aldegraef, a c. 23.

Bloemart, Cornelio, a c. 61.

Callot, Jacopo, a c. 48.

Durero, Alberto, a c. I.

Di Leida, Luca, detto Luca d’Olanda, a c. 12.

Della Bella, a c. 65. Vedi Stefano della Bella.

Goltz, Hubert, a c. 24.

Goltz, Henrico, a c. 35.

Nantevil, Roberto, a c. 89.

Raimondi, Marcantonio, a c. 20.

Rembrant, Vanrein, a c. 78. Vedi Vanrein.

Spierre, Francesco, a c. 103.

Tempesta, Antonio, a c. 29.

Testa; Pietro, a c. 81.

Tempesti, Domenico, a c. 102. al v. 9.

Van Rein, Reimbrond, a c. 78. Vedi Rembrant.

[p. 1] DELLE

NOTIZIE

DE’ PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE I.

DELLA PARTE I. DEL SECOLO III.

DAL MCCCC. AL MCCCCX.

LORENZO GHIBERTI

PITTORE E SCULTORE FIORENTINO

Nato nel 1378. circa il 1455.

Dovendo io ora parlare di Lorenzo Ghiberti, uno de’ più singulari artefici, che sorgessero al Mondo fino in que’ primi tempi, ne’ quali la città di Firenze, mediante il valore del celebre Masaccio, cominciò a dare i primi saggi dell’ottima maniera del disegnare e colorire, che poi nella medesima città e altrove fece sì gran progressi: e considerando, che il Vasari, il quale di questo eccellente maestro tessé un lungo racconto, non solo sbagliò in molte cose, dicendone una per un’altra; ma ancora, forse ingannato da chi gli diede [p. 2] notizie, molte ne portò, che’l tempo e l’antiche scritture hanno fatto scoprire non vere; io mi farò lecito in questo luogo (oltre a quanto appartiene al mio assunto, che è di parlar degli artefici e dell’opere loro) l’andar discoprendo gli equivochi del nominato Autore, particolarmente in quella parte, che s’aspetta alla nobiltà della famiglia di Lorenzo, suo proseguimento e durata fino a’ nostri tempi: cose tutte, che dal Vasari non sono state dette senza gravi errori; e pure sono il più bel pregio, che accompagnar possa un uomo di gran virtù, come fu il nostro Lorenzo. È dunque da sapersi, come una tal quale famiglia de’ Ghiberti potè senza dubbio annoverarsi fralle antiche della nostra città, come quella che, secondo il Verino trasse sua origine da Fiesole:

Venere, ut fertur, Fesulana ex arce Ghiberti.

Di questa fa menzione il Villani contandola fralle poche di fazion Guelfa, che dopo la rotta di Montaperti del 1260. non cedettono al nemico vincitore Ghibellino, e non se n’andarono a Lucca. E se degli uomini di quella favelliamo, sino del 1270. si trova un Messer Rinieri Ghiberti Canonico Fiorentino: e di lui, e nel nominato anno 1270. e nel 1293. si fa menzione in alcune Scritture, esistenti nell’Archivio di Cestello: e dipoi dell’anno 1319. si vede aver goduto de’ primi onori della città Geri di Guccio pel Sesto di Por S. Piero, benché poi il medesimo passasse pel Quartiere S. Giovanni, e fino al 1371. essere stato sei volte Priore, e due Gonfaloniere di Giustizia: Jacopo di Rinieri di Geri esser similmente stato Priore del 1398. e Jacopo di Guccio di Geri del 1435. e così trovansi fino al numero d’otto volte Priori, e due volte Gonfalonieri di Giustizia. Ma se di questa tal famiglia fusse veramente Lorenzo Ghiberti, non è così facile a me l’affermarlo, per non averne trovata l’attaccatura; sono però assai forti le conghietture per l’affermative: ed io per far noto ad altri ciò, che è potuto venire fin qui a mia cognizione, lasciando che ciascheduno determini secondo il più probabile, e creda quel più che a lui piace, ne porterò qui alcune. Primieramente non è chi dubiti, che oltre allo stesso cognome, tanto a quelli che ora per più chiarezza del dire mi piace chiamar col nome d’antichi, quanto a quelli di Lorenzo, a’ quali io darò nome di moderni, non sieno anche comuni le armi: cose che unite insieme pare che diano qualche probabilità. Aggiungasi la molto antica Sepoltura de’ Ghiberti in S. Croce, della quale trovo fatta menzione nel Testamento di Buonaccorso di Vittorio del nostro Lorenzo, del 1516 nel quale ordina esser sepolto nella chiesa di S. Croce nella Sepoltura degli antichi di esso testatore; d’onde si vede chiaro, che ancora in que’ tempi, cioè 170. anni sono in circa, essa Sepoltura era antica in casa i Ghiberti; anziché fino dell’anno 1496. della medesima sepoltura si fa menzione nel testamento di Vettorio, padre dello stesso Buonaccorso. Più gagliarda conghiettura mi pare che si possa dedurre, dal trovarsi, che Jacopo, Guccio, Dolfo, e Giovanni, fratelli, e figliuoli di Rinieri di Geri di Guccio, che [p. 3] senza dubbio sono de’ Ghiberti antichi, per testamento di detto Geri rogato nella casa, solita abitazione di detto Geri, posta nel Popolo di S. Michele delle Trombe, che è quella, della quale appresso si parlerà, che fu poi posseduta da Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti, redarono alcune case, poste nel Popolo di S. Michele in Palchetto. Or nel 1496. io trovo, che Vettorio, figliuolo del nostro Lorenzo, aveva una casa nel Popolo di S. Michel delle Trombe, ovvero in Palchetto: ed è quella, che è presso alla cantonata, rimpetto allo Spezial della Croce, e risponde in su la piazza di detta Chiesa di S. Michele in Palchetto, oggi detta di Santa Elisabetta, dalla Congrega che vi risiede: e sopra la porta di essa casa, che risponde nel corso, si vede in pietra molto antica l’arme de’ Ghiberti: e di questa casa si fa menzione in uno strumento di Manceppazione, fatta dal nominato Vettorio di Lorenzo del suo figliuolo Cione: e altresì in un Lodo tra detto Vettorio da una, e Buonaccorso, Francesco, Ghiberto, e Cione suoi figliuoli dall’altra, dato del 1496. da Antonio Covoni, e Cosimo di Lorenzo Rosselli il Pittore: la qual casa, come mostrano i confini, è quella stessa, che redarono i nominati fratelli Ghiberti dell’antica famiglia. Ora non pare inverisimile, che essendo questi de’ medesimi beni, che possedevano gli antichi, e tenendo le medesime armi di casa Ghiberti, tutti fossero degli antichi. Si potrebbe aggiugnere a quanto s’è detto, che il ramo di quelli, che noi chiamiamo Ghiberti antichi, si spegnesse nella persona d’una tale Agnoletta, figliuola di Papi Ghiberti, e Moglie d’Ottaviano Altoviti, della quale io trovo fatta menzione ne’ due strumenti suddetti, e ne’ libri domestici di Lorenzo Ghiberti; perché le case antiche de’ Ghiberti sulla piazza di S. Michele in Palchetto, eccetto quella che fu di Vettorio, come sopra son passate negli Altoviti, e in essi si conservano al presente. Favorisce anche questa opinione, che quel ramo rimanesse spento in Agnoletta, il vedersi che questo Papi fu de’ Priori nel 1435, e dopo detto tempo non si vede più alcuno di loro aver goduto tale uficio. Questo però non toglie né punto né poco la probabilità e quasi evidenza, che resulta dalle scritture sopra citate, che essendosi anche spento quel ramo, non ne furono restati altri, de’ quali fosse continovata la famiglia, che produsse il nostro Lorenzo, e i descendenti da esso: la quale partitasi dalla città, si fusse condotta a Pelago dove avendo in tempo smarrito l’antico casato de’ Ghiberti, si fusse ridotta in quel Cione, che noi mostreremo a suo luogo, che fu il Padre di Lorenzo. Favorisce anche non poco questa proposizione, cioè quanto io leggo nell’accuratissimo Priorista originale di Giuliano de’ Ricci, il quale nel tomo VIII. che contiene il Quartiere S. Gio: a c. 116. dopo aver fatta menzione della famiglia de’ Ghiberti, quella di cui fa menzione il Villani, e poi il Verino, che restò in Firenze senza volersene partire dopo la rotta dell’Arbia; e dopo aver notati tutti gli uomini che in essa [p. 4] città di Firenze dal 1319. al 1398. avevano goduti i primi onori, fa menzione di Lorenzo Ghiberti con queste parole: Lorenzo di Cione o di Bartoluccio Ghiberti messe su una delle Porte di metallo della chiesa di S. Gio: Batista a dì 23 d’Aprile 1424. non faccia difficoltà quello, che scrisse il Vasari pittore Aretino nella vita di Lorenzo Ghiberti predetto, circa alla diversità del tempo e d’altri particolari, perché sì in quella come in tutte l’altre vite, ec. E qui segue il Ricci a diffondersi molto in altri errori del Vasari, de’ quali per ora non è luogo per me a parlare, per non appartenere alle notizie del Ghiberti: e tanto basti intorno a tal questione. Dice poi il Vasari, che Buonaccorso fu figliuolo di Lorenzo: in che pure s’inganna; perché di Lorenzo di Cione nacque Vettorio, e di Vettorio questo Buonaccorso. Dice, che Vettorio figliuolo di Buonaccorso fu l’ultimo della famiglia, la quale in esso rimase estinta: che pure è grave errore; perché Vettorio padre di Buonaccorso, e figliuolo di Lorenzo di Cione, ebbe altri tre figliuoli, cioè Ghiberto, Cione, e Francesco: e questo Francesco fu padre di Vettorio, del quale nacque Ghiberto, Gio: e Felice di Ghiberto Vettorio, Gio: Francesco, e Lorenzo: e di Felice, Francesco, e Lorenzo, padre d’Anna Maria, e Beatrice, oggi maritate nelle nobili case de’ Ricci, e Berardi, come più largamente mostreremo coll’Albero di questa famiglia in fine di queste notizie, cavato da antiche e autentiche Scritture. E questo ancora basti aver detto in proposito degli errori, presi dal Vasari, nel parlare di questa nobil casa, alla quale per certo non abbisogna il cercare altri onori per gl’antichi tempi, per rendersi più illustre, di quelli, che le diede lo stesso Lorenzo con la sua virtù, aggiunti all’essersi ella abilitata a godere de’ primi onori della città fino dal 1375. goduti poi dallo stesso Lorenzo, come a suoi luogo diremo. Or venendo a parlare della persona di lui, dice il Vasari, che Lorenzo Ghiberti fu figliuolo di Bartoluccio Ghiberti, o di Cione, altrimenti detto Bartoluccio Ghiberti: l’una e l’altra delle quali cose è detta con errore; perché il padre di Lorenzo fu Cione Ghiberti, che non mai fu chiamato Bartoluccio: e Bartoluccio non fu padre di Lorenzo, il che più espressamente si mostrerà avanti. Bartoluccio dunque putativo, e non vero padre di Lorenzo fu, un orefice, che disegnò ragionevolmente, e in grado di molta eccellenza esercitò l’arte sua. A costui ajutò Lorenzo in sua fanciullezza per qualche tempo in quel mestiere, non lasciando però, per l’affetto ch’egli aveva alla scultura, d’esercitarsi sovente in modellare e gettare piccole figurine di bronzo. Poi invaghitosi sopra modo della Pittura, ad essa si diede: né io dubito punto, che ciò non fosse sotto l’indirizzo di Gherardo dello Starnina, notizia, che fra gli Autori non si trova. E la ragione del mio credere è; perché avendo esso Lorenzo potuto poco imparare da Bartoluccio in materia di disegno: e conoscendosi chiaramente la sua prima maniera del panneggiare, e attitudini delle figure esser le medesime appunto di Masolino da Panicale, e d’altri [p. 5] discepoli del medesimo Gherardo: e non avendo io saputo trovare, che altri allora in Toscana tenessero tal maniera in tempo di potergli esser maestri, toltone Lorenzo di Bicci, che operava del 1386. quantunque il Vasari lo dicesse nato del 1400. e benché questi ancora per ragione del tempo, e di qualche somiglianza di maniera gli avesse potuto insegnare egli, siccome aveva fatto Donatello di lui coetaneo; io però stimo più verisimile ch’egli uscisse della squola di Gherardo. Lasciata dunque alla benignità del Lettore il prestar quella fede che gli piace a tal mia asserzione, dico, che Lorenzo dopo aver fatto molto profitto nella Pittura, si portò insieme con un altro Pittore a Rimini, dove a Pandolfo Malatesti dipinse una Tavola. Tornossene poi dopo la peste del 1400. a Firenze, per aver sentito, che l’Arte de’ Mercatanti disegnava di far gettar di bronzo le rimanenti porte del Tempio di S. Giovanni, in conformità di quello, che era stato fatto d’un’altra simil porta tanto tempo avanti, con disegno di Giotto, da Niccola Pisano; e che perciò aveva mandato a chiamare, oltre a’ Fiorentini, i primi maestri d’Italia; a ciò si risolvè, stimolato da Bartoluccio, e per desiderio che aveva di cimentarsi ancor esso con loro a fare un modello, siccome fece. Furono i maestri, che in termine d’un anno, in conformità dell’ordine avuto, fecero i modelli, il Brunellesco, Donatello, Jacopo della Quercia, Niccolò d’Arezzo suo discepolo, Francesco di Valdambrina, Simone da Colle, detto de’ Bronzi, ed esso Lorenzo: e questo si portò così bene, che Donato e’l Brunellesco, i migliori di tutti, si dichiararono di non aver luogo in quell’opera, ma che solo a Lorenzo ella si dovesse dare, non ostante che appena avesse egli compito il XXII. anno dell’età sua. Né fu gran fatto, che’l modello di Lorenzo, al parere di questi grandi uomini, e di 34. cittadini, stati chiamati, riuscisse tanto superiore in bontà a quelli degli altri; perché Bartoluccio, uomo di buon gusto, e Lorenzo medesimo, senza fidarsi della propria abilità dello studio e delle fatiche durate per far bene, usarono, nel tempo che e’ lo lavorava, d’introdurre, a vederlo e a dire lor parere, quanti e forestieri e Fiorentini gli davano alle mani, che di tal professione punto intendessero: arte, che rare volte è usata anche da coloro, che pure per iscarsezza di lor giudizio più d’ogn’altro far lo dovrebbero: e quindi addiviene, che tanti pochi pervengono agli ultimi segni d’eccellenza nelle professoni loro. Aveva io già scritto fin qui, quando mi venne sotto occhio il bel frammento di Manoscritto antico, esistente nella tanto rinomata Libreria del già Senator Carlo Strozzi, in cui molte notizie si danno di Filippo di Ser Brunellesco dal compilator di esso, che afferma aver veduto e parlato al Brunellesco medesimo: e dove de i modelli fattisi per le porte di San Giovanni egli ragiona, porta alcune particolaritadi minute intorno al medesimo suggetto, state notate da me nella vita di esso Filippo: alle quali, oltre a quanto io ho detto qui, rimetto per brevità e per maggiore informazione il mio Lettore. Fece dunque Lorenzo la prima di esse porte, che fu posta rincontro alla Canonica, che costò 22. mila Fiorini, e pesò il metallo 34. mila libbre. In essa rappresentò in numero venti spazj, dieci per parte, venti storie del nuovo Testamento, [p. 6] dall’Annunziazione di Maria Vergine fino alla venuta dello Spirito Santo: in otto vani fece i quattro Evangelisti, e i quattro Dottori della Chiesa. Nel telajo dell’ornamento riquadrato fece una fregiatura di foglie d’ellera, ed altre tramezzate di cornici, e sopra ogni cantonata accomodò una testa di maschio o femmina, in figura di Profeti o Sibille. Finita questa opera, che gli diede gran fama, gli fu dagli uomini della medesima Arte de’ Mercatanti fatta gettare di bronzo la figura del S. Gio: Batista, per uno de’ pilastri d’Or San Michele, di che io trovo un ricordo originale di sua mano in un libro intitolato così: Giornale di Lorenzo di Cione di Ser Buonaccorso da Firenze orafo, nel quale iscriverò ogni mia faccenda di giorno in giorno, e così in su esso farò ricordo d’ogni mia cosa, cominciando a dì primo di Maggio 1403. segnato A.

A dì primo di Dicembre 1414.

Qui appresso farò ricordo di ciò, che io spenderò in gettare la figura di S. Gio: Batista. Tolsi a gettarla alle mie spese, se essa non venisse bene io mi dovessi perder le spese: io la gettassi, e venisse bene, mi rimasi nell’Arte di Calimala, che i Consoli e gli Operai, che in quel tempo fussono, usassono inverso di me quella discrezione, che essi usassono in d’un altro maestro, per cui essi mandavano, che la gettassono. A dì d. comincerò a far ricordo di tutte le spese si faranno nel getto. Dal che si comprende, che trattandosi di gettare una statua di straordinaria grandezza, vollero i Fiorentini accertarsi di far bene; che però fecero chiamare diversi maestri, come già avevan fatto per lo lavoro della porta. Gettolla Lorenzo con gran felicità, e già incominciò a scoprire in essa qualche segno dell’ottima maniera moderna, come quegli, che fu de’ primi, che usasse studiare dalle sculture Greche, e Romane antiche, delle quali fece procaccio a buon gusto; tanto che alla sua morte, siccome noi abbiamo veduto da una nota originale di quei tempi, ne restarono agli eredi tante, e di bronzo e di marmo, che furono allora stimate sopra 1500. fiorini d’oro. Trovansi le antiche scritture, delle quali abbiamo ora parlato, insieme con quelle che citeremo più avanti, appresso a Cristofano Berardi, Avvocato del Collegio de’ Nobili, Gentiluomo, che al valor nell’arte sua ha congiunta varia erudizione e rare altre qualità. Venne poi voglia a Lorenzo di provarsi a operar di Musaico, e nella stessa loggia d’Or San Michele, sopra il luogo appunto, dove era stata collocata la statua del S. Gio: Batista, fece la mezza figura dell’Apostolo, che sino a oggi vi si vede. Dipoi per l’Arte de’ Cambiatori gettò la bella statua del S. Matteo per l’altro pilastro d’Or San Michele, incontro all’Arte della Lana, il quale pilastro, come mostreremo appresso era stato concesso per avanti all’Arte de’ Fornai, che avevanlo domandato, per farvi collocare la figura, ch’e’ disegnavano di fare del Martire S. Lorenzo loro protettore. Ma perché io non istimo, che i fatti, che occorsero al principio, ed accompagnarono poi il proseguimento di quest’opera, che in vero riuscì bella oltre ogni credere, siano in tutto indegni di esser saputi, risolvo di notargli in questo luogo, tali appunto, quali io medesimo gli ho riconosciuti in un libro de’ Consoli di essa Arte de’ Cambiatori, fatto tenere apposta, il quale benissimo conservato [p. 7] trovasi oggi fra le antiche loro scritture. È intitolato il libro nella esterior parte: Libro del Pilastro della Figura di S. Matteo dell’Arte: e per entro nella prima carta è scritto: In questo libro si scriveranno tutte e ciascuna diliberagioni, stanziamenti, e ciascune altre cose, le quali si faranno intorno a fatti del Pilastro. Cominciò detto libro in tempo degli appresso Consoli dell’Arte del Cambio per quattro mesi, cominciati a dì primo di Maggio, XII. Indizione, 1419. Niccolò di Ser Fresco Borghi, Gherardo di Francesco de’ Medici, Giovanni di Barduccio di Cherichino, Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini; esistente Camarlingo della detta Arte per lo tempo di quattro mesi Piero di Mes. Guido Ponciani.

A dì 19 Giugno Deliberazione.

Che con tutti gli opportuni rimedj si procacci dinanzi a’ Capitani d’Orto S. Michele, ovvero dinanzi da’ Signori e Colleghi, d’avere il pilastro, che fu giudicato all’Arte de’ Fornai, e che sia e pervenghi alla detta Arte, e in caso che s’abbi detto pilastro, che per la detta Arte, si faccia la .figura di S. Matteo Apostolo ed Evangelista, vero campione della detta Arte, e faccisi di Bronzo, ovvero d’Ottone bellissima quanto più si può fare.

E che si chiamino quattro Artefici ed Arruoti della detta Arte in Operai, per Operai, i quali quattro insieme co’ Consoli della detta Arte presenti e futuri, e le due parte di loro abbino quella balìa, che tutta la detta Arte in allogare la detta figura di S. Matteo al più valente maestro ci sia, e spender quella quantità di danaro della detta Arte, che occorreranno per detta figura, e suo ornamento. I quattro Operai furono Niccolò di Giovanni del Bellaccio, Niccolò d’Agnolo Serragli, Giovanni di Mico Capponi, Cosimo di Giovanni de’ Medici.

Fecer poi 19. Arruoti, che per brevità non si notano: e sposero loro instanza alla Signoria nel tempo del Gonfaloniere Niccolò di Franco Sacchetti, e de’ Priori, Parigi di Tommaso Corbinelli, Lorenzo di Giovanni Grasso, Giovanni di Filippo di Ghese Legnajuolo, Domenico di Jacopo Pieri Guidi Magnano, Dionisio di Giovanni di Ser Nigi, Antonio di Davanzato de’ Davanzati, Francesco di Domenico Naldini, Lorenzo di Mes. Ugo della Stufa: i quali a’ 22. di Giugno 1419. deliberarono, che stanteché la detta Arte de’ Fornai, alla quale era stato dato il Pilastro, per farvi un S. Lorenzo Martire, Campione della detta Arte, era poverissima, ed i suoi artefici pochi di numero e poveri assai, e che né di presente né per l’avvenire avrebber potuta far quella spesa; quello si dovesse concedere, e di consenso de’ medesimi Fornai concessero all’Università de’ Cambiatori, per farvi la figura del S. Matteo.

A 21. di Luglio del detto anno l’Arte de’ Cambiatori, cioè i Consoli e Operai ragunati insieme fecero il partito, che dovesse procedersi alla allogagione della statua, con doversene fare Scrittura, di lor mano sottoscritta: ed alli 26. del susseguente mese d’Agosto allogaronla a Lorenzo di Bartoluccio del Popolo di S. Ambrogio, e ne fecero la Scrittura [p. 8] del tenore che segue, tratto a parola a parola dal suo originale, che pure nel soprannotato libro apparisce.

MCCCCXVIIII. Ind. XII. a dì 26 Ag.

Sia manifesto a qualunque persona vedrà o leggerà la presente Scrittura come i nobili uomini Niccolò di Ser Fresco Borghi, Averardo di Francesco de’ Medici, Giovanni de’ Cherichini, Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini Consoli della detta Arte del Cambio della Città di Firenze, et i savi uomini Niccolò di Gio: del Bellaccio, Niccolò d’Agnolo Serragli, Gio: di Marco Capponi, Cosimo di Giovanni de’ Medici, VII. Artefici, et Arroti, et Operai della detta Arte, et li quali nobili, e quattro Artefici Arruoti due Operai, e le parti di loro intorno alle infrascritte cose anno quella balìa, che tutta la d. Arte per vigore della delibarazione fatta pe’ presenti nobili, e dodici Artefici, et Arroti della detta Arte stati alcuna volta dell’Uficio del Consolato della detta Arte servate le dovute solennitadi, e mezzo fra loro diligente e secreto scrutinio, et ottenuto il partito a fava nera e bianca. Signori tutti raunati nella casa della detta Arte pe’ fatti, e intorno a’ fatti del Pilastro, e della nuova figura di S. Matteo, che vogliono si faccia d’ottone o bronzo nel Pilastro di nuovo avuto e acquistato per la detta Arte, ed ogni cosa, che dependesse, da essi o da qualunque di loro feciono l’infrascritta allogagione del detto Pilastro, e della detta figura di S. Matteo mezzo tra loro diligente e segreto squittino, et ottenuto il partito a fava nera o bianca, all’infrascritto Lorenzo di Bartoluccio del Popolo di S. Ambrogio qui presente, volente, ricevente, e stipulante per sé per gli suoi eredi, e con esso Lorenzo contrassono, e formarono gl’infrascritti patti modi etc. e concordarono

In prima il detto Lorenzo di Bartoluccio promesse, e per solenne stipulazione convenne, a detti Consoli, e quattro Arruoti, et Operai fare la d. figura di S. Matteo d’Ottone fine alla grandezza il meno, che è la figura al presente di S. Gio: Batista dell’Arte de’ Mercatanti, o maggiore quello più, che paressi alla discrizione di esso Lorenzo, che megli stare debbi. Et la detta figura fare d’un pezzo o di due, cioè per insino in due pezzi, in questo modo, cioè la testa un pezzo, e tutto il resto un altro pezzo, e che il prezzo di tutta la detta figura colla basa non passerà libbre 2500. compiuta sul pilastro.

Et promette ne detti modi, e forma a detti Consoli, et quattro Operai, et Arruoti dare dorata detta figura in tutto et in parte, come parsa a Consoli, della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, et a detti quattro Arroti, et Operai, et alle due parti di loro in concordia, et si e come per loro, e per le due parti di loro sarà provveduto, ordinato, et deliberato.

Ancora promesse la detta figura lavorare, e lavorare fare per buoni, e sufficienti Maestri intendenti delle dette cose, che del detto lavorio, et esso proprio Lorenzo promise lavorare detta figura continuamente durante il tempo infitto eziandio in certo intervallo di tempo, e come parrà, e piacerà a [p. 9] Consoli della detta Arte presenti e futuri, e a detti quattro Arroti, o Operai, e alle due parti di loro, e detta figura promette dare, e aver dato compiuta, e posta sul pilastro della detta Arte per di qui a tre anni cominciati a dì 16. di Lug. pross. passati, e fra’l detto tempo, e termine salvo giusto impedimento, il quale chiarire si debbi, e possi pe’ Consoli della detta Arte, che saranno, e pe’ dd. Operai, e per le due parti di loro.

Ancora disse, e promise il d. Lorenzo a’ detti Consoli, e a’ detti quattro Arroti, e Operai, se volere, e avere, e ricevere per suo salaro, e rimunerazione, e mercedi della sua fatica, e di detti maestri della detta figura posta sul pilastro, quello il quale, come e in quel modo fia deliberato pe Consoli della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, e detti quattro Arruoti, e Operai, e per le due parti di loro una volta, e più, e promise non pure in suo beneficio quello che abbi avuto l’anno dell’Arte de’ Mercatanti per suo salaro, rimunerazione, e fatica della figura di S. Giovanni per lui fatta alla detta Arte, ne niuna altra cosa avesse avuto da persona niuna; ma solamente sono contento per mio salaro, e de’ detti maestri avere solamente quella quantità di danari, e quello prezzo, come e in che modo sarà una volta, e più, proveduto, deliberato pe Consoli della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, e per li detti quattro Operai, e per le due parti de’ detti Consoli, e quattro Operai.

Dall’altra parte i detti Consoli e Operai in nome della detta Arte promisono al detto Lorenzo qui presente dare a tempi debiti, quando detto Lorenzo ne farà chiesta, terra, ferramenti per armare la detta figura, cera, ottone, carboni, legne, et altre cose occorrenti, e necessarie alla detta figura, e dargli eziandio fral detto tempo dì per dì quella quantità di danari alla discrizione de’ presenti o futuri Consoli della detta Arte, e di quattro Operai o alle due parti di loro.

Che sopra dette cose promise l’una parte all’altra ne’ detti modi e forma avere ferme, e rate, e non contraffare o vero venire sotto la pena di fiorini 500. d’oro con rifacimento di danno, e spesa, la quale pena commessa o no, nientedimeno tutte le predette cose stieno ferme, e rate, e rinunziorono ad ogni beneficio in qualunque modo si chiami, che per loro facessi. E per ciò osservare i detti Consoli, e Proveditori obrigorono al detto Lorenzo la detta Arte, e i suoi beni presenti, e futuri, e il detto Lorenzo obrigo a detti Consoli, e quattro Arroti, e Operai qui presenti, e per la detta Arte riceventi, se e suoi eredi e beni presenti e futuri, e eziandio il detto Lorenzo si sottomette alla detta Arte, e ad ogni multa, condannagione, deliberagione, e sentenza si faranno una volta, e più pe’ Consoli della detta Arte presenti e futuri, e per detti quattro Operai, e per le due parti di loro del detto Lorenzo per non osservare, e mandare ad execuzione le cose sopraddette in tutto o in parte.

Io Gio: di Balduccio di Cherichino uno de’ sopra detti Consoli allogatore predetto son contento alla detta Scrittura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò ho fatta questa soscrizione di mia propria mano soprad. dì, anno e mese.

Io Niccolò di Ser Fresco Borghi uno de’ soprad. Consoli alogatore predetto [p. 10] sono contento alla detta Scrittura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò ho fatta questa soscrizione di mia propria mano soprad. dì, e anno, e mese.

Io Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini fui presente …… a sopradetti patti come di sopra si contiene, e però mi sono sottoscritto di mia propria mano anno, e mese, e dì detto.

Io Averardo di Francesco de’ Medici uno de’ detti Consoli alogatore predetto son contento alla detta Scrittura di sopra scritta, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì, e mese sopraddetti.

Io Niccolò di Gio: del Bellaccio uno de’ detti Operai sono contento alla detta Scrittura, e obligomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano, e dì detto di sopra.

Io Gio: di Mico Capponi uno de’ detti Operai sono contento alla sopra Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì detto di sopra.

Io Cosimo di Gio: de’ Medici uno de’ detti Operai sono contento alla detta Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì come di sopra.

Io Niccolò d’Agnolo Serragli uno de’ detti sono contento alla detta Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e operò mi sono soscritto di mia propria mano anno e dì detto di sopra.

Io Lorenzo di Bartoluccio orafo condottore soprad. son contento alla detta iscritura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia propria mano anno, e mese, e dì detto di sopra.

Io Stefano di Ser Naldo Notajo della detta Arte feci la detta Scriptura di volontà de’ detti Consoli, e de’ detti quattro Operai, e del detto Lorenzo di Bartoluccio, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia mano detto dì, anno, e mese.

Io Michele di Francesco Notajo Fiorentino fu’ presente alla detta allogagione, e ciò che in essa si contiene, e a fede di ciò di volontà delle dette parti mi sono soscritto di mia propria mano, anno, mese e dì sopraddetto.

Io Piero di Gio: Vajajo fu presente alla detta allogagione, e acciò che in essa si contiene, e a fede di ciò di volontà delle parti mi sono soscritto di mia propria mano, anno, e mese, e dì detto di sopra.

Ma prima di tornare a parlare dell’altre opere di Lorenzo, è da sapersi, come avendo la detta Arte somministrato a Lorenzo più somme per lo necessario ammannimento di legname, ferro, terra, cimatura, cera e opere d’uomini per bisogno del modello, e fatto pagare dal camarlingo Lapo di Biagio Vespuggi a Gio: di Bicci de’ Medici fiorini d’oro dugento novantasei per libbre tremila di rame fatto condurre da Venezia, correndo l’anno 1421. ed il giorno 16. di Luglio comparve il Ghiberti, e disse, che essendo il getto della figura riuscito difettoso, faceva di mestieri tornare a gettarla, offerendosi il tutto fare a proprie spese: e a tale effetto furongli accomodati 30. fiorini. Fu poi imposto un dazio di 200. fiorini, che servir dovessero per dare spaccio, come fu detto nella deliberazione, [p. 11] a detta figura, cioè nettarla, pulirla, governarla, e metterla sul pilastro, eziandio per adornare il Tabernacolo di dentro e di fuori di marmi. Nel mese di Maggio 1422. deliberarono, che Jacopo di Corso, e Gio: di Niccolò compagni lastrajuoli, facessero il Tabernacolo, col disegno di Lorenzo, e con promessa di 75. fiorini d’oro, e più d’una lapida di marmo di grandezza di braccia 4. in circa: e trovasi notato esser seguita tale deliberazione nella Casa della detta Arte, posta in Firenze nel Popolo di S. Andrea. Finalmente il giorno de’ 17. Dicembre dello stesso anno stanziarono a Lorenzo di Bartoluccio fiorini 650. d’oro, come dissero per suo salario della figura di Bronzo per lui fatta, con questo ch’e’ dovesse ad ogni sue spese rifare di nuovo la base, in modo che stesse bene, e governare detta figura in maniera, che non potesse essere gittata in terra dalle manovelle, e che risedesse bene nel Tabernacolo.

Ma tempo è ormai di ripigliare il filo dell’Istoria, e parlare delle altre opere di questo grande artefice, colle quali egli abbellì non poco la patria nostra, ed accrebbe a sé stesso gloria immortale. Fece egli dunque anche l’altra bella figura di Bronzo del S. Stefano per l’Arte della Lana, che fu collocato nell’ultimo Pilastro: e altre bellissime cose condusse circa a questi medesimi tempi, d’oro e d’argento, ed orificeria, nella quale fu singolarissimo, come appresso diremo, seguendo in ciò quanto ne lasciò scritto il Vasari co’ seguenti periodi. Mentre che l’opere di Lorenzo ogni giorno accrescevan fama al nome suo, lavorando e servendo infinite persone, così in lavori di metallo come d’argento e oro; capitò nelle mani a Giovanni, figliuolo di Cosimo de’ Medici, una cornjuola assai grande, dentrovi lavorato d’intaglio in cavo, quando Apollo fa scorticare Marsia; la quale, secondoché si dice, serviva già a Nerone imperatore per suggello. Ed essendo pe’l pezzo della pietra, ch’era pur grande, e per la maraviglia dell’intaglio in cavo, cosa rara; Giovanni la diede a Lorenzo, che gli facesse intorno d’oro un ornamento intagliato: ed esso penatovi molti mesi, lo finì del tutto; facendo un’opera non men bella d’intaglio a torno a quella, che si fusse la bontà e perfezione del cavo in quella pietra: la quale opera fu cagione, ch’egli d’oro e d’argento lavorasse molte altre cose, che oggi non si ritrovano. Fece d’oro medesimamente a papa Martino un bottone, che egli teneva nel piviale, con figure tonde di rilievo, e fra esse, gioje di grandissimo prezzo; cosa molto eccellente: e così una Mitera maravigliosissima di fogliami d’oro straforati, e fra essi molte figure piccole, tutte tonde, che furon tenute bellissime; e ne acquistò, oltre al nome, utilità grande dalla liberalità di quel Pontefice.

Era l’anno 1436 quando al nostro virtuoso Artefice si presentò occasione, non pure d’esercitare suo talento, sempre curioso d’investigare nuove e utilissime cose, appartenenti alle nostre arti; ma eziandio nel crescere a sé stesso ed all’ingegno suo sempre maggiore rinomanza e fama: e fu quella d’un nobile pensiero, venuto già da qualche tempo avanti agli Operai della Metropolitana Basilica, di procurare (giacché la maravigliosa fabbrica della Cupola era già condotta al suo fine) che con nobile magistero di [p. 12] quella sorta di pittura, che dicesi Musaico di vetri colorati, con più sacre istorie, da uomini di primo sapere, gli occhi del tamburo della medesima si lavorassero; siccome altre finestre pure dell’istessa Chiesa: e riflettendo all’eccedente quantità de’ vetri, che d’ottima maestranza lavorati, richiedevansi per opera sì vasta, avendo avuto sentore d’un tale uomo di queste nostre parti, abitante nella città di Lubeco nell’Alemagna bassa, il più singolare maestro, che in sì fatta facoltà si sapesse essere al mondo, nel giorno de’ 15. di Ottobre di detto anno deliberarono di richiamarlo a questa sua patria, con tutta sua famiglia, per qua esercitare sua professione in servizio della medesima: il che fatto, e dopo avere avuto qua il maestro, furono al nostro Lorenzo Ghiberti allogate tutte l’istorie in vetro degli occhi di esso tamburo, un solo meno, che volle fare Donatello: e fu quello, dove si vede l’incoronazione di Maria sempre Vergine Signora nostra. Fu anche allo stesso Lorenzo data l’incumbenza di fare li tre occhi, che sono sopra le tre porte principali della Chiesa, con tutti quegli delle cappelle e delle tribune: siccome ebbe anche a fare il grande occhio della facciata dinanzi della chiesa di S. Croce: e per la cappella maggiore della Pieve d’Arezzo ebbe a fare pure una bella e grande finestra, siccome per altri luoghi ancora, opere di sì fatto magistero ebbe a condurre. Il Vasari, che non ebbe cognizione della venuta qua, per ordine degli Operai di S. Maria del Fiore, del soprannominato maestro di vetri, solamente per l’effetto di farsi i detti lavori, sbagliò, mentre disse, ch’e’ fusser fatti di vetri di Venezia, e che però riuscirono alquanto scuri. Ma perché ci conviene far constare con chiarezza di tale errore: e anche perché tale notizia ci è costata molto di fatica, prima di ritrovarla, con ricerca de’ più antichi libri dell’Opera: e perché ella non lascia di dare lumi di nostre nobili famiglie, e di bellissime avvertenze avutesi in tale affare da i nostri padri, le quali possono in ogni tempo servire di esemplo per simili casi; non ho voluto che mi rincresca il copiarla in questo luogo, ed è la seguente.

Dal libro di Deliberazione de’ Signori Operai B. 1436. a c. 8.

In Dei Nomine. Amen. Anno Domini ab ejus salutifera Incar. 1436. Ind. xv. in die 15. Mensis Octobris actum in civitate Florentiæ in Opera S. M. del Fiore, præsentib. testib. ad infrascritta omnia et singula vocatis, habitis, et rogatis, Gualterotto Jacobi de Riccialbanis, et Ser Filippo Niccolai Naccii civibus Florentinis. Nobiles ac prudentes viri Niccolaus Ughonis de Alexandris, Donatus Michaelis de Vellutis, Franciscus Benedicti Caroccii de Strozis, Benedictus Jo: de Cicciaporcis, et Nicolaus Caroli de Macignis, Operarii Operæ S. M. del Fiore de Florenzia existentes collegialiter congregati in Opera prædicta in loco eorum solitæ Residentiæ, pro factis dictæ Operæ utiliter peragendis, assente tamen Alamanno Michaelis de Albizis eorum in d. Offitio collega.

Considerantes equidem prefati Operarii novum edifizium Cattedralis Ecclesiæ Florentinæ ad optatum finem suæ habitationis fore deductum, et ob id fore [p. 13] necessarium oculos et fenestras ipsius Ecclesiæ decorari variis vitreis, variis storiis picturarum, ut decet tam inclitæ Matrici Ecclesiæ, ob quam rem prefatam magnificam Ecclesiam indigere maxima ac infinita copia ipsorum vitreorum, quæ sine longevo tempore, ac innumerabili sumptu pecuniæ vix haberi posset, et attendentes quod eorum in officiis precessores jam sunt tres anni et ultra scripsisse in partibus Alamaniæ Bassæ in Civitate nominata Lubichi cuidam famosissimo viro nomine Francisco Dominici Livi de Gambasso comitatus Florentiæ, magistro in omni et quocumque genere vitreorum de Musaico, et de quodam alio colore vitreorum qui in d. civitate, a tempore suæ pueritiæ citra familiariter habitavit ac habitat, et in dicto loco d. artem addidicit, exercuit, et exercet, eundem Franciscum deprecando ad civitatem Florentiæ accedere deberet, ad habitandum familiariter, et in ea artem præfatam faciendo, eidem pollicendo, quod sibi expensas itineris per eum fiendas resarcirent, et in dicta civitate Florentiæ in laboreriis dictæ Operæ toto tempore suæ vitæ eidem continuum ac firmum inviamentuum exhiberent, ita, et taliter quod ipse una cum sua familia vittum et vestitum in præfata civitate erogare posset, et intelletto, quod dictus Franciscus talibus promissionibus motus accessit ad civitatem Florentiæ ad intendendum, et examinandum cum eorum offitio prædictas promissiones, et ad alia faciendum in prædictis oportuna, pro mandando executioni intentionem eorum offitii, ac etiam fide habita a quampluribus personis fide dignis, præfatum Franciscum in prædictis artibus fore peritissimum, et esaminato, quod prædicta omnia non solum resultant dictæ Operæ, sed etiam toti civitati Florentiæ honorem, utile, ac famam perpetuam, volentesque igitur prædicti Operarii, ut prædicta omnia sortiantur effectum pro evidenti utilitate et honore dictæ Operæ, et totius civitatis Florentiæ, servatis in prædictis omnibus iis, quæ requiruntur, secundum formam statutorum, et ordinamentorum Comunis Florentiæ, et dictæ Operæ, dato, misso, facto, et celebrato inter ipsos omnes secreto scrutineo ad fabas nigras et albas, et ottento partito nemine eorum discrepante, de consensu et voluntate dicti Francisci præsentis, et infrascriptis omnibus consensum dantis et præstantis, deliberaverunt, statuerunt, firmaverunt, ac creaverunt infrascripta pacta et capitula, cum conditionibus et modificationibus infrascriptis, videlicet.

In primis advertentes dicti Operarii dictum Franciscum in itinere per eum facto de civitate Lubichi ad civitatem Florentiæ, pro tractando cum eorum offitio prædicta omnia superius narrata, a latronibus et ructoribus stratarum fuisse omnibus suis bonis spoliatum ac privatum quæ secum ferebat, pro demonstrando suam artem d. eorum offitio; quod præfati Operarii teneantur et obligati sint de pecunia dictæ Operæ pro omni damno eidem illato, et pro quibuscumque expensis per eum factis et fiendis in d. itinere, et pro conducendo Florentiam suam familiam, et omnia sua bona in dicta Civitate Lubichi ad presens existentia, dare, solvere, ac enumerare eidem Francisco in totum florenos auri 100. infrascriptis terminis vid. ad præsens fl. auri 20. et residuum usque in dictam quantitatem fl. auri 100. statim post quam dictus Franciscus cum tota sua familia, et omnibus suis bonis fuerit Florentiam reversus, et dederit principium in d. civitate Florentiæ dictæ suæ arti, de qua quidem [p. 14] quantitate fl. 20. primo, et ante omnia quam fiat solutio dictus Franciscus teneatur et debeat dare et præstare dictæ Operæ idoneum fidejussorem de redeundo Florentiam cum tota sua familia, et cum omnibus suis bonis, et dare principium dictæ suæ arti salvo, et excepto, quod si casus mortis eidem accideret, quod absit, dicta Opera amittat, et perdat, et perdere teneatur, et debeat dictam quantitatem fl. 20. et fidejussor a dicta fidejussione fl. 20. sit liberatus, etc.

Item teneantur et debeant ac obligati sint præfati Operarii expensis dictæ Operæ toto tempore suæ vitæ, et suorum filiorum dare, et consignare eidem Francisco in dicta civitate Florentiæ in loco idoneo pro exercendo dictam suam artem unam domum, in qua dictus Franciscus possit ipse cum tota sua familia idonee, ut decet simili magistro, habitare et stare, et in ea facere duas fornaces attas et condecentes suæ arti.

Item teneantur et debeant et obligati sint prædicti Operarii de pecunia dictæ Operæ pro provvisione ipsius Francisci dare, et solvere eidem Francisco decem annis continuis, initiandis die, qua fuerit Florentiam cum tota sua familia et omnibus suis bonis reversus, et inceperit in dicta civitate Flor. laborare, facere, et exercere in exercitiis dictæ suæ artis, et ad instantiam præfatæ Operæ, anno quolibet durante tempore dd. X. annorum fl. auri 40. faciendo eidem solutionem pro rata dictæ quantitatis fl. 40. de quadrimestri in quadrimestre.

Item teneantur et obligati sint dicti Operarii expensis dictæ Operæ in futurum se facturos, et curaturos, et facere, et curare ita et taliter cum effectu quod per consilia opportuna populi et Comunis Florentiæ d. Franciscus, et ejus filii, et eorum bona toto tempore eorum vitæ impetraverint a populo et Comuni Florentiæ exentionem et immunitatem ab omnibus et singulis oneribus et fationibus Communis Florentiæ, tam realibus, quam personalibus, et mixtis, et tam ordinariis, quam extraordinariis, et tam in civitate, quam in comitatu et districtu Florentiæ, excepto quam a gabellis ordinariis Comunis Florentiæ, ac etiam impetraverint, quod dictus Franciscus, ac ejus familia habuerit Civilitatem et immunitatem faciendi unam et plures fornaces suæ artis.

Item teneantur et debeant et obligati sint dd. Operarii se facturos et curaturos, et facere et curare ita et taliter, quod nulla ars ex 21. Artibus Civitatis Florentiæ infestabit, et dabit eidem Francisco aliquam noxiam, vel molestiam, pro faciendo et exercendo in dicta civitate Florentiæ d. Artem.

Quæ omnia, et singula suprascripta fecerunt, firmaverunt, deliberaverunt, promiserunt, et obligaverunt præfati Operarii, cum hac esceptione et modificatione vid. quod dictus Franciscus, et ejus filii, et omnes sui discipuli, et omnes cum ejus industria laborantes tenantur, et debeant, et obligati sint laborare, et laborari facere ad requisitionem, et instantiam dictæ Operæ, et eorum offizii pro tempore existenti in dicta civitate Florentiæ omne genus Musaici, et vitreorum coloratorum, quo, et quibus Opera, et ejus Operarii indigerent pro edifitiis Cattedralis Ecclesiæ Florentinæ ita et taliter, quod Opera prædicta primo et ante omnia suum sortiatur effectum, et pro eo pretio, quod constabit, et veniet d. Francisco, et suis laborantibus in eo computando [p. 15] industriam ipsorum, et pro illo pluri et majori pretio declarabitur per offitium ipsorum Operariorum pro tempore esistentium in eorum discretione prædicta remittendo, et hæc paciscentes solemniter dicti Operarii pro se, et suis successoribus, et dictus Franciscus insimul et vicissim, in quantum dictus Franciscus et ejus familia in aliquo predictorum dictæ Operæ non defecerint.

Venuto a Firenze Papa Eugenio IV. per causa del Concilio, in cui fu unita la Chiesa Greca colla Latina, ebbe a fare per esso Pontefice molte belle cose, delle quali fu riccamente ricompensato. Intanto essendo state date gran lodi, in Italia e fuori, alla città di Firenze per la bella opera ch’ella aveva esposto al pubblico della Porta di S. Giovanni, deliberarono quelli della stessa Arte de’ Mercatanti, che e’ gettasse la terza Porta. Questa fu da Lorenzo spartita in dieci quadri, cinque per parte, ne’ quali rappresentò Storie del Vecchio Testamento, la creazione d’Adamo ed Eva, la transgressione del precetto, la cacciata del Paradiso, con altre, che io lascio per brevità, per essere state da altri descritte. Ed in vero, che questo Artefice cresciuto e d’animo e di studj, si mostrò in quest’opera di gran lunga superiore non solo a sé stesso, ma a quanti mai avessero operato per molti secoli fino al suo tempo: e dove le figure della prima Porta, ed anche la statua del S. Gio: Batista dimostravano di ritenere un non so che dell’antico modo d’operare Giottesco, questa riuscì della più maravigliosa maniera, che mai immaginar si possa; onde gli uomini dell’Arte fecero tor via la porta di mezzo, fatta già da Andrea Pisano, ed in suo luogo porre quella di Lorenzo, e quella d’Andrea fecero situare rimpetto alla Misericordia. Le lodi, che furono date a Lorenzo per quest’opera veramente maravigliosa, non si possono rappresentare: basterà solo il dire, che fermatosi un giorno ad osservare queste belle porte Michelagnolo Buonarroti, richiesto del suo parere, ebbe a dire: elle son tanto belle, ch’elle starebbon bene alle porte del Paradiso. Impiegò il Ghiberti in tutte due queste porte lo spazio di 40. anni in circa: e fu ajutato a rinettarle e pulirle da molti allora giovani, che tutti poi fecero grandissima riuscita nell’arte di Pittura e Scultura. Tali furono il Brunellesco, Masolino, che poi sotto lo stesso Gherardo Starnina, stato maestro di Lorenzo, attese alla Pittura, Niccolò Lamberti, Parri Spinelli, Antonio Filareto, Paolo Uccello, e Antonio del Pollajuolo, allora fanciulletto. Circa il luogo, dove furono queste porte lavorate, il Vasari dice queste parole: Dopo fatta e secca la forma con ogni diligenza in una stanza, che aveva compero dirimpetto a S. Maria Nuova, dove e oggi lo Spedale de’ Tessitori, che si chiama l’Aja, fece una fornace grandissima, la quale mi ricordo aver veduto, e gettò di metallo il detto telajo: fin qui il Vasari. Ma io mi persuado, che non dispiacerà al Lettore l’avere dello stesso luogo e suoi annessi una più minuta descrizione, che trovo fatta in uno strumento, rogato da Ser Matteo di Domenico Zafferani alli 12. di Maggio 1445. cioè: Domina Maritana, filia olim Taldi Ricchi Taldi, et uxor Michælis Jacobi Vanni Cittadini Setaioli pp. S. Margherite vendidit ven. viro presbitero Andreæ de Simonis, Rectori et Hospitalario Hospitalis S. Marie Nove de Florentia, unam Domum cum volta, terreno, cucina, puteo, salis, cameris, [p. 16] et aliis edificis ad d. domum pertinent. posit. in pp. S. Michælis Vicedominorum in via de Santo Egidio. cui a p. dicta via, a 2. bona dicti Hospitalis, a 3. e 4. hortus et area, ubi fabbricantur Januæ S. Johannis Bapt. de Florentia, pro pretio flor. ducentorum sexaginta auri, quam Domum d. Venditrix asseruit emisse anno 1438. a Domina Piera Vidua filia q. Lapi Francisci Chursi, et uxore olim Bartoli Laurentii Cresci Tintoris, etc. È anche fatta menzione di questo luogo nell’originale strumento di Lodo fra Vettorio e i figli soprammentovato. Quedam Domus, seu apotheca, sive quædam Casolaria cum hortis, curiis, et portichis, et puteo, et sala, et chameris, et habitationibus, et edificiis, ad quæ habetur introitus, et aditus, et exitus in via, et per viam S. Mariæ Novæ de Florentia, sic vulganter denominata per ostium, et anditum ad dictam, et in dicta via respondentem, etc. cui, et quibus bonis prædictis, a primo dicta via, a 2. bona Hospitalis S. Mariæ Novæ de Florentia, a 3. Societatis S. Zenobii, et seu della Compagnia delle laudi, a 4. bona dicti Hospitalis S. Mariæ Novæ de Florentia, infra prædictos confines, vel alios si qui forent plures aut veriores, in quibus apotheca, et porticis, et habitationibus, et cippo bonorum predictorum fuerunt, ut vulgo dicitur olim in vita M. d. Laurentii patris dicti Victorii, lavorate le porte di S. Gio: di Firenze. Circa al tempo de i 40. anni, che impiegò il Ghiberti in far il lavoro delle porte, disse bene il Vasari, che ne diede tal notizia; perché s’è trovato in un libro di Ser Noferi di Ser Paolo Nemi Notajo de’ Signori appo agli eredi del già Stefano Nemi, che in dì 7. di Gennaio 1407. fu concessa licenza a Lorenzo Ghiberti, maestro, ed a Bandino di Stefano, Bartolo di Michele, Antonio di Tommaso, Maso, Cristofano, Cola di Domenico di Gio: e Barnaba di Francesco tutti lavoranti nel lavoro delle porte di S. Gio: di potere andare per Firenze per tutte l’ore della notte, ma però con lume acceso e patente. E mostra l’altro citato strumento, che l’anno 1445. ancora si fabbricavano le porte. Nobilissime furono le ricompense, che a Lorenzo diedero per tali opere i suoi cittadini; bene è vero, che il Vasari anche in questo particulare piglia un errore di gran considerazione, dicendo, che gli fosse dalla Signoria, oltre il pagamento donato, un buon podere, vicino alla Badia di Settimo; perché questo podere non gli fu altrimenti donato dalla Signoria, ma lo comperò egli co’ proprj danari dalla famiglia de’ Biliotti: e perché la notizia, che a me di ciò è venuta, oltre alla verità de’ tempi, ha in sé assai belle memorie di nomi di quella e d’altre nobili case, e per altre ragioni, penso, che non sia per esser del tutto inutile il portarla in questo luogo per appunto, come l’ho letta dalla scrittura di mano dello stesso Lorenzo Ghiberti in un suo libro intitolato, come dirò appresso, esistente pure in Casa il nominato Cristofano Berardi: Questo libro è di Lorenzo di Cione di Ser Buonaccorso, detto Lorenzo di Bartoluccio, maestro delle porte di S. Gio: In questo libro iscriverò tutte le spese, che io farò nel Podere di Settimo in murare, e in accrescere detta Possessione, e comincerò d. [p. 17] dì sopra 26. d’Aprile in aumento, e fortificazione, e bellezza di detta possessione, al nome d’Iddio, e chiamasi libro di Ricordanze segnato A.

MCCCCXXXXI. a dì 12. di Genn.

A dì 12. di Genn. al nome d’Iddio portò Dom. di Franc. di Simone da San Casciano, chiamato Capello sensale, fior. I. largo per lo danajo di …… per arra di detta possessione, e detto dì si conchiuse d. mercato. Ebbe detto lir. I. soldi 5. La carta di d. possessione si fece a dì 5. di Genn. per Ser Jacopo Salvestri Notajo Fiorentino, del Popolo di San Procolo di Firenze.

A dì 7. di Dicembre 1441. si pose in sul Banco di Bono per detta cagione, a petizione di Biliotto e di Sandro Biliotti suo consorto, sì veramente che’l detto Biliotto di detto denajo non movesse senza la volontà di detto Sandro di Giovanni Biliotti, e se ne facesse la volontà di Madonna Lotta. Donna che fu di Mess. Bandino Panciatichi: la quale suddetta possessione per Biliotto Biliotti ancora obbligò el detto Biliotto, come si contiene nella cartola detta della madre, la quale non ritrasse mai de’ beni che lasciò Sandro suo Padre, la qual madre di Biliotto fu figlia di Mes. Tommaso Soderini, come ereda della madre, sodò detta possessione in suddetta dota, che fu fiorini 1000. e fu la prima donna, che ebbe Sandro di Biliotto suo Padre, il quale ebbe due donne: la seconda fu donna di Gentile Bisdomini, e riebbe la dota sua, e rimase di d. donna un figliuolo del detto Sandro, il quale quello che gli toccava non trasse prima.

Seguono in esso libro partite di pagamenti in sul banco di Bono di Gio: Boni.

Posesi A dì 5. ovvero a dì 7. di Dicembre 1441. fiorini 120. - - fior. 120.

E A dì 15. Dicembre fior. 47. d. furono di piccioli di moneta - - fior. 47.

E A dì 26. di Genn. fior. 76. e di - - - - - - - - - - - - - - - - - - - fior. 76.

E detti fiorini si pagarono per detto Banco di Bono di Gio: Boni

banchiere al quaderno segnato N. a 23. fior. 243.

Ebbe il detto Biliotto dal Camarlingo di S. Liperata, il qual

Camarlingo fu Lorenzo di Cresci, e da d. Camarlingo fior. 50. d. i

quali ebbe a dì primo di Gennajo 1441. - - - - - - - - - - - - - fior. 50.

Ebbe per me in più partite da Cappello Sensale fior. 6. d. - - - - - fior. 6.

Ebbe da me d. Biliotto di Sandro di Biliotto Biliotti fior. 5. in

grossi a dì 8. Genn. pagai tutta la gabella di mio - - - - - - - - fior. 5.

Anno avuto per resto di detto pagamento da Niccolai Camarlingo

dell’Opera di S. Liperata a dì 20. d’Aprile 1441. fior. 55. d. i

quali appariscono al Quad. di Niccolajo Biliotti a 54. - - - - fior. 55.

Somma fior. 360.

Fecene carta, come è d. di sopra Ser Jacopo Salvestri a dì 5. gen. 1441. il quale podere è nel Popolo della Pieve di S. Giuliano a Settimo, e fossi intorno intorno a casa da Signore, e due case da lavoratori, e una torre in mezzo.

A dì 24. d’Ottob. si pagò Vettorio la gabella fior. 20. in questo a 46. come Biliotto Biliotti compera

detta possessione.

E nel nominato libro a 46. si trova scritto pure di mano di Lorenzo.

MCCCCXXXXI a dì 5. di Gennajo.

Levato d. dal libro di Sandro di Biliotto Biliotti da c. 97. Un podere con una torre da mettere in fortezza, e abitazione da Signore, con fossi intorno, e circuito [p. 18] di mura, e ponte levatojo, con due case da lavoratori fuori del circuito di detta fortezza, dove sono canali da vino e strettoio, con ogni acconcimi da vendemmia, con vigna, e terra lavoratìa, in tutto staiora 94. a corda alla d. possessione e fortezza, termina co’ suoi confini dalle tre parti Via, e dalla quarta l’Arte di Calimala Francesca col terreno, che fu di Piero Bocardi, è posta nel Popolo della Pieve a S. Giuliano a Settimo, in mezzo tra la detta Pieve, e la Badia a Settimo.

Costò d. Possessione di primo costo fior. ottocento trentacinque e sol. 10. d. f. 835. 10. Comprossi con incarico d’avere a dare ogni anno, mentre vivesse Suora Gostanza …… de’ Mazzetti, monaca nel Munistero di Monticelli fuori della porta a S. Piero Gattolini, fior. 10. per anno, e visse detta Suora Gostanza anni 18. poiché Biliotto comperò detta possessione, venne a costare tantopiù, quanto ebbe d. Suora, furono fior. 180. d. Suora Gostanza morissi a dì . . . di Sett. 1414. e liberò detto lascio.

E’l detto Biliotto, avolo di detto Sandro, racconciò una torre, e i canti di d. fortezza, e murovvi una sala in volta per insino a questo dì 26. di Marzo 1421. spese circa di fior. 400. o più. Fin qui il notato negli antichi libri.

Furono a Lorenzo, oltre al pagamento, date molte onorevolezze, e di più risolverono gli Operai di S. Liperata di metterlo a parte degli onori, che si procacciava l’eccellentissimo Brunellesco nella sua maravigliosa fabbrica della Cupola, con darglielo per compagno; mentre io trovo a un libro di Deliberazioni dell’Opera del 1419. che Filippo di Ser Brunellesco, Lorenzo di Bartoluccio, e Batista d’Antonio sono eletti in Provveditori dell’Opera della Cupola a farla fabbricare e finire con fior. 3. di provvisione per ciascuno, per quanto durerà a fabbricarsi, e finché non sia finita: ed al primo di loro, che mancasse di vita, fu sostituito Giuliano di Arrigo Pittore, vocato Pisello: ed al secondo di loro, che morisse, Mes. Giovanni di Gherardo da Prato. Ma perché tal Deliberazione apportò al Brunellesco gran dispiacere, non andò la cosa molto avanti. E giacché intorno a’ particolari più minuti di tale risoluzione degli Operai il Vasari assai ci lasciò scritto, e con sì bel modo, che ogn’altra espressione che io volessi fare, doverebbe riputarsi men bella; io a quanto egli ne raccontò, rimetto il mio Lettore. Ora, siccome è proprio de’ più sublimi e nobili ingegni, l’essere da coloro, che tali non sono, sottoposti alla maladicenza, la quale però, in luogo della procacciata oppressione, bene spesso onore e grandezza loro cagiona; così a Lorenzo, il quale con sì rare virtù s’era nella sua patria guadagnata gloria immortale, non fu possibile il sottrarsi dalla livorosa rabbia dell’Invidia: il che, quando non mai da altro, si riconosce da una falsa imputazione, che per toglierlo a quegli onori, che e per nascita e per le sue rare qualità personali se gli convenivano, gli fu data nel modo, che più a basso diremo; ma è prima da sapersi quanto appresso. Ebbe per costume l’antica Repubblica Fiorentina, come abbiamo dal vecchio Statuto al trattato [p. 19] terzo del libro terzo, intitolato gli Ordinamenti della Giustizia alla Rubrica 96. e 97. citati da Giovanni Villani, di fare le intamburazioni, che erano alcune segrete notificazioni, le quali facevansi nel Palazzo di un ministro, chiamato l’Esecutore degli Ordinamenti della Giustizia, che era uno de’ tre Rettori forestieri, dopo il Potestà e’l Capitano del Popolo, solamente fatto per difendere i Popolani contro a i Grandi: ed abitava da S. Piero Scheraggio: e queste notificazioni gettavansi in certe casse serrate a chiave, che chiamavano tamburi. E perché essa antica Repubblica reggevasi a governo Democratico o Popolare, che dir vogliamo: e però avendo avuti sempre a sospetto i Grandi e potenti, voleva in tal modo attutarne l’orgoglio, e così rendersi più sicura; quasi in quella guisa che l’Ateniese, simile in governo alla Fiorentina, inventò il violento rimedio dell’esilio di coloro, che pure non altra colpa avevano, che l’aver qualitadi eminenti sopra’l Popolo: e questo chiamavano Ostracismo; onde è, che essa Fiorentina Republica aggiunse alla statutaria disposizione, che se nel tamburo si fusse trovata qualche cedola contro a qualche Popolare, subito dovea stracciarsi senza leggerla, con doversi anche di tale atto rogare pubblico Instrumento: e colui, che avesse tale notificazione fatta fare, dovesse sommariamente e de plano esser condannato. Ma giacché parliamo di tale statutaria disposizione, non voglio lasciar di dire, a benefizio degli eruditi, come dalla medesima, per mio avviso, viene illustrato un bel luogo del Dittamondo di Fazio degli Uberti, nostro antichissimo potea, contemporaneo di Dante, ove dice:

Qui non temeva la gente comuna (intende de’ Popolari)

Trovarsi nel tambur (esser tamburato), ned esser preso

Per lo Bargello senza colpa alcuna.

Collo scorrere de’ tempi mutaronsi altresì l’usanze, ed usaronsi pure dalla Fiorentina Republica altre maniere d’intamburazioni: e furon quelle di certi tamburi di legno, che si tenevano appesi in alcune Chiese principali, e particolarmente in S. M. del Fiore, dove stavano appiccati alle colonne: e avevano dalla parte dinanzi scritto il nome di quell’Ufizio o Magistrato a cui elle servivano, e di sopra un’apertura, nella quale si poteva da chiunque volesse mettere, ma non già messa cavare, alcuna notificazione o scrittura: e questo si diceva intamburare, cioè accusare, e querelare. Questo facevano, acciocché fosse lecito a ciascheduno, senza manifestarsi, iscoprire a pubblico benefizio le mancanze di qualunque cittadino: ed è costume praticato nelle Repubbliche, siccome anche in [p. 20] qualche altro luogo, fino a oggi continuato. Avvenne dunque, che essendo il nostro Lorenzo stato tratto l’anno 1443. dell’ufizio de’ dodici Buonuomini, uno de’ tre maggiori, che oggi si dice il Collegio; vi fu chi procurò d’offuscare la sua fama, ed opporsi all’ingrandimento di sua casa, con una notificazione, data per lo Magistrato de’ Conservadori di Legge, del tenore, che segue: Lorenzo di Bartolo, fa le porte di S. Giovanni, di nuovo tratto all’uficio de’ Dodeci, è inabile a tale ufizio, perché non è nato di legittimo matrimonio, perché d. Lorenzo fu figliuolo di Bartolo e Mona Fiore, la quale fu sua femmina, ovvero fante, e fu figliuola d’un lavoratore di Val di Sieve, e maritolla a Pelago a uno chiamato Cione Paltami, uomo della persona molto disutile, e quasi smemorato, il quale non piacque alla detta Fiore: fuggissi da lui, e vennesene a Firenze, capitò alle mani di Bartolo predetto dell’anno 1374. o circa, e in quattro o cinque anni ne ebbe due figliuoli, una prima femmina, poi questo Lorenzo dell’anno circa il 1378. e quello allevò, e insegnolli l’arte sua dell’Orafo: dipoi circa l’anno 1406. morì il detto Cione, e’l detto Bartolo trovato da certi amici, i quali mostrarongli, che male era a vivere in adulterio, la sposò, come di questo è pubblica voce e fama, e come per li strumenti di matrimonj. E s’egli dicesse esser figliuolo di Cione, e non di Bartolo; troverete, che Cione mai ebbe figliuoli della Fiore: e che Lorenzo prese e usò i beni di Bartolo, e quelli ha venduti e usati come figliuolo e legittimo erede: e perché e’ s’è sentito innabile, mai ha accettato l’ufizio del Consolato dell’Arte, al quale più volte è stato tratto; ma sempre per piccola cosa è stato allo specchio, e lasciatosi stracciare. Fin qui son parole proprie della intamburazione. Inoltre fu detto, ch’egli era inabile a tale ufizio, per non aver pagato le gravezze per lo tempo, che comandava la legge, ma da poco tempo, e sotto nome dello stesso Bartoluccio: e che Cione non aveva mai pagato, e però né come figliuolo dell’altro poteva essere ammesso ad esercitare i Magistrati della Città; che però avvertivano i Conservadori a volerne trovare il vero per l’onor loro e del Comune: e facevano istanza condannarsi Lorenzo come trasgressore della legge. Fu egli subito chiamato a difendere la causa sua, e giustificò concludentissimamente per pubblici strumenti del 1374. la Fiore esser stata legittima moglie di Cione: e lui esser nato nel 1378. costante il detto Matrimonio: e che di poi, morto Cione suo padre, la Fiore si rimaritò a Bartoluccio, il quale ricevuto Lorenzo assai piccolo, lo educò come proprio figliuolo, e l’instruì nell’arte sua d’Orafo, non avendo avuto altri figliuoli: e che di qui nacque, essere stato esso Bartoluccio reputato padre di Lorenzo, e per tale essere stato da tutti creduto; onde a Lorenzo era stato dato sempre il nome di Lorenzo di Bartoluccio. E in confermazione di tal verità, mostrò che dopo la morte di Cione, cioè nel 1413. egli, come suo figlio, aveva convinto e recuperato da alcuni suoi consanguinei alcuni beni, che furono di detto Cione suo padre, per lodo dato da Maso degli Albizi, cittadino allora molto accreditato: e disse d’aver pagato, sotto nome però del detto Bartoluccio, le prestanze al Comune dell’anno 1422. fino allora. Ma perché [p. 21] la legge ordinava, che chi non aveva pagato per 30. anni le gravezze al Comune non fosse abile a godere degli ufizj della città, perciò Lorenzo sul fondamento della medesima sua enunciativa, fu da’ Conservadori di Legge condannato in lire 500. come trasgressore: e quanto all’altro capo della legittimità, fu assoluto, e dichiarato l’accuse o intamburazione, calunniose, e lui esser figliuolo legittimo di Cione di Ser Buonaccorso da Pelago. Dopo questa sentenza ricorse Lorenzo alla Signoria, cioè al Gonfaloniere e Priori, Gonfalonieri di Compagnia, e Dodici Buonomini e rappresentò d’aver, dopo tal condennazione de’ Conservadori di Legge, ritrovato, come Cione suo Padre, fino dell’anno 1375. fu descritto alle prestanze de’ Cittadini fiorentini, e tassato in soldi cinque, al libro di esse prestanze a c. 21. che però faceva istanza esser dalla detta condennazione di lire 500. assoluto e liberato. E la Signoria, riconosciuta questa verità, l’assolvè, e dichiarò lui esser figliuolo di Cione di Ser Buonaccorso, ma inteso volgarmente per Lorenzo di Bartoluccio; che però quando egli accadesse, che sotto questo nome e’ fusse tratto a tale ufizio, s’intendesse esser’esso, e fusse accettato in qualunque Magistrato della città, non ostante tale denominazione: e ordinarono tal fatto, assoluzione, dichiarazione, o altro registrarsi al libro dell’altre leggi o provvisioni a perpetua memoria: e fu passato tal partito ne’ soliti Consigli del Popolo: e del Comune, con tutte le solennità, consuete e solite usarsi allora nell’ordinazioni del Popolo Fiorentino. Ma tempo è ormai di dar fine a questa narrazione. Diciamo dunque per ultimo, che moltissime furono l’opere, che fece Lorenzo di metallo di ogni grandezza. Si gloria la città di Siena di aver avuto di suo getto, per ornamento del Battesimo, due storie della vità di S. Gio: Batista; cioè il battezzare di Cristo, e la presa del Santo per condurlo ad Erode, le quali fece a concorrenza di Jacopo della Fonte, del Vecchietto Sanese, e di Donato. Con suo modello gettò per la Chiesa di S. Maria Novella la figura di bronzo di Lionardo di Stagio Dati, Generale de’ Predicatori, che si vede in atto di giacere sopra il sepolcro di lui. Similmente la Cassa di bronzo, con alcuni angeli dentro, nella quale riposano le ossa de’ SS. Martiri Proto, Jacinto, e Nemesio, nella Chiesa del monastero de’ Romiti degli Angeli: siccome anche la Cassa, che contiene le sacre ceneri di S. Zanobi Vescovo di Firenze, nella Chiesa di S. Maria del Fiore, ornata di bellissime storie della vita del Santo. Resterebbe a narrare il tempo, nel quale il nostro Lorenzo fece da questa all’altra vita passaggio; ma non essendo a noi venuta fin qui tal notizia, diremo solamente, che il Vasari, che asserì, ch’e’ morisse in età di 64. anni, anche in ciò prese errore; perché quando non volessimo credere per indubitato, ch’egli nascesse nel 1378. sarebbe forza il dire, che fusse seguita la sua morte del 1442. ed io ho trovata fra l’altre volte nominate scritture, fatta menzione del testamento fatto da lui del mese di Novembre 1455. onde viene indubitata conseguenza, che egli non di 64. anni, ma forse ancor di più di 77. finisse di vivere. Il ritratto [p. 22] di questo grande artefice, fatto al naturale, si vede nel mezzo della sua bellissima porta di bronzo, che corrisponde alla Cattedrale, appresso a quello di Bartoluccio, suo putativo padre, il quale è rappresentato in figura d’un assai più vecchio di Lorenzo, nella banda della parte destra, e quello di Lorenzo dall’altra parte.

Buonaccorso Ghiberti, figliuolo di Lorenzo, e suo discepolo, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, rimase dopo di lui, applicato pure alla statuaria e al getto: e fu quegli, a cui toccò a finire e gettare il maraviglioso ornamento di bronzo di quella Porta del Tempio di S. Gio. che è rimpetto alla Misericordia: il modello di cui, insieme col fregio, aveva il padre lasciato in buonissimo termine. Nel quale lavoro esso Buonaccorso si portò si bene, che quando non mai per altro, per quest’opera solamente egli si meritò il nome d’uomo singolarissimo in quest’arti: e fece conoscere, che quantunque assai presto egli finisse di vivere, come pure dice il Vasari, ben si puote affermare, che coll’essere a lui mancata la vita in verde età, non gli fusse però mancato il merito di dovere sempre vivere nella memoria de’ posteri. Soggiunge il Vasari, che Buonaccorso ebbe un figliuolo, che si chiamò Vittorio, e che egli attese alla scultura: e in Napoli nel Palazzo del Duca di Gravina fece alcune teste, che furon poco lodate; mercé che più attese egli a godere e spendere prodigamente il ricco patrimonio lasciatogli da’ suoi antenati, che alle fatiche di quest’arti: che attendendo anche all’architettura, fu nel tempo di Paolo III. condotto in Ascoli, per architetto d’alcune fabbriche: e che una notte un suo servitore, affine di levargli il danaro, crudelmente lo scannò. La verità però si crede essere, che qui il Vasari pigli errore, scambiando Buonaccorso da Vittorio: e che Vittorio fusse il figliuolo di Lorenzo, che fece l’ornamento di bronzo: e Buonaccorso di quello, che andò a Napoli figliuolo di Vittorio; essendoché non si trova mai, per quanto possa essere venuto fin qui a mia notizia, che Lorenzo Ghiberti lasciasse alcun’figliuolo con nome di Buonaccorso; ma si trova bensì, che fusse suo figliuolo un Vettorio, il quale ebbe due mogli, e fu padre di un Buonaccorso. Primieramente in un libro di permute del Monte di Firenze 1463. si trova Maddalena di Antonio di Ser Gio. Buonajuti, moglie di Vittorio di Lorenzo Ghiberti: e da’ Protocolli di Ser Domenico d’Antonio da Figline 1464. Maria Smeralda di Mess. Francesco Marchi, moglie di Vettorio di Lorenzo di Cione Ghiberti. E quanto a Buonaccorso nell’altre volte citato Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, esistente nella Libreria de’ MS. de’ SS. Strozzi, si trova un ricordo, come Vettorio di Lorenzo di Bartolo, che fa le porte, dà a colorire e disegnare un modello d’una spalliera, che di nuovo s’ha a fare per la ringhiera de’ Signori, a esso Neri di Bicci. Del 1483. si trova ne’ Protocolli di Ser Domenico di Gio. Guiducci Buonaccursus Victorii Laurentii Cionis Ghiberti: e nel 1503. si trova, che Buonaccorso di Vittorio di Lorenzo Ghiberti, alias di Bartoluccio, scultor di bronzo, fa testamento, rogato Ser Agnolo da Cascese, il che si ha da’ Repertorj de’ fidecommissi esistenti nell’Archivio Fiorentino. Trovasi poi, che di questo Buonaccorso [p. 23] nacque un altro Vettorio; onde par che si potrebbe dire col Vasari, che questo fusse quel figliuolo di Buonaccorso, che andò a Napoli: nel qual caso però non sarebbe mai vero, che Buonaccorso fusse figliuolo di Lorenzo, ma di Vittorio: e se l’ornamento della porta fu finito da un figliuolo di Lorenzo, questo fusse Vittorio Padre di Buonaccorso, e non Buonaccorso, che fu figliuolo di Vittorio: se non volessimo dire, che di Lorenzo nascesse un altro Buonaccorso, del che non si ha alcun riscontro. Credesi dunque, che erri il Vasari: tanto più, che soggiunge poi egli medesimo, che in Vittorio rimanesse estinta la famiglia de’ Ghiberti; il che non è vero; perché molti furono i descendenti del primo Vittorio, figliuolo di Lorenzo di Cione, come dimostra la seguente descendenza. Ed anche errò lo stesso Vasari, in quanto disse del Padre di Lorenzo, come s’ è mostrato chiaramente nelle notizie della vita di lui, sicché non è, se non cosa probabile, che in quanto appartiene alle notizie di questa Casa, il Vasari, come di cosa non appartenente alla profession sua ed al suo principale intento, cercasse poca informazione.

GHIBERTI Lessandra

Ser Buonaccorso

Maddalena

Cione Andrea

Lorenzo Ghiberti delle porte, Giovanni

detto di Bartoluccio o di Cione, Ghiberto

nato 1378. muore d’Anni 77. Cione

del 1455.

Vittorio fa testamento

Francesco

Buonaccorso

vivente 1503 Vittorio

Vittorio

Ghiberto Felice Giovanni

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Vittorio Lorenzo Gio. Francesco

Lorenzo Francesco

E da un antico libro de’ Morti dell’Arte degli Speziali, spogliato nel libro RR. 1239. in Archivio Strozzi, apparisce Lorenzo di Vittorio di Bartoluccio 16. Maggio 1484. in S. Croce. Trovasi, che Vettorio di Lorenzo di Cione ebbe due mogli: la prima Maddalena d’Antonio di Ser Gio: Bonajuti, della quale ebbe Buonaccorso: la seconda fu la Smeralda di Francesco Marchi, della quale ebbe un Francesco, e Ghiberto, che fu Monaco, [p. 24] e un Cione: e Buonaccorso ebbe un figliuolo, che fu Vittorio, che non sappiamo, che avesse figliuoli: e la stirpe si continuò in Francesco. E tali notizie s’hanno da un Lodo, dato da Antonio di Luigi Covoni, e da Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli a’ 5. d’Ottobre 1496. fra Buonaccorso, Francesco, e Cione, figliuoli di Vittorio di Lorenzo di Cione, ne’ quali da tre fratelli erano state compromesse alcune differenze: e di tal Lodo si rogò Ser Agnolo di Ser Alessandro da Cascese: A Buonaccorso toccò la maggior parte degli stabili, i bronzi, i libri, e gl’intagli, e per usar le parole del Lodo: omnes masseritias, ut vulgo dicitur, da andare in Ufizio, ovvero in Birreria, prout Banderie, Sopraveste, Targette, Spade, Chappello, et alia similia, atta ad exercitia predicta que sunt ad presens d. Victorij, con carico di prestarle a’ fratelli all’occasione.

GIOVANNI E UBERTO EYCH

DI MAESEYK

FRATELLI.

 

Fiorivano dal 1400. al 1410.

 

Che i primi, che dopo i moderni Greci a ritrovare il nuovo e miglior modo del dipignere, fossero Cimabue, e’l famosissimo Giotto suo discepolo, l’uno e l’altro Fiorentini, come abbiamo altrove mostrato, non è chi senza nota di troppa temerità, né punto né poco possa dubitare: e lasciato da parte il veridico testimonio dell’antiche e moderne storie, delle pubbliche e private scritture di nostra città, quando mai altro non fosse, incontrastabile argomento ne sono (e il fanno anche patentissimo al senso) molte ragioni. La prima è, che non mai si vide essere a notizia d’alcuno de’ veri intelligenti, che avessero scorse molte parti del Mondo, che di quelli ultimi secoli, che precederono al 1300. si veggano in alcun luogo pitture d’altra maniera, che solamente Greca e Giottesca. La seconda, che quest’ultima si vegga poi per un intero secolo, quasi in ogni luogo continuata, conosce ognuno, che ha occhio erudito, che siccome ne’ primi albori del giorno non si scorge del tutto sbandita la notte, e nell’imbrunir della sera, che sia in tutto svanito il giorno, per la participazione degli estremi; così esser verissimo, che il modo del fare di Cimabue e di Giotto, co’ loro estremi, dico di cominciamento e di fine, fanno conoscere per indubitata tal verità; perché e’ si scorge, che la maniera di Cimabue, con esser di gran lunga migliore di quella de’ moderni Greci, contuttociò partecipa tanto di quel fare, e tanto se gli assomiglia, [p. 25] quanto basta per far conoscere ch’ella ebbe da quella il suo principio. Similmente la maniera di Giotto, con quella di Cimabue, e le maniere di coloro, che vennero dopo la Giottesca maniera, anch’elleno per qualche tempo ritennero tanto quanto di quella dello stesso Giotto, siccome abbiamo veduto, non tanto nelle pitture, quanto nelle sculture de’ più celebri artefici, che furono nel secolo del 1400. fra le quali non hanno l’ultimo luogo le prime opere di Lorenzo Ghiberti, e di più altri celebri Pittori e Scultori di quella età; finché poi coll’imitazione del vero, e del modo d’operare di coloro, che a passo a passo sono andati aggiugnendo a queste arti alcun miglioramento, son poi pervenuti gli artefici al sommo d’ogni perfezione. Supposta dunque questa verità, non ha dubbio alcuno, che tal miglioramento, o immediatamente per mezzo de’ proprj discepoli di Giotto, o de’ discepoli degli stessi, o fuor d’Italia o nell’Italia medesima, sia stato agli Oltramontani comunicato; mentre abbiamo per certo, che non mai del tutto in alcuna principal Provincia sia mancata quest’arte, come altrove dicemmo. Non è già potuto riuscire a me ne’ presenti tempi, ciò che più di cento anni addietro, quando erano più fresche le memorie, non potè venir fatto al curiosissimo investigatore delle notizie degli artefici Giorgio Vasari, né tampoco al diligente Carlo Vanmander, pittor Fiammingo, circa 80. anni sono, di rintracciare, chi degli Oltramontani, dalle parti di Germania e Fiandra venisse in Italia, ad apprendere tal miglioramento nell’arte da’ derivati da Giotto: o quale di questi si portasse ad insegnarlo in quelle parti. Disse però assai apertamente il nominato Vanmander nella sua storia, scritta in quel suo natìo idioma, laddove parla di Cimabue, queste parole: Quando l’Italia era travagliata dalle guerre, non solo mancarono le pitture, ma gli stessi pittori. Per fortuna nacque l’anno 1240. per far risorgere la pittura, uno chiamato Giovanni, cognominato Cimabue, Fiorentino ec. e finalmente dice in più luoghi, che il modo di dipignere con gomma e uova ne’ Paesi Bassi venne d’Italia, per aver tal modo avuto suo principio in Firenze l’anno 1250. Quindi è, che, quantunque io non possa accertare chi fosse il maestro di questi due Oltramontani Pittori, de i quali ora intendo dar notizia, noi possiamo dire, che fossero i primi, che tal miglioramento prendessero. Io non dubito contuttociò d’affermare sopra tali fondamenti, che siccome ad ogni nazione potettero trapassare gli artefici Italiani, a portar questo nuovo abbellimento, di cui il Mondo fu sempremai sì curioso, o d’ogni nazione poterono venire uomini in Italia per quello prendere da’ nostri artefici; così fu facil cosa agl’ingegni elevati, e dell’arte studiosi, in ogni parte, dopo aver quello appreso, andar sempre più migliorando il modo dell’operare, facendosi una maniera secondo il proprio gusto, ma diversa da quella dell’altre lontane nazioni, siccome hanno mostrato per più secoli l’opere di essi Oltramontani.

Furono dunque nella Fiandra poco avanti al 1400. all’ora appunto, che i seguaci di Giotto avevano sommamente dilatata l’arte della Pittura, molto stimati i due fratelli, Giovanni Eych, e Uberto Eych di Maeseych: [p. 26] il primo de’ quali fu il ritrovatore del modo di colorire a olio, di cui disse alcuna cosa Giorgio Vasari, nella vita d’Antonello da Messina, chiamandolo Giovanni da Bruggia. Ma perché quest’autore non solamente ne disse poco, ma anche scambiò i tempi, ne’ quali egli fiorì nell’operar suo, ponendolo molti anni dopo il suo vero tempo, io sono ora per portarne, quanto il nominato Vanmander Fiammingo, in sua lingua ne scrisse l’anno 1604. con tutto quel più, che d’altronde io ne ho potuto di più certo ricavare.

Fu Giovanni nella sua gioventù versato nelle lettere, di prontissimo e nobile ingegno, e da natura grandemente inclinato all’arte della pittura: quale poi si mise a imparare da Uberto suo maggior fratello, che pure fu bravo e artificioso pittore; ma da chi questi imparasse è al tutto ignoto. Fu il natale d’Uberto, per quanto il citato autore scrisse averne potuto congetturare, circa al 1366. e di Giovanni qualche anno dopo. Non si sa che il Padre loro fosse pittore; ma sì bene, che i loro antenati e tutta quella casa fosse dotata d’ingegno non ordinario: ed ebbero una sorella maritata, la quale anch’essa esercitò l’arte della Pittura. Questi due fratelli fecero molte opere a tempera con colla e chiara d’uovo; perché allora non avevano in quelle parti altro modo di lavorare, che quello venuto loro d’Italia, non essendovi la maestranza di lavorare a fresco. Era in que’ primi lor tempi la città di Bruggia abbondantissima di ricchezze, per la gran copia de’ mercanti di diverse nazioni che vi si trovavano, de’ gran negozj che vi si facevano, e commercio che aveva con tutte le parti del Mondo: maggiore al certo di quelli di qualsivoglia altra città di Fiandra. E perché è proprio delle buone arti, quivi piantar loro fortuna, ove più abbondano le ricchezze, a cagione dell’esser quivi bene ricompensate; il nostro Giovanni lasciata la patria, se n’andò ad abitare in essa città di Bruggia, quivi essendosi formata una maniera assai diligente, quantunque alquanto secca, con un modo di panneggiare tagliente, soverchiamente occhiuto, più con pieghe artifiziate, che naturali, quella appunto, che in quelle parti è stata tenuta poi, benchè con miglioramento, per qualche secolo, che anche si riconobbe in Alberto Duro, Luca d’Olanda, e altri celebri maestri. Si acquistò gran fama, ed in somma fu primo, che ne’ Paesi bassi avesse grido d’eccellente Pittore. Fece in Bruggia moltissime opere sopra tavole con colla e chiara d’uovo, che portarono la fama del suo nome in diverse parti, dove furono mandate. Aveva quest’artefice congiunta all’altre sue abilità una ingegnosa maniera d’investigare modi di colori diversi: e perciò molto s’esercitava nelle cose d’alchimia, finchè sortì di trovare il bel modo e la nuova invenzione di colorire a olio: e andò la cosa, come ora siamo per raccontare. Era suo costume l’adoperar sopra i quadri, dipinti a colla e chiara d’uovo, una certa vernice di sua invenzione, che dava molto gusto, per lo splendore, che ne ricevevano le pitture; ma quanto era bella dopo esser secca, tanto era difficile e pericolosa a seccarsi. Occorse una volta, circa l’anno 1410. (tanti anni avanti al tempo notato dal Vasari), che Giovanni aveva fatta una tavola [p. 27] con lungo studio e gran fatica: e avendole dato di vernice, la pose a seccare al sole; ma perché le tavole di legname non erano bene appiccate insieme, e perché il calor del sole in quell’ora era troppo violente, le tavole nelle commettiture si apersero in diversi luoghi. Allora Giovanni preso da gran collera, nel vedere in un punto d’aver persa la fatica e’l lavoro, giurò di voler per l’avvenire cercar modo, che non gli avesse più il sole a far quel giuoco: e presa gran nimistà con quella sorte di vernice, diedesi a cercarne una, che da per sé stessa immantenente si seccasse, senza il sole, dentro alle proprie stanze di casa sua. Provò e riprovò molti olj, rage, e altre naturali e artificali cose: e finalmente venne in chiara cognizione, che l’olio del lino, e quello delle noci, eran quelli, che più d’ogn’altra cosa da per sé stessi seccavano. Con essi faceva bollire altre materie, finché venne a ritrovare questo bello e util modo, resistente all’acqua e a ogni colpo, che rende i colori assai più vivi, e più facili a mescolarsi fra di loro, e distendersi: invenzione, che ha tanto abbellito il Mondo. Prese Giovanni da ciò molta allegrezza, e con gran ragione: e dando poi fuori opere in tal maniera lavorate, non si può dire quanto si facesse glorioso in quelle parti, e dovunque erano mandati i suoi quadri. Fino dall’Italia andarono artefici, solamente per vedere essa nuova invenzione: e dice il nominato Vanmander, che di tal novità fecesi maggior rumore, che quando l’anno 1354. da Bertoldo Schivvartz, Monaco di Danimarca, fu trovata la polvere da bombarda. Seguitò Giovanni a dipignere a olio, insieme con Uberto suo fratello, tenendo il segreto molto occulto: né volle da quel tempo in poi esser più veduto dipignere, e quantunque tanto in quelle parti, quanto poi in Italia, ognuno potesse a suo talento sentir l’odore delle tele, da lui dipinte; in riguardo però d’un certo fortore, che mandan fuori i colori mescolati con quell’olio, non fu mai alcuno, che potesse rinvergare, che quella mestura fosse quello, ch’ella era; fintantoché, dopo un gran corso d’anni, Antonello da Messina, andando a Bruggia, ne imparò il modo, e lo portò in Italia, come diremo al luogo suo. Molte furono l’opere de’ due fratelli, quantunque il valore di Giovanni quello d’Uberto di gran lunga eccedesse: la maggior parte delle quali furono nella città di Ghent, dove nella Chiesa di S. Giovanni fecero ad istanza del Conte di Fiandra Filippo di Charlois, figliuolo del Conte Giovanni Digion, una gran tavola, nella quale rappresentarono una Vergine coronata dall’eterno Padre, con Giesù Cristo, che tiene in braccio la Croce, e gran copia d’Angeli in atto di cantare: nello sportello a mano destra fecero Adamo ed Eva, e nel volto d’Adamo appariva assai bene espresso un gran terrore, per la ricordanza del trasgredito precetto: e nell’altro sportello fecero una Santa. Dipinsero ancora in essi sportelli i ritratti de’ due Conti soprannominati, a cavallo, e i ritratti di loro medesimi: quello d’Uberto, il più vecchio, a mano destra, e quello di Giovanni a mano sinistra, ancora essi a cavallo, vicino al Conte Filippo, ch’era allora conte di Borgogna: appresso al quale erano, massimamente Giovanni, in grande affetto e stima, tanto che [p. 28] scrive il mentovato autore, esser fama, che Giovanni per lo grande ingegno suo fusse fatto suo Consigliere segreto, sendo a tutti noto, ch’egli ne fosse trattato con dimostrazioni eguali a quelle, che si leggono d’Alessandro ad Apelle. Nella predella della tavola dipinsero a colla un Inferno con assai belle invenzioni; ma avendo questa dato alle mani di alcuni ignoranti, che la vollero lavare, rimase quasi in tutto guasta. La tavola venne in tal venerazione appresso i popoli, che non mai si aprivano gli sportelli, se non ne’ giorni di gran feste, o a’ forestieri: e a tal faccenda erano deputate persone apposta, che in tale occasione si guadagnavano gran mance: e quando si mostrava ad alcuno, vi si affollavano talmente le persone, che talora seguivano disordini. Erano in essa tavola sopra 300. figure, tutti ritratti al naturale, niuno de’ quali s’assomigliava all’altro: e in somma fu quest’opera in que’ primi tempi il miracolo di quelle parti. Finito che ebbero questa grand’opera di Ghent, se ne tornò Giovanni ad abitare in Bruggia: e nella chiesa Parrocchiale di S. Martino, fece una tavola d’una Madonna, con un Santo Abate in ginocchioni, gli sportelli della quale restarono imperfetti: e in questa pure fece molti ritratti al naturale, e in lontananza un vago paese: e molte altre cose fece in quella Città, dove l’anno 1604. ancora si conservava, avanzata all’insolenza degli eretici, similmente una sua bella tavola. Altre molte sue pitture furon da que’ mercanti mandate in diverse parti: e quantunque ne fossero portate a diversi potentati; contuttociò per le cagioni accennate, rimase quella nuova invenzione per lungo tempo in Fiandra. Ma come è solito di chi con qualch’eccellente virtù si fa superiore a molti, insursero contro a Giovanni molte persecuzioni, per le quali ebbe non poco da sostenere. Fra i Potentati, che ebbero opere di lui in Italia, uno fu il Duca d’Urbino, a cui toccò un Bagno, fatto con gran diligenza. Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, ebbe in Firenze un S. Girolamo, con altre molte cose: e Alfonso I. Re di Napoli, ebbe per mezzo di mercanti Fiorentini, che allora abitavano in Bruggia, un quadro, con assai figure, bellissimo. Erano le bozze di questo artefice, assai più finite di quello, ch’erano l’opere terminate degli altri Pittori suoi paesani. Vendevansi a prezzo: e dice il Vanmander, aver veduto a Ghent, in casa di Luca Depster, suo proprio maestro nell’arte, in una tavola due ritratti a olio, marito e moglie, presi per mano in segno di fedeltà, la qual opera era stata trovata in Bruggia, in casa d’un Barbiere: che veduta da Donna Maria, Zia di Filippo Re di Spagna, e Vedova del Re Lodovico d’Ungheria, che morì in guerra contro il Turco, ne ebbe tanto piacere, che per averla donò al Barbiere un uficio, di rendita ogni anno di cento testoni di quella moneta. I disegni di quest’artefice son maneggiati con franchezza, e diligenza insieme. Pervenuto finalmente Giovanni all’età decrepita, alcuni anni dopo Uberto suo fratello, passò da questa all’altra vita nella città di Bruggia, dove nella chiesa di S. Donato gli fu data sepoltura: e ad una colonna di quella fu accomodata una latina iscrizione in lode di lui. Uberto il fratello, già era morto [p. 29] l’anno 1426. nella Città di Ghent, e sepolto in S. Giovanni: e nella muraglia era stata effigiata una morte, che teneva in mano un rame, per entro il quale si leggeva un epitaffio, in antica lingua Fiamminga scritto. Furono poi, circa al fine del passato secolo, mandati fuori in istampa in rame, intagliati da Th. Galle, i ritratti de’ celebri Pittori Fiamminghi, tra’ quali a questi due fu dato il primo luogo, comecché fossero stati anche i primi, che per tale arte avessero fatta risplendere la patria loro in tutta la Fiandra. Furono anche essi ritratti abbelliti d’alcuni versi latini, parto dell’erudita penna di Domenico Lampsonio di Bruggia, Segretario del Vescovo di Liegi, che allo studio delle buone arti, congiunse ancora l’amore alla pittura. I discepoli di Giovanni potettero esser molti. Si ha cognizione d’un tal Ruggiero da Bruggia, e di Ugo de Goes, del quale parleremo a suo luogo.

Moltissimi furono i Pittori, che dopo Gio: da Bruggia, e ne’ tempi d’Ugo de Goes, e di Ruggiero di lui discepolo, furono in quelle parti assai rinomati, de’ quali noi faremo a suo luogo esatta menzione; ma furono ancora molti, l’opere de’ quali, negli esterminj della Cristiana religione, ivi ancor esse perirono, né altro rimase, che il solo nome di que’ maestri. Ma io contuttociò per soddisfare al mio intento, che è di dar notizie universali al possibile, e per rendere al merito della virtù il suo dovere, ne farò in questo luogo quella memoria, che potrò. E qui mi conceda il Lettore, che io faccia di tutti un cumulo, anche di quelli, che alquanto s’avvicinarono a’ nostri tempi; con discostarmi assai per ora dall’ordine, che io mi prefissi, che fu di notare in ciaschedun Decennale que’ solamente, che in esso Decennale fiorirono; perché non avendo io per lo più de’ loro tempi certezza, ho creduto, che ogni altro ordine, che io tenessi in parlarne, servirebbe piuttosto per ingannare quelli, che leggeranno, che per dar loro buone notizie.

È dunque da sapersi, come nella Germania alta furono, dopo i nominati Giovanni e Uberto, molti nobili artefici, anziché tutti gli Scultori, e Scrittori (che tali chiamano coloro, che dipingono i vetri) erano anche Pittori: e si son vedute qua e là alcune reliquie di loro arte e sapere, nelle stampe: come per esempio di Sibaldo Bheen Suanio, Luca di Cronach in Sassonia, Israele di Menttz, e Hispe Martino che molto bene fanno conoscere il valore di ciascuno di costoro nel suo tempo, ciò che non possono più fare le loro pitture. Similmente fu nella Fiandra un eccellente maestro della città di Bruges, chiamato Giovanni Memmelink, che fiorì avanti a’ tempi di Pietro Purbus: né altro si sa di lui, se non che lo stesso Purbus ne’ giorni festivi andava sempre a vedere un’opera di mano di questo Giovanni, nella casa o fosse Confraternita di S. Giovanni, e non si poteva saziare di vederla e lodarla: dal che si comprende, quanto questo Giovanni fosse eccellente nell’arte. A Ghent fu poco dopo di lui Gio: Vanneik, un Pittore chiamato Geeraert Vandermerre, che aveva una maniera pulita: di mano di cui fu portata da Ghent in Olanda, fino del 1600. una Lucrezia molto ben fatta. Similmente un tal Gheraert Horebaut, che poi fu Pittore del Re d’Inghilterra [p. 30] Enrigo VIII. di mano del quale erano nella stessa città di Ghent sua patria, nella chiesa di S. Giovanni, a mano destra dell’altare maggiore, due sportelli d’una tavola fatta di rilievo: in uno era dipinta la Flagellazione del Signore: nell’altro il portar della Croce, colla Vergine addolorata e S. Giovanni, e in lontananza le tre Marie, che andavano al Sepolcro, con lanterne e lumi, che facevano in quella spelonca un bel vedere, a cagione de’ molto bene osservati riflessi, che percuotevano i volti di quelle donne. Questi sportelli sortirono esser difesi dalla furia degli Ugonotti, che tentarono di disfarli, siccome avevan fatto dell’altre immagini; essendoché da una pia persona fossero comperi a poco prezzo (e fu questi Marten Biermano, nato in Broselles, che era anche grande amatore dell’arte) e poi dallo stesso fossero restituiti alla chiesa per quel poco prezzo, che costarono a lui. Di questo stesso Gheraert era ancora in Ghent del 1604. nel mercato del Venerdì, in una casa, dove si vendevano tele, un tondo doppio, dipinto da due parti: da una Cristo sedente sopra una pietra, in atto di esser coronato di spine, e battuto sopra il capo con canne: nell’altra era Maria Vergine col figliuolo, e una gran quantità d’Angeli. Nella stessa Città di Ghent fu un certo Lieven de Witte, buon pittore, che intese bene l’Architettura e la Prospettiva. Eranvi di sua mano un quadro singolare dell’Adultera nella chiesa di S. Giovanni, e alcune finestre di vetro, fatte con suo disegno. Fu a Bruges un tal Lansloott Blondeel, che sempre nelle sue opere metteva per segno una cazzuola da muratori. Era Pittore molto intendente, e buon Architetto, e fu in que’ tempi singolare in dipignere anticaglie e rovine, e più che ogni altra cosa, fuochi e splendori notturni, incendj, e simili: ebbe una figliuola, che fu moglie di Pietro Purbus. Fu ancora in Bruges un tal Gio: Vereycke, chiamato per soprannome Giovannino, che fu molto vago e gentile ne’ paesi, che gli faceva naturali, e molto ben finiti: e per ornamento di quelli, era solito farvi alcune storiette di Maria Vergine in piccole figure: e fece anche ritratti al naturale assai bene. Era altresì molto lodato da Pietro Purbus, eccellente Pittore, come di proprio udito attesta il Vanmander, un certo Gherardo di Bruges, del quale non si ha altra notizia. In Haerlem fu un Giovanni Hemsen, cittadino di quella Città, che lavorava d’antica maniera, in figure grandi, che fu molto pulito e curioso. Di sua mano l’anno 1604. vedevasi un quadro a Middelborgh, in casa il Sig. Cornelio Moninex, grande amatore di quest’arte: v’era un Cristo con gli Apostoli quando vanno a Gerusalemme. Fu ancora in essa città un tal Jan Mandyn, che faceva molto bene sulla maniera di Girolamo Bos, cioè streghe e maleficj: questi morì in Anversa, dove era provvisionato dalla città. In Harlem pure fu un eccellente spirito in disegno, pittura, e invenzione, che fu Volckaert Claetz, che vi fece di sua mano alcuni quadri in tela, nella camera del Magistrato, con buona franchezza, ma pendevano assai verso l’antica maniera: disegnò molte invenzioni per gli scrittori in vetro, e operavana per pochi danari. Fu ancora in Anversa un tal Giovanni de Duitlcher, ovvero [p. 31] Singher. Era di sua mano in essa città una stanza intera a fresco, nella strada dell’Imperadore, in casa un tal Carel Cockecl, con alberi grandi in paesi, e si conosceva la differenza d’una sorte d’albero ad un’altra, molto chiaramente. Disegnò assai per gli Arazzieri; ma ebbe un mancamento, che non poté mai dipignere a lume mancino: fioriva questo artefice l’anno 1543. Nel 1535. si trova entrasse nella compagnia de’ Pittori d’Anversa Giovannino di Vander Elburcht, vicino a Campen, detto Niccolò Piccino: di mano del quale era nella chiesa della Madonna di Campen sua patria la tavola dell’Altare de’ Pesciajuoli, colla storia, quando s. Pietro pescava: eravi la figura di Cristo, che veniva innanzi presso a un bell’albero, e la tempesta del mare bene imitata. Fu anche in essa Città d’Anversa della Compagnia de’ Pittori l’anno 1529. Aert de Beer, che disegnava assai per gli Scrittori in vetro: e un tale Jan Cransse, e di sua mano era nella chiesa della Madonna, nella cappella del Sacramento, la storia quando Cristo lava i piedi agli Apostoli, stimata assai bella. Altresì l’anno 1547. con tale Amers Ffoort chiamato Lambrecht Vanoort, Pittore e Architetto valente. un Michele de Gast l’anno 1558. che dipigneva ruine, e colorì dal vero la città di Roma. Disegnò assai bene, e fu capriccioso nelle sue invenzioni, e non mandò mai fuori sua pittura, ch’ei non sigillasse con un certo suo sigillo. Nel 1560. fu di essa Compagnia Pieter Bortn: e fino del 1556. un tal Cornelis Vandale, buon Pittore di scogli marittimi.

LIPPO DALMASI

PITTORE BOLOGNESE.

Discepolo di Vitale Bolognese, fioriva del 1407.

Non senza particolarissimo concorso della divina provvidenza, trovaronsi sempremai, non solo pittori e pitture, per la conservazione e augumento della cristiana pietà e divino culto; ma quello che è più, furono sempre al Mondo alcuni artefici, i quali adornaron la medesima, e di genio e di abilità singolare, per dipignere le sacre immagini di Gesù Crocifisso, di Maria Vergine, e de’ Santi: il che senza che io m’affatichi a provare con esempj, potrassi chiaramente riconoscere in molte parti della presente opera. Uno di coloro, a cui fu liberale il cielo di questo dono, fu Lippo Dalmasi, Pittor Bolognese, discepolo di Vitale, della stessa città, il quale colorì infinite immagini di Maria Vergine, onde acquistò il nome di Filippo delle Madonne. Di queste parlando il Malvasia, Scrittore delle Vite de’ Pittori [p. 32] Bolognesi, dice queste parole: Non reputandosi uom di garbo e compito, chi la Madonna del Dalmasi a possedere non fosse giunto. Dicono che quella, che di sua mano a mio tempo vedevasi nella Rotonda di Roma, fosse quella privata, che per sua particolar devozione, tenne sempre in sua camera presso il letto Gregorio XIII. di glor. mem. Pregiavasi Monsig. Disegna, già Maggiordomo d’Innocenzio X. possederne una di Lippo, che fu già la privatamente custodita e venerata dalla f. m. d’Innocenzio IX. fino quando era Cardinale: ed è vulgato anche presso gli Autori, che Clemente VIII. che scolare ancora nella famosa Università di Bologna, n’era sempre stato divoto, trovandosi nella stessa città, quando vi si trattenne dopo il ritorno da Ferrara riacquistata alla Chiesa, passando avanti a quella, che sta dipinta sopra la porta di S. Procolo, fermatosele davanti, dopo averla divotamente salutata, e concessale, non so quale indulgenza, pubblicamente soggiungesse, non aver mai veduto immagini più divote, e che più lo intenerissero, quanto le dipinte da quest’uomo. Fin qui il Malvagia: e poi soggiugne, che l’eccellente Pittore Guido Reni era solito dire, che ne’ volti delle Madonne di mano di Lippo scorgeva un certo che di sovrumano, che gli faceva credere piuttosto da un non so qual divino impulso, che da arte umanamente acquistata, si movesse il di lui pennello; perché spiravano una purità, una modestia, un decoro e santità grandissima: le quali cose mai nessun moderno pittore aveva saputo tutte in un sol volto fare apparire. Ma non è maraviglia, dirò io, se così divine sembrano le di lui immagini; mentre trovo, essere egli stato così divoto della gran Madre d’Iddio, che non mai si pose a colorirne i ritratti, che non avesse per un giorno avanti con severo digiuno castigato il corpo suo: e la mattina stessa, mediante una devota confessione e comunione, arricchita l’anima di celesti doni: a confusione di tanti, non so s’io mi dica trascurati o poco religiosi pittori, i quali nulla curando il fine, per cui fannosi le sacre immagini, solo a i mezzi, che a finir l’opere loro con guadagno e lode conducono, applicandosi, e più all’arte e a loro stessi di servire affaticandosi, che al decoro cristiano e al bisogno de’ popoli, che altro non è che d’avere immagini, che accendano loro nel cuore affetti, per li tanto necessarj ricorsi a Dio nelle proprie necessità, caricano le medesime di sconcertate bizzarrie, di scomposte attitudini, di vani, per non dire indecenti abbigliamenti, con che rubano altrui le ricevute mercedi, e sé stessi ingannano. Ma tornando al nostro Lippo, conciofussecosaché non mai fusse scarsa la Regina de’ Cieli nel ricompensare i ricevuti servigj, in tempo occorse, che tanto si accrescesse la devozione e lo spirito di questo buon uomo, che finalmente si sentì chiamare a stato più perfetto; onde lasciato il secolo, si rese religioso nella Religione de’ PP. di S. Martino: e in essa si diede a tale osservanza, che dal giorno ch’egli v’entrò, fino alla sua morte, la quale fece santamente in quell’abito, non mai volle dipignere per interesse di danaro; trattenendosi nondimeno in fare alcune immagini di essa Vergine, del Signore, e di altri Santi, per propria devozione, e per donare a persone divote: e talvolta anche, per ubbidire a’ precetti del superiore, ne fece alcun’altra, come sarebbe a [p. 33] dire in una muraglia alcune storie a fresco, d’Elia Profeta, e simili. Scrivono di quest’artefice non punto più largamente il Bacci, il Zante, il Cavazzoni, il Baldi, il Bumaldo e’l Masini citati dal Malvasia: e il Vasari ne fa menzione nella vita di Lippo Fiorentino, che fu coetaneo del medesimo Lippo. Altre opere scrivono che facesse il Dalmasi, e fra queste una Madonna in un pilastro, l’anno 1407. un’altra immagine di Maria Vergine co’ Santi Sisto e Benedetto, sopra la porta di San Procolo, dalla parte di fuori. la Maddalena, che lava i piedi al Signore nella casa del Fariseo, dentro alla Chiesa di S. Domenico, che è fama che fosse la prima opera, ch’egli in pubblico facesse: una Madonna con Gesù Bambino, dipinta in sull’asse, sotto il portico de’ Bolognini da S. Stefano: un’altra dalla Chiesa Parrocchiale di S. Andrea nel muro della Casa de’ Bandini: una Vergine di grandezza quanto il naturale, nel muro del Collegio di Spagna, rincontro alla casa de’ Marescotti, sotto la quale si leggono queste parole: Ave Mater Dei, et Speciosissima Virgo: e questa si dice una di quelle, che avuto riguardo al secolo in cui fu fatta, piaceva a Guido Reni. Infinite altre, per così dire, ne dipinse questo divoto artefice nella medesima città di Bologna, per le case de’ privati cittadini, per li Monasterj e luoghi pubblici, e per diversi villaggi, che ancora si veggono: e molte anche sono state distrutte dal tempo, e rovinate in occasione di nuove fabbriche; gran parte però di quelle che si veggono oggi, son da’ popoli tenute in gran venerazione. Il nominato Malvasia fa un catalogo d’alcuni, che dice fossero discepoli di esso Lippo: e fra questi, par che metta certi nomi di Pittori, che nel titolo di questa vita si vede aver distinti da’ Discepoli, dicendo che fiorirono dal 1400. al 1500. in che ci rimettiamo al vero. Tali sono un Antonio Leonello, detto da Crevalcuore, Gio. Antonio, Cesare, Claudio, Bettino, Anchise Baronio, Antonio Piffalo, Guardino, Pietro de’ Lianori, Giacomo Danzi, de’ quali, perché soggiugne l’autore, che attesero ad imitare la goffa maniera greca, non è luogo a parlare. Soggiugne ancora, altri esservene stati di miglior maniera, de’ quali alcuna cosa diremo a suo tempo. Fa anche menzione nel nominato catalogo, d’un Michel di Matteo, d’un Bombologno, d’un Severo, d’un Ercole da Bologna, d’un Alessandro Orazj, d’un Benedetto Boccadilupo, d’un Beltramino Bolognese, de’ quali porta egli poche notizie, per lo più alquanto dubbie, e quanto alle persone, quanto al tempo di loro operare, e d’altro, che però non mi è d’uopo l’affaticarne il lettore. Ancora fa menzione d’un Orazio di Jacopo, che dice operasse del 1445., e che facesse il ritratto di s. Bernardino nel Convento de’ PP. dell’Osservanza. A questi aggiugne la Beata Caterina da Bologna, che dipinse, alcune devote immagini, a quali tutti intende egli dar luogo fra’ discepoli di Lippo.

[p. 34] PARRI SPINELLI

PITTORE ARETINO

Discepolo di Lorenzo Ghiberti, nato ... ...

Ebbe questo Pittore i suoi principj nell’arte da Spinello Spinelli suo padre, che fu discepolo di Jacopo di Casentino: poi condotto a Firenze, donde Luca suo nonno si era partito per causa di discordie civili, dal famoso Lionardo Bruni Aretino, scrittore della Storia Fiorentina, s’accomodò con Lorenzo Ghiberti, ove in compagnia di Masolino da Panicale, e d’altri valorosi giovani di quella scuola, fece gran profitto nel disegno, dando alle sue figure molta sveltezza: e fu il primo, che nel lavorare a fresco, lasciasse di dare sopra la calcina una certa tinta verde, sopra la quale erano stati soliti Giotto, con gli altri antichi pittori, di velare le loro figure con alcune tinte a foggia d’acquerelli, e con rossetti di color di carne, e chiariscuri. Fu buon coloritore a tempera e a fresco, ponendo i chiari e gli scuri a i lor luoghi: e piacendoli molto la maniera che tenne poi il nominato Masolino, quella sempre procurò di seguitare. Dipinse molto in Arezzo sua patria, e particolarmente nel Duomo vecchio: nella Chiesa e Spedale di San Cristofano, nella quale lavorò una cappella a fresco: e in S. Bernardo de’ Monaci di Montuliveto, due cappelle da’ lati della porta principale. Predicando in Arezzo San Bernardino da Siena a istanza del medesimo, e per i Religiosi del suo Ordine fece il modello della Chiesa di Sargiano, e nell’Oratorio delle Grazie presso a detto luogo edificato, ove era una fontana, a cui si facevano molte ribalderie, fatta perciò demolire dal Santo, dipinse una Vergine, che tiene sotto il suo manto il popolo Aretino. Innumerabili altre opere fece in detta città, moltissime delle quali più non si vengono in oggi. Dice il Vasari, che Parri avesse un fratello chiamato Forzore, orafo, che fece la Cassa de’ Santi Martiri Laurentino e Pergentino che si conservano in detta città: ed io ho memoria, tratta da antico Manoscritto della Libreria Strozzi, segnato di numero 285. che detto Forzore aveva un figliuolo, che per l’avolo ebbe nome Spinello, e che dipinse la Sagrestia di San Miniato al Monte presso a Firenze; la qual pittura l’istesso Vasari attribuisce al vecchio Spinello; onde per salvare l’una e l’altra autorità, è d’uopo dire, che ambedue gli Spinelli vi abbiano operato, per essere stati, per la lunga vita del vecchio, coetanei, e insieme professori e maestri di pittura.

[p. 35] DONATO

DETTO

DONATELLO

FIORENTINO

Restauratore della SCULTURA

Discepolo di Lorenzo di Bicci, nato 1383, 1466.

Siccome nelle già scritte notizie, e in quelle singolarmente, che il cominciamento sono di questa storia, abbiamo abbastanza parlato de’ famosi ingegni di Cimabue e Giotto, per opera de’ quali a nuova vita risorse l’estinta nobil arte della Pittura, così ogni ragion vuole, che dichiamo alcuna cosa fra le molte, che potrebbero dirsi, e che ottimamente ha detto il Vasari di colui, che mercè il suo nobile e spiritoso talento restituì il già perduto essere alla bella arte della Scultura: e questi fu Donato, detto comunemente Donatello, il quale in questa nostra patria di Firenze nato da Niccolò di Betto di Bardo l’anno di nostra salute 1383. e fino dalla sua fanciullezza fu allevato, comecché molto spiritoso fosse, con molta cura, da Ruberto Martelli Gentiluomo Fiorentino, e de’ belli ingegni ottimo discernitore e liberalissimo Mecenate: appresso al quale libero dal nojoso pensiero, che il bisogno di sovvenire alle proprie necessità suole apportare, poté darsi con gran fervore al disegno, nel quale s’approfittò con Lorenzo di Bicci pittore, e ad esso ajutò a dipignere, essendo ancora di tenera età. Si diede poi alla scultura, alla quale era così portato dal genio, che fino ne’ primi anni scolpì molte figure tanto belle, che lo fecero tenere per singulare in tal professione: e fu il primo, che non solamente uscisse in tutto dalla maniera vecchia, che pure avevanlo fatto altri avanti a lui, ma che facesse opere perfette, e di esquisito valore, emulando mirabilmente la perfezione degli antichi scultori Greci, e dando alle sue figure vivezza e verità mirabile. Fu ancora il primo, che ponesse in buon uso l’invenzione delle storie ne’ bassorilievi, ne’ quali fu impareggiabile. Sono in Firenze di sua mano moltissime opere di scultura: e fra queste è maravigliosa una statua, rappresentante l’Evangelista San Marco, che per [p. 36] essere calva, è detta lo Zuccone, posta in uno de’ lati del campanile del Duomo, dalla parte della piazza, con tre altre figure di braccia cinque, molto belle. Sopra la porta del medesimo campanile, è un Abramo con Isac: sotto la Loggia de’ Lanzi è una Juditta di bronzo con Oloferno, della quale esso tanto si compiacque, che vi pose il suo nome con queste parole: Donatelli opus. Trovasi fra le Scritture di casa Strozzi, in un Volume intitolato Memorie spettanti a’ Laici, a car. 457. che quest’opera della Juditta stette in casa di Piero de’ Medici fino all’anno 1495. nel qual tempo fu collocata sulla Ringhiera del Palazzo de’ Signori, e nel 1504. esserne stata levata e posta in terra, e in suo luogo essere stato posto il Gigante di Michelagnolo, che così chiamavasi la figura del David: e la statua della Juditta, in processo di tempo, ebbe luogo nella suddetta Loggia. Fu anche opera delle mani di Donato la tanto rinomata statua del San Giorgio: siccome ancora quella del San Piero, e del San Marco Evangelista, tutte di marmo, che si veggono nelle facciate dell’Oratorio d’Orsanmichele, detto anticamente Orto San Michele. Trovasi essergli stata allogata questa statua del San Marco da’ Consoli dell’Arte de’ Linajuoli a’ 3. di Aprile dell’anno 1411 e che costasse il marmo fiorini ventotto. Nel Tempio di San Giovanni fece la figura di bronzo di Papa Giovanni XXIII. di Casa Coscia, che rappresenta esso Pontefice: e vi lavorò due figure di marmo, cioè la Speranza e la Carità, essendoché la figura terza, che è la Fede, fosse scolpita da Michelozzo, Scultore Fiorentino, e suo discepolo. Nello stesso Tempio, intagliata di sua mano si vede la bellissima statua in legno di Santa Maria Maddalena Penitente. Scolpì in legno un bellissimo Crocifisso, il quale fu poi collocato nella Chiesa di Santa Croce nella Cappella de’ Bardi, in testa alla Croce. Fu opera dello scarpello di Donato la bella statua rappresentante la Dovizia posta sopra la Colonna di Mercato vecchio, la quale, era [p. 37] opinione comune, che fosse una di quelle di Granito, che reggono l’ordine di dentro dell’antico Tempio di San Giovanni di Firenze, cavata allora da’ novelli Cristiani per collocarvi in luogo suo l’altra bellissima accanalata, che a tempo della Gentilità serviva per base della statua di Marte in mezzo a detto Tempio, il che però non va disgiunto da molte contradizioni e inverisimili osservati dagl’Antiquarj più rinomati dell’età nostra. Scolpì ancora, coll’ajuto di Andrea del Verrocchio suo discepolo, il lavamane di marmo, che nella Sagrestia di San Lorenzo si vede: e ordinò i due Pergami di bronzo della medesima Chiesa, che poi finì Bertoldo suo discepolo. Nel Libro di Deliberazioni dell’Opera del Duomo, segn. B 1436. si legge: Die 21. Mensis Februarii præfati Operarii commiserunt Niccolao Joannotii de Biliottis, et Salito Jacobi de Risalitis, duobus ex eorum offitio, locandi Donato, Niccolai Betti Bardi Civi Florent. magistro intagli, faciendi duas portas de Bronzo duabus novis Sacristiis Cattedr. Eccles. Florent. pro pretio in totum flor. 1900. pro eo tempore, et cum illis storiis, et prout eis videbitur onoralibus etc. Il fatto però si fu, che Donato non fece altrimenti le porte delle Sagrestie: trovandosi, che una per la Sagrestia delle Messe fu fatta da Luca della Robbia, e l’altra per la Sagrestia de’ Canonici non si fece, ma rimane fino ad ora coll’antiche sue imposte di puro legname. In casa il Cavaliere Alessandro del Cavalier Filippo [p. 38] della nobilissima famiglia de’ Valori, Gentiluomo dotato di straordinaria prudenza e bontà, degnissimo nipote di quel Baccio Valori Senatore Fiorentino, gran protettore di queste arti, del quale tanto nobilmente scrisse Raffaello Borghini nel suo Riposo, è, nel tempo che io queste cose vo scrivendo, un quadro di pietra, poco maggiore di un braccio, di una testa di femmina di bassorilievo, ritratto al naturale: ed un altro di marmo carrarese, poco minore, pure anch’esso di bassorilievo, fattovi un Solone con ghirlanda in capo, forse i più belli bassirilievi, che si veggano della mano di quell’artefice. Sono ancora di sua mano i Colossi di mattoni e stucco intorno alla Cupola del Duomo di Firenze, dalla parte di fuori, che servono per ornamento delle Cappelle. Scolpì il Pergamo di marmo, nel quale si mostra la Sacra Cintola di Maria Vergine nella città di Prato in Toscana. In Padova gettò il Cavallo di bronzo, colla statua di Gattamelata, nella quale opera superò sé stesso: e fece nella Chiesa de’ Frati Minori molte opere della Vita di Santo Antonio, ed altre: onde gran fatica gli costò il sottrarsi dagl’inviti de’ Padovani, che volevano per ogni modo fermarlo in essa città di Padova, e per tal effetto aggregarlo a quella cittadinanza: a’ quali diceva, che lo star quivi, dove era così lodato, gli avrebbe presto fatto dimenticare ogni suo sapere; laddove il tornare alla patria, dove era dagli emuli professori biasimato, gli dava cagione di studio, mediante il quale s'acquistava egli gloria maggiore. Lavorò in Roma, in Venezia, in Siena, in Montepulciano, in Faenza: ed in somma può dirsi, che non pure la città di Firenze, ma il mondo tutto, sia pieno delle sue opere, tutte a maraviglia belle. Ed è sua gran lode, che al suo tempo non erano sopra la terra scoperte le più belle antichitadi, salvo che le colonne, i pili, e gli archi trionfali: onde potesse portarsi, coll’ajuto di quelli, a quel segno di perfezione nell’arte, alla quale si portò col solo ottimo suo gusto: e dicono essere egli stata potissima cagione, che a Cosimo de’ Medici, suo e di ogni altro virtuoso gran protettore, si svegliasse il desiderio d’introdurre, com’e’ fece in Firenze, l’antichità, che erano e sono in quell’augustissima Casa, le quali tutte di sua mano restaurò. Fu Donatello uomo allegro, modesto, e niente interessato, e de’ guadagni che fece, poco a sé, e molto ad altri profittò. Teneva egli il suo danaro in una sporta, per una corda al palco appiccata, ed ognuno de’ suoi lavoranti, senz’altro dire, ne pigliava pel proprio bisogno. Avevagli Piero, figliuolo di esso Cosimo de’ Medici, che alla sua morte gli aveva molto esso Donatello raccomandato, fatta donazione di un bel podere in Cafaggiuolo, acciocché con esso potesse sostentare la sua già cadente età; ma appena sel tenne un anno, che stanco, com’è diceva, dall’importunità del lavoratore, che del continuo, secondo il costume di tal gente, con nuove odiose se gli faceva vedere, allo stesso Piero, per pubblico strumento, lo renunziò; asserendo volersi anzi morir di fame, che a tale inquietezza soggettarsi. Ma non potendo l’inclita liberalità di quel Signore lasciarsi vincere dalla continenza di Donato, al medesimo assegnò sopra i proprj effetti un’annua entrata maggiore in contanti, la quale egli poi quietamente godè fino alla morte. Fu ancora bizzarro e [p. 39] vivace nelle risoluzioni, e sempre tenne l’arte in gran pregio. Ad un Mercante, che stiracchiava a mal modo il prezzo di un’opera, fattagli fare apposta, disse esser egli avvezzo a mercantar fagiuoli e non statue: e precipitata da alto la sua statua, e quella in mille parti spezzata, non volle pel doppio più del domandato, farne un’altra al Mercante; tuttoché lo stesso Cosimo de’ Medici molto in persuaderlo a ciò si adoperasse. Aveva egli finito il San Marco per la facciata di Orsanmichele, del quale sopra si è parlato, figura, che ad alcuni guastamestieri (di che sempre fu pieno il mondo) piacque così poco, che a verun patto volevano, che si ponesse su al suo luogo; onde fu necessario, che Donatello gran preghi adoperasse con promesse, che lavorandovi sopra qualche tempo altra cosa, l’averebbe condotta da quel ch’ella era; ottenne finalmente, che fosse posta al suo luogo: e immantinente fattala coprire, e così tenutala quindici giorni, e poi senz’averla punto tocca, scoprendola, fu da ognuno veduta, con istupore e maraviglia: e così fece conoscere a quegl’intelligenti balordi, quanto sia mal giudicare le opere grandi fuori del luogo loro, da chi gran maestro non è. Giunto all’estremo di sua vita, lo visitarono alcuni suoi parenti, di quella sorta, che misurano il proprio affetto non altrimenti, che a proporzione dell’utile, che ei si promettono di trarre dalla persona amata: e sì pregaronlo, che loro lasciar volesse un podere, che egli aveva vicino a Prato. A quelli rispose francamente, esser cosa di poco merito, per acquistare un podere, una sola visita, fatta ad un parente in tanti anni, a confronto di quello del povero lavoratore, che tutto il tempo di sua vita si era affaticato in lavorarlo e custodirlo: parergli però giusta cosa, che al lavoratore e non a loro si dovesse il podere: e con tali parole cortesemente licenziatigli, allo stesso suo lavoratore con suo testamento il podere lasciò; e poco dopo, con dimostrazioni di buon Cristiano, alli 13 di Dicembre l’anno sopraddetto, passò da questa all’altra vita.

Ebbe Donatello molti Discepoli nell’arte, che riuscirono eccellenti maestri, e tali furono:

ANTONIO DI MATTEO DI DOMENICO GAMBERELLI, detto ANTONIO ROSSELLINO DAL PROCONSOLO Fiorentino, il quale molto nell’arte della Scultura si segnalò. Costuì fece in Firenze nella Chiesa di Santa Croce la sepoltura di Francesco Nori, e sopra a questa una Vergine di bassorilievo. In San Miniato al Monte, poco fuori della città di Firenze, è di sua mano la sepoltura del Cardinale di Portogallo, opera bellissima e di maravigliosa invenzione, finita l’anno 1459. ed io trovo in antiche scritture, essergli stata data a fare detta sepoltura per prezzo di Fiorini quattrocento venticinque, di lire quattro e soldi cinque il fiorino: e dalle medesime ho trovato il nome del padre e avo, ed il casato di esso Antonio. La parola dal Proconsolo, deriva dal posto ove egli teneva sua bottega, vicino ad un luogo così in Firenze nominato; perché in esso luogo era la Residenza del Magistrato de’ Giudici e Notai, ed altri Magistrati del Proconsolo, che è quegli, che nel detto Magistrato [p. 40] tiene il primo posto. Scolpì Antonio pel Duca Malfi una simil sepoltura per la sua Donna: e in Napoli una tavola della Natività di Cristo. E si vede ancora nella Pieve di Empoli in Toscana un San Bastiano di marmo, bellissimo di proporzione, di mezzo naturale. Furono le opere di questo maestro lodate dal Buonarroto: e fino al presente son tenute in gran pregio: e ciò non tanto per la vaghezza e grazia, che diede alle teste, ma per la delicatezza, con che si vede lavorato il marmo: per la morbidezza e leggiadria de’ panni, e per ogni altro più bel precetto dell’arte statuaria, che si vede così bene osservato nell’opere sue, che veramente arrecano stupore: e se alcuna fede prestare si deve essere al proverbio volgare, cioè: Che ogni Artefice sé stesso ritrae, non saprei dire in chi più avverato egli si fosse, che nel Rossellino, il quale fu da natura dotato di un animo così ben composto, e all’eccellenza nell’arte sua ebbe aggiunte qualitadi tanto singolari di modestia e di gentilezza, che fu da tutti, non che amato e riverito, in certo modo adorato.

ANTONIO FILARETE, Scultore e Architetto Fiorentino, dicesi pure essere stato Discepolo di Donatello, insieme con Simone fratello di Donato medesimo; ma comunque si fosse la cosa, non pervenne quest’artefice di gran lunga a quel segno, a cui altri giunsero di quella scuola: anzi essendogli stata data a fare ne’ tempi di Eugenio IV. insieme con Simone soprannominato, il getto della Porta di San Pietro in Roma; egli in quella si portò così ordinariamente, che biasimo, anzi che lode guadagnò a sé stesso. Furono fattura d’Antonio alcune sepolture di marmo nella medesima Chiesa, dipoi state distrutte. Scrive il Vasari, che il Filarete, condotto a Milano dal Duca Francesco Sforza, vi desse il disegno del bello Spedale de’ Poveri, detto lo Spedale Maggiore, e di tutti gli edificj, che lo accompagnano, per servizio degl’Infermi e degl’Innocenti fanciulli, fondato, come egli dice, del 1457. e asserisce cavarlo da ciò, che ne scrisse lo stesso Filarete in un suo libro di materie di Architettura, che ei fece in tempo, che tale opera si conduceva, il qual libro poi l’anno 1464. dedicò al Magnifico Piero di Cosimo de’ Medici. E in vero parmi gran cosa, che in ciò abbia il Vasari preso errore: e contuttociò, il Canonico Carlo Torre nel suo ritratto di Milano, dato alle stampe nel 1674 attribuisce il disegno e invenzione di quella fabbrica a Bramante; sopra la quale contrarietà di pareri non sono ora io per dare giudizio. Fu anche la Chiesa maggiore di Bergamo fatta con disegno di Antonio, il quale finalmente portatosi a Roma, giunto che fu all’età di anni cinquantaquattro, in detta città pagò il debito alla Natura.

[p. 41] BERTOLDO Fiorentino, pure suo Discepolo, imitò talmente la maniera del maestro, che dopo la morte di lui ebbe a finire tutti i lavori, che di mano di quel grand’uomo eran rimasi imperfetti in Firenze: e particolarmente finì e rinettò i due bellissimi Pergami di metallo, che si veggono nell’Ambrosiana Basilica.

DESIDERIO Scultore da Settignano, villa vicino a Firenze, ebbe nella sua prima età da Donato i principj dell’arte, e dopo la morte di lui, datosi, come era costume suo, a studiare a tutto suo potere le opere del defunto maestro, in breve si portò ad un altissimo grado di perfezione. Scolpì in marmo le belle figure di bassorilievo, ed altre di tondo rilievo della Cappella del Santissimo Sacramento nella Chiesa di San Lorenzo di Firenze, e fra queste fece un Gesù Bambino, il quale, come cosa rarissima, fu poi levato di luogo, per posarlo sopra all’Altare solamente nelle Feste della Natività di Cristo: e in cambio di quello fu posto sopra il Tabernacolo del Santissimo un simile bambino, fatto da Baccio da Montelupo. Lo stupendo lavoro del basamento, che regge la statua di bronzo di Donato, rappresentante il giovanetto David, la quale si conserva nella Real Galleria, fu delle prime opere della mano di Desiderio. Vedonsi in esso alcune arpie con certi viticci, così bizzarri e sì bene intesi, che sono cosa di maraviglia, anche a’ primi dell’arte. È di suo intaglio il bel sepolcro della Beata Villana in Santa Maria Novella. Per le Monache delle Murate intagliò una piccola Immagine di Maria Vergine sopra una Colonna. Fu opera del suo scarpello, nella Chiesa di Santa Croce, e similissima a quelle di Donato suo maestro, il maraviglioso sepolcro di Carlo Marsuppini: ed in terra appiè del detto sepolcro intagliò una gran lapida per Messer Giorgio, famoso Dottore Segretario della Signoria di Firenze, con un bellissimo bassorilievo, ove esso Messer Giorgio è ritratto al naturale: e fu opera sua un’Arme, che si vede nella facciata della casa de’ Gianfigliazzi, dove è intagliato un Lione, cosa che in quel genere non può essere più bella. Veggonsi di questo grande uomo molti bassirilievi per le case de’ nostri cittadini, e tutti di straordinaria bellezza. Morì finalmente di età di anni vent’otto, lasciando abbozzata una Santa Maria Maddalena Penitente, che poi fu finita da Benedetto da Majano, e oggi si vede nella Chiesa di Santa Trinita de’ Padri Vallombrosani. Ebbe questo Scultore un dono singolarissimo dal cielo di condurre le opere sue, e particolarmente le teste, con tanta grazia e leggiadria, che non solo non si riconosce in esse alcuno stento o difficoltà, ma veggonsi fatte con tanta tenerezza, che maggiore non potrebbe essere, s’elle non fossero non di marmo, ma di cera: e l’arie sono tanto vezzose, che rapiscono gli occhJ de’ riguardanti: e certo, che se la morte non avesse reciso il filo della vita di lui in età così immatura, avrebbe egli senza dubbio, al pari di ogni altro grande uomo, arricchita la patria e il mondo di opere singularissime, e quasi dissi divine.

[p. 42] DELLE

NOTIZIE

DE’ PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE II.

DELLA PARTE. I. DEL SECOLO IV.

DAL MCCCCX. AL MCCCCXX.

B. FR. GIO. DA FIESOLE

DELL’ORDINE DE’ PREDICATORI

PITTORE E MINIATORE ECCELLENTISS.

DETTO FRA GIO. ANGELICO.

Nato 1387, 1455.

Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio, il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, [p. 43] anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale, tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino, e poi di Masaccio. Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciborio di legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciborio d’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di [p. 44] memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito. Non so se avanti o dopo di aver condotta quest’opera, dipinse il buono artefice tutta la facciata del Capitolo del suo Convento di San Marco, ove figurò il Calvario, col Signore, Crocifisso fra i due Ladroni, Maria Vergine a piè della Croce, e Santa Maria Maddalena: e vi fece ancora più figure intere di Santi, stati nella Chiesa Cattolica, valendosi di una certa licenza, usata talvolta da’ pittori, per dimostrare la continova memoria avutasi a quel Sacrosanto Mistero di nostra Redenzione degli stessi Santi, non già per far credere altrui, che i medesimi ritrovati si fossero in tal tempo e in tal luogo a quel fatto. Sotto a questa grande opera dipinse, in un lungo fregio, diciassette teste con busto, con cui volle rappresentare Santi e Beati di sua Religione; tali sono: San Domenico Fondatore dell’Ordine, il Beato Buoninsegna Martire, il Beato Remigio da Firenze, il Beato Niccola Provinciale, il Beato Giordano secondo Maestro dell’Ordine, Santo Antonino Arcivescovo di Firenze, il Beato Ugo Cardinale, postillatore della Bibbia, il Beato Innocenzio V. Papa, il Beato Benedetto XI. Papa, il Beato Gio. Domenico Fiorentino Cardinale, il Beato Pietro Parute Patriarca Jerosolimitano, il Beato Alberto Magno Alemanno, San Raimondo terzo Maestro dell’Ordine, il Beato Claro di Firenze Provinciale Romano, San Vincenzio Ferrero di Valenza Predicatore, ed il Beato Bernardo martire. Ma io nel dar questa notizia mi sento tacciare dal mio lettore di poco accurato, in ciò che a Cronologia appartiene, mentre io ho nominato fra’ Santi e Beati, ritratti in quel fregio dal nostro pittore, quello di Santo Antonino Arcivescovo di Firenze, mentre noi sappiamo, che la morte di questo seguì alli 2. di Maggio del 1459. che è quanto dire circa quattro anni dopo che il Beato Fra Giovanni Angelico se n’era andato al cielo: e così era stata fatta la pittura in tempo, che Antonino Santo sì, ma non morto né Canonizato, reggeva ancora la Chiesa Fiorentina. Or sappiasi, che io pure nel mettere insieme queste notizie, nel riscontrare i tempi da indubite scritture, come è mio solito, diedi d’occhio a sì fatta implicanza: ed a principio ne fui in gran pensiero; onde mi posi ad osservar di nuovo la pittura stessa, la quale pure, e per la maniera e per gli antichi scritti, sappiamo esser di mano di tale artefice e non d’altri: e venni in chiara cognizione, che la figura, che quì rappresenta Santo Antonino (benché a primo aspetto, siccome fanno anche altre delle teste ivi dipinte da questo pittore, per essere con barba rasa, di età grave, ed asciutta in volto, veduta così in astratto, tanto quanto arieggi quel Santo) non fu però dipinta per Santo Antonino, ma per altro Santo di quell’Ordine. [p. 45] Scrissi poi in tempo, che la medesima figura (per mano di chi non ci è noto, e secondo quello che mostra l’antichità del colore, crediamo che fosse poco dopo la Canonizazione del Santo) che quei Padri, desiderosi di aver fra quei grand’uomini anche la memoria di Santo Antonino, fecero ricoprire a tempera il campo fatto a fresco, ove era scritto il nome dell’altr’uomo di loro Religione, del quale antico nome traspajono ancora fra certi azzurretti alcune lettere: e sopra l’abito fecero accomodare il Pallio Arcivescovale, vi fecero aggiugnere gli splendori e diadema e nuove lettere, che lo qualificassero per esso Santo Antonino: e questo affermiamo essere verissimo, perché oltre al vedersi chiaro da chi attentamente considera la diversità de’ due benché antichi coloriti, lo scoprimento del più antico, a cagione della consumazione del più moderno, che come fatto a tempera, è stato meno costante dello a fresco: la diversità del carattere nuovo, benché fatto ad imitazione del vecchio, che contengono le altre figure: ed il comparire ancora che fanno alcune delle antiche lettere, ha poi chiarito il tutto, quanto basta per potersene da noi raccontare il vero. Ed io ho voluto dare di tutto questa notizia, acciocché non rimangano a’ posteri nostri, in quanto appartiene alla storia, cose che confonder possano la mente degli studiosi di antichità, massimamente in ciò che tocca alle nostre arti ed agli artefici: siccome quella di che ora parliamo, confuse, anzi ingannò la mente del Vasari, il quale, senz’aver fatto tale riscontro, si lasciò portare a scrivere quanto appariva allora, e non quello che fu in verità, cioè, che il ritratto non fu a principio fatto pel Santo Antonino, ma di altro Santo o Prelato di quella Religione. Trovasi ancora aver Fra Gio. Angelico fatte nella Chiesa del Convento del suo Ordine nella città di Cortona, ove, come si ha da più scrittori, fece quivi il suo Noviziato Santo Antonino, più opere in pittura, cioè a dire la Vergine Santissima con Gesù in collo, sopra la porta principale della Chiesa nella facciata esteriore: dall’uno e l’altro lato della Vergine si veggono San Domenico e San Pier Martire, e nell’arco i quattro Evangelisti. Nella stessa Chiesa, presso all’Altar maggiore dalla parte dell’Epistola nella Cappella de’ Tomasi, è una tavola di una Vergine con Gesù, e da’ lati alcune Vergini, San Giovambatista, San Marco e Santa Maria Maddalena: e nella predella, in piccole figure, sono diversi fatti di quei Santi. In Sagrestia è la Vergine Annunziata. Di tali pitture fatte in Cortona scrivo io per notizia avuta dal Padre Fra Giovanni Marini, Professo di quell’Ordine, Sacerdote molto studioso e devoto, e mio amicissimo. Io stesso conservo di mano di questo Beato una tavola in forma triangolare, dove in piccole figure, diligentemente lavorate, è una Pietà, cioè il Corpo di Cristo Signor nostro, sedente sopra il Sepolcro, colle mani stese verso la sua Santa Madre e San Giovanni Evangelista, che genuflessi, umilmente le prendono e baciano. Mi donò tale pittura, che io conservo come Reliquia di questo devotissimo artefice, ultimamente in tempo di suo Priorato del Convento di San Marco di Firenze, il Padre Fra Giovambatista, al secolo Michele Bottigli, stretto parente de’ miei stretti parenti, che non è ancora un anno passato, che in tal carica, consumato dalle fatiche, durate a prò di sua [p. 46] Religione, morì in esso Convento, non senza universale concetto di molta bontà, degno fratello e seguace del Padre Timoteo di Santo Antonino al secolo Filippo, pure della stessa Religione, che l’anno 1661. dopo aver gran tempo operato e patito nella propagazione di nostra Santa Fede, nella edificazione di nuovi templi, e nell’Isole Filippine, pieno di meriti, diede fine al suo vivere. Della cui bontà e zelo, oltre ai grandi attestati, che ne diede chi il vide, conobbe e con esso operò, abbiamo quanto appresso: In Actis Congregationis Provincialis, celebratæ in Conventu S.P.N. Dominici Civitatis Massilensis in Insulis Philippinis die 14. Aprilis Anno Domini 1663. ita habetur. In amplissimo Sinarum Regno obiit R.P. Fra Thimotheus de S. Antonino Florentinus, Sacerdos et Pater antiquus, et Vicarius Domus nostræ S. Joannis Evangelistæ Villæ: Vir devotus et zelo ampliandæ fidei perferendo flagrans, qui fere quatuordecim annos in comministerio gloriosissime laborans consumpsit, et sic lætus mortem aspexit. Perdonimi il mio lettore l’avere io, coll’occasione di parlare dell’opere del Beato Fra Gio. Angelico, fatta questa breve digressione intorno a’ due fratelli Bottigli, giacché la memoria di lor virtù fu e sarà sempre a me giocondissima, comeché non pure io ebbi nel mio parentado l’uno e l’altro di loro; ma eziandio ebbigli per compagni di scuola negli esercizj delle prime lettere. Tornando ora al nostro pittore Fra Gio. Angelico, lascio per brevità di far menzione di moltissime altre sue pitture fatte a tempera, oltre a quelle, che si trovano in essa Cronica descritte: e dirò solamente, che egli fu anche Miniatore eccellentissimo: e di sua mano sono nel Duomo di Firenze due grandissimi libri, con sue bellissime miniature, e riccamente adornati, i quali son tenuti in somma venerazione e per l’eccellenza loro e per la memoria di tant’uomo. Né meno starò a dire, quanto scrivono intorno alla Santità di lui Leandro Alberti De Viris Ill. Ord. Præd. lib. 5. pag. 250 ed il medesimo Vasarj nella seconda parte a car. 359. e seguenti, e Fra Serafino Razzi nella storia degli Uomini Illustri del Sacro Ordine de’ Predicatori a car. 353. e larghissimamente exprofesso il medesimo Fra Serafino nelle Vite de’ Santi e Beati del medesimo Ordine a c. 222. e 223. non essendo al presente mio assunto lo scriver Vite di Santi. Dirò solamente, e crederò con poco di aver detto tutto, che egli fu osservantissimo di tutti gli Ordini della sua Religione, e fornito di tanta semplicità cristiana, che lavorando in Roma nel Palazzo Pontificio, con gran fatica di applicazione, per Papa Niccola V. il Pontefice compatendo la di lui incomodità, gli ordinò, che per ristorarsi alquanto, mangiasse carne: al che egli, che avvezzo era sempre ad ubbidire a’ suoi ordini religiosi, rispose, non aver di ciò fare altra licenza dal Priore: e fu necessario, che il Papa gli ricordasse, esser la sua autorità, come Vicario di Cristo, superiore a tutte l’altre insieme. Non volle mai cavare altro utile dalle sue pitture, che il merito dell’obbedienza al suo Prelato, al quale, e non a lui si domandavano le opere. Non mai altro dipinse, che immagini sacre, né senz’aver fatta prima orazione: e nel farle sempre spargeva devotissime lacrime. Alle Immagini di Maria Vergine e del Crocifisso, diede tal devozione, che in ciò fu superiore a sé stesso: e per questo e pel vivere suo innocentissimo, si guadagnò il nome di [p. 47] Angelico. Poteva essere Arcivescovo di Firenze, essendone dal Papa riputato degno per la sua bontà; ma recusò di esserlo, proponendo in sua vece Frate Antonio Pierozzi da Firenze, che fu poi Santo Antonino, facendo in un tempo stesso, ricco di merito sé medesimo, e felice e gloriosa la patria sua. Morì finalmente in Roma agli 18. Febbrajo 1455. sopraccennato, e fu sepolto nella Minerva, Chiesa del suo Ordine, in un sepolcro di Marmo col seguente epitaffio:

Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles,

Sed quod lucra tuis omnia Christe dabam,

Altera nam terris opera extant, altera Cœlo

Urbs me Ioannem Flos tulit Etruriæ.

Ebbe ancora il medesimo Padre un fratello della stessa Religione, uomo di singolar bontà, e scrittore di libri da Coro eccellentissimo, come dell’uno e dell’altro mostrano le seguenti parole copiate dalla soprannominata Cronaca de’ Padri Predicatori, Fogl. 97. Frater Ioannes Petri de Mugello juxta Vidicum optimus pictor, qui multas tabulas et parietes in diversis locis pinxit, accepit habitum Clericorum in hoc Conventu 1407. E al Fogl. 146. Frater Joannes Petri de Mugello obiit die. . . . hic fuit præcipuus pictor, et sicut ipse erat devotus in corde, ita et figuras pingebat devotione plenas ex effigie: pinxit enim multas tabulas Altarium in diversis Ecclesiis, et Cappellis et Confraternitatibus, quarum tres sunt in hoc Conventu Fæsulano, una in S. Marco Florentiæ, duæ in Ecclesia S. Trinitatis, una in S. Maria de Angelis Ordinis Camaldulensium, una in S. Egidio in loco Hospitalis S. Mariæ Novæ. Quædam Tabulæ minores in Societatibus puerorum, et in aliis Societatibus. Pinxit Cellas Conventus S. Marci, et Capitulum, et aliquas figuras in Claustro. Similiter pinxit aliquas figuras hic Fæsulis in Refectorio. In Capitulo veteri, quod modo est Hospitium secularium pinxit, Cappellam D. Papæ, et partem Cappellæ in Ecclesia Cathedralis Urbisveteris, et plura alia pinxit egregie et tandem simpliciter vivens, sancto fine quievit in pace. Ed al Fogl. 146: Fr. Benedictus Petri de Mugello, germanus prædictis pictoris, obiit … hic fuit egregius scriptor, et notavit, et aliquos libros, et hic Fesulis. Fuit hic Pater devotus et sanctus, et bono fine quievit in Domino. E al Fogl. 3. Post separationem S. Marci de Florentia, et Sancti Dominici de Fesulis Anno Domini 1445. unusquisque Conventus habuit proprium Priorem Frater Benedictus Petri de Mugello, germanus Fratris Joannis optimi pictoris, qui erat optimus scriptor et scripsit multos libros notatos pro cantu, tam in Conventu S. Marci, quam in Conventu Fesulano. Ma tornando a Fra Gio. Angelico, sarà egli sempre glorioso, non solo per avere con grande studio e perfezione esercitata l’arte della pittura, ma per l’eccellenza di quei maestri, che da lui ebbero derivazione; conciossiacosaché egli l’insegnasse a Gentile da Fabbriano, e questi a Jacopo Bellini, padre e maestro di Giovanni Bellini, dal quale impararono Giorgione, il famosissimo Tiziano ed altri, da i quali derivò poi la non mai abbastanza celebrata maniera Veneta.

[p. 48] Dicono alcuni, persuasi dalla somiglianza della maniera, esser parimente di mano del Beato Fra Giovanni Angelico la pittura di un Tabernacolo, che è fuori della Porta a Pinti, vicino alle mura di Firenze, in un campo già de’ Frati della Calza, oggi delle Monache di Santa Maria Maddalena, nel quale è rappresentato Gesù Cristo Crocifisso, e a’ piedi di esso due Santi dell’Ordine de’ Frati Gesuati di San Girolamo della Calza, detti così da una certa rivolta, che sur una spalla faceva l’abito loro simile ad una calza. Fu institutore di questa Religione il Beato Giovanni Colombini nobile Senese, e fu soppressa da Clemente IX. l’anno 1668. insieme con altre di poco numero, in fra le quali quella degli Eremiti di San Girolamo, differente, benché in alcune cose simile, da quella de’ Gesuati. Di essi era stato fondatore il Beato Antonio, Conte di Montegranelli, nobile Fiorentino, nel Convento degli Eremiti di San Girolamo di Fiesole, luogo, che oggi posseggono i Signori Bardi Gentiluomini Fiorentini, e quivi godesi una delle più belle vedute, che sieno intorno a Firenze. Avevano questi Gesuati un Convento nel detto luogo di Pinti, presso al detto Tabernacolo, che in congiuntura dell’assedio di Firenze l’anno 1528. fu demolito con altre molte fabbriche e chiese, in fra le quali la tanto celebre di San Gallo, aggiacenti per ogni parte alle mura della città: ed ottennero in quella vece la Chiesa di San Giovambatista, oggi detta la Calza, posta dentro e presso alla Porta Romana, o di San Piero in Gattolino; onde lasciato l’antico luogo rovinato, restò però loro la padronanza del suolo e del predetto Tabernacolo ove è dipinta la mentovata sacra Immagine.

[p. 49] NANNI DI ANTONIO DI BANCO

SCULTORE FIORENTINO

Discepolo di Donatello, nato nel 1383, 1421.

D’assai riguardevoli natali, nacque in Firenze Giovanni, detto Nanni d’Antonio, il quale, non per alcuna necessità, che avesse di guadagnarsi il vivere; ma per solo amore della virtù, e grande inclinazione naturale, messesi ad imparare l’arte della Scultura da Donatello, il più eccellente, che allora nel mondo maneggiasse scarpello: e divenuto in breve tempo buono artefice, gli fu data a fare nella nostra Città la statua del San Filippo Apostolo, che fu messa in un pilastro di una delle facciate di Orsanmichele. Questa statua per avanti era stata da i Consoli dell’Arte de’ Calzolai allogata a Donato suo maestro; ma non avendo potuto concordare nel prezzo, fu la medesima, quasi per dispetto, data a fare a Nanni, che si era offerto di farla, non solo per molto meno di quello, che Donato chiesto ne aveva, ma eziandio per quello solamente, che agli uomini di quell’Arte fosse piaciuto. Finita l’opera, scordatosi Nanni in tutto della promessa, molto maggior prezzo ne domandò, che Donato fatto non avea; onde nata fra lui e i detti Consoli gran controversia, dopo le molte, finalmente fu nello stesso Donato rimessa la differenza, sperandosi dagli uomini dell’Arte, che pel torto, ricevuto da Nanni, di aver quello, prima a sé destinato lavoro, preso a fare, dovesse stimarla poco o nulla; ma assai diversamente andò la bisogna; imperocché Donato la stimò di gran lunga più di quel che egli medesimo ne aveva chiesto. Può ognuno facilmente immaginarsi, quanta fosse l’ammirazione di quei dell’Arte, i quali con lui molto si dolsero di così fatta stima, dicendo non parer loro cosa giusta il pagar la statua del discepolo, più di quello, che ne aveva domandato il maestro, e maestro quale esso era. A questi rispose francamente Donato, esser egli altra persona che Nanni non era, ed avere altra facilità, e molto più presto sbrigarsi dall’opere, di quello, che egli faceva: voler però ogni giustizia, che molto più a Nanni, che a sé medesimo fosse pagata quell’opera, per avervi durata più fatica, e speso più tempo, che egli non averebbe fatto. Come ei disse, così fu necessario di fare: ed a Nanni fu pagato il prezzo rigoroso in conformità del detto di Donato. Bella invenzione, con cui seppe quel nobile ingegno, senz’alcun torto fare alla giustizia, confondere il poco lodevol termine del suo discepolo, ed insegnare a quei dell’Arte, che non il risparmio, ma l’abilità e l’valore de’ maestri dee cercarsi da coloro, che hanno incumbenza di far condurre opere grandi per pubblico splendore. Opera del suo scarpello furono anche i quattro Santi, che nella medesima facciata in un’altra nicchia si veggono, i quali egli condusse con gran diligenza; ma avendogli già del tutto [p. 50] finiti, si accorse, ch’eglino occupavano tanto luogo, che per modo veruno non potevano entrare nella nicchia, la quale appena tre ne capiva. Onde tutto confuso andossene a trovar Donato suo maestro, che ridendosi della sua inavvertenza, gli promesse, che quando egli si fosse contentato di fare una cena ad esso e a tutti i suoi giovani, averebbe egli rimediato di sua mano a quel male. A questa promessa Nanni respirò alquanto: e parendogli avere un buon mercato, subito si obbligò a quanto domandava. Donato allora fattolo partire dal luogo, si pose per alcuni giorni, con tutta la sua gente, attorno a quelle statue, alle quali scantonò mani e braccia: e soprapponendo l’una all’altra figura con bella avvedutezza, fece sì, che l’una all’altra, con una finta compressione nelle parti coperte da’ panni, desse luogo, in modo tale, che non rimanessero intaccate le membra: e perché una ve n’era, che aveva le spalle soverchiamente alte, l’abbassò, lasciando tanto di marmo, quanto fece di bisogno, per fare in esso apparire una mano, che finse che fosse passata sopra la destra spalla di essa figura dall’altra figura, che dietro ad essa rimaneva: e con questa bella maniera avanzò tutto quello spazio, che averebbe occupato il braccio di essa figura, che aveva finto restarle dietro, e del quale non fece vedere altro che essa mano. In ultimo, così ben congiunse l’una all’altra statua, che niuno si accorgerebbe mai, che fossero state scolpite con altra intenzione, che di farle stare in quel modo. Non è possibile a dire, quanto di ciò al suo ritorno godesse il povero Nanni, il quale a Donato ed a’ suoi giovani e garzoni adempì il promesso. Sono di mano di Nanni i mezzi rilievi, che si veggono sotto alla detta nicchia di essi Santi, dove apparisce uno Scultore, in atto d’intagliare un bambino, ed un Muratore con altre figure. Il santo Lò, che in altra facciata pure di Orsanmichele, fece fare l’Arte de’ Manescalchi, co’ mezzi rilievi sotto ad essa figura, tenne opinione il Vasari, che fosse di sua mano, e la maniera nol contradice. Io però mi son sempre molto maravigliato, come potesse lo stesso Vasari ingannarsi tanto, in dar giudizio di un’altra opera, forse la più bella, che mai facesse quest’artefice. Questa è l’istoria di mezzo rilievo, che rappresenta l’Assunzione di Maria Vergine, che si vede sopra quella porta laterale del Duomo di Firenze, che guarda verso la Santissima Nunziata. Disse il Vasari esser questa scultura stata fatta per mano di Jacopo della Quercia Scultore Senese, come nella Vita del medesimo Jacopo si legge: e pure egli qui s’ingannò, come ora io sono per mostrare. E prima piacemi lasciar da parte, che la maniera, che si scorge in quell’opera, non tanto a giudizio mio, che poco intendo, quanto de’ primi Maestri di questa Città, co’ quali di proposito ho consultato, non è punto lontana dal modo di operare di esso Nanni: e dirò solo, che molto diversamente da quello, che il Vasari scrisse, trovo io negli antichi libri dell’Opera di quella Chiesa, dove appariscono negli anni 1418. e 1421. più pagamenti fatti a esso Nanni, per intagliare le figure quivi descritte nelle proprie circostanze, che le qualificano per quelle stesse, senza che se ne possa dubitare: e mentre io scrivo queste cose, ho ritrovato nella tante volte nominata Libreria degli Strozzi, un Manoscritto in un libro [p. 51] minor di foglio, segn. num. 285. a car. 45. fra diverse memorie di Pittori e Scultori ed Architetti di quei tempi, la seguente nota. Nanni d’Antonio di Banco Fiorentino, ebbe lo stato nella città di Firenze per le sue virtù, morì giovane, che veniva valentissimo: fece la figura di S. Filippo di marmo nel pilastro di Orto S. Michele, e i quattro Santi in detto luogo, e sopra la porta di S. Maria del Fiore, che va alla Nonziata, un’imagine di nostra Donna bellissima. Nella facciata dinanzi di detta Chiesa, allato alla porta di mezzo verso i Legnajoli, uno de’ quattro Evangelisti, ed altri accanto. Sin qui son parole dell’accennata memoria. Io mi persuado poi, che chi soprintese a quella invenzione, per quanto si apparteneva alla storia, dubitasse, che ella non si confacesse così bene coll’antiche tradizioni, mercè dell’essere stato figurato appresso alla Vergine, in quell’atto di salire al Cielo, un solo Apostolo: e però stimasse bene accennarvene almeno alcuni altri, giacché si veggono sotto la mandorla, la quale contiene in sé quella storia. Due sole teste pure di mezzo rilievo, un vecchio e un giovane, quali appunto sogliono figurarsi San Pietro e San Giovanni, io stimo fossero fatti per Apostoli, non ostanteché fosse per errore nella partita, che appresso si noterà, scritto Profeti: e questi hanno un poco di busto, e mani strette al petto, in atto di adorare e riguardare essa Vergine, le quali teste furono fatte da Donatello. Quanto alla causa di essere state aggiunte esse teste, vaglia quanto può valere l’accannata mia opinione: siccome ancora dell’essere Apostoli o Profeti; ma quanto all’essere stati fatti da Donatello, eccone alcune testimonianze senza eccezione, che serviranno anche per prova concludente, che l’opera dell’Assunta fu fatta per mano di Nanni d’Antonio di Banco, e non di Jacopo della Quercia, come scrisse il Vasari, seguitato in tale errore da chiunque dopo di lui ha scritto. In un libro dell’Opera di Santa Maria del Fiore sopraccennato nell’anno 1418. al dì 28. di Giugno leggesi l’appresso Partita: A Gio. Ant. di Banco lastrajolo e intagliatore di marmo Fiorini 20. sopra le figure intagliate per lui per l’Opera da porsi sopra la porta di Santa Maria del Fiore verso la via de’ Servi. In altro luogo si trova: Donato Nicolai Betti Bardi Intagliatori, quos recipere debet pro duobus testis, sive capitibus Prophetarum per eum factis, et sculptis, et positis in historia facta per Joannem Antonii Banchi super janua dictæ Ecclesiæ (parla della Chiesa di Santa Maria del Fiore) Fiorini 6. E poi in altra carta: Die 21. Aprilis 1421. Joanni Antonii Banchi Intagliatori pro resto solutionis sibi fiendæ de historia marmoris sculpti et intagliati sub figura Beatæ Virginis Mariæ supra januam Annuntiatæ libb. 567. sol. 17. dan. 4. Ma per ultimo considerisi in ciò, che io sono ora per apportare, che il Vasari, in quanto egli scrisse in proposito di questa opera, si governò, non già co’ fondamenti dell’antiche scritture; ma con qualche relazione, che dovette averne poco sicura, e contro a quello, che egli medesimo credeva, e lasciò scritto di sua mano in tal particolare, che è quello appunto, che noi diciamo, che non da Jacopo della Quercia, ma da Nanni di Anton di Banco fu fatto questo lavoro. Dico dunque, che in un libretto, grande quanto un foglio comune, grosso circa a un dito, chiamato Frammento di Vite di Pittori, che si conserva nella Libreria de’ Gaddi, nobil [p. 52] famiglia, della quale altrove abbiamo parlato, scritto di propria mano, che si dice di Giorgio Vasari, in cui egli incominciò a notare alcune cose appartenenti a’ Pittori, de’ quali poi egli scrisse le Vite, incominciando da Cimabue, si trovan queste parole: Nanni d’Antonio di Banco benefiziato fece la figura di S. Filippo di Marmo nel pilastro di Or S. Michele, e di S. Lò, quattro Santi, l’Assunzione di nostra Donna sopra la porta di S. Maria del Fiore, che va a’ Servi, ed uno de’ quattro Evangelisti nella faccia di detta Chiesa dinanzi verso i Legnajoli. Sin qui il Vasari. Io trovo, che fu costui adoperato anche in cose di Architettura dagli Operai di Santa Maria del Fiore, i quali a Filippo di ser Brunellesco, a Gio: d’Antonio di Banco, e a Donato di Niccolò (che è Donatello) cittadini Fiorentini, fecero pagare in una volta scudi 45. da dividersi fra di loro, come loro parrà, per un modello della Cupola di Santa Maria del Fiore, murata con mattoni e calcina, senz’armadura, per esemplo, come per Deliberazione degli Operai dell’anno 1419. Il Vasari suddetto assegnò al mancare di costui l’anno 1430. cioè molti anni avanti quello del maestro suo Donatello; ma in questo ho io trovato in antiche scritture de’ Manoscritti di casa Strozzi, essere egli morto non nel 1430. ma nel 1421. Ma comunque si fosse la cosa, egli è certo, che la morte di questo artefice seguì con non poco dolore de’ suoi concittadini, per aver egli saputo congiugnere alla molta civiltà de’ proprj natali, un tratto amorevole e gentile, ad un vivere giusto e ben costumato, e possiamo anche dire, che in Firenze mancasse un grande amico a queste belle arti, dell’esercizio delle quali non ostanteché e’ fosse in ufizj e maneggi pubblici molto adoperato, egli sempre più di ogni altra cosa usò di gloriarsi.

NERI DI LORENZO DI BICCI

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di LORENZO suo padre. Fioriva circa al 1430.

Nell’antico libro degli uomini della Compagnia de’ Pittori trovasi descritto quest’artefice nel 1429. e fu fino da quei tempi in questa sua patria non poco adoperato, forse come quelli, che avendo avuto per Padre Lorenzo di Bicci, di cui correva gran fama per lo molto operare, ch’ei fece per la città e per lo Stato, potè anche avere avuta da esso tale introduzione, che non ne fosse stato difficile poi il trovar modo di dar fama a’ proprj pennelli in una quantità grandissima di pitture, che noi troviamo, ch’ei condusse, dico di quelle solamente, alle quali ha perdonato il tempo. Trovasi avere questo pittore, dopo la morte del padre, fatto il ritratto di lui, e quello di sé medesimo, [p. 53] nella Chiesa di Ognissanti in due tondi, nella Cappella di Bartolommeo Lenzi, colle parole attorno, che dicono i nomi loro: e avervi anche dipinte istorie di Maria Vergine, nella quale si studiò d’imitare al possibile molti abiti, che si usavano in quei tempi dagli uomini e dalle donne Fiorentine: fecevi anche la tavola a tempera, e il dossale dell’Altare. Per lo stesso Bartolommeo Lenzi dipinse una tavola, alla quale fu dato luogo nella Chiesa dello Spedale degl’Innocenti. In quella di Santa Trinita, per entro la Cappella degli Spini, dipinse a fresco istorie della Vita di san Giovangualberto, e la tavola pure a tempera. Chiamato in Arezzo, fecevi una tavola per la Chiesa di San Michele e Santa Maria delle Grazie fuori di quella città. Nella Chiesa di San Bernardino dipinse una Immagine di Maria Vergine, che mostra di tenere sotto il sacro ammanto il popolo Aretino: e da uno de’ lati fece vedere lo stesso San Bernardino inginocchioni, con una croce di legno in mano, siccome costumava il Santo di portare, quando andava predicando per quelle città: dall’altro lato dipinse San Niccolò e San Michele Arcangiolo: e nella predella della tavola rappresentò fatti di esso Santo, e miracoli operati per lo più in quella città. Ho io ancora ritrovato nella Libreria de’ Manoscritti originali e spogli, oggi degli Eredi del Senator Carlo Strozzi, Antiquario rinomatissimo, in un libro segnato I. I. 1231. a car. 561. quanto fu per mano di quel Cavaliere estratto da un Diario originale segnato D. che fu dello stesso Neri di Bicci, scritto dall’anno 1453. fino al 1473. il quale pure si conserva nella medesima Libreria: nel quale Diario, oltre a molti ricordi di cose famigliari di sua casa, e particolarmente de’ giovani, che sotto la di lui disciplina di tempo in tempo si ponevano, egli fu solito di notare le opere ch’e’ faceva; avere egli fatto nota di un Tabernacolo, dipinto in sulla strada maestra, che va da Firenze a Pisa, al Ponte a Stagno in sul Vingone, poco lungi dal Castello della Lastra, ove per Luca d’Andrea da San Colombano, dipinse l’anno 1453. una Vergine con più Santi da i lati, e nella volta altre figure. Ancora vi è notata l’opera, che egli condusse per la Chiesa di Santo Romolo di Firenze, stata già data a fare a Lorenzo suo padre, che dopo averla ingessata, si morì. Vi è anche il ricordo, come detta tavola fu stimata da Zanobi, che fu della nobilissima famiglia degli Strozzi, e dipinse in quei tempi con non ordinaria lode tavole da Altare, che si veggono fino al presente in diverse Chiese, e ancora altre opere fece lodatissime. Fu compagno dello Strozzi in fare detta stima Alesso Baldovinetti pittore celebre: e ciò fu nell’anno 1466. come altrove abbiamo detto. Essendomi poi, per molta bontà di Luigi Strozzi, figliuolo del già nominato Senator Carlo, Arcidiacono della Metropolitana Fiorentina, riuscito d’avere per alcuni pochi giorni in mia casa detto libro originale del Bicci: ne ho fra l’altre cose estratte alcune note, che per ragione [p. 54] di loro antichità io non istimo indegne di memoria: e sono le seguenti: Nota egli avere avuto di dota della Gostanza di Bernardo di Lottino sua moglie Fiorini trecentoquaranta di suggello, l’anno 1453. e stettegli mallevadore alla gabella Antonio Catastini suo Cognato.

Dice avere un Podere, luogo detto a Capallo di Gangalandi.

Dice avere a’ 3. di Luglio 1454. auto ordine da Bernardo di Lupo Squarcialupi, che sta a Poggibonzi, di fargli una tavola di Maria Vergine, con Giesù in collo, con un S. Francesco, S. Margherita, S. Jacopo e S. Bernardino, e nella predella alcune storiette: e tutto questo per prezzo di Fiorini cento: e poi soggiugne dopo alquanto tempo:

Ricordo, come a’ 26. Aprile 1456. presi a dipignere per gli uomini della Compagnia della Disciplina di San Niccolò di Poggibonzi in Valdensa, una tavola da Altare, con una Vergine e nostro Signore in collo, e alcuni Santi allato, e di più istorie di S. Niccolò, due battuti, un per parte, tutta messa di oro. I Procuratori di detta Compagnia, che intervennono a farne il patto per Fiorini ducentosessanta, furono: Donato di Segna, Andrea di Nanni fabbro, Giovanni di ser Lucchese Bindi, Giampiero ispeziale, Bernardo di Lupo Isquarcialupi, Francesco di Niccolajo di Donato.

Nell’anno poi 1454. fa il seguente ricordo, che siccome dà materia a noi di accompagnarlo con qualche considerazione profittevole agli studiosi di nostra antichità, così sarà da noi copiato in questo luogo da verbo a verbo, e come egli lo scrisse.

Ricordo, come questo dì 15. Agosto: lo Neri di Bicci dipintore, tolsi a metter d’oro, e dipignere uno tabernacolo di legname fatto all’antica, colonne da lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, di sotto uno imbasamento messo tutto d’oro fine: e nel quadro di detto tabernacolo, feci un Muisè e quattro animali de’ Vangelisti, e nel frontone Santo Giovanni Batista, e intorno al detto Muisè e animali fece gigli d’oro, e drento il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e uno altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze, il quale debbo fare a tutta mia ispesa, d’oro, d’azzurro, e ogn’altra cosa, accetto legname, e fatto, e posto in luogo dove ha stare, cioè nell’Udienza de’ Signori: e detti Signori, mi debbono dare per le sopraddette cose, cioè oro, azzurro, e mio maistero Fiorini cinquantasei d’accordo co’ detti Signori. Era Gonfaloniere Tommaso di Lorenzo Soderini, e per Artefice Marco di Cristofano Brucolo legnajuolo, e Antonio Torrigiani, e altri, i quali non conosco. Rendei il detto lavoro a dì 30. Agosto 1454. e a dì 31. di Agosto fu pagato, come a entrata di a 5. posta al libro di a 7.

Voi notaste, o mio lettore, che il Bicci in questo suo ricordo, con brevità e schiettezza incidentemente ci lasciò scritti alcuni particolari, da’ quali facilmente s’induce un tal poco la cognizione della grande stima, in che furono appresso a i nostri padri quei venerabili volumi, chiamati le Pandette: e le altre cose ancora, che dovevano aver luogo in quel suo tabernacolo, o altro arnese, che noi dire vogliamo, fino a quei tempi.

Ma perché poco fu qul ch’ei disse, non avendo egli preso per assunto il parlare di tali cose distintamente, e perché il fatto in sé stesso è degno [p. 55] di riflessione e di memoria, vuole ogni dovere, che io supplisca al difetto, illustrando in un tempo stesso il ricordo del pittore, e alcuna cosa dicendo del molto, che di così preziosi tesori può dirsi a gloria della patria nostra, e di qualunque, che già per un corso di più e più secoli a nostro pro e a benefizio del mondo tutto ce gli ha conservati. Doveva dunque il tabernacolo coll’arnese predetto, abbellito con fattura di Neri di Bicci, contenere in primo luogo il Libro delle Pandette. Questo Libro, che è di grandezza di foglio, e diviso in due Tomi, si chiama Pandette, che come voi sapete, propriamente vuol dire, che contiene tutto, e viene dalla voce Greca Pan, che significa Tutto, e da dechome, che vuol dire ricevo. Di questo nome di Pandette parla Angelo Poliziano nel suo Libro delle Miscellanee, Cap. 78., e dice così. In Pandectis istis, quas etiam archetypas opinamur: e più diffusamente nel Cap. 41. dicendo: Ch’egli è il Volume stesso de’ Digesti, ovvero Pandette di Giustiniano: e che egli è senza dubbio originale. Gli chiama Digesti, e in Latino diconsi Digesta, che vale cose digerite per ordine: e questo è il nome appunto, con cui chiama Vegezio i suoi libri de’ Re Militari. Di questo nome di Pandette s’era valso Plinio nella Lettera Dedicatoria a Vespasiano Imperatore della sua Storia Naturale; alloraché, volendosi in essa burlare de’ titoli speciosi e curiosi degli Autori Greci, messe fra gli altri quello di Pandette: e Aulo Gellio, che scrisse le Notti o le Veglie Attiche, in Latino disse: Sunt etiam qui Pandectas inscripserunt. Soggiugne poi il Poliziano, che questo Libro era allora nella Curia Fiorentina, che vuol dire nel Palagio de’ Priori: che dal Sommo Magistrato pubblicamente si conservava: e con gran venerazione (benché questo di rado, e ancora al lume di torce) si mostrava: e ch’è questo libro una inestimabile porzione delle spoglie e del bottino de’ Pisani, spesso citato da’ Giurisconsulti: ch’egli è scritto a lettere majuscole, senza spazj veruni tra parola e parola: e similmente senz’alcune abbreviature, e con certe parole, almeno nella Prefazione, come dall’Autore certamente, e che pensi e che generi, piuttosto che dallo scrittore o copista, fregate e cancellate, con iscrivervi sopra: che vi è una Epistola Greca, e ancora un bellissimo Greco Epigramma nel frontespizio. Confessa anche il Poliziano, che di leggere questo Volume, e di maneggiarlo comodamente, a lui solo era stata fatta copia, per opera e a cagione di Lorenzo de’ Medici, il quale (uomo principale della sua Repubblica) purché faccia, disse egli, cosa grata agli studiosi, fino a questi officj si abbassa. Le chiama il Poliziano, non più per gli aggiunti nomi loro antichi, che furono cioè, prima Amalphitanæ, perché a’ Pisani vennero di Amalfi nel Regno di Napoli, e poi Pisane; ma le chiama Fiorentine: e afferma, che in loro sono le parole pure e schiette, né come nell’altre piene di macchie e scabbiose. Fin qui dal Poliziano. Ed è da notarsi, come nel fine delle medesime Pandette si veggono scritte due fedi, una di Cristofano Landini, e l’altra del Poliziano medesimo, che attestano di reputarle originali. Questi veramente inestimabili Libri sono stati visitati da’primi Letterati, che abbia pe’ tempi avuti il mondo. Lelio Torelli da Fano, Auditore di Ruota, ne’ tempi di Cosimo I. fece stampare in Firenze dal Torrentino esse Pandette, cavate dal proprio originale. Antonio [p. 56] Augustino, famoso Legista Spagnuolo, e Vescovo di Lerida, nel Libro delle Emendazioni e Opinioni, impetrò dallo stesso Cosimo I. di poter servirsi dello stesso libro pel bisogno de’suoi studj, ch’e’ fece qua: e vidde anche la famosa Libreria di San Lorenzo, e assai cose di propria mano notò. Questo dotto Autore chiama le Pandette Antichissimo Monumento della Ragione Civile. Dice ancora, che la stessa figura delle lettere apparisce per lo più vicina alla Romana e Greca antica scrittura: e soggiugne, che per fare questi suoi libri, adoperò le Pandette d’Angelo Poliziano, confrontate con queste Fiorentine. Sopra queste Pandette Teodoro Gronovio, quando fu agli anni passati a Firenze, fece alcuni confronti, e ne stampò un piccolo libro. Che poi questi Volumi, col rimanente di quello che accenna il soprannominato Neri di Bicci nel suo Ricordo, venissero di Costantinopoli, non è improprio, anzi necessario, col supposto, ch’elle siano originali, stante la residenza, che vi fece Giustiniano, e gli altri Imperadori Romani, dopo la traslazione della sede dell’Imperio, che fece Costantino, di Roma a Bizzanzio, detta Costantinopoli, o nuova Roma. E questo è quanto alle Pandette, le quali si conservano oggi, e fin da gran tempo, nella Guardaroba di Palazzo vecchio del Serenissimo Granduca, per entro uno degli Armadioni dell’argenteria e oreria, chiuse in una cassetta soppannata di velluto, ricchissimamente adornata al di fuori: né si lasciano vedere, per ordinario, se non a degnissime persone, e con assistenza continova de’ maggiori Ministri, fra i molti che sono deputati al governo della medesima Guardaroba.

Fa ora anche di mestieri, che da noi si dia alquanto d’illustrazione al rimanente di quello, che accennò il Bicci nel suo Ricordo. Dice egli: E nel quadro di detto Tabernacolo feci un Muisè, e quattro Animali de’ Vangelisti: e nel frontone santo Giovanni Batista: e intorno a detto Muisè e Animali, fece gigli d’oro, e dentro il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e un altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze etc. Or qui vede ogni persona, anche di mediocre intelligenza, che il Moisè, ch’ei dipinse in quel suo tabernacolo, e il dovere stare nell’Audienza de’ Signori, fu per alludere alle Pandette, le quali, come antico monumento della Ragione Civile, come bene le chiamò l’Augustino, dovevano aver luogo ove ragione si teneva, cioè nell’Audienza de’ Signori. L’Immagine del Precursore fu dipinta in prima fronte, per significare la Protezione, che tiene il Santo della Città e Stato Fiorentino: e’l bell’ornato de’ gigli d’oro, per mostrare, che il tutto apparteneva alla Fiorentina Repubblica e alla città stessa. Resta ora il dar notizia dell’altro Libro, che il Bicci dice che dovesse stare insieme colle Pandette, e con altre solennissime cose di Firenze. Dico dunque, come il Libro, di cui ei parlò, non poteva essere se non il Libro dell’Evangelio di San Giovanni, e quello stesso, che appresso si dirà. Ed evvi forse qualche apparenza di vero, che tale preziosissimo Libro dovesse stare nel luogo detto, per quello, che disse il Bicci, cioè, che nel tabernacolo rappresentò i quattro Animali, ne’ quali sappiamo, che i Santi Evangelisti vengono figurati. Se noi non volessimo [p. 57] però dire, che la figura del Moisè, con quella degli Animali, fosse fatta per rappresentare l’Antica e la Nuova Legge, e nulla più; ma ciò non pare, che abbia luogo, perché, o vogliasi fare l’allusione agli Evangelisti immediatamente, o alla Nuova Legge, la quale ci fu divulgata dagli Evangelisti, sempre noi ci portiamo alla ricordanza degli stessi Evangelisti. La verità però si è, che oggi, e fino da tempo immemorabile, nella Cappella dello stesso Palazzo, già intitolata di San Bernardo degli Uberti Vallombrosano: poi, e fino ad oggi, di San Bernardo di Chiaravalle, fra le insignissime Reliquie di Santi, si conserva un grosso Libro: e questo credesi senza dubbio quello del quale fa menzione il Bicci. Egli è un grosso Volume, di grandezza di foglio, scritto in cartapecora, contenente tutto l’Evangelio di San Giovanni, in lettera Greca tonda bellissima, la quale lettera è stata tutta da capo a fondo coperta coll’oro, stante l’opinione, che si ha della somma antichità di questo Libro; talché egli è stato sempre tenuto, e fino al presente tempo si tiene per lo vero e proprio originale dello stesso Santo Giovanni Evangelista. Dico finalmente, che l’altre, che chiama il Bicci solennissime cose di Firenze, altro non erano, a mio credere, che il proprio originale del Sacro Concilio Fiorentino, chiamato il Decreto dell’Unione fra la Chiesa Greca e la Latina, in Greco e in Latino, colle sottoscrizioni originali de’ Padri dell’una e dell’altra Chiesa: e l’altre Carte, che pure con esso si conservano, appartenenti agli Armeni e a’ Ruteni. E tanto ci basti aver detto in quanto appartiene alle Notizie di Neri di Bicci.

[p. 57] PAOLO UCCELLO

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Antonio Veneziano, nato nel 1389. 1472.

Sarà sempre degno di memoria Paolo Uccello Pittor Fiorentino, fra gli amatori dell’arti nostre, come quegli, che a pari di ogni altro sublimissimo ingegno del suo tempo, con incessante fatica e amore, seppe sì fattamente portarsi per gli aspri sentieri, che ne conducono all’acquisto, dico fino a quel segno, che quell’età comportava, che non solamente ogni altro agguagliò, ma si fece nelle varie facultadi, che ad essa appartengono, di gran lunga superiore. Fu questi dunque nell’operar suo diligente, quanto altri mai; ma quello, in che egli si rendè più segnalato, si fu il molto discostarsi ch’ei fece dalla vecchia maniera: e fu il primo, che coll’esempio e coll’indirizzo di Filippo di ser Brunellesco, ponesse [p. 58] studio grande nella prospettiva, introducendo il modo di mettere le figure su’ piani, dove esse posar devono, diminuendole a proporzione: il che da’ maestri avanti a lui si faceva a caso, e senz’alcuna considerazione. Per tali sue abilitadi, fu egli in grande stima in questa sua patria, e come professore primario riputato. Or prima di venire a dar notizia di alcune opere sue, e particolarmente di una, la quale, e per la dignità del luogo, ove egli ebbe a condurla, e per la nobiltà del suggetto, che egli ebbe a rappresentare, e per altri titoli assai ragguardevoli, fu delle più apprezzabili; fa di mestieri, che io porti qui, quanto io trovo in un libro di Deliberazioni degli Operai di Santa Reparata, cominciato al primo di Luglio dell’anno 1390. che è quella che segue. Avendo riguardo gli Operai alla Provvisione fatta per lo Comune di Firenze circa alla Sepoltura Incliti Militis Domini Joannis Aguti, olim Generalis Capitani Guerræ Com. Flor. et honoris, et Status ipsius Com. jamdiu continui solliciti defensoris: circa alla sepoltura, Excellentissimi Militis Domini Pieri de Farnese olim Capitanj Guerræ Com. præd. qui in servitium Com. Florentiæ adeo animo frequenti se habuit contra Pisanos, et in eodem diem suum clausit extremum, la quale è già antica, e non apparente, e posta in luogo non atto: e volendo le dette sepolture nella facciata della Chiesa di Santa Reparata, che è fra le due porte verso la via de’ Cassettai, far fabbricare: honorabilius quantum decet; Deliberaverunt primo. In ipsa facie, ipsas sepulturas designari per pictores bonos, ut omnibus civibus ad ipsam Ecclesiam venientibus obstendantur, et super eis maturius, et honorabilius, et cum deliberatione omnium volentium consulere, postea ad ipsorum perfectionem procedatur. E così allogano a disegnare a Angelo di Taddeo Gaddi, e Giuliano d’Arrigo Pittori, per prezzo di Fiorini 30. Da farsi quella di Messer Piero da Farnese più verso l’Altare etc. Fin qui la Deliberazione. E nello stesso tempo deliberarono farsi il sepolcro a Fra Luigi Marsili Eremitano defunto, con aggiunta di queste parole: Ex cujus sanctitate, scientia, et unitate tota Civitas et Patria fuit et est illuminata, et decorata doctrinis.

Venuto l’anno 1405. per una Deliberazione degli Operai medesimi, nel libro cominciato al primo di Gennajo, si trova essere stato ordinato (per usar le proprie parole) che Gio. Aguto, già Capitano, depongasi del luogo dove è, e pongasi abbasso sotto terra, in luogo debito e consueto. L’anno poi 1436. nelle deliberazioni de’ medesimi nel mese d’Aprile, si ha: Che a Paolo Uccello si dia a dipigner Messer Gio. Aguto nella facciata della Chiesa Maggiore Fiorentina, dove era prima dipinto il detto Gio. di Terra Verde. Da che si viene in cognizione assai chiara, che la Deliberazione stata fatta del 1390. di doversi dipignere Gio. Aguto, per essere l’antica pittura, per cagione della stessa antichità non più godibile, non fu fatta eseguire, se non dopo 37. anni, cioè del 1436. per mano di Paolo Uccello: e si conosce altresì, che, o per cagione degl’invidiosi di sua gloria, o per qualsifosse altra cagione, il povero artefice ebbe in tal pittura assai poca fortuna: conciossiacosaché [p. 59] non molto dopo, che l’opera rimase finita, fu dagli stessi Operai deliberato quanto appresso: Il Capo Maestro dell’Opera faccia disfare certo Cavallo e Persona di Messer Gio. Aguto, fatto per Paolo Uccello, perché non è dipinto come conviene, e lo stesso Paolo Uccello dipinga di nuovo di terra verde Gio. Aguto e’l Cavallo. Scuoprono anche queste due Deliberazioni un grosso errore del Vasari, laddove ei disse, che seguì la morte di Paolo Uccello l’anno 1432. mentre veggiamo, che nel 1436. egli viveva, e anche benissimo operava, come mostra la sua opera dell’Aguto e del Cavallo, che per pittura di quell’età è stata sempre avuta in considerazione di cosa perfetta. Né può dirsi, che un poco di ricoprimento, o per usare il detto del volgo, di rifiorimento, statole dato l’anno 1688. coll’occasione dell’apparato fattosi in Duomo per le felicissime Nozze del Gran Principe Ferdinando di Toscana, colla Serenissima Violante Beatrice di Baviera, abbia punto variata la sustanza della pittura stessa, perché il pittore, che ebbe l’incumbenza di rinvigorirla alquanto, si diportò in sì fatta maniera, e così bene, che ella, toltone alcuna maggior vivacità di colorito, rimase quella stessa appunto, che noi medesimi, con tutta la città, l’avevamo veduta e goduta gran tempo per avanti. Cosa, che occorse pure a quella del Cavallo di Niccolò da Tolentino, dipinto a chiaroscuro da Andrea dal Castagno, che le è poco discosto. Ma che diremo noi di un gran biasimo, che da più scrittori, veggiamo per questa pittura essere stato dato sempre a Paolo Uccello; perché volendo far vedere il suo Cavallo, nell’atto del passo o del passaggio, che dir vogliamo (che poco son differenti fra di loro questi moti) lo rappresentò in un modo, che essi dicono essere del tutto improprio, non pure del cavallo, ma eziandio di tutti gli altri quadrupedi: cioè con fargli alzare il destro piede dinanzi, per quanto è l’alzata solita del cavallo: e con fargli altresì alzare un poco anche il destro piede di dietro, dico non interamente, ma tanto quanto basti per fare, che lo stesso destro piede di dietro si possa dire alquanto sollevato da terra: e con fargli toccare con esso piede di dietro il terreno solamente un tal poco colla sua punta, facendo visibile la pianta del medesimo piede: e così dicono, che non può negarsi, che il posare del cavallo sia stato fatto ne’ due piedi sinistri, nel dinanzi e nel di dietro: e conseguentemente, che la figura dell’animale venga a tenere gli due destri il davanti e il di dietro più, o meno sollevati da terra: cosa, torno a dire, che non vollero mai, né alcuni buoni scrittori antichi, né la gente volgare, che potesse darsi nel cavallo in un moto sì fatto. Or qui è gran difficultà, perchè io sono d’opinione, che il pittore né punto né poco errasse in tal pittura, appoggiandomi alle autoritadi de’ grand’uomini, le quali io sono ora per addurre. Ma prima prego il mio lettore a tornare a riflettere a quanto io raccontai di sopra, cioè, che fu ordinato dagli Operai, che Paolo Uccello dipignesse il Cavallo: e poco dopo fu da’ medesimi deliberato, che fosse mandata a terra la pittura per cagione di alcun difetto, e poi fosse rifatta pure dallo stesso pittore di verde terra. Io però non ho saputo trovare, che la cosa del mandare a terra il cavallo fosse eseguita: né che Paolo Uccello tale nuova pittura rifacesse. Non dico [p. 60] già, che assolutamente l’una e l’altra cosa fosse lasciata di fare; ma chi sa, dico io, che fin d’allora da’ malevoli del pittore, o da i poco intelligenti della Geometria, non fosse stato giudicato per errore quello, che io ho accennato, e che a cagione di questo non ne fosse stato dato l’ordine del disfacimento: e che poi si fosse trovato pure alcuno erudito intelletto, che colle stesse ragioni, che è stato fatto dipoi, l’avesse talmente difeso, che il cavallo fino ad oggi fosse quello stesso, che egli fu a principio. E se questo fosse, oh quanto bene si adatterebbe al mio proposito il vedersi e sapersi, che passati molt’anni, dopoché fu fatto il Cavallo di Gio. Aguto, ne fu fatto quivi vicino un altro da Andrea del Castagno a chiaroscuro, colla figura di Niccolò da Tolentino! il qual Cavallo fu dipinto nel modo e nel moto stesso, che Paolo Uccello aveva dipinto il suo: e così per questa stessa ragione ancora non sarebbe, a mio credere, punto impropria la difesa, che io son per fare ora del nostro pittore. La questione è ardua oltre ogni credere; che però io ho pensato di darle principio con una morale osservazione, che il Conte Lorenzo Magalotti riporta nelle dottissime Lettere, che egli finge di scrivere ad uno Ateista, per convincerlo de’ suoi errori: e questa è sopra il moto de’ cavalli, mostrando di forte maravigliarsi, che in tante migliaja di anni, da che camminano i cavalli, e in tanti secoli, ne’ quali si è disputato del moto loro, non si sia ancora arrivato a sapere, se eglino levino nel lor moto, in croce, o lateralmente. E in vero, che dottissimamente al suo solito scrisse il Magalotti, mentre egli è chiaro, per le varie opinioni, che fino ad oggi intorno a ciò sono state fra gli Autori anche di primo grido, quanto egli affermò. Io però andrò brevemente scorrendo la materia, per portarmi a fermare ciò che io penso, che per una giusta difesa del nostro pittore si renda più credibile e più proprio. Girolamo Cardano, Medico Milanese, insigne Mattematico e Astrologo, nel libro XI. De Subtilitate, parlando degli Animali perfetti, viene a dire de’ Cavalli e loro movimento, e ne esamina otto spezie di moti: tre per la considerazione del moto di ciascun piede di per sé: e cinque per la considerazione del moto de’ piedi a due a due. Il primo moto esaminato dal Cardano, che è appresso dilui il più considerabile, è quello appunto, del quale a difesa di Paolo Uccello dobbiamo ora parlare: ed è l’andare di passo, o il passeggio, che fra di loro, come io dissi, non sono differenti, se non in qualche poca maggiore o minore velocità: ed è quello altresì, che volle Paolo rappresentare nel suo Cavallo: e dice il Cardano, che in quel passo movendosi dal cavallo prima il piè destro dinanzi, poi il sinistro pure dinanzi, e in terzo luogo il sinistro di dietro, e finalmente il destro, pure di dietro, e quasi che dicessimo in giro, muoversi egli con quella agilità che si vede. E quest’ordine di moto vuole che sia proprio quasi di ogni altro quadrupedo, a differenza dell’andare di trotto, che succede per via del moto de’ piedi opposti, come dicono i Geometri, diagonalmente nel medesimo tempo, cioè insieme il destro dinanzi, col sinistro di dietro: e il sinistro dinanzi col destro di dietro, che si suol chiamare ancora levare i piedi, ma in croce. E questo è quanto intorno a tali due sorti di moti si può cavare dal Cardano, tralasciando gli altri [p. 61] moti da esso descritti minutamente, che pel caso nostro non fanno. Pietro Gassendo Franzese, celeberrimo Filosofo e Mattematico, vuole, che questi due moti del Cavallo, tanto il trotto, che l’andare di passo si facciano da quello animale, con levare piedi, come si è detto, in croce, il destro dinanzi col sinistro di dietro, e’l sinistro dinanzi col destro di dietro: e soggiugne essere errore grandissimo de’ pittori, che rappresentano i cavalli co’ piedi alzati in altra maniera. E queste sono le sue parole. Ex quo proinde intelliges, quam fuerit Pictor ille ineptus, qui Parisiis ad alteram alam organorum Sancti Martini ita Equum pinxit, ut terræ insistens, in duobus sinistris pedibus, duos dextros elatos in aerem habeat. Gio. Alfonso Borelli Messinese, Mattematico insigne dell’Università di Pisa, nell’Opera De motu Animalium al Cap. 20 e nella Proposizione 165. Edizione di Roma tomo primo a car. 163. dice il contrario di quello, che scrive il Gassendo, dimostrando in essa Proposizione 165. Gressus quadrupedum non fieri motis alternatim duobus pedibus diagonaliter oppositis, reliquis duobus quiescentibus; anziché egli dice nel principio di questo Capitolo, essere errore l’affermare altrimenti: nel qual errore dice pure essere incorsi molti Filosofi e Anatomici: Egregie in hac parte allucinantur, nedum vulgares homines, sed etiam præclari Philosophi et Anatomici: e soggiugne ancora, nel dimostrare la sopraddetta Proposizione, che i pittori e gli scultori hanno sempre seguitato il medesimo errore, dipignendo e scolpendo i cavalli co’ due piedi alzati, non dalla medesima banda: Talis porro erronea imaginatio adeo invaluit, ut in statuis Equestribus, æneis et marmoreis, antiquis et recentibus, semper duo pedes, è diametro oppositi a terra suspensi, exculpti et in tabulis depicti sint. La dimostrazione del Borelli consiste nel considerare il cavallo in tre piedi fermi, che nell’andar di passo facilmente si riscontrano; ancorché ve ne sia uno, che appena tocchi la terra nel principio del suo posare, mentre gli altri due di quei tre posano interamente: e questo affinché la linea della direzione del corpo del cavallo cada in uno spazio, e non sopra una linea possa considerarsi. Onde di sentenza del Borelli, non fu errore quello di Paolo Uccello, mentreché egli rappresentò il Cavallo co’ due piedi fermi laterali, e con gli altri due alzati, uno più e l’altro meno, che è quello, che con gli altri due fermi formava il triangolo voluto dallo stesso Borelli. Il Padre Francesco Eschinardi della Compagnia di Gesù, Mattematico in Roma, nel suo Libro De Impetu et Fluidis, parlando di questo moto de’ cavalli, è ancor egli dell’opinione di Borelli, quanto al volere, che i piedi laterali e non diagonali, debbano posare in terra; ma soggiugne, non essere necessaria la considerazione del sopraccennato triangolo, potendo l’impeto medesimo, che porta il cavallo nel moto del camminare, reggerlo sopra i due piedi laterali, in quel brevissimo [p. 62] intervallo, che passa tra moto de’ piè destri e de’ sinistri. A questo però del Padre Eschinardi, pare che si potrebbe rispondere, che quel terzo piede, che considera il Borelli, è quello, che dà l’impeto supposto dal Padre Eschinardi stesso; è però considerabile insieme con gli altri due, che formano il triangolo del Borelli: e così non pare, che l’Eschinardi dimostrativamente in questa parte il riprenda. Fermandoci dunque nella considerazione benissimo dimostrata dal Borelli, pare, che si possa fermare, che non fu degno di biasimo il Cavallo del nostro Paolo Uccello; ma sibbene ogni altro, che diversamente da quello, e nell’antico tempo e nel moderno, fosse stato da altri rappresentato. Né lascerò di soggiugnere in ultimo, che basta, per fermare a favore del nostro assunto, la proposizione del Borelli, che il terzo piede, che alza, tocchi colla punta la terra, e poi levi affatto, come gli altri, perché subito quello, che era elevato, posa, e uno di quelli, che posavano, si alza, e tocca colla punta: e Paolo Uccello ha rappresentati i due piedi fermi, quello che toccava, e poi leva, e quello che era elevato affatto: e allora avrebbe errato, se egli avesse fatti due piedi elevati interamente, e due posati affatto, il che non fece egli mai.

Tornando ora alle notizie dell’opere di tal maestro, dico, come egli ebbe ancora a dipignere nella stessa Chiesa del Duomo lo spazio, che nella parte interiore sopra la porta principale contiene la mostra dell’Orivolo, e negli angoli del quadrato colorì quattro teste a fresco. Nello Spedale di Lelmo (oggi di S. Matteo) fece pure a fresco in una nicchia bislunga, tirata in prospettiva, un S. Antonio Abate co’ Santi Cosimo e Damiano: e altre molte opere fece pure a fresco, che oggi più non si veggono: fra le quali più storie di S. Francesco, nella Chiesa di S. Trinita sopra la porta di mezzo: e in Santa Maria Maggiore, in una Cappella, allato alla porta del fianco verso San Giovanni, ove era già una tavola e una predella di mano di Masaccio, fece una Nunziata, ove rappresentò bellissimi casamenti, che in quei tempi apparvero cosa nuova affatto, a cagione della sua prospettiva: e nella medesima fece vedere una sua bellissima invenzione di fare alle colonne rompere il canto vivo del muro, ripiegandosi in esso canto del muro, e in forza di prospettiva lo fanno apparire tondo, imitato poi a’ dì nostri da Giovanni da San Giovanni nella sua bellissima opera della Sala terrena del Palazzo Serenissimo. In San Miniato a Monte operò assai di verde terra nel Chiostro, ove fece istorie de’ Santi Padri; ma non piacque l’aver dipinte figure verdi ne campi azzurri: le cittadi di rosso colore, e gli edificj d’altri colori a capriccio. Dipinse nel Carmine nella Cappella de’ Pugliesi un dossale colle figure di San Cosimo e San Damiano: e perché egli sempre si dilettò di ritrarre al vivo ogni sorta di animali, ebbe a fare a tempera molti quadri per Casa Medici: anzi dice il Vasari, che per avere egli, fra tutti gli altri animali, avuto genio a ritrarre gli uccelli, de’ quali dipinse moltissimi, fu poi cognominato degli Uccelli, donde Paolo Uccelli, e poi Paolo Uccello. Dopo aver fatto tutte queste cose, gli fu allogata la grande opera del Chiostro di Santa Maria Novella, dove colorì a fresco la creazione degli Animali, la creazione dell’Uomo, il Peccato d’Adamo, [p. 63] il Diluvio Universale coll’Arca di Noè, l’inebriazione del medesimo, il detestabile atto di derisione fatto da Cam figliuolo di lui, il Sacrifizio dopo l’apertura dell’Arca, colla gran copia degli Animali. Espresse in queste opere un altro suo nuovo capriccio, che fu di rappresentarvi alberi diversi, coloriti di loro proprio colore, per entro paesi ben digradati in prospettiva, cosa allora da altri poco e male usata; onde può dirsi, che egli, per avere tanto migliorata tal facultà, meriti la lode di esserne stato fra noi quasi inventore, onde egli abbia a quei che son venuti dopo di lui scoperta gran luce, per andarla conducendo appoco appoco a quel segno, ove ella è giunta. E giacché parliamo dell’opere di Santa Maria Novella, non lascerò di notare in questo luogo cosa assai curiosa, avuta già sono molti anni dalla viva voce della sempre a me gioconda memoria di Francesco Rondinelli, letteratissimo Gentiluomo Fiorentino, Bibliotecario del Serenissimo Granduca di Toscana: e questo non pure, perché ella mi piacque molto, ma eziandio perché io ebbi allora gran cagione di credere, che ella potesse avere vita breve, e però fui sollecito a notarla, per darla poi fuori a tempo suo, ed è questa. Passeggiava un giorno il celebre Angelo Poliziano per quel Chiostro, ammirando quelle pitture del nostro Paolo, delle quali niuna migliore aveva veduta quel secolo: e con tal congiuntura dando d’occhio nel Sacrifizio d’Abele e di Caino, dipinto però da altra mano, di gran lunga inferiore: e sentendosi svegliare da vago spirito di bizzarro componimento poetico, trattosi di tasca un suo stile, o vogliamo dire matitatojo con matita rossa, a lettere antiche Romane di piccola proporzione, nel sodo dell’Altare del Sacrifizio scrisse di propria mano l’appresso notato verso; bello non tanto per l’aggiustatezza del significato, appropriatissimo a quell’opera, quanto per la spiritosa allusione, che il medesimo verso indifferentemente fa a i sacrifizi dell’uno e dell’altro fratello, che si veggono uno a destra e l’altro a sinistra dell’Altare: e tale allusione con diversità di senso si fa con non più, che con leggere il verso, prima a diritto, e poi a rovescio. In questo modo nel leggersi da man destra, ove è rappresentata la persona d’Abele, dice così:

Sacrum pingue dabo, non macrum sacrificabo.

e leggendosi dalla parte opposta, ove si scorge la figura di Caino, dice:

Sacrificabo macrum, non dabo pingue Sacrum.

Ho detto avere avuta cagione di credere, che tale bella memoria del Poliziano avesse potuto avere vita breve; conciossiacosaché scorgendosi allora in quella parte di muraglia, colpa del tempo, e forse anche della poca cura, gonfiato forte l’intonaco, era facil cosa, che non vi si porgendo rimedio, fosse il tutto caduto a terra. Ma vaglia la verità, che io non averei giammai immaginato, che fosse occorso tanto presto sì fatto accidente, come seguì, essendo caduto e l’intonaco e l’arricciatura poco dopo, che io ne concepì il timore. Fu anche cosa in quei tempi degna di ammirazione, l’avere Paolo Uccello nell’opera del Diluvio, che abbiamo di sopra accennata, diminuite in prospettiva alcune figure distese sopra l’acqua, e disposte in attitudini diverse con belle invenzione. E non è da tralasciarsi, che nella persona di Cam figliuolo di Noè, egli rappresentò al vivo l’effigie [p. 64] di Dello Fiorentino, pittore ne’ suoi tempi eccellente nel dipignere i Cassoni, che si usavano fra la nobil gente, per riporre in essi gli arredi e abbigliamenti più nobili delle spose novelle: e fu anche rinomato scultore. Molte altre furono le opere di questo artefice di pittura a fresco e a tempera, particolarmente in ciò che appartiene alla prospettiva, tanto in materia di casamenti, logge, colonnati e simili, quanto in figure, fatte vedere posanti in su’ piani in varj scorti e attitudini: e fu il primo che mettesse in buona regola e uso il girare delle crociere, degli archi e delle volte, siccome de’ palchi colli sfondati, ed altre sì fatte cose. Inventò ancora altri bei capricci di diverse vedute di prospettiva, come palle di settantadue faccie, e a punte di diamanti, e talora in ogni faccia brucioli avvolti sopra bastoni: e finalmente tanto freneticò in così fatti studj, che rubando il tempo all’opere di pittura, nelle quali molto avrebbe guadagnato, povero ne divenne. E per non lasciar cosa, che appartenga alla memoria di un tale uomo, dirò, com’egli è fama, che egli pure fosse il primo inventore di quelli, che i pittori chiamano svolazzi de’ panni addosso alle figure, che fatti a tempo e a luogo, non lasciano di apportare loro spirito e vaghezza, e a i componimenti dell’istorie, adornamento e bizzarria. Ciò dicesi, che egli facesse la prima volta in una loggia volta a Ponente, sopra l’orto del Monastero degli Angeli, dove sotto gli archi dipinse istorie della Vita di San Benedetto. Visse Paolo Uccello fino all’età decrepita: e finalmente nell’ottantatreesimo anno, non come fu scritto dal Vasari nel 1432. nel qual tempo, e fino all’anno 1436. come sopra abbiamo accennato, egli era ancora tra’ vivi, e operava bene, pagò il debito alla natura. Fu questo artefice persona astratta e semplice, anzi che no, e che fuori che le opere di Euclide, le quali fu solito studiare assai, assistito da Giovanni Manetti gran letterato e suo amicissimo, appena forse vide mai libri: conciossiacosaché si scorgano ne’ suoi componimenti in pittura notabili errori d’istoria, e altri sì fatti; e fra gli altri nell’opera sopraccennata dell’entrare che fecero nell’Arca Noè co’ suoi congiunti, fece vedere fra essi una veneranda donna, che genuflessa in atto divoto, stassi colla corona in mano. Né punto inferiore è quello, ch’ei fece, quando avendo avuto a colorire in Firenze la volta de’ Peruzzi, che tutta, pel suo genio all’opere di prospettiva, dipinse a figure cube o dadi, quando fu alle quadrature delle cantonate, volle farci i quattro Elementi, ne’ quali rappresentò quattro animali, cioè a dire: per la Terra una Talpa, per l’Acqua un Pesce, pel Fuoco la Salamandra, e per l’Aria volle figurare il Camaleonte: e come quelli, che non aveva mai né letto né veduto quale fosse la forma di questo animale, portato forse dal suono ampolloso di quel nome di Camaleonte, lo credè essere qualche grossissima bestiaccia: e riflettendo per avventura a quel poco poco di principio del nome di lui, che ha il Cammello, coll’aggiunta dell’essere così grande e grosso, diedesi a credere che egli non potesse essere altri che esso: e così di punto in bianco dipinsevi un bel cammello, che inginocchiato in terra, come è solito di quegli animali, sta colla bocca aperta attraendo l’aria, quasiché voglia di quella empiersi il ventre. E buona fortuna, dico io, è stata la mia, che [p. 65] affinché non sia questo stimato un mio racconto fatto a capriccio, questa figura è rimasa fino a’ presenti tempi intera e illesa, come se pure ora fosse stata fatta; laddove e la Talpa e’l Pesce e la Salamandra, delle quali io pure conservo qualche memoria, appoco appoco l’una dopo l’altra infradiciate dall’acqua, trapelata per la volta stessa, che per di sopra è scoperta, son tutte e cadute a terra.

E tanto basti di questo artefice.

LUCA DELLA ROBBIA

SCULTORE FIORENTINO

INVENTORE DELLE FIGURE VETRIATE

Fu della Scuola di Lorenzo Ghiberti, nato 1388. ….

Fu la prima applicazione di Luca di Simone di Marco della Robbia Fiorentino, l’arte dell’Orefice: e perché in quei tempi, e per qualche secolo dopo, ognuno che a quella voleva applicare, si faceva prima assai pratico nel disegno e nel modellare; gran fatto non fu, che egli appena giunto all’età di quattordici anni, abbandonato quel mestiero, fosse già divenuto assai lodato scultore. L’opere di questo maestro, per molte osservazioni fatte da me in congresso de’ primi intendenti di nostra età, fanno tener per fermo, che egli si portasse a tal perfezione sotto la scorta e co’ precetti di Lorenzo Ghiberti, che in que’ tempi attendeva a tal nobilissima facoltà, con quella gloria, che al mondo è nota. Sono di mano di Luca alcuni bassirilievi nel Campanile di Firenze, cioè cinque storiette dalla parte di verso la Chiesa, fattegli fare dagli Operai di Santa Maria del Fiore, per riempire tutti i voti, che rimanevano in quel luogo, fino da’ tempi di Giotto. Nella prima, per rappresentare la Grammatica, fece vedere Donato, che l’insegna: nella seconda Platone e Aristotile per la Filosofia: nella terza un Sonator di liuto per la Musica: nella quarta Tolomeo per l’Astrologia: e nella quinta Euclide per la Geometria. Poi intagliò l’ornamento di marmo dell’Organo, che doveva stare sopra la porta della Sagrestia di quella Chiesa; nel basamento del quale fece i Cori della Musica, in varie attitudini cantando: e sono di sua mano, sopra il cornicione di quest’ornamento, due Angeli di metallo dorati. Gettò la porta di bronza di essa Sagrestia, la quale in dieci quadri divisò, con figure di Cristo e Maria Vergine, i quattro Evangelisti, i quattro Dottori della Chiesa, e attorno alcune belle teste. Trovò poi la bellissima invenzione di lavorar di terra figure, con una certa coperta o vernice, e, come dicono volgarmente invetriato, composto di stagno, terra ghetta, antimonio [p. 66] ed altri minerali o mesture, cotte al fuoco di fornace, che le fa resistere all’aria e all’acqua, quasi eternamente: lavoro, del quale, per quanto io mi avviso, non è fin qui chi sappia, che avessero gli antichi Romani cognizione. Le prime, che uscissero di sua mano, arricchite di tal nuova maestria, furono quelle figure della Resurrezione di Cristo, che si veggono nell’arco, che è sopra la porta di bronzo da lui fatta, come si è detto, sotto l’Organo di essa Chiesa di Santa Maria del Fiore. Dopo questo fece egli sopra la porta dell’altra Sagrestia l’altra storia del Cristo Risurgente. Abbellì poi così fatta invenzione con un nuovo modo di vernici di colori diversi, che fu di gran comodo, per potersi que’ luoghi adornare, che, o per umidità o per altra cagione non possono godere l’ornato della pittura. Questo nuovo modo di operar di rilievo, ebbe tanto applauso, che in breve tempo convenne a Luca, insieme con Agostino e Ottaviano suoi fratelli, abbandonare i marmi, e altro non fare, che simili lavori, per supplire all’incessanti richieste, che non pure da tutta la Toscana, Francia e Spagna, ma da tutte le parti di Europa gnene venivano loro fatte. Sono opere sue la volta della Cappella di Piero de’ Medici nella Chiesa di San Miniato a Monte, presso a Firenze: quella della Cappella di S. Jacopo nella medesima Chiesa, dove riposa il corpo del Cardinale di Portogallo. Vedesi sopra la porta di San Pier Bonconsiglio, in Mercato vecchio, una Vergine con alcuni Angeli: vedesi ancora di sua mano, in via Tedesca, in testa alla strada, detta dell’Ariento, in una Cappella, annessa al muro dell’orto del Monastero di Fuligno, una storia di Maria Vergine, Gesù, e diversi Santi, quanto il naturale, che è opera bellissima. Un’altra bella Vergine con Gesù Bambino ed altre figure, è sopra la porta di una stanza, che serve al presente per iscuola de’ Cherici di San Pier Maggiore, il qual luogo io trovo, che fosse già il Monastero delle Monache, ovvero Eremite di San Giovanni Laterano, e quelle stesse, delle quali si parla negli appresso Strumenti da me originalmente veduti e riconosciuti, la sustanza de’ quali penso, che non dispiacerà al mio lettore di vedere appresso notata: ed è la seguente.

1476. 23. Decembris Convocatæ Capitulariter in Monasterio seu Heremitorio S. Johannis Laterani de Florentia etc. Priora et Heremitis, seu Monialibus dicti Monast. quarum nomina sunt ista, videlicet.

Venerab. Heremita Giulietta Neri Roberti de Cavalcantibus Priora.

Heremita Beatrix, filia Magnifici Tommasi Medici.

Heremita Lessandra et Sorores et filiæ Gulielmi,

Heremita Francisca Bernardi de Verrazzano,

Heremita Helisabeth et filia Neri Antoni de Segnis

Subditæ, ut dixerunt, Monasterio et seu Heremitorio S. Johannis Laterani de Roma Ord. S. Benedicti Florentinæ Diocesis et se esse duas partes et ultra etc. servat. servand. Constituerunt earum Sindacum et Procuratorem Venerabilem Virum Dominum Petrum de Angelinis de Penitio, in Romana Curia Causarum Procuratorem, licet absentem specialiter et nominatim ad prosequendam quandam causam, quam dd. Constituentes habent, seu habituræ sunt cum Monasterio Santi Petri Majoris de Florentia, et Capitulo ipsius [p. 67] Monasterii: quæ causa, ut asseritur vertit, et est coram Reverendissimo P. Domino Domino Dominico Episcopo Brixiensi, Almæ Urbis Vic. Gener. et Commiss. Apostolic. specialiter deputato cum facultate substituendi etc.

Ser Benedictus Nicholai de Romena Civis et Notar. publ. Florent. Rog. 1482. 20. Decembris Actum Florentiæ in Populo S. Petri Majoris in Ecclesia S. Johannis Laterani ad gratas et parlatorium dicti Monasterii.

Venerabilis D. Soror Romita Maria, filia olim Johannis Nofri de Alfanis Abbat. d. Monast. una etc. cedunt Jura etc. Idem revocant et eligunt procurat. etc. Idem Ser Benedictus de Romena dict. die et anno etc.

Nel Capitolo di S. Croce, Cappella de’ Pazzi, d’ordine di Filippo Brunelleschi, fece tutte le figure invetriate, che dentro e fuori si veggono. Dopo gli venne voglia di cercare di un modo di fare eterne le figure, col colorirle sul piano della terra cotta col solito o altro simile invetriato: e la prima esperienza, che egli ne fece, fu un tondo, che fu posto sopra il tabernacolo de’ quattro Santi intorno a Orsanmichele, con isegna e strumenti dell’Arte de’ Muratori, e Scarpellini, detta de’ Maestri. Per la stessa Chiesa di Orsanmichele fece due altri tondi di rilievo, che furono posti nelle facciate: che in uno figurò Maria Vergine col Bambino Gesù per l’Arte di Por Santa Maria, oggi detta della Seta: ed in un altro un Giglio, e sotto di esso una Balla, insegna dell’Ufizio e Magistrato dei Sei di Mercanzia, con alcune frutte bellissime. Infinite furono le Opere, che ei condusse di piano e di rilievo, coll’ajuto de’ fratelli, per diversi luoghi della città di Firenze e per lo Stato, che per brevità si tralasciano. Fu Luca bonissimo disegnatore, e per ordinario conduceva i suoi disegni lumeggiati di biacca. Dicesi, che non avesse lunga vita; ma quando seguisse la morte di lui, non è ancora a nostra notizia pervenuto. Abbiamo però creduto e crediamo, che egli morisse senza successione, almeno non si è trovata fin qui cosa contraria: e che la sua famiglia non rimanesse altrimente spenta nella persona di Girolamo suo pronipote, come con evidente errore scrisse il Vasari, è certissimo, essendo stata di Marco suo fratello, propagata con numerosa figliolanza: e poi altresì dallo stesso Girolamo e da Giovanni di lui fratello si è conservata fino a’ nostri tempi, e in Toscana e in Francia è venuta in gran posto di nobiltà, onori e dignità, come si mostrerà nelle notizie della vita di Andrea, nipote di esso Luca, dove porremo ancora, per maggior chiarezza, l’albero della medesima famiglia.

Fu Discepolo di Luca Agostino della Robbia Scultore Fiorentino, il quale fu fratello del medesimo Luca, e ad esso servì d’ajuto in buona parte dell’opere, che ei condusse di terra cotta: e poi dopo la morte di lui l’anno 1461. fece in Perugia la facciata di San Bernardino, nella quale condusse tre istorie di bassorilievo, e quattro figure tonde, che furono assai lodate. Di questo Agostino nacque un altro Luca, che fu stimato uno de’ migliori letterati del suo tempo, e avendo noi ritrovato in un antico libro de’ Morti che si trova nell’Arte degli Speziali, che a’ 20. di Febbraio del 1481. fu nella Chiesa di San Piero data sepoltura ad un Luca della Robbia, tenghiamo per certo, che fosse questo stesso, del quale abbiam parlato.

[tra pp. 66 e 67] DELLA ROBBIA

Vanni.

Domenico

Balduccio.

Jacopo. Buonfigliuolo.

Domenico Michele

Vanni. Lando. 1312. Francesco. Panziera.

Piero. 1343 Marco. 1343 Michele. 1343 Stefano. 1354. Agnolo. 1357. Francesco

Bartolo. Filippo. 1382 Simone. 1411 Jacopo. 1411 Giovanni. 1350. Giovanni. Gio. in Venezia 1367

Agostino Ottaviano LUCA scultore Giovanni. Marco. Domenico.

celebre nato 1388. Canc. della Signoria 1423.

Secondo il Vasari Polisena 1437.

un Luca, che fu letterato 1481.

Paolo. Checca. 1447 Filippo. 1427 Jacopo. 1433 Andrea scultore nato 1444 Simone. 1447 Giano.

ALTOVITI

Maria Girolamo. Luca. 1527 Marco. 1478 Speranza. Paolo. 1470 Giovanni. Lisabetta.

Filippo Isidoro Abate Luca di Consiglio 1519.

Marco. Luca Ant. Simone. Alessandro. Tommaso. Filippo. Lorenzo. 1524

Jacopo. Girolamo 1527. Pier Franc. Laldomine. a Luigi Viviani Luigi 1530 Ginevera Popoleschi.

in Francia sposa Madama Luisa de

Mathe, come nell’Albero di Francia.

Pier Franc. Scudier del Re di Fran. Andrea Capit. in Francia.

Luca. Luca. Cassandra. Cammilla. Pier Franc. Lorenzo. Marco. poi Fra Gio. Vescovo di Bertinoro Silvestro, poi Don Isidoro Abate, dipoi Vescovo di Bertinoro. Lorenzo Canonico della Cattedrale Fiorent. poi Vescovo di Cortona, poi di Fiesole.

Carlo Gran Consigl. del magg. Consiglio del Re di Francia Girolamo Scudiere del Re di Francia.

DEL MAESTRO

Guido Francesca Carlo Signore di Gran Campo.

Carlo, chiamato dal zio magno materno all’eredità, prese l’arme, e il casato della Robbia.

[p. 68] BICCI DI LORENZO DI BICCI

PITTORE FIORENTINO

Discepolo dello stesso Lorenzo di Bicci suo padre,

Nato … , 1452.

Poco ci occorrerà dire di Bicci di Lorenzo di Bicci, perché avendo egli, per quanto si ha di notizia, sempre ajutato il Padre nelle sue pitture, delle quali, come altrove dicemmo, restò, per così dire, piena questa nostra Città e lo Stato, non potè per avventura far cosa, che interamente sua potesse dirsi: se non volessimo affermare, che gran parte delle pitture del padre, non fossero state parte del pennello di lui. Trovasi essere stato questo artefice descritto nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori l’anno 1424. e che egli finisse di vivere questa mortal vita alli 6. di Maggio del 1452. Ho io riconosciuto nell’antico Libro de’ morti de’ Reverendi Padri del Carmine di Firenze, che il corpo suo fosse in quella Chiesa sepolto.

BARTOLOMMEO DI DONATO

PITTORE

Fiorì intorno all’anno 1420.

Visse ne’ tempi di Bicci un altro Pittore chiamato Bartolommeo di Donato, il quale io trovo pure descritto nel soprannominato Libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori nell’anno 1411. Dell’opere di quest’artefice non ho io alcuna notizia particolare: né tampoco di chi fosse il maestro di lui nell’arte; ma contuttociò ne ho voluto qui fare alcuna ricordanza, coll’occasione di aver letta cosa, che senza dubbio non potrà dispiacere al mio lettore: dico un Compromesso, fatto nella persona di lui, per pubblico Istrumento, rogato da ser Alesso Pelli agli 8. di Luglio 1427. esistente nel pubblico Archivio Fiorentino, mediante la notizia avutane dalla felice memoria del già Dottore Giovanni Renzi, Antiquario diligentissimo, e mio grande amico: ed ecco il tenore dell’Istrumento.

[p. 69] Stephanus Spinelli Pop. S. Luciæ Omnium Sanctorum de Florentia, ætatis, ut dixit, nonaginta sex annorum, ex parte una, et Domina Lore, filia olim Buonsignori Geri ætatis, ut dixit, octuaginta octo annorum, ex parte alia, ambo simul et inter se per verba de præsenti, et anuli datione, et receptione, ad invicem, et vicissim, consensu legittimo Matrimonium contraxerunt etc. Item postea dictus Stephanus Spinelli prædictus ex parte una, et dicta Domina Lore, ex parte alia, omnes eorum lites etc. Compromiserunt et Compromissum generale fecerunt, in Bartholomæum Donati Pictorem, tanquam in eorum arbitrum et arbitratorem etc. Fin qui l’Instrumento. Indovina ora tu, lettore, giacché lo Strumento più non dice, quali fossero fra questi novelli sposi le cagioni di queste liti, mentre io mi persuado, non altre per certo aver potuto essere, che sospetto d’infedeltà e gelosia.

[p. 70] DELLE

NOTIZIE

DE PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE III.

DELLA PARTE I. DEL SECOLO III.

MASACCIO

PITTOR FIORENTINO

Discepolo di Masolino da Panicale, nato 1402. 1443.

Narrazione degl’infortuni accaduti alla Pittura, Scultura e Architettura, da quel tempo, nel quale queste arti, appresso i Toscani e Romani, erano giunte al sommo di lor perfezione, fino alla loro quasi totale distruzione e rovina; colle notizie di Maso di Ser Giovanni da Castel San Giovanni di Valdarno in Toscana, detto Masaccio, discepolo di Masolino da Panicale, il primo, che tolta via la maniera di Cimabue e di Giotto, scoprisse il buon modo di operare in Disegno e in Pittura.

Quanto di venerazione e di lode si era appresso di tutte le nazioni guadagnata la Grecia, pe’ tanti sì grandi uomini, che nelle belle arti e nelle scienze tutte aveva fatto vedere ne’ suoi famosi Atenei; altrettanto riportò di biasimo, e poco meno ch’io non dissi d’infamia, pel numerosissimo gregge degl’infiniti Poeti, che ella al mondo produsse. Tutta quella gloria, che per mezzo o delle Filosofiche speculazioni o delle dimostrazioni Matematiche si erano acquistate e le Stoe ed i Licei, restò ben tosto sepolta in que’ chimerici vaneggiamenti, che [p. 71] sopra di Cirra e di Pindo sognossi la Poesia, in modo tale, che mercé delle favole da lei inventate, perduta ella appresso gli uomini la reputazione, andò poi in comunal proverbio, con gran discredito di essa, come vana e bugiarda, la Greca fede. Ma se strane furono in ogni tempo di quei poeti le fantasie, stranissima in vero fu quella, quando con mal pensato ardimento congiunsero in una medesima Deità le lettere e l’armi, cioè a dire, unirono in Pallade, Dea della Sapienza e delle buone arti, anche gli strepiti ed i furori della guerra: accoppiamento, per certo così stravagante, che in comparazione di esso riuscirono verità irrefragabili i rinomati mostri de’ Fauni e de’ Centauri; imperciocché, se con ingegnoso avvedimento avevan dimostrato esser’ ella stata prodotta dalla mente feconda di Giove, e perciò come nume tutelare delle scienze tutte l’avevano adorata: se con ghirlanda d’ulivo le avevan coronata la fronte, perché di quel buon frutto ell’avesse appreso agli uomini l’uso; se d’Operaria le avevan dato il nome, perché non solo il filare e’l tessere, ma le buone arti tutte avesse o inventate o ridotte a perfezione; perché poi con elmo di bronzo coprirle la fronte? con giaco triplicato vestirle il petto? e con lancia formidabile armarle la mano? e come a divina presidente della guerra offerirle e voti e vittime per la vittoria? E come poteva introdurre fra gli uomini le buone arti, chi tra essi accendeva la guerra? Come mostrarsi amica delle scienze, quella, che delle armi, giurate nemiche delle lettere, era così parziale? quasiché l’esperienza non facesse giornalmente provare, che le arti e le scienze fiorirono sempre, ove non regnaron le armi: quivi trovano il loro esterminio, dove hanno principio le guerre. Onde ebbe ragione il Padre della Romana eloquenza, che i danni e le rovine, dall’armi alle buone arti cagionate, ottimamente comprendeva, ben’ ebbe ragione, dico, a concepir con giusto sdegno quel sentimento. Che meritava di esser levato dal numero degli uomini, e scacciato da’ confini dell’umana natura quel tale, che inimico del pubblico bene, avesse avuto ardire di bramare la guerra. Che se non fosse alieno dalla materia da me intrapresa, ed anche superiore alle mie forze, potrei io qui largamente narrare, quanti deplorabili naufragj nelle tempeste dell’armi abbian patiti ne’ secoli trascorsi e le lettere e le buone arti. Ma giacché fu mia intenzione, fin dal principio di quest’opera, di far vedere al mondo e l’occaso e’l rinascimento di una, la più vaga e la più bella di tutte le arti, dico della Pittura; mi sia concesso, che in parlando di quest’artefice, dico di Masaccio, primo ritrovatore della buona maniera, io non mi fermi in quelle cose dir solamente, che a’ fatti di esso appartengono; ma vada insiememente, anzi prima di ogni altra cosa dimostrando le proprie cagioni, onde arte sì bella, dopo di essere ascesa al colmo di sua perfezione, restasse fin negli antichi tempi così miseramente sommersa; onde ella, non che di bella, non che di dilettevole, ma anche di pittura perdesse il nome, e in tale infelicità per molti secoli si mantenesse; che però, appena poterono poi Cimabue e Giotto richiamarla alla vita: e quindi mi porti a far vedere, che al nostro Masaccio toccò la gloria di averla incamminata per quella via, per cui ella potesse dipoi in pochi lustri la sua antica bellezza ricuperare. [p. 72] Era dunque la pittura (che appresso agli Orientali ed a’ Greci fu in gran pregio) fino a’ tempi di Porsena, venuta a tal perfezione in Toscana, e poi in Roma, e tanto cresciuta d’eccellenza e di stima in quella città, che Fabio non si sdegnò di sottoscriversi nelle pitture da lui fatte nel Tempio della Salute, col nome di Pittore. E nelle spoglie de’ trionfi erano le pitture e sculture fra le cose più rare a Roma mandate: e non solo si dava la libertà a que’ servi, che tale arte eccellentemente professavano, ma con larghissimi doni erano remunerati. Mantennesi ella, non è dubbio, per tutto il tempo, che regnarono i dodici Cesari; ma però con andar facendo alla giornata alcuno scapito dalla prima eccellenza, come le opere di Scultura e d’Architettura, che l’uno dopo l’altro andavano facendo, hanno dimostrato. Anzi, fin da’ tempi del gran Costantino, trovasi ella aver declinato tanto, che volendo il Popolo Romano alzare ad esso Costantino l’Arco trionfale al Colosseo, ebbe a valersi per ornamento, di statue di marmo, fatte fino ne’ tempi di Trajano: né l’immagini del medesimo Costantino, e le sue medaglie lasciano di mostrare grande scemamento di bontà, in riguardo di quelle, che ne’ tempi degli altri Imperadori erano state fatte. Accrebbesi notabilmente questa disgrazia per la partenza di quello Imperatore, nel trasportar che fece l’Imperio da Roma a Bisanzio, per aver’ egli spogliata Roma de’ buoni artefici, che in essa erano rimasi, e di un numero infinito delle più belle statue e pitture, che quivi si vedessero in quella età; onde avvenne, che queste arti, fino al tempo di Costantino II. e di Giuliano Apostata, andarono tuttavia scapitando, e si ridussero in posto sì umile: e li buoni artefici rimasero in sì piccol numero, se pure alcuno ve ne restò, che fu d’uopo al primo Regnante il fare una legge, che se alcuno, per adornamento di Ville, avesse cavato dalla città marmi o colonne, immantenente rimanesse privo di quelle possessioni, che egli avesse sì fattamente ornate: ed al secondo lo stabilirne un’altra, che proibiva il muovere eziandio e trasportare statue di qualsifosse materia, o colonne, da una provincia all’altra. Ma poco o nulla sarebbero stati simili infortunj a queste belle arti, se la malvagità delle barbare nazioni, mossesi contra Roma, e contra l’Italia tutta, non avesse con guerre crudelissime data l’ultima mano al loro totale esterminio e rovina, come ora siamo per narrare.

Erano dunque gli anni di nostra salute al numero pervenuti di trecento novant’otto, quando mancò di questa vita mortale il buono Imperadore Teodosio, lasciando dopo di sé due piccoli figliuoli, Arcadio ed Onorio; il primo nell’Imperio di Levante in Costantinopoli, sotto la tutela di Ruffino: ed il secondo nell’Imperio di Ponente, compreso sotto l’antica Roma, alla custodia di Stilicone. Questo Stilicone, al parer degli storici, affine di esaltare un proprio figliuolo a quell’Imperio, posta prima differenza fra’ due Regnanti: poi col negare certe paghe, che si davano a’ Goti, Popoli Settentrionali, venuti da quella parte, che era detta Gozia, cioè quella Provincia, la quale oggi è divisa parte nella Danimarca, e parte nella Svezia: i quali, fin ne’ tempi di Teodosio si erano più volte, benché con perdita, mossi contro la grandezza di lui; pensò [p. 73] fra sé stesso di quegli irritare ed attizzare per modo, che coll’accendersi fra di loro una guerra crudele, o fossero in quella morti gl’Imperadori, o fra quelle gran turbolenze, l’armi da sé governate avesse potuto voltare al servizio de’ propri disegni. E così bene effettuò suo malvagio pensiero, che mossa da grand’ira quella barbara gente, si fece elezione in un tempo stesso di due Re, Radagaso il primo, e l’altro Alarico, con obbligo a questi di portarsi con grande gente a’ danni di Roma e dell’Italia. Toccò a Radagaso a far la prima mossa: il quale partitosi con dugentomila Goti, come Idolatra che egli era, e che d’uomo non aveva altro che il nome, giurò di sacrificare a’ suoi Dei col sangue de’ Romani, dando di sé terrore e spavento infinito, per la parte di Venezia se n’entrò in Italia; ma volle Iddio, che ridottosi su’ Monti di Fiesole, con animo di distruggere la città di Firenze, egli si trovasse in breve in sì gran penuria di vivere e fin dell’acqua medesima, che mancò in tutto e per tutto d’animo e di forze; laonde oltre alla strage, che di sua gente fecero i Fiorentini, giunse la cosa a tal segno, che erano i soldati Goti predati a branchi, e quivi per prezzo non più di uno scudo di oro per ciascheduno venduti. Radagaso vedutosi a tal partito, volle fuggire; ma sopraggiunto da’ Romani, fu poi da’ medesimi tolto di vita. Non andò già così la bisogna nella seconda invasione de’ medesimi Goti, perché dopo cinque anni, cioè l’anno 413. al parer di buoni autori, Alarico, il secondo Re, con numero di gente non punto minore se ne venne anch’esso in Italia: e messa a sacco la città di Roma, tanto indebolì quell’Imperio, che agevol cosa fu poi a’ Goti il tornare e mantenersi in Italia a loro sodisfazione, ed anco lo stabilirvi la propria grandezza. Allora seguì la dannevole inondazione de’ Barbari, per guastare tutte le Romane provincie; conciossiacosaché i Franconi entrassero nella Gallia, donde ebbero suo principio que’ Re: e i Vandali nella Spagna, donde cominciarono i Re di Spagna. Stilicone però, che fu autore di tanta discordia, fu in questi tempi, per ordine d’Onorio, insieme col figliuolo Eucherio, quello stesso, che egli disegnava innalzare all’Imperial dignità, miseramente ucciso. Per così strani avvenimenti, andarono poi le cose de’ Romani tuttavia di male in peggio; finché dopo un turbolentissimo regnare di dodici Imperadori, seguita la cacciata di Momillo, detto Augustolo, l’ultimo di loro, e la morte d’Oreste suo padre, per opera di Odoacre Re degli Eruli, rimase estinto nell’Italia il Romano Imperio. Né andò molto, che da Teodorico Re de’ Goti, anche Odoacre fu cacciato: e così cadde la bella Italia, ed altre Provincie ad essa soggette, sotto il tirannico governo de’ Barbari. Può ognuno facilmente conoscere fino a qual segno arrivasse in questi tempi infelici l’esterminio di quelle arti, che da null’altro riconoscono la propria vita ed accrescimento, che dalla pace. Ma non ebbero qui fine le loro disavventure; perché Teodosio il giovane, dopo aver coll’impietà dell’Eresia Ariana, alla quale aderì, macchiata la fama dell’antiche sue buone azioni, fece, dopo molte crudeltà, lo stesso Giovanni morir prigione in Ravenna: e qui nacque il secondo Scisma fra Bonifazio II. e Dioscoro. Quindi a cagione dell’ingiusta morte di Amalasunta, figliuola di Teodorico, e moglie di Teodato di lui successore; acceso di giusto [p. 74] sdegno Giustiniano Imperadore, mandò da Costantinopoli l’invitto Belisario in Italia, per quella allo ‘mperio recuperare. Ed ecco incominciata un’altra fierissima guerra fra’ Romani e Goti, in cui Vitige Re de’ Goti, fu da quel gran Capitano fatto prigione, e condotto in Costantinopoli. Non erano appena passati quattro anni, quando a Idovaldo, e poi ad Alarico successe nel Regno il crudelissimo Totila, che più acerbamente travagliò, se non distrusse del tutto, la città di Firenze, come scrisse un buono istorico; diede gran rotta presso a Verona: in Terra di Lavoro prese Benevento e Napoli, con gran paese attorno: e tutta la Toscana conquistò, ardendo, uccidendo, e tutto ad una misura, e sacro e profano, disfacendo, si fece finalmente padrone della stessa Roma: e non contento di spogliarla delle sue mura, ed ucciderne gli abitanti, la dette in preda al fuoco, e in diciotto giorni tutte le belle memorie e di statue e di pitture, e di musaici e di fabbriche rovinò e quasi distrusse: e fece sì, che essa Roma, co’ suoi disfatti edificj, fosse sepoltura di Roma; conciossiacosaché le abitazioni terrene, che erano le più ricche di simili ornamenti, restassero coperte dalle rovine. Furono poi sopra le medesime rovine piantate le vigne. Le sotterrate abitazioni, in parte ritrovatesi ne’ moderni tempi, sono poi state dal volgo chiamate grotte: e quelle poche pitture, che ad onta del tempo vi hanno potuto vedere i nostri secoli, hanno dato il nome a quella sorte di pitture, che noi chiamiamo Grottesche. Così fatte crudeltà di Totila fecero sì, che lo ‘mperadore di nuovo mandasse in Italia Belisario, che rintuzzò l’orgoglio del crudelissimo Re, e tornossene in Costantinopoli, lasciato in suo luogo quel Narsete, che recuperate le cose perdute in battaglia, lo stesso Totila uccise: e similmente uccise Teja, di lui successore, e tornò lo ‘mperio de’ Romani sotto il Reggimento di Narsete. Questi poi, per disgusti ricevuti da Sofia, la moglie di Giustino minore Imperadore, chiamò in Italia, fino dalla bassa Germania, e dal paese posto fra il fiume Odera, e il fiume Elba, altre barbare nazioni, sopra i nomi delle quali discordano fra di loro gli scrittori, e che poi giunti in Italia [p. 75] si chiamarono Longobardi: e fu questo quell’infelice tempo, nel quale, per quanto gravissimi autori lasciarono scritto, si viddono nell’aria quegli eserciti di armati, quelle taglienti spade e lance, che dalle parti Aquilonari, verso le parti nostre a tutto volo correvano. Sotto la crudeltà di queste fiere, fu luogo alla misera Italia di ripensar con gusto piuttosto, che di ricordarsi con orrore, delle crudeltà sofferte per un corso di settantasette anni dalla barbarie de’ Goti, dalla quale pure sedici anni avanti si era sottratta; poiché spogliati i campi delle biade, e de’ frutti, smantellate le città, atterrate le fortezze, abbruciate le chiese e i monasterj, e uccisa ogni gente, fu per ogni parte fatto correre l’umano sangue. Essendo poi Alboino, il quarto anno del suo Regno in Italia, per opera della moglie, stato scannato: e Cleso suo successore, pure anch’esso stato ucciso col ferro da un servo; e creati poi da’ Longobardi, in luogo di Re, diversi Duchi; e tornati a creare nuovi Re, senza però deporre la nativa insolenza e barbarie verso la misera Italia; era già arrivata la cosa a tal segno, che quei pochi Italiani, a cui fu possibile il farlo, si erano quasi tutti rifuggiti nell’Elba, ed altri luoghi e isole de’ vicini mari, con che provarono il loro ultimo esterminio le buone arti, ed insieme coloro (se pure alcuno ve n’era rimaso) che quelle professar potessero: ed in ogni parte, in cambio di esse, ebbe luogo la crudeltà, la tirannide, ed ogni altro malvagio costume. Spenti dunque in tutto e per tutto gli artefici, restava solo, che perissero quasi tutte le pochissime opere loro, alle quali aveva perdonato il fuoco; quando non erano appena passati cento anni, da che l’infelice Roma aveva sofferte l’insolenze de’ Goti, e poi dell’altra barbara gente, che venne Costanzio, o vogliamo dire Costante II. Imperadore di Costantinopoli. Questi spogliò Roma di tutto quel poco di buono e di bello, che in materia di pitture, sculture e bassirilievi a caso era rimaso sopra terra, avanzato a tanti mali e rovine: e tutto portò in Sicilia: e perché l’Italia perdesse ogni speranza di più rivederle, furono esse, insieme con quante se ne trovavano allora in quell’Isola, da un esercito di Saracini rapite, ed in Alessandria traportate; dimanieraché, tolto via ogni vestigio di buon fare, incominciarono quegli Scultori, che vennero dipoi, a fare quelle brutte e sproporzionate figure, o come volgarmente si dice, fantocci, di che per l’Italia tutta, e fuori, son pieni tanti edificj e sepolcri di quei tempi: e gli Architetti seguendo l’uso e’l gusto della loro barbara nazione, continuarono a fabbricare con ordine Gotico, come mostrano, fra l’altre infinite, la Chiesa di San Martino, di San Giovanni, e di San Vitale in Ravenna, ed altre fabbriche in Francia e in tutta l’Europa, fatte poco avanti o dopo a quei tempi. L’Architettura però una volta, fra tante tenebre, diede segno di qualche miglioramento, cosa, che la Pittura e la Scultura non fece: e questo a cagione della facilità, che è assai maggiore nell’imitare colla misura le colonne, i capitelli e le cornici dell’antichissima buona maniera, purché l’artefice [p. 76] abbia buon gusto, di quella; che sia nell’imitar le buone statue, che pure, come si è detto, già eran quasi del tutto o perdute o sepolte, cosa, che agli edificj, tuttoché disfatti e guasti fossero, non era addivenuto, che però fra gli anni di Cristo 770. e 800. in circa, secondo quello, che ne lasciò scritto il nostro diligentissirno ed eruditissimo in ogni sorta di antichità, Don Vincenzio Borghini, fu fabbricata in Firenze la Chiesa de’ Santi Apostoli: e fuori di essa città, nel colle presso alle mura, fu riedificata da’ fondamenti nel 1010. la Chiesa di San Miniato al Monte: nell’una e nell’altra delle quali vedesi essere stata imitata la buona maniera dell’antichissimo Tempio di S. Giovambatista di Firenze. Questo miglioramento si vede però poche volte, ed in pochissime fabbriche, e per ordinario sempre si tenne quel barbaro modo. Ma qual guerra più perniciosa provarono le belle arti della Pittura e Scultura, poco avanti, e fino a questi tempi, a cagione della barbara impietà di Leone Isaurico e di altri Iconomachi Imperadori a lui succeduti, i quali, oltre all’avere abbruciate tutte le sacre immagini in Costantinopoli, perseguitarono a morte gli artefici, e tanti ne fecero morire, che finalmente si erano queste arti quasi da per tutto fuggitivamente ridotte nelle mani di alcuni Monaci; onde passati alcuni pochi secoli, già si era giunto al termine di non trovarsi altre pitture, che quelle, che si facevano per mano di un miserabile avanzo di pochi maestri Greci, e di alcuni di loro imitatori, che essa pittura ed il musaico usarono in Italia, con quella brutta e cattiva maniera, che altrove si è accennata, e tale in somma, che pare, che si possa dire, in un certo modo, che altro non avessero in sé quelle pitture, che un crudo dintorno, ripieno di un sol colore.

Non è ancora indegno di reflessione, ciocché alla povera Pittura, Scultura e Architettura, in tutti i tempi soprannominati accadde: prima a cagione della pietà e zelo della Santa e vera Religione Cristiana, nella total destruzione e rovina de’ molti templi e simulacri de’ falsi Dei, dove essa Religione in tempo fu portata: e poi dall’infame Setta di Maometto, la quale, siccome ha pel miglior pregio dell’esser suo, l’ignoranza e disprezzo [p. 77] di ogni buona facoltà; così fu a queste belle arti, in ogni luogo, che essa tirannicamente occupò, di un totale esterminio. Per ultimo fu loro di non ordinario danno la malvagità di un uomo, quanto abbondante di forze e di ardire, altrettanto sfornito di fede e di umanità, o vogliamo dire un mostro de’ più crudeli, che mai si portasse a’ danni della povera Italia. Questi fu l’empio Federigo Barbarossa, il quale co’ suoi pessimi ufizj, fomentate prima intrigate discordie e crudelissime guerre fra le due Repubbliche di Genova e Venezia, fra Ferrara e Bologna, mossi attentati fra’ Guelfi e Ghibellini; finalmente con gran numero di Tedeschi e di Barbari, che a’ danni della Chiesa avea condotti, pose tutto in rivolta e confusione.

Ne’ termini dunque soprannarrati, e con pochissimo, e quasi insensibile miglioramento, si trattennero le condizioni di queste arti fino al 1260. nel qual tempo essendo comparse alla luce, sopra quelle di ogni altro pittore de’ suoi tempi, e della nostra città, le opere di Cimabue, e dipoi quelle del famosissimo Giotto di lui discepolo: e scopertosi da essi alcun modo, onde potesse migliorarsi il disegno, cominciò ella a rivivere, come a suo luogo abbiamo mostrato. Ma finalmente non poterono questi artefici con ogni loro industria altro operare, che farla di morta viva: e conciossiacosaché meno godibile si renda la vita, ogni qual volta ella manchi di quelle aggiunte, che la rendono anche gioconda (tali sono vivacità di spiriti, sanità robusta, ed altre a queste simiglianti cose) è necessario il confessare, che non poteva la pittura, benché fatta viva dalle mani di que’ maestri, far gran pompa di sé stessa, perché molto le mancava di disegno, di colorito, di morbidezza, di scorti, di movenze, di attitudini, di rilievo e di altre finezze e vivacità, onde ella potesse in tutto e per tutto assomigliarsi al vero; che però dovrà sempre vivere al mondo il nome di Masaccio, di cui ora siamo per parlare, il quale co’ suoi profondissimi studi, tali difficultà scoperse, ed in gran parte anche superò: e così bene aperse la strada a quanti dopo di lui operarono, che non era ancora passato un secolo da che egli finì di vivere, che già quest’arte nobilissima, si vide esser giunta al colmo di sua perfezione.

Nacque dunque questo celebratissimo Pittore di un molto onorato uomo, Notajo di professione, la quale in quel tempo era in Firenze molto riputata; onde coloro, che la professavano potevano essere abilitati per la Maggiore a tutti i principali ufizj della città. Il nome di lui fu ser Giovanni di Mone della famiglia de’ Guidi, detti altrimenti dello Scheggia, che traeva sua origine, ed avea sue possessioni nel Castello di San Giovanni nel Valdarno di sopra, Contado di Firenze. Il Vasari, che alcune poche cose scrisse di Masaccio, con evidente sbaglio affermò, che il natale di lui, che Tommaso fu chiamato al Battesimo, seguisse l’anno 1417. ma perché troppo sconcerto resulterebbe da tale asserzione a’ nostri scritti, in ordine all’affermare, chi gli fu maestro nell’arte, e chi da esso immediatamente l’apprese, il lasciar la sentenza del Vasari senza la dovuta correzione; perciò è necessario, che oltre a quanto abbiamo accennato nelle notizie della vita di Masolino di lui maestro, e siamo per dire in quella di Fra Filippo [p. 78] Lippi discepolo, procuriamo ancora con accurato esame d’investigare prima gl’inverisimili e le repugnanze, che insorgono dal detto Vasari, seguitato poi da Francesco Bocchi nel suo libro delle Bellezze di Firenze, e da quanti altri hanno preso da lui: e poi col testimonio indubitato di antiche e fedelissime scritture, venghiamo a dimostrarne il vero. Dice dunque il Vasari, che Masaccio nacque del 1417. il che per più ragioni non è né verisimile né vero. Primieramente ha fatto conoscer la maniera di Fra Filippo Lippi, e vien confermato ancora dal Vasari medesimo, che egli da giovanetto studiasse, e si facesse valente pittore sopra le opere del nostro Masaccio: e si è provato chiarissimamente, che il natale di Fra Filippo fu circa al 1400. e non del 1371. o del 1381. come dalla prima e seconda edizione della storia del medesimo Vasari variatamente si deduce. Come dunque avrebbe potuto Fra Filippo da giovanetto circa al 1417. che è quanto dire di sedici in diciassette anni, avere studiate le opere di Masaccio, se questi a quel tempo non avesse ancora incominciato a vivere al mondo, non che ad operare? Di più, io ho trovato nell’antico Libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, cominciato l’anno 1350. che Tommaso di ser Giovanni da Castel San Giovanni fu descritto in essa Compagnia del 1423. onde, secondo il detto del Vasari, sarebbe egli stato descritto nel numero de’ Pittori in età di sette anni, cosa al certo troppo improbabile: ed in un Libro di Matricole segn. G. esistente nel Magistrato dell’Arte de’ Medici e Speziali di questa città di Firenze, vedesi essersi Masaccio Matricolato come Pittore (costume di que’ tempi, oggi non più usato) con nome di Maso di ser Giovanni di Simone a’ 7. di Gennaio 1421. che sono appunto quattro anni dopo a quel tempo, che il Vasari assegna alla nascita del medesimo; quando egli allora, come si dimostrerà, era in età di diciannove anni. Ma per venire alle dimostrazioni della verità di questo fatto, è da sapersi, come nel Libro dell’Estimo di Camera Fiscale del 1427. Quartiere S. Croce, Piviere di Cavriglia, Comune di Castel San Giovanni di Valdarno di sopra, fra gli abitanti in Firenze, esso Tommaso diede sua portata, e disse di essere in età di anni venticinque, e Giovanni suo fratello di anni venti. Sicché fu il natale del nostro Tommaso l’anno 1402. e non il 1417. come il Vasari affermò. Ma tempo è ormai di venire ad altri particolari della vita di lui. Le molte e bellissime opere, che fece questo, in quei tempi singolarissimo artefice, in un corso non più che di quarant’uno anno di vita: ed il vedersi approvato alla Matricola in età di diciannove anni, fanno credere, che egli fin dalla puerizia si esercitasse nell’arte: il che fu sotto la disciplina di Masolino da Panicale, nel tempo che il medesimo con sua grandissima lode dipigneva la Volta e Cappella de’ Brancacci nel Carmine: ed in quel tempo appunto, che la Scultura, per le mani de’ tre valentissimi giovani Donatello, Filippo Brunelleschi, e Lorenzo Ghiberti Fiorentini, e con essa l’Architettura aveva cominciato a ridursi all’antica buona maniera. Procurava Tommaso, nel tempo che egli studiava l’arte sotto Masolino, d’imitar tuttavia il buon modo, che que’ maestri nell’opere loro di scultura tenevano; onde coll’ottimo gusto, che egli ebbe sempre nel disegno e nel colorire, non fu maraviglia, che egli conducesse [p. 79] ad egual perfezione l’arte della Pittura, che sempre fu inseparabile compagna della Scultura, e camminasse con essa di un medesimo passo. I soli disegni, che ne’ miei tempi, cioè dopo un corso di 250. anni in circa, da che mancò quest’artefice, si son veduti di sua mano in Firenze, senza la quantità, che in tanto tempo se ne può esser perduta, son tanti in numero, che ben fanno conoscere quali e quanti fossero gli studj di Tommaso nell’arte sua, alla quale s’applicò così fervorosamente, che non volle mai dar luogo ad altro pensiero, trascurando sé stesso, ed ogni cosa, stetti per dire, all’umana conversazione necessaria; tantoché quantunque e’ fosse dotato di un’ottima natura, senz’alcun vizio, e come dir si suole, la bontà stessa; contuttociò dal viver che e’ faceva tanto astratto da tutte quelle cure, che all’arte non appartenevano, rendendo ancora talvolta infruttuose le proprie fatiche, per non perdere il tempo a riscuotere le sue mercedi, fu, in luogo di Tommaso, che era il suo vero nome, chiamato Masaccio. Il suo principale intento nell’operare fu il dare alle figure sue una gran vivacità e prontezza, se fosse stato possibile, né più né meno, quanto che se vere state fossero. Procurò più di ogni altro maestro stato avanti a lui, di far gl’ignudi in iscorti molto difficili, e particolarmente il posare de’ piedi veduti in faccia, e delle braccia e gambe: e cercando tuttavia nell’operar suo delle maggiori difficultà, acquistò quella gran pratica e facilità, che si vede nelle sue pitture, particolarmente ne’ panni, con un colorito sì bello, e con sì buon rilievo, che è stata in ogni tempo opinione degli ottimi artefici, che alcune opere sue, e per colorito e per disegno, possano stare al paragone con ogni disegno e colorito moderno. Così bella e nuova maniera di dipignere fece sì, che in un subito moltissime opere gli furono date a fare in Firenze, gran parte delle quali oggi più non si vede: e fra queste ebbe a dipignere per la Chiesa di Santo Ambrogio una tavola a tempera, in cui figurò una Vergine in grembo a Sant’Anna. Volle egli divenire eccellente in tutte quelle facoltadi, che all’arte della pittura appartengono, una delle quali, e delle più necessarie, non v’ha dubbio alcuno essere la Prospettiva. In questa fece egli grandissimi studj, avendone avuto per maestro il gran Filippo Brunelleschi, Architetto della Cupola di Firenze: e fattosi molto pratico, colorì per la stessa Chiesa di Santo Ambrogio una bella tavola di Maria Vergine Annunziata, nella quale finse un casamento pieno di colonne, che fu stimata in quel tempo opera di tutta maraviglia. Per la Chiesa di Santa Maria Maggiore fece una tavola di Maria Vergine, Santa Caterina, e San Giuliano, e nella predella alcune figure piccole, che rappresentavano storie de’ medesimi Santi, e nel mezzo la Natività di Gesù Cristo. Il Cavaliere Alessandro della nobil famiglia de’ Valori, ha in casa di sua mano un piccolo quadro, dove a tempera è figurato il parto di una Santa, che in vero, per esser dopo tanto tempo così ben conservato, è cosa molto degna da vedersi. Di questo quadretto fa menzione ancora Francesco Bocchi nel suo Libro delle Bellezze di Firenze. Dipinse a fresco nella Badia un S. Ivo della Brettagna minore, Vescovo di Sciartres, con molte figure, state poi disfatte a cagione della nuova fabbrica; siccome altre ancora, che fece [p. 80] nella Chiesa di Santa Maria Novella. Colorì per la Chiesa del Carmine di Pisa un’altra tavola colla Vergine e Gesù, ed alcuni Angeletti, che suonano: uno de’ quali sonando un liuto, porge l’occhio con vivacità ed espressione maravigliosa, quasi gustando dell’armonia di quello strumento. Vi rappresentò i Santi Pietro, Giovambatista, Giuliano, e Niccolò, e nella predella storie della vita de’ medesimi: e nel mezzo della tavola fece vedere la storia della Visita de’ tre Magi, dove fece alcuni cavalli vivissimi, ed i Cortigiani di que’ Re vestiti d’abiti belli e di varia invenzione: sopra il finimento della medesima figurò in più quadri intorno ad un Crocifisso diversi Santi. Fu anche opinione di molti, che nella medesima Chiesa, accanto alla porta, che metteva in Convento, fosse di mano di Tommaso la figura a fresco di un Santo in abito di Vescovo. Ma il Vasari tenne opinione, che ella fosse di mano di Fra Filippo suo discepolo. Molte altre opere fece Tommaso, finché stimolato da desiderio di vedere le pitture degli altri artefici de’ suoi tempi, e parte per provvedere colla mutazione dell’aria a qualche imminente pericolo di sua sanità, se ne andò a Roma, dove subito che fu gustata la sua bella e nuova maniera di operare, fu adoperato in diversi lavori di tavole per molte Chiese, le quali poi nelle turbolenze sopravvenute a quella città, per lo più si smarrirono. Ad istanza del Cardinale di San Clemente nella Chiesa di esso Santo, che anticamente fu abitazione de’ Frati di Santo Ambrogio ad Nemus, Ordine, che ebbe suo principio in una boscaglia poco lontana da Milano, e dipoi estinto ne fu data la Chiesa da Urbano VIII. a’ Frati Domenicani; dipinse Masaccio, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, seguito dall’Abate Filippo Titi, in una Cappella, la Morte in Croce di Cristo Signor nostro fra due Ladroni, ed alcune storie di Santa Caterina Vergine e Martire. Ma Giulio Mancini in un suo Trattato di Pittura, che va attorno manoscritto, attribuisce tale opera a Giotto: e dice cavarlo, non meno dalla maniera, che dal tempo, il quale si riconosce in alcuni versi, che asserisce aver letto egli medesimo, scritti a lettere d’oro, a mano sinistra della tribuna, del tenore che segue:

Ex annis Domini elapsis mille ducentis

Nonaginta novem Jacobus Collega minorum

Hujus Basilicæ titulo pars cardinis alti

Huic jussit fieri, quo placuit Roma Nepote

Papa Bonifatius VIII ……… proles.

Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma, una fu in Santa Maria Maggiore, per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio, mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello, e a Gentile da Fabbriano [p. 81] le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio: il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine, in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini, con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino, si è conservata molto bene fino all’anno 1675. in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini, per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue, avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio. Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare [p. 82] gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio. Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine, in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi, Donatello, Masolino, Antonio Brancacci, che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano, Giovanni di Bicci de’ Medici, Bartolommeo Valori, e Lorenzo Ridolfi, allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, Che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella, nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano, Fra Filippo Lippi del Carmine, Andrea dal Castagno, Alesso Baldovinetti, Andrea del Verrocchio, Sandro Botticelli, Domenico del Grillandajo, Lionardo da Vinci, Mariotto Albertinelli, Pietro Perugino, Fra Bartolommeo di San Marco, Lorenzo di Credi, il Granaccio, Ridolfo del Grillandajo, il Rosso, il Franciabigio, Alfonso Spagnuolo, Baccio Bandinelli, Jacopo da Pontormo, Toto del Nunziata, Pierin del Vaga, e nel poco tempo, ch’e’ [p. 83] si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino, e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti, senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro, cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi:

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari:

L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto,

Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto

A tutti gli altri, e da me solo impari.

Pervenuto finalmente Tommaso all’età non di ventisei anni (come il Vasari afferma, seguitato da altri molti) ma di quarant’uno, come abbiamo dimostrato, trovandosi in quel posto d’eccellenza nell’arte, che si è detto: promettendo anche di sé avanzamenti assai maggiori; assalito da improvviso accidente, fu tolto al mondo tanto in un subito, che fu creduto da’ più, che alcun malvagio professore di pittura o d’altro, per invidia lo avesse avvelenato. In tal modo dunque rimase estinto un così bel lume della pittura, la quale in vero non è meno obbligata a Tommaso, che solo e senza aver chi imitare fra gli artefici di que’ suoi tempi, né tampoco fra quegli stati avanti a sé, in così bel posto la ridusse, di quello che ella sia tenuta a Cimabue e Giotto, che 150. anni prima l’avevano richiamata alla vita. Fu la sua morte di estremo dolore a tutta la città di Firenze: e Filippo di ser Brunellesco, che gli era stato maestro nella prospettiva, quel grand’uomo, che a tutto il mondo è noto, ebbe a dire, che i professori nella mancanza di Masaccio avevan perduto quanta mai potevano perdere. Fu il corpo suo sepolto nella soprannominata Chiesa del Carmine, correndo allora, per quel che dice un buono autore, l’anno 1443. Rimase vivo dopo di lui il suo fratello Giovanni, in età di anni trentasei, ancora egli pittore, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori, altre volte citato, io trovo scritto l’anno 1443. con queste parole: Giovanni di ser Giovanni da Castel S. Giovanni: e questi fu erede di Masaccio, perché si riconosce nel Catasto del 1469. appresso gli Ufiziali di Decima, che la gravezza degli effetti di quella casa in esso trapassò. Costui diede in nota d’avere un figliuolo, chiamato Antonfrancesco, di anni vent’otto, che stava seco all’arte del pittore, e di averne avuto un altro, che si chiamò Tommaso, che in età di diciassette anni lasciò la casa e la patria, e se n’andò. Questi dovette poi rimpatriare; perché si trova avere avuto un figliuolo chiamato Salvestro, ed una figliuola per nome Antonia, che del 1505. fu maritata a un tal Dato di Antonio di Dato. Questo medesimo Tommaso trovo, che del 1469. negli Atti del Vescovado di Fiesole dell’anno 1479. in causa della Cappella, di che si parlerà in fine, è nominato Cittadino e Mercante Fiorentino. Di Antonfrancesco nacquero altri figliuoli: e fra essi un Giovanni pittore, il quale trovo descritto del 1525. nel Libro della Decima con questo nome: Giovanni d’Antonfrancesco dello Scheggia ebbe tre figliuoli, cioè Tommaso, Raffaello e Michelagnolo: e di questi e del Padre loro trovasi fatta menzione in un Contratto, Rog. a dì 22. di Giugno 1552. per mano di ser Niccolò da Corella, nella vendita di una casa in Castel San Giovanni, [p. 84] che fu fra’ beni di Masaccio, e di Giovanni suo fratello. Di questo Tommaso di Giovanni nacque Baccio, che morì l’anno 1616. del quale non si vede successione, siccome né meno d’Antonfrancesco suo fratello. Torniamo ora a Giovanni di ser Giovanni, fratello di Masaccio, dal quale è proceduta la nobile schiatta, della quale siamo appresso per parlare. Questi ebbe, oltre ad Antonfrancesco e Tommaso, più figliuoli: e fra essi un Lionardo, dato da lui in nota nel Catasto del 1470. e poi in quello del 1480. e quivi disse esser Lionardo in età di anni ventidue, facendovi anche menzione di Vaggia sua prima moglie. Andò poi questa Decima l’anno 1498. nel qual tempo già era morto Giovanni, in una tal Madonna Tita, moglie fu di Giovanni di ser Giovanni di Mone Guidi, che è quello del quale si parla. Di Lionardo figliuolo di Giovanni, e nipote di Masaccio, nacque un figliuolo, che pure anch’esso si chiamò Giovanni. E vedesi in un Contratto di vendita, stata fatta a Messer Piero di Ser Bastiano Renzi, di una quarta parte della sopraccitata casa, per Rogo di ser Filippo da Colle a dì 30. di Giugno 1552. essere stata fatta menzione di esso Giovanni Guidi, e d’un Benedetto suo figliuolo: nel quale Strumento, oltre al casato de’ Guidi, son cognominati dello Scheggia; siccome anche ne’ casati antichi fino da’ tempi di Masaccio. Né si dee passar senza considerazione il vedersi nell’antiche scritture, appartenenti a questa famiglia, fatta menzione del casato, attesoché questo per ordinario non seguiva se non nelle famiglie rinomatissime. E da questo Giovanni in poi, per lo più non furono dette nelle scritture le parole di Mone Guidi, ma degli due antichi nomi e casati degli avi, fu formato un altro casato, cioè de’ Monguidi, il quale poi hanno sempre ritenuto; dove negli antichi tempi eran cognominati de’ Guidi dello Scheggia. In esso Giovanni di Lionardo l’anno 1534. passò la Decima, e da esso in Benedetto suo figliuolo: e si trova questo Benedetto a dì 21. d’Agosto 1586. essere stato abilitato agli Ufizj della città di Firenze, per aver quella famiglia, per lo spazio di 150. anni, pagate le gravezze per cittadini di questa città. Dopo la morte di Benedetto passò la Decima in Cammillo suo figliuolo, nel quale crebbe tuttavia lo splendore di questa casa; perché partitosi di Firenze, e andatosene a Parma al servizio di quel Serenissimo Duca, fu da esso mandato per suo Segretario in Fiandra: nel qual luogo e carica si trovava l’anno 1584 e 1585. come si riconosce da due Testamenti fatti da Benedetto padre di lui, ne’ quali fa erede esso Cammillo: e in questo tale, comeché già egli aveva abbandonata la città di Firenze, vedesi l’anno 1617. esser mancata la Decima. Ebbe Cammillo due figliuoli, Alessandro e Ranuccio: e questi fu pure anch’esso Segretario di Stato de’ Serenissimi Odoardo e Ranuccio Duchi di Parma. Da questo fu mandato Ambasciatore alla Maestà del Re di Francia, e più altre volte a diversi Principi e Repubbliche per l’Italia: e finalmente passò all’altra vita l’anno 1648. a dì 29. di Maggio. Questi è quel Cammillo, di cui l’Abate Siri nel suo Mercurio tante volte fa onorata menzione. Di Alessandro, fratello di Cammillo, nacque Giovanni, che oggi

GUIDI DELLA SCHEGGIA

Poi

MONGUIDI

MONE

Ser Giovanni

Tommaso, detto Masaccio, Giovanni Pittori, Maria Tita sua Donna,

Pittore celeberrimo poi Maria Vaggia

Lessandra Francesca Lionardo Benedetto Tancia Antonfrancesco dello Scheggia Pitt. Tommaso

Maria Vaggia sua Donna la Nanna in Gab. Notific. V°. a c. 145. 1560. Mona dello Scheggia

Tora sua Moglie. Lessandra sua Donna

Salvestro nel Catasto 1496. 444. Antonia a Dato d’Antonio di Dato

Gab. C. 157 a 60.1505. Cat. 1469. a 444.

Giovanni. Maria. Bartolommeo Cherico, investito della Giovanni

Cappella della Nativ. Di M. Verg. nella Chiesa di S. Siro a Cascia 579.

Raffaello Michelangelo Tommaso

Baccio in S. 1616. Ant. Franc. Mona …….

Fede della Collazione di lor Cappella Ad Antonio Romani.

in Cancelleria del Vescovo di Fiesole Di questa Donna nacquero

l. Z. a 88. Testamento a’ 4. Febbraio 1609. Due figliuole Virginia a

M. Bastiano Toscani. a Pier Francesco Tedaldi, e

Barbera ad Alessandro Machiavelli.

Benedetto

M. Cammillo Segretario de’ Caterina a Cammillo di

Serenissimi di Parma, e Gio. Ant. di Matteo Gottoli,

Ambasciadore al Re di Francia. In Gabel. B. 222. a c. 38. 1574.

B 229. a c. 130. 1581.

Alessandro Ranuccio Segretario di Stato de’ Serenissimi di Parma

Giovanni

[p. 85] vive in Parma con numerosa figliolanza. Nella Chiesa della Santissima Nunziata di Parma, in una lapida, che è sopra il sepolcro di Cammillo, si legge il seguente epitaffio:

D. O. M. S.

Camillus Monguidus Florentinus emensis quinque annorum decadibus inter arcana Serenissimi Alexandri et Ranucci Ducum Pharnesiorum a secretis negotia, III. Nonas Martii MDCXXI. recessit, decessit. Ranuccius filius, Serenissimi Odoardi et Rannuccii Secundi a sacretis Status, post varias missiones ad inclytum Regem Gallorum Christianissimum, per ltaliam ad Principes plurimos et Respublicas, demum Serenissimo Dominante Secundo Ranuccio abiit, obiit III. Kalen. Junias MDCXXXXIIX. Nono, quinti ætatis suæ noveni, anno. Alexander filius et frater M. P.

L’Arme della famiglia de’ Monguidi, già de’ Guidi dello Scheggia, è un Cervio saltante in campo giallo, con una cinta di color cilestro, che attraversa tutto il campo ed il medesimo Cervo: e nella superior parte son tre Gigli di color turchino. Questo è quanto mi è potuto fin qui venire a notizia, non tanto intorno alle qualità personali del grande artefice Masaccio, quanto della nobil discendenza de’ suoi congiunti. Ed affinché non mai perisca la memoria di quanto mi è sortito di ritrovare intorno a ciò, ho stimato bene di recarne qui una dimostrazione per via di albero, per dare il suo luogo alla verità ed alla gratitudine. Dico, che lo avermi il molto virtuoso Dottore Giovanni Renzi mio amicissimo (agli autori del quale fu venduta la casa, di che sopra ho fatta menzione) dato avviso della pubblica fama, che correva in Castel San Giovanni, che essa casa fosse già abitazione di Masaccio, mi ha dato causa di cercare insieme col medesimo dell’antiche memorie, e per tal modo venire in cognizione de’ nobili progressi, che ha fatti questa famiglia in un corso di quasi 250. anni, dopo quel tempo, nel quale Tommaso colla sua celebratissima virtù le accrebbe tanto di onore e di gloria.

Fabio Segni Nobile Fiorentino, letterato di gran nome, che visse nel principio del XVI. secolo di nostra salute, intorno a 60. anni dopo Masaccio, col supposto, che egli morisse molto giovane, fece in lode di lui il seguente bellissimo epigramma:

Invidia cur Lachesis primo sub flore juventæ

Pollice discindis stamina funereo?

Hoc uno occiso innumeros occidis Apelles.

Picturæ omnis obit hoc pereunte lepos,

Hoc sole extincto extinguntur sidera cuncta.

Heu decus omne perit hoc pereunte simul.

[p. 86] NOTA DELL’AUTORE.

Per non tralasciar cosa alcuna, che io abbia ritrovata, appartenente a questa famiglia, dico, come fra le antiche Scritture e Atti del Vescovado di Fiesole si trova, che un tal Bartolommeo d’Antonfrancesco, detto Fonda, cittadino Fiorentino, abitante nel Popolo di San Siro a Cascia, fondò una Cappella nella medesima Chiesa Parrocchiale sotto l’invocazione della Nativita della Madonna: e perché in detta fondazione non provide di Padronato, lo fece poi per suo Testamento, e nominò per Padroni, fra gli altri, Giovanni di Ser Giovanni di Mone, del Popolo di San Simone di Firenze, e suoi figliuoli e descendenti maschi, ne’quali, in tempo, si è consolidato tutto il padronato della detta Cappella. Lo Strumento della Fondazione non si vede negli Atti, né tampoco il Testamento di Fonda; ma sibbene una enunciativa, che dell’anno 1479. fanno i Padroni avanti al Vescovo, nella quale narrano quanto si è detto: in virtù della quale il Vescovo Guglielmo Becchi, che per avanti aveva unita essa Cappella alla medesima Chiesa, e con supposto, che fosse rimasa a lui di libera collazione, l’aveva conferita ad un tale Prete Andrea di Gherardo, Rettore della medesima Chiesa, durante la sua vita, revocò detta unione: e perché Prete Andrea se ne appellò, non ammesse l’appello, e fu luogo alla presentazione a Tommaso figliuolo di Gio. di ser Gio. di Mone, il quale presentò Benedetto suo fratello. E si suppone continovato esso Padronato nella famiglia, giacché si vede, che l’anno 1616. Cammillo Monguidi di Parma ebbe luogo nella presentazione della medesima, fatta da Alessandro Machiavelli.

DOMENICO BARTOLI

PITTOR SANESE

Discepolo di Taddeo di Bartolo, visse intorno al 1430.

Anche la città di Siena ebbe in questi tempi un Pittore degno di lode: e questi fu Domenico Bartoli, il quale avendo imparata l’arte da Taddeo di Bartolo suo zio, dipinse in detta città molte cose a fresco, e particolarmente nel luogo de’ Pellegrini dello Spedal grande, dove fece vedere due grandi storie di quella sua patria. Mandò a Firenze una tavola di propria mano, che è quella stessa, che vediamo nei nostri tempi nella Chiesa di Santa Trinita, nella quale è dipinta la Santissima Vergine Annunziata, opera condotta con tanta diligenza e nobiltà, e di tanto buon gusto, che ben fa conoscere questo artefice al suo tempo aver migliorata la maniera di Giotto. Similmente ci fu portata un’altra sua tavola, a cui fu dato luogo sopra ad un Altare nella Chiesa del Carmine.

[p. 87] ALESSO BALDOVINETTI

NOBILE FIORENTINO

PITTORE

Discepolo di Paolo Uccello, Nato intorno al 1380. viveva nel 1466.

Ci conviene dar principio alle notizie di questo artefice, coll’accusar Giorgio Vasari in ciò, che appartiene alla cognizione, ch’ei pretese di darci del tempo della vita di lui; avendo esso Vasari lasciato scritto, che nel 1368. egli venisse a questa luce; ma abbiamo trovato nell’altre volte nominato Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, che Alesso Baldovinetti, insieme con Zanobi Strozzi, si trovò dell’anno 1466. a stimare la tavola di Santo Romolo di Firenze, fatta dal medesimo Neri di Bicci pel Vescovo Bartolommeo Lapacci Priore di quella Chiesa: e perché niun altro fu mai di questo nome e cognome pittore in Firenze, per quanto si ha dagli antichi e moderni autori, che il mentovato Alesso, se dicessimo col Vasari, che e’ fosse nato del 1368. sarebbe forza confessare, che egli fosse arrivato all’età di novantotto anni, della quale età è molto inverisimile, che fosse chiamato a stimar pitture: e perché il detto originale ricordo, che lo dimostra vivo del 1466. deve aversi per infallibile, bisogna dire, che egli nascesse almeno circa quindici anni dipoi a quello, che dice il Vasari, cioè intorno agli anni 1380. Ed oltre a ciò si conoscono chiaramente l’opere di questo maestro della scuola di Paolo Uccello: e fatto computo de’ tempi dell’uno e dell’altro pittore, si trova, che appunto egli gli potè essere maestro nella sua giovenile età, nella quale afferma il Vasari, che egli si applicasse alla pittura. Aggiungasi finalmente al detto di sopra, per prova assai chiara, che il Vasari par. 2. a 464. dice, che Alesso fu maestro nella pittura e nel musaico di Domenico del Grillandajo: e che Domenico morì nel 1493. di anni quarantaquattro, che è quanto dire, che Domenico nascesse del 1449. Ora se Alesso fosse nato, come dice il Vasari del 1348. come poteva essergli stato discepolo Domenico, che nacque nel 1449.

Venendo ora all’opere di Alesso, possiamo dire, che egli non fosse nel dipingere tanto secco quanto Paolo, e che molto più di esso anch’egli si discostasse dalla maniera antica, mercé l’esser vissuto ne’ tempi de’ suoi più fervorosi studj, Masaccio da San Giovanni, dalle cui opere, dice lo stesso Vasari, che egli molto studiò. Dipinse in Firenze la tavola e Cappella maggiore in Santa Trinita, della nobil famiglia de’ Gianfigliazzi, dove si veggono ritratti al naturale molti grand’uomini di quei tempi: e nel Cortile della Santissima Annunziata, in quella parte del muro, che è immediatamente dietro a detta Santissima Immagine, colorì la storia della [p. 88] Natività di Cristo Signor Nostro: ed altre opere fece nella medesima città. Si affaticò molto intorno a’ Musaici; per lo che gli fu data a restaurare la Tribuna del Tempio di San Giovanni, fatta fino dell’anno 1225. da Frate Jacopo da Turrita, pittore di musaici di quei tempi, Religioso dell’Ordine di San Francesco, nella quale opera si portò molto bene. Insegnò anche quest’arte a Domenico Grillandajo, il quale nella Cappella maggiore in Santa Maria Novella lo ritrasse al naturale accanto ad una figura rappresentante lui medesimo, nella storia quando Giovacchino è cacciato dal Tempio, ed è quella di un vecchio raso con un cappuccio rosso in capo. Trovasi essere stato questo maestro descritto degli Uomini della Compagnia de’ Pittori l’anno 1448. che è quello appunto, nel quale il Vasari lo dà per morto, essendo, come si è detto, sopravvissuto fino all’anno 1466. Racconta esso Vasari, che Alesso già vicino alla vecchiezza, per viversi quieto, si commesse nello Spedale di San Paolo: e che fosse per esservi più volentieri ricevuto, o pure seguisse ciò a caso, facesse portare nelle sue stanze un grande e pesante cassone, quasi mostrando, che in esso gran danari vi fossero riposti: e che ciò anche si desse ad intendere lo Spedalingo e suoi ministri eziandio, i quali sapendo, che egli allo Spedale avea fatta donazione per al tempo della sua morte, gli facessero poi gran carezze; ma venuto che fu a morte il pittore, non altro si trovò in quel cassone, che carte disegnate, ed un libretto del modo di lavorare. Fu Alesso la stessa cortesia, e più degli amici, che di sé stesso; onde da chi ben lo conobbe, non si ebbe poi per gran fatto, che poco o nulla egli avanzato avesse; onde col fine de’ giorni si trovasse essere stata data fine alla roba e a’ contanti.

[p. 89] BENOZZO GOZZOLI

PITTORE FIORENTINO

Discepolo del Beato Fra Giovanni Angelico, nato 1400, 1478.

Non è gloria minore di questo artefice l’essere stato discepolo nell’arte della pittura del celebre e gran Servo di Dio il Beato Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori, di quella che sia l’esserli anche stato simile ne’ grandi studj e nella diligenza dell’operare: e quel che più importa, ne’ costumi non dissimile; onde a gran ragione sempre gli fu molto caro. Ebbe egli sì grande applicazione al lavoro, che maraviglia non fu, che gli riuscisse il condurre infinite opere, che lungo sarebbe il descriverle. Fece in Firenze la tavola dell’Altare per la Compagnia di San Marco. Per la Chiesa di San Friano dipinse il Transito di San Girolamo, che fu poi guasto per acconciare la facciata della Chiesa lungo la strada. Nel celebre Palazzo de’ Medici in via Larga, dipinse tutta la Cappella con istorie de’ Magi. Venuto poi il Palazzo in potere del Marchese Gabriello Riccardi, da questi passò nel Marchese Francesco suo Nipote: ed essendo convenuto dar luogo ad alcune scale nobili, fatte fare da esso Marchese Francesco, da quella parte, fu necessario valersi, senza molto danno però della medesima Cappella, di una minima parte di essa, onde alcune poche pitture di Benozzo, per quanto teneva un certo biscanto, furono mandate a terra; ma ciò seguì non senza il necessario provvedimento a quel poco, che per pura necessità fu guasto. In Roma nella Chiesa di Santa Maria in Araceli, luogo ove anticamente furono diversi Templi de’ falsi Dei, dipinse Benozzo per entro la Cappella de’ Cesarini diverse storie della Vita di Santo Antonio da Padova: e vi ritrasse al naturale il Cardinal Giuliano Cesarini, che si soscrisse il primo dopo il Papa nel Concilio Fiorentino, e Antonio Colonna, opere, che furono allora degl’intendenti di quest’arte, avute in sommo pregio. Maravigliosa poi e per la sua grandezza e per la sua bontà, fu l’opera che egli fece in Pisa, cioè a dire la pittura di una facciata di muro del Campo Santo, dico quanto si estende la fabbrica, la quale abbellì con tutte le storie della Creazione del Mondo giorno per giorno, poi l’Arca, il Diluvio, la Torre di Nembrot, l’Incendio di Sodoma, la Nascita di Mosè, fino all’uscita del Popolo dall’Egitto nel Deserto: e tutte le storie Ebree fino a David e Salomone: opera da occupare una infinità di pittori, non che un solo pittore; ma questa fu poco, rispetto a quanto si vede fatto da esso per tutte le città della Toscana. Era in Roma, ne’ tempi che vi fu Benozzo, un certo Melozzo da Forlì, ancora egli pittore, che fu pure molto diligente e studioso, principalmente negli scorti: e dipinse ad istanza del Cardinale Riario nipote di Sisto IV. la Tribuna dell’Altar maggiore de’ Santi Apostoli, dove fece [p. 90] vedere, oltre alle buone parti, che egli mostrò avere quella sua pittura, una grandissima pratica nelle cose di Prospettiva ne’ casamenti e nello scorto delle figure allonsù. Dipinse anche costui per lo stesso Pontefice la Libreria Vaticana. Questo Melozzo è stato occasione a più di uno scrittore di questo secolo, di riprendere il Vasari, di avere sbagliato dal chiamare questo pittore Benozzo al chiamarlo Melozzo, quasiché non fossero due pittori; ma che questo fosse lo stesso con quello. Mi sono io maravigliato molto di così inconsiderata riprensione, e che non abbiano essi, o veduta o prestata fede alla protesta, che di ciò fa lo stesso Vasari nella Vita di Benozzo, dichiarandosi di avere avute notizie dell’uno e dell’altro, e l’uno dall’altro, con qualità molto proprie, distinguendo e particolarizzando, e riprendendo ancora alcuni, che al suo tempo così fatta leggerezza pubblicavano. Io pertanto desideroso di far nota la verità di questo fatto, ho voluto riconoscerla dall’antiche memorie, che nella città di Pisa si veggiono di esso Benozzo Fiorentino, ad esclusione di quanto si son dati a credere coloro, che in ciò hanno ripreso il Vasari: e quello, che impedito da altre applicazioni, non potei io medesimo fare; si compiacque far per me la pia e sempre gloriosa memoria del dottissimo Niccolò Stenone, il quale stato Eretico Luterano, poi in Firenze fattosi Cattolico, e divenuto esemplarissimo Sacerdote, finalmente fu fatto Vescovo di Hannovera nella Germania, vicino a Brunswick; il cui nome è notissimo al mondo. Questi dunque, dopo aver veduto il sepolcro di esso Benozzo nel Campo Santo di Pisa, me ne diede di propria mano la seguente relazione:

Fui jeri a vedere l’inscrizione, della quale ella desidera sapere certe circostanze; e la trovai sopra la pietra, che cuopre il di lui sepolcro, il quale è nella parte Orientale dell’andito Settentrionale tra sei sepolcri o pietre sepolcrali, che poste l’una accanto all’altra, occupano il traverso dell’andito, il più vicino a quel muro, la di cui parte inferiore da esso è stata con pitture del Vecchio Testamento ornata sopra il piano dipinta da Jotto, se ben mi ricordo di quel che mi disse chi mi vi condusse; e per più prontamente trovare esso sepolcro, o per specificare maggiormente il di lui luogo, avendo risguardo alle di lui pitture, è appunto sotto quella parte dell’istoria di Joseppe, dove egli ha tutti i suoi fratelli intorno di sé, e sia per scoprirsi ad essi, sia per riprendergli. Ancora sotto l’inscrizione stanno le armi, che sono etc.

L’inscrizione mandatami del medesimo è quella, che segue

HIC TUMULTUS EST BENOTII

FLORENTINI QUI PROXIME HASPI

XIT HYSTORIAS HU(N)C SIBI PISA

NORUM DONAVIT HUMANIT

AS.M.CCCC.LXXVIII.

[p. 91] Tengo anche appresso di me (mandatomi dallo stesso Stenone) il disegno dell’arme di Benozzo, che sotto l’iscrizione si vede, in cui vengono rappresentate due mazze incrocicchiate, e nella sommità di ciascuna è una palla assai grande, e sopra essa una piccola pallina, ed assomigliansi a due mazze ferrate o siano due scettri; dall’estremità loro pendono due filetti legati, che insieme verso la punta dello scudo si uniscono in forma di una legatura, e al capo di esso si vede come un rastrello di due denti, sotto de’ quali sono tre gigli. Di maniera tale, che quando non bastasse per far conoscere a’ moderni per falso questo loro supposto, e l’antichità della storia del Vasari, e l’autorità del medesimo, che ci assicura in Roma, in Firenze e in Pisa aver parlato con molti, che Benozzo e Melozzo conobbero e praticarono, pare, che non dovranno più recare in dubbio ciò che intorno a Benozzo pittor Fiorentino, fino a’ presenti tempi si riconosce per detta iscrizione, e quanto di lui e del Vasari e da noi è stato scritto.

[p. 91] ANDREA DAL CASTAGNO

VILLA DEL MUGELLO, CONTADO DI FIRENZE.

Della scuola di Masaccio, nato circa al 1406. circa al 1480.

Il Vasari nella Vita di quest’artefice non espresse la circostanza dell’esser’egli stato discepolo di Masaccio; ma disse, che Bernadetto de’ Medici, che lo vide di buon genio nel continovo disegnare, ch’e’ faceva, e figure e animali, sgraffiando nelle mura colla punta del coltello, nel tempo, che il piccolo fanciullo attendeva a guardare gli armenti, lo condusse a Firenze, e lo pose ad imparare l’arte del dipingere da uno de’ migliori maestri, che in quel tempo operasse. In altro luogo poi della sua storia dice incidentemente, che Andrea si fece valent’uomo collo studio delle pitture di Masaccio. Ma perché l’assunto nostro si è di mostrare, per quanto ci sia possibile, la dependenza immediata de’ professori da altri professori, mediante i precetti, e la real comunicazione dell’arte da maestro a scolare, e non per via di studio dall’opere; non vogliamo noi lasciar di dire, quanto sappiamo intorno a tale particolare: e questo non pure, per non privare la nostra istoria di questa notizia, che più e meglio puote appagare la curiosità di chi legge; ma eziandio per far più chiaro il come e per chi la bell’arte del Disegno e della Pittura si andò fino dagli antichi tempi portando la sua perfezione: considerando ancora, che se noi volessimo, che ci bastasse il sapere, che il tale maestro studiò le opere del tale o del tale pittore, oltreché più vacuo, e meno utile sarebbe il nostro racconto, potremmo anche, contenendoci in tal [p. 92] modo, dare discepoli di Giotto gl’innumerabili pittori, che per un corso di più di cento anni per tutta l’Italia studiarono le opere di lui: e similmente di Masaccio, di Lionardo, di Raffaello, di Tiziano, del Correggio, di Michelagnolo, ed altri capi di scuola, tanti pittori, che senza mai aver veduti in volto i loro maestri, anzi tanti anni dopo la morte loro, mediante lo studio e imitazione di loro pitture, son riusciti grandi uomini. Per questo dunque abbiamo con grande assiduità applicato a porre in chiaro i fondamenti, pe’ quali tenghiamo per fermo, che Andrea del Castagno, che ne’ suoi tempi fu pittore celebratissimo, non solo avesse studiate le opere di Masaccio, ma ne fosse stato anche veramente discepolo. Primieramente si supponga, che fatto il conto della nascita di quest’uomo, e del tempo che visse, operò e morì, non resta alcun dubbio, che egli potesse cominciare ad imparare l’arte, allora appunto, che Masaccio era nel fiore dell’operare suo, cioè in età di anni venti, e circa all’anno 1420. Ed è chiaro, che in quel tempo niun pittore viveva in Firenze, al quale più propriamente si possa attribuire l’essergli stato maestro, che esso Masaccio; perché tutti gli altri o tenevano in gran parte l’antica maniera di Giotto, o altra troppo diversa da quella, che tenne Masaccio, ed Andrea. Secondariamente, pel molto esaminare che ho fatto la storia del Vasari, ho chiaramente conosciuto, che siccome il suo principal fine fu di dar notizia de’ fatti e opere de’ Pittori; così poco si fermò nel dar notizia de’ maestri loro, quantunque alcuna volta lo facesse incidentemente in ogni altra occasione fuori delle loro proprie vite. Ed ho anche osservato, che bene spesso nella vita di alcuno accenna, che il primo studiare fosse ne’ tempi di un tal maestro, senza dire, che sotto la disciplina di lui: il che poi si trova aver detto in altro luogo; sicché, supposto quanto sopra, e circa la maniera di Andrea, e circa il tempo e certezza, che dà il Vasari, che egli studiasse dall’opere di Masaccio, non può dirsi a mio credere, se non che egli fosse stato suo scolare. Al che aggiungasi, che avendo detto il Vasari, che esso Masaccio nascesse nel 1417. il che si è mostrato non esser vero, ma che bensì nel 1402. non poteva dire, che egli fosse stato maestro ne’ primi anni; e però è verisimile, che e’ lasciasse sotto una tal generalità la circostanza dell’aver’ egli da fanciullo imparato da uno più, che da un altro maestro: e solo spiegasse in altro luogo l’essenzialità dell’essersi fatto valente sopra le opere di Masaccio: il che è verissimo, e la maniera di Andrea il dimostra assai chiaramente. Or venendo alle opere di costui, egli fece molte belle cose a fresco nella città di Firenze e fuori, che poi, per la demolizione delle fabbriche, furono disfatte: e furono le più belle quelle di alcune stanze dello Spedale di Santa Maria Nuova: e a’ nostri tempi, anzi non molto dopo all’anno 1693. dirò così, con pianto universale di tutti gl’intendenti e amatori delle belle antichità nostre, a consiglio, come si dice, di un moderno pittore, e per soverchia indulgenza di chi governava il Convento di Santa Croce di Firenze de’ Frati Minori Conventuali, è stata mandata a terra la più bell’opera, che Andrea facesse mai, e a maraviglia conservata per lo spazio di dugento e più anni: e fu una istoria della Flagellazione di [p. 93] Cristo Signor nostro, che Andrea avea dipinta a fresco in testa al Chiostro nuovo di quel Convento: e solamente fu fatto fare in quel luogo altra pittura, che quantunque lodevole sia, non può dirsi, che in paragone della venerabile antichità, che aveva in sé l’antica istoria, giunga a gran segno ad agguagliare il pregio. Fra le pitture, che son rimase oggi di mano di Andrea, si veggono nel Duomo di questa città il Cavallo di chiaroscuro colla figura di Niccola da Tolentino, il quale, benché nell’occasione dell’apparato e feste fattesi in Firenze per la venuta della Serenissima Margherita Luisa d’Orléans, Sposa al Serenissimo Granduca Cosimo III. felicemente Regnante, fosse da imo a sommo ridipinto, o come dice il volgo, rifiorito; ebbe però tale avvertenza il pittore, che salva la maggior vivacità de’ nuovi colori, non lo rendè punto differente da quel di prima. Dipinse ancora Andrea nel tramezzo della Chiesa di Santa Croce un San Giovambatista, disegnato a maraviglia bene: ed accanto ad esso un San Francesco; ma essendo l’anno 1566. stato levato eso tramezzo, fu quella pittura, che era sopra muro, con grande artifizio e spesa trasportata, e accomodata in quella parte del muro laterale di essa Chiesa a man destra, vicino alla porta de’ chiostri, dove al presente si vede. In casa i Carducci, poi chiamati de’ Pandolfini, dipinse alcuni celebratissimi uomini, parte de’ quali ritrasse dal naturale, cioè a dire da ritratti somiglianti, e da’ proprJ volti loro: tali furono Pippo Spano Fiorentino, cioè Filippo della nobilissima famiglia degli Scolari, Consorti de’ Buondelmonti, Conte di Temesvar in Ungheria, Dante, il Petrarca, il Boccaccio, ed altri. Nella Parrocchial Chiesa di San Miniato fra le Torri si conserva assai fresca una sua tavola, dove figurò l’Assunzione di Maria Vergine con due Santi, San Miniato cioè, e San Giuliano, mentovati nei seguente versi: e la vetrata della Cappella maggiore di detta Chiesa, dove è rappresentato un S. Miniato, si riconosce fatta con disegno del medesimo. È questa Chiesa delle più antiche della città, situata dentro al primo cerchio delle mura di Firenze, e quasi nel centro di esso, essendo appunto nel mezzo fra il Campidoglio e le Terme, e fra’l Mercato vecchio e’l nuovo: e perché era circondata dalle case delle più antiche famiglie di questa città, come Pigli loro Consorti Bujamonti, Lamberti (il Palazzo de’ quali era quel sito isolato, ov’è ora il Monte di Pietà, e chiamavasi il Dado de’ Lamberti) Strozzi, Sassetti, Minerbetti, ed altre molte, che avevano torri, si crede comunemente pigliasse il cognome di San Miniato fra le Torri. La prefata tavola fu fatta fare da Lionardo Orta Rettore di quella Chiesa, il quale molto la beneficò, e nel basamento della medesima si leggono le seguenti parole scritte in lettere d’oro:

Annis millenis bis ter quinque quoque genis

Et quatrigentis nonas Julii pridie enti

Andreas Pictor Leonardo depinxit opus Ortano

Venia sordis suæ atque pareniptum

Genito Marie scandenti enixeque Matri

Pro eis Minias ponant Julianusque preces

Duorumque patre ipse suæ oratio fiat.

[p. 94] Fu Andrea dal Castagno bravo inventore, e bonissimo disegnatore, e gran prospettivo: trattò sempre sé stesso onoratamente, e nel vivere e nel vestire; ma restarono le buone parti sue oscurate molto in vita, a cagione di una natura iraconda, vendicativa, e invidiosa; ed in morte, come lasciò scritto il Vasari, con una vituperosa e non mai abbastanza detestata azione, fatta molto prima, che si riducesse alla fine del suo vivere, ed allora solamente saputasi, e fu la seguente. Era nel suo tempo in Firenze un tal Domenico da Venezia, pittore di buon nome, col quale egli aveva fintamente legata grande amicizia, affine di cavargli di mano la maestria del colorire a olio, che allora in Toscana non era da alcun altro praticata, né meno saputa, fuori che da Domenico, siccome gli riuscì di fare. Nel tempo dunque, che Andrea dipigneva entro lo Spedale di Santa Maria Nuova, come sopra accennammo, furono anche a Domenico allogati i lavori di alcune opere nello stesso Spedale di Santa Maria Nuova, dove all’uno ed all’altro furono date stanze per tal effetto. Ed è da sapersi, come Domenico, oltre agli applausi, che e’ riceveva in Firenze per la portata novella invenzione del colorire a olio, si andava sempre più inoltrando nel concetto di gran pittore per le belle opere, che giornalmente si vedevano uscire dalle sue mani. Questa cosa molto affliggeva l’invidioso Andrea, comecché in questa città aspirasse al potervi godere la prima lode; onde vinto da invidia, pensò, con detestabile tradimento, non potendo farlo altrimenti, levarselo d’intorno: e ben gli riuscì il mandare ad effetto il suo perverso pensiero, in questo modo. Continuava egli con Domenico le dimostrazioni di non ordinaria benevolenza: e una sera, che Domenico, che molto si dilettava di sonare il liuto, volle, come era costume suo, tor seco Andrea per condurlo agli usati passatempi di serenate; esso Andrea recusò di andare, dicendo doversi trattenere in camera per fare alcuni disegni: e Domenico se ne andò solo. Allora il traditore uscitosi di camera e dello Spedale segretamente, si pose ad aspettare il misero Domenico dietro ad un canto, poco distante dalla solita loro abitazione: e nel tornar, che Domenico faceva al suo riposo, corsegli addosso, e con alcuni piombi gli sfondò il liuto e lo stomaco in un tempo medesimo: poi percossagli fortemente la testa co’ medesimi piombi, e lasciatolo come morto, tornossene alla sua stanza, e si mise al suo lavoro. Intanto sentite da i serventi dello Spedale le grida di quel misero, accorsero con gran fretta: e riconosciuto che l’ebbero per esso, subito portarono la nuova a Andrea, il quale prorompendo in grandi grida, precipitosamente corse alla volta dello agonizzante compagno, e presolo fra le braccia, non cessava di gridare: O fratel mio: oimé fratel mio; mostrandosi in tutto e per tutto incapace di conforto; finché Domenico, che già era all’ultimo di sua vita arrivato, nelle braccia del suo amico, o per meglio dire, perverso traditore, diede fine al viver suo. Qui deve ammirarsi la profondità de’ Divini giudicj; imperciocché (cosa che rarissime volte addiviene) non mai per quanto poi visse Andrea, si scoprì questo delitto; e finalmente egli medesimo, come si è detto, giunto alla morte, che seguì circa l’anno 1477. nella sua età di anni 71. in circa, nello stesso Spedale di Santa Maria Nuova, [p. 95] ove gli furono fatte odiose esequie, e dove fu ancora egli seppellito: a chi assisteva al suo transito (forse perché di tal misfatto col tempo non fosse qualche innocente incolpato, o per altro buon fine, che egli il facesse) lo rivelò.

FRANCESCO

FIORENTINO PITTORE

Discepolo di Lorenzo Monaco di Camaldoli, fioriva intorno al 1425.

Questo pittore dipinse in Firenze il tabernacolo sul canto, che dalla Piazza di Santa Maria Novella porta nella via della Scala, di assai bella e nobile maniera, la quale fu sì bene lavorata, che fino a’ nostri tempi poco mostra aver perduto di sua prima bellezza, cosa, che rare volte si è veduta in altre de’ maestri di quella età.

[p. 96] DELLE

NOTIZIE

DE PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE IV.

DELLA PARTE I. DEL SECOLO III.

DAL MCCCCXXX. AL MCCCCXXXX.

ZANOBI DI BENEDETTO

DELLA NOBILISSIMA FAMIGLIA DELLI STROZZI

PITTORE FIORENTINO

Discepolo del B. Fra Gio. Angelico, nato 1412. viveva nel 1466.

Nacque questo virtuoso Gentiluomo l’anno 1412. di Benedetto di Caroccio di Lionardo delli Strozzi, e di Antonia di Zanobi di Francesco della nobil famiglia degli Agolanti: attese al disegno, ed alla pittura sotto la disciplina del Venerabil Servo di Dio, e in quei tempi rarissimo pittore, Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori, del quale tenne sempre la maniera; ma come quegli, che essendo nato nobile, o fu ritenuto dagli affari di sua illustre condizione, o non volle quelle non mai interrotte fatiche intraprendere, che richieggono queste arti, da [p. 97] chi pretende nelle medesime portarsi al colmo dell’eccellenza. Egli in ciò, che al disegno appartiene, non giunse alla perfezione del maestro, né tampoco gli fu eguale nella resoluzione delle figure: e si tenne ancora ad un modo di dipingere più secco. Fece contuttociò opere, che in que’ tempi meritarono molta lode, e particolarmente una tavola per Santa Maria Novella di Firenze, che allora fu posta accanto ad un’altra di mano del suo maestro: un’altra ne condusse pel Monastero di San Benedetto di Camaldoli, che era fuori di Firenze presso alla porta a Pinti, oggi distrutto: ed un’altra simile, pure pel medesimo, le quali tutte poi furono portate in Firenze nel Monastero degli Angioli de’ Monaci di quell’Ordine: un’altra ne colorì per la Cappella de’ Nasi nella Chiesa di Santa Lucia de’ Magnoli, detta dalle Rovinate: ed una per quella di San Romeo. Moltissime sue opere sono sparse per le case di particolari cittadini, e avendo atteso alla miniatura, nella quale il Beato Giovanni Angelico suo maestro era riuscito in que’ tempi singolarissimo. Per la Chiesa di Santa Maria del Fiore, Metropolitana Fiorentina, fece molti diligentissimi lavori, fra’ quali si contano tutte le miniature di certi Antifonarj. Dagli spogli di Scipione Ammirato il Vecchio si cava, come nel 1470. Benedetto d’Aldobrandino di Giorgio, dona a Francesco suo figliuolo, in occasione di pigliar moglie, un colmo di nostra Donna, che lo dipinse Zanobi Strozzi, che fu stimato fiorini 15. Questi colmi, per avviso del lettore, erano alcune tavole tutte talvolta tonde o ottangolate, di diametro o larghezza d’un braccio o poco più, attorniate di una piccola cornice dorata, dipinte per mano di buoni maestri, da una delle parti, e talora da tutte e due, con sacre istorie: e servivansene le donne di parto per accomodarvi sopra la vivanda pel desinare o cena; e per le case de’ nostri cittadini veggonsene ancora alcuni, a i quali ha perdonato il tempo, assai ben conservati. Un Diario originale di mano di Neri di Lorenzo di Bicci, esistente nella Libreria de’ Manoscritti degli Strozzi, altre volte nominata, apparisce, che egli, insieme con Alesso Baldovinetti, dell’anno 1466. fosse arbitro per istimare la tavola di Santo Romolo in Piazza, fatta pel Vescovo Bartolommeo de’ Lapacci, Priore di quella Chiesa, dallo stesso Neri di Bicci, la qual tavola era stata data a fare a Lorenzo di Bicci suo padre, che dopo averla ingessata si morì: e così fu poi dipinta da Neri suo figliuolo, e fu la stima di essa fiorini 136. Questo Zanobi ebbe moglie, che si chiamò Mona Nanna di Francesco di Giovanni di Mess. Niccolò della stessa nobilissima famiglia delli Strozzi: e lasciò due figliuoli, Piero, che ebbe per moglie successivamente Vaggia Rucellai, Ginevra Nobili, e Cangenova Altoviti: lasciò dopo di sé un figliuolo chiamato Caroccio, che ebbe per moglie Lena Caccini, ma non ebbe figliuoli: e Michele naturale: ed in oggi è interamente estinto quel ramo.

[p. 98] ANSANO DI PIERO

DA SIENA PITTORE

DETTO DALLA PORTA NUOVA

Dipigneva intorno al 1440.

Ansano di Piero, del quale ora siamo per parlare, circa gli anni di nostra salute 1440. dipinse alla Porta Nuova di quella città di Siena una grande storia della Incoronazione di Maria Vergine, con gran copia di Angeli e di Santi; opera, che in que’ tempi fu molto lodata: ed a noi dà segno, che egli assai più opere facesse di quelle, che son potute venire a nostra notizia, che il corso di tant’anni averà cancellate, il vedere, che egli fosse nella sua patria adoperato in abbellire un luogo tanto conspicuo, quanto quello, di che abbiamo fatta menzione.

GIOVANNI DI PAOLO

DA SIENA PITTORE.

Dipigneva nel 1445.

Giacché siamo a parlare degl’ingegni Senesi, vuole ogni dovere, che alcuna cosa si dica di Giovanni di Paolo da Siena, il quale nella sua patria fu assai riputato, come quegli che molto valse nel far piccole figure, le quali condusse con buona diligenza. Colorì ancora alcune tavole: una per la Chiesa di San Francesco, dove rappresentò Maria Vergine con più Santi, e nella predella alcune storiette della vita di Cristo. In San Domenico fece altre tre tavole: una per la Cappella de’ Malavolti, ove è Maria Vergine, San Giovanni, e altri Santi, e nella predella altre simili storiette. Rincontro a questa erane un’altra di sua mano, alla Cappella de’ Branchini, con Maria Vergine e più Santi, che stante la demolizione di essa Cappella, fu posta nel Refettorio di quel Convento: siccome ancora un’altra, che dipinse l’anno 1445. per la Cappella de’ Guelfi, anch’essa poi demolita. Ebbe un figliuolo chiamato Matteo, il quale nel suo dipignere alquanto si allontanò dalla maniera vecchia, e ordinò bene le sue figure. È di sua mano in S. Agostino il quadro della strage degl’Innocenti, ed uno contenente la medesima storia ne aveva [p. 99] colorito per la Chiesa de’ Servi. Questo artefice lavorò anche in una parte del pavimento del Duomo, rimpetto all’Altare di San Sebastiano, un’altra storia degl’Innocenti, che oggi più non si vede.

MATTEO CIVITALI

SCULTORE LUCCHESE.

Discepolo di Jacopo della Quercia, fioriva intorno al 1440.

Operò in questi medesimi tempi Matteo Civitali Scultore Lucchese. Questi, per quanto si ricava da un Manoscritto del molto celebre pittore Giovambatista Paggi Genovese, citato da Raffaello Soprani, avendo fino all’età di quarant’anni atteso al mestier del barbiere, portato da gran genio alla nobilissima arte della Scultura, appresso a Jacopo della Quercia, Scultore Sanese, cotanto si avanzò, che in breve fece vedere opere maravigliose di suo scarpello. E tali furono nella Chiesa di San Martino, Cattedrale di Lucca, il tempietto ottangolare di marmo, fatto, secondo che dice il Vasari, nel 1444. per riporvi il Santissimo Crocifisso, che dicono fosse lavorato per mano di Niccodemo, uno de’ settantadue Discepoli del Salvatore: e un San Bastiano di marmo tutto tondo di braccia tre, il tutto condotto con gran diligenza e amore. Nella Chiesa, ove è comune credenza, che riposi il corpo di San Regolo, fece similmente una tavola, nella quale in tre nicchie sono pure di sua mano tre bellissime figure. Sono anco opera di suo scarpello in San Michele di detta Città, tre figure di marmo, e la statua, che dalla banda di fuori in un canto si vedono, dico la figura di Maria Vergine. Fu quest’artefice chiamato a Genova, dove, per quanto ne scrisse Niccolò Granucci di sua patria, fece le sei bellissime figure per la Cappella di San Giovambatista di quella Cattedrale, cioè l’Adamo ed Eva, co’ Santi Zaccheria ed Elisabetta, e due Profeti.

Ma giacchè parliamo de’ Discepoli di Jacopo della Quercia, diremo ancora, come pure in questi medesimi tempi fu Niccolò Bolognese, il quale nelle figure e istorie, che egli nel 1460. intagliò nell’Arca di marmo, che già fece Niccola Pisano, per contenere il sacro corpo di San Domenico nella città di Bologna, fecesi tant’onore, che da indi in poi ne fu detto per eccellenza maestro Niccolò dall’Arca. Condusse anche costui la figura di Maria Vergine di Bronzo, alta quattro braccia, che poi l’anno 1478. fu collocata nella facciata del Palazzo, che è oggi abitazione del Cardinal Legato.

[p. 100] FRA FILIPPO

DI TOMMASO LIPPI

DEL CARMINE

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Masaccio, nato circa al 1400, 1469.

Mi porta l’ordine della storia a dar notizia di Fra Filippo Lippi Pittor Fiorentino, che in questi tempi fece opere infinite, così belle, che dopo un corso di 250. e più anni, quanti si contano dal suo fiorire, che fu fra l’anno 1420. e l’anno 1460. le medesime, non solamente piacciono a i professori dell’arte, ma quel ch’è di più, si conservano nelle più celebri Gallerie, sempre venerabili, non pure per l’antichità, ma per la vaghezza eziandio, che regga la loro squisita manifattura. Ma prima d’inoltrarmi, fa di mestieri, che io alquanto mi trattenga nel riconoscere e mostrare la verità de’ suoi tempi, stata, al solito d’altre molte, dagli autori assai intorbidata e confusa. Il Vasari nella prima edizione della vita di questo artefice, data in luce del 1550. afferma, che egli morisse di anni sessantasette l’anno 1438. e così sarebbe stato il suo natale l’anno 1371. e nella seconda edizione del 1568. dice, ch’egli morisse di anni 57. del 1438. e così sarebbe nato del 1381. Scrive poi, che questi datosi a studiare le opere, fatte da Masaccio nella Cappella de’ Brancacci nel Carmine di Firenze, si facesse valente pittore: e che giunto all’età di anni diciasette, invanito, per le lodi di ogni persona, lasciato l’abito della Religione, si ponesse a operare da sé. In tali supposti prese il Vasari, o lo Stampatore della sua storia, notabili errori, ne’ quali è stato accompagnato, non solo da Carlo Vanmander Fiammingo, che nell’anno 1604. nel proprio idioma scrisse le vite di più pittori Italiani e Fiamminghi, come a car. 104. del suo libro si legge, ma da altri ancora, che in Italiano hanno scritto, seguitando esso Vasari. Primieramente non si può dubitare, che Fra Filippo non arrivasse, se non all’età di sessantasette anni, come dice il Vasari nella prima edizione, almeno alli cinquantasette, per le ragioni da dirsi: ed anche perché il ritratto di detto Fra Filippo, che di sua propria mano si vede nella sua tavola di S. Ambrogio di Firenze, lo mostra di non punto minore età. Ma nasce ben contradizione nell’esaminarsi i tempi del natale, e della morta sua. Masaccio, secondo quello, che erroneamente dice il Vasari, nacque l’anno 1417. e morì nel 1443. onde dentro a questo tempo, e forse all’ultimo, furono fatte le opere della Cappella de’ Brancacci. Non potè dunque Fra Filippo dell’anno 1388. stando alla prima: e dell’anno 1398. stando [p. 101] alla seconda edizione della storia, ne’ quali respettivi tempi egli compì il diciassettesimo anno della sua età, avere studiate le opere di Masaccio, che poi, secondo il Vasari, stette o 29. o almeno 19. anni a venire nel mondo; ma, perché e l’autorità del Vasari, come pratico professor di pittura, e la maniera medesima di Fra Filippo, fanno credere, che veramente egli uscisse della scuola di Masaccio, bisogna concludere, che non nascesse altrimenti né del 1371. né del 1381. ma che fosse contemporaneo in tutto e per tutto del medesimo Masaccio, che egli imparasse l’arte da lui, e che fosse il suo natale circa all’anno 1400. e che ciò sia la verità, e non opinione, vedasi da questo. Si trova in un Libro de’ Provveditori di Camera 1446. 47. e 48. di Firenze a c. 546. che a’ 16. di Maggio 1447. cioè anni nove dopo il tempo che il Vasari assegna alla morte di Fra Filippo, furon pagate ad esso Fra Filippo lire 40. per aver dipinta l’Immagine di Maria Vergine, e di San Bernardo, che doveva collocarsi innanzi alla porta della Cancelleria del Palazzo de’ Signori. Inoltre, nel Libro antico della Sagrestia di S. Ambrogio di Firenze, trovasi la presente partita, pure dell’anno 1447, cioè:

Danari che si pagano per l’eredità di M. Francesco Maringhi.

Fra Filippo Dipintore deve avere a dì 9. di Giugno lire 1200. per dipintura della tavola di S. Ambrogio, computato in esso prezzo pannolino, con che s’impannò detta tavola, che ne è debitore detto fra Filippo, e colori, e ogni altra cosa d’accordo con Mes. Domenico Maringhi, Lorenzo Bartolucci, e Gio. di Stagio.

Visse anche più Fra Filippo, perché io trovo nell’altre volte nominata Libreria degli Strozzi, in un Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, che Fra Filippo del Carmine Adì I. Febb. 1454. (cioè anni sedici, dopo che il Vasari lo dice morto) lasciò 230. pezzi d’oro fine in serbo al medesimo Neri di Bicci: ed il medesimo ne fece nota. Inoltre dice il Vasari, che Filippino, figliuolo di Fra Filippo, morì l’anno 1505. di età d’anni quarantacinque, dunque era nato del 1460. e come ciò poteva essere, se il padre suo fosse morto del 1438.? Deesi però attribuire, non ad errore, ma a gran disgrazia del Vasari, l’avere gli Stampatori, tanto nelle prime, che nell’ultime edizioni, presi tanti sbagli; giacché continuandosi a leggere la storia, si trova, che il medesimo Vasari dice, che Fra Filippo dipinse la Cappella maggiore della Pieve di Prato l’anno 1463. e poi fece l’opere in Spoleto, dove morì. In questo fa di mestiere, che io accusi la mia inavvertenza; essendoché, dopo essermi accorto degli accennati errori del Vasari, o pure degli Stampatori della sua storia, mi diedi a far gran diligenze, acciocché nella città di Spoleto fosse ritrovato il vero tempo della morte di Fra Filippo, per esser seguita in quel luogo, senza che mai mi sovvenisse, o mi potessi immaginare, che nel Convento del Carmine di Firenze dovesse [p. 102] esser tal notizia indubitata, siccome vi è veramente fino da quel tempo stesso: e non avendo alcuna cognizione potuta ricavare dalla città di Spoleto dal luogo della sua sepoltura, o d’altronde, fu necessario, che io m’applicassi allo studio dell’antiche scritture in più luoghi di questa città: e già aveva trovate le sopraccennate notizie; quando nel ricercar fra’ libri antichi di esso Convento del Carmine di Firenze di cose appartenenti a Masaccio, assistito dall’amorevolezza del Molto Reverendo Padre Correttore della Venerabil Compagnia di San Niccolò, che si aduna nel Convento del Carmine, ritrovai quella notizia che segue: ed io la porto qui per indubitata testimonianza della morte di Fra Filippo. In un libro dunque, il cui nome è: Negrologium, hoc est Codex mortuorum Conventus Fratr. B. Mariæ de Monte Carmelo Florentiæ. Sotto il mese d’Ottobre 1469. Die nona obiit Fra Filippus Thomæ Lippi de Lippis Florentinus Pictor celeberrimus, qui cum Spoleti depingeret Cappellam majorem Ecclesiæ Cathedralis, ibidem sepultus fuit in tumba marmorea a latere mediæ portæ Ecclesiæ prefatæ. Quantus in arte pingendi fuerit, plurimæ Pictura ab eo factæ satis declarant, præsertim quædam Cappella in Oppido Pratensi ab eo depicta. Obiit autem anno Domini 1469. Concludasi dunque, che Fra Filippo Lippi della scuola di Masaccio, nascesse circa i tempi del natale del medesimo Masaccio, cioè circa il 1400. non ostanteché dalla storia del Vasari si deduca, che ciò fosse del 1371. o del 1381. ed anche, ch’e’ vivesse molt’anni dopo di lui, cioè fino dell’anno 1469. e così resta verificata l’asserzione dello stesso Vasari nella vita di Filippino, cioè, che seguita la morte di Fra Filippo suo padre, egli rimanesse alla cura del Botticello in età di 10 anni: siccome resta non vero l’altro suo detto, che molto dolesse la morte di Fra Filippo a Papa Eugenio IV. il quale era già morto dell’anno 1447. nel qual tempo, come si è mostrato, viveva e visse poi molto dopo Fra Filippo, cioè fino a’ tempi di Paolo II. Veneziano. Venendo ora a dire alcuna cosa di questo artefice, il quale ebbe i suoi natali in Firenze nella contrada detta Ardiglione, giunto ch’egli fu all’età di otto anni, fu per opera di Lapaccia, sua zia paterna, fatto vestire l’abito Religioso nel Convento de’ Frati del Carmine. Il principio del suo indirizzamento, che gli fu dato da i suoi Frati, fu per la via delle lettere, alle quali, a cagione d’una inclinazione singolare, e quasi dissi violentissima, che egli aveva all’arte del disegno, non volle punto applicare; impiegando tutto il tempo in far fantocci, co’ quali, non contento de’ suoi proprj, imbrattava tutti i libri de’ compagni, sicché furono necessitati i Superiori di dargli comodità di attendervi di proposito, massima l’occasione, che gli si porgeva di studiare le bellissime opere, con che Masaccio aveva abbellita la Cappella de’ Brancacci, posta nella lor Chiesa. Il giovanetto appena sentitosi allentato il freno, diedesi allo studio di quell’opere con tanto fervore, che ogni altro de’ molti giovani, che in quel tempo per lo stesso fine vi concorrevano, di gran lunga avanzando, fecesi in breve tempo sì valente, che in quella tenera età molte cose gli furono date a fare in Firenze, e particolarmente nella stessa Chiesa e Convento, le quali in tempo sono state, in occasione di nuove fabbriche, gettate a terra; ma quello che fu più maraviglioso, sì fu, che egli [p. 103] prese tanto la maniera di Masaccio, che dopo la morte di lui, dicevasi comunemente per ischerzo, lo spirito di Masaccio esser entrato in Fra Filippo. Seguita poi a dire il Vasari, che egli fatto vano pel concetto di molto sapere, di diciassette anni si cavasse l’Abito, si portasse nella Marca d’Ancona: e che un giorno nell’andare a diporto co’ suoi amici in una barchetta, fosse dalle Fuste de’ Mori, che scorrevano quei mari, condotto schiavo in Barberia, dove stette per lo spazio di diciotto mesi in catena; finché venutogli un dì capriccio di ritrarre il suo padrone, il contraffece sì bene, sopra un muro bianco, e nel volto e ne’ panni, che ne avesse in premio la libertà. Molti furono gli accidenti, che occorsi alla persona di Fra Filippo, si hanno dallo stesso Autore, sopra di che potrà ognuno a sun piacere satisfarsi. Vero è, che molte poi e bellissime furon le opere, che tornato in Italia, egli condusse di sua mano. Pel Re Alfonso, allora Duca di Calavria, colorì la tavola per la Cappella del Castello. Operò in Padova ed in altre città, finche si portò a Firenze sua patria, dove fu applaudita sua virtù dagli artefici, e da ogni sorta di persone. Non mancarono al suo pennello occasioni di rendersi immortale, avendo lavorati per Cosimo de’ Medici più quadri e tavole, una delle quali fu da quel nobilissimo Cittadino destinata per l’Eremo di Camaldoli, ed altre mandate a Papa Eugenio IV. Dipinse nel Palazzo della Repubblica, e per infiniti cittadini. Colorì ancora una tavola, che oggi è nella Sagrestia di Santo Spirito: un’altra, che fu posta allora nel Capitolo di Santa Croce: una nella Cappella degli Operai per la Chiesa di San Lorenzo: e per la Chiesa delle Murate due tavole, in una delle quali si vede la Santissima Annunziata, e nell’altra storie di San Benedetto. Nella Chiesa delle Monache d’Annalena vedesi una tavola di un Presepio. Una bella tavola in Santa Maria Primerana di Fiesole. In Prato, oggi Città di Toscana, sono di sua mano per quelle Chiese e Conventi molte tavole, e le pitture della Cappella maggiore nelle Pieve, ora Cattedrale rarissime e di gran maniera, forse le più belle opere, che uscissero delle sue mani: e pel Ceppo fece una tavolina, nella quale ritrasse al vivo Francesco di Marco, fondatore di quella pia Casa. Ma bellissima è la tavola in detta Pieve, dove egli con vaga e bella invenzione rappresentò San Bernardo, che rende a molti la sanità. Portatosi finalmente a Spoleti, dove con Fra Diamante del Carmine suo Discepolo, stato anche suo Connovizio, condusse a buon termine la Cappella di Maria Vergine nella Chiesa principale; fu sopraggiunto dalla morte: e corse fama, che ciò addivenisse per causa di veleno, statogli dato da’ parenti di una donna, colla quale egli avesse determinato tener pratica. Fu il suo corpo sepolto nella Cattedrale, in un tumulo di marmo, dalla magnificenza di Lorenzo de’ Medici nobilmente ornato, dove si leggono alcuni versi in lode di quell’Artefice, composti dal grand’Angelo Poliziano, compresi fra gli epigrammi di lui, in un volume di sue opere, de’ quali il primo così dice:

Conditus hic ego sum picturæ fama Philippus etc.

Nella parte superiore di esso tumulo veggonsi le armi di esso Lorenzo, e nel fine quella di Fra Filippo. Tale è, uno scudo, partito a spicchio, avente [p. 104] nello spicchio di sopra e in quel di sotto una Stella, e negli altri due una Luna per ciascheduno. Fu questo Artefice singolarissimo nel suo tempo per l’accuratezza nel disegno, e per la grazia, ch’egli si studiò di dar sempre alle sue figure, per le belle arie delle teste, varietà e nobiltà degli abiti, ed una certa finitezza, colla quale sempre lavorò, per la grandezza della maniera, che egli al pari d’ogni altro incominciò a scoprire alla posterità, massimamente nelle grandi opere, che egli condusse al pari a fresco in Prato e altrove, e nelle molte in piccolo; perché nelle stesse sue opere si scorge un giudizio particolarissimo, ed una singolare industria, ch’egli ebbe sempre in ciò che appartiene all’espressione, non pure delle azioni, ma degli affetti eziandio delle figure rappresentate: qualità, che non già ne i dozzinali artefici, ma in quelli solamente si ravvisa, che già dopo molto lungo studio, a lungo operare si son fatti all’arte medesima superiori.

GENTILE DA FABRIANO

PITTORE

Discepolo del Beato Fra Gio. Angelico da Fiesole, fioriva nel 1425.

Dipinse per Papa Martino V. in San Giovanni Laterano. In Firenze nella Sagrestia di Santa Trinita è di sua mano una tavola entrovi l’Adorazione de’ Magi, e in essa ritrasse sé stesso di naturale. In San Niccolò Oltrarno per la famiglia de’ Quaratesi fece una bella tavola, che è all’Altar maggiore. Fece in Venezia, nella Chiesa di San Giuliano, una tavola di San Paolo primo Eremita, che poi fu rifatta dal Palma giovane. Nella Sala del Maggior Consiglio dipinse, a concorrenza del Vivarino e d’Antonio Veneziano, il Conflitto Navale fra Ziano Doge e Ottone, nella quale opera piacque tanto al Senato, che oltre ad una onorata provvisione, ne ebbe per onorario il poter vestire di toga lunga a uso de’ patrizj di quella città. Dipinse ancora una tavola de’ Santi Paolo e Antonio Eremiti per la Chiesa di San Felice. Fece più altre opere tanto in Venezia, che altrove; onde divenne molto facultoso, ed alla sua morte lasciò grandi ricchezze.

[p. 105] SIMONE

FRATELLO DI DONATELLO

SCULTORE FIORENTINO

Discepolo del Brunellesco, che si crede fiorisse circa il 1430.

Opera delle mani di questo Artefice fu la Vergine di marmo, col Figliuolo in braccio, che oggi si vede nell’Oratorio di Orsanmichele, la quale egli fece per l’Arte degli Speziali, per ornamento d’una delle facciate di fuori di esso Oratorio, dalla parte che guarda verso la Residenza de’ Capitani di Orsanmichele. Occorse poi l’anno 1443. che uno scellerato uomo, o fosse infedele, instigato dal Diavolo, tentò di fare ingiuria a questa Immagine: ed in particolare molto si affaticò, per guastare il volto del Bambino Gesù. Si abbatterono al caso alcuni fanciulli, i quali in un subito cominciarono, non solo a riprendere aspramente colui, ma a correrli dietro co’ sassi: e volle Iddio, per difesa dell’onore della sua Madre, che le voci di quei semplici ed innocenti fanciulli svegliarono spiriti di tanto zelo ne’ popoli, corsi al romore, che datisi a correre alla volta di quell’infelice, miseramente l’uccisero. Dipoi a questa Sacra Immagine cominciò a concorrere gran quantità di gente, a cagione d’essere state ricevute, per mezzo di quella, molte grazie; onde l’anno 1628. per maggior venerazione, fu fatta portare dentro all’Oratorio, e fu situata nel luogo, dove al presente si vede. Tornando ora a Simone, dopo avere egli fatte molte opere, si risolvette di portarsi a Vicovaro, dove pel Conte di Tagliacozzo, diede principio ad un gran lavoro, e poco dopo finì la vita. Operò molto insieme con Antonio di Filarete, Scultore e Architetto Fiorentino, che si dice della medesima scuola del Brunellesco: e particolarmente fece con lui in Roma il getto della Porta di San Pietro per Papa Eugenio IV. che riuscì cosa poco lodata. Fu opera sua la sepoltura di Papa Martino V. della quale avendo già fatto il modello, volle, che Donato a Roma si portasse apposta, per rivedergliele prima di gettarlo, siccome esso Donato fece. Il medesimo Simone gettò ancora molte altre figure, che furon mandate in Francia. Nella Chiesa di San Basilio di Firenze, de’ Monaci della Nazione Armena, detti gli Ermini, dal canto alla Macine, vedesi di sua mano un Crocifisso grande quanto il naturale, il quale, perché fu fatto a fine di potersi portare processionalmente, lavorò egli di sughero: e in Santa Felicita è una Santa Maria Maddalena Penitente, alta braccia tre e mezzo. Lavorò in Forlì e Rimini: e fece in Arezzo in bassorilievo un Cristo battezzato da San Giovanni.

[p. 106] FRANCESCO MARTINI

SCULTORE E ARCHITETTO SANESE

Fioriva intorno al 1440, 1470.

E JACOPO COZZERELLI.

Circa a questi tempi fiorì in Siena Francesco di Giorgio Martini, professore di Scultura e Architetto, che pure anche si dilettò dell’arte della Pittura. Costui condusse di metallo due Angioli, che furon posti sopra l’Altar maggiore di quella Cattedrale. Chiamato da Federigo, Duca d’Urbino, fece il modello del Ducale Palazzo, e ne perfezionò l’edificio; onde da quel Signore fu molto onorato e premiato. La sua patria altresì, alla quale in molte occasioni fece conoscere la sua virtù, lo qualificò della dignità di uno degli Eccelsi Signori. Seguì la morte di questo artefice circa l’anno 1470.

Ebbe un suo Compagno nell’esercizio delle arti sue, pure Senese, che si chiamò Jacopo Cozzerelli, il quale in Siena condusse alcune figure di legname: e con sua Architettura diede principio alla Chiesa di Santa Maria Maddalena, fuori della Porta a Tufi; ma prevenuto dalla morte, non potè dar fine a tal lavoro.

[p. 107] DELLE

NOTIZIE

DE PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE V.

DELLA PARTE II. DEL SECOLO III.

DAL MCCCCXXXX. AL MCCCCL.

MASO FINIGUERRA

FIORENTINO SCULTORE

ORAFO E INVENTORE DELL’INTAGLIARE IN RAME

Discepolo di Masaccio, fioriva del 1450.

Ne’ tempi, che viveva in Firenze il celebratissimo Pittore Masaccio, insegnando la bella maniera del dipingere da sé ritrovata, molti artefici sotto la direzione di lui, e coll’limitazione delle sue opere diventarono uomini eccellenti. Uno di questi fu Tommaso, detto Maso Finiguerra Fiorentino, di professione Orefice, il quale disegnò tanto e così bene d’acquerello, quanto in quella età si poteva desiderare. E che egli moltissimo operasse in disegno, io stesso posso esserne buon testimonio; conciossiacosaché i soli disegni, che io ho veduti di sua mano, gran parte de’ quali raccolse la gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana, sono, per così dire, senza numero, ed [p. 108] i migliori tanto simili a quelli di Masaccio in ogni lor parte, che io non dubito punto di affermare, benché ciò non ritrovi notato da alcuno scrittore, che egli fosse discepolo dello stesso Masaccio, dal quale appresero tutti coloro, che in quel secolo incominciarono in Firenze a operar bene, e nel quale egli in tutto e per tutto si trasformò. Costui dunque attese principalmente all’arte dell’Orefice; ma nello stesso tempo modellò, e operò di mezzo rilievo così bene, che gli furon dati a fare molti nobili lavori d’argento: e fra questi, a concorrenza del Pollajolo e d’altri valentuomini, alcune storie dell’Altare del Tempio di San Giovanni, incominciato e tirato a gran segno per l’Arte di Calimala, cioè de’ Mercatanti, da Maestro Cione Aretino, eccellente Orefice: quello stesso, che l’anno 1330. essendosi sotto le volte di Santa Reparata trovato il Corpo di San Zanobi, legò in una testa d’argento, grande quanto il naturale. un pezzo della testa di esso Santo, che è quella stessa, che sino a’ nostri tempi contiene essa Reliquia, e si porta processionalmente. Oltre a quanto abbiamo detto, fu anche il Finiguerra eccellente in lavorare di Niello, che è una sorta di disegno, tratteggiato e dipinto sull’argento, non altrimenti di quello, che altri facesse colla penna: e ciò si fa intagliandosi con bulino, e poi riempiendosi d’argento e piombo coll’ajuto del fuoco, nel modo che, nel parlar di quest’arte in altro luogo, abbiamo mostrato: ed in simil sorta di lavoro, siccome anche nel maneggiare il bulino, il Finigurra ne’ suoi tempi ebbe questa lode, di non esservi chi l’agguagliasse, mercé del non essersi ancor veduto alcuno, che in ispazj, o grandi o piccoli che si fossero, mettesse sì gran numero di figure, quanto egli faceva. Ciò mostrano assai chiaro le due Paci, che di sua maestranza si conservano nel nominato Tempio di San Giovanni; ma soprattutto sarà sempre immortale la fama di quest’uomo, per essere stato quello, che trovò la bellissima invenzione d’intagliare in rame, che poi è stata di tanta utilità all’arte e al mondo: e andò il fatto in questo modo. Era solito quest’artefice, ogni qual volta egli intagliava alcuna cosa in argento, per empiarla di Niello, l’improntarla con terra; e gettatovi sopra zolfo liquefatto, veniva in esso talmente improntato il suo lavoro, che datavi sopra una certa tinta a olio, ed aggravatovi con un rullo di legno piano carta umida, restava nella carta l’intaglio non meno espresso, di quel ch’e’ fosse prima nell’argento: e parevan le carte disegnate con penna. Osservata questa invenzione un tal Baccio Baldini, Orefice Fiorentino, cominciò ancora esso a fare il simile; ma perch’egli avea poco disegno, facevasi quasi in tutte le opere sue assistere a Sandro Botticelli. Viveva in quel tempo, ed operava in Firenze con gran fama in ogni cosa, che all’arte del disegno appartenesse, Antonio del Pollajolo, il quale avendo vedute le cose del Baldini, si pose ancor egli ad intagliare in rame: e perch’egli era il più singolar maestro, che avesse in quel tempo l’arte del disegno, e molto intelligente dell’ignudo, essendo stato il primo che andasse investigando, per mezzo dell’anatomia, l’agitazione e rigirar de’ muscoli del corpo umano, fece intagli in rame di gran lunga migliori, che il Finiguerra e’l Baldini fatto non avevano: e fra gli altri una bellissima Battaglia, ed altre [p. 109] sue proprie bizzarrie invenzioni; tantoché sparsosi questo nuovo modo di disegno, in tempo che era a Roma Andrea Mantegna, esso vi si applicò di proposito, e si pose ad intagliare i suoi Trionfi, che per esser delle prime stampe che si vedessero, ebbero allora applauso non ordinario. Passò poi questo magistero in Fiandra: ed un Pittore d’Anversa, chiamato Martino, intagliò molte cose; onde assai carte vennero in Italia, intagliate di sua mano, le quali fu solito contrassegnare colle lettere M. C. Le prime che si vedessero furono le Vergini prudenti e le stolte: un Cristo in Croce, a piè della quale era Maria Vergine e San Giovanni: dipoi i quattro Evangelisti in alcuni tondi: e i dodici Apostoli con Gesù Cristo in piccole carte: una Veronica con sei Santi della medesima grandezza: alcune armi di Baroni Tedeschi, rette da diverse figure: un San Giorgio, che ammazza il serpente: un Cristo avanti a Pilato: e’l Transito di Maria Vergine, presenti gli Apostoli. In ultimo fece un S. Antonio, maltrattato da’ Demonj, figurati in aspetti tanto deformi, e con invenzioni e capricci sì bizzarri, che essendo venuta questa carta alle mani di Michelagnolo Buonarruoti, allora giovanetto, si messe a colorirla. Da questo Martino apprese il modo d’imparare il chiarissimo Pittore Alberto Duro, con altri in quelle parti. Dipoi in Italia fu esercitato da Marcantonio Raimondi, discepolo del Francia Bolognese, e da altri molti, che siamo per notare a’ luoghi loro; tantoché è giunta questa nobile invenzione, prima d’intaglio a bulino, poi in acqua forte, a quel segno che è noto. E tanto basti aver detto intorno alle qualità e opere di Maso Finiguerra, del quale non abbiam potuto fin qui avere altra notizia.

COSIMO ROSSELLI

PITTORE FIORENTINO

Nato 1416. 1484.

Fu maestro ragionevole, ed operò molto a fresco e a olio. Nella città di Firenze vedesi di sua mano nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, la storia di San Filippo Benizj, in atto di pigliar l’abito della Religione: la qual opera non fu da esso interamente finita, come si dirà appresso. In S. Ambrogio dipinse tutta la Cappella del Miracolo, con ritratto di cittadini di que’ tempi, fra i quali Poliziano, e il Ficino, che mettono in mezzo Pico della Mirandola. Chiamato a Roma sotto Sisto IV. insieme con Sandro Botticelli, e Domenico Grillandai Fiorentini, Luca da Cortona, l’Abate di San Clemente, e Pietro Perugino, per dipignere nella Cappella del Palazzo, vi fece tre storie, cioè la sommersione di [p. 110] Faraone: la Predica di Cristo intorno al mare di Tiberiade: e l’ultima Cena, ove per supplire alla mancanza del suo talento, in confronto degli altri maestri, e rendersi degno di un bel premio, che aveva destinato il Papa a chi di loro meglio avesse operato, con ingegnosa astuzia sforzandosi di arricchire le sue opere con vivezze di colori, e tocchi d’oro in gran copia; sortì, per la poca intelligenza in cose di quell’arte, che aveva quel Pontefice, l’essere esso solo premiato in faccia di quei maestri, per altro migliori di lui, che di quel suo nuovo modo di operare di erano fino allora molto burlati. Tenne quest’artefice in tutte le opere sue la maniera di Alesso Baldovinetti; onde riconosciuti i tempi, ne’ quali l’uno e l’altro fiorì, e la gran diversità della sua da tutte l’altre maniere de’ maestri, che allora in Firenze operavano, pare che non possa dubitarsi, che egli non ne fosse stato scolare. Fece esso Cosimo molti allievi, e fra questi Mariotto Albertinelli, Fra Bartolommeo di San Marco, e Piero, detto Pier di Cosimo, che fu maestro del famoso Andrea del Sarto, dal quale derivarono molti valentissimi pittori. Trovasi esser’ egli figliuolo di Lorenzo di Filippo Rosselli del Popolo di San Michele Visdomini; e che venuto l’anno 1483. facesse testamento nella Sagrestia di San Marco, per rogito di Ser Benedetto da Romena, in cui confessata la Dote di Caterina di Domenico di Papi sua moglie, in somma di Fiorini 400. di suggello, lascia la medesima usufruttuaria di tutti i suoi beni. Dice il Vasari, che essendosi quest’artefice molto dilettato dell’Alchimia, a cagione di essa egli spendesse vanamente tanto, che di agiato ch’egli era, si condusse alla morte in istato di estrema povertà. Questo non pare, che punto si accordi con ciò, che nel nominato testamento si riconosce; perché trovansi fatti da esso assai legati di grosse somme di danari, a favore di suoi congiunti. Né par verisimile quanto lo stesso Vasari asserisce, che dopo di lui restasse un suo figliuolo; perché in questo tempo Cosimo non aveva figliuoli, che però instituì suoi eredi, dopo i figliuoli postumi e nascituri, Lorenzo e Francesco suoi fratelli, ed i figliuoli delli già defunti altri suoi fratelli Clemente, e Jacopo. Soggiunge poi lo stesso Vasari, che del 1484. seguì la morte di Cosimo: nel che piglia un gravissimo errore, perché io trovo, che lo stesso Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli pittore, insieme con Antonio di Luigi Covoni, l’anno 1496. a’ 5. d’Ottobre, cioè dodici anni dopo il tempo, che il Vasari assegna alla sua morte, diede un lodo fra Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti da una, e Buonaccorso, Francesco e Cione, figliuoli di esso Vittorio dall’altra, per rogo di Ser Agnolo di Ser Alessandro d’Agnolo da Cascese: e questo in autentica forma sopra carta pecorina si conserva appresso a Cristofano Berardi, Gentiluomo Fiorentino, Avvocato del Collegio de’ Nobili. Dice poi il Vasari, che la morte di Cosimo seguisse in tempo appunto, che egli nel Chiostro della Santissima Nonziata lavorava la storia a fresco del San Filippo Benizi, che riceve l’abito della Religione, come sopra si è detto, quale lasciò imperfetta. Fu il suo cadavero sepolto nella Compagnia del Bernardino in Santa Croce.

[p. 111] DELLE

NOTIZIE

DE PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE VI.

DELLA PARTE II. DEL SECOLO III.

DAL MCCCCL. AL MCCCCLX.

B. CATERINA DE’ VIGRI

DETTA DA BOLOGNA

Nobile Ferrarese, ascritta al Catalogo de’ Santi da Clemente XI, L’Anno 1712.

Nata 1413, 1463. attese alla pittura appresso Lippo Dalmasi.

Fra i pregi maggiori, e fra le glorie, che a gran ragione ascrivonsi all’arte nobilissima della Pittura, una per certo si è, l’aver’ ella in ogni tempo saputa tenere stretta amicizia e familiarità, non pure coll’arti più nobili, colle quali abbellisce il mondo l’umana letteratura; ma quello, che più maraviglioso e più degno si rende, con quell’arte ancora, che fino al cielo stesso accresce splendore, che è la Santità: e con quelle persone aver usate, per così dire, le sue più intime confidenze, che per lo pregio di lor Cristiane virtù, meritarono luogo fra’ Santi di Dio: e che oggi noi, come tali [p. 112] adoriamo su gli Altari. Ma perché troppo lunga cosa sarebbe il tesser qui un catalogo de i tanti, che dopo l’Evangelista Santo Luca, a comune utilità della Chiesa Cattolica, si son fatti amici di questa bell’arte della Pittura; dico solamente, che ebbe luogo fra questi nel 1400. la grand’Anima della Madre Suor Caterina de’ Vigri, detta comunemente la Beata Caterina da Bologna, vero miracolo di Santità: la quale, a’ religiosi fervori del suo spirito, un sì lodevole esercizio talora accompagnando, diede con esso gloria a Dio, onore a sé stessa, ed a’ prossimi utilitade, come potrà ognuno riconoscere da quel poco, che noi ora siamo per raccontare.

Nella città di Ferrara adunque, l’anno di nostra salute 1413. nacque la Beata Caterina. Il padre suo fu Giovanni de’ Vigri, Dottore dell’una e dell’altra Legge, stato uno de’ Maestri dello studio di Bologna, fatto pel suo valore cittadino di quella sua patria, e Ambasciatore di Niccolò d’Este, Marchese di Ferrara, alla Repubblica di Venezia, dove sostenne il carico di suo Agente ordinario. La Madre di Caterina fu Benvenuta Mammolini nobile Ferrarese. Prevennero i natali di Caterina, segni, e visioni di molto stupore. Appena uscita alla luce diede indizj di futura pietà, che nell’età puerile andaronsi tuttavia accrescendo. Nell’anno undecimo fu posta a’ servigj di Margherita, figliuola del nominato Marchese di Ferrara: dove per esser’ ella di sublime ingegno, oltre agli esercizj di santità, si segnalò in quelli dell’umane lettere, e delle sacre scritture. Dopo tre anni in circa, sentendosi muovere sempre più da divino impulso, lasciata la Corte, si ritirò in casa di una vergine, chiamata Suor Lucia Mascheroni, che nella città di Ferrara sua patria, vestita dell’abito del Terz’Ordine di S. Agostino, aveva fatto un’adunanza d’altre vergini, che in abito secolaresco attendessero al servizio di sua Divina Maestà. Quivi datasi più che mai all’orazione e alla penitenza, ebbero per lo spazio di cinque anni molto da sostenere dall’inimico dell’uman genere: ed altrettanto fu favorita dal cielo per via di non ordinarie consolazioni. Fu poi coll’occasione del trovar che fecero quelle Suore nuova abitazione in forma di Monastero, quella devota adunanza, per opera di Lucia, sottoposta alla Regola di Santa Chiara, sotto il governo delli Zoccolanti. Né è possibile il rappresentare la perfezione, con che la Santa in tale instituto si esercitò: e le maraviglie, che la mano di Dio per mezzo di lei operò. V’introdusse la perfetta clausura, e l’uso di ogni più religiosa virtù; finché sparsasi la fama di sua santità, fu necessitata portarsi a Bologna, per quivi fondare un altro Monastero di quell’Ordine, siccome fece l’anno 1456. e vi fu per alcun tempo superiora. Viveva allora nella città di Bologna Lippo Dalmasi, celebre pittore, per quanto comportava quell’età, e uomo di non ordinarie virtu Cristiane. Ora, come ciò seguisse, non è noto; vero è (siccome Carlo Cesare Malvagia ultimamente scrisse nella Vita di quello artefice) che questa divota Madre, o fosse per suo onesto divertimento, o pure, come io credo più verisimile, perché essendo ella tutta piena di Dio, non potesse altro fare, né altro pensare, che di lui; ella si fece insegnare dal divoto pittore Lippo l’arte del disegno e della pittura, per poter fare colle sue mani immagini sacre, in cui Iddio fosse onorato; onde poi pel suo Monastero [p. 113] del Corpo di Cristo fece molte delicatissime miniature, che ancora oggi vi si vedono: ed un Gesù Bambino dipinto, che quelle Madri se ne servono per mandare agl’infermi, per mezzo del quale si conseguiscono da’ suoi devoti continove grazie, e ajuti prodigiosi. Ed è veramente questo, come sopra accennammo, non piccolo pregio delle nostre arti, il farsi talora familiari de’ gran Santi: di che abbiamo già in poco più di quattro secoli molte indubitate testimonianze. Terminò finalmente Caterina il corso de’ giorni suoi con universal dolore, non solamente delle sue Religiose, ma ancora di tutta la città di Bologna, l’anno della salute nostra 1463. di età di anni quarantanove, alli 9. di Marzo; lasciando anche scritto di sua mano un libro intitolato delle sette Armi, pieno di celestiale dottrina. Sparse in un subito il corpo suo un molto soave odove: e fece il suo volto diverse prodigiose mutazioni, nell’esser portato alla sepoltura, in passando davanti al Santissimo Sagramento. Dipoi sepolto, non cessava di operar miracoli; onde fu risoluto di cavarlo del cimitero comune di sotto terra, e riporlo in luogo più riguardevole: in che fare, seguirono pure alcune maraviglie, e particolarmente incominciaronsi a vedere sopra il luogo alcune miracolose stelle splendentissime, che mentre si andava cavando il terreno, illuminavano lo scuro della notte. Fu trovato quel corpo, che era stata sepolto alcun tempo, non solo incorrotto, ma tanto bello, che più non fu mai nel tempo della vita, e spirante un soavissimo odore. E perché la faccia in alcuna parte erasi alquanto ammaccata, a cagione di una tavola, che le fu posta sopra nel sotterrarla, la Santa Madre non più pittrice, ma scultrice maravigliosa, a vista di più persone, colle sue proprie mani, quel difetto emendò, né più né meno, come se viva stata fosse, e come se il proprio suo volto fosse stato di morbida cera. Altri stupendi prodigj occorsero allora, quali non fa pel mio assunto il descrivere: e si potranno leggere nella vita, che a lungo ne scrisse il Padre Giacomo Grassetti della Compagnia di Gesù. Né cessa mai la Divina onnipotenza di operar miracoli, pe’ meriti di questa serva sua, oltre al continuo miracolo patente ad ognuno, del quale ancora io mi do per testimonio di veduta, del vedersi il suo corpo, dopo un corso di dugento quaranta anni, sedente sopra una bella sedia, posta sopra un Altare nel soprannominato Convento del Corpo di Cristo, tanto bello, carnoso, e fresco, che pare, che ancora viva.

[p. 114] ALBERTO VAN OUWATER

CIOÈ DELL’ACQUA

PITTORE D’HARLEM

Fioriva circa al 1450.

Fiorì questo Alberto nelle parti di Fiandra nella città di Haerlem, e secondo un computo, che al lume di molto adattate conghietture ne fece il Van mander Pittor Fiammingo, che in suo linguaggio alcuna cosa ne scrisse, operava egli circa gli anni di nostra salute 1450. Di mano di questo artefice vedevasi nel Duomo di quella Città, da una parte dell’Altar maggiore, sopra un altro Altare, che chiamavano l’Altar Romano, perché fu fatto fare da’ Romei, ovvero Pellegrini, che andavano a Roma, una bella tavola: nel mezzo della quale erano due gran figure quanto il naturale, che rappresentavano i Santi Pietro e Paolo: e nella predella un bel paese, dove erano figurati diversi pellegrini, altri in atto di camminare, altri di riposare per istanchezza e di poveramente cibarsi, altri di mendicare, ed in altre belle apparenze, tutte adattate a tal pio esercizio. Attesta il mentovato Autore aver veduto una bozza di copia di un bel quadro nella sua patria, fatto di mano di quest’artefice, dov’egli aveva figurata la Resurrezione di Lazzaro, della quale opera i pittori de’ suoi tempi dicevano gran cose. Questo quadro, dopo l’assedio e presa di quella città, fu tolto da certi Spagnuoli, con altre belle cose dell’arte, e portato in Ispagna. Era il quadro copioso di bellissime figure, e vedevasi Lazzaro ignudo molto ben fatto: dall’una parte Cristo e gli Apostoli, e dall’altra gli Ebrei ed alcune belle femmine, con altre figure di persone attente a quel fatto. Veniva arricchito da una bene intesa architettura di un Tempio, dietro a’ pilastri del quale aveva figurato diverse persone, in atto di osservare e ammirare quell’azione. Era questa pittura in grande stima in quella Città: ed il buon Pittore Hemskerch andava spesse volte a vederla, né si poteva saziare di lodarla. Fu Alberto ne’ suoi tempi eccellentissimo ancora in far ritratti: e alle sue figure faceva mani e piedi, e anche i panni assai meglio di altri pittori, che operavano ne’ suoi tempi in quelle parti; anzi era concetto ed opinione universale fra’ pittori, che operavano nel 1600. che costui fosse stato il primo, che oltre a’ monti e ne’ Paesi Bassi, avesse dato cominciamento al bel modo di far paesi: e ciò fu nella stessa città d’Haerlem. Ebbe un discepolo, che in quella età riuscì pittore di ottimo grido, che si chiamo Geertgen di Santo Jans. E questo è quanto abbiamo potuto ritrarre della vita d’Alberto van Ouwater.

[p. 115] ANS DI BRUGES

SI CREDE PITTORE DI DETTA CITTÀ

Discepolo di Ruggieri di Bruges, fioriva circa il 1460.

Non è a nostra memoria di aver trovato fra quanto ci lasciò scritto Carlo Van-mander Pittor Fiammingo, che e’ facesse menzione di questo Ans, siccome del suo maestro Ruggieri di Bruges, sappiamo aver fatto. Veggiamo però, che il Vasari nel suo trattato della pittura, al capitolo 21. laddove e’ parla del dipignere a olio, dice, che un tale Ans di Bruges, fosse discepolo di esso Ruggiero, e che facesse nello Spedale di Santa Maria Nuova di Firenze, pe’ Portinari, un piccolo quadro, che poi passò in mano del Serenissimo Granduca Cosimo I. e ancora una tavola, che fu posta nella Villa di Careggi della Serenissima Casa de’ Medici. Quivi ancora fa menzione di un certo Lodovico da Luano, cioè Lovanio, di Piero Crista, di Maestro Martino, e di un tal Giusto da Guanto, o vogliam dire da Gante, che fece la tavola della Comunione pel Duca d’Urbino, ed altre pitture: e similmente di Ugo di Anversa, che dipinse la tavola, che fino a’ nostri tempi si vede nella Chiesa di detto Spedale di Santa Maria Nuova nella facciata principale del Coro: tutti pittori, che egli dice, che si contassero fra’ primi, che dopo Giovanni da Bruggia, avessero incominciato a dipignere a olio, di alcuni de’ quali abbiamo noi a suo luogo fatto più diffuso racconto.

[p. 116] ANT. DEL POLLAJUOLO

PITTORE, SCULTORE E ARCHITETTO FIORENTINO

Discepolo di Piero Pollajuolo suo fratello, nato 1426. 1498.

Ne’ tempi, che Bartoluccio Ghiberti, patrigno di Lorenzo Ghiberti, esercitava in Firenze, con fama di ottimo artefice la professione dell’orafo, era lo stesso mestiere in mano di persone così esercitate nel disegno e nel modellare, che per lo più le medesime, tirate dal piacere, che ne cagionano sì belle facoltadi, abbandonavano quell’arte, e in breve tempo Pittori e Scultori eccellentissimi addivenivano. In questi tempi adunque fu accomodato in bottega del nominato Bartoluccio Ghiberti, Antonio del Pollajuolo, giovanetto, di poveri natali bensì, ma dotato di tanto spirito e inclinazione al disegno, che in breve tempo nell’orificeria fece miracoli; il perché lo stesso Lorenzo Ghiberti (che allora faceva le porte di San Giovanni) lo volle appresso di sé, ed insieme con molti altri giovanetti, poselo attorno al suo proprio lavoro. E primieramente lo fece operare intorno ad un festone, sopra il quale Antonio lavorò una quaglia, che si vede tanto ben fatta, che è veramente cosa maravigliosa. Giunsero poi in poco tempo a tal segno i progressi del giovanetto, che gli guadagnarono fama di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri giovanetti del suo tempo; che però si risolvè a lasciare Bartoluccio e Lorenzo; e far da per sé, dandosi tuttavia più che mai al disegnare e al modellare. Era allora nella città di Firenze un altro orefice, chiamato Maso Finiguerra, accreditatissimo in lavorar di bulino e di niello; e che fino a’ suoi tempi non aveva avuto eguale nel disporre in piccoli spazj grandissima quantità di figure: uomo, che per quanto io ho riconosciuto da’ moltissimi disegni di sua mano, che ancora si trovano fra gli altri nella bellissima raccolta, fattane dalla gloriosa memoria del Cardinal Leopoldo di Toscana, aveva fatto grandi studj sopra le opere di Masaccio, e sopra il naturale; che però era divenuto buon disegnatore. Ad esso avevano i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti date a fare le storie dell’Altar d’argento pel Tempio di San Giovanni; ma avendo poi questi riconoscito il Pollajuolo in disegno e diligenza a lui molto superiore, vollero, che ancora esso, a concorrenza del Finiguerra, molte ne lavorasse. Tali furono la Cena di Erode, il Ballo di Erodiade, ed il San Giovanni, che è nello spazio di mezzo dell’Altare: le quali opere riuscirono assai migliori di quelle del Finiguerra; onde gli furon dati a fare per la stessa Chiesa i Candellieri d’argento di tre braccia l’uno: la Croce proporzionatamente maggiore di quelli: e le Paci, le quali colorì a fuoco tanto bene, quanto mai dir si possa. Fece poi lo stesso Antonio ancora infiniti altri lavoro d’oro e d’argento per diversi luoghi e persone. In proposito [p. 117] di che non voglio lasciar di dar notizia in questo luogo di uno di essi, che io ho trovato in una Deliberazione nel Libro de’ Venti di Balia per l’impresa di Volterra del 1472. colle seguenti parole:

A dì 18. giugno 1472. s’ebbe la Vittoria di Volterra, essendo Capitano della Lega il Conte d’Urbino; e però si delibera di donare una Casa in Firenze a detto Conte: e se gli doni ancora boccali e bacili d’argento, ed un elmetto d’argento, che si fece lavorare da Antonio del Pollajuolo.

Si trattenne dunque il nostro artefice in simil sorta di lavori molto tempo, e fecevi allievi, che riuscirono di valore; ma invaghitosi poi della pittura, si fece da Piero suo fratello, stato discepolo d’Andrea dal Castagno, insegnare il modo del colorire, e in pochi mesi, non solo l’agguagliò, ma molto lo superò. Dipinse insieme con lui assai cose, delle quali si è parlato abbastanza nelle notizie della vita del medesimo Piero. Fece poi il ritratto di M. Poggio Bracciolini Fiorentino, Segretario della Signoria di Firenze, che dopo Lionardo Bruni Aretino, detto M. Lionardo d’Arezzo, scrisse la storia Fiorentina: e quello di M. Giannozzo Manetti, pure Fiorentino, uomini tutti e tre di gran letteratura: il qual Manetti, oltre ad altre opere scrisse la Vita latina di Papa Niccolò V. la quale si conserva nella Libreria di San Lorenzo. L’uno e l’altro ritratto fece in luogo, dove già faceva Residenza per far ragione sopra gli affari de’ Giudici e Notai, il Proconsolo: il qual luogo, vicino alla Badia di Firenze, fu dipoi la Residenza del Magistrato di Sanità, ed ora della Nunziatura Apostolica, come si è detto altrove. Fece ancora molti altri ritratti, che si veggiono a’ nostri tempi per le case e gallerie de’ Cittadini, molto ben conservati, e lavorati con tanta diligenza, e tanto al vivo, quanto mai in quella età si fosse potuto desiderare. Fra le belle pitture, che di tutta sua mano si veggiono pubblicamente in Firenze, una è la tavola del San Sebastiano della Cappella de’ Pucci, contigua alla Chiesa della Santissima Nunziata, la qual tavola fece l’anno 1475. per Antonio Pucci, che gliele pagò 300. scudi, onorario, per quei tempi, straordinarissimo; ma contuttociò fece di quell’opera il Pucci, e con esso tutta la città, sì grande stima, che si dichiarò non avergli pagati né meno i colori. In questa tavola ritrasse Antonio, nella persona del Santo, Gino di Lodovico Capponi. Fino ne’ nostri tempi si vede di sua mano la maravigliosa figura del San Cristofano, a fresco, alta dieci braccia, che esso dipinse nella facciata della Chiesa di San Miniato fra le Torri, figura, che ebbe lode della più proporzionata, che fosse stata fatta fino a quel tempo. Sta una gamba del Santo in atto di posare; e l’altra di levare; e sono così ben disegnate, proporzionate, e svelte, che è fama, che lo stesso Michelagnolo Buonarroti in sua gioventù, per suo studio, molte volte le disegnasse. Altre pitture in gran numero fece Antonio, al quale veramente è molto obbligata l’arte del disegno, [p. 118] per esser esso stato il primo, che mostrasse il modo di cercare i muscoli, che avessero forma e ordine nelle figure: il che fece scorticando di sua mano moltissimi cadaveri di uomini morti, per istudio dell’Anatomia. E perché migliorò ancora alquanto il modo d’intagliare in rame, da quello che per avanti era stato tenuto da altri maestri; gli si dee ancora la lode di quest’arte. Fu ottimo Scultore ne’ suoi tempi; che però fu da Innocenzio VIII. chiamato a Roma, dove a sua istanza fece di metallo la sua sepoltura colla statua: e quella ancora di Sisto IV. suo antecessore. È fama, che lo stesso Antonio desse il disegno pel Palazzo di Belvedere, e che poi fosse da altri tirato a fine. Nel Bassorilievo valse non poco: e di sua mano veggionsi molte medaglie di Pontefici e d’altri. Finalmente pervenuto all’età di 72. anni, nella stessa città di Roma l’anno 1498. finì la vita, e nella Chiesa di San Pietro in Vincola, coll’onore dovuto al suo merito, ebbe sepoltura il suo cadavero.

ANDREA DEL VERROCCHIO

PITTORE, SCULTORE, E ARCHITETTO FIORENTINO

Discepolo di Donatello. Nato 1432, 1488.

Dice il Vasari, che Andrea del Verrocchio si facesse valente in queste arti senza maestro alcuno; ma perché è impossibile a chi fa opere grandi e difficili (come fece il Vasari) l’aver di ogni cosa notizia intera, non è gran fatto, che non pervenisse a sua cognizione quello, che nel particolare di quest’uomo ha scoperto il corso di un secolo, quanto è, da che esso Vasari scrisse la sua storia, sino a questi tempi. Ho io dunque visto nell’altre volte nominata Libreria de’ Manoscritti originali degli Strozzi, un manoscritto antichissimo, contenente più vite di Pittori, Scultori, e Architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli. Fra’ discepoli di Donatello, del quale pure vi si legge la vita, dice, che uno de’ suoi primi, e non il minimo, fu Andrea del Verrocchio. Ed in un altro manoscritto, annesso a un libro minor del foglio, segn. num. 285. fra diverse memorie di Pittori, Scultori, e Architetti di quei tempi, si legge a c. 45. a tergo, fra altre cose, appartenenti alla vita di questo maestro Andrea del Verrocchio Fiorentino, ch’egli fu discepolo di Donatello: il che ancora tanto più si rende certo, quanto che afferma esso Vasari nella Vita di Donatello, che lo stesso Andrea lo ajutasse a lavorare il Lavamane di marmo nella Sagrestia di S. Lorenzo. Fece dunque il Verrocchio la sepoltura della moglie di Francesco [p. 119] Tornabuoni nella Minerva di Roma: la maravigliosa sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici, che in San Lorenzo di Firenze è, fra la Cappella del Sacramento, e la Sagrestia: ed in Pistoja quella del Cardinale Forteguerra, finita poi da Lorenzo Fiorentino, perché alla morte d’Andrea era rimasa imperfetta. Fece pure in Firenze le statue di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga al Signore, situate nella facciata principale di Orsanmichele, in una nicchia, che fu fatta con disegno di Donatello suo maestro. Pesò il metallo di queste statue, per quanto io trovo in antiche memorie, libbre 3981. e ad Andrea furon dati in pagamento 476. Fiorini d’oro. Fu sua fattura il fanciullo di bronzo, che strozza il pesce, che oggi si vede nella fonte di Palazzo Vecchio. Gettò la palla della Cupola del Duomo di Firenze, la quale con applauso e festa grande, trovo che fu messa a suo luogo il dì 28. di Maggio del 1472. anni dieci in circa, dopoché restò finita la pergamena della Lanterna di essa Cupola, alla quale con gran solennità era stata posta l’ultima pietra a’ 25. d’Aprile 1461. Pesò la stessa Palla libbre 4368. ed è tale di grandezza, che può capire in essa staja 300. di grano, a misura di questa città di Firenze. Il nodo della medesima, gettato fu da Giovanni di Bartolo, e pesò lib. 1000. e può capirvi staja 21. e mez. di grano. Pesò la Croce libbre 791. il palo libbre 770. come da’ Libri dell’Opera di essa Chiesa si riconosce. Operò anche il Verrocchio alcuna cosa in pittura: e fra l’altre una tavola per le Monache di San Domenico in Firenze, ed una pe’ Monaci di San Salvi, nella quale figurò il Battesimo di Cristo. In questa l’ajutò Lionardo da Vinci suo discepolo, allora giovanetto, che vi colorì di sua mano un Angelo così bene, che vistolo Andrea, si conobbe nella pittura tanto inferiore al suo proprio discepolo, che dato bando a’ pennelli, tutto alla statuaria ed al gettò si applicò. Chiamato in ultimo a Venezia, fecevi il Cavallo per la statua di Bartolommeo da Bergamo. Fu quest’opera l’occasione della sua morte, per un mal di petto preso in gettarlo l’anno 1488. e della sua età 56. non ostante ciò si trova scritto nella seconda impressione della storia del Vasari, assolutamente per errore dello Stampatore, cioè del 1388. Il corpo di questo eccellente artefice fu da Lorenzo di Credi, altro suo discepolo amatissimo, condotto a Firenze, e nella Chiesa di S. Ambrogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione fatto seppellire. Fu Andrea il primo a mettere in uso il formar di getto le cose naturali, per poterle poi più facilmente studiare: e messe in pratica il far ritratti de’ defunti, formandogli di gesso, e poi gettandogli: e di quegli fatti a suo tempo se ne veggono fino in oggi moltissimi. Dee molto perciò il mondo a questo artefice; perché mediante tale suo ritrovamento si son conservate l’effigie di molti uomini Santi, ed altri Eroi: e con tale occasione [p. 120] si cominciarono ad esprimere in rilievo di stucchi, ed altra materia, figure quanto il naturale, in sembianza di coloro, che per qualche particolar grazia, ottenuta da Dio per mezzo della Santissima Nunziata di Firenze o altra Sacra Immagine, le offerivano in voto e per memoria della grazia; laddove anticamente usavansi alcune immagini di cera: ed erano in gran parte in Firenze, si può dire, a questo effetto, alcuni particolari mestieri, che per ordinario di altro non s’impacciavano, che di far di cera o ceri o boti, e coloro che gli esercitavano, chiamavansi Cerajuoli, citati dal Berni nel Sonetto, che comincia:

Chi vuol veder quantunque può natura.

E dice così:

Fugge da’ Cerajuoli,

Acciocchè non lo vendin per un boto,

Tant’è sottil, leggieri, giallo e voto,

Comunche il Buonarroto

Dipinge la Quaresima, o la Fame,

Dicon, ch’e’ vuol ritrar questo carcame.

E non è da tacere, che il primo, che offerì simili voti grandi di stucchi, fu la gloriosa memoria del Magnifico Lorenzo dell’augustissima Casa de’ Medici, che uno alla Santissima Nunziata, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via San Gallo, ed uno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli ne mandò, in testimonio di una segnalata grazia ottenuta, e tutti rappresentanti la propria persona sua.

FRANCESCO

DETTO PESELLO

PITTORE FIORENTINO

Discepolo d’Andrea dal Castagno, fioriva circa il 1450.

Stette Francesco nella scuola d’Andrea dal Castagno fino all’età di trent’anni: e fra gli ottimi insegnamenti del maestro, e il grande studio ch’e’ fece intorno alla maniera di Fra Filippo Lippi, molto si approfittò nell’arte della pittura. Delle prime opere, ch’e’ mettesse in pubblico, fu una tavola a tempera per la Signoria di Firenze, in cui rappresentò la Visita de’ tre Magi al nato Messia, che fu collocata a mezza scala del Palazzo. Per la Cappella de’ Cavalcanti in Santa Croce, sotto la Nunziata di Donato, dipinse una predella, con [p. 121] figure piccole di storie di San Niccolò. In processo di tempo, questa predella d’Altare si era di mala maniera scommessa; onde un Sagrestano di quella Chiesa ebbe per bene il farla rifare di nuovo in forma di grado di Altare: ed a quello, che fece la spesa, che fu Michelagnolo di Lodovico Buonarroti, pronipote del gran Michelagnolo Buonarroti, donò la tavola, dove erano dette storiette rappresentate, che da quel Gentiluomo, singolarissimo amatore, e non ordinariamente pratico di queste arti, fu adornata con ornamento d’oro, e posta nella sua bella Galleria, dove al presente si vede. Per la Casa de’ Medici colorì una bella spalliera di animali: e dipinse ancora molti corpi di cassoni, con istoriette di giostre, di cavalli, e battaglie di bestie, molto al vivo. Per la Cappella degli Alessandri in San Pier Maggiore fece quattro storiette di piccole figure di San Pietro, San Paolo, San Zanobi, e San Benedetto. Per li Fanciulli della Compagnia di San Giorgio, colorì un Crocifisso con San Girolamo e San Francesco: e una tavola di Nunziata per la Chiesa di San Giorgio. In S. Iacopo di Pistoja fu posta una sua tavola, dove figurò una Trinità, S. Jacopo, e San Zeno. Per diversi Cittadini fece più quadri e tondi, de’ quali alcuni si veggono fino a’ nostri tempi. Fu questo artefice molto assiduo al disegno, e di natura assai trattabile e cortese, non perdendo mai occasione che se gli presentasse di far al compagno piacere e servizio. Ebbe un figliuolo, che pure si chiamò Francesco, che fu cognominato Pesellino, e ttese ancora egli alla pittura, del quale a suo luogo si parlerà. Trovo in antiche memorie di questa città esser seguita la morte di Pesello a’ 29. di Luglio 1457. ed essergli stata data sepoltura nella Chiesa di San Felice in Piazza, notizia, che sotto gli occhi di altri, che parlarono di lui, non so che sia pervenuta.

[p. 122] DELLE

NOTIZIE

DE PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE VII.

E PARTE II. DEL SECOLO III.

DAL MCCCLX. AL MCCCCLXX.

AGNOLO DI DONNINO

Credesi della scuola di Cosimo Rosselli. Fioriva intorno al 1460.

Ne’ tempi, che operava in Firenze Cosimo Rosselli, esercitò l’arte della Pittura nella medesima Città Agnolo di Donnino, che fu amicissimo dello stesso Cosimo: e per cagione della maniera ch’e’ tenne, si crede ancora ch’e’ fosse della sua scuola; tanto più, che trovasi avere lo stesso Agnolo fatto di sua mano il ritratto al naturale di Cosimo. Questo pittore disegnò eccellentemente, e nell’operar suo fu diligentissimo. Nella loggia dello Spedale di Bonifazio Lupi in via di San Gallo, in fondo della medesima, in quella parte che guarda verso Tramontana, dipinse il peduccio della volta, in cui rappresentò una Trinità con più figure appresso: e accanto alla porta fece vedere alcuni poveri uomini e donne, in atto di essere ricevuti nello Spedale dallo Spedaliere: [p. 123] e fecevi una figura di San Giovambatista, opere veramente tanto belle, quanto mai si fosse potuto desiderare in quella età. Una delle prime opere, che facesse questo artefice a fresco, direi, che fosse stata una Vergine, col Bambino Gesù, un San Giovanbatista, un Santo Stefano, con San Pietro, San Bastiano, e altri Santi, e una Trinità, le quali figure occupano tutta l’interior parte di una bella Cappelletta, che è in sulla piazza di un villaggio, detto Calcinaja, nel Popolo di Santo Stefano a Calcinaja, in sul Poggio poco distante dalla Lastra, e sei miglia lontano dalla città di Firenze: la quale opera avendo io con grande agio potuta vedere e considerare, per esser’essa vicinissima ad una mia villa; non mi ha quasi lasciato di dubitare dell’esser’essa fattura de’ suoi pennelli; ma però delle prime cose sue, come io già diceva; giacché coll’avere essa in sé tutto il fare di questo pittore, non lascia di scoprire una certa secchezza ne’ dintorni, la quale non si vedde poi nell’altre pitture sue. Raccontasi di lui, che per essere stato tanto affezionato allo studio, spendesse egli tanto tempo nel disegnare, che poco poi gliele rimanesse per condurre i lavori, onde poverissimo e mendico se ne morisse; ma viverà egli però sempre nella memoria degli uomini, per la sua molta virtù: la quale, al certo, per quanto poteva volersi da’ Pittori di quel tempo, non fu ordinaria, ma singolare.

TEODORO DIRECK

D’HAERLEM PITTORE

Si crede Discepolo d’Alberto Vanwater. Fioriva nel 1460.

L’altre volte nominato Carlo Vanmander Fiammingo, attesta, che fosse opinione molto ricevuta ne’ Paesi Bassi, che la città d’Haerlem ne’ primi tempi, che in quella parte cominciò a fiorire la Pittura, fosse quella, che producesse i migliori maestri, e più rinomati di ogni altra città: ed oltre al testimonio, che fanno di ciò le opere d’Albert Vanwwater e di Geertgen di S. Jans, non lasciano di farlo anche chiaramente conoscere le pitture di Teodoro Direck d’Haerlem. Non è noto, di chi egli fosse discepolo: ma per ragion de’ tempi e dell’operar suo, non è in tutto improbabile, ch’egl’imparasse l’arte dallo stesso Alberto Vanwwater. Abitava quest’artefice nella strada detta della Croce, poco lontano dagli Orfanelli, dov’era un’antichissima facciata, con alcuni ritratti di rilievo. Si tien per certo, che egli andasse ad operare in varj luoghi, e ch’egli consumasse qualche tempo di [p. 124] sua vita nella città di Lovanio in Brabanza. A Leiden era di sua mano un quadro dov’egli aveva figurato un Salvadore, e ne’ due sportelli San Pietro e San Paolo, grandi quanto il naturale. Sotto questo quadro erano scritte in lettere d’oro le seguenti parole: Mi ha fatto in Lovanio l’anno della Natività di Cristo 1462. Direck, nato a Haerlem, gli sia eterno riposo. I capelli e le barbe di queste figure erano molto morbidi e delicati, e fatti di una maniera, secondo ciò che attesta il nominato Autore, più tenera e pastosa di quello, che si usava poi ne’ tempi di Alberto Duro: ed i contorni erano men secchi di quelli, che fecero dopo molti anni i pittori, dopo aver vedute le opere dello stesso Alberto. Vedevasi questo bel quadro l’anno 1604. in casa un certo Jan Gerrebz Buytewegh.

GIO BELLINI 

CITTADINO VENEZIANO

PITTORE

Discepolo di Jacopo Bellini suo Padre, dipingeva nel 1464. morto nel 1515.

 

Viverà, quanto durerà il mondo, la memoria di questo artefice, il quale, coll’amore ch’egli ebbe agli studj dell’arte della pittura, coll’ottimo gusto suo, colla nuova, e bella maniera di colorire, si lasciò addietro molto e molto il secco e duro modo degli altri, che in quelle parti avanti a lu operato avevano; intantoché poté (come suo maestro) infondere nell’animo del gran Tiziano le prime idee dell’operar perfetto. Veggonsi le sue pitture fino dal 1464. Fu singolare nel dipignere immagini sacre, alle quali diede maravigliosa devozione. Piacquegli il compartire la proporzione delle sue figure, per ordinario, di forma minore del naturale, facendole in tal modo campeggiare in grande spazio. Operò diligentemente, a segno che fra le sue pitture non si vede uccelletto, o altro piccolo animale, erba, fiore e fino i piccoli sassolini, che non siano interamente finiti. Usò dipigner sempre sopra le tavole, comeché a tempo suo poco o punto fossero in uso le tele. Non è possibile a dire, quanta fosse l’onestà del suo pennello, conciossiecosaché non si sia trovato alcuno fino ad oggi, che fralle molte sue pitture abbia saputo ancora vedere una femmina non vestita. Operò moltissimo nella sua patria in pubblico e in privato: e da principio faceva i suoi lavori a tempera, finché [p. 125] venuto a Venezia Antonello da Messina, col modo di dipignere a olio, appreso da Giovanni da Bruggia Pittor Fiammingo: e da questo avendo esso modo imparato, quello poi tenne sempre. Veggonsi in detta città, in S. Job, una Vergine con più Angeli, ed il Santo piagato, San Francesco, San Sebastiano, e San Luigi, ciascheduno molto propriamente rappresentati. In San Giovanni un Salvadore al Giordano. Nella Sala del maggior Consiglio, a competenza di Gentile suo fratello, fece due storie de’ fatti di quella Repubblica col Pontefice Alessandro III. la battaglia navale di Zeno Doge, e Ottone figliuolo dello’mperador Federigo: e la storia lasciata imperfetta dal Vivarino, e da esso Giovanni finita, dove fu rappresentato Ottone avanti al Padre, per ottener la Pace col Pontefice, ed altre. Fece la tavola di Maria Vergine con Gesù, ed alcuni Angeli nella Sagrestia de’ Frati: un’altra tavola pure colla Vergine, ed alcuni Santi e Sante in San Zaccheria: un’altra in San Gio. Grisostomo, dove dipinse San Girolamo, con detto Santo, e San Luigi: e un’altra nella Cappella della Concezione in San Francesco della Vigna, nella quale figurò la Vergine con San Sebastiano: ed un ritratto al naturale. Moltissime opere fece per quella città e suo stato, che lungo sarebbe il raccontarle. Finalmente l’anno 1515. e della sua età il novantesimo, se ne passò a vita migliore. Di questo pittore parlò l’Ariosto, chiamandolo Gian Bellino.

PIERO PERUGINO 

PITTORE

Discepolo d’Andrea del Verrocchio. Nato 1466, 

 

Dipinse questo maestro nella città di Firenze, e per molte città e luoghi d’Italia e fuora, e sempre eccellentemente, e di così buon gusto, e maniera, che meritò di aver per discepolo il gran Raffaello da Urbino, che preso il suo modo di operare, lo ritenne per qualche tempo. Veggonsi in Firenze di mano di Pietro molte belle opere: e fra queste, due tavole nella Chiesa delle Monache di Santa Chiara: due nella Chiesa vicino alla Porta a San Pier Gattolini,  che fu de’ Padri Gesuati, Religione a’ tempi nostri rimasa soppressa. Per quelli fece anche bellissime pitture a fresco pel Convento di San Giusto fuori della porta a Pinti, che insieme con esso Convento furono disfatte l’anno 1529 per l’assedio di Firenze. Vedesi anche di sua mano una Pietà a fresco nella facciata del muro della Cappella della nobil famiglia degli Albizzi, dietro alla Chiesa di San Pier Maggiore, sopra una scala [p. 126] che porta in essa Chiesa, opera tanto bella, che nulla di più si può dire. Operò in Roma nel Palazzo Pontificio cose bellissime, che poi furon mandate a terra a tempo di Papa Paolo III. per far la facciata, dove il Divin Michelagnolo dipinse l’universal Giudizio. Colorì una gran volta in Torre Borgia: e nella Chiesa di San Marco una storia di due Martiri, che fu avuta in gran pregio. Fece per diversi mercanti moltissimi quadri, quali con molta propria utilità, e gloria di quest’artefice, mandarono in diverse parti del mondo. Dipinse una tavola per la Chiesa di San Francesco, ed una per quella di S. Agostino, ed altre per la città di Firenze. Né restò Perugia sua patria senza gran numero di bellissime sue opere, che per brevità si tralasciano. Scoperse il Perugino una sì vaga e nobile maniera, che essendo da tutti desiderata, furono moltissimi coloro, che di Francia, Spagna, Alemagna, ed altre Provincie d’Europa si portarono in Italia per apprenderla; onde fu, che ebbe discepoli infiniti: e fra questi, come si è detto, il gran Raffaello da Urbino. Pervenuto finalmente all’età di anni 78. finì la vita l’anno 1524. nel Castello della Pieve, dove fu onorevolmente sepolto. Fu Pietro molto avido del danaro, nel quale aveva gran fiducia; onde non è maraviglia, s’egli è vero quanto ne scrisse il Vasari, che egli fosse uomo di poca pietà, ed in materia di Religione, di opinione a modo suo.

PIERO DI COSIMO

PITTORE FIORENTINO

Così detto, perché fu discepolo di Cosimo Rosselli, nato 1441.1521.

Nacque Piero di un tal Lorenzo orafo, e fin dalla prima età fu posto dal padre nella in quei tempi fioritissima scuola di Cosimo Rosselli: e perché egli era, come si suol dire, nato pittore, avanzatosi in breve tempo di gran lunga sopra tutti i suoi condiscepoli,  arrivò a formarsi una maniera molto vivace, e tutta piena di bellissime e varie fantasie. A questo, molto l’ajutò, oltre all’amore ed indefessa applicazione all’arte, l’avere una natura malinconica, ed esser di così forte immaginativa, che mentre stava operando, non sentiva i discorsi, che intorno a lui si facevano, da chi si fosse. La prima sua applicazione fu l’ajutare al maestro suo, che vedendoselo superiore in tutte le facultà, appartenenti a quella professione, molto se ne valse nell’opere, che fece in Firenze e in Roma. L’accennata sua natura, fissa e malinconica, [p. 127] operò in lui una gran facilità, e felicità in far ritratti al naturale somigliantissimi, de’ quali ne fece molti nel tempo, che stette in Roma: e fra questi bellissimo fu quello del Duca Valentino Borgia, d’infausta memoria. Capitategli alle mani alcune cose di Lionardo da Vinci, diedesi a colorire a olio: e benché non giugnesse di gran lunga al segno, si affaticò però molto per imitare quella maniera. Vedesi di sua mano, fino a’ presenti tempi, nella Chiesa di Santo Spirito di Firenze, una tavola all’Altare della Cappella de’ Capponi, ove rappresentò Maria Vergine, in atto di visitare Santa Elisabetta: e figurovvi un San Niccolò molto bello, ed un S. Antonio, in atto di leggere, assai naturale e spiritoso. Fece anche la tavola di San Filippo Benizzi, colla Vergine ed altri Santi, per la Cappella de’ Tedaldi nella Chiesa de’ Servi, la qual tavola pochi anni sono dal Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana, di gloriosa memoria, fu levata, con far porre in suo luogo la bella tavola, che oggi vi si vede fatta da Baldassarre Volterrano; e quella di Pier di Cosimo restò appresso di Sua Altezza Reverendissima: fece anche una tavola per la Chiesa di San Pier Gattolini, poi rovinata per l’assedio del 1529 dove dipinse Maria Vergine sedente con quattro figure attorno, la qual poi fu posta in San Friano. Dipinse infiniti quadri per le case de’ cittadini, e colorì molte spalliere di camera con belle bizzarrie. Aveva costui nello stranissimo cervello suo un mondo nuovo di stravagantissimi capricci, e andava inventando diverse forme d’animali, colle più nuove e spaventose apparenze, che immaginar si possa: de’ quali (fatti colla penna) aveva pieno un libro, che restò poi nella Guardaroba del Serenissimo Cosimo I. Similmente fece figure, facce di satiri, maschere, abiti, istrumenti, e altre cose fatte dalla natura, o inventate dagli uomini, storcendo il tutto a seconda del suo fantastico umore; onde, oltre a quanto in questa parte operò in diversi quadri e spalliere per le case de’ particolari, fu anche molto adoperato in trovare invenzioni di pubbliche feste e mascherate, nelle quali fu maraviglioso, ed a tempo suo cominciarono a farsi nella città con invenzione e pompa, di gran lunga maggiore di quel che pel passato si era fatto: e fu egli l’inventore di quella tanto famosa, che avanti al 1512. fu fatta in Firenze in tempo di notte, con cui rappresentavasi il Trionfo della Morte, che per esser da altri stata descritta, non ne dirò di vantaggio. Ponevasi egli alcuna volta come estatico a guardare i nuvoli dell’aria, o qualche muro, dove per lungo tempo fosse stato sputato: e da quelle macchie cavava invenzioni di battaglie, di paesi, di scogli, di figure, e animali i più spaventosi, che immaginar si possa. Né sia chi si maravigli, che Piero fosse così strano ne’ concetti, e negli studj dell’arte sua, perché tale appunto fu egli sempre nel trattamento di sé medesimo in ogni sua azione, benché per altro fosse un buon uomo. Fin da quel tempo, che passò all’altra vita Cosimo suo maestro, egli si ritirò in una casa (dicesi nella via detta Gualfonda) dove stavasene solo e serrato, per non esser veduto lavorare: ed arrivò a tale così fatta stravaganza, che avendo egli a fare per lo Spedalingo degl’Innocenti una tavola per la Cappella de’ Pugliesi, all’entrar di Chiesa da man sinistra, tuttoché lo Spedalingo fosse suo amicissimo, [p. 128] e tuttavia gli somministrasse danari, non fu mai possibile, ch’e’ potesse vedere quel ch’e’ si facesse. Finalmente, credendo di coglierlo, venuto che fu il tempo di dargli gli ultimi danari, negò di farlo, se prima non vedeva l’opera; ma gli rispose Piero, che avrebbe guastato tutto quel che aveva fatto, tantoché allo Spedalingo convenne aver pazienza, e veder la tavola quando volle Piero. Stavasi in quella sua solitudine assai trascuratamente. Non voleva che si spazzassero le stanze, né ebbe mai altr’ora determinata per mangiare, se non quella, nella quale era colto dalla fame: e consisteva la sua cucina in assodare ad ogni tanto gran quantità di uova nel tempo medesimo, e nella medesima pentola, dov’ei faceva la colla, e poi ripostele in una sporta, andavasele consumando appoco appoco, senz’altra conversazione, che di sé medesimo, biasimando ogni altro modo di vivere, come egli diceva, men libero di quello. Nell’orto di quella casa vi eran piante di fichi con altri frutti, ed alcune viti; queste pure voleva, che vivessero a modo loro, e guai a quello, che gli avesse ragionato di zappar la terra attorno, o potarle. Diceva egli che le cose della natura dovevansi lasciar custodire a lei senza farvi altro, e così i tralci delle viti ricoprivano la terra, ed i rami de’ frutti erano talmente moltiplicati, che quell’orto era diventato una ben densa boscaglia. Come in questo, così in ogni altra cosa era di umore al tutto contrario agli altri uomini, e tirava i discorsi a certi sensi, che era un gusto il sentirlo. Aveva grande invidia a coloro, che muojono per mano della Giustizia; perché parevagli una bella cosa l’andare alla morte vedendo tant’aria, e l’esser accompagnato da tanto popolo, e da tanti, che pregan per te; altrimenti che starsene racchiuso nell’oscurità di una camera, e di un proprio letto: e moltissimo stimava poi l’uscir di questo mondo ad un tratto, senza cadere in mano de’ medici, e degli speziali, i quali odiava come la peste, perché diceva, che fanno i malati morire di fame, di sete, e di sonno, e gli ammazzano con mille martirj. Aveva a noja il piagner de’ ragazzi, il tossir degli uomini, il sonar delle campane, ed infino il cantar de’ Frati; né gustava altro, che di veder piovere, come si suol dire, a ciel rotto, con questo però, che coll’acqua non fossero venuti tuoni, o baleni, perché era tanto pauroso de’ fulmini, che più non si può dire; in tali tempi si rinvolgeva nel ferrajuolo, e serrati gli usci, e le finestre della camera si cacciava in un canto della medesima, finché passava quel temporale. Ma perché gli uomini di così fatta natura, coll’avanzarsi nell’età, sogliono dar sempre in peggio; condussesi finalmente Piero già ottogenario a stato di tanta fastidiosaggine, che era venuto a noja non che agli altri a sé medesimo: e non voleva, che i suoi giovani gli stessi attorno, sicché restò senza ajuto e conforto alcuno, e come quello, che per lungo corso di vita si era assuefatto a far sempre qualche cosa nell’arte sua, si poneva alcuna volta a dipignere, ma perché aveva il parletico, non poteva, e mentre si adirava con una mano, che non voleva tenergli fermi i pennelli, da quell’altra cadevagli la mazza, o la tavolozza de’ colori: ed il vederlo borbottare, e far forza per iscaponir quel male, era cosa veramente degna di riso, e di compassione. Altre volte entrava in gran collera colle mosche, [p. 129] e tanto s’infastidiva, che fino l’ombra gli dava noja. Finalmente vissuto così solo, e male in arnese della persona, per qualche tempo, una mattina fu trovato morto a pié di una scala della sua casa l’anno 1521.  

PIETRO RICCIO 

MILANESE

Discepolo di Lionardo da Vincifioriva circa al 1460.

 

Il Lomazzo, nella sua Idea del Tempio della Pittura, asserisce, che questo Pietro fosse discepolo di Lionardo da Vinci, e non se ne è fin qui avuta altra notizia.

[p. 130] DELLE

NOTIZIE

DE PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE VIII.

E PARTE II. DEL SECOLO III.

DAL MCCCCLXX AL MCCCCLXXX.

ANDREA DELLA ROBBIA

SCULTORE

Nato 1444, 1528.

Di Marco della Robbia, fratello di quel famoso Luca, che fu inventore delle figure di terra invetriate, nacque Andrea della Robbia. Questi fu bonissimo scultor di marmo, ed ottimo imitatore di Luca. Opere delle sue mani furono in Santa Maria delle Grazie fuori d’Arezzo, in un ornamento di marmo assai grande di una Vergine di mano di Parri Spinelli, molte figurette tonde, e di mezzo rilievo. In San Francesco della stessa Città, una tavola di terra cotta nella Cappella di Puccio di Magio: e una della Circoncisione per la famiglia de’ Bacci, e molte altre. Nella Chiesa, ed in [p. 131] altri luoghi del Sacro Monte della Vernia, fece altre figure e tavole. In Firenze in San Paolo de’ Convalescenti fece tutte le figure di terra cotta della Loggia, e i putti, che si veggono fra l’uno e l’altro arco di quella dello Spedale degl’Innocenti. E comecché fosse molto stimata e desiderata l’opera sua, e avesse anche avuto in sorte di lungamente vivere, ebbe anche a fare altri moltissimi lavori, che per fuggire lunghezza si lasciano di raccontare. Pervenuto finalmente all’età di anni ottantaquattro, se ne passò a vita migliore l’anno 1528. e nella Chiesa di San Pier maggiore nella sepoltura di quella famiglia fu sepolto. Vedesi il ritratto di lui naturale, quanto mai possa essere, nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, figurato per mano d’Andrea del Sarto nella lunetta, dov’esso Andrea dipinse i Frati Serviti, in atto di porre le vestimenta di San Filippo Benizj sopra la testa de’ piccoli fanciulli: ed è un vecchio curvo di persona, vestito di rosso, che si appoggia sopra una mazza. Fu quest’artefice tanto innamorato dell’arte sua, e di coloro, che l’avevano eccellentemente professata, tanto amico, che nell’ultima sua vecchiezza era solito di gloriarsi, più di ogni altra cosa, di essersi trovato da fanciullo a portare il corpo di Donatello alla sepoltura. Ebbe otto figliuoli, due femmine e sei maschi, due de’ quali vestiron l’abito Religioso dell’Ordine de’ Predicatori in San Marco, ammessi a quello instituto dal Padre Fra Girolamo Savonarola, del quale furono sempre amici gli uomini di questa casa; anzi essi furono, che fecero le medaglie, nelle quali esso Padre vedessi rappresentato al vivo. Fra’ maschi furono ancora Girolamo, Luca, e Giovanni. Questo Giovanni attesi all’arte, e di sua mano si vede essere stata fatta una gran tavola di terra cotta invetriata nella Chiesa di San Girolamo delle Monache Gesuate, dette le Poverine, presso alla Zecca vecchia, dove rappresentò la Vergine Annunziata, e appresso molte figure di Angeli, e diversi ornamenti. Fu fatta quest’opera l’anno 1521. Di mano di questo medesimo Giovanni, stimo io senza dubbio, che sia una Vergine di mezzo rilievo, mezza figura, di proporzione quasi quanto il naturale, di terra cotta bianca, col bambino Gesù in braccio, e tre Cherubini sopra la testa, e con ornamento di vaghissime frutte di terra cotta colorata, che fece fare l’anno 1524. Alessandro di Piero Segni nella camera principale del Palazzo nel Castello di Lari nel Pisano, in tempo che esso era Vicario di quel Castello e sua tenuta: la quale immagine, che spira gran devozione, oltre all’essere bellissima, ho io veduta e goduta insieme, coll’occasione di essere in quel governo l’anno 1679. e veramente ella, e per l’aria della testa, e pel decoro dell’attitudine, e delle vesti, e per la venerabile maestà e purità, che ridonda da tutte le sue parti insieme, talmente rapisce gli animi, che appena può altri saziarsi di rimirarla. Il segreto di questi invetriati di terra, mediante una donna che uscì della casa della Robbia, passò in un tale Andrea Benedetto Buglioni, che visse ne’ tempi del Verrocchio. E questo Andrea Benedetto condusse in Firenze e fuori molte opere, fra le quali furono un Cristo risorgente, e appresso alcuni Angeli nella Chiesa de’ Servi, vicino alla Cappella di Santa Barbara: in San Pancrazio un Cristo morto: ed in un mezzo tondo, [p. 132] che era sopra la porta principale di San Pier maggiore, alcune figure. Lasciò questi un figliuolo, che si chiamò Santi Buglioni, che pure venne in possesso di tal segreto, e viveva fino del 1568. in cui io mi fo a credere, che mancasse affatto quest’arte, non essendo a mia notizia, che altri poi abbia in tal magistero operato; sebbene ne’ nostri tempi si son provati molti a ricercarlo, e particolarmente Antonio Novelli Scultore; ma non si son però vedute opere, che molto si assomiglino a quelle de’ nominati maestri, per le difficultà che s’incontrano in tale operazione, come più a lungo diremo nella Vita di dal maestro. Se crediamo a ciò, che scrisse il Vasari, il soprannominato Giovanni ebbe tre figliuoli, Marco, Luc’Antonio, e Simone, i quali tutti morirono di peste l’anno 1527. Luca, e Girolamo attesero ancora essi alla Scultura: il primo operò d’invetriate diligentissimamente, e fu quello, che per ordine di Raffaello da Urbino fece i pavimenti delle Logge Papali, come ancora quelli di molte camere, ne’ quali espresse l’impresa di Papa Leone. Girolamo il secondo lavorò di marmo, di terra cotta, e di bronzo: e molto gli giovò per farsi un grand’uomo la concorrenza di Jacopo Sansovino, e del Bandinello. Fu poi condotto in Francia a’ servigj del Re Francesco, pel quale, come quegli che era universalissimo, fece molte opere, particolarmente a Marlì, luogo non molto lontano da Parigi. Lavorò molto di terra in Orleans; onde in breve divenne ricco. Qui il Vasari piglia un grand’equivoco, affemando, che nella persona di lui, che mancò in quelle parti, si spegnesse la casa della Robbia; perché questo Girolamo di Andrea, che di Maria Altoviti sua moglie ebbe un figliuolo chiamato Jacopo: ed un altro, che pure anch’esso ebbe nome Girolamo, il quale in Francia di Madama Luisa de Mathe ebbe tre figliuoli, cioè Andrea, che seguitando la milizia, pervenne al grado di Capitano, e non ebbe moglie: e Pier Francesco, che fu Scudiere della Maestà del Re, Signore di Bel Luogo, il quale di Madama Francesca Chovard ebbe Carlo Gran Consigliere del Gran Consiglio di Francia, che si sposò con Madama Diana Picart: e Girolamo Cavaliere e Scudiere del Re, Signore di Gran Campo, il quale pure di Madama Antonietta Grenier sua moglie non ebbe figliuoli. Di Carlo e di Diana Picart sua donna nacque Guido, che mancò in fanciullezza, e Francesca, che fu moglie di Carlo del Maestro, Signore di Gran Campo: e in questa Francesca ebbe in Francia sua fine la casa della Robbia; rinnovata però in Carlo, figliuolo di essa Francesca, e di Carlo del Maestro suo marito, il quale dal nominato Girolamo, Signore di Gran Campo, e maggior nato della famiglia della Robbia, fu chiamato a gran parti di sua eredità, con obbligo di pigliar l’insegne e’l casato. Vediamo adesso ciò, che seguì di essa famiglia in Firenze. Il nostro Andrea ebbe due fratelli, cioè Giano, e Simone. Di questo Simone nacque Filippo Isidoro Abate, e Luca, che fu di Consiglio l’anno 1519. e di questo un Lorenzo, padre fu di Luigi, il qual Luigi ebbe per consorte Ginevra Popoleschi, nata di Silvestro Popoleschi, e di Ginevra di Carlo Barberini, padre di Antonio Barberini, del quale Antonio nacque Maffeo, che fu papa Urbano VIII. di gloriosa memoria. Il nominato Luigi della Robbia, figliuolo [p. 133] di Lorenzo, ebbe dalla Ginevra Popoleschi molti figliuoli maschi, e femmine: fra i maschi fu Marco, poi Fra Gio. Domenico dell’Ordine de’ Predicatori, Vescovo di Bertinoro, Silvestro, poi D. Isidoro Abate, si crede Cassinense, che poi successe al fratello Gio. Domenico nel Vescovado di Bertinoro: e Lorenzo Canonico della Metropolitana di Firenze, poi Vescovo di Cortona, e finalmente di Fiesole, e Rettore del Seminario Fiesolano, che morì l’anno 1645. e in questo finalmente è restata estinta tale famiglia, la quale con tanto splendore e gloria, in Italia e in Francia si è mantenuta sopra 150. anni da quel tempo che il Vasari la diede per estinta: e viene anche oggi, per così dire, propaginata in Francia nella nobil famiglia del Maestro: ed ancora in Firenze, come ora siamo per dire, cioè, che lo stesso Luigi di Lorenzo della Robbia ebbe una sorella, chiamata Laldomine, maritata a Luigi Viviani nobil Fiorentino, della quale nacque un altro Luigi: e di questo due figliuoli, cioè Francesco Cavalier Priore della Religione di Santo Stefano Papa e Martire, primo investito del Priorato, instituito da Lorenzo della Robbia il Vescovo Fiesolano nel suo Testamento, coll’obbligo di portarne il casato della Robbia; e Donato Luigi Viviani, Avvocato del Collegio de’ Nobili, e Senatore Fiorentino, Gentiluomo, che per integrità, e dottrina è da tutti stimatissimo, dal quale io ho ricevuto parte delle notizie di questa Casa, della quale, per maggior chiarezza, porremo l’Albero appresso a questa Narrazione.

DAMIANO BELCARO

SCULTORE GENOVESE

Fioriva in questi tempi.

Non sarà del tutto fuori del nostro proposito il fare menzione di Damiano Belcaro Genovese, il quale noi giudichiamo, per un certo suo particolare talento nell’intagliare piccolissime figure, meritevole di memoria. Questi dunque giunse a far vedere di suo intaglio con suo quasi invisibile scarpello, esse figure nella superficie d’un nocciolo di ciliegia. Sopra un nocciolo di pesca, intagliò tutti i Misterj della Sacrosanta Passione di Gesù Cristo nostro Signore: e sopra altri di varie frutte, più sacre rappresentazioni, non senza ammirazione de’ virtuosi del suo tempo.

[p. 134] DOMENICO DEL GHIRLANDAIO

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Alesso Baldovinetti. Nato 1451. 1495.

Fu Domenico del Ghirlandajo, siccome io trovo in antiche scritture, figliuolo di un tal Tommaso di Currado di Gordi, che si esercitava nella Professione dell’orafo, che oltre all’aver fatto di sua mano tutti i voti d’argento, che si conservano nell’armadio della Santissima Nunziata, e le lampane della Cappella della medesima, le quali tutte cose per l’assedio di Firenze l’anno 1529 furon disfatte; fu anche il primo, che trovasse l’invenzione di certi ornamenti del capo per le fanciulle Fiorentine, che si chiamavano ghirlande, dal che acquistò il nome del Ghirlandajo. Questo Tommaso dunque, riconoscendo in Domenico uno spirito molto vivace; e parendogli perciò doverne trarre grande ajuto, lo pose nella propria sua stanza ad imparar l’arte sua. Diedesi il fanciullo con tale occasione allo studio del disegno, e fin da quella prima età eravisi così bene approfittato, che ritraeva coloro, che passavano dalla sua bottega, dando loro in un subito, con pochi segni somiglianza. Lasciata poi la professione dell’orafo, si diede in tutto e per tutto, nella scuola di Alesso Baldovinetti, allo studio della Pittura, e in poco tempo divenne ottimo pittore. Vedesi di sua mano a’ nostri tempi in Firenze la Cappella a fresco di Francesco Sassetti in Santa Trinita, con istorie di San Francesco: ove in quella, che rappresenta il fanciullo risuscitato dal Santo, ritrasse Maso degli Albizzi, Mess. Agnolo Acciajuoli, e Mess. Palla Strozzi, cittadini molto celebrati nelle storie di que’ tempi. In quella, dove rappresentò San Francesco davanti a Papa Onorio, dipinse il Magnifico Lorenzo, il Vecchio, de’ Medici: e dalle parti laterali della tavola, fece i ritratti di Francesco Sassetti, e di Mona Nera sua donna. Nella volta colorì alcune Sibille: e nella fronte, oggi mezza imbiancata, esteriore di essa Cappella, figurò la Sibilla Tiburtina, e Ottaviano Imperadore. Fu poi chiamato a Roma da Sisto IV. e per lui dipinse nella sua Cappella due storie, cioè, quando Cristo chiama all’Apostolato Pietro e Andrea; e la Resurrezione del Signore. Tornato a Firenze, fece nella Chiesa degl’Innocenti la tavola de’ Magi: e in Ognissanti, a concorrenza di Sandro, detto il Botticello, colorì a fresco un San Girolamo, che già nel tramezzo di quella Chiesa era allato alla porta del Coro: levato poi il tramezzo, fu questa figura trasportata alla parete nel mezzo di essa Chiesa, da quella parte, che entrando in Chiesa, torna a mano sinistra: e nella medesima Chiesa dipinse ancora la Cappella de’ Vespucci. È di sua mano la Vergine a fresco, che si vede oggi sopra la porta di Santa Maria degli Ughi, a cui è stato ne’ moderni tempi, dato di bianco; [p. 135] onde questa pittura più non si vede: e la Cappella maggiore di Santa Maria Novella della famiglia de’ Ricci, che fino da 100. anni avanti al tempo del Ghirlandajo era stata dipinta da Andrea Orgagna; ma a cagione di un fulmine caduto in quel luogo, e della poca cura, che n’era stata avuta dipoi, eransi quelle pitture ridotte in cattivo stato, come altrove s’è detto. Dipinse il Ghirlandajo questa Cappella ad istanza di Giovanni Tornabuoni: e vi rappresentò storie della vita di Maria Vergine, di San Domenico, e di San Pietro Martire: e diedela finita in quattro anni, cioè del 1485. Nella storia di Giovacchino, cacciato dal Tempio, nella persona di un vecchio raso in cappuccio rosso, ritrasse dal naturale Alesso Baldovinetti suo maestro: in un altro, con mantello rosso, e con una mano al fianco, che ha sotto una veste azzurra, figurò sé medesimo. Vi è ancora Bastiano da San Gimignano, suo cognato e discepolo, rappresentatovi in persona d’uomo con labbra grosse: un altro che volta le spalle, e ha in testa un berrettino, è Davit Ghirlandajo suo fratello; in altra storia, dov’è l’Angelo, che apparisce a Zaccheria, ritrasse molti cittadini, e fra essi tutti i giovani e vecchj di casa Tornabuoni: e vi son quattro mezze figure fate al naturale, de’ quattro maggiori letterati, che avesse in quel tempo la nostra città, cioè Marsilio Ficino, in abito Canonicale: Cristofano Landino, con un mantello rosso, con una becca nera al collo: Demetrio Calcocondile o Calcondile Ateniese, allora detto Demetrio Greco, in alto di voltarsi a lui: e quegli, che in mezzo a questi tre alza una mano, è l’eruditissimo Angelo Poliziano. Nell’altra storia della Visitazione di Maria Vergine e Santa Elisabetta, fra alcune donne, che essa Vergine accompagnano, ritrasse Ginevra Benci, bellissima fanciulla Fiorentina. Dipinse ancora sopra l’Altar maggiore la tavola isolata, ed altre figure, che sono ne’ sei quadri tutti a tempera, benché dalla parte di dietro, dov’è la Resurrezione di Cristo, restassero imperfette alla morte di lui alcune figure, che furon poi finite da Davit e Benedetto suoi fratelli. Era stato deliberato in Firenze ne’ tempi di questo artefice, che si dovesse fare nel Palazzo de’ Signori due stanze nobili, una che dovesse servire per l’Audienza, e l’altra per Sala: ed essendone stata data la cura a Benedetto da Majano, aveva egli già effettuato un suo ingegnoso pensiero di cavarle tutte e due nello spazio, che rispondeva sopra la Sala de’ dugento, facendo, che il muro, che la Sala dall’Audienza divide, tuttoché posto in falso, quasi in sé medesimo, e con poco appoggio, a maraviglia si reggesse; onde eran rimase finite l’Audienza, che è quella stanza, che poi fu dipinta da Francesco Salviati con storie del Trionfo di Cammillo: e la Sala, che avanti di giugnere a questa s’incontra, la quale da un maraviglioso orivolo, che vi fu posto, fatto dal celebre Lorenzo dalla Golpaja, fu detta la Sala dell’orivolo, benché ne’ nostri tempi abbia perduto tal nome, e sia chiamata la Sala de’ Gigli. Doveasi dunque dipignere questa Sala, onde al nostro Domenico, riconosciuto allora de’ migliori maestri che maneggiasse pennello, ne fu data l’incumbenza; il quale nella medesima dipinse le figure de’ Santi Fiorentini, e gli altri belli adornamenti, che fino ad oggi vi si veggono, che in riguardo di loro antichità, possiamo dire assai ben [p. 136] conservati. È di mano di Domenico una bellissima tavola nella denominata Sala di Palazzo Vecchio, detta de’ Dugento, dov’è Maria Vergine col Bambino Gesù, e più Santi Fiorentini: e sono sue opere una tavola di San Pietro e San Paolo in San Martino di Lucca: e altre in Pisa, Rimini, e diverse altre città d’Italia. E nella stessa nostra città di Firenze sono di sua mano molti tondi dipinti sopra legname, rappresentanti immagini del Signore, di Maria Vergine, e d’altri Santi. Fu questo pittore molto eccellente nel lavorare di Musaico, arte, che egli imparò da Alesso Baldovinetti: e di sua mano è quella, che si vede nell’archetto sopra la porta di Santa Maria del Fiore, che va verso i Servi. In ultimo, sotto’l patrocinio del Magnifico Lorenzo de’ Medici, prese a dipignere tutta la facciata del Duomo di Siena; e la Cappella di San Zanobi in Firenze, e questa in compagnia di Gherardo Miniatore: ed avendo all’una e all’altra dato principio, fu nel 1495. e nella sua età d’anni 44. sopraggiunto dalla morte. Deve molto a Domenico l’arte della Pittura, e il mondo tutto, non tanto per aver egli assai arricchito e facilitato il modo di operare di Musaico, da quello che avanti a lui si teneva; quanto per esser’ egli stato il primo, che incominciasse a lasciar l’antica e goffa usanza di dipigner panni guarniti di fregiature d’oro a mordente; cominciando in quel cambio ad imitar le guarnizioni ed altri loro abbellimenti co’ colori: ed ancora per aver lavorato così bene a fresco, che molte opere sue, esposte a tutte l’ingiurie de’ tempi, si son conservate intatte i secoli interi. E molto più gli sono obbligati l’arte e gli artefici, per esser egli stato quel maestro, che al Divino Michelagnolo Buonarroti insegnò i principj del disegno. Trovo esser stata moglie di Domenico una tale Antonia di Ser Paolo di Simon Paoli: e non essendo a mia notizia, che egli avesse altre mogli, mi persuado che di lei nascesse il suo figliuolo Ridolfo, che riuscì anch’egli pittore eccellentissimo.

[p. 137] ALESSANDRO FILIPEPI

DETTO

SANDRO BOTTICELLI

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Fra Filippo Lippi, nato 1437, 1515.

Fu Sandro Botticelli, fin da’ primi anni della sua puerizia, d’ingegno molto elevato: e mostrò sempre una più che ordinaria facilità in apprendere tutte le cose, che il padre suo, cittadin Fiorentino, desiderosissimo del profitto di lui, procurava fargli insegnare; ma il figliuolo aveva altresì un cervello così stravagante ed inquieto, che in nessuna cosa trovava fermezza; tantoché annoiatosi Mariano, che così chiamavasi suo padre, di tanta instabilità, levollo da ogni altro studio, e messelo a bottega dell’orefice. E perché pel grande affaticarsi, che in que’ tempi facevano gli uomini di quel mestiere, nelle cose appartenenti al disegno, prima di mettersi all’arte, era una gran famigliarità, e pratica fra’ Pittori, Scultori e Orefici; coll’occasione della conversazione di costoro, cominciò il giovanetto a darsi tutto al disegno e alla pittura, talché avendo in quella interamente fermato suo genio volubile, fu dal padre accomodato con Fra Filippo Lippi, il quale così bene l’istruì ne’ precetti dell’arte, che in breve tempo reselo bonissimo pittore. Dal che in somma si riconosce esser verissimo, che non mai si adatta l’ingegno dell’uomo, tuttoché perspicace ed elevato si manifesti, a cosa, che buona sia, ogni qualvolta questa alla di lui inclinazione anche confacevole non sia. Onde scrisse una dotta penna, essere il genio una calamita fedele, che può bene violentata volgersi all’opposto della sua tramontana, ma non può giammai acquietarvisi tanto, che ella non senta il forte stimolo della contraria inclinazione, finché gli venga fatto finalmente il condur l’uomo per quella via, alla quale lo destinò la natura. Quindi è, che dovrebbe essere il primo pensiero de’ padri, che desiderano mettere i proprj figliuoli nella strada della virtù (ciocché degli Ateniesi raccontano gli antichi Scrittori) il porre ogni studio, prima di ogni altra cosa, nel riconoscere il genio: e poi, secondo esso, quegli incamminare. La prima opera, che partorisse il pennello di Alessandro, fu una figura della Fortezza, dipinta da lui fra le tavole di altre Virtù, che colorirono Antonio e Piero del Pollajuolo, nella Residenza del magistrato della mercanzia di Firenze, nelle spalliere del tribunale. Dipinse poi una tavola in Santo Spirito per la Cappella [p. 138] de’ Bardi, dove con grande amore e diligenza colorì alcune olive e palme: un’altra tavola per le Monache di San Barnaba: e una altresì per le Convertite. Dipoi nella Chiesa d’Ognissanti dipinse un S. Agostino, a concorrenza di Domenico del Ghirlandajo, che nell’altra parte aveva dipinto un San Girolamo: le quali pitture erano già situate nel tramezzo di quella Chiesa, allato alla porta del Coro; ma volle il Granduca Cosimo l’anno 1566. affinch’ella fosse più luminosa capace, si levasse il tramezzo; il che anche fu fatto alle Chiese di Santa Croce, e di Santa Maria Novella, di San Remigio, ed altre, dentro e fuori di città, stando allora il Clero nel Coro avanti all’Altare; onde fu necessario, con ordinghi ed instrumenti adatti al bisogno, levar’ esse pitture dell’antico luogo, ed in altro luogo di quella Chiesa collocarle, ove fino al presente tempo si veggono ben conservate. Lavorò molto per diverse altre Chiese delle città, e pel Magnifico Lorenzo de’ Medici, e per molte case di cittadini condusse gran quantità di quadri, e molti tondi; uno de’ quali, e de’ maggiori, con Maria Vergine e Gesù ed alcuni Angeli, si vede oggi nella casa del Cavaliere Alessandro Valori. Ebbe particolar talento in dipignere piccole figure, e vaghe storiette, fra le quali bellissime furono reputate alcune, ch’egli condusse per la casa de’ Pucci in quattro quadri, ne’ quali egli rappresentò la Novella del Boccaccio di Anastasio degli Onesti. In su quel gusto medesimo fece anche per la Chiesa di San Pier Maggiore, una già bellissima tavola, che fu posta sopra un Altare dalla porta del fianco, fatta per Matteo Palmieri, in cui fece vedere l’Assunzione di Maria Vergine sopra de’ Cieli, ove rappresentò i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, e le Gerarchie degli Angeli: e ho già detto bellissima tavola; perché essendo ella stata alcuni anni sono assai trascuratamente lavata, poco ha ella ritenuto di quel bello, che prima aveva. In questa dipinse egli esso Matteo, quello stesso, che la fece fare, che fu gran letterato, siccome è noto: e fecevi anche la sua moglie, l’uno e l’altra inginocchioni. Per la Chiesa di Santa Maria Novella, colorì una tavola dell’Adorazione de’ Magi, dove nella persona del Re Vecchio, in atto di baciare i piedi al Signore, ritrasse al naturale Cosimo il Vecchio de’ Medici: nell’altro Re espresse l’effigie di Giuliano, Padre di Clemente VII. e nell’ultimo quella di Giovanni, figliuolo di Cosimo. Da quest’opera riportò egli tanto onore e stima, che fu da Papa Sisto IV. chiamato a Roma, e fatto capo di tutte le pitture della Cappella da esso fatta fabbricare in Palazzo, dove Sandro dipinse alcune storie di sua mano, e ne riportò gran premio; ma ne fece poco frutto, perché (come uomo, che viveva a caso, e che per non dar troppo da fare alla tasca, per ordinario, con una mano tirava a sé il danaro de’ suoi guadagni, e coll’altra profusamente il diffondeva) nulla portò alla patria di quanto in Roma egli aveva acquistato. Infinite furono le opere sue, che troppo lunga cosa sarebbe il raccontarle. Fu egli de’ primi, che trovasse il modo di lavorare gli Stendardi, come si suol dire, di commesso, perché i colori non istingano, e dall’una e dall’altra banda mostrino il colore del drappo. In tal modo dipinse il Baldacchino di Orsanmichele di variate immagini di Maria Vergine. Fu buonissimo e pratico [p. 139] disegnatore, e nelle sue storie assai copioso di figure. Attese all’intaglio, e con questo diede fuori molte carte di sue invenzioni, le quali in tempo son rimase oppresse a cagione del gran migliorare, che ha fatto quell’arte dopo l’operar suo. Quello, che è venuto sotto l’occhio mio, non è altro, che un intaglio in numero di docici Carte, dove in figure assai piccole son rappresentate storiette della Vita di Nostro Signor Gesù Cristo. Si dilettò costui di fare molte burle a’ suoi discepoli e garzoni, e seppe talvolta, con ingegnose strattagemme, liberarsi dall’indiscretezza di chi con lui medesimo ne avesse voluta più del dovere. Per una certa sua capricciosa inclinazione, applicò molto alla Commedia di Dante, la quale, ancorché senza lettere, pretendeva di commentare: e persevi tanto tempo, che molto gli tolse per la necessaria applicazione all’arte; onde fra questo, e l’aver sempre voluto vivere astrattamente, spendendo, come detto abbiamo, d’ora in ora, quanto e’ guadagnava; fatto vecchio di 78. anni, e infermo in modo, che appena coll’ajuto di due mazze poteasi portare per la città, si condusse in così estrema mendicità, che egli si sarebbe, senza dubbio, morto di fame, se la pietà del soprannominato Lorenzo de’ Medici, finché e’ visse, e dopo di lui diversi caritativi Gentiluomini, non l’avessero del continovo sovvenuto: e in tale stato lo trovò la morte l’anno 1515. e nella Chiesa di Ognissanti fu sepolto.

FRANCESCO DI SIMONE

FIORENTINO SCULTORE

Discepolo d’Andrea del Verrocchio, fioriva circa al 1470.

Trovasi avere intagliato in Bologna una Sepoltura nella Chiesa di San Domenico, con molte figure piccole, per Mess. Alessandro Tartaglia, Dottor di Legge, di tutta maniera d’Andrea suo maestro. In San Pancrazio di Firenze fece un’altra Sepoltura, rispondente in una Cappella e nella Sagrestia di detta Chiesa, per Messer Pier Minerbetti Cavaliere.

[p. 140] GIO. FRANCESCO

RUSTICI

PITTORE, SCULTORE, E ARCHITETTO

FIORENTINO

Discepolo di Lionardo da Vinci, fioriva circa il 1470.

Nacque quest’Artefice di nobil famiglia, e più per suo diletto e desiderio d’onore, che per avidità del guadagno, o per bisogno che avesse, si sottopose alle fatiche dell’arte. Veggonsi di sua mano in Firenze, in un tondo di marmo, una Vergine con Gesù e San Giovanni, di bassorilievo, nel Magistrato dell’Arte di Porsantamaria: ed il Cristo orante, fatto di terracotta, nella Chiesa delle Monache di Santa Lucia, che poi da Giovanni della Robbia fu invecchiato. Fece con suo modello le tre statue di bronzo, che furon poste sopra la porta del Tempio di San Giovanni, cioè il Santo Precursore predicante, in mezzo di una Fariseo e d’un Levita, che furono stimate, siccome sono bellissime: ed è da sapersi, che nel condurle a fine, per satisfare all’arte ed a sé stesso, e meno infastidire i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti, alla cui istanza prese a fare tal’ opera, egli spese il valsente di un suo podere; avendole dipoi finite, e dovendone esser remunerato, vennesi alla stima: ed egli chiamò per la sua parte Michelagnolo Buonarroti: ed allo ’ncontro, a cagione della poca intelligenza, e molta passione di uno di quel Magistrato, che anche ch’era il principale, fu per l’altra parte chiamato Baccio d’Agnolo legnajuolo, che anche era architetto: del che dolendosi anche egli molto, non solo non ebbero luogo appresso i Consoli le sue querele; ma quel che è più, ne fu ancora strapazzato, e gli fu assegnata ricompensa appena per la quinta parte di quel che importava l’opera e la spesa: e quella ancora non gli fu interamente finita di pagare; tanto può alcuna volta contro la povera virtù la passione, il livore, e l’ignoranza. Operò molto il Rustici nella Villa di Jacopo Salviati il vecchio, poco distante da Firenze, sopra il Ponte alla Badia: ed altre cose fece, che per brevità si tralasciano. Fu uomo religioso e buono, e tanto innamorato dell’arte sua, che viveva scordatissimo de’ proprj interessi e facultà, non volendo punto di pensiero di quelle, ed il tutto faceva maneggiare a un confidente suo, chiamato Niccolò Buoni. Questi ogni settimana somministravagli il danaro pe’ suoi bisogni, il quale era solito riporre in un paniere, e anche, per lo più, nella cassetta del calamajo, senz’alcuna serratura; onde chiunque ne voleva, ne poteva pigliare a suo talento. Fu amicissimo de’ poveri, alcuno de’ quali non lasciò mai partire da sé sconsolato. Occorse una volta, che uno di que’ poveri, che gli andavano a chieder limosina, nel vederlo andare a pigliare il danaro [p. 141] dal paniere, disse fra sé stesso, credendo non essere dal Rustici sentito: O Dio! se avessi quello che è in quel paniere, quanto bene accomoderei io le cose mie. Sentillo il Rustici, e guardatolo alquanto in viso, sì gli disse: Or vien qua, che io ti voglio fare contento: e prese il paniere, quello nel lembo del ferrajuolo gli votò, dicendo: Va, che tu sia benedetto: e al Buoni mandò per altri danari pe’ proprj bisogni. Non mancò al Rustici la ricompensa della sua carità, perché partitosi poi l’anno 1528. di Firenze, e andatosene in Francia dal Re Francesco (dal quale fu impiegato in fare un gran Cavallo di bronzo, sopra cui doveva esser posta la sua statua, ed in molti altri lavori) gli fu dalla liberalità di quel Re dato a godere un bel Palazzo, con cinquecento scudi d’entrata l’anno, i quali perduti per morte di esso Re, e restato col solo palazzo, del cui affitto solamente si manteneva: e quello poi anche perduto, non mancò chi la sua oramai cadente età non custodisse e sovvenisse agiatamente fino alla sua morte, che seguì l’ottantesimo anno, da che era venuto a questa luce.

[p. 142] DELLE

NOTIZIE

DE PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE IX.

E PARTE II. DEL SECOLO III.

DAL MCCCCLXXXX AL MCCCCC.

CORNELIS ENGELBRECHTEZ

OVVERO

ENGELBRETCHSEN

PITTORE DI LEIDEN

Nato 1468. 1533.

Sebbene ne’ Paesi Bassi la Pittura ne’ primi tempi esercitata con diligenza, tuttoché mancasse de’ veri precetti dell’arte, non è per questo, che alcun buono ingegno non arrivasse talvolta a qualche buon modo nel disporre le sue figure, col solo lume della natura e del genio; onde poi, anche ne’ nostri tempi sieno potute piacere agl’intendenti. Uno di costoro fu il nominato Pittore Cornelis Engelbretchsen, nato l’anno 1468 nella città di Leiden, che fu uno de’ primi maestri, che cominciasse a mettere in pratica l’invenzione del colorire a olio, che l’anno 1400. era stata trovata da Giovanni da Bruggia, e poi per [p. 143] più anni tenuta occulta. Non è a nostra notizia chi fosse il maestro di questo artefice, né tampoco se il suo padre fosse pittore; questo è ben certo, ch’egli fu maestro di Luca d’Olanda, di cui a suo luogo si parlerà. Disegnò assai bene le sue figure: e fu anche nel colorire a guazzo e a olio assai fiero e ardito. Colorì molti quadri, che nella quasi universale destruzione delle immagini, fatta dagli Eretici in quelle parti, perirono: ed altri, che rimasero intatti, perché il Magistrato di quella Città, non si sa come, per memoria di un tal cittadino, volle che fossero conservati nel Palazzo del Consiglio. Tali furono due tavole da Altare co’ loro sportelli, state fatte già per una Chiesa d’un Convento fuori di Leiden, detto il Marien Poel, che in nostra lingua vuol dire Luogo della Madonna. In una aveva figurata la Crocifissione del Signore co’ due Ladroni: la Vergine colle Marie, ed altre persone a piedi e a cavallo, appartenenti alla storia, ben disposte e lavorate: nello sportello destro era il Sagrifizio di Abramo, e nel sinistro la storia de’ Serpenti. Nell’altra tavola si vedeva figurata la Deposizione della Croce, dove aggiunse sei tondi, ne’ quali fece sei rappresentazioni de’ Dolori della Vergine. Nelli sportelli ritrasse alcune persone inginocchioni molto al naturale. Nella stessa casa del Consiglio, circa il 1600. si conservava una tela a guazzo, dov’egli aveva dipinto la storia de’ Re Magi con bellissimi panni, da’ quali chiaramente si comprende, quand’anche ciò d’altronde non si sapesse, ch’egli fu maestro del celebre Pittore e Intagliatore Luca d’Olanda, il quale, col molto studiare di questo e di altri suoi quadri, si fece valente nell’arte. Questo quadro, coll’andar del tempo, aveva patito molto, onde era ridotto a mal termine. Una delle più eccellenti opere, ch’ei facesse mai, fu una tavola con due sportelli, che doveva stare sopra un sepolcro nella Chiesa di S. Pietro di Leida, fattagli fare ad istanza de’ Signori di Lockhorst, per memoria di loro famiglia. Questa poi fu trasportata nella casa di essa famiglia, dipoi portata a Utrecht in casa Vanden Boogajert, che aveva presa per moglie una figliuola del nominato Lockhorst. In questo quadro espresse una storia dell’Apocalisse di San Giovanni, cioè quando l’Agnello apre d’avanti al trono d’Iddio il libro co’ sette Sigilli: e vi fece molti ritratti bellissimi; ond’egli è poi stato in pregio anche ne’ tempi, che l’arte è venuta al sommo della perfezione. Vedevansi in questa pittura, in atto d’orazione, rappresentati molto al vivo coloro, che gliele fecero fare. In somma fu questo pittore molto eccellente ne’ suoi tempi: ebbe belle avvertenze nell’operare, e buona espressione d’affetti. Pervenuto finalmente alla sua età di anni sessantacinque, passò da questa all’altra vita l’anno 1533. Ebbe due figliuoli, il maggiore si chiamò Pieter Cornelis kunst, che fu Pittore, o come dicono in quelle parti Scrittore in Vetri, avendo insieme coll’altro suo fratello imparata l’arte del Padre in compagnia di Luca d’Olanda, con cui ebbe gran comunicazione nel tirare avanti i suoi studj.

[p. 144] ROGIER VANDERWEYDE

PITTORE DI BRUSSELLES

METROPOLI DI BRABANZA

Fioriva del 1500.

Nacque questo artefice nella Fiandra, di parenti, che pure erano Fiamminghi, e non si è potuto ritrovare chi fosse il di lui maestro nell’arte. Questo è ben certo, che egli per attestazione, che ne fa il buon Pittor Fiammingo Carlo Vanmander, è uno di coloro, a’ quali debbono molto quelle parti, per aver colle sue ingegnose invenzioni arricchiti que’ paesi, e l’arte medesima migliorata assai da quel ch’ella era nel principio dell’operar suo. Fattura delle sue mani in Bruselles furono quattro quadri, a’ quali fu dato luogo nel Palazzo del Consiglio grande. In essi aveva egli figurato quattro egregie azioni di Giustizia: in uno la storia di Zaleuco, Legislatore de’ Locresi nella Grecia magna, oggi Calabria, che volendo gastigare il proprio figliuolo, caduto in adulterio, colla pena destinata a tal misfatto dalla Legge, che era di doversegli cavare gli occhi, e trovando resistenza nel Senato, che a verun patto non voleva, che nella persona del giovane figliuolo di lui, si eseguisse tal rigore; finalmente per fare alla Giustizia il suo dovere, volle, che un occhio a sé, ed uno al figliuolo fosse cavato: nell’altro la storia di Erchenbaldo di Purban, uomo illustre e potente, da alcuni qualificato col titolo di Conte. Costui ebbe un tale amor di Giustizia, che senza riguardare a persona, gastigò sempre con ogni maggior severità i gran misfatti. Occorse una volta, che trovandosi egli infermo, con pericolo di morte, un de’ suoi nipoti di sorella, ardì di violare la castità di alcune dame; il che avendo egli saputo, fecelo di subito carcerare, e quindi fulminando contro di lui sentenza di morte, ne ordinò l’esecuzione. Coloro a cui fu un tale ordine imposto, compatendo alla gioventù del misero figliuolo, l’avvertirono di allontanarsi da quel paese, e lasciaronlo in libertà, facendo credere all’infermo, che i comandi suoi fossero stati eseguiti; ma l’incauto giovane, dopo cinque giorni, persuadendosi che lo sdegno dello zio fosse passato, si portò alla camera di lui per visitarlo. L’infermo, all’arrivo così inaspettato del giovane, a principio dissimulò; quindi stendendo verso di lui le braccia, con parole cortesi, l’invitò ad avvicinarsegli: e gettategliele al collo, in atto di abbracciarlo, con una di esse lo strinse con gran forza, e coll’altra, con mano armata di coltello, gli trapassò la gola, lasciandolo morto, eseguendo da per sé stesso quella giustizia, che altri, contra il suo ordine aveva omessa. Tale spettacolo fu veduto dal popolo con orrore; ma non andò molto, che’l [p. 145] cielo stesso, con istupendo prodigio, canonizzò l’azione di Erchenbaldo, e andò il fatto in questa maniera. Aumentossi talmente il suo male, che fu necessario, che il vescovo del luogo gli amministrasse i Sagramenti. Nell’atto della confessione accusossi il Conte con estremo dolore de’ suoi peccati; ma dell’omicidio di suo nipote non faceva parola. Ciò osservando il Vescovo, l’avvertì, con ricordarli, che si dovesse accusare dell’eccesso, commesso poco anzi nella persona del suo nipote. Rispose il Conte non avere in ciò commesso alcuno errore, avendo fatta quell’azione per solo timor di Dio, e zelo di giustizia. Ma non appagandosi il Vescovo di tal discolpa, gli negò l’assoluzione, e seco si riportò il Sacro Viatico. Ma appena fu egli uscito di quella casa, che l’infermo lo fece tornare, e lo pregò di vedere se nella Pisside fosse l’Ostia consagrata. Apersela il Vescovo, e non vi trovò cosa alcuna. Ecco, disse allora l’infermo, che quello, che voi mi avete negato, da per sé stesso si è dato a me: e aprendo la bocca, mostrò la Sacra Ostia sopra la sua lingua: di che il Prelato rimase così stupito, che non solo approvò il sentimento di Erchenbaldo; ma pubblicò per tutto il mondo sì gran miracolo, che successe intorno all’anno 1220. Finalmente contenevano gli altri due quadri di Rogier due simili fatti, che ora io non istò a raccontare. Nel guardar che faceva talvolta quelle storie il dotto Lansonio, in tempo che egli in quella Sala stava scrivendo sopra la Pace di Gant, non poteva saziarsi di ammirarle e lodarle, e sovente prorompeva in queste parole: O maestro Rogier, che uomo sei stato tu? Di costui era in Lovanio, in una Chiesa, detta la Madonna di fuora, una Deposizione di Croce, dove egli aveva figurato due persone sopra due scale, in atto di calare il Corpo di Cristo, involto in un panno, fralle braccia di Giuseppe di Arimathia ed altri, che stavano abbasso, e cordialmente lo stringevano, mentre le Sante Donne scorgevansi in atto di gran dolore e di lagrime: e Maria Vergine svenuta, o rapita in estasi, era sostenuta da San Giovanni, che stava dopo di lei, in atto molto decoroso, dimostrando gran compassione. Questo quadro originale fu mandato al Re di Spagna: e nel viaggiare, sfondandosi la Nave, cadde nel mare; ma ritolto dalla furia dell’onde, fu portato a salvamento: e perch’egli era stato benissimo incassato, non ebbe da quel naufragio altra lesione, che qualche scollatura delle tavole, al che fu anche dato rimedio. In cambio dell’originale fu posta in quel luogo una bella copia, fattane per mano di Michel Coxiè. Fece anche questo Rogier un ritratto d’una Regina, del nome di cui non è restata notizia, la quale diedegli in ricompensa un’annua entrata di qualche considerazione; onde con questa e co’ gran premj, che e’ ricavava dalle sue pitture, diventò tanto ricco, che alla sua morte lasciò gran danari, i quali volle che servissero per sovvenimento de’ poveri. Morì questo artefice nell’Autunno dell’anno 1529. nel tempo, che tiranneggiava quelle parti una certa malattia, che si chiamava Morbo sudante, o male Inglese, il quale a gran migliaja di gente di ogni condizione e sesso tolse la vita. Il ritratto di Rogier fu dato alle stampe avanti al 1600. con intaglio di Th. Galle, sotto il quale furon notati i seguenti versi:

[p. 146] Non tibi sit laudi, quod multa et pulcra, Rogere,

Pinxisti, ut poterant tempora ferre tua:

Digna tamen, nostro quicunque est tempore Pictor,

Ad quæ, si sapiat, respicere usque velit.

Testis picturæ, quæ Bruxellense Tribunal

De recto Themidis cedere calle vetant.

Quam tua, de partis pingendo, extrema voluntas

Perpetua est inopum quod medicina fami.

Illa reliquisti terris, jam proxima morti:

Hæc monumenta polo non moritura micant.

BACCIO DA MONTELUPO

SCULTORE FIORENTINO

Della scuola di Lorenzo Ghiberti, fioriva circa il 1490.

Da un memoriale, che lasciò scritto Messer Francesco Albertini Prete Fiorentino, del quale si veggono copie in diverse librerie di questa città, si cava essere stato il vero nome e casato di quest’Artefice Bartolommeo Lupi; ma ch’egli fosse detto da Montelupo, per corruttela del cognome, altra notizia non si ha, che l’asserzione del Vasari. Diedesi questi, fino dagli anni più verdi, all’arte della Scultura; ma datosi più che d’uopo non era alle conversazioni degli amici, e da’ medesimi intorno a’ trastulli, che son proprj di quella età, fatto applicare, nulla profittò; finché cresciuti gli anni, e con quegli il giudizio, se non fu piuttosto il bisogno, si pose daddovero a studiar tanto, che avendo in breve recuperato il perduto tempo, fecesi in quell’arte assai pratico e spedito, onde si guadagnò il nome di valentuomo. Il Vasari non ci lasciò scritto da qual maestro il Montelupo avesse i precetti; ma ben lo dimostrano le opere sue, che egli fu della scuola di Lorenzo Ghiberti; e dopo avere io fatto un particolare studio sopra di esse, e da per me stesso, e coll’assistenza de’ primi professori di questi nostri tempi, mi pare di esserne venuto in assai chiara cognizione. È però vero, che essendo vissuto quest’artefice fino all’età di ottantotto anni, e di questi circa a cinquanta dopo la morte del maestro, e in tempo, che già erasi scoperta in Firenze, dal gran Michelagnolo Buonarroti, l’ottima maniera del panneggiare; non è gran fatto, che i panneggiamenti di Baccio si veggano alquanto più riquadrati, e per usare il termine, che comunemente si usa fra’ professori, alquanto più occhiuti, e meno appiccati alle [p. 147] carni, di quello che si riconoscono quelli di molti altri grand’uomini di quel secolo. Fra le prime cose, che egli operasse in Firenze, fu un’arme di Papa Leon X. in mezzo a due putti, che si vede in sulla cantonata del muro del Giardino delle case de’ Pucci sul canto di via de’ Servi. Dipoi fece per l’Arte di Por Santa Maria, la figura di San Giovanni Evangelista, di metallo, posta nella facciata dell’Oratorio di Orsanmichele, che fu stimata molto bella: ed io trovo, che furon dati a Baccio, per questo lavoro, fiorini 340. Si diede ad intagliare in legno, e fece molti Crocifissi, alcuni quanto il naturale, e alcuni più. Uno di questi vedesi sopra la porta del Coro di San Marco de’ Frati Predicatori: uno nella Chiesa di San Pier Maggiore: ed uno nel Monastero delle Murate. Un altro ne scolpì pe’ Monaci di Santa Fiora e Santa Lucilla, il quale posero sopra l’Altar maggiore della Chiesa della loro Badia d’Arezzo: e fecene poi altri in gran numero. Andatosene a Lucca, molto vi operò: e assai disegni diede per diverse fabbriche, e particolarmente per quella del Tempio di San Paolino, Avvocato di quella città, il quale poi fu anche con modello di lui edificato: ed altre cose fece il Montelupo; e finalmente, essendo nella stessa città di Lucca venuto a morte, nella medesima Chiesa di San Paolino fu data al suo cadavero sepoltura. Avendo lasciato un figliolo per nome Raffaello professore anch’egli di Scultura, e che superò molto nell’arte il genitore.

[p. 148] FRA BARTOLOMMEO

DI SAN MARCO

PITTOR FIORENTINO

Discepolo di Cosimo Rosselli, nato 1469, 1517.

In questi tempi nacque Fra Bartolommeo, che per corrottela del nome, fu chiamato Baccio, nella Villa di Savignano, vicino a Prato di Toscana: e pervenuto a competente età, essendo stato da’ parenti conosciuto

assai inclinato alla Pittura, fu condotto a Firenze, dove vicino alla Porta a San Pier Gattolini gli fu data sua abitazione; che però per tutto il tempo ch’e’ visse al secolo, fu sempre chiamato Baccio dalla Porta. Accomodatosi all’arte appresso a Cosimo Rosselli, fece insieme con Mariotto Albertinelli, suo condiscepolo ed amicissimo, grande profitto; ma datosi poi a studiar le opere di Lionardo da Vinci, si formò quella bellissima maniera di dar rilievo e vivacità alle pitture, che non solo al più perfetto dell’arte esso medesimo condusse, ma che fu poi al Divino Raffaello da Urbino di gran lume, per migliorar l’antico modo appreso dal Perugino, ed arrivare al segno, al quale ei giunse. Quindi è, che lo stesso Raffaello fece poi di lui sì grande stima, che nel tempo ch’e’ si trattenne nella città di Firenze, parve che da esso non mai separar si potesse; anzi non isdegnò di essergli maestro ne’ buoni termini della Prospettiva, e intanto ricercarne i più apprezzabili precetti della grande ed ottima maniera di condurre le opere sue con grazia e morbidezza, fino allora non più riconosciuta in altro pittore: e diede gran testimonianza di questa grande stima lo stesso Raffaello, quando, dopo alcun tempo, impiegò il proprio pennello in Roma nel dar fine ad un’opera, cominciata da Fra Bartolommeo in quella città, e lasciata imperfetta. Onde, se a gran cagione ascrivesi a gloria d’Apelle il non essersi trovato Artefice, che raccomodasse la tanto celebrata sua Venere di Coo, detta Anadiome, cioè Emergente o Sorgente dal mare, dedicata poi da Augusto nel Tempio di Giulio Cesare, guasta nelle inferiori parti, onde fu poi da’ tarli corrosa ed in tutto disfatta; gloria maggiore può dirsi del nostro Fra Bartolommeo, l’essersi trovato un Raffaello, che non solo desse fine alla di lui opera, ma quella con la sua ingegnosa mano consegnasse all’eternità. Tornando ora al nostro Pittore, egli per qualche tempo si trattenne a dipignere in compagnia dell’Albertinelli, e talora da sé solo, Immagini di Maria Vergine con Gesù e d’altri Santi, delle quali fece moltissime a diversi cittadini. Poi dipinse a fresco la tanto celebrata storia del Giudizio Universale nell’antico Cimitero dello Spedale di Santa Maria Nuova, detto fra l’Ossa, che rimase [p. 149] imperfetta, e poi fu finita dall’Albertinelli, come alle notizie della Vita di lui si è detto. Erasi Baccio acquistato fama in Firenze, non solo di giovane valorosissimo nell’arte, ma di persona quieta e buona, e di grande applicazione al lavoro; ma quello che è molto più, di assai timorato di Dio, e di assiduo all’opere di pietà; onde per questa e per ogni altra simile cagione, beato si chiamava colui, che poteva aver dell’opere sue. Ma perché egli rivolgeva nell’animo suo più pensieri del cielo, che del mondo, poco incentivo gli abbisognò per risolversi a lasciare il secolo, e vestire abito religioso: e ciò, secondoché racconta il Vasari, del quale son proprie parole quelle che seguono, seguì nel modo, che appresso. Perchè trovandosi in questi tempi in S. Marco Fra Girolamo Savonarola da Ferrara, dell’Ordine de’ Predicatori, Teologo famosissimo: e continuando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione, che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui, e dimorava quasi continuamente in convento, avendo anche con gli altri Frati fatta amicizia. Avvenne, che continovando Fra Jeronimo le sue predicazioni, e gridando ogni giorno in pergamo, che le pitture lascive, e le musiche, e i libri amorosi, spesso inducono gli animi a cose mal fatte; fu persuaso, che non era bene tenere in casa, dove son fanciulle, figure dipinte di uomini e donne ignude: per il che riscaldati i popoli dal dir suo, il carnevale seguente, che era costume della Città far sopra le piazze alcuni capannucci di stipa, e altre legne, e la sera del martedì, per antico costume, arderle queste con balli amorosi, dove presi per mano un uomo e una donna, giravano cantando intorno certe ballate; fe’ sì Fra Jeronimo, che quel giorno si condusse a quel luogo tante pitture e sculture ignude, molte di mano di maestri eccellenti, e parimente libri, liuti e canzonieri, che fu danno grandissimo, ma particolare della pittura: dove Baccio portò tutto lo studio de’ disegni, che egli aveva fatto degl’ignudi, e lo imitò anche Lorenzo di Credi, e molti altri, che avevano nome di piagnoni; là dove non andò molto, per l’affezione, che Baccio aveva a Fra Jeronimo, che fece in un quadro il suo ritratto, che fu bellissimo, il quale fu portato allora a Ferrara, e di lì, non è molto, che egli è tornato a Fiorenza nella casa di Filippo d’Alamanno Salviati, il quale, per esser di mano di Baccio, l’ha carissimo. Levatesi poi contro al Padre le Parti contrarie, e’ seguitò nella presa di lui l’abbattimento del Convento di San Marco, che è noto al mondo, descritto da diversi Storici, e particolarmente dal Nardi nella sua storia.

E questo, in tempo appunto, che Baccio si trovava per sua devozione in esso Convento; sentito il rumore, e appresso la morte seguita di alcuni dell’una e dell’altra parte, pel timore che ebbe di sé stesso, fece voto a Dio, se egli scampava da quel pericolo, di farsi Religioso di quell’Ordine: il che poi effettuò, vestendo l’abito del Patriarca San Domenico, nel Convento di Prato a’ 16. di Luglio l’anno 1500. E qui noti il Lettore, come Gio. Paolo Lomazzo nel suo Teatro della Pittura a 366 ver. 10. erra, dicendo, che Fra Bartolommeo fosse dell’Ordine di Santo Agostino. Vestito dunque che ebbe Baccio l’abito, per quattro anni interi, tutto dedito agli esercizj di religiosa perfezione, nulla volle mai operare in pittura, risoluto di perseverare in tal sua determinazione fino alla morte; [p. 150] se per altro la volontà di coloro, a’ quali era egli tenuto ubbidire, non l’avessero necessitato a dar qualche luogo all’antiche applicazioni. La prima opera, ch’egli facesse in istato di Religioso, fu la bella tavola di San Bernardo, in atto di scrivere, appresso alla Beatissima Vergine, col Bambino Gesù, e molti Angeli, per la Cappella di Bernardo del Bianco, nella Chiesa di Badia di Firenze. Dipinse poi le tre maravigliose tavole, che fino a’ presenti tempi si son venute e godute nel Convento di San Marco, che fu quasi continova abitazione di Fra Bartolommeo, in una delle quali è Maria Vergine, con San Gregorio, ed altri Santi, con più Angeletti, di così rara bontà, che fu parere di alcuni gran maestri, e fra questi, di Pietro da Cortona, che fra le più stupende opere di pittura, di che è piena la nostra città di Firenze, sia la più bella. In altra tavola, che fu posta rincontro a questa, colorì un’altra Vergine, con Gesù, e due Santi: e nell’altra finalmente la non mai abbastanza lodata, anzi impareggiabile figura del San Marco Evangelista, di cui è fama per tutta l’Italia e fuori. Di queste tre stupende opere del Frate, nel tempo che io queste cose scrivo, son rimase in essa Chiesa di San Marco le copie della prima, e dell’ultima, e il proprio originale della seconda, giacché gli originali dell’altre due sono venuti in potere del Serenissimo Principe Ferdinando di Toscana, che le conserva fra l’altre pitture di primo pregio, che l’Altezza Sua in gran numero possiede. Fece anche il Frate pel Re di Francia un’altra tavola con moltissime figure. Inventò egli il bel modo di fumeggiar le figure, col diminuir l’ombre e gli scuri in guisa, che ad una maravigliosa unione e accordamento tengono congiunto un gran rilievo: e di questa maniera, a cagione di esser dagl’invidiosi stato imputato di non saper fare le figure ignude, fece egli per la sua Chiesa di San Marco un bel San Bastiano, che riuscì di così dolce colorito, e tanto simile al naturale, che per iscandalo preso da alcuno in rimirarlo, se pure non fu un pretesto per farne esito con gran vantaggio, fu levato di luogo, e mandato in Francia. In Roma fece Fra Bartolommeo opere maravigliose: e colorì molti quadri per la città di Prato, di Lucca, e per altri luoghi, ed un’infinità di altri ne fece per nobili e civili persone. Volle sempre nel suo dipignere avere appresso di sé il naturale: e a tale effetto però erasi fatta fare una figura di legno quanto il vivo, la quale in ogni sua congiuntura egli snodava e volgeva a proprio piacimento: e quella copriva di panni per potergli a sua comodità imitare: costume stato poi usato dopo di lui (che di tale istrumento fu primo inventore) da moltissimi altri ottimi artefici. Ultimamente essendogli stato ordinato da Pier Soderini di far una tavola per la Sala del Consiglio, posevi le mani, disegnolla tutta, e colorilla in chiaroscuro, rappresentando in essa que’ Santi, nella solennità de’ quali aveva la città di Firenze avute Vittorie, e Protettori di essa città: in uno de’ quali, quasi presago di sua vicina morte, volendo, che restasse, oltre alla memoria gloriosa che avevangli guadagnata i proprj pennelli, anche quella di sua effigie, fece il ritratto al vivo del proprio volto. Quest’opera però, che diede segni di voler riuscire una delle più belle, che avessero mai partorite i suoi pennelli, diede non poca occasione a quella infermità, che [p. 151] fu l’ultima per lui, e quella, che lo privò di vita; perché avendola egli lavorata al lume di una finestra, per cui infondevasi nella stanza di suo lavoro un’aria grave e penetrante, fu assalito da un gran flussione catarrale, che a termine il ridusse di non potersi quasi muovere. Non giovarono, per suo scampo, rimedj di sorte alcuna; onde non andò molto, che avendoci aggiunto a’ suoi l’effetto di un poco di disordine, fatto in caricarsi alquanto lo stomaco di certe appetitose frutte, delle quali era amicissimo, dopo una febbre di quattro giorni, con gran dolore de’ suoi Frati, ma con dimostrazioni però da buono e santo Religioso, se ne morì in esso Convento di S. Marco agli 8 d’Ottobre l’anno 1517. e in quella loro Chiesa aspetta il suo cadavero l’ultimo giorno. La nominata tavola così imperfetta, dipinta a chiaroscuro, fu posta dipoi nella Chiesa di S. Lorenzo nella Cappella del Magnifico Ottaviano de’ Medici, dove ella è stata anch’essa fino al tempo, che io ne scrivo, sempre ammirata dagl’intendenti dell’arte: ed è pure anch’essa poi pervenuta in mano del già nominato Serenissimo Principe di Toscana, e nel regio appartamento di quell’Altezza, fra l’altre bellissime pitture, fa pompa di sua bellezza.

Il Vasari in fine della Vita di Fra Bartolommeo della Porta dice, che alla di lui morte lasciò tutti i suoi Disegni a una sua scolara Monaca in Santa Caterina di Firenze. E quest’istessi sono presentemente nelle mani del Cav. Gabburri in Firenze al numero di 500. in circa, avuti dal medesimo Monastero, dopo averne ricavato questo lume dalla lettura del medesimo Vasari. Molti e molti però de’ detti Disegni si sono perduti.

TIMOTEO DELLA VITE

PITTORE DA URBINO

Discepolo di Raffaello da Urbino, nato 1470, 1524.

Dice Carlo Cesare Malvasia, che questo pittore a principio, cioè del 1490. si portasse a stare con Francesco Francia, Pittor Bolognese: e del 1495. dopo aver già applicato alla pittura, se ne partisse, essendo in età di anni venticinque: e ne porta copia de’ proprj ricordi fatti dal Francia ne’ suoi libri familiari, contro a ciò che il Vasari scrisse, cioè, che costui fosse sì fattamente portato dal genio alle cose del disegno, che lasciata l’arte dell’orefice, esercitata in fanciullezza con molta sua lode, si desse da per sé stesso a quello studio. Crediamo però esser verissimo ciò, che lo stesso Vasari soggiugne, che egli in breve giugnesse a segno di poter più che ragionevolmente dipignere: e contuttoché di Raffaello non avesse vedute, che alcune poche opere, si facesse una maniera alquanto simile a quella di lui; il perchè fatto animoso, si partisse da Bologna, dove pel notato tempo era stata sua abitazione, e portatosi a Urbino, vi facesse molte opere. Occorse, [p. 152] che avendo avuta cognizione del suo bel genio lo stesso Raffaello, che si trovava in Roma, mosso da quella sua naturale inclinazione di ciascuno cordialissimente beneficare, il chiamò a sé: e non contento d’istruirlo negli ottimi precetti dell’arte, e di tenerlo in suo ajuto, diedegli molte occasioni, e fecegli fare gran guadagni. Condusse egli di sua mano le Sibille, che sono nelle lunette a man destra nella Chiesa dalla Pace, i cartoni delle quali si dice che rimanessero appresso i suoi eredi. Tornò poi a Urbino sua patria, dove fece molte opere nella città e suo stato, e particolarmente nel Duomo. Dipinse in compagnia di Girolamo Genga la Cappella di San Martino, e vi fece la tavola di propria sua mano. In Sant’Agata un’altra tavola, e in San Bernardino, fuori della città, quella dell’Altare de’ Buonaventuri, dove dipinse la Santissima Nunziata, con altre figure. Fu uomo in ogni sua azione e gesto sommamente grazioso e attrattivo, piacevole nel parlare, e ne’ motti spiritosissimo. Sonò d’ogni sorta di strumento musicale, e sopra il suono della lira cantò eccellentemente all’improvviso. Pervenuto finalmente all’età di anni cinquantaquattro, con estremo dolore degli amici, che svisceratamente l’amavano, finì il corso di sua vita.

UGO DE GOES

PITTORE DA BRUGGIA

Discepolo di Giovanni da Bruggia, fioriva circa il 1490.

Giovanni da Bruggia, pel suo valore nell’arte, e molto più per la bella invenzione, trovata del colorire a olio, avrebbe avuti assai discepoli; ma o non ne voleva, o poco se ne curava; nondimeno ne ebbe uno, chiamato Ugo de’ Goes, che essendo giovane di grande spirito, diventò, per quanto quel secolo comportava, un eccellente Pittore. Imparò egli dunque da Giovanni l’arte del colorire a olio; e nella Chiesa di Gant colorì un molto artificioso quadro, che fu posto a un pilastro. In esso figurò Maria Vergine sedente, col Bambino, di tanta bellezza, che il Vanmander, che in suo idioma Fiammingo dà alcune notizie di questo artefice, afferma averlo molte volte veduto con ammirazione, e particolarmente per la diligenza e grazia, con che si vide essere stato finito il ritratto della Vergine. Né è maraviglia, perchè, siccome afferma lo stesso Autore, gli antichi Pittori di quelle parti ebbero non ordinario talento in far simili figure devote. Per questa Chiesa ancora dipinse i vetri di una finestra, con tale artificio, che fu opinione, che egli gli avesse fatti con disegno del suo maestro. Aveva figurato in essi una Deposizione di Croce. Similmente nel Convento de’ Frati di nostra Donna, [p. 153] era di mano di costui una tavola, dove era dipinta una storia di Santa Caterina: opera, che per esser fatta in gioventù, non lasciava d’essere molto bella. Fu a gran ragione lodato un quadro, che egli dipinse, il quale l’anno 1604. era in una casa, circondata dall’acqua del fiume, vicino al ponte di Muyde, appresso un certo Giacomo Weytens: e nel muro sopra il cammino della stessa casa aveva dipinto a olio l’incontro d’Abigail con David, dove s’ammirava la maestà, che’l Pittore aveva fatta apparire ne’ volti di quelle Vergini, tutte ritratte al naturale; avendo anche fra esse fatto il ritratto di una sua dama. Quest’opera, per invenzione e per espressione d’affetti, fu stimata eccellente. Fu delle migliori pitture, che uscissero delle sue mani, una tavola in Bruggia, nella Chiesa di San Giacomo, all’Altar maggiore, dove era un Crocifisso co’ due Ladroni, Maria Vergine, con altre figure, fatte con gran vivezza e ardire. Questa, per la sua bellezza, in tempo, che alcune nazioni Calviniste disfacevano tutte le immagini, fu con diligenza conservata e difesa, ciò che in quella Chiesa a niun’altra pittura addivenne. Poi, perché doveva la medesima Chiesa servire pe’ Predicanti, per consiglio di un tal Pittore, vi fu dato sopra di nero per iscrivervi i comandamenti d’Iddio, com’è costume di quegli Eretici. Ma perché quel vecchio colore era forte assai, e’l color nero dato dipoi alquanto grasso, dopo qualche tempo riuscì il levarlo, e restò la tavola con poco o niun danno. Furono l’opere di questo artefice circa il 1490.

RUGGIERO DI BRUGGIA

PITTORE

Discepolo di Giovanni da Bruggia, fioriva circa il 1490.

La città di Bruggia pel gran commercio, che aveva con ogni nazione, e pel molto negoziare che faceva, come abbiam detto in altro luogo, fu un tempo in gran felicità, dico prima dell’anno 1495. nel qual anno fu la negoziazione trasportata a Sluys e in Anversa. In tale suo fortunato tempo, ebbe ella molti elevatissimi ingegni, che attesero alle belle arti con chiara fama e universale. Fra questi fu un tal Ruggiero, discepolo del rinomato Giovanni da Bruggia, inventore del modo di colorire a olio. Questi avendo appresi i precetti del disegno e della pittura col segreto dell’olio da tal maestro, che già era molto vecchio, fece tanto profitto, che gli furono date a fare molte opere, colle quali si acquistò grido di maestro eccellente. [p. 154] Di mano di costui erano in quella città l’anno 1604. (quando Carlo Vanmander Fiammingo diede fuora nel nativo idioma le sue notizie de’ Pittori) nelle case de’ privati cittadini molte opere. Fu buon disegnatore, e nel suo fare molto grazioso a tempera e a olio. Era ne’ tempi di questo artefice in quelle parti una usanza di far dipignere gran tele con gran figure, e con esse parare le stanze, né più né meno, com’è costume a noi di fare colle tappezzerie. Di queste tele, che dipignevano a colla e chiara d’uovo, moltissime eran date a fare a costui, come a quello, che era stimato de’ migliori, che in simil lavoro si esercitassero; conciossiacosaché facil cosa sia il ridurre in disegno dal grande al piccolo ciò che si vuole, ma assai difficile dal piccolo al grande, e non riesce sempre facilmente anche a’ più esperti: in questo modo di aggrandire i piccoli disegni ed invenzioni, Roggiero aveva fatta non ordinaria pratica. Non è noto il tempo, nel quale mancasse questo pittore; ben’ è vero, che egli si procacciò tanto nome in quelle parti coll’opere sue, mentre ch’e’ visse, che attesta il nominato Autore, che fino ne’ suoi tempi ne correva per tutto chiarissima la fama.

GEERTGEN DI S. JANS

CIOÈ

GIORGINO DI S. GIOVANNI

PITTORE DI HAERLEM

Fioriva circa il 1490.

Fra’ pittori, che molto di bello e di buono aggiunsero all’arte ne’ Paesi Bassi nel secolo del 1400. uno fu ne’ suoi tempi, e anche il principale, Geertgen di S. Jans, il quale fu Discepolo di Albert Van Ouwater, nativo della stessa sua patria: la maniera di cui procurò di imitare, anzi molto migliorò, particolarmente in ciò che alla franchezza del fare, all’invenzione, alla bontà delle figure ed espressione di affetti apparteneva, quantunque non fossero le opere di costui tanto ben finite, quanto quelle del maestro. Era l’abitazione di questo pittore in San Giovanni Heeren a Haerlem, dal qual luogo prese il cognome di San Giovanni, non già perch’egli avesse professato in quell’ordine. In essa Chiesa fece egli una tavola di un Crocifisso bellissima, e dipinse gli sportelli da due lati. Uno di questi sportelli, nell’assedio di quella città e distruggimento di tutte le sacre immagini, fu disfatto: e l’altro conservato, [p. 155] non si fa come, fu segato pel mezzo, e ne fu fatto due be’ quadri, che dell’anno 1604. si conservavano in casa il Comandante della città, nella Sala, detta dell’Architettura nuova. La parte che era di dietro, conteneva un miracolo o storia di caso molto straordinario, di cui non s’intendeva il particolare. In quella dinanzi vedevasi la Deposizione del Salvatore dalla Croce, dove faceva bella mostra il Cristo giacente, molto naturale, con mani e piedi stesi, fra’ suoi Discepoli, che tutti esprimevano gran tristezza, e movevano gran compassione; ma assai più la Vergine sua Madre, coll’altre Donne, nelle quali si vedevano degni affetti di ammirazione e di pietà insieme. Fece ancora questo pittore fuor della porta di Haerlem altre pitture in un Convento di Regolari, le quali ancora, sotto le mani degli Eretici, sortirono lo stesso fine dell’altre sacre immagini. Nella Chiesa maggiore fece una pittura, che rappresentava la Chiesa, che fu appesa da uno de’ lati. Molte altre furono le opere di costui, delle quali oggi si è perduta la memoria: e furono tanto belle, che Alberto Duro, quando si portava a quella città, le andava a vedere con sollecitudine, dando segni del gran piacere che aveva in considerarle, solito dire, che questo giovane era stato pittore nel ventre della madre. Molto più e meglio avrebbe egli operato, se la morte nel più bel fiore degli anni suoi, cioè nella sua età di 28. anni, non l’avesse tolto al mondo, siccome seguì, con danno universale dell’arte e di tutti gli amatori di quella.

FRANCESCO FRANCIA

PITTORE BOLOGNESE

Discepolo di Marco Zoppo, fioriva del 1490.

Nacque Francesco Francia nella città di Bologna l’anno 1450. di un molto onesto artigiano: e ne’ primi anni di sua fanciullezza fu posto all’arte dell’orefice. Con tale occasione diedesi fervorosamente agli studj del disegno; onde poté condurre molte belle cose d’argento e di metallo nella sua patria, con non ordinaria sua lode: e fece così bene piccole figure, che in ispazio di altezza non più che di due dita condusse bene spesso sopra venti figure. Lavorò di conj di medaglie fino a tal segno, che’l Vasari scrive esser’ egli stato il miglior maestro de’ tempi suoi. Ne fece moltissime per Principi che passavano per quella città e per altri, fra le quali è quella di Papa Giulio II. e del sig. Giovanni Bentivogli. Era dotato di una tal proporzione e bellezza di corpo, congiunta ad una allegrezza nel conversare, dolcezza e piacevolezza [p. 156] sì grande nel discorrere, che ogni persona più afflitta, ed affannata nel ragionar con lui, rimaneva consolata: qualità, che ben presto gli guadagnarono l’amore, non solo de’ suoi pari, ma de’ grandi Signori e Principi. Trovandosi poi, mercé delle sue molte fatiche, aver fatto un gran capitale nel disegno, e sentendo la fama, che correva per tutta Italia, di Andrea Mantegna e d’altri celebri Pittori di quel tempo, desiderando di procacciarsi anch’esso una simil gloria, deliberò d’imparar l’arte del colorire: e dice il Vasari, che egli si tenne in casa propria uomini di quel mestiere, acciocché glielo ‘nsegnassero, fra’ quali poté essere esso Marco Zoppo, o pure fu egli solo, giacché il Baldi afferma, che questi fosse maestro. Il profitto, che fece il Francia nella pittura, fu grande, e in breve tempo. Cominciò egli prima a colorire alcuni piccoli ritratti, e poi condusse opere di ogni grandezza. La prima, che gli uscisse delle mani, fu una tavola per Bartolommeo Felisini, fatta l’anno 1490. che la pose nella Misericordia, Chiesa fuori di Bologna. In questa figurò Maria Vergine, sedente in Trono, con molte figure: e vi è il ritratto dello stesso Felisini. Questa gli diede gran credito; onde da Giovanni Bentivogli gli fu data a fare una tavola di Maria Vergine, con Angeli ed altre figure per la sua Cappella in S. Jacopo, e da Monsignor Bentivogli una tavola della Natività di Cristo per l’Altare maggiore della Misericordia, dove ancora ritrasse al naturale il medesimo Prelato, nell’abito stesso, nel quale egli, come pellegrino, era tornato da Gerusalemme. Colorì ancora per una Chiesa della Nunziata, fuori di Porta a San Mammolo, l’Annunciazione di Maria Vergine, con altre figure. Diede poi a dipignere a fresco, e nel Palazzo di Monsignor Giovanni Bentivogli, egregiamente figurò il Campo d’Oloferne, che poi fu insieme coll’edifizio messo a terra nell’uscita de’ Bentivogli. In Santa Cecilia fece più opere a fresco, e colorì molte tavole, che furon mandate a Modena, Parma, Reggio, Cesena, Ferrara, Lucca, ed altre città. Operò pel duca d’Urbino, dal quale fu con ricchi doni ricompensato: e per molti Gentiluomini della sua patria e forestieri, colorì infiniti quadri, che son tenuti in grande stima, oltre a molti ritratti che fece al naturale, e oltre all’immagini di Maria Vergine, delle quali fece moltissime, e diede loro un tal decoro, maestà e devozione, che veramente fu una maraviglia. Tenne corrispondenza per lettere, anzi non ordinaria amicizia, con Raffaello da Urbino, al quale, di sua mano l’anno 1508. dico nell’età sua di cinquant’otto anni, mandò il proprio ritratto, che dallo stesso Raffaello fu molto lodato e tenuto caro, come quegli che ebbe sempre il Francia in conto di molto buon pittore, siccome veramente fu; anzi è fama, che le Madonne di sua mano tanto gustassero a Raffaello, che quando in esse fissava l’occhio, appena lo poteva distrarre. Il molto, che questo artefice operò in pittura, non punto gli impedì l’antica applicazione a’ conj delle medaglie, delle quali sempre fece molte, anzi finché e’ visse, tenne del continuo la Zecca di Bologna, e fece per essa le stampe di tutte le monete, tralle quali furon quelle, che Papa Giulio sparse e gettò nell’entrata che e’ fece in quella città, che hanno da una parte il ritratto di esso Pontefice, e dall’altra si leggono le parole BONONIA [p. 157] PER JULIUM A TYRANNO LIBERATA. Scrisse il Vasari, che la morte del Francia occorse in tali e tali circostanze, e per alcune cagioni, l’anno 1518. il che tutto dal Conte Carlo Cesare Malvasia, con riscontri molto evidenti, vien provato non aver sussistenza: e per quello, che al tempo della morte di lui appartiene, dice il medesimo non poter’ esser seguita del 1518. perché il Crocifisso dell’Altare de’ Gessi in Santo Stefano fu fatto dal Francia l’anno 1520. ed il famoso quadro del San Sebastiano della Zecca del 1522. e resta tuttavia in dubbio il tempo appunto, nel quale questo degnissimo artefice passò da questa all’altra vita, e che per conseguenza finì il mondo di godere un uomo, in cui, in eminente grado, concorrevano qualità tanto riguardevoli e così rari talenti. Lasciò molti discepoli, de’ quali si parlerà a luogo loro: e fra questi fu un tale Giovambatista Francia suo nipote, del quale, per esser riuscito pittore di poco valore, non se ne farà alcuna menzione. Dirò solo, che per non aver la città di Bologna avuti (toltone Francesco Francia) fino a’ suoi tempi pittori di molto grido, eranvi i professori di questa bell’arte poco stimati; onde venivan pubblicamente notati in una Compagnia, che si chiamava delle quattr’arti, cioè Sellari, Guainari e Spadari; ma essendo poi, marcé la virtù di esso Francesco, saliti in assai migliore stima, fu fatta una lunga lite, nella quale il nominato Giovambatista Francia molto s’affaticò: e dopo questa finalmente l’anno 1569. fu fatta la separazione de’ Pittori degli altri artisti, unendogli all’antichissima Compagnia de’ Bambagiari. Furon loro fatti proprj Capitoli, con assegnar loro la quarta parte delle comuni entrate: ed esso, fra gli altri molti, vi fu fatto Ufiziale.

FRANCESCO MELZO

MILANESE

MINIATORE ECCELLENTE

Discepolo di Lionardo da Vinci, fiorì circa al 1490.

Stimo io dover replicare, giacché altra notizia non ho di quest’artefice, ciò che nelle notizie della vita di Lionardo da Vinci ho accennato: e quanto afferma Gio. Paolo Lomazzo, Pittore del suo tempo, cioè, che questi era solito raccontare, che Lionardo suo maestro, fece talvolta, di certa maniera uccelli, che per aria volavano, e che ciò fosse alla presenza di Francesco I. Re di Francia: e che e’ facesse camminare da sé stesso, pel mezzo di una gran sala un Lione, fatto con mirabile artificio, il quale nel fermarsi che fece, si aperse nel petto, che teneva pieno di gigli e d’altri fiori, e di quegli, con gran maraviglia di esso Re, fece vaga e pomposa mostra a tutti i circostanti.

[p. 161]

DELLE

N OT I Z I E

DE PROFESSORI DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE I.

DEL SECOLO IV.

DAL MD. AL MDX.

ALBERTO DURERO

PITTORE, SCULTORE, ARCHITETTO,

E INTAGLIATORE

DI NORIMBERGA CITTA DI ALEMAGNA

Discepolo di Buonmartino, nato nel 1470, morto 1528.

Assai poca notizia potrei io dare del celebre artefice Alberto Durero, se a ciò non mi avesse in parte aiutato la traduzione di quello, che nel proprio idioma ne scrisse il buon pittore Carlo van Mander Fiammingo; aggiugnendola a quello, che con molta fatica e industria sparso per gli scritti di ottimi Autori, ho io fin qui potuto ritrarne, per far sì, che la nostra Italia, che per un corso di sopra 170 anni, nelle belle opere sue ha ammirato il valore di lui e la chiarezza del suo intelletto, sortisca ancora di sapere alcuna cosa della sua persona, e dell’altre qualità dell’animo suo. [p. 162] Quali fossero negli antichi tempi gli antenati di Alberto, e onde traesse l’origine la sua casa, non è ben noto; ma però fu scritto, che quelli potessero avere avuto loro cominciamento nell’Ungheria, e che di quivi se ne passassero ad abitare in Germania. Ma poco rilieva tutto ciò; conciossiacosachè, per molto qualificati che potessero essere stati I suoi genitori, non è per questo, che alcuna maggior gloria avessero potuto procacciare a lui, di quella, che egli colla molta virtù sua seppe acquistare. È dunque da sapersi, come il natale d’Alberto seguì nella città cli Norimbergh in Alemagna, l’anno della nostra salute 1470, in tempo appunto quando in Italia si era già cominciata a scoprire e praticare l’ottima maniera del dipignere. Il Padre suo esercitò con lode universale il mestiere dell’orefice, nel quale seppe dare a vedere a’ suoi cittadini il molto, ch’ e’ valeva in ogni più artificioso lavoro. È stata opinione di qualcheduno in Fiandra, che Alberto il figliuolo consumasse i primi anni suoi nell’esercizio del padre; e tale loro opinione ha avuto suo fondamento, in non essersi mai veduto, che Alberto, per molti anni di sua gioventù, conducesse cosa di considerazione in quest’arte, e d'intaglio. Altro non si vede di quel tempo, fatto da Alberto, che una stampa con la data del 1497, anno ventisettesimo dell’età sua; e quella anche aveva copiata da una simile, intagliata da Israel di Menz, città vicina al Reno, sopra il Fiume di Main, in quel luogo appunto, dove questi due fiumi si congiungono; nella quale stampa aveva il Menz figurato alcune femmine ignude, a somiglianza delle tre Grazie, sopra il capo delle quali pendeva una palla, e non vi aveva posto nota del tempo, in che fu fatta; e similmente eransi vedute alcune poche stampe, fatte dallo stesso Alberto, pure senza data di tempo, le quali da’ pratici dell’arte furono reputate delle prime cose che e’ facesse. Altri poi hanno creduto, che egli nel corso di quegli anni, comech'egli era d’ingegno elevatissimo, ad altro non attendesse che allo studio delle lettere, ed a farsi pratico in Geometria, Aritmetica, Architettura, Prospettiva, ed in altre belle facoltà: e questo è più probabile; e quando mai altro non fosse, ne fanno assai chiara testimonianza i molti libri, che questo sublime ingegno, dopo un breve corso di vita, ne lasciò scritti. Tali sono l’opera della Simetria de’ corpi umani, scritta in Latino e dedicata a Vilibaldo Pirchemer, letterato Tedesco; il libro di Prospettiva, d’Architettura e dell’Arte militare. Io però, non discostandomi in tutto dalla sentenza di questi secondi, stimo che Alberto impiegasse quel tempo, non solo negli studj predetti, ma ancora in quello del Disegno e della Pittura: ed il non aver dato fuori intagli di sua mano prima del 1497, in età di ventisette anni, dico io, che derivò da impossibilità della cosa stessa; perché l’arte dell’intagliare in rame, non prima ebbe suo principio, che l’anno 1460 in circa, che operava in Firenze Maso Finiguerra, che ne fu l’inventore, come abbiamo accennato a principio, e come si trova esser da noi stato scritto nelle notizie di tale artefice. Qualche poco di tempo vi volle prima che Baccio Baldini, il Pollajuolo e altri maestri Fiorentini la riducessero a pratica: e sappiamo che il Mantegna vi applicò in Roma dopo costoro; e quivi fu il primo a dar fuori carte stampate, che furono i suoi Trionfi, [p. 163] con altre cose: e ciò fu non prima del tempo d’Innocenzio VIII, che tenne il papato dal 1484 al 1492. Inoltre sappiamo che queste stampe del Mantegna furon quelle portate in Fiandra, che diedero alle mani di Buonmartino Pittore di quelle parti rinomato, il quale pure dovette anche egli consumare alcun tempo, prima che e’ si facesse quel grand’uomo nell’intaglio, che (avuto riguardo a’ tempi) egli poi fu; e ch'egli avesse ad Alberto quell’arte insegnata; onde io sarei rimasto in gran confusione, quando avessi inteso il contrario, cioè che Alberto, prima di quel tempo avesse potuto intagliare; conoscendo per altra parte, che ciò non poteva seguire, per non essere ancora in pratica quel mestiere. Il nostro Alberto adunque, avendo assai miglior disegno di quel che aveva Buonmartino suo maestro, apprese così bene quest’arte, che in pochi passi di gran lunga l’avanzò, perché le prime opere sue tosto cominciarono ad esser più belle. Queste furono una stampa, che si chiama l'Uomo Salvatico, con una testa di morto in un'arme, fatta l’anno 1503, e una Nostra Donna piccola, fatta pure lo stesso anno, nella quale si scorge quanto egli già eragli passato avanti. Diede fuori l’anno 1504 le belle figure di Adamo ed Eva; l’anno 1505 i Cavalli; del 1507, 1508 e 1512 fece le belle carte della Passione, in rame; intagliò la carta del Figliuol Prodigo, il San Bastiano piccolo, la Vergine, in atto di sedere col Figliuolo in braccio; e anche la Femmina a cavallo, con un uomo a piede; la Ninfa rapita dal mostro marino, mentre altre Ninfe stanno bagnandosi. Fece in diverse piccolissime carte molti Villani e Villane, con abiti alla Fiamminga, in atto di sonar la cornamusa, di ballare, altri di vender polli, ed in altre belle azioni; e similmente il Tentato da Venere all’impudicizia, dove è il Diavolo ed Amore, opera ingegnosissima; e i due Santi Cristofani portanti il Bambino Gesù. Scopertesi poi le stampe di Luca d’Olanda, intagliò a concorrenza di lui un uomo armato a cavallo, lavorato con estrema diligenza, il quale figurò per la Fortezza dell’uomo, dov’è un Demonio, la Morte e un Cane peloso, che par vero. Ancora fece una Femmina ignuda sopra certe nuvole, e una figura alata per la Temperanza, che si vede dentro a un bellissimo paese, con una tazza d’oro in mano ed una briglia. Un Santo Eustachio inginocchioni dinanzi al Cervio, che tiene fra le corna il Crocifisso, carta bellissima, dove sono certi cani, in diverse positure naturali, che non possono esser meglio imitati. Veggonsi anche intagliati da lui molti putti, alcuni de’ quali tengono in mano uno scudo, dov’è una morte con un gallo. Similmente un San Girolamo, vestito in abito Cardinalizio, in atto di scrivere, con un leone a’ piedi che dorme. Figurò egli il Santo in una stanza, ove sono le finestre invetriate, nelle quali battendo i raggi del Sole, tramandano lo splendore nel luogo, ove il Santo scrive, e in quella stanza contraffece orivoli, libri, scritture, e infinite altre cose, con tanta finezza e verità, che più non si può desiderare. Intagliò anche un Cristo coi dodici Apostoli, piccole carte; ancora molti ritratti, fra’ quali Alberto di Brandemburgh Cardinale, Erasmo Roterodamo, e fece anche pure in rame il ritratto di sé stesso. Ma bellissima è una Diana, che percuote con un bastone una Ninfa, che per suo scampo si [p. 164] ricovera in grembo a un Satiro. Dicesi, che Alberto in questa carta volesse far conoscere al mondo quanto egli intendeva l’ignudo; ma per dire il vero, per molto ch'ei facesse, poté bene in questa parte piacere a’ suoi paesani, a’ quali ancora non era arrivato il buon gusto e l’ottima maniera di muscoleggiare; ma non già agli ottimi maestri d’Italia. Né poteva egli far meglio gl’ignudi di quel ch’e’ fece, poiché, seguendo il modo di fare di tutti coloro, che prima di lui dipinsero in quelle parti, ebbe sempre per sua cura principale di osservare il vero bensì; ma insieme di fermarvisi, senza eleggere il più bello della Natura, come fecero negli antichi tempi i Greci e i Romani: il che poi il Divino Michelangelo Buonarroti tornò a mettere in pratica, come a tutti è noto. Non fu anche di poco danno ad Alberto nel far gl’ignudi in quel luogo, che non aveva ancora avuta la più chiara luce dell’arte, il doversi per necessità servire per naturali de’ suoi proprj garzoni, che probabilmente avevano, come anco per lo più i Tedeschi, cattivo ignudo, benché vestiti appariscano i più belli uomini del mondo. E da tutto questo avvenne, che i suoi intagli, nella nostra Italia, avessero allora, siccome anche hanno avuto dipoi più a cagione dell’estrema diligenza con che erano lavorati, della varietà e nobiltà delle teste e degli abiti, della bizzarria di concetti e dell’invenzione, più rinomanza e stima, che per l’intelligenza dei muscoli e dolcezza della maniera. Ma perché Alberto aveva veduto, fino dal bel principio, le opere sue tanto applaudite, aveva preso grand’animo: e come quegli, che si trovava molte belle idee disegnate per dare alla luce, si risolvé, come cosa ben faticosa e più breve, di applicarsi all’intagliare in legno, che gli riuscì con non minore felicità di quella, che aveva provata nell’intagliare il rame. In data del 1510 si veggono di suo intaglio in legno una Decollazione di San Giovanni, e quando la testa del Santo è presentata ad Erode, che sono due piccole carte. Un San Sisto Papa, Santo Stefano, e San Lorenzo, e un San Gregorio, in atto di celebrare. Lo stesso anno 1510 intagliò in foglio reale le quattro prime storie della Passione del Signore, cioè la Cena, la presa nell'Orto, l'andata al Limbo e la Resurrezione. Restavano ad intagliarsi le altre otto parti della Passione, le quali si crede che egli volesse pure intagliare da sé stesso, ma che poi non lo facesse; e che restandone i disegni, dopo la sua morte, fossero sotto suo nome, e col solito contrassegno suo, intagliate e date fuori, perché son diverse assai in bontà, dalla sua maniera, né hanno in sé arie di teste, nobiltà di panneggiare, o altra qualità, che si possa dir sua; massimamente se consideriamo le venti carte della Vita di Maria Vergine, che egli intagliò poi l’anno 1511 nella stessa grandezza di foglio, nelle quali appariscono tutte le eccellenze maggiori del saper suo, tanto per arie di teste, quanto di Prospettive, invenzioni, azioni, lumi ed ogni altra cosa desiderabile. Fece anche in legno un Cristo nudo, co’ misterj della Passione attorno, in piccola carta; lo stesso anno pure intagliò la celebre Apocalisse di San Giovanni evangelista in quindici pezzi, che pure riuscì opera maravigliosa; come anche i trentasei pezzi di storie della Vita, Morte, e Resurrezione del Salvatore, cominciando dal peccar di Adamo, e sua cacciata [p. 165] dal Paradiso Terrestre, fino alla venuta dello Spirito Santo; finalmente intagliò il proprio ritratto quanto mezzo naturale. Tornò poi a fare altre cose in rame, cioè a dire, tre piccole immagini di Maria Vergine, e una carta, dove con bella invenzione figurò la Malinconia, con tutti quelli strumenti, che ajutano l’uomo a farsi malinconico. Molte altre carte intagliò in rame, tra le quali si annovera il ritratto del Duca di Sassonia, fatto del 1524 e di Filippo Schuvartzerd (a), detto comunemente il Melantone, del 1526, che fu l’ultimo tempo, del quale si veggono suoi intagli in rame. Or qui è da sapere, che essendo capitate a Venezia molte delle sue stampe, e particolarmente i trentasei pezzi della Vita di Cristo; e date alle mani di Marc’antonio Raimondi Bolognese, che quivi allora si ritrovava, egli le contraffece, intagliando il rame d’intaglio grosso, a similitudine di quelle che erano in legno, e spacciavale per di Alberto, perché vi aveva intagliato ancora il proprio segno di lui, che era un A. D. Seppelo Alberto, ed ebbene sì gran dispiacere, che fu costretto venire in persona a Venezia. Quivi essendo ricorso alla Signoria, e avendo fatta gran doglianza di un tanto aggravio, non altro ne cavò, se non un ordine, che il Raimondi non ispacciasse più sue opere col segno e marca di lui, come altrove abbiamo raccontato. Con tale occasione visitò Giovanni Bellini, celebre Pittore di quella città; e vedute le sue opere, fecegli anche veder le proprie, con iscambievol soddisfazione e contento.

Ma tempo è oramai di dare alcuna notizia dell’opere di questo Artefice, fatte col pennello, le quali, contuttoché ritengano alquanto di quel secco, che hanno tutte quelle fatte in quei tempi, e prima da’ maestri di quelle parti, che per non aver vedute le belle pitture d’Italia, si erano formati una maniera come potevano; contuttociò non lasciano di far conoscere al mondo, quale e quanto fosse l’ingegno di quest’uomo, il quale per certo fu di gran lunga superiore ad ogni altro, che vi avesse operato avanti a lui. Dipinse l’anno 1504 una Visitazione de’ Magi, il primo de’ quali teneva un calice d’oro, il secondo e terzo una piccola cassetta. Del 1506 fece una Madonna, sopra la quale erano due Angeli, in atto di coronarla con una corona di rose; l’anno 1507 un Adamo ed Eva, grandi quanto il naturale; e un altro Adamo ed Eva, pure di sua mano, della stessa grandezza, si conserva oggi nella Real Galleria del Serenissimo Granduca. Questo quadro è diviso in due parti, che unite insieme compongono un sol quadro, e si può piegare in mezzo. Dalla parte sinistra si vede la nostra prima Madre in piedi, la quale, colla destra alzata alquanto, tiene in mano il pomo, quasi in atto di porgerlo al suo marito, il quale ella guarda fissamente, quasi persuadendolo a prenderlo; dalla parte destra è Adamo, pure in piedi, il quale in vaga attitudine tien la mano dritta appoggiata al capo, e colla mano manca stringe un cingoletto di foglie, con cui si cuopre le parti, e guardando la Moglie con occhio vivacissimo, pare veramente che esprima un certo stare in forse, se deva compiacerla o no. [p. 166] Le figure son colorite benissimo, e tanto finite, che è una maraviglia il vederle. Nella stessa Galleria di Sua Altezza Serenissima, sono di mano di lui due bellissime teste a tempera, sopra tele, una rappresenta un San Filippo Apostolo, e l’altra un S. Jacopo: nella prima è scritto Sancte Philippe ora pro nobis, colla data del 1506, e la solita cifra d’Alberto A. D.; sopra l’altra è l’altro Apostolo con barba lunga, nella quale si possono numerare tutti i peli; ed è cosa da stupire, come un uomo sia potuto arrivare a tanta finezza, massimamente nel colorito a tempera; ed in questa è scritto Sancte Jacobe ora pro nobis, colla medesima data e cifra. Queste due teste erano nella Galleria dell’Imperadore, quando la gloriosa memoria del Granduca Ferdinando II andò all’Imperio; e avendole vedute e molto lodate, subito le furono da quella Maestà donate. Vi è ancora un altro quadro di sua mano, in tavola, alto circa due braccia e mezzo, dov’è figurato Gesù Cristo appassionato con mani legate, e tutti gli strumenti della Passione, e dal ginocchio in giù è nel sepolcro. Questo quadro fu della gloriosa memoria del Cardinal Carlo de’ Medici; e similmente un altro, dipintovi una Pietà, ancora esso in tavola, con figure alte tre quarti di braccio in circa, dove si vede il Signore morto, in atto di esser adorato e pianto da Maria Vergine, che è dalla parte destra, e dalla sinistra San Giovanni. Davanti vedesi la Madonna inginocchione, e presso al Sepolcro è Giuseppe di Arimatia, con un’altra figura, che ambedue reggono il corpo del Redentore. Nel 1508 una Crocifissione, nella quale, in lontananza, aveva figurati diversi martirj, dati poi a’ Cristiani, ad imitazione del Crocifisso Signore, alcuni de’ quali si vedevano lapidati, e altri con varj e crudeli supplicj fatti morire. In questo quadro dipinse al naturale sé stesso in atto di tenere un'insegna, in cui aveva scritto il proprio nome: e appresso alla sua persona fece il ritratto di Bilibaldo Pirchemerio, uomo virtuoso, che fu suo amicissimo. Dipinse anche un eccellente quadro, e vi figurò un Cielo, in cui si vedeva un Crocifisso pendente dalla Croce, sotto il quale erano il Papa, l’Imperadore e i Cardinali, che fu in istima di una delle più belle opere che uscissero dalle sue mani: e nel paese sopra il primo piano fece un ritratto di sé stesso, in atto di tenere una tavola in mano, dove era scritto Albertus Durer Noricus faciebat Anno de Virginis partu 1511. Queste belle opere pervennero tutte nelle mani dell’Imperadore, che diede loro luogo nel Palazzo di Praga, nominato la Galleria nuova, tra altre opere di celebri Pittori Tedeschi e Fiamminghi. Riuscì anche uno de’ più degni quadri d’Alberto, quello, che donò il Consiglio o Magistrato di Norimbergh a quella Maestà, in cui egli aveva figurato il portar della Croce di Cristo. Eranvi moltissime figure, co’ ritratti di tutti i Consiglieri di quella città, che in quel tempo vivevano; e questo pure ebbe luogo nella nominata Galleria di Praga. In un Monastero di Monaci a Francfourt era l’anno 1604 un bellissimo quadro dell'Assunta di Maria Vergine, ed una Gloria con Angeli, bellissima: e fra l’altre cose si ammirava in essa una pianta del piede di un Apostolo, fatta con tanta verità e di tanto rilievo, che era uno stupore: e tale era il concorso della gente a veder questo quadro, che afferma il [p. 167] Vanmander, che a que’ Monaci frullava gran danari di limosine e donativi, che erano loro fatti in ricompensa della dimostrata maraviglia. Fece quest’opera Alberto l’anno 1509. Erano similmente nel Palazzo di Norimbergh sua patria diversi suoi quadri di ritratti d’Imperadori, cominciando da Carlo Magno, con altri di Casa d’Austria, vestiti di bellissimi panni dorati: ed alcuni Apostoli in piedi, con be’ panneggiamenti. Aveva anche Alberto ritratta la propria sua Madre in un quadro: ed in un’altra piccola tavola sé medesimo, l’anno 1500, in età di trent’anni. Aveva fatto anche un altro ritratto di sé medesimo l’anno 1498, in una tavola minore di braccio: e questo si conserva nel non mai abbastanza celebrato Museo de’ Ritratti di proprie mani degli eccellenti Artefici, che ha il Serenissimo Granduca di Toscana, i quali furono raccolti dalla gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo. Vedesi esso Alberto in figura di un uomo con una bellissima zazzera rossiccia, vestito d’una veste bianca, listrata di nero, con una berretta pure bianca, anch’essa listrata di nero: la parte destra è coperta con una sopravveste capellina: ha le mani giunte inguantate: v’è figurata una finestra, che scuopre gran lontananza di montagne: e nel sodo, o vogliamo dire parapetto di essa finestra, sono scritte dipoi dopo alcun tempo le seguenti parole in quella lingua Tedesca: 1498. Questa pittura ho fatta io quando era in età di ventisei anni Alberto Durer: e vi è sotto la sua solita cifra A. D. Abbiamo per testimonianza di Mons. Felibien nel suo Trattato in lingua Franzese, che nel Real Palazzo della Maestà di quell’invitto Re, si ammirino fatti, con cartone d’Alberto, quattro parati di nobilissime tappezzerie di seta e oro: in uno si rappresenta storie di San Giovambatista, in un altro la Passione del Signore. Sarei troppo lungo, se volessi descriver tutte le opere e i quadri d'Alberto, quanto di Luca d’Olanda e d’altri insigni Artefici Tedeschi e Fiamminghi, che sono nel Palazzo Serenissimo; ma non voglio già lasciare di far menzione di un altro maraviglioso ritratto di mano d’Alberto, che si trova pure nelle stanze, che furon già del nominato Serenissimo Cardinal Leopoldo, in una tavola, alta quasi un braccio, che a parer degl’intendenti è una delle più belle cose che si vedano di mano sua. È questo un Vecchio, con berretta nera, con sopravveste capellina pelliccia, che ha in mano una coronetta di palle rosse, alla qual figura non manca se non il favellare. Vi è la solita cifra A D e la data del 1490. Vi sono anche due teste quanto il naturale, una di un Cristo coronato di spine, e l’altra di Maria Vergine colle mani giunte, ed alcuni veli bianchi in capo, delle quali meglio è tacere, che non lodarle abbastanza. Dipinse anche una Lucrezia, che era in Midelburgh appresso a Melchior Wyntgis: e in Firenze nel passato secolo venne in mano di Bernardetto de’ Medici, un piccol quadro della Passione del Signore fatto, con gran diligenza: e molti e molti altri furono i parti del suo pennello, che per brevità si tralasciano, e de’ quali anche non è venuta a noi intera notizia. Pervenuto finalmente Alberto all’età di anni cinquantasette, avendo acquistato molte facultà e fama grandissima per tutto il mondo, nel più bello dell’operar suo fu rapito dalla morte, l’anno [p. 168] di nostra salute 1528 agli 8 di Aprile nella Settimana Santa. Fu al suo corpo data sepoltura nel cimitero di San Giovanni fuori di Norimbergh, e sopra essa fu posta una lapida grande con la seguente iscrizione:

(a) ME. AL. DV.

Quicquid ALBERTI DURERI mortale fuit sub hoc conditur tumulo

emigravit VIII. Aprilis 1528

Il già nominato Bilibaldo Pirkaeymherus, stato suo grande amico, del quale egli aveva anche fatto un ritratto in rame, compose ad onor suo un bello Epigramma Latino.

Diede la natura ad Alberto un sì bel corpo, che per la statura e composizione delle parti fu maraviglioso, e in tutto e per tutto proporzionato alle belle doti dell’animo suo. Aveva il capo acuto, gli occhi risplendenti, il naso onesto e di quella forma, che i Greci chiamano τετϱαγωνον, il collo alquanto lungo, il petto largo, il ventre moderato, le cosce nervose, le gambe stabili, e le dita delle mani così benfatte, che non si poteva vedere cosa più bella. Aveva tanta soavità, nel parlare accompagnata da tanta grazia, che non mai avrebbe, chi si fosse, voluto vedere il fine di ascoltarlo: e seppe così bene esplicare i suoi concetti nelle scienze naturali e mattematiche, che fu uno stupore. Ebbe un animo sì ardente, in tutto ciò che spetta all’onestà e a’ buoni costumi, che fu reputato di vita irreprensibile. Non tenne però una certa gravità odiosa, e nell’ultima età non recusava gli onesti divertimenti di esercizj corporali e’l diletto della musica, né fu mai alieno dal giusto. Il suo pennello fu così intatto, che meritamente gli fu dato il nome di custode della purità e della pudicizia. Insomma fu Alberto Durero un uomo de’ più degni del suo secolo: e se e’ fosse toccato in sorte a lui, come a tanti altri maestri di quel tempo, di formare il suo primo gusto nell’arte sopra le opere degli stupendi Artefici Italiani, mi par di poter affermare, che egli avrebbe avanzato ogni altro di quel secolo; giacché e’ si vede aver egli sollevata tanto l’arte dallo stato, in che la trovò sotto quel cielo, che non solo ha svegliato ogni spirito, che poi vi ha operato, ma ancora ha dato qualche lume all’Italia stessa, e a’ migliori maestri di quella; i quali non hanno temuto d’imitarlo in alcune cose, cioè a dire in qualche aria di testa o abito capriccioso e bizzarro, come fece Gio. Francesco Ubertini Fiorentino, detto il Bacchiacca: e fino lo stesso Andrea del Sarto prese da lui alcuna cosa, riducendola poi alla propria ottima maniera, ed impareggiabil gusto. Lascio da parte però il celebre Pittore Jacopo da Pontormo, il quale tanto s’incapriccì di quel modo di fare, e tanto vi si perse, che d’una maniera, ch’ e’ s’era formato da non aver pari al mondo, come mostrano [p. 169] le prime opere sue, e particolarmente le due Virtù, dipinte sopra l’arco principale della Loggia della Santissima Nunziata in Firenze, una poi se ne fece in su quel modo Tedesco, che gli tolse quanto egli aveva di singolare. Restarono dopo la morte d’Alberto molti bellissimi disegni di sua mano, e particolarmente gran quantità di ritratti, tocchi di biacca, che vennero poi dopo alcun tempo in mano di Joris Edmkenston nella Biel; ed in mano di altri vennero anche più disegni dello studio della simmetria, di che parleremo appresso. Dell’Adamo ed Eva, ed altri se ne sparsero per l’Italia in gran copia, per aver quest’Artefice disegnato infinitamente. Questo sublime intelletto, per poter assegnare una certa ragione di ogni sua opera, e per facilitare a chi si fosse il conseguimento di ogni perfezione nell’arte, si era messo con intollerabil fatica a ordinare il libro della Simetria de’ corpi umani, nel quale ebbe questa intenzione di ridurre il buon disegno in metodo e in precetti: e perch’egli era liberalissimo di ogni suo sapere, si pose a spiegarla in iscritto al dottissimo Vilibaldo Pirchemer, a cui, con una bella epistola la dedicò: e già aveva dato principio a correggerla e stamparla, quando fu colto dalla morte; onde ella fu poi da’ suoi amici data alla luce nel modo che egli ordinò. Dissi che egli ebbe questa buona intenzione; perché quantunque sia di non poco giovamento a’ Pittori e agli Scultori, per tenersi lontani da’ grandi sbagli, il saper per via di precetti una certa universale proporzione de’ corpi, ha però insegnato l’esperienza, che la vera, più corta e più sicura regola per far bene, si è, l’aver l’artefice, come diceva il Buonarruoto, le seste negli occhi. Fu Alberto amicissimo di ogni professore che egli avesse riputato insigne nell’arte, e particolarmente del gran Raffaello da Urbino, al quale mandò a donare un ritratto di sé stesso, fatto sopra una bianca tela, d’acquerello, servendosi per lume del bianco della medesima tela: e ne fu corrisposto di alcuni disegni, fatti di sua propria mano. Mosso dallo stesso affetto dell’arte e de’ professori, volle visitare i più celebri artefici de’ Paesi Bassi, e veder le opere loro, e particolarmente quelle di Luca d’Olanda, che fino del 1509 aveva cominciato a dare gran saggi di sé co’ suoi intagli, i quali per certo, quantunque in disegno non arrivassero alla bontà di quelli d’Alberto, gli furono però alquanto superiori in diligenza e delicatezza. In tale occasione avvenne, che al primo vedere che fece Alberto l’aspetto di Luca, che era di persona piccolo e sparuto, forte si maravigliò, come da uno, per così dire, aborto della natura potessero uscire opere di tanta eccellenza, delle quali a lode si parlava pel mondo. Dipoi fattagli grande accoglienza, ed abbracciandolo cordialmente, stettesi con lui qualche giorno, con gran dimostrazione d’amore. Fecionsi il ritratto l’un l’altro, e strinsero fra di loro una inseparabile amicizia. Questo medesimo affetto che egli ebbe all’arte e a’ professori, aggiunto all’ottima sua natura, cagionò in lui una inarrivabile discretezza nel parlare dell’opere loro: e quando era domandato del suo parere, lodava tutto ciò che e’ poteva lodare; e quando non aveva che lodare, se la passava con dire. Veramente questo Pittore ha fatto tutto il possibile per far bene: e così lasciava le opere e i maestri nel posto e pregio loro, il [p. 170] perché era da ognuno, per così dire, adorato. E sia ciò detto a confusione di certi maestrelli, che essendo, come noi sogliamo dire, anzi infarinati nell’arte, che professori, ardiscono por la bocca nelle opere de’ grand’uomini, facendosi temerariamente giudici di tutto ciò ch’ e’ non conoscono, o non intendono; per non parlar di tanti altri, i quali col solo avere in puerizia sporcate quattro carte con iscarabocchi e fantocci, si usurpano il nome di dilettanti nell’arte, con cui presumono di tenere a sindacato del loro sconcertato gusto anche i professori di prima riga; altro finalmente non riportando di tal loro temerità, che nimicizia e vergogna. Alberto dunque, per tante sue virtù e ottime qualità, oltre alla reverenza e stima, in che fu sempre appresso all’universale e a’ professori, fu stimatissimo da’ Grandi, che facevano a gara a chi più poteva ricompensarlo ed onorarlo. Massimiliano, Avo di Carlo V, fecegli una volta in sua presenza disegnare sopra una muraglia alcune cose: e perché queste dovevano avanzarsi sul muro alquanto più di quello che egli potesse giugnere colla mano, non essendo allora in quel luogo altra miglior comodità, comandò lo’mperadore ad un Cavaliere pettoruto e di buone forze, che era quivi presente, di porsi per un poco piegato in terra a guisa di ponte, affinché Alberto, montato sopra di lui, potesse arrivar colla mano, ove faceva di bisogno. Il Cavaliere, parte per timore, parte per adulare a quel Monarca, subito ubbidì; ma però sopraffatto da insolita confusione, non lasciava di dare alcun segno colla turbazione dell’aspetto, di parergli strana cosa, che dovesse un Cavaliere servir di sgabello ad un pittore; di che avvedutosi Massimiliano, gli disse, che Alberto, a cagione di sua virtù, era assai più nobile di un Cavaliere: e che poteva bene un Imperadore di un vil contadino fare un Cavaliere, ma non già di un ignorante uno così virtuoso. E qui è da notarsi, che questo Cesare fu così amico dell’Arte, che diede alla Compagnia di Santo Luca, pe’ Pittori, un’Arme propria, che sono tre scudi d’arme d’argento in campo azzurro, la quale, oltre a quanto io trovo in alcuni Autori, vedesi espressa in faccia di un Frontespizio de’ Ritratti degl’illustri Pittori Fiamminghi, che diede alle stampe di suo intaglio Tommaso Galle circa il 1495. Fu ancora Alberto in grande stima appresso di Carlo V, e Ferdinando re d’Ungheria e di Boemia, oltre una grossa provvisione, con che era solito trattenerlo, faceva gli onori straordinarissimi; e in somma fu egli tanto in patria che fuori, e da ogni condizione di persone, sempre stimato e reverito a quel segno, che meritava un uomo di eccellente valore, qual egli fu. Della scuola di questo grand’Artefice uscirono uomini eccellenti, e particolarmente ALDOGRASSE da Norimbergo, che ancora esso fu celebre intagliatore, così abbiamo dal Lomazzo, e da Ricciardo Taurini, scultore di legname eccellente, il quale, ad istanza di san Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, intagliò, con modello di Francesco Brambriella, scultore rinomato, le bellissime sedie del Coro nel Duomo di essa Città.

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RAFFAELLO DA URBINO
PITTORE E ARCHITETTO

Discepolo di Pietro Perugino, nato 1481, morto 1520.

Nell'anno di nostra salute 1484 nacque al mondo questo grande Artefice, che per ispecial privilegio, fu di tutte quelle eccellenze dotato, che appena in molti secoli, e fra molte persone, è solito di compartire il cielo. Il padre suo fu Giovanni de' Santi Urbinese, pur anch'esso pittore, che quantunque non arrivasse nell'arte sua a segno di molta eccellenza, avendo tenuta una maniera alquanto secca, merita contuttociò, che di lui si faccia alcuna memoria, giacché per la sua bontà, per l'ottima educazione, che sappiamo aver data al figliuolo, e per la sollecitudine, colla quale procurò, che il bel genio di lui fosse ajutato nell'acquisto di nobili arti, fu non piccola cagione che potesse il mondo possedere uomo sì degno. A tale effetto ho io procurata notizia di alcune opere, fatte da esso Giovanni nello Stato di Urbino sua patria, le quali, secondo quello, che da persone molto perite di que’ luoghi e dello stesso mestiere è stato riferito, sono le seguenti. Nell'entrare della Chiesa di San Francesco, al terzo Altare da man sinistra, è una tavola a olio, dov'è figurata Maria Vergine sedente in Trono, con alcuni Santi, nella prima e seconda veduta, e di sopra il Padre Eterno. Nella Chiesa del Corpus Domini, è di sua mano la tavola del primo Altare, che pure è a man sinistra, entrando per la porta principale, e vi sono molte figure. Nella Chiesa di San Bastiano è la storia del Martirio del Santo, che tra le opere che fece Giovanni, è fra le migliori annoverata. A Cagli dipinse a fresco nella Chiesa di S. Giovanni una Pietà di assai ragionevole maniera; e nel medesimo luogo, pure a fresco, fece un S. Bastiano ed una Vergine sedente in Trono, con alcuni Angeli e Santi. Non ebbe questo pittore altri figliuoli che Raffaello: e sapendo, quanto ciò importi per ben nutrirgli, e quel che è più, per bene educargli, volle che dalla propria Madre, e non da altra donna, e nella propria casa, fosse allattato. Cresciuto poi in età, vedendolo maravigliosamente inclinato all'arte del Disegno e della Pittura, cominciò egli medesimo ad istruirlo: e in breve tempo a tal segno lo condusse, che così fanciullo, com'era, diedegli grand'aiuto nell'opere che fece per quello Stato; ma come discretissimo ch'egli era, conoscendo i gran progressi del figliuolo venir ritardati pur troppo dalla poca sufficienza sua, tanto si adoperò con Pietro Perugino, eccellentissimo Pittore, che gli venne fatto, che egli sotto la sua disciplina lo ricevesse. Non ebbe appena Pietro scoperta la bravura del fanciullo, che [p. 172] postogli amore non ordinario, cominciò a farlo studiare, con suoi precetti, dalle proprie opere sue; onde non andò molto, che gli studj di Raffaello né punto né poco si distinguevano dagli originali del maestro; anziché aveva egli così bene appresa quella maniera, che fra le opere, che fece egli nel primo tempo, e le migliori del Perugino, non fu chi sapesse conoscere differenza. Tali furono in Perugia una tavola a olio, che fece Raffaello, ancor giovanetto, per Madonna Maddalena degli Oddi, nella Chiesa di San Francesco, dove figurò un'Assunzione al cielo di Maria Vergine, e di sotto gli Apostoli, con alcune storielle di piccole figure nella predella della medesima tavola; un'altra in S. Agostino di Città di Castello; una di un Crocifisso in San Domenico, nella quale egli scrisse il proprio nome; ed una in San Francesco, fatta d'alquanto miglior maniera e gusto, dove rappresentò lo Sposalizio di Maria Vergine; e in questi tempi ancora fece al Pinturicchio più disegni e cartoni, per le opere della Libreria di Siena. Ma avendo sentito celebrare i maravigliosi cartoni, fatti in Firenze da Michelagnolo Buonarroti e Lionardo da Vinci, de’ quali altrove si è parlato, lasciato ogni pensiero dell'operare, se ne venne a Firenze. Quivi fu molto onorato da Lorenzo Nasi e da Taddeo Taddei, il quale lo tenne in sua casa propria ed alla propria sua tavola per tutto il tempo che vi dimorò. Questo Taddeo Taddei fu erudito Gentiluomo, onde fu molto caro al Cardinal Bembo, con cui tenne lunga corrispondenza di lettere: e come si ha dalle medesime, fu solito favorirlo in ogni affare, che in questa nostra città andavagli alla giornata occorrendo, che avesse avuto bisogno dell'operar suo. Contrassevi ancora amicizia con Ridolfo del Grillandajo e Aristotile di San Gallo, co' quali praticò molto alla domestica. Si partì di Firenze molto approfittato nell'arte, lasciando in dono al Taddeo due bellissimi quadri di sua mano: uno de' quali ne' miei tempi non si è veduto in quella casa; e l'altro, che era di una bellissima Madonna con Gesù e San Giovanni, di circa a mezzo naturale, fu agli anni addietro, dagli eredi di Taddeo del senatore Giovanni Taddei, venduto a gran prezzo alla gloriosa memoria del Serenissimo Arciduca Ferdinando Carlo di Austria. In questo mentre seguì la morte del Padre e della madre di Raffaello, onde gli convenne tornare ad Urbino, dove fatti più quadri, di nuovo se ne andò a Perugia: e quivi, nella Chiesa de’ Servi, dipinse la tavola con Maria Vergine, San Giovambatista e San Niccola; e fece opere a fresco in San Severo, Chiesa de’ Camaldolesi, e in altre nella stessa città. Ma come quelli, che dotato di grandi idee non mai finiva nell’operar suo di piacere a sé stesso, desideroso di nuovi studj, se ne tornò a Firenze. Quivi studiò dalle pitture di Masaccio, senza perdere di vista quelle del cartone di Michelagnolo e di Lionardo. Fecevi anche stretta amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco, cognominato il Frate, al quale insegnò le buone regole della Prospettiva, riportandone egli il contraccambio di profondissimi precetti pel colorito: a seconda de’ quali operando poi Raffaello, fecesi poi quella mirabile maniera, che a tutti è nota. Nella stessa città di Firenze fece i cartoni per la pittura della Cappella de’ Baglioni; di San Francesco di Perugia e ritrasse più Gentiluomini [p. 173] e Gentildonne fiorentine; ed assai migliorato da quel ch’egli era, se ne tornò a Perugia, dove dipinse la mentovata Cappella de' Baglioni. Quindi partito, vennesene di nuovo a Firenze, e per la famiglia de' Dei condusse a ragionevole termine una tavola, che doveva esser posta nella loro Cappella di Santo Spirito; e un'altra tavola fece per la città di Siena. Fu poi, per opera di Bramante, celebre Architetto, chiamato a Roma da Papa Giulio II pel quale ebbe commissione di fare le belle opere, che poi ha ammirato il mondo. La prima fu la Camera della Segnatura, con bellissime invenzioni, nelle quali fece ritratti di più antichi savj. E qui è da fare riflessione ad uno sbaglio, che crediamo aver preso il Vasari nel descrivere questa storia; laddove dice, che rappresentasse i Teologi, quando accordano la Filosofia e l'Astrologia colla Teologia; il che oltre all’errore insussistente, viene ad essere ancor falso, perché quella non è altro che un Ginnasio, ovvero Scuola all’uso degli antichi Greci, ove i Filosofi ed ogni sorta di Accademici facevano loro luogo di ragunata, per trattenersi in ragionamenti de’ loro studj, e per divertirsi negli esercizj. Vitruvio descrisse la forma di questi Edifici pubblici al 5 libro cap. 11 e li nomina Sisti, Palestre, Essedre, secondo loro uso particolare, ch’egli dichiara. Palladio ancora, nel suo Trattato di Architettura, libro 3 cap. 21 più chiaramente ne parla; perciocché ne porge oculare dimostrazione, con un molto esatto disegno. Ora, come il più celebre e’l più nobile di tutti è stato quello di Atene; è molto verosimile, che Raffaello solo questo ponesse; e veramente non è quasi alcun savio ingegno, che non chiami quest'opera di questo Raffaello la Scuola d’Atene. Tornando ora alla storia, per tale inaspettata partita di Raffaello, restò la tavola de' Dei imperfetta; e in tale stato fu poi da Messer Baldassarre Turini da Pescia, posta nella Pieve della sua patria; ed un panno azzurro, che rimase non finito nella tavola di Siena, fu condotto a perfezione da Ridolfo del Grillandajo. Seguitò a dipignere la seconda Camera verso la Sala grande. Intanto successe il caso in cui Michelagnolo, nella Cappella, fece al Papa quel rumore o paura, per la quale fu necessitato a fuggirsi e a Firenze tornarsene; onde a Bramante fu data la chiave della Cappella. Il perché poté a comodo suo farla vedere a Raffaello, il quale, riconosciuto che ebbe la nuova e grande maniera, la profonda intelligenza dell’ignudo, il ritrovare e girar de’ muscoli negli scorti, e la mirabil facilità con che si veggono in quell'opera superate le più ardue difficoltà dell’arte, rimase stupito a segno, che parendogli fino allora non aver fatto nulla, posesi a far nuovi studj, e prese la gran maniera, che dipoi tenne sempre. Non ostante quanto poi dica uno assai moderno autore, che avendo con certe sue tradizioni, e coll’autorità di un tale scrittore di precetti di pittura, anch’esso non antico, tolto ad impugnare tuttociò, che intorno a tal miglioramento di Raffaello, sopra le opere del Buonarruoti, circa a novant’anni avanti a lui scrisse il Vasari, il quale egli tratta da uomo vulgare, passa poi con un certo suo paragone ad abbassare le nobilissime e non mai contese glorie del Divino Michelagnolo: e collo storcere un proprio detto di lui, in approvazione di una sentenza, che gli fu dichiaratamente contraria, e con alcune cose dire, e molte tacere, [p. 174] lo dà a conoscere quell’eccelso uomo, di gran lunga minore di quel ch’egli è; onde coll’una e coll’altra di queste sue opinioni, accusando altri di appassionato, sé medesimo, a mio credere, condanna. Molto potrebbesi dire contro a tali sentimenti, e massime in quella parte, nella quale, dopo aver conceduto, che fosse Raffaello molto ajutato nell’arte dal nostro Fra Bartolommeo di San Marco, di che pure non resta la fede, se non appresso gli autori ed alle tradizioni; poi per non so qual privato affetto nega esser lo stesso potuto seguire per l’osservazione dell’opere del Divino Michelagnolo; il che non solo si ha per attestazione di antichi Autori, e per le più ricevute tradizioni, ma è patente al senso per l’immediata mutazione, che dopo aver vedute le opere di tant’uomo, come s’è detto, in Raffaello si riconobbe; né io saprei mai intendere da qual fantastica immaginazione si muovano alcuna volta quegli uomini, che non possono indursi a credere, che un nobilissimo ingegno non sia capace nell’eccellenza di un’arte di dipendere da altri, che da sé stesso.Dunque di un solo Omero, che io sappia, e forse piuttosto poeticamente, che altrimenti scrisse Vellejo, non aver’egli prima di sé avuto chi imitare, né dopo di sé, chi imitato l’avesso. Io per me ammiro in Raffaello, per così dire, un altr’uomo, di gran lunga maggiore di sé medesimo, ogni qualvolta ch’io considero, come potesse mai egli far sì, che la mano tanto più all’intelletto obbedisse, quanto più sublimi erano l’idee, che di tempo in tempo, col vedere le belle opere altrui, a quello si rappresentavano. Appena vidde egli la maniera del Perugino, che lasciata quella del Padre, in essa in tutto e per tutto la sua trasmutò. Veduto il modo di colorire del Frate, in un subito crebbe in lui tanto di perfezione nel colorito, quanto ognun sa; e finalmente coll’osservare la gran maniera, e i maravigliosi ignudi di Michelagnolo, il disfare e rifare in tutto sé medesimo, fu in lui una cosa stessa. Questo, pare a me, un modo di proceder coll’ingegno, per così dire, in infinito; e operar più che da uomo, proprio non d’altra mente, che di quella di Raffaello. E questo è quello, che io diceva, che attese le gran difficultadi, che prova ognuno, che abbia principio d’arte, in lasciar l’abito antico e la vecchia consuetudine, ed appigliarsi ad altra, tuttoché migliore, mi fa parer più grande Raffaello, che se egli fosse stato di sé stesso in tutte le cose e discepolo e maestro. E tanto basti aver detto contra tale asserzione, e per gloria maggiore di questo sublimissimo artefice.

La prima opera ch’egli facesse, o per meglio dire, rifacesse di quella grande maniera, fu la mirabile figura dell’Isaia Profeta nella Chiesa di S. Agostino, sopra la Santa Anna, la qual opera aveva egli di prima d’altra maniera dipinta. Colorì dipoi per Agostino Chigi Sanese, al quale per avanti nella loggia del suo palazzo in Trastevere, aveva egli dipinta la famosa Galatea, una Cappella in Santa Maria della Pace, della nuova maniera, che forse riuscì opera delle migliori, che e’ facesse giammai. Dipoi seguitò il lavoro delle camere di Palazzo, dove rappresentò il miracolo del Sagramento del Corporale di Bolsena, la prigionia di San Pietro, con altre storie; e fece diverse tavole e quadri pel Re di Francia, per più Cardinali, e per altri Principi e Signori. Dipinse poi la tavola del [p. 175] Cristo portante la Croce, di che più avanti si parlerà; e lo stupendo quadro, col ritratto di Leon X e de’ Cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, che oggi si trova nella sanza, nominata la Tribuna, nella Real Galleria del Serenissimo di Toscana. Appresso dipinse la camera di Torre Borgia, e la tanto nominata Loggia di Agostino Chigi, dove sono molte figure di tutta sua mano, siccome furono tutti i disegni e cartoni fatti per la medesima. Cominciò per Leon X la Sala grande di sopra, dove sono le Vittorie di Costantino: e per lo stesso fece tutti i cartoni pe’ panni di Arazzo, che con ispesa di settantamila scudi furon poi in Fiandra lavorati. Fu Raffaello anche nell’opere di Architettura eccellentissimo; e fra’ molti disegni e modelli, ch’e’ fece per dimolte fabbriche, si annovera quello delle scale Papali e delle logge, cominciate da Bramante, e degli ornamenti di stucchi; e fece dipignere esse logge da Giulio Romano, da Gio. Francesco Penni, dal Bologna, Perin del Vaga, Pellegrin da Modana, Vincenzio da San Gimignano e Polidoro da Caravaggio, facendo capo dell’opera degli stucchi e delle grottesche Giovanni da Udine. Diede il disegno per la Vigna del Papa, di più case in Borgo, e di Santa Maria del Popolo; e con suo modello fu fabbricato, nella città di Firenze, in via di San Gallo, il bel palazzo di Giannozzo Pandolfini Vescovo di Troja. E perché era, mercé della sua virtù, divenuto molto ricco, fece per sé medesimo fabbricare, coll’assistenza di Bramante, in Roma, un bel palazzo in Borgo Nuovo. Pel Monastero di Santa Maria dello Spasimo di Salerno, fece la gran tavola del Cristo portante la Croce, altra volta nominata, la quale ben coperta e incassata, già si conduceva per mare al luogo suo, quando rottasi ad uno scoglio la nave, periti gli uomini e le mercanzie, quella sola si salvò; conciossiacosaché fosse portata nel mare di Genova, e quivi tirata a terra, senz’alcuna macchia o lesione fosse ritrovata: e parve in un certo modo, che’l mare, avvezzo a spogliare la terra de’ suoi più ricchi tesori, non osasse imbrattarsi di furto sì detestabile, col rapire una delle più ricche gioje, che’l mondo avesse. Finalmente dipinse Raffaello, di tutta sua mano, per Giulio Cardinal de’ Medici, che fu poi Clemente VII la stupenda tavola della Trasfigurazione di Cristo, per mandare in Francia, lasciando a finire per l’ultima cosa la faccia del Salvatore. Volle egli in quel Sacro Volto unire insieme ogni sua abilità, e fare, siccome fece, gli ultimi sforzi dell’arte. Non ebbe appena quella finita, che sopraggiunto dall’ultima infermità, non toccò più pennelli; ed invero non poté la mano di Raffaello assuefatta ad esprimere maraviglie, collocare altrove, che in simile oggetto, il non plus ultra delle divine opere sue. Ed io voglio qui raccontare la fine di quest'uomo degnissimo, colle stesse parole appunto, colle quali il Vasari la descrisse; acciocché con tal racconto abbia notizia il lettore di alcune circostanze, che, a mio credere, non pajono da tralasciarsi da noi in questo racconto. Dice egli adunque così: Avendo egli stretta amicizia con Bernardo Divizio, Cardinale di Bibbiena, il Cardinale l’aveva molti anni infestato per dargli moglie; e Raffaello non aveva espressamente ricusato di far la voglia del Cardinale; ma aveva ben trattenuto la cosa, con dire, di volere aspettare, che passassero tre o quattro [p. 176] anni; il qual termine venuto, quando Raffaello non se l’aspettava, gli fu dal Cardinale ricordata la promessa: ed egli vedendosi obbligato, come cortese, non volle mancare della parola sua: e così accettò per donna una nipote di esso Cardinale; e perché sempre fu malissimo contento di questo laccio, andò in modo mettendo tempo in mezzo, che molti mesi passarono, che’l matrimonio non consumò: e ciò faceva egli, non senza onorato proposito; perché avendo tanti anni servita la Corte, ed essendo creditore di Leone di buona somma, gli era stato dato indizio, che alla fine della Sala, che per lui si faceva, in ricompensa delle fatiche e delle virtù sue, il Papa gli avrebbe dato un Cappello rosso, avendo già deliberato di farne un buon numero, e fra essi qualcuno di manco merito, che Raffaello non era: il qual Raffaello attendendo intanto a’ suoi amori, così di nascosto, continuò fuor di modo i piaceri amorosi; onde avvenne, che una volta, fra l’altre, disordinò fuor del solito, perché tornato a casa con una grandissima febbre, fu creduto da’ Medici, che e’ fosse riscaldato; onde non confessando egli il disordine, che aveva fatto, per poca prudenza loro gli cavarono sangue, dimanieraché indebolito si sentiva mancare, laddove egli aveva bisogno di ristoro, perché fece testamento. E prima, come Cristiano, mandò l’amata sua fuor di casa, e le lasciò modo di vivere onestamente. Dopo divise le cose fra’ discepoli suoi, Giulio Romano, il quale sempre amò molto: Gio. Francesco Fiorentino, detto il Fattore; e non so chi Prete da Urbino, suo parente. Ordinò poi, che delle sue facultà in Santa Maria Rotonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove: e un Altare si facesse, con una statua di nostra Donna, di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo dopo la morte sua si elesse; e lasciò ogni suo avere a Giulio e Gio. Francesco, facendo Esecutore del Testamento M. Baldassarri di Pescia, allora Datario del Papa. Poi, confesso e contrito, finì il corso della sua vita, il giorno medesimo che nacque, che fu il Venerdì Santo, d’anni 37, l’anima del quale è da credere, che come di sue virtù ha abbellito il mondo, così abbia di sé medesima adorno il cielo. Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione, che aveva finita pel Cardinal de’ Medici; la quale opera, nel vedere il corpo morto, e quella viva, faceva scoppiar l’anima di dolore a ognuno, che quivi guardava; la qual tavola, per la perdita di Raffaello, fu messa dal Cardinale a San Pietro a Montorio all’Altar maggiore, e fu poi sempre, per la rarità di ogni suo gesto, in gran pregio tenuta. Fu data al corpo suo quell’onorata sepoltura, che tanto nobile spirito aveva meritato, perché non fu nessuno artefice, che dolendosi, non piangesse, e insieme alla sepoltura non l’accompagnasse. Fin qui il Vasari. Fu Raffaello, in ciascheduno de’ doni della Natura, un vero miracolo. Primieramente tale fu la bellezza del volto e del corpo suo, che avrebbero potuto i discepoli di lui, discorrendo secondo la falsa opinione de’ Pittagorici, affermare esser’ egli stato Apollo stesso in forma di Raffaello; alla qual bellezza, se le doti dell’animo suo congiugneremo, troveremo non essere al tutto falsa la conclusione di coloro, che pensarono non compatirsi in un solo uomo sublimità d’ingegno e bruttezza di corpo. A queste doti aveva egli congiunta una stupenda modestia, con maravigliosa attrattiva, con cui a principio di suo parlare legava ogni cuore, anzi schiava si rendeva ogni volontà. Era liberalissimo dell’avere e del saper suo, talmenteché [p. 177] non fu pittore a’ suoi tempi, a cui ajuto, consiglio o disegni per condurre sue opere, abbisognassero, ch’egli, ogni altra propria occupazione lasciando, non sovvenisse. Per queste nobilissime qualità, oltre al suo stupendo operare in pittura, non solo fecesi superiore ad ogni invidia; ma niuno tra’ professori fu, che in gran venerazione non lo avesse: e beato si chiamava chi poteva, anche senz’aver con lui che trattare, godere della presenza sua; tantoché non mai usciva in pubblico, che e’ non fosse accompagnato da gran comitiva di virtuosi, ed altri amatori delle bellissime doti sue. Tenne, come si è detto, assai pittori in ajuto delle sue opere: e quantunque, come bene spesso suole fra molti accadere, fosse fra alcuni qualche volta discordia o emulazione; questi però col solo vedere di tal uomo, non solamente si componevano, ma si scordavano affatto di ogni rancore o male affetto; anzi si dice, che non pure gli uomini, ma fino gli animali stessi lo rispettavano ed onoravano. Ebbe amici in ogni parte, e particolar corrispondenza con Alberto Duro Tedesco, che lo regalò del proprio ritratto di sua mano, al quale corrispose Raffaello con un donativo di proprj disegni. Tenne per tutta Italia disegnatori, particolarmente a Pozzuolo, e fino in Grecia; onde non gli mancò mai da vedere in disegno quanto di bello e di buono ha la Natura prodotto, e quanto può desiderarsi in queste professioni. Finalmente fu Raffaello da Urbino, e per li doni della Natura, e per l’industria nell’Arte, tale quale è stato fino al presente tempo, e qual sempre sarà, nel concetto de’ posteri uno de’ più degni e pregiati uomini, che mai avesse il mondo.

LUCA DI LEIDA

DETTO

LUCA D’OLANDA

PITTORE, SCULTORE

E SCRITTORE IN VETRI

Discepolo di Cornelis Engelbrechtsen, nato 1494, morto 1533.

Ne’ tempi, che nella città di Norimbergh e in tutta la Germania, già risplendeva il famoso Pittore, Scultore e Architetto Alberto Durer, e poco prima che egli incominciasse a dar fuori le maraviglie del suo artificioso bulino, nacque nella città di Leida l’eccellente pittore Luca: e ciò fu circa l’ultimo di Maggio o principio di Giugno del 1494. Suo padre si chiamò Huija Jacobsz, che in nostra lingua è lo stesso, che Ugo Jacobi, che fu anch’egli eccellente pittore. In questo fanciullo possiamo dire, che mostrasse la Natura il maggiore [p. 178] miracolo, che ella facesse giammai in alcun tempo vedere al mondo, in ciò che appartiene alla forza dell’inclinazione e del genio; perché avendo egli in puerizia atteso all’arte del disegno sotto gl’insegnamenti del padre, non prima fu giunto all’età di nove anni, che diede fuori graziosi intagli di sua mano, che andarono attorno senza la data del tempo, ma però fatti in quella sua tenera età: e come quegli, che non contento di quanto nell’arte apprese dal padre, desiderava di presto giugnere al più alto segno di eccellenza; si pose a studiare appresso di Cornelis Engelbrechtsen, del quale si è altrove parlato. Né è vero, per quanto ci avvisa Carlo Vanmander Fiammingo, quello, che disse il Vasari nelle poche righe, che egli scrisse di Luca, che egli per imparare bene l’arte, se ne uscisse della patria. Stavasi dunque il fanciullo in quella scuola, continuamente applicato a disegnare, consumando, non solo il giorno, ma le intere notti, senza mai pigliarsi altro trastullo o passatempo, che in cose di grande applicazione, appartenenti all’arte. Ma, come suole avvenire, che la Natura, benché troppo violentemente affaticata ne’ primi anni, talvolta pel vigore della gioventù, non dia in subito segni di molto risentirsene; ma coll’avanzarsi dell’età, e col crescere delle fatiche, in un tratto si dia per vinta; avvenne, che all’incauto Luca fossero brevi i giorni della vita, e che in que’ pochi non godesse egli sempre intera salute. Erano in quella sua tenera età le sue camerate mai sempre giovani di quel mestiere, Pittori, Intagliatori, Scrittori in vetro, e Orefici, co’ quali in altro non si tratteneva, che in istudiare e discorrere sopra le difficultà dell’arte. Di ciò era egli talvolta aspramente ripreso dalla madre, la quale per le soverchie fatiche, già lo vedeva correre a gran passi al totale disfacimento di sé stesso; ma non fu mai possibile il ritenerlo. Valevasi egli di ogni occasione, anche frivola, per mettersi a disegnare: e sempre faceva o mani o piedi, e quanto gli dava fra mano di più comodo, in ogni tempo e in ogni luogo. Or dipingeva a olio, ora a guazzo, ora in vetro, ora intagliava in rame, e in somma tutte l’ore del giorno, e bene spesso quelle della notte, erano a lui un’ora sola, destinata a una sola faccenda. Non fu prima arrivato all’età di dodici anni, che e’ dipinse in una tela a guazzo, una storia di Santo Uberto, che in quelle parti fu stimata cosa maravigliosa, e ne acquistò gran credito. Aveva egli fatto questo quadro pe’ Signori di Lochorst, i quali per rendere il fanciullo più animoso a operare, gli diedero tanti Fiorini d’oro, quanti anni egli aveva. A quattordici anni intagliò una storia, dove figurò Maometto, quando essendo ubriaco, ammazzò Sergio Monaco: e in essa pose la nota del tempo, che fu il 1508. Un anno dopo, cioè in età di 15 anni, intagliò molte cose; ma particolarmente per gli Scrittori, o vogliamo dire Pittori in vetro, fece otto pezzi della Passione di Gesù Cristo, cioè l’Orazione nell’Orto, la prigionia o cattura di esso nell’Orto, quando lo conducono ad Anna, la Flagellazione, la Coronazione, l'Ecce Homo, il Portar della Croce, la Crocifissione: e ancora una carta, dove figurò una tentazione di S. Antonio, al quale apparisce una bella donna: e tutti questi pezzi furono lodatissimi, perché erano bene ordinati con bizzarre invenzioni, prospettive, lontananze e paesi, [p. 179] e tanto delicatamente intagliati, che più non si può dire. Il medesimo anno intagliò la bella invenzione della Conversione di san Paolo, nella quale, come in ogni altra sua fattura, fece vedere gran diversità di ritratti, maestà di vestimenti e berretti, capelli, acconciature di femmine ed altri abbigliamenti all’antica, bellissimi, che son poi serviti di lume, anche agli stessi Pittori Italiani, per viepiù arricchire le opere loro: e molti colla dovuta cautela, ad effetto di coprire il virtuoso furto, se ne son serviti ne’ loro quadri. Nell’anno 1510 e della sua età il sedicesimo, intagliò la bella carta dell’Ecce Homo, con moltissime figure, nella quale superò sé stesso, particolarmente nella varietà delle arie delle teste e degli abiti, ne’ quali seppe far risplendere il suo bel concetto di far veder presenti a quello spettacolo diversi popoli e nazioni. Lo stesso anno intagliò il Contadino e la Contadina, la quale avendo munto le sue vacche, fa mostra di alzarsi, in che volle esprimere al vivo la stanchezza, che prova quella femmina nel rizzarsi da coccoloni, dopo essere stata lungamente a disagio in quel lavoro. Fece ancora l’Adamo ed Eva, i quali cacciati dal Terrestre Paradiso, malinconici e raminghi se ne vanno pel mondo. È Adamo coperto di una pelle, con una zappa in spalla, e porta il suo Caino sopra le braccia. Nello stesso tempo pure intagliò la femmina ignuda, che spulcia il cane, e molti altri bellissimi pezzi, de’ quali farò menzione a suo luogo, senza seguire l’ordine dei tempi, per non tediar il lettore; bastandomi l’averlo fatto fin qui, per mostrare, che Luca in età di sedici anni già aveva fatte opere meravigliose, e tali, che avevan messo in gran pensiero e gelosia lo stesso Alberto Duro, a cagione principalmente dell’aver Luca osservato ne’ propri intagli un certo modo di accordare così aggiustato, con un digradar di piani, e un tignere delle cose lontane, di tanta dolcezza, che a proporzione della lontananza, vanno dolcemente perdendosi di veduta, in quella guisa che fanno le cose naturali e vere; perfezione, alla quale Alberto stesso non era arrivato, benché per altro egli avesse miglior disegno di Luca. Onde il medesimo Alberto, a concorrenza di lui, si mise a dar fuori nuovi intagli, che furono i migliori, che e’ facesse mai: e perciò entrò fra di loro una tal virtuosa gara, che ogni volta che Alberto dava fuori intagliata una storia, subito Luca intagliava la medesima di altra propria invenzione. Non lasciava intanto Luca di dipignere in tela e tavola, a olio e a guazzo, e talvolta in vetro: ed ebbe per suo costume, di non lasciarsi mai uscire opera dalle mani, in cui il suo purgato gusto avesse saputo conoscere minimo errore; modo tenuto poi anche dal Divino Michelangelo Buonarroti. Ed una figliuola dello stesso Luca affermava, che egli una volta diede fuoco a gran quantità di carte già stampate, per avervi scorto un non so qual difetto. Era poi tanto fisso negli esercizj e studj dell’arte, che essendosi accasato con una nobil fanciulla della famiglia Boshuysen, che in nostra lingua vuol dire della Selva, aveva nel suo sposalizio gran dispiacere, e non poteva darsi pace, di avere a perder tanto tempo ne’ ritrovati e conviti, che in quelle parti eran soliti fare i ricchi e nobili nel tempo delle nozze: e quanto prima gli poté riuscire, ritornò ai suoi virtuosi studj. Fra le [p. 180] molte carte, che egli intagliò, fu un Sansone: un Davide a cavallo: e’l martirio di San Pier Martire: un Saul, in atto di sedere, e David giovanetto, che intorno ad esso suona la sua arpa: un Vecchio ed una Vecchia, che accordano insieme alcuni strumenti musicali. Fece una gran carta di un Virgilio, appeso nel cestone alla finestra, con figure e arie di teste bellissime: un San Giorgio colla fanciulla, che dee esser divorata dal serpente: un Piramo e Tisbe: un Assuero, colla Reina Ester genuflessa: un Battesimo di Cristo: e un Salomone in atto di sacrificare agl’Idoli: i fatti di Gioseffo: i quattro Evangelisti: i tre Angeli, che apparvero ad Abramo nella Valle di Mambre: David orante: Lot imbriacato dalle figliuole: Susanna nel bagno: Mardocheo trionfante: la Creazione de’ nostri primi Padri, quando Dio comanda loro l’astenersi dal pomo: e Caino, che ammazza Abel. Intagliò ancora in piccoli rami molte immagini di Maria Vergine: i dodici Apostoli e Gesù Cristo. Ancora si vede di suo intaglio una bella carta di un Villano, che mentre smania pel dolore, nell'essergli cavato un dente, non si avvede, che una femmina gli ruba la borsa. Intagliò anche il proprio ritratto suo, che è un giovine sbarbato, con una gran berretta in capo, e molti pennacchi, che tiene una testa di morto in mano. Ma soprattutto è mirabile la carta del ritratto di Massimiliano Imperatore ch’ei fece nella di lui venuta a Leida. Altri bell’intagli si veggono di esso, come immagini di Santi e Sante, armi, cimieri e simili, che per brevità si tralasciano. Ma tempo è ormai di far menzione di alcune poche delle molte opere, fatte da lui in pittura, le quali veramente furono tante in numero, che e’ non par possibile a credere, che in un corso di vita, qual fu il suo, egli le avesse potute condurre tutte. A Leida, nel Palazzo del Consiglio, vedevasi l’anno 1604 un suo bel quadro del Giudizio Universale, dove aveva figurati molti ignudi maschi e femmine, ne’ quali, quantunque si scorgesse alquanto di quella secca maniera, che nell’ignudo particolarmente tenevano allora anche i grandi uomini in quelle parti, non si lasciava però di ammirare il grande studio, con che erano fatti, particolarmente le femmine, che erano colorite di miglior gusto. Negli sportelli della parte di fuori erano due belle figure, cioè San Pietro e San Paolo, in atto di sedere. Quest’opera fu in tanto pregio, che da molti Potentati fu domandata, con offerta di gran prezzo. In una Villa fuori di Leiden, appresso il nobil Francesco Hooghstraet, che in nostra lingua vuol dire, di Strada Alta, era pure un quadro da serrare, con i suoi sportelli, in cui Luca, dell’anno 1522 aveva dipinta una bellissima Madonna, mezza figura, fino sotto il ginocchio: e’l rimanente fingevasi coperto da un piccolo parapetto di pietra: il fanciullo Gesù, che era in grembo alla madre, teneva in mano un grappolo di uva, che arrivava fino al fine del quadro, con che volle figurare il pittore, che Cristo fu la vera vite. Da una parte era una donna, che faceva orazione, mentre Santa Maria Maddalena (la quale aveva ella dopo di sé) le additava Gesù in grembo alla Vergine, e in lontananza si vedeva un paese con alberi bellissimi. Nella parte di fuori era una Nunziata in figura intera, con una vaga acconciatura di panni sopra il capo, e con un nobile panneggiamento: e vi era la data del tempo, con la lettera L, solito segno [p. 181] di Luca. Questa bella opera venne poi nelle mani di Ridolfo Imperatore, che forse fu il maggiore amico e protettore di queste arti, che fosse nel suo tempo. Un simile quadro era in Amsterdam, nella strada detta del Vitello, dove si vedeva la storia de’ fanciulli d’Israel, che ballano intorno alla statua del Vitello d’oro, dove Luca aveva rappresentati i conviti del popolo, di che parla la Sacra Scrittura: ed espresse al vivo quel loro lussurioso danzare. Questo quadro da alcune goffe persone fu dipoi con una sporca vernice ridotto a mal termine. In Leida, in casa d’un nobile de Sonnesvveldt, che in nostra lingua vuol dire Campo del Sole, era un altro quadro colla storia di Rebecca e’l servo di Abramo, al quale ella dà bere al pozzo, ed altre cose entro un paese, tocco mirabilmente, con digradazione di piani in lontananza di campagna. In Delft, città di Olanda, in casa uno di coloro, che lavorano di terra, che chiamano Bierbrovver, erano alcune tele a guazzo, con istorie della vita di Gioseffo, con varj panneggiamenti; ma perchè in quel luogo sono frequentissime le piogge e i tempi tempestosi, molto più che negli altri paesi di Olanda, le calcine non sono tanto perfette: e l’acqua portata impetuosamente da’ venti, penetra molto le muraglie, questi quadri si condussero in male stato, e fu gran perdita per la gran quantità de’ ritratti, che erano in essi, fatti al naturale, in che Luca fu veramente eccellentissimo. Ma giacchè parlavamo di ritratti, uno ne era di sua mano, grande quasi quanto il naturale, in Leida in casa del Maestro de’ Cittadini, che noi diremmo il Console, prima dignità del Magistrato di quella città, chiamato per nome Claes Ariaensz, che in nostra lingua vuol dire Niccolò di Adriano. Altri maravigliosi ritratti di sua mano sono sparsi in diverse parti d’Europa; ma quanto ogni altro apprezzabile è quello, che si vede nel Palazzo del Serenissimo di Toscana, nelle stanze, dove sono le pitture, che furono della gloriosa memoria del Cardinal Leopoldo, fatto al vivo dalla persona di Ferdinando Principe e Infante di Spagna, Arciduca d’Austria. È un giovane di vago aspetto, ritratto in profilo, in quadro minore di braccio, con capelli distesi, con berretta in capo alla gran giojellata, con una tesa larga a foggia di cappello, e collana da Grande di Spagna al collo: e nella più alta parte del quadretto sono scritte, con gran leggiadria, le seguenti parole:

Effig. Ferdin. Princip. et Infant. Hispan. Arch. Austr. et Ro. Imp.

An. aetat. suae XI.

Nè voglio lasciar di dire per ultimo, come il ritratto di Luca, intagliato da Teodoro Galle, va alle stampe fra quegli di altri valentissimi maestri, che noi Italiani diciamo de’ Paesi Bassi: ed in piè del ritratto si leggono i seguenti versi:

Lucae Leidano Pictori

Tu quoque Durero non par, sed proxime Luca,

Seu tabulas pingis, seu formas sculpis ahenas

Ectypa reddentes tenui miranda papyro

Haud minimam in partem (si qua est ea gloria) nostrae

Accede, et secum natalis Leida Camaenae.

[p. 182] Nella Reale Galleria del Serenissimo Granduca si conserva un quadro in tavola di mano di Luca, alto circa un braccio e mezzo, dove si vede Maria Vergine, in atto di sedere, col suo Divino Figliuolo in collo, e dalla parte destra San Giovanni fanciullo, che lo adora: la Vergine con una mano posta sopra l’altra, si tiene dolcemente a sedere sopra il seno il suo Gesù: l’aria della testa è bellissima, di un colorito acceso e ben colorata. Questo quadro avanzato al fuoco unicamente, colà nelle parti di Sassonia, fra altri, che tutti perirono, fu mandato a donare alla gloriosa memoria di Ferdinando Il Granduca. Bartolommeo Ferreres, Pittore di quelle parti, aveva di mano di Luca una bellissima Vergine. Fu anche molto stimata una sua tavola, la quale fu poi comprata dal virtuoso Goltzio di Haerlem in Leiden l’anno 1602 a gran prezzo. Era figurata in questa tavola la storia del Cieco di Jerico, quando fu da Cristo illuminato; gli sportelli eran dipinti di dentro e di fuori: dalla parte di dentro erano figure appartenenti a quel fatto, e molti ritratti al naturale, con abiti, berrette e turbanti, tanto vaghi, quanto mai dir si possa: nella parte di fuori era una donna e un uomo, che tenevano alcune armi. Nella figura del Cristo appariva una mirabil mansuetudine: e il Cieco quivi condotto, vedevasi porger la mano, e stare avanti al Signore in attitudine molto propria. In lontananza erano boscaglie naturalissime: e vedevasi in piccola figura lo stesso Cristo, in atto di chiedere il frutto all’albero del fico: e vi era la data del tempo del 1531; e questa fu l’ultima opera, che Luca facesse a olio, nella quale, quasi presago di sua vicina morte, che seguì due anni dopo, parve, ch’e’ volesse fare gli ultimi sforzi dell’arte, e lasciare al mondo un vivo testimonio di quanto valessero i suoi pennelli. Dice il Vanmander che egli imparò anche l’arte d’intagliare in acquaforte: e che avutone i principj da un orefice, poi seguitò con un maestro, che intagliava i morioni a’ soldati, costume usato in quella età, e che con questa egli fece varj intagli. Volle anche intagliare in legno, e se ne veggono molte sue carte, maneggiate con gran franchezza. Non è possibile a raccontare, quanto Luca valesse nel dipignere in vetro, e le belle cose, che se ne son vedute di sua mano. Il virtuoso Pittore Goltzio, teneva in conto di preziosa gioja un vetro, dove Luca aveva dipinto il ballo delle donne, ch’esse fanno incontro a David, nel suo tornare colla testa di Golia, invenzione, che fu poi data alle stampe con intaglio di Gio. di Sanredam, quello stesso che intagliò il bellissimo ritratto del tante volte nominato Carlo Vanmander, e quasi tutte le opere del Goltzio. Pel nome, che correva dappertutto di sua virtù, fu questo grande artefice spesso visitato da’ più rinomati maestri di quelle provincie: e fino lo stesso Alberto Duro, per conoscerlo di persona, andollo a trovare a Leida; stette con lui qualche giorno, ne fece il ritratto, e volle che Luca gli facesse il suo, strignendo con esso grande amicizia. Era già pervenuto il nostro artefice all'età di trentatré anni, quando gli venne voglia di conoscere di presenza i maestri più singolari di Zelanda, Fiandra e Brabanza: e trovandosi molto ricco, si mise in viaggio con una nave, presa tutta per sé, dopo averla provveduta di ogni più desiderabile comodità. Giunto a Midelburgh, [p. 183] molto si rallegrò in vedere le opere dell’artificioso Pittore Gio. de Mabuse, che allora abitava in quella città, e vi aveva fatte molte cose; e volle a proprie spese banchettare esso ed altri Pittori di quella patria, con regia magnificenza. Lo stesso fece a Ghent, in Haerlem e in Anversa. Il nominato Gio. de Mabuse, volle in ogni luogo accompagnarlo. Andavano insieme per quelle città, il Mabuse vestito di panni d’oro, e Luca aveva semplicemente indosso un giustacuore di seta gialla di grossagrana: ed era cosa graziosa, che nell’arrivar che e’ facevano in qualche città, spargendosi la fama tra la minuta gente, ch’e’ fosse giunto il famoso artefice Luca d'Olanda, correva la plebe curiosa per vederlo: e nel camminar che facevano tutti e due insieme, a detta del popolo, toccava sempre al Mabuse, per avere indosso quel bel vestito, ad esser Luca: e Luca, che non era molto ajutato dalla presenza, e’l cui vestito non lustrava tanto quanto quello del Mabuse, rimaneva appresso di loro un non so chi. Or perché il povero Luca, che era di statura piccolo, di poca lena, e non avvezzo a’ disagi de’ viaggi, e, quel che è più, si trovava indebolito da’ grandi studi dell’arte, forse si affaticò troppo più in quel pellegrinaggio, di quel che le proprie forze comportavano; tornossene finalmente a casa con sì poca buona sanità, che da lì in poi, in sei anni, ch’e’ sopravvisse, non ebbe mai più bene, e per lo più non uscì di letto. Credette egli, e qualcun’altro con lui, che per invidia gli fosse stato dato il veleno, di che stette sempre con una tormentosa apprensione; contuttociò fu da ammirarsi, che tanto fosse in lui l’amore dell’arte, che non ostante il male, si era fatto accomodare sopra il letto tutti i suoi strumenti, in tal modo, che e’ potesse sempre intagliare o dipignere. Cresceva frattanto la malattia, e mancavano le forze, e già era divenuto sì debole, che i medici si erano persi d’animo, e non sapevan più, con che ajutare la mancante natura. Occorse finalmente un giorno, che egli conoscendo, che già si avvicinava il termine de’ suoi giorni, voltandosi agli astanti, disse loro, che desiderava ancora un’altra volta di veder l’aria, per di nuovo ammirare le opere d’Iddio: e tanto gl’importunò, che fu necessario, che una sua servente se lo pigliasse in braccio, e per un poco lo tenesse fuori all’aria. Giunta finalmente per Luca l’ora fatale, placidamente se ne morì, nell’età sua di trentanove anni, nel 1533. Fu l’ultimo suo intaglio e bellissimo, un piccol pezzo, dove aveva rappresentata una Pallade; e questo fu trovato sopra il suo letto quando morì. Lasciò di sua moglie una figliuola maritata, che nove giorni avanti la morte del padre, aveva partorito un figliuolo: e nel ricondurlo dal Battesimo, aveva domandato Luca, che nome fosse stato dato al nuovo bambino: al che una donna scioccherella aveva risposto: Ben sapete, che e’ s’è fatto per modo, che dopo di voi, resti un altro Luca di Leida; di che il povero Luca si era tanto turbato, che fu opinione, che se gli accelerasse alquanto la morte. Questo figliuolo, che fu di casa Demessen, riuscì ancor egli pittore ragionevole, e morì in Utreck l’anno 1604 in età di ventun’ anno. Un fratello di questo, pure anch’esso nipote di Luca, chiamato Giovanni de Hooys, nello stesso anno 1604 era Pittore del Re di Francia. E questo è quanto ho io [p. 184] potuto raccogliere di notizia, appartenente alla vita di questo grande artefice, Luca d’Olanda, la fama del cui valore vivrà eternamente.

GIO. FRANCESCO CAROTI
PITTORE VERONESE

Discepolo di Liberale Veronese, nato nel 1470, morto 1540.

Fu la prima applicazione di Gio. Francesco Caroti, l’ajutare assiduamente al suo maestro: poi avendo vedute le opere, che Andrea Mantegna in Verona fatte aveva, partitosi con suo buon gusto da Liberale, nella città di Mantova con esso Andrea Mantegna si accomodò. Fece gran profitto nell’arte ed arrivò a segno, che Andrea dava fuori per sue le pitture di lui. Partitosi poi da tal maestro, operò in Verona nella Chiesa dello Spedale di San Cosimo, in quella de’ Frati Gesuati, e de’ Frati di San Gregorio, di Santa Eufemia e di molte altre Chiese di quella città. In Milano dipinse per Antonio Maria Visconti in casa sua propria; per Guglielmo, Marchese di Monferrato, colorì in una sua Cappella storie del Testamento vecchio e nuovo, in quadri diversi, ed altre cose; ed in San Domenico la Cappella maggiore. Era egli da malevoli stato imputato di non saper far altro, che figure piccole; onde per far vedere al mondo quanto quelli s’ingannassero, tornatosene a Verona, dipinse in San Fermo, Convento de’ Frati di San Francesco, una tavola per la Cappella della Madonna, con figure maggiori del naturale, che riuscì la migliore opera, che egli avesse fatto fino a quell’ora: e in essa figurò Maria Vergine con Sant’Anna, e molti Angeli e Santi, ed altre opere fece in quella città. Divenuto vecchio, e perciò alquanto più debole nell’operare, fu ricercato dal Vescovo di dipignere in Duomo alcune storie di Maria Vergine, con disegno ed invenzione di Giulio Romano; ma non volle farlo a patto veruno, come quegli, che avendo in grande stima sé stesso, non mai aveva posto in opera concetti di altri; per lo che furon date a fare a Francesco, detto il Moro. Si dilettò molto del rilievo, e modellò assai bene: ed ebbe un certo gusto particolare in accomodare bene i panni addosso alle figure. Fece alcuna volta ritratti in medaglie, e fra gli altri quello di Guglielmo, Marchese di Monferrato; molti anche ritrasse in pittura, fra’ quali piacque assai quello di Girolamo Fracastoro, celebre Poeta de’ suoi tempi, di cui fu amicissimo. Fu il primo, che in Verona facesse bene i paesi. Non volle mai nelle sue pitture adoperar vernice, se non negli scuri, quella mescolando co’ colori e con olj ben purgati; affermando, che quella guastava [p. 185] i quadri, e presto li faceva invecchiare, cosa forse non del tutto lontana dal vero. Fu Gio. Francesco un bizzarro cervello, o come volgarmente si dice, un bell’umore, nelle risposte prontissimo e vivace, ed ogni cosa metteva in ischerzo: e se alcuna volta eran notate le sue pitture o sacre o profane, ch’elle si fossero, di qualche difetto, egli data mano a qualche arguto concettino, così bene lo salvava, che non solo gli veniva fatto il purgare l’errore, ma lasciava il riprensore fra le risa, con gusto e satisfazione grandissima; e molto potrebbe dirsi in questo particolare, che per il meglio, si lascia.

A N D R E A L U I G I
PITTORE D’ASCESI

DETTO

L’INGEGNO

Discepolo di Pietro Perugino, fioriva circa al 1500.

Questo artefice, nella sua prima età diede segni di tanta bravura nell’operare, e tanto si approfittò nella scuola di Pietro, che concorse quasi di pari con Raffaello da Urbino; che però il maestro si servì di lui in ajuto delle opere più segnalate, ch’ei facesse, e particolarmente nell’Audienza del Cambio di Perugia, dove fece di sua mano molte figure. Gli ajutò similmente in Ascesi, e nella Cappella di Sisto in Roma. Volle poi la mala sorte sua, che in età immatura fosse sopra­ggiunto da una così terribile flussione, che in breve tempo, a cagione di quella, restò del tutto cieco. Ma dalla pietà di quel Pontefice, che la molta virtù di lui aveva riconosciuta, fu provvisto di una così onorata provvisione nella città di Ascesi, che poté molto ben mantenersi sino alla sua età di anni ottantasei: e finalmente passò all’altra vita.

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MARCO UGLION

O UGGIONI

PITTORE MILANESE

Discepolo di Lionardo da Vinci, fioriva circa al 1510.

Molte opere fece Marco Uglon, degno discepolo di Lionardo. Di questo il Vasari non ebbe altra notizia, che dell’esser egli stato di quella scuola, e di alcune pitture, che fece in Santa Maria della Pace di Milano, dove figurò il Transito di Maria Vergine, e le Nozze di Cana in Galilea. Oltre a queste, nell’antica Chiesa di Sant’Eufemia (che dal Santo Arcivescovo di quella città, Senatore Settala, che visse nell’anno 493, fu edificata, ed è stata poi ridotta al moderno) dipinse questo maestro una tavola di Maria Vergine. Nella Chiesa delle Monache di Santa Marta colorì l’immagine del San Michele. E nella Chiesa de’ Padri Certosini di Pavia, che per loro affare vengono alla città di Milano, fece una delle tavole, fra le molte, che di diversi insigni Pittori oggi vi si veggono. Copiò pe’ medesimi Certosini di Pavia il maraviglioso Cenacolo di Lionardo suo maestro: e nella Chiesa di San Paolo in Compito (a), che si dice forse fatta edificare da Sant’Ambrogio in onore di San Paolo Apostolo, dopo aver’ egli in tal luogo finita ogni controversia contra gli Arriani, si riverisce una bella immagine di Maria Vergine, fatta per mano dello stesso Uglon.

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MASO PAPPACELLO
PITTORE CORTONESE

Discepolo di Benedetto Caporali, fioriva circa il 1510.

Studiò questo Pittore l’arte sua da Benedetto Caporali, e fece anche qualche profitto appresso a Giulio Romano; onde fu in ajuto di Benedetto suo maestro a dipignere il Palazzo, che aveva fabbricato, con architettura dello stesso Benedetto, Silvio Passerini, Cardinal di Cortona, mezzo miglio lontano da quella città.

MARCOANTONIO RAIMONDI
DETTO DE’ FRANCI
INTAGLIATORE BOLOGNESE

Discepolo di Francesco Francia, fioriva del 1510.

Fra coloro, che nella scuola di Francesco Francia Bolognese molto si approfittarono in disegno, e vi è anche chi dice in pittura, uno fu Marco Antonio Raimondi della stessa città di Bologna, il quale nell’arte del disegno, anche superò di gran lunga il maestro. Questo Marco Antonio adunque, come scrisse il Vasari (a cui solamente riuscì il togliere all’oblivione le poche notizie, che eran rimase al suo tempo di tale artefice) attese prima a lavorar di niello: e andatosene a Venezia, per quivi quel mestiere esercitare con onore e utilità, si abbatté a vedere esposta alla vendita, in sulla piazza San Marco, gran quantità di carte di Alberto Duro, portatevi da alcuni Fiamminghi; onde ammirando quel modo di fare, spese in esse tutto il danaro, che si ritrovava: e fra l’altre cose comprò trentasei pezzi di stampa in legno, in quarto di foglio, nelle quali esso Alberto aveva figurato il peccato di Adamo, la cacciata dal Paradiso, poi i fatti della vita di Gesù Cristo, fino alla venuta dello Spirito Santo: e non essendo a sua notizia, che fino a quel giorno, alcuno in Italia avesse messo mano a simil modo di lavorare, cominciò a contraffare quegli intagli in rame d'intaglio grosso, che Alberto aveva fatto in legno, imitando la maniera, [p. 188] il modo del tratteggiare, ed ogni altra cosa, talmenteché le stampe del Raimondi, cavate dai soprannominati trentasei pezzi, erano universalmente comperate per le stampe d’Alberto, atteso massimamente l’aver egli fatta la propria cifra usata da Alberto; si sparsero queste stampe in breve tempo per l’Italia, e anche ne capitarono in Fiandra alle mani dello stesso Alberto Duro, che preso da gran disgusto, se ne venne apposta a Venezia, e colla Signoria fece di ciò gran doglianza: e ne riportò un ordine, che per l’avvenire il Raimondi nelle sue stampe non iscrivesse più il nome di lui, come nelle notizie della vita dello stesso Alberto abbiamo raccontato. Dopo tutto ciò il Raimondi se ne andò a Roma, dove diede i primi saggi del valor suo nell’intaglio di una Lucrezia: opera di Raffaello, che fu cagione, che lo stesso Raffaello gli facesse intagliare alcuni suoi disegni, che sono il Giudizio di Paride col Carro del Sole e delle Ninfe, la Strage degl’Innocenti, il Nettuno, il Ratto di Elena, e la Morte di Santa Felicita co’ figliuoli, che fu di grand’utile al Raimondi; perché da indi innanzi cominciarono le sue carte, per miglior disegno, che avevano in sé, di quello che si fosse nelle carte di Fiandra, ad esser molto richieste: e fecevi gran guadagno. Pose poi mano ad intagliare altre opere dello stesso Raffaello, fatte in pittura, per cartoni di tappezzerie e disegni, ponendo in esse la cifra R S, che significa Raffaello Sanzio, e un M pel proprio nome: e di queste fece moltissime, che per esser state da altri descritte, non ne farò menzione. Molti si accomodarono con esso ad imparar quell’arti, e fra essi Marco da Ravenna, che usò poi cifrare i suoi intagli coll’ R S, segno di Raffaello, e qualche volta ancora con M R, segno proprio: e un tale Agostino Veneziano, che la cifrò con l’A V, e questi pure intagliarono molte cose dello stesso Sanzio, dimanieraché, quasi nessuna opera rimase di mano di lui, che questi non intagliassero: come anche molte, fatte da Giulio Romano, di lui discepolo, il quale però fu così modesto e riverente verso il maestro suo, che mentre, ch’ei visse, non mai permesse, che fosse dato alle stampe alcuna opera propria; acciocché non credesse il mondo, che egli volesse in tal modo pigliar competenza con un uomo così impareggiabile e suo caro maestro: fatto in vero degno di tanta lode; quanto fu degno di eterna infamia, quello dell’avere non pure lo stesso Giulio fatto intagliare alcune oscene pitture, tratte da’ libri di Elefantide, menzionati nella Priapea; ma anco il nostro Marcantonio Raimondi d’aver intagliato, in venti fogli, altrettante delle più oscene rappresentazioni, che concepir potesse la fantasia di qualsifosse malcostumata persona: ed a ciascuna di queste medesime carte, per compimento dell’opera, avere aggiunto Pietro Aretino uno sporchissimo Sonetto, e tale appunto, quale in materia simigliante, la fracida lingua di un uomo di quel taglio, seppe e potè fare. Cosa, che alla Santità del Papa, che era allora Clemente VII. cagionò infinito disgusto; e si studiò al possibile di toglier via quel gravissimo scandalo, col sopprimere quelle infami carte, delle quali buona quantità si ritrovò in luoghi da non poterlo immaginare, e che io taccio per lo megliore. Dirò solo, che questo, a guisa di ogni altro mortifero veleno, non prima era stato per mano di quei malvagj sparso pel corpo Cristiano, [p. 189] che egli si era portato ad occupar le parti del cuore: e quelle carte poi, che non si potettero avere, furono da quella Santità proibite sotto gravissime pene. Intanto fatto far prigione Marc’Antonio, fu per capitarne male: e molto vi volle, affine di poterlo sottrarre dallo sdegno di quel Pontefice. A Giulio però non intervenne simil disgrazia, per essersi già, per sua buona sorte, partito di Roma alla volta di Mantova. Sbrigatosi finalmente il Raimondi da quell’infortunio, diede fine per Baccio Bandinelli ad una bellissima carta di suo disegno, ove Baccio aveva figurato il martirio di San Lorenzo, con gran copia d’ignudi, che riuscì opera lodatissima; ma il cielo, che ancora teneva preparata per esso una parte di quel gastigo, che all’artefice era riuscito il fuggire fra gli uomini, fece sì, che occorrendo il Sacco di Roma, il Raimondi, perso ogni suo arnese e suppellettile, divenuto quasi mendico: e di più convennegli pagare agli Spagnuoli una gran taglia, per toglier la propria persona dalle mani loro: e partitosi di Roma, non mai più vi tornò, consumando il restante del viver suo, che fu brevissimo, nella città di Bologna, dove anche non ebbe tempo di molto più operare. Il ritratto di questo artefice fu fatto per mano del gran Raffaello da Urbino nel Palazzo Papale, per un giovane palafreniere, fra quelli, che portano Giulio II in quella parte, dove Enea Sacerdote fa orazione. Il Malvagia, nel suo Libro de’ Pittori Bolognesi, confessando di non avere del Raimondi più notizia di quella che ne lasciò il Vasari, copiò a verbo a verbo quanto ei ne scrisse: ed inoltre distese un diligente catalogo, quasi di tutti gl’intagli, che uscirono dalla dotta mano di questo grande artefice; onde a me non fa mestieri altro dirne. Soggiugne anche lo stesso scrittore, esser tradizione in Bologna, che il Raimondi finalmente morisse ucciso, per mano di un Cavaliere Romano, a cagione di avere contro il patto fermato, intagliato di nuovo, per sé, la stampa degl’Innocenti, la quale egli pure prima aveva intagliata per lui. Fu Marco Antonio nel suo tempo nominatissimo, non pure per la gran pratica, ch’egli ebbe del bulino; ma eziandio per la chiarezza della fama, che fecer dappertutto correr di lui le opere singolarissime del gran Raffaello, che egli ebbe in sorte d’intagliare. Ebbe moglie, la quale pure (ciò che in quel sesso non così frequentemente è accaduto) ebbe ancor ella, nell’operar d’intaglio, non poca rinomanza.

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GIULIO RAIBOLINI
BOLOGNESE PITTORE

Discepolo di Francesco Francia, fioriva circa il 1500.

Fra’ maestri, che uscirono dalla scuola del Francia Bolognese, uno fu Giulio suo cugino, che fu figliuolo di un tale Andrea Raibolini. Di questo artefice, che fu orefice e pittore, si vede nella Chiesa di Santa Margherita di Bologna, una tavola, dov’è la Santa, con San Girolamo e San Francesco; e dicesi fossero di sua mano alcuni Santi, che già si vedevano dipinti in certe colonne della Chiesa di San Giovanni in Monte.

JACOB CORNELISZ
PITTORE DI OOSTSANEN

IN WATERLANDT IN OLANDA

Fioriva nel 1510.

Si gloria la città d’Amsterdam di avere avuto fino nel principio del passato secolo, un cittadino, che nell’arte della pittura giunse a non ordinario segno. Questi fu Jacob Cornelisz, il quale nacque in un Borgo, ovvero Villaggio, detto OostSanen, di umili parenti, ma dotato dalla Natura di un tale ingegno, e di tanta inclinazione alle buone arti, che poi fatto grande, essendosi in esse molto segnalato, meritò d’essere ammesso alla cittadinanza di essa città di Amsterdam. Non è noto il tempo appunto del natale di costui; ma ben si sa, che egli l’anno 1512 fu il secondo maestro nel dipignere di Tanscoort; e che in questo tempo egli era già chiaro pittore, e aveva una figliuola di dodici anni circa; né tampoco si è potuto investigare da chi egli imparasse a dipignere, né come dallo stato di contadino, o poco più, egli potesse aprirsi la strada ad apprendere una sì bell’arte. Era di sua mano nella Chiesa vecchia di Amsterdam, un Cristo deposto di Croce, fatto con grande artifizio, dove si scorgeva una S. Maria Maddalena inginocchioni, con un panno steso in terra, fatto dal naturale, molto bello. Nella medesima [p. 191] aveva rappresentate le sette opere di Misericordia; ma tutte queste belle opere, nella distruzione che fecero gli Eretici di quasi tutte le Sacre immagini, si perse; e solo si vedevano l’anno 1604 alcune poche reliquie della nominata tavola in Haarlem, in casa di Cornelis Scuscker all’insegna delle sette stelle: e vi era anche un quadro, che fu allora stimatissimo, in cui era rappresentata la Circoncisione del Signore, molto pulitamente finito, che fu fatto l’anno 1517. Similmente era un altro quadro di sua mano in Alckmoer, in casa una vedova de Sonneveldt della stirpe di Nycborgh, di una Deposizione di croce, dove si vedevano le Marie stare attorno al corpo del morto Cristo, in atto dolente. Erano in esso bellissimi ritratti, con figure ignude e vestite, molto ben disposte e ordinate, con non ordinaria espressione di affetti: il paese era stato lavorato da un suo discepolo, chiamato Joan Scorel; e in un luogo vicino a Dam era una tavola da Altare, dov’egli aveva figurata la Crocifissione del Signore, quando i Giudei gli stirano le braccia sopra la Croce. Ebbe questo artefice un fratello, chiamato Buys, che fu pittore buono; e un figliuolo, che pure anch’esso fu pittore, e si chiamò Dierick Jacobsz. Di mano di questi erano in Amsterdam, e forse sono fino al presente, in un luogo di una Compagnia, detta de Doclem, diversi ritratti fatti al naturale, e fra gli altri uno ve n’era con una mano così bella e di sì gran rilievo, che in quel tempo e in quel luogo si mostrava per unica maraviglia dell’arte, a cagione di che un tale Jacob Boevaert offerse gran danari per aver solamente quella mano. Morì Dierick Jacobsz l'’anno 1567 di età di settanta anni, e Jacob suo padre ancora esso in grave età. Fu questo pittore osservantissimo del naturale, e non faceva mai alcun panno, che e’ non avesse davanti il vero. Si son vedute di suo intaglio alcune stampe in legno. Tali sono i nove pezzi della Passione, in figura tonda, assai ben maneggiati e copiosi d’invenzioni; e un’altra Passione in legno, in figura quadrata; altri nove pezzi di stampe pure in legno, fatti con delicatezza e bizzarria insieme, dove sono nove uomini a cavallo, che rappresentano i nove ottimati.

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BARENT
PITTORE DI BRUSELLES

Fioriva nel 1510.

Merita, che si faccia memoria fra gli uomini illustri nella pittura l’artificiosissimo Pittore Bernardo di Bruselles, che fu ingegnoso maestro, così a olio, come a guazzo, e nel disegno assai sicuro. Fu provvisionato da Margherita, che nel suo tempo governava la Fiandra, e fu Pittore di Carlo V. Dipinse in Anversa, per la cappella de’ Limosinieri, una tavola del Giudizio, che prima la fece indorar tutta, affinché le pitture riuscissero più belle e più durabili; invenzione che dagli Oltremontani è stimata utilissima, massimamente dove deve esser rappresentata aria e cielo, perché dà loro una certa lucidezza e trasparenza, secondo ciò che essi dicono. A Bruselles nella Chiesa di San Godlen, e in altre parti erano sue opere l’anno 1604. A Mechelen, città di Brabanza, fra Bruselles e Anversa, fece la tavola dell’Altare de’ Pittori, dove si vedeva Santo Luca, in atto di dipigner la Madonna Santissima, quadro molto artificioso; gli sportelli del quale, dipoi dipinse Michiel Coexi. Per Madama Margherita sua Padrona, per lo ‘mperador Carlo V ed altri gran personaggi, fece molti cartoni per tappezzerie, con una maniera molto franca, dei quali ebbe gran compensa. Per lo stesso Imperatore dipinse diversi paesi selvaggi, e vedute al naturale, di luoghi vicini a Bruselles, dov’egli aveva fatto le sue più famose cacce, ne’ quali ritrasse esso medesimo Imperatore e molti altri Principi e Principesse. Poco tempo avanti il 1600, furono sedici pezzi di suoi cartoni portati in Olanda al Conte Maurizio, nella città di Aja, in ciascheduno de’ quali vedevasi un uomo e una donna a cavallo, grandi quanto il naturale, ritratti da persone della casa e famiglia di Nassau: i quali cartoni il Conte gli fece ricopiare a olio da Gio. Giordano d’Anversa, buon pittore, che allora abitava nella vicina città di Delft. Erano questi stati lavorati da Bernardo l’anno 1510, come in essi appariva scritto, da che si ha la notizia del tempo, in cui fioriva questo artefice; sebbene nota il Vanmander, che egli dipoi vivesse gran tempo.

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NICCOLÒ SOGGI
PITTORE FIORENTINO
DETTO SANSOVINO

Discepolo di Pietro Perugino, fioriva circa il 1515.

Ajutò costui il suo maestro in molte cose; poi incominciò ad operar da per sé, ed ebbe per costume, per condurre le sue pitture, far molti modelli di cera, e quelli vestire di cartapecora bagnata, per disegnare i panni; onde si formò una maniera molto secca, e quella tenne poi sempre. Dipinse in Firenze per le Donne dello Spedale di Bonifazio Lupi, nella banda dietro all’Altare, una Vergine Annunziata, con alcune prospettive, nelle quali, come anche nel far ritratti, riuscì ragionevol maestro. Andossene poi a Roma, dove fece molte opere pel Cardinale di Monte, col quale venuto in Arezzo, dipinse una Cappella de’ Ricciardi nella Madonna delle Lagrime, e altre moltissime opere fece per essa città e suo contado. A questo artefice quanto mancò di singolarità nell’arte, tanto abbondò la stima di sé stesso; onde essendo venuta volontà a Baldo Magni, della Terra, oggi Città di Prato in Toscana, di far fare nella Madonna delle Carceri una bella tavola, in luogo, dov’egli aveva fatto un ricco ornamento di marmi, col valersi dell’opera d’Andrea del Sarto, famosissimo Pittor Fiorentino, esso Niccolò seppe così bene arzigogolare con gli amici del Magni, che non più ad Andrea del Sarto, ma a lui medesimo fu dato il lavoro. Andrea intanto, per l’intenzione avuta di dover fare tal’ opera, si portò a Prato; e sentita quella novità, abboccossi con Baldo e con Niccolò, il quale non dubitò punto di dire ad Andrea, che avrebbe con lui giocati gran danari, a chi meglio l’opera fatta avesse; al che Andrea, tuttoché timidissimo fosse e pusillanimo, rispose, che non con esso, ma con un suo poco meglio, che pestava colori, voleva, che egli si cimentasse al giuoco, obbligandosi però egli a dar fuora il danaro per la scommessa. E voltatosi al Magni, gli disse: Bene avete voi fatto a dare a far quest’opera al Soggi: ed io vi accerto, che la condurrà in tal modo, che a niuno di quei, che sogliono venire al Mercato, dispiacerà; intendendo di que’ Villani, che in occasione di certa Fiera, a quella Terra conducono a vendere i loro somari. E ciò detto, voltò le spalle a coloro, e a Firenze se ne tornò.

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GAUDENZIO
PITTORE MILANESE

Discepolo di Pietro Perugino, fioriva nel 1510.

Fra’ più eccellenti discepoli, che uscissero dalla scuola di Pietro Perugino, maestro del divin Raffaello, fu senza alcun dubbio Gaudenzio Ferrari, nato in Valdugia, il quale, oltre all’eccellenza della Pittura, fu ottimo Plasticatore, Architetto, Ottico, Filosofo naturale, e Poeta. Suonò eccellentemente di liuto e di lira; e per quello che all’arte del disegno appartiene, ebbe fra gli altri, molti doni dal cielo, di esprimere mirabilmente la maestà delle cose Divine de’ Misterj della Fede nostra; onde moltissime opere gli furono date a fare. In Milano, nella Chiesa della Madonna di San Celso, dipinse la tavola di San Giovanni, che battezza nostro Signore. Nell’antichissima Chiesa di San Giorgio a Palazzo, eretta in luogo, che già fu destinato all’adorazione del falso Dio Mercurio, vedesi una bella tavola di San Girolamo, in atto di penitenza. Colorì, a concorrenza di Tiziano, la maravigliosa tavola, che per antonomasia si chiama il Paolo di Gaudenzio, che fu posta nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che del 1414 dal Duca Francesco Sforza fu eretta ed assegnata all’Ordine de’ Predicatori, in ossequio di un’antichissima immagine di Maria Vergine, che in una piccolissima Chiesetta, che era allora, siccome è ancora ne’ presenti tempi, con gran concorso di popolo venerata. In Sant’Angelo è di sua mano la tavola del martirio di Santa Caterina; e nella Pace, luogo già de’ Frati del Beato Amadeo Portughese, che del 1460 ne fu Fondatore, dipoi annessi all’Osservanza di San Francesco, colorì la tavola della Natività di Maria Vergine, la quale in processo di tempo, venendo, per la mala qualità del sito, in pericolo di guastarsi, fu fatta copiare, e posta in suo luogo la copia, fu portato l’originale nella Sagrestia, dove al presente si conserva. Molte altre opere, e bellissime, veggonsi di sua mano per quello stato. A Vercelli, dove operò molto a olio e a fresco, in San Cristofano, nella Chiesa di S. Caterina, e in Piazza, alcune storie di Santo Rocco, nelle quali, fra l’altre belle qualità, si ammira una singolarissima facilità e grandezza. Dicesi, che Gaudenzio si trovasse in Roma ne’ tempi di Leone X e che dipingesse alcune storie seguite a quelle di Raffaello, che fece fare lo stesso Pontefice dopo quelle di Giulio Romano, che dipinse le storie del giudizio di Salomone; e che esso Gaudenzio le facesse con disegni di Raffaello, e con ajuto de’ suoi ritocchi. L’ultima opera, che si dice uscisse dalla sua mano, fu un Cenacolo per la Chiesa de’ Frati della Passione, in Milano; e le storie della Crocifissione di Cristo, a Varallo, stimate le più eccellenti, che desse al mondo il suo pennello. È Gaudenzio [p. 195] lodato molto tra’ professori, universalmente in ogni facoltà dell’arte, ma in particolare in ciò che nell’espressione degli affetti devoti, e nella franchezza e pratica nell’operare appartiene: ed oltre a ciò per essere stato mirabile nel panneggiare, e nell’imitazione del naturale, e disposizione de’ lumi.

PELLEGRINO DA MODANA
PITTORE

Nato ... morto 1523.

Si esercitò Pellegrino fino da’ suoi primi anni nella sua patria nell’arte della pittura; ma poi, desiderando di apprendere l’ottimo modo di operare, portossi a Roma, dove fu ricevuto dal gran Raffaello fra quelli della sua scuola; onde avvenne, che in breve tempo egli diventò buon maestro; tantoché dovendo lo stesso Raffaello, ad istanza di Papa Leon X, dipignere le Logge, tennelo insieme con altri giovani in suo ajuto. Con tale occasione fece il giovane così buona riuscita, che poi dallo stesso Raffaello fu adoperato in altri suoi lavori; e molto ancora dipinse da per sé con gran lode degli intendenti nella medesima città di Roma, sforzandosi sempre d’imitar la maniera del suo maestro. È di sua mano in S. Jacopo degli Spagnoli, la Cappella, che vi fece fare il Cardinale Alborense, con istorie a fresco della Vita del Santo; e in Sant’Eustachio, all’entrare in Chiesa, fece tre figure a fresco, e la tavola ancora. Seguita la morte del suo caro maestro Raffaello, fece ritorno a Modana sua patria, dove dipinse una tavola a olio per la Confraternità de’ Battuti, in cui rappresentò il Battesimo di Cristo; e nella Chiesa de’ Servi dipinse un’altra tavola a olio di S. Cosimo e S. Damiano, con altre figure. Dicesi ancora esser di sua mano quella Natività, che si vede all’Altar maggiore di San Paolo; e la tavola dell’Epifania, che è in San Francesco. Fu la fine di quest’uomo molto miserabile, ed occorse in sì fatta maniera. Essendo un giorno il suo figliuolo venuto a parole con altri giovani Modanesi, e dopo le parole all’armi; il giovane, che era molto coraggioso, ammazzò uno di essi; ciò fu non molto lontano dal luogo, ove si trovava l’infelice Pellegrino, il quale subito corse al rumore, procurando di condur via il figliuolo per occultarlo alla Giustizia; e mentre l’uno e l’altro si affrettavano di portarsi in luogo sicuro, sopravvennero alcuni parenti del morto. Ciò veduto il giovane uccisore subito si mise in fuga, non credendo, che dovessero i suoi nemici incrudelir contro del padre, che niuna parte aveva avuta nella rissa; ma andò la cosa al contrario, perché perduta che ebbero gl’infuriati [p. 196] parenti del defunto ogni speranza di giungere il giovane, si rivoltarono al padre, il quale trafissero con tante ferite, che di fatto ne cadde morto a’ loro piedi: e ciò seguì a’ 27 di Dicembre dell’anno 1523. Questa morte grandemente dolse a tutti gli amatori dell’arte, non tanto per le circostanze del caso, quanto per la perdita, che fece il mondo di un tal’ uomo; la qual perdita ha poi non poco accresciuta il tempo, a cagione di aver distrutte molte dell’opere di lui, ed altre ancora così maltrattate, che poche ormai se ne possono godere di sua mano.

DOMENICO BECCAFUMI
DETTO MECHERINO
PITTORE E GETTATORE DI METALLI

SANESE

Della scuola di Raffaello, nato 1484, morto 1549.

Domenico Beccafumi, che di un povero Pastorello di vilissimi animali, divenne, per sua sopravvenente virtù, uomo stimatissimo: e fu, oltre ogni credere, da ogni persona del suo tempo riverito, merita a titolo d’ogni giustizia, la lode di essere stato uno de’ più singolari ingegni nelle nostre arti, che la sua patria Siena partorisse giammai. Ebbe questi nella medesima suoi principj da Pittore di ordinarissimo sapere; ma portato dal genio e dal buon gusto a desiderare avanzamenti maggiori, subitoché intese essersi scoperte in Roma le opere mirabili del gran Michelagnolo e del gran Raffaello, colà si portò, e diedesi allo studio delle medesime, ne’ tempi stessi, che Raffaello operava. Noi sappiamo, che questo eccellentissimo maestro de’ maestri, non solamente tenne nella sua scuola, per imparare l’arte del dipignere, grandissimo numero di giovani, ma eziandio fu maestro di quanti mai studiarono le opere sue; conciossiacosaché, conoscendo questi il suo benigno naturale, e l’amorevole genio ch’egli aveva di giovare a tutti, accostavano si a lui alla sicura, e riportavanne subito ogni desiderato indirizzo, e gli ultimi precetti eziandio dell’arte medesima: e sappiamo altresì, che Domenico si tenne alla sua maniera, che noi non possiamo punto dubitare, ch’egli non fosse della sua scuola, non ostante il non essere fin qui venuto a nostra notizia, che da alcuno sia stata lasciata scritta tale particolarità. Stettesi dunque questo artefice nella città di Roma per lo [p. 197] spazio di due anni, ne’ quali, per dar saggio di suo profitto, dipinse a fresco una facciata in Borgo, con un’arme colorita, di Papa Giulio II. Avendo poi sentito, come il Soddoma, che di fresco era stato condotto a Siena sua patria, spandeva di suo valore rinomanza non ordinaria, volle farvi ancor esso ritorno: e per desiderio di concorrere con lui nella lode di buon disegnatore, si messe di nuovo a far grandi studj, ma però sopra il vivo e sopra la Notomia, onde presto venne in grande stima appresso i suoi cittadini, ajutato in ciò dall’ottima sua natura, e dalla gentilezza de’ suoi costumi, che posti a confronto di quelli dell’altro maestro, erano in tutto e per tutto diversi: e così incominciò ad avere molte occasioni di operare, intanto che al Soddoma fu giuocoforza il partirsi da quella città, come a suo luogo diremo. Io non voglio qui allungarmi molto in raccontare le molte pitture, che vi fece questo artefice, perché dal Vasari sono state scritte con gran puntualità; ma solamente ne accennerò alcune delle più principali, e queste bastano per dare a questo eccellente uomo tanta cognizione, che serva al mio assunto, riserbando il tempo e la fatica, per iscrivere a lungo di coloro, de’ quali altri non ha scritto. Una delle prime opere, che costui condusse, fu la facciata della casa de’ Borghesi dalla Colonna della Postierla vicina al Duomo: e questa a concorrenza di un’altra, che il Soddoma aveva colorito della casa di Messer’ Agostin Bardi, e l’una e l’altra fu fatta l’anno 1512. Furongli poi date a fare molte tavole, una per la Chiesa di San Benedetto, fuori della Porta a Tufi, la quale condusse con bizzarria e facilità. Fece per la Chiesa di San Martino una tavola della Natività del Signore; per quella del Carmine il San Michele Arcangiolo, postovi in luogo d’altro quadro, dove egli si era affaticato di rappresentare, con vaga e capricciosa invenzione, la caduta di Lucifero, opera, che alla sua morte rimase imperfetta. Alle Monache di Ognissanti fu data una sua tavola della Incoronazione di Maria Vergine. Per la Compagnia di San Bernardino, in sulla Piazza di San Francesco, dipinse a tempera una tavola di Maria Vergine con più Santi; e due storie a fresco della Vita dell’istessa Vergine nostra Signora. Una tavola a olio colorì per le Monache di San Paolo, presso a San Marco, dove figurò la Natività dell’istessa Vergine. Una piccola tavola fece pel Tribunale della Mercanzia, ed altre molte per altri luoghi, che lungo sarebbe il raccontare. Fece le tanto rinomate pitture a fresco in casa di Agostino Ghigi, nobile cittadino di quella città, con istorie de’ fatti de’ Romani antichi. Messe poi mano a tirare avanti il bellissimo pavimento del Duomo, che da Duccio Senese, già tanti anni avanti era stato incominciato: e dove tale artefice era stato preso un modo di disegnar le figure in sul marmo, incavando i dintorni, e quegli riempiendo con nera mestura, con ornamenti di marmo colorato attorno, siccome i campi delle figure; Domenico ne migliorò molto l’invenzione, pigliando marmi bigi, acciò facessero mezza tinta fra’l chiaro e lo scuro, talché pajono dipinte a chiaroscuro: ed io crederei far gran torto all’opere stesse, se io mi mettessi a lodarle in questo luogo, per esser’ elleno, per consenso universale di tutti gli artefici non meno per la novità che pel disegno, stimate delle più belle e [p. 198] leggiadre invenzioni, che possano mai desiderarsi in quel genere. I cartoni di questa grand’opera, di propria mano di Mecherino, vennero a’ dì nostri in potere di Pandolfo Spannocchi, nobile Sanese, che gli va conservando come preziose gioje, e tali sono veramente. Fu Domenico chiamato a Genova dal Principe d’Oria, pel quale molte cose dipinse. Viaggiando poi di ritorno alla patria, fu fermato in Pisa da Sebastiano della Seta, Operajo del Duomo: e gli fu necessario l’impegnarsi a fare due quadri per la Nicchia: e fatti ch’egli ebbe in Siena, furono colà mandati e posti al loro luogo: ed ebbero tanto applauso, che poco dopo appresso furongli dati a fare gli altri quadri e tavole, che tuttavia veggiamo in quella Chiesa. Moltissime furono ancora le pitture, che egli condusse per particolari cittadini: ed invero, se questo artefice, nella vaghezza dell’aria delle teste, avesse agguagliato il Soddoma, che in questo gli fu alquanto superiore, poco di più avrebbe potuto la sua patria desiderare da’ suoi pennelli. Si dilettò Mecherino, oltremodo, del rilievo: ed in ultimo si era tanto invaghito del getto di metallo, che lavorando giorno e notte da per sé stesso, senz’ajuto d’alcuno che gli rinettasse le figure, tanto s’indebolì la complessione, che giunto all’età di sessantacinque anni, sopraggiunto da infermità, alla quale non poterono resistere le già abbattute sue forze, divenne preda della morte; e ciò seguì il 18 Maggio del 1549, ed ebbe il suo corpo sepoltura, fra le doglianze degli amici e de’ professori dell’arte, i quali con solenne pompa l’accompagnarono, nella Chiesa del Duomo, la quale egli aveva con sua virtù cotanto abbellita. Lasciò alcuni allievi, fra’ quali fu Giovanni da Siena, detto il Giannella, che operò in pittura; poi datosi all’Architettura, molto in quella si approfittò. Fu anche suo discepolo Giorgio da Siena, che vi dipinse la Loggia de’ Mandoli, ed anche operò in Roma, seguendo però la maniera di Giovanni da Udine.

PITTORI CREMONESI

CHE FIORIRONO IN QUESTI TEMPI.

Cremona, antica e nobile città della Gallia Cisalpina, siccome ha partorito in diversi tempi uomini di grand’eccellenza, in armi e in lettere, così non ha anche lasciato di rendersi cospicua, mediante il valore de’ suoi cittadini, stati professori delle nostre arti. E per incominciare da coloro che risplenderono fra i primi, verso il principio del passato secolo, uno fu GALEAZZO RIVELLO, detto della BARBA, il quale operò di antica maniera, ed ebbe un figliuolo chiamato CRISTOFANO, soprannominato il MORETTO, il quale dipinse d’una maniera fresca, morbida, in sul gusto Veneto; e di mano di questo vedesi nel Duomo di Cremona [p. 199] una storia a fresco della Flagellazione del Signore, ed un Ecce Homo bellissimo, con invenzioni di berrette, pennacchj, abiti trinciati e simili, state usate da Giorgione e Tiziano, le quali tutte cose fanno testimonianza del suo valore.

ALTOBELLO MILONE, ebbe un modo di dipignere di forza, con buono e morbido colorito, benché si tenesse alquanto verso il modo di fare antico. Dipinse nel Duomo di Cremona i quadroni sopra gli archi nella nave di mezzo, con alcune delle prime storie della Vita di Maria Vergine. Nella Chiesa di San Bartolommeo de’ Carmelitani, colorì la storia de’ due Discepoli, che vanno in Emaus; ed in quella delle Monache di Cestello, la tavola dell’Altar maggiore. Il Vasari in alcune poche righe, che egli scrisse intorno a’ Pittori Cremonesi, dice, che quando Boccaccino Boccacci vi dipigneva la nicchia del Duomo, Altobello fece molte storie a fresco della Vita di Gesù Cristo, con assai più disegno di quelle del Boccacci, dopo le quali dipinse in Sant’Agostino una Cappella a fresco di una assai buona maniera; e che in Corte Vecchia di Milano, colorì una figura in piedi, armata all’antica, che ebbe il vanto della più bella pittura, che in que’ tempi vi facessero altri professori. Di mano di questo artefice veggonsi più disegni negli altre volte nominati libri del Serenissimo Granduca.

BONIFAZIO e FRANCESCO BEMBI, seguitarono la maniera d’Altobello, ma con alquanto maggiore risoluzione. Dipinsero ancora essi a fresco nel Duomo di Cremona, sopra gli archi, storie della Vita di Maria Vergine. Dicesi, che fosse di propria mano di Francesco la tavola, che fu posta nel Coro della Chiesa di Santa Maria, dov'è rappresentata la Natività di Nostro Signore Gesù Cristo; ed è fama, che l’Altezza Serenissima del Duca di Modana, non è gran tempo, procurasse di averla anche a gran costo. Nella Chiesa di Sant’Angelo, pure è di mano di Francesco la tavola di Maria Vergine, co’ Santi Cosimo e Damiano.

BOCCACCINO BOCCACCI, dipinse di quella maniera, che noi chiamiamo antica moderna, cioè in sul fare di Pietro Perugino, e di altri maestri di quei suoi primi tempi, come Gio. Bellino e simili. Sono sue opere in Cremona, Milano e Roma. Nella Chiesa della Madonna di Campagna è una tavola di mano di costui, co’ portelli esteriormente dipinti da Anton Campi; e benché tenga dell’antica maniera, non lascia però di far conoscere la buona intelligenza dell’artefice. Nel Duomo di Cremona, sopra gli archi di mezzo, sono sue storie della Vita di Maria Vergine.

Il Vasari, appresso alla vita di Lorenzo di Credi, dice di lui alcune poche cose, che io stimo bene di notare in questo luogo parola a parola, parendomi, che contengano materia curiosa, che servir possa anche al morale. Dice egli adunque così. Avendosi Boccaccino Cremonese, il quale fu quasi ne’ medesimi tempi, nella sua patria e per tutta Lombardia acquistata fama di raro ed eccellente Pittore, erano sommamente lodate l’opere sue; [p. 200] quando egli andossene a Roma, per vedere l’opere di Michelagnolo, tanto celebrate. Non l’ebbe sì tosto vedute, che quanto poté il più, cercò d’avvilirle e abbatterle, parendogli quasi tanto inalzare se stesso, quanto biasimava un huomo veramente nelle cose del disegno, anzi in tutte generalmente eccellentissimo. A costui dunque essendo allogata la Cappella di Santa Maria Traspontina, poiché l’ebbe finita di dipignere e scoperta, chiarì tutti coloro, i quali pensando che dovesse passare il cielo, non lo viddero pur’ aggiugnere al palco degl’ultimi solari delle case; perciocché veggendo i Pittori di Roma la Incoronazione di nostra Donna, che egli aveva fatto in quell’opera, con alcuni fanciulli volanti, cambiarono la maraviglia in riso. E da questo si può conoscere, che quando i popoli cominciano ad innalzar col grido alcuni più eccellenti nel nome, che ne’ fatti, è difficile cosa potere, ancorché a ragione, abbattergli colle parole, insino a che l’opere istesse, contrarie in tutto a quella credenza, non discuoprono quello, che coloro tanto celebrati, sono veramente. Ed è questo certissimo, che il maggior danno, che agl’altri uomini facciano gli uomini, sono le lodi, che si danno troppo presto agl’ingegni, che s’affaticano nell’operare. Perché facendo cotali lodi coloro gonfiare acerbi, non gli lasciano andare più avanti; e coloro tanto lodati, quando non riescono l’opere di quella bontà che si aspettano, accorandosi di quel biasimo, si disperano al tutto di poter mai più bene operare. Laonde coloro, che savj sono, devono assai più temere le lodi, che il biasimo; perché quelle adulando, ingannano; e questo, scoprendo il vero, insegna. Partendosi dunque Boccaccino di Roma, per sentirsi da tutte le parti trafitto e lacero, se ne tornò a Cremona: e quivi, il meglio che seppe e poté, continuò d’esercitar la pittura; e dipinse nel Duomo, sopra gl’archi di mezzo, tutte le storie della Madonna, la quale opera è molto stimata in quella città. Fece anche altre opere e per la città e fuori, delle quali non accade far menzione. Insegnò costui l’arte a un suo figliuolo, chiamato Cammillo, il quale attendendo con più studio all’arte, s’ingegnò di rimediare dove aveva mancato la vanagloria di Boccaccino. Fin qui il Vasari. Seguì la morte di questo artefice, come lo stesso Vasari afferma, nella sua età d’anni 58.

Di GIACOMO PAMPURINO, fa menzione Antonio Campi nella sua Cronaca. Tenne questi una maniera stentata, onde non fa di mestieri a noi l’estenderci in più parlarne. Ha dipoi quella città dati alle nostr’arti altri uomini di valore, de’ quali nel proseguimento di quest’opera, daremo assai diffusa notizia.

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ANDREA DEL SARTO

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Pier di Cosimo, nato 1478, morto 1530.

Siccome bene spesso suole avvenire, che gli uomini dotati dalla Natura di grand’animo, tuttoché mediocremente instruiti ne’ lor mestieri, ponendosi a far gran cose, in esse talmente si portino, che in fine ne traggano alcuna lode; così all’incontro s’osserverà, che quelli, che tal dono non posseggono, quantunque di chiaro intelletto e di profondo giudizio siano, con aggiunta di grandi studj, con cui possono operar miracoli nell’arte loro; contuttociò con una certa falsa umiltà sempre di sé medesimi troppo diffidando, con non poco danno del mondo e di sé stessi, lasciano di mettersi a que’ cimenti, ne’ quali potrebbono, senz’alcun fallo, pervenire a gradi di pregio impareggiabile. Tale appunto fu, a mio parere, il per altro non mai abbastanza celebrato Andrea del Sarto, gloria de’ pennelli Fiorentini: il quale contentandosi di essere arrivato al non plus ultra in tutto quello, che e’ volle fare nell’esercizio dell’arte della pittura, a cagione di quanto io dissi, lasciò di fare, in benefizio ed esaltazione di sé stesso, quel molto e molto più che far poteva. Nacque dunque Andrea in Firenze, di padre sarto di professione, donde poi trasse egli il cognome d’Andrea del Sarto; quantunque il suo vero casato fosse de’ Vannucchi. Fin dalla fanciullezza diede molti segni di genio straordinario alla pittura; onde avendolo a tal cagione il padre accomodato con GiovamBarile, che essendo Pittor grossolano, poco gli poté insegnare; lo mise a stare con Piero di Cosimo, che in quel tempo teneva luogo in Firenze tra’ migliori pittori. Diedesi Andrea a studiare con mirabile assiduità nella scuola di tal maestro, e in tutti i tempi che gli avanzavano, e ne’ giorni festivi, andavasene nella Sala del Papa (a) a disegnare i due famosi cartoni di Michelagnolo, e di Lionardo: ne’ quali studj si mostrò sempre di gran lunga superiore a’ moltissimi giovani Fiorentini e Forestieri, che in tal luogo, per lo stesso effetto concorrevano. Il perché fattosi assai pratico e nel disegno e nella pittura, trovandosi forte infastidito da’ trattamenti di Piero suo maestro, che era uomo (come a suo luogo s’è detto) di natura stravagantissima e incontentabile affatto, deliberò unirsi col Franciabigio, giovane suo amicissimo, [p. 202] ed insieme con lui pigliare stanza, dove l’uno e l’altro potesse le proprie opere condurre con intera quiete. Le prime pitture, che fossero date a fare in pubblico ad Andrea (le quali però condusse a fine in diversi tempi, e riuscirono singolarissime) furono le dieci storie della Vita di San Giovambatista, a chiaroscuro, nella Compagnia dello Scalzo, dirimpetto all’orto del Convento di San Marco de’ Frati Predicatori: e avendovi messa mano, appena ne ebbe condotta alcuna, ch’egli montò in tanta stima e credito, che da indi in poi gli furono ordinate moltissime pitture da diversi cittadini, che io ora lascio di notare per brevità, facendo solo, com’è mio solito, menzione di alcune più conspicue. Per la Chiesa de’ Frati Eremitani, Osservanti di Sant’Agostino fuor della Porta a San Gallo, oggi, insieme col Convento, distrutta, dipinse una tavola a olio dell’Apparizione di Cristo nell’Orto alla Maddalena, e due altre tavole, cioè una con quattro figure in piedi, che sono Sant’Agostino, San Pier Martire, San Francesco, San Lorenzo, e due altre genuflesse, Santa Maria Maddalena e san Bastiano: in un’altra dipinse Maria Vergine dall’Arcangelo Gabriello Annunziata, e alcuni altri Angeli che l’accompagnano, sotto la qual tavola dipinse Jacopo da Pontormo, allora discepolo d’Andrea: una predella, in cui si portò egregiamente, e diede i primi segni, di dover riuscir dipoi quel grand’uomo, che egli riuscì. Questi tre stupendissimi quadri, nella demolizione di essa Chiesa e Convento, furono portati dentro alla città, nella Chiesa di S. Jacopo de’ medesimi Frati Eremitani, che già per più secoli si dice S. Jacopo tra’ Fossi, perché erano in quel luogo i fossi dell’antiche mura di Firenze: e trovansi oggi queste pitture, veramente maravigliose, in potere del Serenissimo di Toscana, nel Palazzo detto a’ Pitti. Opera delle mani d’Andrea sono le tanto celebrate storie a fresco nel primo cortile de’ Servi, avanti alla Chiesa della Santissima Nunziata, che gli furon date a fare, coll’occasione e nel modo, che racconta il Vasari, che per esser cosa curiosa, voglio io qui narrarla colle sue parole stesse. Dice egli dunque così. Dopo queste opere partendosi Andrea e il Francia dalla Piazza del Grano, presero nuove stanze vicino al Convento della Nunziata nella Sapienza; (a) onde avvenne, che Andrea e Jacopo Sansovino, allora giovane, il quale nel medesimo luogo lavorava di Scultura sotto Andrea Cantucci suo maestro, fecero sì grande e stretta amicizia insieme, che né giorno né notte si staccavano l’uno dall’altro: e per lo più i loro ragionamenti erano delle difficultà dell’arte; onde non è maraviglia se l’uno e l’altro sono poi stati eccellentissimi, come si dice ora d’Andrea, e come a suo luogo si dirà di Jacopo. Stando in quel tempo medesimo nel detto Convento de’ Servi, e dal banco delle candele un Frate Sagrestano, chiamato Fra Mariano dal Canto alla Macine, egli sentiva molto lodare a ognuno Andrea, e dire, ch’egli faceva maraviglioso acquisto nella pittura; perché pensò di cavarsi una voglia con non molta spesa: e così tentando Andrea (che dolce e buon’ uomo era) nelle cose dell’onore, cominciò a mostrargli, [p. 203] sotto spezie di carità, di volerlo ajutare in cosa, che gli recherebbe onore e utile, e lo farebbe conoscere per sì fatta maniera, che e’ non sarebbe mai più povero. Aveva già molti anni innanzi, nel primo cortile de’ Servi, fatto Alesso Baldovinetti, nella facciata, che fa spalle alla Nonziata, una Natività di Cristo, come si è detto di sopra. E Cosimo Rosselli dall’altra parte aveva cominciato nel medesimo cortile una storia, dove San Filippo (Benizzi) Autore di quell’Ordine de’ Servi, piglia l’abito, la quale storia non aveva Cosimo condotta a fine, per essere, mentre appunto la lavorava, venuto a morte. Il Frate dunque avendo volontà grande di seguitare il resto, pensò di fare con suo utile, che Andrea e il Francia, i quali erano di amici venuti concorrenti nell’arte, gareggiassino insieme, e ne facessino ciascun di loro una parte; il che, oltre all’essere servito benissimo, avrebbe fatto la spesa minore, e a loro le fatiche più grandi. Laonde aperto l’animo suo ad Andrea, lo persuase a pigliar quel carico, mostrandogli, che per esser quel luogo pubblico e molto frequentato, egli sarebbe, mediante tale opera, conosciuto non meno da’ forestieri, che da’ fiorentini: e che egli perciò non doveva pensare a prezzo nessuno, anzi né anco di esserne pregato, ma più tosto di pregare altrui: e che quando egli a ciò non volesse attendere, aveva il Francia, che per farsi conoscere, aveva offerto il farle, e del prezzo rimettersi in lui. Furono questi stimoli molto gagliardi a fare, che Andrea si risolvesse a pigliar quel carico, essendo egli massimamente di poco animo; ma quest’ultimo del Francia l’indusse a risolversi affatto, e ad esser d’accordo, mediante una scritta, di tutta l’opera, perché niun altro v’entrasse. Così dunque avendolo il Frate imbarcato e datoli danari, volle che per la prima cosa egli seguitasse la vita di S. Filippo, e non avesse per prezzo da lui altro che dieci ducati per ciascuna storia, dicendo che anco quelli li dava di suo, e che ciò faceva più per bene e comodo di lui, che per utile o bisogno del Convento. Fin qui il Vasari. Le prime storie, che e’ facesse, furono quelle, quando San Filippo Benizj vestì l’ignudo, ed è deriso da i giocatori, che in quell’atto sono fulminati dal cielo. Quando esso Santo libera l’indemoniata; e la resurrezione del fanciullo, nel luogo appunto, dove in mezzo ai suoi Frati giace morto lo stesso Santo; e l’altra, nella quale dipinse i Frati Serviti, in atto di porre in capo a’ piccoli fanciulli la veste del Santo, dove in persona di un vecchio, vestito di rosso, appoggiato a un bastone, ritrasse Andrea della Robbia Scultore, nipote di Luca il vecchio, e similmente Luca figliuolo di Andrea. Finite queste opere, avendo Andrea cominciato ad aprire gli occhj alla poca discretezza del Frate, determinò, non ostante l’obbligo fatto, di non voler più in quel luogo dipignere, se non gli era cresciuta la mercede: e ne ottenne promessa dal Frate; onde si contentò di fare a suo comodo e piacimento altre due storie. Intanto avanzandosi tuttavia la fama del suo nome, non era ormai personaggio, che non volesse provvedersi di sue opere: e fra le molte pel Generale de’ Vallombrosani, nel monastero di San Salvi, fuori della porta alla Croce, diede principio a dipignere il Refettorio, dove poi in capo ad alcun tempo condusse a fresco il maraviglioso Cenacolo, che è noto al mondo, per essere stato intagliato in rame, e tante volte ricopiato. Dipoi ad istanza di Baccio d’Agnolo Architetto, fece pure a fresco dallo sdrucciolo di Orsanmichele, [p. 204] che va in Mercato nuovo, una Nunziata: per moltissimi cittadini dipinse a olio innumerabili quadri, che son passati, col tempo, d’una in un’altra mano, e molti di essi sono stati comprati da Mercanti Oltramontani a prezzi grandissimi, e portati in diverse provincie. Dipoi messe mano alle due storie, che rimanevano a farsi da lui nel cortile de’ Servi. Nella prima figurò la Natività di Maria Vergine; nell’altra i Magi d’Oriente, che guidati dalla Stella, s’incamminano ad adorare il nato Cristo, il quale, dopo lo spazio di due porte, in un’altra lunetta vedesi, come si è detto di sopra, dipinto per mano d’Alesso Baldovinetti. In quest’opera, da man sinistra, son ritratti al naturale Jacopo Sansovino, Scultore eccellentissimo, in atto di guardare chi guarda la storia: a questi è appoggiato altro uomo, che con un braccio in iscorto, sta in atto di accennare: e quest’è lo stesso Andrea del Sarto: accanto a loro, cioè dietro al Sansovino, vedesi una testa in mezz’occhio, ritratto al naturale dell’Ajolle. Questi fu quel Francesco Ajolle, celebratissimo Musico, il quale, dopo aver dato alla luce alcuni bellissimi Madrigali, portatosi in Francia circa l’anno 1530 quivi menò il rimanente di sua vita in gran posto e reputazione: ed in queste due storie, non è chi dubiti, che egli non superasse di gran lunga sé stesso. Dipinse poi una tavola per le Monache di San Francesco, e altre molte. Deliberarono in que’ tempi i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti, che ad imitazione degli antichi Romani, si fabbricassero di legname alcuni gran carri, con intenzione, che se ne facesse tanti, che ogni Città e Terra dello Stato avessero il suo, per quelli condurre processionalmente la macchina di San Giovanni, in cambio di alcuni paliotti di drappo e ceri, che le Città, Terre e Castelli facevan portare in segno di tributo, passando davanti a’ Magistrati. Fecesene allora fino al numero di dieci, la maggior parte de’ quali, coloriti a chiaroscuro, Andrea dipinse di sua mano. Per l’arrivo a Firenze di Papa Leone X che seguì poi il dì 3 di Settembre 1515 egli dipinse a chiaroscuro la facciata di Santa Maria del Fiore, fattasi fare di legname, oltre ad altri sontuosissimi apparati, con architettura di Jacopo Sansovino. Colorì poi la bellissima immagine di Cristo Salvatore, che allora ebbe luogo sopra l’Altare della Santissima Nunziata. Fino a questo tempo aveva Andrea atteso ad arricchire il mondo coll’opere sue, di tesoro inestimabile; ma per esser’ egli, come si è accennato da principio, persona tanto timida e di poco animo, aveva sé medesimo tuttavia mantenuto in istato di povertà, posciaché poco o nulla si faceva pagare i suoi lavori, quando se gli porse occasione di avvantaggiarsi nel posto di gloria e di fortuna. Tale fu l’esser’ egli stato chiamato al proprio servizio dal re Francesco I. Vi andò Andrea, conducendo seco Andrea Sguazzilla suo discepolo: e avendo in quel luogo fatte opere maravigliose per quella Maestà, fu dalla medesima largamente ricompensato: e avendo il Re conosciuta, non tanto l’eccellenza de’ suoi lavori, quanto la gran pratica, ch’egli aveva nel maneggiare il pennello, e per l’ottima natura sua, che sapeva tanto bene accomodarsi ad ogni cosa, posegli tanto amore, che con doni e con promesse, fece ogni opera per fermarlo quivi al suo servizio: dove al certo sarebbe egli in breve arrivato [p. 205] a gradi ornatissimi e ricchissimo diventato, s’egli fosse stato più uomo di quel che e’ fu; perché non andò molto, che gli furon date alcune lettere, scrittegli di Firenze dalla Lucrezia del Fede sua moglie, della quale (che bellissima era oltre ogni credere) andava egli tanto perduto, con esserne ancora molto geloso, che ella lo guidava a suo talento; onde subito prese licenza dal Re, con promessa di tornare fra certo tempo, e là condurre la moglie, per poter con più quiete attendere all’opere sue. Avuta licenza dal Re, con buona somma di danaro pel viaggio, se ne tornò a Firenze, dove stato parecchi mesi spendendo, e nulla nell’arte facendo, diede fine a’ suoi danari. Lasciò passare il tempo, ordinato dal Re pel suo ritorno alla Corte, perché la donna sua, alla quale più premeva far le comari coll’amiche e colle vicine, di quel che le importasse la necessità del marito, e l’impegno preso col Re; fece tanto colle lagrime e colle preghiere, che in fine lo condusse a non uscir di Firenze, senza far conto della parola data a quel Monarca, del quale perciò cadde in tanta disgrazia, che mai più non ne volle sentir parlare: e così rimasesi Andrea nella sua solita povertà. Fece poi per Giulio Cardinale de’ Medici, per commissione di Papa Leone, una facciata della Sala grande del Poggio a Cajano, dove rappresentò i Tributi, presentati a Cesare di ogni sorte di animali. Era l’anno 1523 infausto alla nostra città di Firenze, per cagione della pestilenza, quando il nostro Andrea si portò colla donna sua a Luco di Mugello, nel Convento delle Monache Camaldolesi: e quivi per le medesime dipinse una tavola di un Cristo morto, pianto da Maria Vergine, e fecevi San Giovanni, la Maddalena e due Apostoli: e questa pittura al certo si conta fra le opere sue più maravigliose: e in tal luogo dipinse ancora altre cose. Tornato a Firenze, oltre agl’infiniti quadri, che fece (che troppo lunga cosa sarebbe il descrivere) colorì a fresco la bellissima figura di Maria Vergine, sopra la porta, che dal Chiostro grande, entra in Chiesa della Santissima Nunziata: la qual figura fu poi detta comunemente la Madonna del Sacco. Dipoi colorì la bella tavola, con quattro figure, cioè San Giovambatista, San Giovangualberto, San Michele Arcangelo, San Bernardo, con alcuni putti, pel Generale de’ Valombrosani, che fu posta a Vallombrosa, nel loro luogo, detto le Celle. Dopo tutto questo diede fine al Cenacolo di San Salvi, di che sopra parlammo, il quale, per la sua stupenda bellezza, fu l’anno 1529 dopo le rovine di tutti i Borghi della città, Monasterj, Spedali e altri edificj vicini a Firenze, anzi del Campanile, Chiesa e parte dello stesso Monastero di San Salvi, seguite l’anno 1530 per l’assedio di Firenze, fu fatto lasciare intatto, insieme con un tabernacolo, che si vede ancor’ oggi fuori della Porta a Pinti, nel quale esso Andrea, presso al Monastero ch’era quivi, detto di San Giusto alle mura, de’ Padri Ingiesuati, pure anch’esso distrutto l’anno 1530, aveva dipinta di gran maniera la Vergine con Gesù e San Giovanni, con altre teste bellissime. In ultimo, per mandare in Francia al Re, colorì l’Abramo, in atto di sacrificare il figliuolo, che poi dopo la sua morte fu comprato da Filippo Strozzi, e donato ad Alfonso Davalo Marchese del Vasto, che lo mandò in Ischia vicino a Napoli: e dicesi esser questo quel maraviglioso [p. 206] quadro, che poi trasportato in Ispagna, poi tornato a Firenze in mano de’ nostri Serenissimi, stette gran tempo nella Real Galleria dentro la stanza detta la Tribuna. L’ultimo lavoro che facesse questo grande artefice, fu il Segno della Compagnia di San Bastiano, dietro a’ Servi, dove dipinse esso Santo da mezzo il corpo in sù, figura ignuda. Per la Compagnia di S. Jacopo, detta del Nicchio, fece l’immagine del Santo, che si portava per Segno a processione. Venuto poi l’assedio a Firenze, nel qual tempo Andrea molto patì, fu sopraggiunto da malattia così precipitosa, che non trovandovi alcun rimedio, massimamente per aver’ egli poco governo, perché la moglie sua, per timor della peste, della quale in quel tempo si aveva in Firenze un ben fondato sospetto, stavagli manco attorno ch’ella potesse; in brevi giorni, quasi tra’l vedere e’l non vedere, l’anno 1530 se ne morì nella sua età di anni quarantadue. Merita questo grand’uomo lode immortale, non solo per essere stato nell’arte della pittura uno de’ più sublimi artefici, che abbia avuto il mondo; ma per la gran prestezza e facilità ch’egli ebbe nell’operare, con un gusto sì perfetto, che si può dire, col parere de’ primi maestri, che nell’infinite opere che e’ fece, non sia chi sappia trovare un errore. Fu la sua maniera graziosissima, con un colorito facile e vivace, tanto a fresco, quanto a olio: ed ebbe una maravigliosa intelligenza dello sfuggir delle figure in lontananza, de’ lumi e dell’ombre, vago nell’arie di teste: ne’ putti e ne panni poi fu singolarissimo. Poté in lui così poco l’ambizione e la stima di sé stesso, a cagione della timidezza della sua natura, che diede in eccesso contrario; onde facendo le sue pitture a prezzi vilissimi, se ne viveva patendo gl’incomodi della povertà, mentre altri le comperate di lui fatiche a gran prezzi vendendo, si faceva ricco. Fu il suo corpo sepolto nella Chiesa della Santissima Nunziata, nella sepoltura della Compagnia dello Scalzo, in cui aveva egli dipinte le belle storie, di che sopra abbiamo fatto menzione: e da Domenico Conti suo discepolo gli fu fatto fare, per mano di Raffaello da Monte Lupo, un’assai ornato quadro di marmo, il quale fece murare a memoria di lui, in un pilastro di quella Chiesa, con questa iscrizione, fatta gli da Pier Vettori, allora giovane.

ANDREÆ SARTIO
Admirabilis ingenii Pictori, ac veteribus illis omnium judicio

Comparando
Dominicus Contes Discipulus pro laboribus in se instituendo

Susceptis grato animo posuit
Vixit annos XXXXII obiit A MDXXX

Non andò molto però, che alcuni Operai di essa Chiesa, zelanti forse, oltre al bisogno, a titolo di esser quella memoria stata senza loro licenza in quel luogo posta, fecionla levare; ma perché senza il testimonio de’ marmi e degli epitaffi, hanno saputo le opere di Andrea, non solo mantenersi immortali, ma accrescere per un corso di sopra cento anni sempre [p. 207] più la fama; venuto l’anno 1606 un Priore di quel Convento fece collocare nel mezzo di una parte del Chiostro, da esso Andrea dipinto, il ritratto di lui, che di mano di Giovanni Caccini, eccellente Scultor Fiorentino, vi si vede al presente, di bella maniera espresso, colla seguente inscrizione;

Andreæ Sartio Florentino Pictori celeberrimo,
Qui cum hoc vestibulum pictura tantum non loquente decorasset,
Ac reliquis hujus venerabilis templi ornamentis
Eximia artis suae ornamenta adjunxisset, in
Deiparam Virginem religiose affectus in eo recondi

Voluit. Frater Laurentius hujus Coenobii Præfectus
Hoc virtutis illius et sui Patrumque grati animi

Monumentum P.
MDCVI.

In che scorgesi chiaramente l’equivoco preso, mentre io queste cose scrivo, da chi ha fatto l’aggiunta al libro delle Bellezze di Firenze, dove a car. 431 disse: La testa di marmo nell’altra parte del cortile è il ritratto d’Andrea fatto da Raffaello da Montelupo con bella industria ad istanza di Domenico Conti scolare d’Andrea coll’Epitaffio di Pier Vettori. Né l’Autore scambiò l’antico dal moderno, essendo la statua d’Andrea stata fatta per mano del Caccini l’anno 1606 più di quarant’anni dopo la morte del Montelupo; di chi fosse poi composizione il moderno Epitaffio, che assolutamente di Pier Vettori non fu, né poté essere, perché egli più non viveva, non ho potuto ritrovare.

[p. 208]

DELLE

N OT I Z I E

DE PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE II.

DEL SECOLO IV.

DAL MD. AL MDX.

QUINTINO MESSIS
PITTORE D’ANVERSA
DETTO IL FERRARO

Fioriva nel 1515.

Non è scarsa la comune Madre Natura in dispensar sovente le più belle doti dell’animo, anche a coloro, a cui toccò la misera sorte di nascere al mondo fra le oscurità de’ natali e fra le angustie della povertà; ma queste tali miserie per ordinario sono di troppo impedimento a’ loro fini: e quindi avviene, che tanti e tanti, che forniti di nobil genio, potrebbono avanzarsi nella perfezione di alcuna bella virtù, son forzati contuttociò a menar la vita loro fra le tenebre dell’ignoranza. Non è già questo in tutti mai sempre vero, perché trovasi alcuna volta taluno, che facendo gran forza a sé stesso, col molto faticare o soffrire, [p. 209] supera talmente tutte le difficultà, che gli oppone la miseria del suo natale, e la scarsezza del suo avere, che finalmente con grande onore si porta a quel segno, per cui la stessa fortuna l’abilitò. Questo appunto avvenne a Quintino Messis Pittore d’Anversa, il quale di un povero ferrajo, che egli era, arrivò ad essere uno de’ più celebri pittori, che avesse nel suo tempo la Fiandra. Nacque dunque Quintino nella città d’Anversa, di padre, come si crede, che faceva il mestiere del ferrajo, o vogliamo dire del fabbro. In questo stesso mestiere si esercitò egli fino all’età di venti, o come altri fu di parere, di trent’anni, alla quale tosto che fu pervenuto, fu assalito da una così grave infermità, che dopo avere in gran tempo e con grande stento, superato l’imminente pericolo della morte, rimase tanto consumato e debole di forze, ch’egli stimò non dovergli esser più possibile il ritornare alla gran fatica di maneggiare il ferro, che era la sua professione. Ma nientedimeno non potendo anche il suo spirito fermarsi a così grossi lavori, intraprese di coprire e di circondare di ferro un pozzo, che è vicino alla Chiesa maggiore d’Anversa, in cui fece apparire l’eccellenza del suo ingegno, per l’artificio e delicatezza della fattura; perché il ferro è così ben maneggiato, con una infinità di fogliami e d’ornamenti, che vi si veggono ancora, che fin da quel tempo giudicò il mondo avvantaggiosamente dell’Artefice, e conobbe, ch’egli era capace di altro impiego, che di quello, a cui egli s’applicava. Della stessa maniera fece un balaustro, che è a Lovanio: e forse avrebbe continovato in quel faticoso mestiero, se le proprie forze gliele avessero permesso. Il buon Quintino si affliggeva di ciò estremamente, non tanto pel danno proprio, quanto per la necessità e desiderio, ch’aveva d’alimentare co’ suoi sudori la propria madre, che era di cadente età, e molto si doleva con gli amici che lo visitavano: tra’ quali alcuno ve ne fu, che facendo reflessione, che appunto si avvicinava il Carnovale di quell’anno, nel quale era antica usanza in quella città, che coloro, che erano stati tocchi dalla lebbra, uscendo da uno spedale loro destinato, processionalmente se ne andassero con una candela di legno in mano, intagliata e ornata con varj ornamenti, dispensando a’ fanciulli per la strada alcune immaginette di Santi, stampate in legno, e miniate, sicché molte di queste immagini abbisognavano loro. Riflettendo, dico, a ciò uno de’ familiari di Quintino: e conoscendo il grande ingegno di lui, il consigliò, che dappoiché non poteva più faticar col martello, e’ si dovesse per l’avvenire applicare a quella sorta di lavoro di miniare que’ santini. Piacque a Quintino il consiglio: e non prima ebbe il suo male ceduto alquanto, ch’e’ si mise ad operare: e così bene gli riuscì, e con tanto suo genio, che in breve tempo s’accese di desiderio di passare alquanto più là: e datosi di proposito allo studio del disegno e della pittura, non andò molto, ch’egli cominciò ad operare bene, e poi meglio, e poi presto presto fecesi un valentuomo nell’arte. Che ciò fosse vero, l’attesta molto francamente Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, che in suo idioma scrisse di lui: e vi aggiugne una bella circostanza, la quale, forse più che la necessità del guadagno, spinse Quintino a mettersi alle gran fatiche, che e’ fece poi, per divenir’ eccellente in quel mestiero. Dice egli, [p. 210] che’l giovane, uscito del male, e datosi a miniare que’ santini, forse non abbandonando pell’affetto il mestiere del Fabbro, cominciò a vagheggiare una bella fanciulla, con animo di pigliarla per moglie. Ma forte gli strigneva il cuore la concorrenza, che avevano i suoi amori d’un altro giovane, che esercitava l’arte della pittura: all’incontro, la fanciulla, che molto più amava Quintino, che il Pittore, avrebbe pur voluto, che’l Pittore fosse stato Fabbro, ed il Fabbro Pittore, come quella; che essendo per avventura civilmente nata, aveva molta antipatia con quel mestiere tanto vile e basso. Una volta per parlar ch’ella fece domesticamente con Quintino, si dichiarò con esso, che allora ella avrebbe voluto essere sua moglie, quando di fabbro, ch’egli era, e’ fosse diventato un pittor valoroso; onde il povero giovane, forte intimorito, subito lasciata l’incudine e’l martello, si mise a far fatiche sì grandi nel disegnare, e nel dipignere, studiando giorno e notte, che in breve fece il profitto, che detto abbiamo. Questo successo venuto in tempo a notizia del celebre Poeta Lansonio, fu da lui cantato con alcuni spiritosi e dotti versi in quell’idioma Fiammingo. Moltissime poi furono le opere, che fece questo artefice: e fra l’altre rimase di sua mano in Anversa una bellissima tavola nella Chiesa della Madonna, e una nella Compagnia de’ Legnaiuoli o Ebanisti: e in questa era figurata la Deposizione della Croce di Cristo nudo, che si conosceva fatto dal naturale, e aveva maneggiato il colore a olio artificiosissimamente: le Marie e l’altre figure appartenenti alla storia, esprimevano tutti quegli affetti ed azioni, che si confacevano con quel misterioso fallo. In uno sportello, dalla parte di dentro, era San Giovanni nella Caldaja bollente, molto ben colorito: e se gli vedevano attorno alcune bellissime figure de’ ministri di giustizia a cavallo. Nell’altro sportello era la storia di Erodiade, che balla avanti ad Erode: le quali tutte vedute in lontananza, apparivano assai finite, ma nell’accostarsi si vedevan fatte di colpi e con assai buona franchezza, in che è maggiormente da ammirarsi l’ottima disposizione del pittore in pigliar quel modo sì franco, e quasi da niuno usato allora in quelle parti; mentre sappiamo, che ciò appena può venir fatto a coloro, che cominciarono a darsi al colorire fino dalla puerizia. Filippo II Re di Spagna, fece far gran pratiche, per aver questo quadro, offerendone gran danari; ma seppero gli uomini di quella Compagnia, con bella ed acconcia maniera, liberarsi da tale richiesta. Il medesimo quadro, per la grande stima, in cui era colà, fu nel tempo della destruzione delle immagini, conservato intatto. Finalmente l’anno 1577, nell’ultimo tumulto della città, fu dalla stessa Compagnia venduto: e Martino de Vos, celebre pittore, pell’amore, ch’e’ portava a quest’opera, passò tali uficj, e talmente si adoperò con chi faceva di bisogno, che quantunque fosse stato venduto ad altre persone, ne fu guasto il partito, e comprato il quadro da’ Signori della città, per prezzo di 1500 testoni di quella moneta, non volendo, che sì bella gioja si perdesse. Molte altre opere in quadri fece Quintino, che furono in diversi luoghi trasportate, e di tempo in tempo in case de’ particolari se ne son trovati de’ pezzi, che poi sono stati tenuti in gran venerazione. Fra questi uno [p. 211] ne aveva l’amatore dell’arte Bartolommeo Ferreris, in cui era una Madonna molto bella. Nel Gabinetto di Carlo I Re d’Inghilterra, erano di sua mano i ritratti di Erasmo e di Pietro Egidio, in un medesimo ovato: l’ultimo teneva una lettera, che Tommaso Moro, stato conoscente di tutti e due, gli avea scritto, siccome io trovo nel Felibien, Autore Franzese, ne’ suoi Ragionamenti, dove ancora son portati alcuni versi di Tommaso Moro, in lode di essi ritratti e del pittore. Appresso il Duca di Buchingan e’l Conte d’Arondel in Inghilterra, erano più ritratti di mano di Quintino. Appresso un Mercante d’Anversa, nominato Stenens, si vedevano di suo bei ritratti: e fra gli altri uno, che rappresenta un Banchiere colla sua donna, che contano e pesano danari, fatto l’anno 1514. Ve ne erano altri, ove son persone, che giuocano alle carte. Nella Chiesa di San Pietro di Lovanio, era una tavola di Sant’Anna: e coloro di quella città, che ne fanno gran conto, hanno sostenuto, che questo pittore era nato appresso di loro: onore, conteso loro da que’ d’Anversa. Ebbe Quintino un figliuolo, che fu anch’egli pittore e suo discepolo: di mano del quale era in Amsterdam, nella strada detta Waermoestraet, una pittura, nella quale si vedevano alcuni in atto di contar danari; ed altrove in Anversa erano altri quadri, pure di sua mano, tenuti in grande stima. Morì finalmente Quintino nella stessa città d’Anversa sua patria, l’anno 1529 e fu sepolto nella Certosa, presso le mura della città, nella quale, con intaglio di Tommaso Galle, fu dopo molti anni dato alle stampe il suo ritratto molto al naturale, fra quelli di altri celebratissimi Pittori Fiamminghi, sotto il quale si leggono i seguenti versi:

Ante faber fueram Cyclopeus: ast ubi mecum
Ex aequo victor coepit amare procus:
Seque graves tuditum tonitrus post ferre silenti
Peniculo objecit cauta puella mihi.

Pictorem me fecit Amor: Tudes innuit illud
Exiguus, tabulis quae nota certa meis.
Sic ubi Vulcanum nato Venus arma rogarat,
Pictorem e fabro, summe Poeta facis.

L’ossa di quest’artefice, dopo cent’anni, furono ritrovate per opera di Cornelio Vander Geest, che aveva di sua mano una Vergine, che molto stimava, e fatte riporre a piè del campanile della Chiesa Cattedrale di nostra Donna d’Anversa: e sopra fecevi elevare l’immagine di Quintino, scolpita di marmo bianco, col seguente epitaffio:

QUINTINO MATSYS INCOMPARABILIS ARTIS PICTORIS,
AD MIRATRIX GRATAQUE POSTERITAS
ANNO POST OBITUM SAECULARI MDCXXIX.

E più basso è scritto sopra marmo nero in lettere d’oro:

Connubialis amor de Mulcibre fecit Apellem.

[p. 212]

FRANCESCO GRANACCI
PITTOR FIORENTINO

Discepolo di Domenico Ghirlandaio, nato 1477, morto 1544.

Fra’ molti giovanetti di buono spirito e genio alle belle arti, scelti dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, e messi per impararle nel suo Giardino da San Marco, uno fu Francesco Granacci, il quale in tale occasione avendo osservato i maravigliosi progressi, che andava facendo a momenti Michelangelo Buonarroti, e che fu uno de’ suoi compagni in quel luogo; e avendo da ciò conghiettura, ch’egli fosse per essere, come poi fu, un prodigio nell’arte, gli pose tanto affetto, che non potendosi mai discostar da lui, tanto l’ossequiava, e tante amorevoli dimostrazioni gli faceva, che lo stesso Michelagnolo, che per altro era giovane molto serio, ritirato, e tutto dedito a’ suoi studi, fu necessitato corrispondere a lui con un amore altrettanto sincero, e comunicar con esso tutto quello, che fino allora egli era arrivato a sapere: al che, aggiunto l’essere stati insieme questi due giovanetti nella scuola del Grillandajo, fece sì, che Francesco in breve tempo arrivò ad essere stimato uno de’ migliori giovani di quella scuola: e perch’egli aveva buon disegno, e molto graziosamente coloriva a tempera, fu messo in ajuto di Davit e Benedetto Grillandai a finire la bella tavola, cominciata da Domenico, per l’Altare maggiore di Santa Maria Novella, dopo che fu seguita la sua morte. Fece poi il Granacci molti quadri e tondi per le case di privati cittadini, e per mandare in diverse provincie; tantoché lo stesso Lorenzo de’ Medici, dopo aver trovata la nuova invenzione di quella sorta di Mascherate, che e’ chiamavano Canti, nelle quali alcuna cosa singolare si rappresentava in tempo di Carnovale, di esso si valse assai, e particolarmente nella Mascherata, che rappresentò il trionfo di Paolo Emilio. Fece il Granacci, pe’ sontuosi apparati, che si preparavano in Firenze l’anno 1513 per la venuta di Leone X, bellissime invenzioni, e furongli date a fare bellissime prospettive per commedie. Datosi poi a studiare il cartone di Michelagnolo, molto crebbe in pratica, e nella intelligenza dell’arte; donde avvenne, che lo stesso Michelagnolo lo chiamasse prima di ogni altro a Roma, in ajuto del colorire la volta della Cappella di Palazzo per Papa Giulio II, benché poi né di lui né d’altri volle quel grand’uomo continuare a servirsi, come si dirà altrove. Tornato a Firenze, dipinse a Pierfrancesco Borgherini in Borgo Santo Apostolo, nella stessa camera, dove il Pontormo, Andrea e’l Bacchiacca avevan dipinto, storie della vita di Gioseffo: e sopra un lettuccio altre storie della vita del medesimo in piccole figure, con una bellissima prospettiva. Per lo stesso dipinse in un tondo la Trinità. Per la Chiesa di San Pier [p. 213] Maggiore fece la tavola dell’Assunta, con varj Santi, che fu stimata da’ professori tanto bella, quanto che se l’avesse fatta lo stesso Michelagnolo: ed è cosa, che assai dispiace agl’intendenti, che di questa nobile pittura sia stato tenuto sì poco conto, che annerita in molte parti dal fumo delle candele, pare che omai si vada accostando al suo fine. Per la Chiesa di San Gallo, già fuori di porta, per la Cappella de’ Girolami, fece una Vergine, con due putti, con San Zanobi, e San Francesco; e questa poi, stante la demolizione di quella Chiesa e Convento, fu portata nella Chiesa de’ Frati Eremitani di S. Jacopo fra’ Fossi. Poi, con occasione, che il BuonarrotO aveva una nipote Monaca in S. Appollonia, e aveva fatto l’ornamento e’l disegno di una tavola per l’Altare maggiore, dipinse lo stesso Francesco alcune storie di grandi e piccole figure a olio: e un’altra tavola assai bella, pure colorì per quella lor Chiesa, la quale tavola poi bruciò. Fece anche per le Monache di San Giorgio, dette dello Spirito Santo, una tavola per l’Altar maggiore, dove dipinse Maria Vergine, S. Caterina, S. Gio. Gualberto, San Bernardo Uberti Cardinale, e S. Fedele. Dipinse ancora il Granacci stendardi di galere, bandiere, insegne e drappelloni: e fece molti cartoni per far finestre di vetro colorite, particolarmente pe’ Padri Ingesuati, detti della Calza. Fu il Granacci uomo piacevole, e nell’operare diligente: tenne conto del suo, e non volle molte brighe, lavorando più per piacere, che per necessità: e quando lavorava, voleva ogni suo comodo. Visse sessantasette anni, e seguì la sua morte in Firenze l’anno 1544. Al suo corpo fu data sepoltura nella Chiesa di Santo Ambrogio.

GIO. ANTONIO BELTRAFFIO

PITTORE MILANESE

Discepolo di Lionardo da Vinci, Fioriva nel 1500.

Questi fu molto pratico e spedito nell’opere sue, fra le quali si annovera una tavola dipinta a olio, che fu posta nella Chiesa della Misericordia fuori di Bologna: nella quale, con grandissima diligenza, dipinse Maria Vergine col Figliuolo in braccio, e appresso San Giovambatista e San Bastiano: ed è in essa ancora, di naturale, ritratto il padrone che la fece fare, in atto di orazione: e perché riuscì forse di molto gusto del medesimo artefice, scrissevi il nome suo, e l’esser discepolo di Lionardo. Scrisse un moderno autore, che un Angeletto, che si vede nella parte più alta di essa tavola, fosse colorito da Lionardo da Vinci, nel che ci rimettiamo a’ periti artefici, che abbiano essa tavola veduta. Altre opere fece Gio. Antonio nella città di Milano e altrove.

[p. 214]

GIROLAMO GENGA

PITTORE E ARCHITETTO

D’URBINO

Nato nel 1476, morto 1551.

Fu questo Pittore, in età di dieci anni in circa, posto dal padre all’arte della lana; ma in quella sua prima età diede segni così grandi d’inclinazione all’arte della pittura, che dallo stesso suo padre, levato da quel mestiere, fu posto ad imparare a disegnare, prima da alcuni maestri di poco nome, e poi da Luca Signorelli da Cortona, uno de’ più celebri che vivessero in quel secolo in quelle parti: e stette con esso molti anni, seguitandolo in tutti i luoghi, dove egli era chiamato a operare, ajutandolo nell’opere: e ciò fece particolarmente nel Duomo d’Orvieto nella Cappella di Maria Vergine. Ma perché il giovane s’andava tuttavia più avanzando nella pratica e nell’ottimo gusto del colorire, avendo sentita la gran fama, che correva della bella maniera di Pietro Perugino, lasciato Luca Signorelli, s’acconciò con esso Pietro: e nel tempo stesso ch’egli aveva sotto sua disciplina il gran Raffaello suo paesano, e amico del Perugino, guadagnò il Genga la grande abilità ch’egli ebbe poi sempre nelle materie attenenti alla prospettiva; e con questo pure e colla pratica della persona di Raffaello, e col molto che egli studiò poi nella città di Firenze, dove venne apposta per tale effetto, si fece così ben pratico, e prese sì buona maniera di dipignere, che poté poi, come si dirà, operare assai con Timoteo delle Vite, che seguitava la maniera dello stesso Raffaello. Dipinse nella città di Siena molte stanze della casa di Pandolfo Petrucci. Servì Guidobaldo Duca d’Urbino in varie pitture di scene per commedie e apparati insieme, col mentovato Timoteo: e con questo fece la Cappella di San Martino nel Vescovado. In Roma nella Chiesa di Santa Caterina in strada Giulia, dipinse la Resurrezione di Cristo. Essendo egli già buon prospettivo, e bene incamminato nell’architettura, diedesi in essa città di Roma a fare studj grandi da quell’anticaglie; onde divenne ottimo Architetto; che però furon fatte con suo disegno moltissime fabbriche, e fra queste la Torre del Palazzo Imperiale sopra Pesaro, che fu stimata opera bellissima: e si può dire, che con suo modello e consiglio si fortificasse quella città. Edificò il Palazzo vicino all’altro soprannominato, ed il Corridojo sopra la corte d’Urbino verso il giardino. Diede il disegno del Convento degli Zoccolanti al Monte Baroccio, e di Santa Maria delle Grazie e del Vescovado di Sinigaglia. Portatosi a Mantova, restaurò e rimodernò il Vescovado, e fece il modello della facciata del Duomo, nel quale superò sé stesso. E finalmente tornato alla patria, fatto già vecchio, in una sua [p. 215] villa chiamata le Valle, in età di settantacinque anni agli 11 di Luglio 1551, cristianamente morì. Fu il Genga uomo universalissimo, e fece molte opere di pittura e d’architettura per altre città e luoghi, che per brevità si sono tralasciate. Fu ottimo inventore di mascherate e d’abiti: né gli mancò una singolar maestria in far modelli di terra e di cera. Fu buon musico, ottimo parlatore, e nella conversazione dolcissimo, e tanto cortese ed amorevole verso i parenti ed amici, quanto mai desiderar si possa: ed è lode singolare, dovuta alla bontà di quest’uomo, il non essersi mai di lui sentita cosa mal fatta.

IVOS DI CLEEF
DETTO IL PAZZO

PITTORE D’ANVERSA

Fioriva circa al 1500.

Trovasi, che nell’anno 1511 entrò nella Compagnia de’ Pittori d’Anversa un certo Giusto di Cleves, una delle Sette Provincie unite, il quale fu poi detto Giuseppe Pazzo: il padre suo fu certo maestro Willem di Cleef pittore, che pure entrò in essa Compagnia l’anno 1518. Attesta il Vanmander, che questo Giusto, fu uno de’ migliori coloritori, che avessero quelle parti ne’ suoi tempi: e che le opere sue erano tenute universalmente in grandissima stima, perché le sue figure parevano di vera e viva carne: e anche aveva un bel modo nel dipignere altre cose; ma la troppo eccedente stima ch’egli aveva di sé stesso, talmente l’acciecò, che facendogli sempre credere, che le proprie pitture dovessero valere di gran lunga più di quelle di ogni altro artefice di sua età, e che non vi fosse prezzo, che adeguar le potesse, fermandolo tuttavia più in simile apprensione, fecelo talvolta quasi delirare; onde ne acquistò fra gli amici e professori, nome di pazzo. Avvenne una volta, in tempo che Filippo II Re di Spagna si maritò con Maria Regina d’Inghilterra, che Giusto si portò da quella Maestà, affine di darle alcune cose di sua mano: e perché ciò gli venisse meglio effettuato, si accostò prima ad un pittore del Re chiamato Antonis Moro, pregandolo di assistenza e d’ajuto. Questi gli promise di fare ogni opera, affinché le opere sue venissero ad avere adito alla persona del Re; ma portò il caso, che in quel medesimo tempo fossero d’Italia mandati in quelle parti molti quadri di diversi insignissimi maestri, e particolarmente di Tiziano, i [p. 216] quali, avendo conseguito da quel Monarca quel gradimento e stima, che loro si conveniva, fecero sì, che il Moro non pure poté fargli vedere le opere di Giusto, ma né meno poté passare alcuno ufficio a lui favorevole. Questo stravagantissimo cervello diede allora in grandi smanie; ma assai più dopo ch’egli ebbe vedute le pitture di Tiziano, parendogli, che queste, poste a confronto colle sue, nulla valessero. Presela col Moro, e molto con parole il maltrattò, dicendogli, che non meritava d’aver a fare ufficio di proporre a sua Maestà pitture di un sì gran maestro, quale era egli: e giunse tant’oltre con le invettive, e tanto uscì dai termini della civiltà e del dovere, che il Moro, fattosi vivo, e gettatosegli alla vita, gli mise addosso tanta paura, che il vile Giusto rifugiatosi sotto una tavola, non osò più far parole; tantoché il Moro, veduta tal sua vigliaccheria, si partì, lasciandolo in quel posto medesimo. Stato ch’egli fu così un poco, rodendoselo la rabbia, diede mano a fare sì fatti spropositi. Prese della vernice di trementina, e con quella invetriandosi il berettino e’l vestito, se n’andò per la città, facendosi vedere per le pubbliche strade. Inoltre, avendo fino a quel tempo fatte diverse pitture in tavola a particolari persone, procurò di riaverle in mano, con pretesto di volerle migliorare: e ritoccandole in ogni parte, in cambio di migliorarle, quasi del tutto le guastò, con dolore e danno de’ padroni. Andò poi crescendo talmente in lui la frenesia, che a’ parenti ed amici fu necessario il rinchiuderlo. Era di mano di costui l'anno 1604 appresso Melchior Wyntgis in Middelborgh, una immagine di Maria Vergine, e dietro era un bel paese dipinto da Joachim Patenier. In Amsterdam, appresso Sion Lus, era un Bacco assai bello, al quale aveva fatto i capelli canuti, discostandosi in ciò dalla comune de’ Poeti, che a Bacco, come donatore dell’allegria, danno una perpetua gioventù, e fra questi Tibullo:
Solis aeterna est Phoebo Bacchoque iuventus.
ma, per mio avviso, volle il pittore con tale canizie significare, esser proprio delle cadenti età il molto bere: o forse ancora, che il soverchio, presto riduce l’uomo a suo fine. Non è noto il tempo della morte di Giusto, il quale, non ha dubbio, che non sia stato un valoroso artefice, e tale, che meritò, che il Lansonio facesse in lode di lui alcuni versi, da’ quali pare che si raccolga, che egli avesse un figliuolo della stessa professione; e sono i seguenti.

JUSTO CLIVENSI ANTVERPIANO PICTORI


Nostra nec Artifices inter, te Musa silebit,
Belgas, Picturae non leve Juste decus.
Quam propria, nati tam felix arte fuisses,
Mansisset sanum si misero cerebrum.

[p. 217]

BERNARDO PINTURICCHIO

PITTORE PERUGINO

Discepolo di Pietro Perugino, fioriva intorno al 1510.

Bernardo Pinturicchio fu uno di que’ discepoli del Perugino, che al pari, e forse più di ogni altro, imitò la sua maniera. Ebbe grande abilità in disporre e ordinare opere grandi; onde tenne sempre appresso di sé molti maestri in ajuto dell’opere. Dipinse ad istanza di Francesco Cardinal Piccolomini, la Libreria (a) di Siena, fatta da papa Pio II nel Duomo di essa città. Tennesi però per cosa certa, che i disegni e cartoni di tutta quest’opera, fossero fatti da Raffaello da Urbino, suo condiscepolo, e di tenera età, che fino a quel tempo sotto la disciplina di Pietro aveva fatto profitto singolare e maraviglioso. In questa dipinse dieci storie di fatti d’Enea Silvio Piccolomini, che fu poi esso Pio II e similmente una grande storia sopra la parte di essa Libreria, che corrisponde in Duomo, nella quale rappresentò la Coronazione di Pio III pure della stessa famiglia de’ Piccolomini. Fece molte opere in Roma nel Palazzo Pontificio, che furon poi disfatte nella demolizione di quegli edificj: ed operò anche molto per tutta Italia. L’ultimo lavoro, ch’ei fece, o pure che cominciò, fu una tavola della Natività di Maria Vergine per la Chiesa de’ Frati di San Francesco di Siena; e acciocché dipigner la potesse a suo grand’agio e senz’altri divertimenti, gli assegnarono que’ Frati una camera vota di ogni arnese, eccettuato che di un antico cassone, che per la sua grandezza non si poteva muover di luogo, senza pericolo di farlo in pezzi. Il Pinturicchio, a cui dava gran noia quell’impaccio, nella stanza destinata al suo riposo e a’ suoi studi, fece di ciò sì grande schiamazzo: e perché era di stranissimo cervello, tanto si sbatté, e tanto que’ poveri Frati inquietò, che fu loro forza, quasi dissi disperazione, il fare quell’arnese in ogni maniera cavare di luogo: e mentre ciò si faceva, occorse che rompendosi da una parte un pezzo di legno, accomodato per occultare un certo antico segreto, che era dentro al medesimo cassone, furon trovati cinquecento scudi d’oro di Camera: e ciò seguì a vista de’ Frati, che ne rimasero allegrissimi; e quel che fu più, a vista [p. 218] pure dello stesso Pinturicchio; per la qual cosa, per usar le parole dell’Autore, che la racconta, prese il Pinturicchio tanto dispiacere, pel bene, che aveva l’importunità sua cagionato a que’ poveri Frati, e tanto se ne accorò, che gravemente ammalatosi, in breve tempo si morì.

RYCKAERT AERSTZ

PITTORE DI WYCH OP D'ZEE

Discepolo di Jan Morstart, nato 1482, morto 1577.

Nel Villaggio marittimo di Vych op d’zee, fu un povero uomo pescatore, che ebbe un figliuolo chiamato Ryckaert, quello di chi ora parliamo. Questi da giovanetto, trovandosi un giorno appresso al fuoco, o in altra qualsifosse occasione di farsi male al fuoco, si abbruciò talmente una gamba, che non trovandosi alcun rimedio per lui, al fine fu necessario il tagliarla. Passato qualche tempo, dopo fatta la pericolosa operazione, avendo egli preso alcun miglioramento, non potendo ancora andar per la casa, convalescente, se ne stava il più del tempo a sedere al fuoco; e per passar l’ore del giorno, pigliava de’ carboni dal focolare, e con essi sul muro andava disegnando figure a modo suo, per quanto poteva fare quell’età, senz’aver mai applicato a quella sorte di studio. L’osservarono i suoi, e conoscendo in lui qualche buon segno d’inclinazione all’arte della pittura, e disperando ormai, che e’ potesse mettersi a far mestiero, dove abbisognasse gran moto o fatica di corpo, gli domandarono se gli fosse piaciuto di mettersi a quello del pittore: e sentito che sì, subito lo misero nella scuola di Jan Mostart, dove si mise a studiar con tanto fervore, che in breve diventò pittore valoroso; e colorì di sua mano gli sportelli di una tavola, che aveva fatta Jacopo di Gio. Mostarrt, ne’ quali dipinse una storia de’ fratelli di Gioseffo, venuti in Egitto a provveder grani davanti a Faraone. Fece anche molte altre opere, che si distesero per la Frisia, le quali del 1600 per qualsifosse cagione già si vedevano in mal grado, e però ci è stata lasciata di loro poca memoria. Costui dunque, come quelli, che amava molto la quiete, e coll’opere sue si era guadagnato tanto, da non aver più gran bisogno, se la passava in Anversa, ajutando a dipignere, provvisionato, a diversi pittori, figure ignude, nelle quali forse ebbe maggiore abilità, che in altre. Visse lunghissimamente, e nell’ultima sua vecchiezza gli mancò tanto la vista, ch’e’ si ridusse a segno, che pigliava sul pennello colore in abbondanza e tanto grosso, che bisognava raderlo dalle tavole col mestichino; onde le [p. 219] opere sue non erano più cercate da nessuno: cosa, che a lui molto dispiaceva, e non poteva restarne capace; perché rare volte concorre che i vecchj conoscano i difetti dell’età. Trovasi esser’egli entrato nella Compagnia d’Anversa l’anno 1520. Fu questo pittore uomo prudente, e molto amico del leggere cose divote. Ebbe moglie e figliuoli, a’ quali non mai volle insegnar l’arte. Fu uomo allegro e piacevole, con che si guadagnò l’amore d’ogni persona: ed ebbe una faccia sì bella, e come noi siam soliti dire, sì pittoresca, che l’eccellente pittore Francesco Floris lo volle ritrarre pel santo Luca, che dipigne Maria Vergine, ch’egli fece per la Compagnia de’ Pittori. A cagione del mancargli una gamba, gli bisognò sempre portar le grucce, che però fu per ordinario chiamato RYCK METRER STELT, che vuol dire, Ricco delle grucce. Venne finalmente a morte in età di anni novantacinque, circa il Maggio del 1577, sei mesi dopo l’invasione degli Spagnoli.

ANTONIO SEMINO

PITTORE GENOVESE

Discepolo di Lodovico Brea, nato circa al 1483.

Quantunque la nobilissima città di Genova negli anni più antichi non si mostrasse così pronta ad abbellirsi della tanto applaudita arte della Pittura, quanto furono altre città d’Italia, ché per certo sarebbe stata questa una preziosa aggiunta alle glorie di lei; non è per questo, che ella subito, che per la dotta mano di Lodovico Brea Nizzardo, il primo, che circa il 1470 vi cominciasse a operare con lode, le fu da vicino mostrato il pregio, ella non desse fuori molti aperti segni di tanto amore verso sì bella virtù, che ben si potesse credere, che ancor ella in breve fosse per partorire uomini in grande abbondanza, che la professassero al pari d’ogni altra città. Uno dei primi fu Antonio Semino, di cui ora parliamo, il quale nato circa il 1483 e ne’ primi anni della sua fanciullezza messo nella scuola del nominato Lodovico Brea, si fece sì valoroso, che in breve ebbe le migliori commissioni della sua patria, e vi fece tali opere, che fino ad oggi sono appresso gl’intendenti in qualche stima. Vedesi di sua mano, in Santa Maria di Consolazione, una piccola tavola, fatta del 1526 dove in un bel paese campeggia la figura dell’Arcangelo San Michele. Fece poi per la Chiesa di San Domenico, una tavola di un Deposto di Croce. In Sant’Andrea dipinse insieme con Teramo Piaggia, stato suo condiscepolo, la tavola del martirio del Santo, e [p. 220] parimente con quello fece pure nella Madonna di Consolazione alcune opere a fresco, e un’altra tavola di un Deposto di Croce del 1527. Chiamato a Savona dalla casa Riarj, vi dipinse la tavola della loro Cappella in San Domenico; e poi del 1535 fece pe’ medesimi la Natività del Signore, e un Dio Padre, e un tondo, che fu posto sopra la nominata tavola. È di sua mano in Genova, negl’Incurabili, il Lazzero risuscitato; nel Duomo una tavolina col Battesimo di Cristo, che per essere l’Altare isolato, si vede da due facce: e l’altra, dov’è la Natività di San Giovambatista, fu fatta per mano di Teramo. Siccome Antonio godé una assai lunga vita, così poté fare anche opere in gran numero, delle quali non è rimasta notizia. Ebbe questo artefice grande inclinazione a far paesi, e sempre ch’e’ poteva, ne abbelliva le opere sue; e fu anche buon prospettivo. Sarebbe stato suo disiderio, che nella città sua patria, si fondasse un’Accademia, dove s’instruissero i giovani nell’arte; ma non potendolo conseguire, non lasciò per questo di far sì, che Andrea e Ottavio suoi figliuoli, i quali egli applicò alla pittura, non arrivassero ad esser pittori di nome, mandandoli a studiare nella città di Roma; e fu quello, che stimolò e quasi forzò Giovanni Cambiaso a darsi a questi studj in età provetta, per la grande inclinazione; donde avvenne, che non solo quegli divenne gran maestro, ma da lui uscì il celebre Pittore Luca Cambiaso suo figliuolo, che ha poi dati a quella patria molti gran maestri nell’arte.

CORNELIS DI CORNELIS KUNST

PITTORE DI LEIDEN

Figliuolo e Discepolo di Cornelis Engelbrechtsen, nato 1493, morto 1544.

Nacque Cornelis in Leiden l’anno 1493 di un tal Cornelis Engelbrechtsen, in quella città allora celebre Pittore; e pervenuto nell’età di potersi applicare ad alcuna professione, si diede allo studio del disegno e della pittura, sotto la disciplina del padre, appresso al quale stava ancora Luca d’Olanda, dipoi tanto rinomato. Dopo essersi alquanto approfondito nell’arte, ma conoscendo con quanta poca utilità e’ poteva esercitare nella sua patria, allora molto scarsa di ricchezze, usò talvolta portarsi a Bruges in Fiandra, dove pel concorso de’ mercanti e forestieri, correvano gran danari, ed era la sua pittura molto stimata. Qui trattenevasi per qualche anno, quando più, [p. 221] quando meno, secondo le congiunture, che se gli appresentavano di esercitare il suo mestiere, onde vi fece molte opere. Dipinse anche in Leiden sua patria: e l'anno 1604 vedevasi in casa di Dirck Van Sonneveldt, che in nostra lingua significa dal Campo del Sole, un portar della Croce, co’ due Ladroni, ne’ volti dei quali si scorgeva assai bene espressa la mestizia e’l dolore, che pure anche appariva in quelli delle Sante Donne: e fu questa stimata una delle migliori opere ch’e’ facesse mai. Era anche nella stessa casa una Deposizione di Croce, di colorito acceso e ben lavorato. Aechtgen Cornelis suo figliuolo, allora in età di settantadue anni, aveva di sua mano il ritratto di lui, e quello della sua seconda moglie, in atto di sedere in un loro bel giardino, fuori della Porta Vaccina; e in lontananza era fatta dal naturale, una veduta della città, dalla banda di quella porta. Per un Monastero fuori di Leiden, in un borgo, chiamato il Borgo di Leida, dipinse molte tavole, che furono poi disfatte, quando seguì la ribellione dalla Spagna. Per diversi cittadini di sua patria dipinse molti quadri, ed in particolare pel nobile Jacopo Vermy. Fece Cornelis da questa all’altra vita passaggio nel 1541 il cinquantesimo anno della sua età.

LUCA CORNELISZ DE KOCCK

CHE IN NOSTRA LINGUA VUOL DIRE CUOCO

PITTORE DI LEIDA

Fioriva del 1520.

Siccome si poteva dire con verità, che Cornelis di Cornelis Kunst, figliuolo di Cornelio Engelbrechtsen, eccellente pittore, fosse veramente nell’arte della pittura erede della paterna virtù; così non sarebbe contro al vero l’affermare, che Luca Cornelisz, del quale ora si parla, non punto si mostrasse inferiore al fratello nel suo operare. Nacque egli dello stesso Cornelio Engelbrechtsen l’anno 1495 e da esso apprese i precetti dell’arte: e perché la sua patria non gli somministrava tante occasioni, quante gli abbisognavano per poter co’ pennelli onestamente alimentarsi, fu costretto talvolta (ciò che è vergogna di queste belle arti il raccontare) ad esercitarsi nel mestiere del cuoco, dal che prese il soprannome di Kocck. Fu questo pittore, ne’ suoi tempi, molto stimato, tanto nel lavorare a olio, che a guazzo: e in Leida sua patria fece molte cose; ma particolarmente si vedevano in casa un tal’ Aus Adriansz Knottr, che per suo diletto [p. 222] attendeva ancora egli alla pittura, alcune tele fatte a guazzo assai ben finite, con buona invenzione, ed espressione d’affetti, appropriata all’azione delle figure. Fra queste era molto lodata una storia dell’Adultera Evangelica. In casa di Jacomo Vermy erano pure alcuni suoi quadri a guazzo. Vedendo poi Luca di non potersi, per iscarsezza d’occasioni, mantenere in Leiden: e sentito, che l’arte della pittura era grandemente stimata in Inghilterra, sotto la protezione di Enrico VIII che molto se ne dilettava, deliberò d’abbandonar la patria, e così insieme colla moglie e sette o otto figliuoli ch’egli aveva allora, colà si portò. Dopo tal sua partita, dice il Vanmander, non essersi avuta di lui altra notizia, se non che a Leiden venne un suo bel quadro in mano di un mercante, chiamato per suo nome Hans de Hartoogh, che in nostra lingua significa Giovanni del Duca: e che quando capitò ne’ Paesi Bassi il Duca di Leycester per Governatore, condusse seco alcuni Signori Inglesi, i quali, per la cognizione dell’operar suo in Inghilterra, compravano quanti quadri fatti da lui, davano loro alle mani.

GIOVACHIMO PATENIER

DI DINANT PITTORE

Fioriva del 1520.

Ne’ tempi che la città d’Anversa fioriva per molte ricchezze pel gran negoziare, che vi facevano i mercanti di ogni nazione, che era circa al 1515 entrò in quella Compagnia de’ Pittori un tal Giovacchimo Patenier, che aveva una maniera di far paesi molto finita e bella. Conduceva gli alberi con certi tocchetti, come se fossero stati miniati, aggiugnendovi bellissime figurine; tantoché i suoi Paesi, non solo erano stimati molto in quella città, ma ancora erano trasportati in diverse provincie. Si racconta di un tale Hendrick Metdebles, che in nostra lingua vuol dire Enrigo colla macchia, ancora egli pittore di paesi, in sulla maniera dello stesso Giovachimo, che fu solito in tutti i suoi paesi dipignere una civetta. Ma questo nostro Giovachimo ebbe un certo suo sordido costume, quale io qui non racconterei, s’io non credessi, che’l saperlo, potesse apportar qualche facilità maggiore a conoscere le sue opere da quelle d’altri: e se ancora Carlo Vanmander, Pittor Fiammingo, che fa menzione di quest’artefice, nel suo libro scritto in quell’idioma, non avesse ciò raccontato. Dipigneva egli dunque in ogni suo paese, niuno eccettuato, un uomo, in atto di sodisfare a’ corporali [p. 223] bisogni della natura: e alcune volte situavalo in prima veduta, ed altre volte con più strano capriccio, lo faceva in luogo tanto riposto, ch’e’ bisognava lungamente cercarlo, e in fine sempre vi si trovava tal figura. Fu costui molto dedito al bere, ed era suo più ordinario trattenimento la taverna, dove prodigamente, e senz’alcun ritegno, spendeva i suoi gran guadagni, fino al rimanersi senza un quattrino: ed allora solamente, forzato da necessità, faceva ritorno a’ pennelli. Aveva un discepolo, che si chiamava Francesco Mostardo, Pittore d’incendi stimatissimo, al quale convenne aver con lui una gran pazienza, perché e’ non fu quasi mai volta, che Giovachimo tornasse dall’osteria alterato dal vino, che non lo cacciasse fuor di bottega; ma egli, che desiderava di approfittarsi, tutto dissimulava. Alberto Duro fece così grande stima dei paesi di Giovachimo, e del suo valore in quella sorte di lavoro, che una volta si mise a fare il suo ritratto sopra una lavagna, con uno stile di stagno, e riuscì tanto bello, che e’ fu poi da Cornelio Coort di Hoorn, città delle sette provincie, intagliato in rame, sotto il quale scrisse alcuni versi composti da Lansonio. Molte opere di Giovachimo furon portate a Midelburgh, che poi l'anno 1604 si vedevano in casa di Melchior Wyntgis, Maestro della Zecca di Zeilanda. Fra queste era un quadro di una battaglia, tanto finito, che ogni più squisita miniatura ne perdeva. Fu anche il ritratto di Giovachimo dato alle stampe poco avanti a detto anno, con intaglio di Tommaso Galle, e sotto co’ seguenti versi, composti dal nominato Lansonio:

Has inter omnes nulla quod vivacius
Joachime, imago cernitur

Expressa, quam vultus tui: non hinc modo
Factum est quod illam Curtii

In aere dextra incidit, alteram sibi

Quae nunc timet nunc aemulam.
Sed quod tuam Durerus admirans manum,
Dum rara pingis, et casas,
Olim exaravit in palimpsesto tuos
Vultus ahena cuspide:
Quas aemulatus lineas se Curtius,
Nedum praeivit caeteros.

[p. 224]

HEZZI DE BLES
PITTORE DI BOVINES

Della scuola di Giovacchimo Patenier, fioriva circa il 1520.

Ancora questo Pittore, che fu nativo di Bovines, luogo della Fiandra, vicino a Dinant, fu detto per soprannome de Bles, che significa colla macchia, perché aveva una ciocca di capelli interamente bianca; seguitò la maniera di Giovacchimo Patenier, l’opere del quale molto studiò. Ebbe un modo di colorire diligentissimo, che però nel suo dipignere impiegava gran tempo. Ebbe talento particolare ne’ paesi, che soleva fare piccoli assai. In essi rappresentava massi, alberi e infinite figure, ed in ogni paese dipingeva una civetta, la quale alcune volte collocava in un luogo tanto strano, che per quanto minutamente, che si osservasse ogni parte del paese, bene spesso non si trovava, e faceva di mestieri tornarne a cercare; finché finalmente, ove meno si sarebbe creduto, si vedeva questo animale. Erano di mano di quest’artefice l’anno 1604 in Midelburgh appresso Melchior Wyntgis, Maestro di Zecca di Zeilanda, tre paesi assai grandi, bellissimi, in uno de’ quali era la storia di Lot. In Amsterdam, appresso Marten Papembroeck, un paese anch’esso grande assai, in cui Enrigo aveva figurato un botteghino, che dorme sotto un albero, mentre molte scimie, avendogli aperte le scatole e sciorinata la mercanzia, cavatogli le calze e i calzoni, fanno con essi varj gesti ridicolosi: altre appiccano all’albero i nastri, altre si pettinano, altre si specchiano, una si prova le calze, una si veste i calzoni del mercante, ed una messosi un pajo di occhiali al naso, fissamente gli guarda quanto egli ha di scoperto. Nella stessa città aveva Melchior Moutheron un quadretto piccolo, assai finito, dove era la storia de’ due Discepoli di Cristo, che vanno in Emaus, molto artificiosamente lavorati: e in lontananza aveva il pittore rappresentati gli stessi Pellegrini posti a tavola col Signore. Colorì lo stesso molti quadri della Passione, ed altre opere fece, che ebbero la Maestà dell’Imperadore e altri Monarchi e private persone. Fu anche suo particolare talento, ajutato in ciò dalla natura, perch’egli ebbe un’ottima vista, il far figure piccolissime, e quasi invisibili, e in grandissima quantità, in che veramente fu singolare.

[p. 225]

BERNARDO VAN-ORLAI
PITTORE DI BRUSELLES

Fioriva circa il 1520.

Nel tempo, che operava in Roma il Divino Raffaello, visse ancora ed operò in essa città un valente Pittore di Bruselles, per nome Bernardo Van-Orlai. Questi, essendosi a principio fatta una maniera, che pendeva verso il secco, modo di dipignere antico: col darsi poi a vedere e studiare le pitture dello stesso Raffaello e de’ suoi buoni discepoli, come Giulio Romano ed altri simili, quella manchevole maniera, mutò in altra molto nobile e vaga. A questo artefice, tornato ch’e’ fu alla patria, fu data la cura di far condurre tutte le bellissime tappezzerie, che i Papi, Imperatori e Re facevano fare in Fiandra, con disegni di pittori Italiani: e non è mancato chi affermi, che alcune tappezzerie, in cui sono rappresentate storie di San Paolo, che si vedono nella Guardaroba della Maestà del Re di Francia, le quali furono sempremai stimate, fatte con disegno di Raffaello, fossero disegnate da Bernardo sopra alcune piccole invenzioni dello stesso Raffaello. È stata anche opinione, che alcune altre bellissime tappezzerie, in cui si vedevano le cacce dell’Imperatore Massimiliano, tessute con gran quantità d’oro, le quali furono già di Monsù di Ghisa, e sono state credute fatte con disegno d’Alberto Duro, ancor’esse siano state inventate da Bernardo, forse nel tempo ch’e’ egli cominciava a migliorare la prima maniera. Ma comunque si sia la cosa, giacché io non avendo veduto quest’opere, non ne so dare giudizio, egli è certo, che a questo Bernardo, per la sua virtù, toccò a sostenere il carico di soprintendere a tutte le opere di pittura e di tappezzerie, che dall’Imperatore Carlo V si facevan fare in quelle parti, siccome a tutti i vetri, che si fecero per le chiese di Bruselles. Ebbe costui un discepolo, che fu anche suo ajuto nel dipignere, che si chiamò per nome JONS, gran pittore di paesi, che dicono anche aver lavorato in dette cacce dell’Imperatore Massimiliano. Fu similmente suo scolaro PIETRO KOECK, nativo d’Alost, buonissimo pittore ed architetto, il quale poi, come si è narrato nelle notizie della sua vita, se ne passò in Turchia.

[p. 226]

BOCCACCINO BOCCACCI
PITTORE CREMONESE

Nato ..., morto 1558.

Boccaccino Boccacci, detto Boccaccino, Pittore Cremonese, fiorì circa il 1520. Tenne una maniera di dipignere fra’l moderno e l’antico, e nella sua patria ebbe fama di buon pittore; tantoché, divenuto oltremodo gonfio, pel concetto di sé stesso, sentendo celebrare le opere, che in Roma aveva condotte il gran Michelagnolo, colà apposta volle portarsi. E non prima l’ebbe vedute, che cominciò a parlarne così male, che portò non poca meraviglia agli intendenti dell’arte. Non andò molto, che a costui fu dato a dipignere una Cappella nella Chiesa di Santa Maria Transpontina, da coloro, che avendo di lui formato qualche concetto, per quello solamente, che loro gliene aveva portato la fama dalla sua patria, accresciuto dal sentirlo dare tanto alla sicura, e così magistralmente suo giudizio sopra le opere di Michelagnolo; ma non ebbe sì tosto finita e scoperta la sua pittura, nella quale volle rappresentare l’Incoronazione di Maria Vergine nostra Signora, che fece dare nelle risa tutti i Pittori di Roma, e coloro principalmente, che dalle sue millanterie si eran lasciati persuadere ad averlo in qualche stima; tantoché egli divenuto ormai la favola di Roma, abbandonata quella città, colle trombe nel sacco, come noi dir sogliamo, se ne tornò alla patria, nella quale fece molte opere, delle quali è più bello il tacere, che il lungo favellarne. Dirò solo, che le maggiori fra queste, furono istorie della Madonna nel Duomo sopra gli archi di mezzo. Insegnò costui l’arte a Cammillo suo figliolo, che gli fu molto superiore; e nell’anno 1558 ebbero fine i giorni suoi.

Questo nome di Boccaccio fu usitatissimo per l’Italia nel secolo del 1300 che dipoi passò anche in cognome, o come si dice, in casato. Tal nome appunto ebbe il Padre del nostro Fiorentino Cicerone, Giovanni Boccacci, denominato perciò il Boccaccio, onore singolarissimo di Firenze sua patria, e del castello di Certaldo, donde i suoi maggiori, come egli attesta nel trattato De Fluminibus, traevano loro origine.

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JACOPO PACHIEROTTI
PITTORE SENESE

Della scuola di Raffaello, fioriva circa all’anno 1520.

Jacopo Pacchierotti, cittadino Sanese, fu buon pittore, e seguitò la scuola di Raffaello. Fece alcune opere nella sua patria assai lodate. Nella Chiesa di San Cristofano, in cui raffigurò Maria Vergine, con altri Santi; e in Santa Caterina di Fonte Branda, colorì alcune storie. Due tavole fece per la Chiesa di Santo Spirito, nelle quali dipinse l’Assunzione e Coronazione di Maria Vergine; e nella Compagnia di S. Bernardino mandò due altre tavole di sua mano, una della Natività, e l’altra dell’Incoronazione dell’istessa Vergine. Nella Propositura di Casole, in quel territorio, sono anche sue pitture. Vennegli poi volontà di cercare altro cielo: e lasciata la patria, se ne andò in Francia, dove è fama, che molto risplendesse poi la virtù sua.

IL CAPANNA
PITTORE SENESE

E ANDREA DEL BRESCIANINO
E SUO FRATELLO

Fiorirono intorno al 1520.

Il Capanna ne’ suoi tempi si acquistò buon credito nella sua patria, a cagione di avervi fatto più opere grandi, che furono lodate. Fra queste fu la facciata a chiaroscuro del Palazzo de’ Turchi, rimpetto a quello de’ Popoleschi: e le figure, che rappresentano le forze d’Ercole, nella facciata e casa de’ Boninsegni, poi de’ Bocciardi, non lungi dalla Piazza. Fu questo artefice assai familiare del celebre Pittore Baldassar Peruzzi e di Domenico Beccafumi, al quale anche è fama, che insegnasse i primi precetti dell’arte. [p. 228] Ne’ tempi di costui fiorirono ancora in Siena ANDREA del BRESCIANINO ed un suo Fratello, de’ quali vedesi nella Chiesa di San Benedetto degli Olivetani, poco lontana dalla città, una tavola finita.

GIO. ANTONIO DI JACOPO RAZZI

DETTO IL SODDOMA

PITTORE SENESE

Nato 1479, morto 1554.

È controversia fra alcuni intorno al luogo, onde questo artefice trasse i suoi natali. Il Vasari nella vita, ch’egli scrisse di lui, disse, che fu da Vercelli; e in quella, ch’egli scrisse di Mecherino nello stesso tempo, lo chiamò Gio. Antonio da Caravaggio. Isidoro Ugurgieri lo fa figliuolo di Jacopo Razzi, nativo di Vergelle, castelletto dello stato di Siena; e Monsignor Giulio Mancini in un suo Manoscritto lasciò notato, ch’egli fosse di un certo suo immaginato castello, chiamato Rivatero, perché in una denunzia, che si trova aver fatto il Soddoma al Pubblico di Siena l’anno 1531 di tutti i suoi beni, secondo l’ordine, che ne venne allora in quella città, egli scrisse Giovanni Antonio Soddoma di Bucaturo; avendo il detto Mancini, se pur non fu errore di chi copiò il suo manoscritto, letto in cambio di Bucaturo, Rivatero; o pure errò l’Ugurgieri, che notò la denunzia, scrivendo Bucaturo, in luogo di Rivatero: e di questa parola Bucaturo da nessuno è stato inteso il significato: ed io per me la stimo una delle solite leggierezze e buffonerie, che furon sempre inseparabili compagne di questo artefice. La verità però si è, che in Archivio della città di Siena, fra l’antiche scritture, si trova Magnicus eques Dominus Johannes Antonius de Razzis de Verzè Pictor, alias il Soddoma, per Rogo di Ser Baldassar Corte 1534. Sicché pare, che si possa concludere coll’Ugurgieri, che per la parola Verzè sia stato voluto significare il castello di Vergelle: e conseguentemente, che equivocasse il Vasari, il quale veggiamo avere equivocato altresì in farlo nativo di due luoghi, cioè di Vercelli e di Caravaggio, dicendo da Vercelli in luogo di Vergelle. Comunque si sia la cosa, dice lo stesso Vasari, che costui fu introdotto in Siena da certi mercanti, agenti delli Spannocchi; e che egli quivi si affaticò in studiare le opere di Jacopo della Fonte Scultore, altrimenti chiamato Jacopo della Quercia, le quali allora vi erano in gran pregio. Giovanni [p. 229] Antonio adunque fu così bene inclinato all’arte, e vi ebbe così buon gusto e disposizione, che dove e’ volle far bene, pochi poterono far meglio; ma come quegli, che ebbe ancora, e sempre nutrì in sé stesso lo spirito buffonesco, col quale era solito farsi largo con ogni condizion di persone, non seppe anche tenersi a segno nelle cose del mestier suo; onde lavorò bene, spesso senza studio o applicazione: in somma egli fece sempre tanto bene quanto volle, ma non moltissime furon quelle volte, che fu di tale umore. Operò in Roma, Volterra, Pisa, e, più che in altra città, in Siena, dove veggonsi, fra l’altre, alcune sue pitture di singolar bellezza, delle quali noi solamente faremo menzione, lasciando al Lettore il soddisfarsi dell’altre sopra quanto ne scrisse il Vasari. Primieramente per la Chiesa di San Francesco fece una tavola di un Cristo Deposto di Croce, colla Vergine Santissima tramortita: ed evvi un uomo armato, che voltando le spalle, fa vedere l’anterior parte nel lustro di una celata, che è quivi in terra. Per la Compagnia di San Bastiano in Camolia dipinse il bel Gonfalone, che usavan portare processionalmente, dove rappresentò la figura di San Bastiano legato all’albero. In San Domenico, alla Cappella di Santa Caterina da Siena, ove la sua Sacra Testa si conserva, dipinse due istorie, che tengono in mezzo il Tabernacolo, che contiene essa Testa: ed in quelle espresse fatti della medesima Santa, cioè: in una, a man destra, quando avendo ricevuto le stimate, giace tramortita, e questa riuscì di tanta bellezza, che essendo veduta da Baldassar Peruzzi, fecegli dire con grande asserzione, di non aver giammai veduto pittore, che così bene esprimesse l’affetto delle persone svenute e languenti, di quello, che il Soddoma aveva fatto; siccome, secondo quello, che ci lasciò scritto l’altra volta nominato Mancini, Annibale Caracci, nel veder la tavola di San Francesco, ebbe anch’egli a dire, che il Soddoma, al certo, fra’ Pittori, fu di tanto buon gusto, che pochi de’ suoi pari eran soliti vedersi in quel genere. L’altra storia, dalla parte sinistra, non riuscì di tanta perfezione a gran segno. Lodatissima ancora fu una sua tavola dell’Adorazione de’ Magi, che fece per la Chiesa di Sant’Agostino: sopra una Porta della città, chiamata la Porta di San Viene, in un gran tabernacolo, dipinse a fresco la Natività del Signore, ed in questa istoria, nella persona di un vecchio, con un pennello in mano, ritrasse sé stesso. Sopra la porticella dipinse pure a fresco in un muro. Sopra la porta de’ Mariscotti dipinse un Cristo morto in grembo alla Madre, opera condotta a somma perfezione. Colorì molti quadri per Roma, e per diversi cittadini in Siena: e perché egli molto si dilettò di far ritratti al naturale, assai ne fece, che sarebbe lunga cosa il descrivere. Fu costui un di quelli ambiziosi cervelli, che vivendo capricciosamente, e lontano da’ modi degli altri uomini, ed in ogni cosa singolarizzandosi, pare che cerchino la gloria loro in non altro, che in farsi burlare; onde non è gran fatto, che egli, col governarsi a capriccio, e da persona poco assennata, si conducesse finalmente in tal miseria, che essendo venuto, per così dire, in odio anche a sé stesso, vecchio e povero, si condusse a morire allo Spedale: e ciò fu l’anno settantacinquesimo di sua età, e della nostra salute 1554. Furono discepoli del Soddoma [p. 230] Bartolomeo Neroni Senese, detto per soprannome Maestro Riccio, che fu anche marito di una sua figliuola, ed erede di quel poco, che appartenente a quest’arti, rimase alla sua morte. Fu anche suo discepolo Girolamo, detto Giomo del Soddoma, che morì in giovanile età.

TOMMASO ALESSI, DETTO IL FADINO,

GALEAZZO CAMPI, BERNARDINO RICCA, DETTO IL RICCO,
GALEAZZO PISENTI, DETTO SABIONETA

PITTORI CREMONESI

Ho addietro fatta menzione di alcuni Pittori Cremonesi, che poco avanti al 1500 furono i primi ad operare con assai lodevole maniera: tali furono Galeazzo Rivello, Altobello Milone, Bonifazio e Francesco Bembi, Giacomo Pamporino e Boccaccino Boccacci. Dirò adesso alcuna cosa di altri derivati dalle scuole di costoro. Tommaso Alessi, detto il Fadino, siccome abbiamo da Anton Campi nella sua storia, stato amicissimo di Galeazzo Campi, padre dello stesso Antonio, ebbe una maniera tanto simile a lui, che le pitture dell’uno né punto né poco si distinguevano da quelle dell’altro.

GALEAZZO CAMPI, fu buon pittore, e operò di quella maniera, che noi dichiamo, antica moderna: dico di quella de’ primi tempi del Perugino, Giovanni Bellino e simili, che tenne alquanto del secco. Vedesi però di propria mano di quest’artefice il suo proprio ritratto, nella tanto rinomata Stanza de’ Ritratti de’ Pittori, nella Real Galleria del Serenissimo Granduca: il qual ritratto è condotto di assai buona maniera, e quasi in sul gusto, tanto rispetto all’attitudine, quanto rispetto al vestire del nostro Andrea del Sarto, il quale, nel tempo stesso, che fu fatta questa tal pittura, già si era reso celebre per tutta Italia e fuori. Nella deretana parte della tela si leggono in lettere antiche romane scritte le seguenti parole. Ego Galeazius Campi Annorum 53, si non me ipsum, quia homo dare, saltem imaginem meam a me elaboratam Julio Antonio, et Vincentio Antonio filiis meis reliqui pridie Idus Aprilis MDXXVIII. Dipinse egli per la Chiesa di San Sepolcro di Ferrara una tavola: e per quella di San Domenico di Cremona ne colorì un’altra, della quale fa menzione Francesco Scannelli da Forlì nel suo Microcosmo della Pittura. Il Vasari afferma, che egli dipignesse pure nella sua patria la facciata [p. 231] di dietro di San Francesco. Altre pitture condusse quest’artefice in essa città, le quali ne’ suoi tempi furono molto lodate; ma in processo di tempo sono state tolte di luogo, per collocarvene altre moderne. I tre figliuoli di lui già nominati, seguitarono la pittura, Antonio e Vincenzio Antonio riuscirono uomini di valore, e Antonio aggiunse alla pittura le umane lettere, come a suo luogo diremo.

BERNARDINO RICCA, detto il RICCO, seguitò la maniera di Galeazzo, ma fra alcune sue opere, che restarono in Cremona, non si scorge cosa, che degna sia di memoria.

GALEAZZO PISENTI, detto il SABIONETA, fu anch’egli in questi tempi, più scultore in legno, che pittore.

ARTEFICI

CHE IN QUESTI TEMPI FIORIVANO

NELLA CITTÀ DI GENOVA

E NEL SUO STATO

ANTONIO SEMINO, nato circa al 1485 avendo atteso alla pittura appresso a Lodovico Brea, Pittore Nizzardo, giunse a stato di qualche stima nella sua patria, nella quale molto operò. Colorì per la Madonna della Consolazione, in una piccola tavola, l’Arcangelo San Michele; per quella di San Domenico un Deposto di Croce; e accresciutegli le commissioni, fece compagnia con un pittore, stato suo condiscepolo, chiamato TERANO PIAGGIA, col quale dopo il 1530 operò molto. Fecero vedere questi due in Sant’Andrea il martirio del Santo: e nella soprannominata Chiesa di Santa Maria della Consolazione, dipinsero molto a fresco. Chiamato poi il Semino a Savona, colorì per i Riari la tavola di lor Cappella in San Domenico, e un mezzo tondo, che fu posto sopra ad essa tavola. Tornato a Genova, dipinse per lo Spedale degl’Incurabili la storia della Resurrezione di Lazzaro; pel Duomo fece la tavola di San Giovambatista, in atto di Battezzare il Signore; ed un’altra tavola dello stesso Santo vi colorì Teramo Piaggia. Molte e molte furono le pitture, condotte da questi due sempre unitissimi compagni, che sono sparse per quello stato: e per [p. 232] lo più veggonsi adorne di vaghissimi paesi e graziose prospettive, nelle quali cose fare, ebbero ambidue talento non ordinario. Morì il primo in età decrepita, ma quando fosse la fine del secondo, non è pervenuto a notizia nostra.

Circa a questi medesimi tempi visse pure in Genova NICCOLÒ CORSO, che nella Villa di Quarto dipinse molto a fresco pe’ Monaci di San Girolamo, in Chiesa, nel Chiostro e nel Refettorio. Questi, senza spogliarsi però di quel modo di operar duro, che usavasi in que’ suoi tempi da’ Genovesi Pittori, come altrove abbiamo detto, non lasciò di dare nelle sue pitture, aperti segni di possedere un buon genio al più bello, quandoché, colpa dell’esempio di ogni altro professore di quella patria, non gliene fosse stata impedita l’operazione.

D’ANDREA MORENELLO, altro pittore di quel tempo, veddesi in San Martino di Bisagno una ben condotta tavola, da esso fatta pe’ Fratelli della Compagnia di nostra Signora, in cui rappresentò la Vergine Santissima, in atto di coprire col proprio manto i suoi divoti: e nella stessa chiesa fece altre opere. Devono a questo artefice i Genovesi Pittori, la lode di essere stato fra’ primi, che la crudezza della maniera incominciasse a tralasciare alquanto, con che fu a parte con altri suoi coetanei, di aprire la strada a quei che vennero dopo di lui, di fare il simigliante e più ancora.

FRA SIMONE DA CORNOLO, Religioso dell’Ordine Serafico nel Convento di Santa Maria degli Angioli, poco distante da Voltri, anch’esso Genovese, aggiunse al suo dipignere di figure, buona vaghezza di prospettiva, come mostrano le opere sue nella nominata Chiesa di Santa Maria degli Angeli: e particolarmente due tavole, che una nel Coro, e rappresentano un Sant’Antonio di Padova, e la Cena del Signore.

Poco dopo costui, fiorì ancora FRA LORENZO MORENO, Religioso dell’Ordine del Carmine, il quale nel 1544 dipinse a fresco sopra la porta della Chiesa di suo Convento, intitolata nostra Signora del Carmine, l’Annunciazione di essa Santissima Vergine, la quale poi in occasione di nuova fabbrica (tanta fu la stima, che ne fecero quei suoi Religiosi) e con non minore diligenza, fu segata in tre pezzi, giacché il trasportare la smisurata mole del grosso muro, ov’ella era dipinta, rendevasi quasi impossibile: con gran dispendio trasportata nel Chiostro, nella facciata che è rimpetto alla porta, per la quale da esso Chiostro si scende in Chiesa: e lo stesso ancora fecero di un’altra sua fattura, cioè di una Vergine in abito Carmelitano stata da Lorenzo colorita sopra la porta, che separa il Convento dalla pubblica strada, che collocaronla nel portico, che è dalla porta, per cui si entra nel primo Chiostro.

[p. 233]

MAESTRO

AMICO ASPERTINO
PITTORE BOLOGNESE

Fioriva circa il 1510.

Ebbe questo Pittore i primi insegnamenti dell’arte dal Francia Bolognese; poi datosi a studiare le opere di diversi, nel vagare ch’ei fece per tutta l’Italia, si formò una maniera a modo suo, da tutte l’altre diversa, come quegli, che aveva anche un cervello così torbido, strano e fantastico, che non punto si confaceva con quello degli altri uomini. Usò egli studiare indifferentemente il buono e’l cattivo, forse a fine di ammassare gran materia, per aver molto da mettere in opera, e per sbrigarsi di ogni gran faccenda, come fu poi suo ordinario costume, e forse anche guidato da una certa sua strana opinione, che fossero degni di molto biasimo coloro, che nel suo tempo si davano allo studio della maniera di Raffaello; quasiché, com’egli diceva a ciascuno, non avesse dato la Natura tanto capitale da potersene fare una da sé, che fosse propria sua: quella poi procurando di accompagnare con una buona pratica nel disegno. Noi però non temiamo di affermare, che gli sortisse bensì il farsi una maniera di proprio capriccio, ma non già l’accompagnarla con buon disegno: e di ciò fanno fede i molti disegni di sua mano, che si trovano fra gli altri degli eccellentissimi pittori, ne’ Libri del Serenissimo di Toscana, raccolti dalla gloriosa memoria del Serenissimo Cardinale Leopoldo, ne’ quali vedesi campeggiare assai più il capriccio e la fantasticheria di quella mente, che la imitazione del vero. Moltissime furono le opere, che fece costui nella città di Bologna e fuori, a fresco e a olio; fra le quali si vede del buono e del meno buono, e anche del cattivo, forse (come di lui disse il Guercino) perch’egli ebbe i pennelli da tutti i prezzi; e forse ancora, perché simili stravagantissimi cervelli e di poca levatura, non mai stanno in un medesimo affetto, e per conseguenza in un medesimo gusto. Fra le sue migliori pitture si annoverano: una Madonna sotto il portico degli Ercolani in Galiera; una tavola nel Refettorio de’ Padri di Santa Maria Maggiore, dove figurò Maria Vergine col fanciullo in aria, e un Santo Vescovo, Santa Lucia e San Niccolò, in atto di donare le palle d’oro a tre fanciulle, le quali nella stessa tavola figurò inginocchioni. È similmente, avuta in conto di buona pittura, una facciata della Libreria di San Michele in Bosco, dove vedesi l’Eterno Padre, Gesù Cristo Crocifisso, e lo Spirito Santo in forma di colomba. Vi è Adamo genuflesso, con molte altre figure di Patriarchi e di altri Santi del Nuovo e Vecchio Testamento, e Dottori. Si portò ancora [p. 234] assai bene in alcune facciate di case, delle molte, che fece in Bologna, fra le quali bellissima fu una di chiaroscuro sulla piazza de’ Marsilj, dove sono assai spartimenti di storie, e un fregio di animali, che combattono fra di loro, condotti con gran fierezza ed artificio. Dipinse in Lucca storie della Croce e di S. Agostino nella Chiesa di San Fridiano, tutte piene di strani capricci, con molti ritratti d’uomini cospicui di quella città. Operò molto in Roma ed in altre città d’Italia. Il Vasari nello scrivere ch’e’ fece alcuna cosa di costui, si servì di notizie sì proprie, che veramente la fece da pittore, quanto da storico, avendo con poche parole dipinto un uomo di simil taglio, tanto al vivo, che pare propriamente, che nel leggere si vegga lui stesso; onde noi non abbiamo difficultà di portarle in questo luogo, tolte a verbo a verbo. Dice egli dunque così. Dipigneva Amico con ambedue le mani a un tratto, tenendo in una il pennello del chiaro, e nell’altra quello dello scuro. Ma quelch’era più bello e da ridere, si è, che stando cinto, aveva intorno intorno la correggia piena di pignatti pieni di colori temperati; dimodoché pareva il Diavolo di San Maccario con quelle tante ampolle: e quando lavorava con gli occhiali al naso, avrebbe fatto ridere i sassi, e massimamente se e’ si metteva a cicalare, perché chiacchierando per venti, e dicendo le più strane cose del mondo, era uno spasso il fatto suo. Verò è, che e’ non usò dir bene di persona alcuna, per virtuosa o buona ch’ella fosse, o per bontà che e’ vedesse in lei di natura o di fortuna. Fin qui il Vasari. Segue poi a dire, ch’egli ebbe gran rivalità con Bartolommeo da Bagnacavallo, a concorrenza del quale, ma alquanto peggio di lui, fece una storia della Vita di Cristo, cioè la Resurrezione; e veramente nell’invenzione di questa, quanto in ogni altra sua opera, campeggiò la stravaganza del suo cervello, avendo figurato i soldati impauriti, in pazze e strane attitudini. Ma quel ch’è peggio e molto reprensibile in chi dipinge sacre storie, fu l’aver figurato molti di essi stiacciati e morti dalla pietra del Sepolcro, caduta loro addosso, senza avere di questa particolar circostanza altro riscontro, che’l proprio capriccio. Attese Maestro Amico anche alla Scultura, e per la Chiesa di San Petronio fece un Cristo morto in braccio di Nicodemo. Giunto finalmente all’età di sessant’anni diede volta al cervello, della quale infermità poi si riebbe, se pure non fu vero quello che allora si disse, che questa fosse stata una finta pazzia.

[p. 235]

CROCCHIA
PITTORE URBINATE

Discepolo di Raffaello d’Urbino, fioriva circa il 1520.

Affermano gli artefici dello Stato di Urbino, che questo discepolo di Raffaello riuscisse buon maestro: e che sia di sua mano il quadro tondo in tavola, che si vede nella Chiesa de’ Padri Cappuccini a man manca all’entrare, dove è figurata Maria Vergine con Gesù Bambino in collo; ma non avendo noi veduto né questa né altre opere di tal maestro, ne rimettiamo la fede a’ periti di quel luogo.

MARCO ANTONIO

FRANCIA BIGI
DETTO

IL FRANCIABIGIO

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Mariotto Albertinelli, nato 1483, morto 1524.

Dopo avere il Franciabigio ricevuti i principj dell’arte dall’Albertinelli, ed essersi colle proprie fatiche acquistato buon credito, furongli date a fare alcune opere in pubblico, una delle quali fu un San Bernardo e una Santa Caterina da Siena, a fresco, nella Chiesa di San Pancrazio de’ Monaci Vallombrosani. Fece poi a olio una Vergine, con Gesù, per la Chiesa di San Pier Maggiore; e’l tabernacolo di Sant’Job dietro a’ Servi, dove a fresco figurò la Visitazione della Madonna, e alla medesima Compagnia dipinse la tavola dell’Altare maggiore. Colorì ancora i due angeletti che nella Chiesa di Santo Spirito sull’Altare di San Niccola, si vedono da’ [p. 236] lati dell'immagine del Santo, che in que’ tempi fu fatta di legno con modello di Jacopo Sansovino. E anche dipinse i due tondi, dov’è la Nunziata, e le storiette della vita del Santo: nella predella della tavola delle quali opere fu molto lodato, perché in esse, siccome poi fece in alcune altre, si sforzò al possibile di seguitar la maniera d’Andrea del Sarto, con cui tenne sua stanza molto tempo. A concorrenza del medesimo, nel cortile dinanzi alla Chiesa de’ Servi, dipinse la storia dello Sposalizio di Maria Vergine, con San Giuseppe: ed occorse, che avendo i Frati di quel Convento, coll’occasione di certa solennità, voluto scoprirla senza sapere del Franciabigio, al quale ancora restavano da finire il basamento e altro, che a lui fosse paruto necessario: esso se ne chiamò sì fattamente disgustato, che sopraffatto da collera, subìto avutane la nuova, se ne andò al luogo della pittura, e salendo sul ponte, che ancora non era interamente disfatto, benché fosse scoperta l’opera, presa una martellina, percosse alcune teste e di fermo e un ignudo, che egli aveva figurato, in atto di rompere una mazza, e quasi interamente le scalcinò, e se non che da’ Frati e da altra gente concorsa al rumore fu egli ritenuto, l’avrebbe disfatta tutta, né mai più, anche per doppio pagamento statogli offerto da’ Frati, volle raccomandarla. Onde non essendosi trovato né allora né poi, alcuno eccellente pittore, che vi abbia voluto metter la mano, per la reverenza, in che è stata sempre tenuta quell’opera, essa si è rimasta in quel modo stesso, nel quale dal pittore fu lasciata. Per la Cappella de’ Corinzi in San Pier Maggiore, dipinse poi la piccola tavola di Maria Vergine Annunziata, che fino ad oggi si conserva. Fu opera delle sue mani un Cenacolo pe’ Frati del Beato Gio. Colombino, detti della Calza (Religione stata a’ dì nostri soppressa) nel Refettorio di lor Convento, presso alla Porta di San Pier Gattolini: e nel Cortile della Compagnia dello Scalzo, dipinto da Andrea del Sarto, sono di sua mano gli ornamenti di tutte le pitture, e due storie della Vita di San Giovambatista, cioè quando il Santo piglia licenza dal padre per andare al deserto: ed il medesimo Santo fanciullo, in atto d’incontrarsi con Gesù, Maria e San Giuseppe, le quali storie non aveva potuto fare Andrea, per esser stato chiamato in Francia. Dipinse nella Sala della Villa del Poggio a Cajano, a concorrenza d’Andrea del Sarto e di Jacopo da Pontormo, una facciata con istorie de’ fatti di Cicerone. Ad instanza d’Andrea Pasquali, eccellentissimo Medico Fiorentino, fece per lo Spedale di Santa Maria Nuova una bella Anatomia. Operò ancora il Franciabigio in figure piccole ottimamente: fece ritratti molto al vivo, e intese molto di prospettiva. Fu grande amico degli studj dell’arte; onde ne’ tempi della state, non lasciò mai passar giorno, che e’ non disegnasse uno ignudo dal naturale, tenendo in sua stanza uomini a tal’ effetto salariati. Non ebbe gran concetto di sé stesso; anziché avendo vedute alcune opere di Raffaello, seppe così ben contenersi, che non mai volle uscir di Firenze, non parendogli per verun conto di poter concorrere con uomini di sì rara virtù. Non era però egli di così mediocre valore, quanto la sua modestia il faceva parere: e avrebbe senza dubbio la nostra città, oltre alle tante opere da esso [p. 237] condotte, vedutene di sua mano anche delle più belle, se però la morte, nel più bello del suo operare, cioè nella sua età d’anni quarantadue, non l’avesse tolto da questo mondo, il che seguì appunto l’anno 1524.

GIO. NICCOLA

PITTOR PERUGINO

Discepolo di Pietro Perugino, si crede fiorisse nel 1520.

Fece Gio. Niccola in San Francesco di Perugia sua patria una tavola di un Cristo nell’Orto: e in San Domenico la tavola di tutti i Santi per la Cappella de’ Baglioni: e colorì a fresco alcune storie di San Giovambatista nella Cappella del Cambio.

[p. 161]

DELLE

N OT I Z I E

DE PROFESSORI DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE III.

DEL SECOLO IV.

DAL MDXX. AL MDXXX.

GIULIO ROMANO

Discepolo ed Erede di Raffaello da Urbino, nato 1492, morto 1546.

È Universale opinione degl’intendenti dell’arte, che Giulio Romano, tra’ moltissimi discepoli, che ebbe il gran Raffaello da Urbino, fosse il migliore. Quest’artefice fu dotato dal cielo di una natura gioviale e docile, a cagion della quale, essendo dolcissima la sua conversazione, e non ordinaria l’integrità de’ suoi costumi, fu dal maestro singolarmente amato: ed oltre a ciò, se ne servì il medesimo in ajuto nelle più importanti e più rinomate opere sue: e fra queste nelle Logge Papali di Leone X, dove si dice, che dipignesse di sua mano la storia della Creazione di Adamo e degli Animali, l’Arca, il Sacrifizio ed altre. Fecegli anche operare nella Camera di Torre Borgia, e in molte storie della Loggia de’ Ghigi. Faceva esso Raffaello l’invenzioni e i disegni di diverse architetture, [p. 239] e a Giulio poi gli faceva tirare e rimisurare in grande; onde avvenne, che egli diventò quel buon Pittore e Architetto, che è noto. Dopo la morte del maestro, finì, insieme con Gio. Francesco, detto il Fattore, suo condiscepolo, molte opere di lui, rimaste imperfette. Fece il disegno del Palazzo e Vigna sotto Monte Mario, detto di Madama, pel Cardinale Giulio de’ Medici, poi Clemente VII e similmente del Palazzo sopra il Monte Janicolo per Baldassarre Turini di Pescia, nel quale ancora dipinse di sua mano molte storie de’ fatti di Numa Pompilio, che si trova forse già in tal luogo sepolto: e fece anche il disegno di molte altre fabbriche della città di Roma. Dipoi, per opera del C. Baldassarre Castiglione, che molto l’amava, fu mandato a’ servigj del Marchese di Mantova suo Signore, pel quale fece di opera rustica il modello del Palazzo del Te, e vi dipinse di sua mano storie di Psiche e de’ Giganti. Rifece più stanze del Ducale Palazzo, e vi aggiunse varj abbellimenti. Coll’ajuto di Rinaldo Mantovano suo discepolo, vi dipinse la guerra Troiana: fece il modello della Villa di Marmirolo: e per le case de’ particolari e chiese della città, condusse molte pitture: e in somma l’abbellì tanto di fabbriche, fatte con suo disegno, e di altre opere di sua mano, e con sua industria seppela così bene difendere ed assicurare dalla inondazione del Po, che in que’ tempi molto la travagliava, che dal Duca fu ordinato, che niuno de’ cittadini potesse in essa fabbricare senza il disegno di lui. Edificò per sé medesimo, nella stessa città, una bella casa, rincontro alla Chiesa di San Barnaba, dove essendo fatto ricco, abitò fino alla morte. Veggionsi di mano di quest’artefice disegni infiniti, perché oltre a molti, che gli occorsero fare per l’opere, gli bisognò tuttavia disegnare invenzioni di fabbriche, e pitture da farsi in diversi luoghi, oltre alle molte, che egli condusse, le quali in Italia e in Francia furono stampate in rame. Dilettossi oltremodo dell’antiche medaglie, di cui fece una numerosa, e molto preziosa raccolta. Occorse finalmente, che essendo morto in Roma Antonio da San Gallo, Architetto celebratissimo, che assisteva alla fabbrica di San Pietro, fu richiesto Giulio di volergli succedere in tal carica: al che fare, egli incontrò infinite difficoltà, e da coloro, che in Mantova governavano, e dagli amici e da’ congiunti. Or mentre egli andava industriosamente superando, già risoluto di rimpatriare, e godere dell’onore offertogli, sopraggiunto da grave infermità, nell’età sua di anni cinquantanove, diede fine a questa vita mortale, e nella nominata Chiesa di San Barnaba fu onoratamente sepolto.

[p. 240]

GIO. FRANCESCO PENNI
DETTO IL FATTORE
PITTORE FIORENTINO

Discepolo ed Erede di Raffaello da Urbino, nato nel 1488, morto 1528.

Toccò in sorte a questo Artefice di esser messo, fin da piccolo fanciullo, nella scuola del gran Raffaello, come noi usiamo dire, per fattorino; onde fino da quella età fu chiamato il Fattore, cognome, che poi ritenne per tutto il tempo di sua vita. E perché fu giovane di buona natura, meritò, che Raffaello, in vita, se lo tenesse come figliuolo, ed in morte, lo lasciasse, insieme con Giulio Romano, altro suo amato discepolo, erede delle sue facoltà. Fu gran disegnatore, e tanto ne’ disegni, i quali usava di terminare con gran diligenza, quanto nell’opere, imitò assai la maniera del maestro: al quale, con altri suoi condiscepoli, ajutò nelle logge de’ Leoni, e a’ cartoni per gli Arazzi della Cappella del Papa e del Concistoro. Operò bene di paesi e di prospettive, e fu il suo colorire tanto a fresco, che a tempera e a olio, molto lodevole. Dipinse a monte Giordano in Roma una facciata a chiaroscuro: e in Santa Maria dell’Anima un San Cristofano alto otto braccia, con un romito dentro una caverna. Ajutò ancora al maestro nella Loggia de’ Ghisi in Trastevere, ed in molte tavole e quadri: e dopo la di lui morte, insieme con Giulio Romano, finì molte delle sue opere, che rimasero imperfette, e particolarmente quelle della Vigna del Papa e della Sala grande di Palazzo. Venutosene poi a Firenze, fece per Lodovico Capponi, sul canto di una sua villa, detta Mont’Ughi, sopra l’erta canina, lontano un miglio dalla città, fuori della Porta a San Gallo, un tabernacolo, che ancora oggi si conserva, dove figurò Maria Vergine con Gesù. Andatosene a Napoli vi si trattenne qualche tempo, appresso a Tommaso Cambi Fiorentino, che molto lo favorì, e vi fece opere assai, e guadagnò gran denari; ma come quello, che molto si dilettava di giuoco, mandando sempre ad un medesimo passo le perdite di quello, co’ guadagni del suo mestiero, giunto all’età di quarant’anni, e sopraggiunto dalla morte, ebbe poco che pensare a provvedersi di erede.

[p. 241]

JACOMONE

DA FAENZA PITTORE

Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva circa al 1530.

Nel tempo, che Raffaello Sanzio da Urbino, coll’opere maravigliose del suo pennello, spargeva in Roma e per tutto il mondo fama di sé, come di artefice rarissimo, o per dir meglio, unico nell’arte della pittura, venivan da tutte le parti richieste sue pitture: e quelli, a’ quali non toccava in sorte di ottenere originali di sua mano, si affaticavano per averne le copie, delle quali oggi molte si veggiono in ogni luogo; onde era necessario, che alcuni giovani della sua scuola, mentre studiavano dalle pitture di lui, in un tempo stesso soddisfacessero a coloro, che tali opere addimandavano. Uno di questi fu Jacomone della città di Faenza, il quale, mentre visse Raffaello, molte ne fece, e forse anche dopo, e con tale studio talmente si approfittò, che poté esser di non poco giovamento nell’arte a Taddeo Zuccheri, il quale, dopo che stracco dalle noje e dagli strapazzi, ricevuti da giovanotto nella casa di Gio. Piero Cabrese, stato in Roma suo primo maestro, con esso Giacomone si accomodò. Molte ancora furono le opere inventate da Giacomone, e particolarmente a Faenza, dove alcune se ne veggono fino dell’anno 1570 ed io le porterò in questo luogo, secondo la notizia avuta dal Conte Fabrizio Laderchi di quella città, Cavaliere di religiosi costumi, esperto nelle buone arti, e dotato di tutte quelle rare qualità, che posson desiderarsi in un suo pari: il quale, mentre io scrivo, dopo alcuni anni di servizio di Gentiluomo della Camera della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana, che molto amava la sua virtù, è nella stessa carica passato a servire il Serenissimo Principe Francesco. Nella Chiesa dunque de’ Padri Domenicani sono di sua mano la Vergine Annunziata, due Profeti, ed alcune storie del Testamento Vecchio: e nel Refettorio de’ medesimi eran dipinti molti Santi di quell’Ordine, i quali, a cagione dell’umidità di quel luogo, sono andati male. Nella Chiesa di San Giovanni Evangelista de’ Padri Agostiniani, dentro al Coro, è dipinto lo stesso Santo; e all’Altare maggiore una Santa Maria Maddalena, che dagli Angeli è portata in Cielo: e vi è San Girolamo e’l Beato Giovanni Colombino. All’Altare maggiore della Chiesa del Paradiso una Madonna, con Gesù, San Giovambatista e San Francesco; e in San Pietro Celestino, pure all’Altare maggiore, è di sua mano un San Giovambatista, che mostra il Cielo ad un Monaco che gli sta vicino inginocchioni, con San Giovanni Evangelista, San Matteo, San Pietro Celestino, e San Benedetto. Nella Chiesa di San Giovanni è la Creazione di Adamo ed Eva, e la cacciata loro dal Paradiso Terrestre; in Santa Chiara [p. 242] una Madonna col Bambino Gesù, San Gregorio, ed un altro Santo; nella Confraternita di Santo Rocco la Deposizione di Cristo dalla Croce: in quella della Madonna degli Angeli la Vergine Assunta: e nella Confraternita della Nunziata, all’Altare maggiore, una Madonna con Gesù Bambino, con appresso due Santi.

PRETE DA URBINO

Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva nel 1520.

Fra i moltissimi suggetti, che d’ogni stato e d’ogni condizione goderono la umanissima cortesia del gran Raffaello da Urbino, negl’insegnamenti dell’arte della pittura, uno fu un certo Prete da Urbino, che anche fu suo parente, ed uno delli tre, fra’ quali Raffaello venuto a morte, distribuì le cose sue. Tali furono esso Prete, Giulio Romano, e Giovanfrancesco, detto il Fattore, tutti suoi discepoli. Fiorì anche in questi tempi un altro discepolo di Raffaello, detto il PISTOJA, delle opere del quale non si è potuto aver notizia.

JERONIMO BOS

LODOVICO JANS

E JACOMO RAZZET

Fiorivano nel 1520.

Essendo certa cosa, che ogni buon pittore, nell’operar suo, cerchi al possibile di farsi imitatore della natura e del vero, è degno di ammirazione il vedersi contuttociò fra molti artefici maniere tra di loro tanto diverse, e che col solo seguitar che e’ fanno i dettami del proprio ingegno, si faccia ciascheduno miglior maestro nel proprio modo, di quello sarebbe talvolta riuscito, s’egli avesse seguitato la maniera altrui. Questo si vide particolarmente in Jeronimo Bos, il quale fiorì in Fiandra nella città di Shertoghen Bosch, che in Latino vale Silva Ducum, ne’ primi tempi, [p. 243] che que’ maestri vi cominciarono a dipignere alquanto lodevolmente; se non che il suo panneggiare fu più franco di quello, che per ognuno allora in quelle parti si costumava, che era secco e di pieghe molto spesse e replicate. Fu anche più spedito nel maneggiare il pennello, facendo le sue pitture, quasi alla prima, sopra tavole ingessate: e usò, avanti di cominciare a dipignere esse tavole, dar loro sopra un colore di carne, sopra il quale distendeva i colori. Fu anche diversissimo da ogni altro de’ suoi tempi: e valente assai nell’inventar capricci di cose estremamente terribili e spaventose, come larve, spiriti, stregherie, maleficj, ed altre rappresentazioni infernali e diaboliche, benché attendesse ancora ad ogni altra sorta d’invenzione. In Amsterdam era di mano di quest’uomo l’anno 1604 una Vergine, che va in Egitto, dove si vedeva San Giuseppe, in atto umile, domandar della strada ad un contadino, e Maria Vergine graziosamente sedente sopra un giumento: in lontananza era una rupe, in cui egli aveva rappresentato, intorno ad un’osteria molte bizzarre figure, che facevano ballare un orso, accompagnate da altre belle curiosità. Era pure in Amsterdam un’altra tavola del Limbo de’ Santi Padri, liberati dal Signore: e poco distante si vedeva la persona di Giuda trascinata per una corda, appiccatagli strettamente al collo da maligni spiriti, ovvero figurata pel capestro, con cui si diede la morte: ed era cosa curiosa il vedere la bizzarria e varietà di que’ mostri infernali, e quanto naturale pareva il fumo e la veduta dell’oscuro carcere de’ dannati, che in poca distanza da quel luogo appariva. Vedevasi pure in quella città di sua mano un Cristo portante la Croce, nella quale egli aveva usata più modestia, astenendosi dalle molte baje, che era solito nelle sue storie rappresentare, fossero qualunque si volessero. In Haerlem, in casa Giovanni Dietringeren, erano alcuni Santi in certi sportelli, e in uno era un Santo Monaco, che disputava con un Eretico, facendo porre sopra il fuoco alcuni libri dell’una e dell’altra religione: e si vedeva il libro del Santo volar fuori dalle fiamme, e gli altri bruciarsi. Facevano anche bella veduta le legne, e alcuni libri inceneriti, il tutto imitato maravigliosamente. Il volto del Santo appariva grave e modesto; laddove gli altri erano arcigni e scomposti. Nell’altro sportello era un miracolo, dove si vedeva un Re caduto in terra. Nella nominata città di Shertoghen, erano ancora sue opere, come in altre città di quelle parti: e fino nell’Escuriale di Spagna furono collocate sue pitture, e tenute in gran prezzo. Questo è quanto si ha di notizia di Jeronimo Bos.

Nella stessa città di Shertoghen, fu ancora un certo LODOVICO JANS VANDENBUS, che era molto valente in far frutti e fiori, che fingeva in alcune caraffe di vetro, con molta pazienza e imitazione del vero, facendo apparire sopra i fiori la rugiada, e quegli animaletti, che son soliti volarvi sopra. Valse ancora nelle figure: e di sua mano si vedeva in casa di Melchior Wyntgis a Meidelburg un bellissimo San Girolamo, quattro tondi grandi, alcuni fuochi incendiarj, frutti, fiori e altri pezzetti di quadri assai belli.
[p. 244] Vi fu ancora un certo JACOMO RAZZET, di mano del quale erano alcuni vetri benissimo dipinti. Di questi null’altra notizia si ha, se non che e’ fu paesano de’ soprannominati due Pittori.

BALDASSARRE PERUZZI

ORIGINARIO DI FIRENZE

PITTORE E ARCHITETTO

Discepolo di Raffaello da Urbino, nato in Volterra l’anno 1481, morto 1536.

Di questo singolarissimo Artefice, onore della città di Siena, e anche possiamo dire di Volterra e di Firenze, scrisse tanto il Vasari con sì buone e sicure notizie, che a noi poc’altro riman da notare, se non quanto è necessario per l’assunto nostro, che è di soddisfare all’università dell’istoria, col dare anche di coloro, de’ quali fu da altri scritto, una sommaria informazione. E’ dunque da sapersi, come in quegli antichi, ne’ quali la nostra città era molto travagliata dalle civili discordie, un nobile cittadino di essa, chiamato Antonio Peruzzi, desideroso di quiete, si portò alla città di Volterra, dove fermò sua stanza, e l’anno 1480 si accasò. Di suo matrimonio nacque un figliuolo, che si chiamò Baldassarre, quegli, di cui ora parliamo, e di una figliuola, il cui nome fu Verginia. Occorse poi il caso del Sacco di quella città, a cagion del quale, al misero Antonio fu d’uopo, dopo aver perduto tutto il suo avere, partirsi: ed a Siena, con sua famiglia rifuggirsene, e quivi sua vita menare in gran penuria. Ma perché verissima cosa è, che bene spesso più giovano per una buona e virtuosa educazione de’ piccoli figliuoli, e per isvegliare in essi il desiderio delle virtù, le domestiche scomodità, o vogliamo dire una certa tal quale necessità di quello, che gli agi e la soverchia abbondanza non è solita fare; Baldassarre il fanciullo, che dotato era da natura di un bel genio a cose di disegno, per desiderio di sollevar sé stesso e la casa, diedesi prima alla pratica di persone dell’arte, e poi con tanto fervore agli studj della medesima, che poi poté fare gli altri progressi, che son palesi al mondo. Delle prime opere, che costui condusse in pittura, oltre ad alcune cose in Siena, fu una Cappelletta non lungi dalla Porta Fiorentina, nella nominata città di Volterra. Dipoi se ne andò a Roma, e fatta amicizia con Piero Volterrano, che operava colà per Alessandro VI Sommo Pontefice, si acconciò appresso [p. 245] di lui: poi stette con un ordinario pittore, che fu padre di Maturino, lavorando per esso; e finalmente avendo dato saggio di sé, cominciò ad esservi adoperato. Dipinse in Sant’Onofrio e in Santo Rocco a Ripa; poi fu condotto ad Ostia, dove in compagnia di Cesare da Milano, dipinse nel Mastio della Rocca, a chiaroscuro, storie militari de’ Romani antichi. Tornato a Roma, e incontratosi nel favore e protezione di Agostino Ghigi, poté, con suoi ajuti di costà, trattenersi in Roma a maggiori studj dell’arte sua, e particolarmente di cose di architettura, per le quali non gli fu di poco giovamento la concorrenza di Bramante, che in que’ tempi faceva gran figura. Molto ancora si applicò alla prospettiva; onde dipinse poi le belle cose, che si veggono di sua mano in Roma, toccanti tale facoltà: ed inventò le nobili prospettive per le commedie, che si fecero ne’ tempi di Papa Leone, le quali, per fuggir lunghezza, e perché da altri furono raccontate, tralascio. Avendo egli dipinta la facciata della casa di Messer Ulisse da Fano, con istorie di Ulisse, cominciò ad entrare in credito d’uomo singolare nella pittura; né minor gloria gli procacciò il bel modello, che egli fece di sua invenzione del Palazzo di Agostino Ghigi, il quale egli medesimo dipoi adornò al di fuori con istorie di terretta; siccome vi dipinse le prospettive della Sala, e l’istorie di Medusa nella loggia in sul giardino: dove alcune cose condusse ancora Fra Bastiano del Piombo, della sua prima maniera; e dove fece anche il gran Raffaello da Urbino la Galatea rapita da i Marini. È di sua mano la facciata, dipinta a prospettive, della casa che fu di Jacopo Strozzi, per andare in Piazza Giudea. Dipinse per Ferrando Ponzetti o Puccetti, poi Cardinale, la Cappella nella Pace, con piccole istorie del Vecchio Testamento, ed alcune figure grandi; e per la medesima Chiesa condusse la bellissima storia di Maria Vergine nostra Signora, che sale al Tempio, e tennesi alla maniera di Giulio Romano e di Raffaello. Coll’occasione, che fu dato il bastone di Santa Chiesa al Duca Giuliano de’ Medici, dovendosi dal Popolo Romano fare il solenne apparato, fu a Baldassarre data incumbenza di fare uno de’ sei gran quadri, alto sette canne, e largo tre e mezzo, in cui rappresentò quando Giulia Tarpea fece il tradimento a’ Romani; e fece la prospettiva per la tanto celebre commedia, che allora fu recitata; ed anche infinite altre architetture e prospettive, le quali tutte cose furono stimate le migliori, che si fossero vedute in quelle feste. Per Francesco Bozzio, vicino alle case degli Altieri, dipinse la facciata con istorie di Cesare, nel fregio della quale ritrasse al vivo tutti i Cardinali allora viventi, e i dodici primi Imperadori. Chiamato a Bologna a fare il modello della facciata di S. Petronio, fu ricevuto nella casa del Conte Giovambatista Bentivogli, nella quale fece modelli, piante e profili bellissimi per quella fabbrica, operando ad oggetto di non rovinare il vecchio, ma di adattarlo con bella grazia alle sue nuove invenzioni. Mentre che egli si trattenne in quella casa, fece pel detto Conte Gio. Battista un maraviglioso disegno a chiaroscuro della Natività di Cristo, e visita de’ Magi, che poi fu da quel Signore fatto mettere in opera in pittura da Girolamo Trevigi; e oggi si conserva l’istesso disegno, come cosa rarissima, in Firenze dagli eredi del Conte Prospero [p. 246] Bentivogli, fra l’altre cose di gran pregio, che possiede quella nobilissima casa in simil genere, come quella che fu sempre amatrice di queste belle arti, siccome di ogni altra virtù. Fece similmente Baldassar Peruzzi, per la Chiesa di San Michele in Bosco, il disegno della Porta; e quello del Duomo di Carpi, nella qual città diede principio all’edificazione della Chiesa di San Niccola: e furono ancora con suo disegno fatte le fortificazioni della città di Siena. In Roma molte bellissime fabbriche furono fatte con suo modello, e molte ancora coll’assistenza di lui ebbero loro fine, che da altri erano state incominciate. Parve che al pari di sua virtù fosse questo artefice accompagnato dalla disgrazia; imperciocché piccioli furono per lui gl’infortunj, che detti abbiamo, a paragone di quei tanti, che gli convenne sostenere dipoi nel rimanente di sua vita. Trovavasi egli tuttavia in Roma l’anno 1527 quando occorse il fiero caso del crudele saccheggiamento; onde al povero Baldassarre, oltre alla prigionia in mano degli Spagnuoli, toccò a sostenere, per opera de’ medesimi, grand’ingiurie e strapazzi. Avendolo poi quegli riconosciuto per pittore e per uomo singolare, gli bisognò per guiderdone de i pessimi trattamenti, far loro il ritratto di Borbone stesso, stato loro condottiere, che poc’anzi a costo della propria vita, scarsa ricompensa della di lui crudele malvagità, aveva fatto tanti danni, e posto in tante lagrime quella sempre gloriosa città. Fatto ch’egli ebbe il ritratto di Borbone, prese la strada per ritorno a Siena, dove, a cagione di nuova invasione, patita in quel viaggio da’ malandrini, o dagli sparsi soldati, giunse finalmente scalzo e ignudo; ma perché egli portava con seco sé stesso, e conseguentemente il gran nome acquistatosi in Roma, e la propria virtù, non gli mancò chi si tenesse a grand’onore di rimetterlo bene in arnese, e provvederlo decentemente in tanta sua calamità. Poi vi fu provvisionato dal pubblico; ma fermati che furono i rumori, e purgati i sospetti, egli se ne tornò a Roma, dove più che mai diedesi agli studj di architettura e delle mattematiche: e cominciò a scrivere un libro delle antichità di Roma, ed un Comento di Vitruvio, facendo luogo per luogo disegni e figure per espressione de’ concetti di quell’Autore. In questo tempo fece il disegno per un Palazzo de’ Massimi, da fabbricarsi in forma ovale, con un vestibolo di colonne doriche nella facciata dinanzi. Venuto finalmente l’anno 1536 e del nostro artefice il cinquantesimoquinto, trovandosi egli aggravato dalle molte fatiche, sopraggiunto da gravissime infermità, fece da quest’all’altra vita passaggio, e nella Chiesa della Rotonda, accompagnato il suo corpo da tutti i professori, fu sepolto presso al luogo, ove già al cadavere del gran Raffaello era stata data sepoltura. La morte di questo uomo singolare fu di estremo dolore agli intendenti, e di danno inestimabile alla città di Roma, a cagione delle grandi opere, particolarmente d’architettura, pubbliche e private, che doveano aver da lui incominciamento e fine: e molto ne patì la Basilica di San Pietro, per la cui terminazione egli era stato destinato da Paolo III in compagnia d’Antonio da San Gallo. Fu Baldassarre Peruzzi gran disegnatore, inventore maraviglioso, e molto imitatore della maniera di Raffaello. Veggonsi i suoi disegni, tocchi d’acquerelli a chiaroscuro con numero grandissimo di [p. 247] figure, e abbigliamenti nobili, nella raccolta della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana. Molti furono i discepoli di Baldassarri nella pittura e architettura, e fra questi un tal Francesco Senese, Virgilio Romano, Antonio del Rozzo, il Riccio, l’uno e l’altro Senesi, e Giovambatista Peloro architetto. Ricevette anche da Baldassarre buoni precetti di architettura, un certo Tommaso Pomarelli, cittadino di Siena, il quale talvolta operò in compagnia di lui: e dicesi, che al tempo di Pandolfo Petrucci, pensando i Senesi di fare un fosso, che doveva giugnere fino al mare, ed i portici della Piazza, ne fossero con invenzione del Petrucci delineate le piante dallo stesso Pomarelli: siccome quelle ancora del primo e secondo ricinto della medesima città. Ancora fu scolare del Peruzzi, Girolamo, detto Momo da Siena, che operò bene in pittura, del quale si videro molte cose in Roma, e particolarmente la Cappella della Trasfigurazione in Araceli, e un quadro sopra la porta della Sagrestia in sulla maniera di Raffaello: ed aveva anche dipinto dietro all’Altar maggiore nella Chiesa di San Gregorio: ed è certo, che se a questo artefice non avesse la morte troppo presto troncato il filo della vita, egli sarebbe pervenuto in quell’arte a gran segno. Cecco Sanese fu pure discepolo del Peruzzi, e fece in Roma l’Arme del Cardinale di Trani in Piazza Navona, ed altre opere.

ARTEFICI

CHE FIORIRONO IN QUESTO TEMPO

NELLA CITTÀ DI GENOVA

E NEL SUO STATO.

LAZZARO CALVI, figliuolo di Agostino, nella scuola di Perino del Vaga attese alla pittura, ed in quest'arte fu sotto la protezione di Agostino Doria assai adoperato. Pel medesimo dipinse le facciate del suo Palazzo, con istorie di fatti d’uomini di quella nobilissima casa. Fu anche sua pittura una facciata di una casa vicino alla Piazza Pinelli, con istorie di Ulisse, quando, per non restare ingannato dal canto delle Sirene, fecesi legare all’albero della nave. Al Duca Grimaldi colorì due Salotti nel suo Palazzo, rimpetto alla Chiesa di San Francesco, con favole di Fetonte e d’Apollo. Altre istorie dipinse nel Palazzo di Franco Lellaro: e molte opere fece in quello de’ Bandinelli Sauli. Fu chiamato a Monaco, ove nell’anno 1544 molto operò in servizio di quel Principe: e nel 1547 [p. 248] portatosi a Napoli a’ servigj di quel Re, ne riportò l’onore della facoltà di potere aggiungere all’armi di sua casa la testa di Moro bendato, insegna propria di quella Maestà. Giunse costui fino all’estrema vecchiezza, e in età di ottantacinque anni, ancora coloriva a fresco e a olio, in modo non disprezzabile; benché egli, a cagione di disgusti avuti, per essere stato il suo pennello, dal Principe Doria suo gran protettore, posposto a quello del Bergamasco e di Luca Cambiaso, negli ornamenti che disegnavansi di fare nella Chiesa di San Marco, come uomo invidioso ch’egli era molto, pel corso di ben venti anni, si fosse astenuto dal dipignere, e in quella vece avesse atteso all’arte nautica, alla quale, aggiunta ad un genio marziale e fiero, aveva avuta da natura non ordinaria inclinazione.

PANTASILEO CALVI, fratello del suddetto Lazzaro, fu anch’egli pittore, dettogli non pochi ajuti in tutte le opere sue pel tempo ch’e’ visse; onde col suo morire lasciollo in guai, e ciò seguì appunto in tempo, che Lazzaro essendo già divenuto molto vecchio, aveva più che mai di bisogno della di lui assistenza: né altro sappiamo di questo artefice.

JAN CORNELISZ

VERMEYN DE BEVERWYCK

PITTORE

Discepolo di Cornelis, nato 1500, morto 1559.

Nacque questo artefice in Beverwyck, non molto lontano da Haerlem, l’anno 1500. Il nome del padre suo fu Cornelis: appresso di lui imparò i principj dell’arte, e si fece così valente, che fu posto a’ servigi dello ‘mperador Carlo V, il quale sempre lo volle appresso di sé in tutti i suoi viaggi. Condusselo a Tunis in Barberia, dove, per esser’ egli buon Geometra ed Architetto, e sapere anche ben levare di pianta, si valse di lui nelle cose campali, facendogli, nell’occasione di porre assedj, misurare i terreni, e rappresentare in pittura tutte le proprie azioni di guerra, e fra queste l’assedio e’l sito della città di Tunis, delle quali invenzioni poi si servì quella Maestà per far vaghe e ricche tappezzerie. Si videro belle opere di costui in Atrecht in Fiandra nella Badia di San Vaes: in Bruselles erano ancora alcuni bei quadri e ritratti al naturale, oltre a quelli che erano nella Chiesa di Santa [p. 249] Gudula, stati poi o guasti o portati via. Costui fece fare il proprio sepolcro nella Chiesa di San Goricks, pure in Bruselles, e nella più alta parte era un Dio Padre. Questo fu poi trasportato in Praga appresso Hans Wermein suo fratello, che fu gran valent’uomo nell’arte dell’orefice, ed eccellente modellatore, di cui lo stesso Carlo V si serviva e avevalo in grande stima. Nella stessa Chiesa era una Natività del Signore, e un Cristo ignudo in piedi, con una mano sul petto, opere assai lodate. Il ritratto di questo artefice, fatto da lui medesimo, si trovava l’anno 1604 a Midelborgh in Zeelandt, appresso Maria sua figliuola, vedova di Pieter Cappoen, in nostra lingua Pietro de’ Capponi, ottimamente lavorato. Nel medesimo quadro del ritratto, dalla parte di dietro, era una lontananza con una veduta della città di Tunis, fatta dal naturale, colle guardie de’ soldati, ed esso a sedere, in atto di dipignere: appresso a lui era una donna grassa ignuda, con un taglio in un braccio. Vi era ancora il ritratto di Maria, sua seconda moglie, assai ben fatto. Questa donna aveva per ciascheduna mano sei dita; ma o forse subito nata, o dipoi, le erano state levate le due dita minori, e benissimo si scorgeva nella pittura il luogo della congiunzione di esse dita tagliate. La medesima Maria fu dipinta al naturale dal padre in sua gioventù in abito Turchesco, perché godeva di vederla spesse volte in quel modo vestita: e con tal veste la conduceva ogni anno alla solita processione della principal festa di Bruselles, chiamata Emgangh. Era ancora appresso essa Vedova, fatto dal naturale, un ritratto di un bambino, che aveva bellissimi capelli: e un trionfo di mare, fatto da suo padre, con molte figure ignude assai belle. Fu questo Giovanni Cornelisz strettissimo amico e compagno di Giovanni Schooreel: e l’uno e l’altro comprarono gran beni nella Noortolandia. L’Imperadore spesse volte si pigliava gusto di far veder costui ad alcune Dame e Signori, perché era di grandissima statura e benissimo composto, ed aveva una barba sì lunga, che stando ritto, poteva pestarla col piede: ed era cosa gustosa il vedere alcune volte, quando e’ viaggiava a cavallo appresso a Principi e Cavalieri, che il vento gliela sollevava e balzava loro nel viso. Tenevane Giovanni gran conto, e ogni mattina impiegava alcun tempo in pettinarla, e a cagione di questa, era chiamato Ans della barba. Morì quest’artefice in Bruselles l’anno 1559, della sua età cinquantanove o sessanta: e nella Chiesa di San Goricks, fu sepolto. Il ritratto di lui, intagliato da Tommaso Galle, fra’ ritratti degli altri celebri pittori Fiamminghi, fu dato alle stampe poco avanti al 1600 co’ seguenti versi, composti da Domenico Lamsonio:

Quos homines, quæ non majus loca pinxit et urbes,
Visendum late quicquid et Orbis habet;
Dum terra sequiturque mari te Carole Cæsar,
Pingeret ut dextræ fortia facta tuæ;

Quæ mox attalicis fulgerent aurea textis,
Materiem artifici sed superante manu.

[p. 250] Nec minus ille sua spectacula præbuit arte
Celso conspicuus vertice grata tibi.

Jussus prolixæ detecta volumina barbæ
Ostentare suos pendula ad usque pedes.

JOAN DI MABUSE

PITTORE

Discepolo di Luca d’Olanda, fioriva nel 1524.

Fu Giovanni della città di Mabuse: ed essendo stato ricevuto nella scuola da Luca di Leida, diedesi appresso di lui a studiar l’arte del disegno, con accuratezza e diligenza, quanta mai se ne adoprasse alcun altro giovane in questo tempo. Questi, nella sua gioventù fu persona allegra, ma contuttociò non lasciò mai di affaticarsi, per avanzarsi nell’arte, per giugner poi là, dove tendevano i suoi pensieri. A tal fine, dopo qualche tempo volle peregrinare per l’Italia, ed altre Provincie e Regni, con che acquistò tanto di sapere, che ebbe il vanto di essere il primo, che riportasse in quelle parti di Fiandra il vero modo di ordinare le storie, e fare gl’ignudi e putti, col buon gusto Italiano, i quali avanti a lui non vi erano ancora in molto uso. Fra le opere ch’ei fece, la principale e più stimata, fu una gran tavola, che fu posta sopra l'altar maggiore di una chiesa di Midelburgh, co’ suoi sportelli, che per la loro grandezza, nell’aprirsi, eran fatti posare sopra certi ferri adattati a quell’effetto nel suolo. Viveva in quei suoi tempi in Anversa il celebre Alberto Duro, il quale venne apposta a Midelburgh a veder quella tavola, il che ridondò in non poca gloria del Mabuse. L’Abate, che la fece fare, fu Massimiliano di Bourgoignen, che morì l’anno 1524. Aveva il Mabuse rappresentato in questa tavola una Deposizione di Croce, e spesovi gran tempo, e lavoratala con indicibile artificio; ma portò il caso, che essendo caduto un fulmine, non solo incendiò e rovinò essa tavola, ma la Chiesa medesima, restandone con gran dolore tutta la città, per la grande stima in che era appresso di ognuno quella bell’opera. Dopo la morte di questo artefice, rimasero in essa città alcuni pezzi di tavole con immagini della Vergine, ed altre; ma principalmente nella strada di Langhendepht, in casa del Sig. Magrius, era una rappresentazione di Cristo deposto di Croce, con figure grandi, tanto bene ordinate, e così pulitamente finite, e con abiti di drappi sì belli e naturali, che era una meraviglia. Similmente la tovaglia, colla quale calavano il S. corpo, e tanto questa, che i panni e vestimenti, facevano [p. 251] pieghe bellissime. Vedevansi ancora grandi affetti di dolore nelle figure. Appresso un amator dell’arte, chiamato Melchior Wintgis, era una bella Lucrezia. In Amsterdam, in via Warmoes, in casa di Marten Papembroeck, era una tavola di Adamo ed Eva, alta e grande, ma più alta, che lunga, con figure quasi al naturale, assai belle e ben finite, della quale opera furono al padrone offerti gran danari. In casa Joan Nicker, pure in Amsterdam, era una gran tavola de’ fatti di un Apostolo, dipinta a chiaroscuro, che pareva fatta senza colore: e a quella tela dov’ella era dipinta, aveva il Mabuse data una certa sorta d’imprimitura, che pel molto piegare che si faceva, non mai punto si guastava. Stette quest’artefice al servizio del Marchese di Veren, al quale dipinse Maria sua moglie, per una Vergine, che teneva in braccio il Bambino, ritratto d’un proprio figliuolo del Marchese e della stessa Maria. Quest'opera fu stimata tanto bella, che a comparazione di essa ne perdevano tutte l’altre sue pitture: e fino all’anno 1604 si vedeva sì ben conservata, che pareva fatta allora. Andò poi questo quadro in mano del Signore di Froimont in Goude, siccome altri ritratti di sua mano furon portati a Londra. In Withal, in Galleria, era un quadro con due ritratti di fanciulli, lavorati con grande artificio. Avvenne una volta, che mentre il Mabuse stava in servizio del Marchese, per non so quale occasione di viaggio, convenne al medesimo ricevere nella propria casa Carlo V onde per segno di ossequio e di allegrezza, volle vestire tutta la sua gente di Dommasco bianco. Mabuse ebbe il suo dommasco prima degli altri; ma perch’egli era un uomo, che poco stimava sé stesso, e tanto meno la roba, lo vendé subito, e diedene il prezzo agli amici. Quando poi fu per venire lo ‘mperadore, il povero Mabuse, non avendo più né l’abito, né i danari da provvedersene un altro, fecesi una toga di foglio bianco, e la dipinse sopra di fiori a modo di dommasco, tanto bene e al naturale, che era una maraviglia il vederla, di che il Marchese prese grande ammirazione. Aveva egli allora in sua Corte, oltre al Mabuse, un altro dotto Filosofo, ancora esso pittore; e uno, che operava bene in poesia. Questi tre passarono un giorno rimpetto al Palazzo, in tempo che lo ‘mperadore era alla finestra: e vedendogli il Marchese, che stava dopo di lui, domandò a Sua Maestà, qual de’ tre le pareva il più bel dommasco; lo ‘mperadore allora pose l’occhio nel vestito del pittore, quale appariva molto bianco e bello, e fiorito con maggior vaghezza degli altri, e già voleva dare a quello la prima lode, quando il Marchese gli scoperse l’accidente e l’industria del pittore, che tanto gli piacque, che volle averlo attorno alla tavola quando mangiava: e più volte in tale occasione volle toccar quell’abito colle proprie mani, quasiché non finisse di credere al testimonio degli occhi proprj, che gliele facevan parere di dommasco vero. Fu il Mabuse uomo pio, paziente, ed in ogni sua opera diligentissimo; ma tanto a caso, e disprezzato di sua persona, che piuttosto pendeva nel sordido: a cagione di che, e anche dall’avere un aspetto burbero e tristo, nel passar ch’ei faceva una volta da Midelburgh, fu per sospetto fatto prigione: e nel tempo di sua prigionia fece alcuni disegni di matita, o altra materia nera, bellissimi. Seguì finalmente la sua morte nella [p. 252] città di Anversa, il primo dì di ottobre del 1532 e nella Chiesa Cattedrale della Madonna fu onorevolmente sepolto. Il ritratto di lui fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, con aggiunta de’ seguenti versi, composti dal Lamsonio:

Tuque adeo nostris sæclum dicere Mabusi
Versibus ad graphicen erudiisse tuum.
Nam quis ad aspectum pigmenta politius alter
Florida Apelleis illineret tabulis?
Arte aliis, esto, tua tempora cede secutis:
Peniculi ductor par tibi rarus erit.

JAN SWART

PITTORE DI FRISIA

Fioriva nel 1522.

La Frisia non fu mai così addiacciata, ch’ella non producesse alcun odoroso fiore, con che potesse abbellirsi il mondo. Tale fu Jan Swart, celebre pittore, in nostra lingua diciamo Giovannino Nero: e altri ancora, de’ quali siamo pur ora per dare alcuna breve notizia. Nacque Giovannino in Groeninghe nella Vrieslandt, che vuol dire paese addiacciato, e da noi detto la Frisia. Abitò alcuni anni in Goude: e fu nel tempo, quando Joan Scoorel venne in Italia, cioè del 1522 o 1523. Attese a dipignere paesi e figure ignude, e nell’una e nell’altra operazione seguitò la maniera del nominato Scoorel. Venuto poi in Italia, e stato alcuni anni a Venezia, prese (siccome lo Scoorel aveva fatto) un’altra maniera al modo Italiano. Non sono a nostra notizia i molti luoghi, dove furono mandati i suoi lavori di pittura; ben è vero, che uscirono dalla sua mano alcuni intagli in legno, cioè: certi Turchi a cavallo, con loro archi, frecce e simili, che sono assai ben fatti: un Cristo predicante ad infinito popolo, che l’ascolta dalla barca. Questo maestro ebbe un discepolo, che si chiamò ARIAENPIETERSZ CRABETH, il padre del quale si chiamava Krepelpieter. Questi imparò sì presto, che in gioventù avanzò il maestro. Andò in Francia, e dopo esservi stato alcun tempo, morì nella città Austum, e fu di gran danno all’arte, per la sua grande espettazione. Vi fu ancora un tal CORNELISZ, nato in Goude, discepolo di Hemskerck, che dipinse assai bene al naturale. Questi nella sua gioventù fu assai dedito [p. 253] all’ebrietà; ma, comeché frequentava assai la corte, vinto da un certo prudente rispetto e timore delle beffe, facendo forza a se stesso, si mutò a gran segno. Ma non saprei già io dire il perché costui, nell’abbandonare il bere, perdesse ancora l’arte, perché da lì in poi, non mai più diede in nulla; se non volessimo dire, che il passato disordine già gli avesse guasto talmente il cervello, che e’ non fosse poi più a tempo ad approfittarsi dell’emenda. Fu anche un gran pittore al naturale un tale HANS RAMESBIER, che in nostra lingua vuol dire, Giovanni Birra di San Remigio, così detta, perché circa il tempo della festa di questo Santo, fanno in quelle parti la birra per bere l’inverno. Questi fu Alemanno, e discepolo di Lambert Lombardus. Anch’egli nella sua gioventù si guastò pel troppo bere; contuttociò arrivò egli all’età di presso a cent’anni: e in Amsterdam, dove aveva sua abitazione, finì la sua vita. Fu ancora un altro SIMONE JACOBS di Goude, discepolo di Carel d’Iper in Fiandra, che dipinse ancor egli bene al naturale. Di sua mano era l’anno 1604 in Haerlem, appresso a un tal Willem Tibout, che fu morto nell’incendio di Haerlem, un ritratto, fatto con grande ardire. E medesimamente della città di Goude fu un CORNELISZ DE VISCHER, che in nostra lingua vuol dire Pescatore, che fu un cervello stravagantissimo, ma dipinse bravamente al naturale, del quale assai si potrebbe dire. Morì costui in viaggio marittimo nel venire d’Amburgo.

JOAN SCHOOREL

PITTORE DI SCOOREL IN OLANDA

Nato 1495, morto 1560.

In un Villaggio, dello Schoorel, vicino ad Alckmaer nell’Olanda, nacque l’anno 1495 al primo di Agosto Jan, che dal nome della patria, fu cognominato Schoorel; ed era ancora piccolo giovanetto, quando perduti per morte i proprj genitori, rimase alla cura di altri parenti ed amici, i quali fino all’età di quattordici anni nella città d’Alckmaer lo fecero attendere alla lingua Latina. Ma il fanciullo non poteva resistere a un naturale impulso, che del continuo l’accendeva di desiderio d’imparar l’arte del disegno: e non vedeva mai una pittura, ch’e’ non s’ingegnasse di copiarla in quel modo, che poteva fare allora un suo pari, che non mai aveva veduto matitatojo o pennello. Il simile faceva di altre cose naturali: e con un certo suo coltello o temperino, conduceva nel legno alcuni fantocci di rilievo, che avuto riguardo alla tenera sua età, [p. 254] erano degni di lode. Per questo era egli diventato lo spasso di tutti i suoi compagni di scuola, i quali, com’è solito di quell’età, si pigliavano tanto gusto di lui, ch’e’ non se gli potevan mai togliere d’attorno. Seguitando dunque il fanciullo tal suo divertimento, andò la cosa tant’oltre, che i parenti di lui l’applicarono a quell’arte, sotto la disciplina di Willem Cornelisz, ragionevol pittore di Haerlem, il quale lo prese con patto di tenerlo solamente tre anni: e quando lo Schoorel non avesse perseverato a star con lui tutto quel tempo, dovessero i parenti dare al pittore una tal convenuta ricognizione. Fecesi scrittura, la quale il maestro ripose in una sua borsa di cuojo. In processo di tempo divenne il pittore assai geloso col giovanetto Scoorel, per qualche utilità, che da esso riportava: e tuttavia stava con timore ch’e’ non si partisse di casa sua; che però assai frequentemente, nel tornar che faceva a casa briaco; perch’egli era uomo molto dedito al bere, minacciava il fanciullo, dicendogli: Schoorel tu fai che io ti porto in tasca, però non te ne andare, perché se tu te ne vai ti farò vedere quel che io saprò fare ai tuoi parenti; tantoché venuto a noja questo continuo rimprovero al figliuolo, una sera d’inverno, che tirava gran vento, cavata destramente la scritta di quella borsa, se ne andò sopra un ponte di legno, e fattone mille pezzi, diede loro la via sopra l’acqua, sperando, che col non trovarsi più quel foglio, sarebbe una volta anche finito quel chiasso, siccome seguì; perché il maestro avendo perduta la carta, dipoi non si arrisicava più a parlare; ma non per questo lo Schoorel, che fino da quell’età era di animo assai ragionevole e discreto, si partì dal maestro. Diedesi egli dunque molto da senno allo studio dell’arte, e fino i giorni festivi, quando non istava aperta la bottega, se ne andava fuori della città, disegnando vedute, boscaglie ed ogni altra cosa che alla campagna se gli rappresentava, che fosse curiosa, e come noi usiamo dire, pittoresca; come quegli che operava, secondo un occulto dettame della natura e interno gusto, che lo portavano all’ottimo: ed era il disegnar suo di una maniera al tutto diversa dagli altri pittori; onde non è maraviglia, che egli poi cresciuto in età e in studio, dopo essere stato in Italia, portasse in quelle parti un sì bel fare, che fu detto comunemente di lui, essere stato egli quello, che faceva la guida, e portava la lanterna agli altri artefici. Venne intanto la fine di tre anni, che doveva stare con Willem Cornelisz, quando egli licenziatosi da esso cortesemente, si portò in Amsterdam, appresso un tale Jacob Cornelisz, gran disegnatore e vago coloritore. Quegli veduti i talenti del giovane, lo ricevé con dimostrazione di stima, e posegli amore da figliuolo: ed ogni anno, per il suo lavoro, davagli molti danari, permettendogli ancora in certi tempi il fare alcune cose per sé: e così lo Schoorel aveva qualche danaro. Aveva questo suo maestro una bellissima figliuola di dodici anni, nella quale pareva, che la natura avesse riposti tutti i suoi doni, tanto di spirito, quanto di bellezza. Di questa il giovane s’invaghì, ed ella corrispondeva a lui. Non poté però quest’amore far sì, che egli, per desiderio di perfezionarsi più nell’arte, non lasciasse quell’abitazione e’l maestro; tantopiù che si persuase, che non mai gli sarebbe potuto riuscire l’averla per moglie, se [p. 255] e’ non si fosse fatto un gran valent’uomo: e così partitosi di lì, se ne andò a stare con un altro rinomato Pittore, chiamato Janniin di Mabuse, che stava al servizio di Filippo di Borgogna, vescovo di Utrecht; ma non gli fece però questa partenza dimenticar l’amore verso la figliuola del Cornelisz. E perché il Mabuse era sregolato nel vivere, e sempre stava negli alberghi e in sulle liti, e bene spesso conveniva a Schoorel pagare per esso, e anche mettersi in pericolo della vita, vi si trattenne pochissimo, e si partì alla volta di Colonia: e di là andò a Spira, dove trovò un Sacerdote, il quale faceva bene di architettura e pittura, da cui cercò d’imparar quell’arte: ed all’incontro fece egli a lui alcuni pezzi di quadri di sua mano. Di Spira se ne andò in Argentina, e di là a Basilea, e visitò tutte le stanze e scuole de’ Pittori, ben ricevuto da tutti e ben premiato de’ suoi lavori; perché oltre all’operar bene, e’ faceva più in una settimana, che altri in un mese; e però stando poco per luogo, contuttociò operava assai. Andò in Norimberga, città di Alemagna: e lì si trattenne alcun tempo appresso il famoso Duro, per desiderio di più imparare; ma perché in quegli anni aveva Lutero, colle sue false dottrine, cominciato a metter sottosopra tutte quelle parti, che per avanti se ne stavano nella Cattolica pace; parendo a Schoorel, che Durero cominciasse alquanto ad intrigarsi ancora egli in quella causa, per tenersi lontano da’ pericoli, si partì di Norimberga, e se n’andò a Stiers in Carinzia, dove lavorò per alcuni Signori; e quivi se ne stava con un Barone, grande amator della pittura, il quale lo rimunerò, non solamente con doni e altre cose, ma arrivò a segno di volergli dare una sua figliuola per moglie, il che sarebbe stato un gran bene per lui. Ma l’amore, ch’ei conservava tuttavia a quella fanciulla d’Amsterdam, lo ritenne dall’accettare il gran partito; e piuttosto preso nuovo vigore, cercò di farsi tuttavia maggior uomo, acciocché tornando là, potesse poi averla per moglie. Di lì andò a Venezia, e vi prese conoscenza con alcuni pittori di Anversa, e particolarmente con un tal Daniel di Bamberga. Mentre ch’egli era in quella città, s’abbatté in un Religioso, nativo di Goude d’Olanda, uomo molto venerando, che era grande amatore dell’arte della pittura. Con questi fece stretta amicizia e familiarità: se n’andò in Gerusalemme, essendo egli allora in età di venticinque anni; prese con sé tutti gli arnesi da dipignere, e sulle navi faceva ritratti di diversi personaggi. Scriveva in un suo libro tutte le giornate del viaggio. In Candia, Cipri e altre provincie, disegnò paesi e vedute, piccole città, castelli e montagne. Arrivato a Gerusalemme, fece tosto amicizia col Guardiano del Convento di Sion, che appresso i Turchi era in gran considerazione. Con esso viaggiò per tutti que’ Santi luoghi. Vide il fiume Giordano, e tutti con la penna li disegnò, insieme co’ paesi, pe’ quali passava. Avrebbelo il Guardiano volentieri tenuto quivi un anno, ma non volle compiacerlo. Promesseli bene alla sua partenza di Gerusalemme, di far per lui un quadro nella nave, e mandargliele, siccome fece, e di Gerusalemme, e di Venezia gliele mandò: e fu la storia di San Tommaso, che pone le dita nel Costato di Cristo. Questo quadro fu posto nella Chiesa del Presepio di nostro Signore, dove fino dell’anno 1604 [p. 256] ancora si trovava, come deposero alcuni, che vennero da quelle parti. Aveva ancora dipinta dal vero, la stessa città di Gerusalemme, della quale poi si servì in qualche tavola, dove rappresentò storie Evangeliche, come sarebbe a dire: quando Cristo discende dal monte Oliveto verso la città; quando predica sopra lo stesso monte e simili. Ancora dipinse il Santo Sepolcro. Nel tornarsene alla patria, fece il proprio ritratto, e ritrasse alcuni Cavalieri Gerosolimitani. Due anni avanti, che’l Turco pigliasse la città di Rodi, si era egli nella medesima città trattenuto appresso il Maestro dell’Ordine de’ Teutonici, da cui ben trattato, fecevi la pianta e la situazione della città. Arrivato a Venezia, poco vi si trattenne, perché volle scorrere a vedere molte altre provincie d’Italia. Fermossi per qualche tempo in Roma, dove cominciò a disegnare tutto l’antico, tanto di figure, che di rovine, e l’opere di Michelagnolo e di Raffaello; onde fin d’allora crebbe il suo nome appresso di molti. Occorse intanto, che fu creato Papa il Cardinale d’Utrecht, che fu Adriano VI in tempo ch’egli era in Ispagna; ed essendosi porta occasione allo Schoorel di farsegli conoscere, acquistò tal grazia appresso di lui, che gli fu subito dato il maneggio di Belvedere. Quivi fece alcuni quadri per lo stesso Papa, ed il ritratto di lui al naturale, che fu portato a Lovanio, nel Collegio eretto dal medesimo Papa. Questo buon Pontefice, dopo aver regnato un anno e otto mesi in circa, si morì: onde Schoorel, dopo aver finite alcune pitture in Roma, se ne tornò alla patria. Arrivato a Utrecht, fu preso da gran dolore, perché gli fu data la nuova, che la figliuola del suo maestro d’Amsterdam era stata maritata ad un orefice; onde il povero giovane vide in un punto fallito ogni suo disegno, e perduta quasi ogni fatica, che a poco altro aveva egli indirizzata, che al fine di abilitarsi all’affettuazione delle tanto desiderate nozze. Stettesi in Utrecht con un certo Proposto di Oudemunster, chiamato Lochorst, uomo di corte e grande amatore dell’arte. Questi dipigneva a olio e a guazzo. Quivi lo Schoorel dipinse l’entrata di Cristo in Gerusalemme, colla città al naturale, e vi fece molte figure de’ fanciulli Ebrei ed altri, che stendono i rami e le vestimenta a’ piedi del trionfante Signore. Fu questa tavola, che aveva i suoi sportelli, collocata nella Chiesa Cattedrale, alla quale fu donata da’ parenti del Proposto di essa. In quel tempo seguì una sollevazione nella città, fra alcuni partigiani del Vescovo, e quelli del Duca di Gueldria; onde lo Schoorel, per fuggire il tumulto, se ne venne in Haarlem, dove dal Comandante dell’Ordine di San Giovanni, che si chiamava Simon Saen, grande amico de’ pittori, fu ben ricevuto e ben trattato. Per questi fece alcune opere, che fino dell’anno 1604 si trovavano in quel luogo: particolarmente una storia di San Giovanni che battezza, dove si vedevano bellissime figure di vaghi aspetti, un bel paese e molti ignudi per battezzarsi. Aveva egli già acquistata gran fama in quel luogo, quando si risolvè a pigliarvi casa; che però gli furono date a fare poi molte tavole per altari di quelle Chiese: ed una, che doveva servire per l’Altare maggiore della Chiesa vecchia di Amsterdam, in cui rappresentò un Crocifisso: dell’invenzione della quale tavola se ne vedeva un’altra, pure in Amsterdam, detto anno 1604. Fu poi chiamato a Utrecht da’ Signori [p. 257] del Collegio di Santa Maria, Chiesa fondata da Enrico V Imperatore, dove fece una tavola per la maggior Cappella, con quattro sportelli, il primo de’ quali doveva egli, come gli fu ordinato, dipignere per una prova. Ritrasse alcune persone al naturale: ne’ primi due sportelli figurò Maria Vergine, col Bambino e S. Giuseppe, lo ‘mperatore inginocchioni, in abito Imperiale, col Vescovo Conradus, pontificalmente vestito; ed altre persone vi ritrasse, che per comandamento dello ‘mperatore avevan fatto abbellire quella Chiesa; e vi era anche un bellissimo paese. I due altri sportelli tenne alcuni anni; intanto dipinse alcune tele a guazzo, grandi quanto erano i due sportelli: in una rappresentò il Sagrifizio d’Abramo, con un bel paese. Queste tele fece poi comprare, insieme con altre opere di Schoorel, il Re Filippo l’anno 1549 coll’occasione di trovarsi nella Fiandra, e di passaggio in Utrecht, e se le portò in Ispagna. Era di mano di costui, in Amsterdam, un Crocifisso con bellissimi sportelli, fatto nel miglior tempo. Gli sportelli fatti in Utrecht, e ancora una bella tavola in Goude, insieme con molte altre belle opere sue, furono l’anno 1566 rotte e abbruciate dalla plebe. A Marchien, bellissima Badia in Artesia, era una sua bella tavola, con San Lorenzo sopra la graticola: una dell’undicimila Vergini, con due sportelli; ed una con sei, dove aveva rappresentato il martirio di Santo Stefano. In Utrecht, nella Badia di S. Vaes, dietro all’Altar maggiore, era una tavola con un Crocifisso, con due sportelli. In Haarlem, appresso Geert Willemsz Scoterbosch, era un pezzo di quadro piccolo, dov’egli aveva rappresentato quando la Vergine offerse il Figliuolo nel Tempio nelle braccia di Simeone, con molte figure. Nella Frigia, in una Badia, chiamata Grootouwer, era una tavola della Cena del Signore, con figure al naturale, e le facce ancora degli sportelli dipinte. In Malines, città tra Bruselles ed Anversa, era un Mercante, che avea corrispondenza a Roma, chiamato Willem Pieters, il quale collo Schoorel aveva contratta grande amicizia: fece egli per costui alcuni be’ pezzi di quadri. In Breda, pel Conte Enrico di Nassau, e Rene de Chalon, Principe d’Oranges, fece alcune opere. Fu poi chiamato dal Re di Francia Francesco I per andare al suo servizio, con gran promesse: ed ei ricusò, perché non volle mai obbligarsi nelle Corti; anzi una volta, che gli piacque raccomandare un certo architetto al Re di Svezia Gustavo, gli mandò col medesimo a donare una bella immagine della Madonna, di sua mano, la quale fu da quel Re tanto gradita, che non isdegnò lo scrivergli una lettera di proprio pugno in ringraziamento, inviandogliela accompagnata con un ricchissimo regalo, che fu un anello di gran valore, con altre simili cose e una slitta, con tutti i suoi arnesi pel cavallo: quella appunto, colla quale soleva sua Maestà andar sopra il diaccio, con un formaggio di Svezia di dugento libbre di quel peso, del nostro dugentosessantasei. Lo Schoorel ricevette la lettera; ma bensì aperta, per essere stata intercetta, e preso il regalo. Fu quest’artefice assai famigliare a tutti i Cavalieri della Fiandra, perché all’arte della pittura, aveva congiunto la musica e la poesia. Era buon rettorico, e componeva ben le commedie e canzoni. Tirò bene d’arco, e parlò molte lingue francamente, cioè la Latina, l’Italiana, Franzese e Tedesca, oltre alla sua nativa. Fu liberale [p. 258] del suo, di spirito allegro e vivace; ma giunto a una certa età, fu così tormentato dalla podagra, che divenne vecchio avanti il tempo. Finalmente pervenuto all’età di sessantasette anni, se ne andò a vita migliore l’anno 1560 a’ sei di Dicembre. Rimase di suoi discepoli il pittore di Filippo Re di Spagna Antonio Moro, il quale, pel grande affetto, che gli portava, volle due anni avanti ch’egli morisse, cioè l’anno 1558 farne il ritratto, sotto il quale scrisse i seguenti versi:

Addidit hic arti decus, huic ars ipsa decorem,

Quo moriente mori est hæc quoque visa sibi.

MARTEN HEMSKERCK

PITTORE D’OLANDA

Discepolo di Jan Schoorel, nato 1498, morto 1574.

In un povero villaggio d’Olanda, chiamato Hemskerck, nacque l’anno 1498 questo Martino, che poi dalla patria fu cognominato Hemskerck. Suo padre fu un tale Jacopo Willemsz, uomo di campagna, il cui ordinario mestiere fu il murar le case a’ contadini; ma bene spesso, per mancanza di lavoro, era chiamato da’ medesimi, in ajuto di loro faccende, fino a mugner le vacche. Martino, da piccolo fanciullo, si mise ad imparare il disegno appresso un tal Cornelis Willamsz, che fu padre di Lucas e di Floris, che pellegrinarono in Italia, studiarono in Roma e altrove, e riuscirono ragionevoli pittori. Il padre del fanciullo, che per avventura non passava più là coll’ingegno, non aveva in molta stima l’arte del dipignere; onde tolto il figliuolo da quel mestiere, lo prese in suo ajuto a murare, andar per opera a mugnere, e fare altre cose, di quelle, che usano di fare i contadini. Non è possibile a raccontare, fino a qual segno di dolore giugnesse il povero figliuolo, vedendosi richiamare da un’arte sì nobile, e di grandissimo suo genio, a stato e servigio di tanta viltà, e da lui tanto odiato; onde, deliberò fra sé stesso, di cercare occasione di romperla col padre, per poter poi, con alcuno apparente pretesto, levarsi da quello improprio lavoro; e un giorno, nel tornare che ei faceva da una stalla, dov’egli aveva munte alcune vacche, portando il vaso del latte sopra la testa, nel passar vicino ad un albero, procurò, a bello studio, che’l vaso percotesse in uno de’ rami; onde il vaso cadde a terra, e il latte si sparse sul terreno. Veduto ciò il padre, non solo lo sgridò bestialmente, ma preso un legno, gli corse dietro per percuoterlo; ma il [p. 259] giovanetto, che era ben in gambe, fuggendo come il vento, tosto gli sparì di vista. Per quella notte non tornò a casa, standosi, come poté il meglio, in una capanna di fieno. La mattina, quando ei credette che’l padre fosse andato al lavoro, se ne tornò a casa; e fattosi dare alla madre alcune cosette da mangiare, e certi pochi quattrini, se ne partì. In quella giornata passò a Haarlem e Delft, e quivi si fermò, e posesi di nuovo all’arte del dipignere appresso un certo Jan Lucas. Diedesi il giovane tanto di proposito a studiare, che in breve tempo acquistò molto. Ma avendo poi intesa la fama, che dappertutto correva dell’eccellente pittore Jam Schoorel, per la bella maniera di dipignere, ch’egli aveva portato d’Italia, tanto si adoperò, che e’ trovò modo di esser ricevuto in Haarlem, sotto la sua disciplina. Quivi con altrettanta diligenza seguitò i suoi studj, finché apprese sì bene quel bel modo di operare, che le cose di Martino, quasi non più si distinguevano da quelle di Schoorel; onde egli, come fu detto allora, forte ingelosito del discepolo, procurò con bella maniera di levarselo d’attorno. Allora Martino, pure in Haerlem, andò a stare in casa un certo Pieter Janfopsen, dove soleva abitare un tal Cornelis Vanberensteyn. In questa casa fece diverse pitture, e fra l’altre un Sole e la Luna, in una stanza dalla parte del letto; e uno Adamo ed Eva, tutti ignudi, grandi quanto il naturale, le quali opere gli guadagnarono, appresso al padrone di quella casa, grande amore e stima. Quindi partitosi, se n’andò a stare in casa un tale Joos Cornelisz orefice, dove fra’ molti lavori, fece una tavola, in cui rappresentò Santo Luca, che dipigne Maria Vergine al naturale, col figliuolo Gesù in braccio, nella quale pure tenne la maniera di Schoorel: e appresso al Santo Luca figurò un poeta coronato, con che fu creduto volesse significare l’amicizia, che dee essere fra la Pittura e la Poesia. Eravi ancora un Angelo, in atto di tenere in mano una torcia: l’attitudine di Maria Vergine, e l’azione del Santo, erano espresse tanto al vivo, che e’ non si poteva dir più; e la tavolozza de’ colori pareva veramente, che uscisse fuori del quadro. Era Martino, quando fece questa bella opera, in età di trentaquattro anni, come appariva notato nella medesima. Di questa tavola fece egli un dono alla Compagnia de’ Pittori, perché avendo già deliberato di partirsi da Haerlem per venire in Italia, volle lasciarvi di sé quella memoria. Questo quadro, fino al 1604 era stato conservato da Ouericheyt di Haarlem, nella corte del Principe. Partitosi dunque d’Haarlem, per desiderio di far maggiori studj, e di veder le opere de’ gran maestri, viaggiò molto per l’Italia, e finalmente si fermò in Roma, dove trattenuto in casa di un Cardinale, vi fece molte cose. Quivi disegnò tutto l’antico, tanto di statue, quanto di edificj e rovine, e tutte l’opere del gran Michelagnolo. Occorse un giorno, mentre che egli era fuori a disegnare, che un giovane Italiano entrato furtivamente in camera sua, gli rubò due bellissime tele colorite, di che egli prese grande afflizione: poi avuti buoni indizj, colle buone diligenze ch’ei fece, riebbe il suo. Questo accidente però fu cagione, che egli non seguitasse a stare in Roma, almeno per qualche tempo di più, com’era suo pensiero; perché sospettando, che dagli amici e parenti del [p. 260] ladro, non gli venisse fatto alcuno affronto, e perché si trovava anche avere avanzato qualche danaro, ebbe per bene il partirsene, e pigliare il viaggio verso la patria, essendo stato in Roma tre anni. Portò con sé una lettera di raccomandazione di un giovane, che egli aveva lasciato in Roma, grande amico suo e del padre, indirizzata a Delft: e giunto a questo luogo, si fermò a casa in un di quegli alberghi, che in quelle parti servono per raddotto di male femmine, dove si faceva mercato di ogni furfanteria: e di questo particolarmente era padrone quell’uomo sanguinario, di cui parlammo nelle notizie della vita di Giovanni Fiammingo. Era in esso albergo una infinità di assassinamenti di poveri viandanti, a’ quali era tagliata la gola, e spogliati di panni e danari: erano i loro cadaveri sepolti in una fossa, che poi fu trovata piena di corpi morti; tantoché una figliuola di questo grande assassino, per non veder più una così abominevole crudeltà, e perché all'incontro l’affetto paterno non le lasciava scoprire tali delitti, fu, per così dire, sforzata a sfuggirsi col nominato Giovanni a Venezia, come dicemmo. Voleva pure l'Hemskerck alloggiare in quel luogo, da lui non conosciuto per quel ch’egli era; tantopiù, che da un amatore dell’arte, a cui per avventura era diretta la lettera di raccomandazione, chiamato Pieter Jacobsz, era a ciò confortato; ma come volle la buona sorte sua, in quell’istante se gli presentò pronta occasione d’imbarco, ed egli se ne partì la medesima sera del suo arrivo a Delft. Tornato a casa, già aveva lasciata la prima maniera di Schoorel, ma però al giudizio della maggior parte de’ pittori, non aveva megliorato. Fu alcuno de’ suoi discepoli, che una volta gli disse, esser l’opinione de’ Professori, ch’egli operasse meglio in sulla maniera di Schoorel, che quando tornò di Roma; ma egli si era tanto invaghito del modo di fare Italiano, che non fece di ciò alcun conto. Di questo artefice era nella corte del Principe, nella gran Sala, una tavola della Natività di Cristo, ed una della Visitazione de’ Magi, dov’egli aveva fatti moltissimi ritratti, e fra questi il suo proprio: e di fuori la Nunziata, e nella figura dell’Angelo, sopra la veste di sotto, aveva lavorato in suo ajuto un certo Jacob Rawuaert, che allora era suo discepolo, come egli medesimo raccontò a Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che tali cose ci lasciò scritto. Nella Chiesa vecchia d’Amsterdam erano di sua mano due sportelli doppj, dov’era dipinta la Passione e la Resurrezione di Cristo. La tavola di mezzo rappresentava un Crocifisso, e fu opera di Schoorel. Nella città d’Alcmaer era l’anno 1604 di mano di Martino una tavola dell’Altar maggiore della Cattedrale, dentro la quale era il Crocifisso, e negli sportelli, nella parte di dentro, la Passione, nel di fuori la storia di San Lorenzo. In Delft erano ancora molte sue opere nella Chiesa vecchia e nuova: nella Chiesa di S. Aech, era una tavola d’Altare de’ tre Magi, nella parte di mezzo della quale aveva dipinto uno de’ Re, e ne’ due sportelli gli altri due: nel di fuori aveva figurata la storia del Serpente a chiaroscuro. Di quest’opera ebbe egli per pagamento un’annua entrata di cento fiorini; perché, come quello che era uomo timoroso, e sempre ebbe paura (come noi sogliamo dire) che non gli mancasse il terreno sotto, si studiò sempre di [p. 261] farsi entrate per durante la sua vita. Nel Villaggio di Eertswout nella Horthollandia, all’Altar maggiore, era una tavola ornata d’intaglio, con due sportelli doppj dentro era la Vita di Gesù Cristo, e di fuori la Vita di San Bonifazio. A Medemblick era ancora di sua mano una tavola alla Altar maggiore. Pel Signore d’Arsendelft fece due sportelli da altare, in uno la Resurrezione, e nell’altro la salita del Signore al Cielo. Nell’Haya, città, dove abitava il Principe d’Oranges, nella Chiesa grande, in una Cappella del Signore Arsendelft, fece moltissime opere con molti ritratti al naturale: e fra quelle l’Universal Giudizio, con gli altri Novissimi, cioè la Morte, l’Inferno e’l Paradiso, con gran copia d’ignudi. Nelle quali opere si fece ajutare al nominato Jacob Rawuaert suo discepolo, al quale diede per mercede, contando, tante doble, finché il pittore disse, basta. Ebbe Paurxe kempenaer, e poi Melchior Wyntgs, un quadro lungo, dove aveva rappresentato un Baccanale, che si vede alla stampa, e fu una delle migliori opere, ch’ei facesse dopo il suo ritorno da Roma. Appresso Aernort di Berensteyn, era un bel Paese, con una lontananza, dove si vedeva San Cristofano. E veramente fu quest’artefice universale, e operò bene in ogni cosa; intendeva bene l’ignudo: e fu sì buono inventore, che si può dire, in certo modo, che egli empiesse il mondo di sue invenzioni: e mostrano le opere sue, non essergli mancata ancora una buona pratica nelle cose d’architettura. Non è così facile a raccontare la gran quantità di stampe, che sono uscite dalle sue opere, intagliate da Dirick Volckersz Coornhert: e sopra queste lo stesso Dirick si fece valentuomo, perché operò co’ precetti e assistenza del stesso Martino, benché Martino da per sé stesso non intagliasse. Questo Dirick fu uomo spiritosissimo, e faceva di sua mano quanto e’ voleva. Fra l’altre cose, che egli intagliò, furono le storie de’ fatti dello ‘mperadore; ma quella, dove il Re fu fatto prigione, fu intagliata da Cornelio Bos, alcun tempo dopo il suo ritorno di Roma. Ma tornando a Martino, egli prese per moglie una bellissima fanciulletta, chiamata Maria Jacobs Coning Docater, che vuol dire, Maria di Jacopo figliuolo di Re: e per onorare questo matrimonio, i Rettori di quella patria, recitarono, nel giorno delle nozze, una bellissima commedia, ma dopo diciotto mesi questa giovane si morì. Tre o quattro anni dipoi l’Hemscherck dipinse gli sportelli della tavola, che era nella casa del Principe in Haerlem, dove rappresentò la strage degl’Innocenti. Dipoi prese un’altra moglie attempata, non bella, né d’assai, ma molto ricca di roba e danari, benché più abbondante di voglie, a cagion delle quali convenne a Martino far molte spese. Pervenne questo buono artefice all’età di sessantasei anni: e finalmente l’anno 1574 al primo di Ottobre lasciò la presente vita, dopo essere stato ventidue anni Operajo della Chiesa d’Haerlem: e nel tempo che la città fu assediata dagli Spagnuoli, erasi, con licenza del Consiglio, trattenuto in Amsterdam, in casa un tale Jacob Rawuaert. Fu il suo cadavero sepolto nella Chiesa Cattedrale in una Cappella dalla parte di Tramontana. Aveva egli in sua vita fatto buona ricchezza, per aver guadagnato assai, e non avere avuto figliuoli; onde prima di morire fece bellissime limosine, e lasciò alcuni [p. 262] terreni, le rendite de’ quali volle, che dovessero servire per annue doti di fanciulle da maritarsi, con che quelle dovessero andare a fare alcune nuziali cirimonie nella Chiesa, dov’egli fosse sepolto, il che fu eseguito. A Hemskerk, sul cimitero, sopra il luogo dov’era stato sotterrato il padre suo, morto in età di settant’anni, ordinò, che si ponesse una piramide, fatta a foggia di sepolcro, di pietra turchina, sopra la quale fosse il ritratto dello stesso suo padre, con una iscrizione in Latino e in Fiammingo idioma. Eravi un puttino ritto sopra alcune ossa di morto, in atto di appoggiare il sinistro piede ad una torcia accesa, ed il destro ad una testa di morto, con una iscrizione che diceva, COGITA MORI. Sopra questo era l’arme sua, cioè una mezz’Aquila da man destra, e dalla sinistra un Lione, e per di sotto a traverso, un Braccio nudo, con una penna o pennello nella mano. Nella parte superiore del braccio era un’alia, ed il gomito posava sopra ad una tartaruga; con che volle forse esprimere il pittore l’avviso d’Apelle, di non dovere l’artefice essere o troppo lento o troppo veloce nell’operare suo; e perché e’ volle che sempre vivesse questa memoria di suo padre, obbligò al mantenimento di essa il medesimo luogo, al quale egli aveva lasciati i terreni, sottopena di dovergli restituire ogni qualvolta e’ fosse mancato nella dovuta custodia di esso. Fu Martino, come abbiamo detto, uomo timorosissimo, e per paura di non perdere quanto aveva, o fosse per incendio o per furto o per altra cagione, usò di tener sempre cucito ne’ suoi vestiti gran quantità di doble. Dalla stessa causa addiveniva, che egli nel tempo della Festa maggiore della sua patria, per la quale usavansi fare grandissime sparate, per desiderio di vederle, e non esser colpito, se ne andava in cima alla torre. Fu anche valentissimo in disegnar di penna. Restarono due ritratti di lui medesimo, fatti a olio, che l’anno 1604 conservava Jaques Vanderherck suo nipote, ma grandissima quantità di sue belle opere, dopo la resa d’Haerlem, furono prese dagli Spagnuoli, con pretesto di volerle comprare, e mandare in Ispagna: ed altre in quella resa, furono del tutto rovinate e guaste, dimodoché può dirsi, che la Fiandra in poco tempo ne rimanesse del tutto spogliata.

[p. 263]

GIOVANNI CAMBIASO
PITTOR GENOVESE

Discepolo di Antonio Semino, nato al 1495, morto ...

Giovanni Cambiaso, nato nella Valle di Polcevera, poco distante da Genova, imparò egli l’arte nella scuola di Antonio Semino, pittore di quella patria, assai lodato in quella età; avendo poi studiata la maniera di un tal maestro Carlo, discepolo del Mantegna, fecesi sì pratico, che molte cose ebbe a fare di sua mano in essa città, per pubblici e privati luoghi, guadagnandosi lode di avere, con un suo nuovo modo di dipignere, tolta via in gran parte una certa crudezza, che avevano le pitture de’ maestri in quei tempi in quelle parti, nelle quali poco o nulla potevano l’arti più belle avere allignato, a cagione delle civili discordie, da cui sogliono essere per ordinario, appena nate, svelte o recise. Furono i primi lavori di questo artefice, per quelle Riviere, in gran parte a fresco, finché nel 1523 dal Principe Doria gli fu fatto dar principio alle pitture del suo bel Palazzo, facendo anche colà venire apposta i celebri pittori Perino del Vaga, Domenico Beccafumi e Antonio Ponzano: le opere de’ quali recarono sì fatta maraviglia a Giovanni, particolarmente quelle di Perino, che datosi ad osservarne il più bello, interamente mutò sua antica maniera, ed a quella dello stesso Perino sì bene si accostò, che non vi è oggi, chi vedendo le pitture di esso, non lo creda uscito da quella scuola. Furono l’opere di Giovanni, per lo più sparse per diversi luoghi della Riviera, e per le case di particolari cittadini. Dipinse ancora a chiaroscuro, e fu bravo modellatore, solito a dire, che non può giugnere a gran perfezione nella pittura colui, che non si è per qualche tempo bene esercitato nella Plastica. Veggonsi suoi disegni, fatti con un modo del tutto nuovo, che da Raffaello Soprani vien detto proprio di lui, benché altri a Bramante Architetto da Urbino, attribuiscalo: e fu di disegnare le umane forme per via di cubi, o sia di quadrati. Fu padre e maestro, fin da’ primi principj, di Luca Cambiaso, detto altrimenti Luca o Luchetto da Genova, il quale tenne gran tempo in ajuto, dopo averlo condotto fino a quel segno d’eccellenza, alla quale egli medesimo non era potuto pervenire. Terminò finalmente questo artefice il corso di sua vita, in istato di decrepitezza, lasciando di sé degna memoria e alla patria onore.

Fiorì ancora in questi medesimi tempi, in essa città di Genova, un certo JACOPO TAGLIACARNE, mentovato dal Soprani, e di cui anche parlò Cammillo Leonardo, celebre medico, Specch. di Pitture Cap. 11, l. III. Questi fu assai lodato in effigiare, con bella industriosa maniera, [p. 264] nelle pietre più dure, invenzioni e piccole figurette; maestranza usata già dagli antichi Greci e Romani: e nell’incavare eziandio cose sì fatte, di che hanno, fino a’ tempi nostri, data testimonianza molte opere sue, esistenti appresso i suoi concittadini, ed alcuni sigilli molto bellissimi, lavorati in preziose gemme, che è quanto abbiamo di memoria della virtù di questo artefice.

ANT. DEL CERAJUOLO
PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Lorenzo di Credi, fioriva circa’l 1520.

Trattennesi Antonio per molti anni ad imparar l’arte con Lorenzo di Credi, dal quale apprese a fare ritratti al naturale, con sì buona somiglianza, che ne fu molto lodato; benché per quel che spettava al disegno, non giugnessero al più perfetto; se pur si può dire, che ritratto, senza il requisito di perfetto disegno, possa dirsi somigliante, e in conseguenza degno di molta lode. Dipoi si pose a stare appresso a Ridolfo del Grillandajo, come quegli, che avendo grandi e molte occasioni di operare molto bene, anche impiegava i giovani della sua scuola, in città e fuori, come si dirà al luogo suo. Fece dunque Antonio in Firenze, per la Chiesa di S. Jacopo tra’ fossi, una tavola di un Crocifisso, con Santa Maria Maddalena e San Francesco: e per quella della Santissima Nunziata, una tavola con un San Michele Arcangelo colle bilance in mano, la quale, pochi anni sono, fu levata dalla Cappella de’ Benivieni, nobil famiglia Fiorentina, oggi estinta, dove era situata, e posta da uno de’ lati della Cappella del Crocifisso, accanto alla Sagrestia: ed in luogo di quella fu collocata in essa Cappella già de’ Benivieni, e oggi di Carlo Donati, una grande e bella tavola di mano di Simone Pignoni, Pittore Fiorentino, discepolo del Passignano, che al presente vive, ed opera in Firenze, con applauso degl’intendenti; nella quale, con vago colorito e bella invenzione, ha figurato Maria Vergine col figliuolo Gesù in gloria, ed esso San Michele Arcangelo, in atto di ritogliere dagli artigli del comune inimico, un piccolo fanciullo, che rifuggendosi per patrocinio all’Angelo suo Custode, vedesi da quello benignamente accolto e difeso. E aggiunsevi un Santo Antonio da Padova, in atto di adorazione alla Madre di Dio, e alcuni Angeletti, opera veramente lodatissima. Il quadro poi del San Michele Arcangelo di Antonio del Cerajuolo, ultimamente fu pure levato dalla Cappella del Crocifisso, e posto in una [p. 265] stanza del Convento, coll’occasione di essere stata abbellita essa Cappella, per darsi luogo in essa al Corpo di S. Florenzo Martire giovanetto: e nello stesso tempo sono stati ripieni gli spazj laterali, con due gran quadri, coloriti per mano di Bernardo Poccetti: che in uno è rappresentata l’ultima Cena del Signore cogli Apostoli: e nell’altro il Purgatorio, tolti dai due spazj, che già erano sopra gli organi, avantiché si finisse di adornare la soffitta della Chiesa medesima.

FRA BARTOLOMMEO

DETTO FRA CARNOVALE

Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva circa il 1520.

Uscì questo Pittore dalla scuola di Raffaello, e fecesi eccellente nelle prospettive, più che in altra cosa. Affermano i professori dello stato d’Urbino, esser di sua mano in essa città, nella Chiesa degli Zoccolanti, a man destra dell’Altar maggiore, una grande storia, con una bella prospettiva; e appresso diverse persone trovarsi altri quadri di prospettive. Il Vasari dice, che egli, nella stessa città, dipignesse la tavola della Chiesa di Santa Maria Dolabella. Questi fu quel Fra Bartolommeo da Urbino, che insegnò l’arte del disegno e della pittura a Bramante da Casteldurante, che riuscì poi singolarissimo architetto.

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ABATE FRANCESCO PRIMATICCIO
PITTORE, SCULTORE E ARCHITETTO

BOLOGNESE

Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520.

Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina d’Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera: stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla [p. 267] stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti: a cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori. Or qui bisogna prima, che sappia il mio lettore, che costui dell’anno 1566, quattro anni avanti alla sua morte, che seguì poi in Firenze l’anno 1570, aveva scritte in gran parte di proprio pugno, un grosso e assai curioso volume di tutto il corso della sua vita, fino a quel tempo, il qual volume oggi si trova, fra molte degnissime e singolari memorie, nella Libreria degli Eredi di Andrea Cavalcanti, che fu Gentiluomo eruditissimo, e delle buone arti amico. Di questo manoscritto, parlando pure del Cellino, ne fece menzione il Vasari, ma il detto Vasari, che pure seppe essere al mondo quest’opera, per mio avviso, non la vide e non la lesse: perché se ciò fosse seguito, egli vi avrebbe trovata una certa maniera di parlare della propria persona sua; che io non so poi, come gli fosse potuto venir fatto il dire del Cellino, anche così in generale, tanto bene, quanto ei ne disse; se noi non volessimo credere, che ciò egli facesse, per rendergli bene per male, o veramente, perch’e’ n’avesse paura, perché egli era uomo delle mani, e di tal sorte di colore, come noi sogliamo dire, che fanno egualmente scuotere le acerbe e le mature; ma ciò sia detto [p. 268] per passaggio. Conclude adunque il Cellino in quell’opera, che questa sua venuta in Francia, e i gran lavori, ne’ quali egli fu subito impiegato, non furono di molto gusto del Primaticcio, che già appresso al Re si era guadagnato credito di primo virtuoso in queste arti; onde al Cellino toccò poi a cadere in molte disgrazie: ed ebbe anche a liberar sé stesso violentemente da non poche persecuzioni, che del continuo gli preparavano coloro, a cui premevano gli avvantaggi e di guadagno e di gloria del Primaticcio. Il racconto è curioso, e per la sincerità e semplicità, onde egli è portato, e per altri titoli ancora. Né io saprei meglio esplicare ciò che ei volle, se non col portare in questo luogo le stesse parole di Benvenuto; e perciò fare concedamisi l’incominciare che io farò alquanto dalla lontana, non tanto perché meglio s’intenda l’origine delle male sodisfazioni seguite fra questi due, quanto per dare, con tale occasione, diverse notizie di cose seguite in que’ tempi, degne di sapersi. Dice egli adunque così:

Avendo fra le mani le suddette opere, cioè il Giove d’argento già cominciato, la detta Saliera d’oro, il gran Vaso d’argento, le dette due Teste di bronzo, sollecitamente in esse opere si lavorava. Ancora detti ordine a gettare la base del detto Giove, quale feci di bronzo, ricchissimamente piena d’ornamenti, infra’ quali ornamenti iscolpii, in bassorilievo, il ratto di Ganimede: dall’altra banda poi Leda e’l Cigno. Questa gettai di bronzo, e venne benissimo: ancora ne feci un’altra simile per porvi sopra la statua di Giunone, aspettando di cominciare questa ancora, se il Re mi dava l’argento da poter fare tal cosa. Lavorando sollecitamente, avevo messo di già insieme il Giove d’argento; ancora avevo messo insieme la Saliera d’oro, il Vaso era molto innanzi, le due Teste di bronzo erano già finite. Ancora avevo fatto parecchie operette al Cardinale di Ferrara: di più, un vasetto d’argento, riccamente lavorato, avevo fatto per donare a Madama di Tampes. A molti Signori Italiani, cioè il Sig. Piero Strozzi, il Conte d’Anguillara, il Conte di Pitigliano, il Conte della Mirandola, e molti altri, avevo fatte molte opere: e tornando il mio gran Re, come io ho detto, avendo tirate innanzi benissimo quelle sue, il terzo giorno venne a casa mia con molta quantità della maggior nobiltà della sua Corte, e molto si maravigliò delle tante opere, che io avevo innanzi e a così buon porto tirate; e perché era seco la sua Madama di Tampes, cominciarono a ragionare di Fontanablò. Madama di Tampes disse a Sua Maestà, ch’egli avrebbe dovuto farmi fare qualcosa di bello per ornamento della sua Fontanablò. Subito il Re disse: egli è ben fatto quel che voi dite, e adesso adesso mi voglio risolvere, che là si faccia qualcosa di bello; e voltatosi a me, mi cominciò a domandare quello, che mi pareva di fare per quella bella Fonte. A questo io proposi alcune mie fantasie, e ancora Sua Maestà disse il parer suo: dipoi mi disse, che voleva andare a spasso per quindici o venti giornate a San Germano dell’Aia, quale era dodici leghe discosto da Parigi: e che in questo tempo io facessi un modello per questa sua bella Fonte, con le più ricche invenzioni che io sapessi, perché quel luogo era la maggior ricreazione ch’egli avesse nel suo Regno; però mi comandava e pregava, ch’io mi sforzassi di far qualcosa di bello: ed io tanto gli promessi. Vedute che ebbe il Re tante opere sì innanzi, disse a Madama di [p. 269] Tampes: Io non ho mai avuto uomo di questa professione, che più mi piaccia, né che meriti più d’esser premiato di questo; però bisogna pensare di fermarlo, perch’egli spende assai, ed è buon compagnone, e lavora assai; onde è necessità, che da per noi ci ricordiamo di lui: il perché, se considerate, Madame, tante volte, quante egli è venuto da me, è quanto io son venuto qui, non ha mai domandato niente; il cuor suo si vede esser tutto intento all’opere, e bisogna fargli qualche bene presto, acciocché noi non lo perdiamo. Disse Madama di Tampes: Io ve lo ricorderò; e partironsi. Io mi messi in gran sollecitudine intorno all’opere mie cominciate: e di più messi mano al modello della Fonte, e con sollecitudine lo tiravo innanzi. In termine d’un mese e mezzo il Re tornò a Parigi: ed io, che avevo lavorato giorno e notte, l’andai a trovare, e portai meco il mio modello. Erano di già cominciate a rinnovarsi le diavolerie della guerra fra l’Imperadore e lui, dimodoché io lo trovai molto confuso: pure parlai col Cardinale di Ferrara, dicendogli, ch’io avevo meco certi modelli, i quali mi aveva commesso Sua Maestà: così lo pregai, che se e’ vedeva tempo di dir qualche parola, perché si potessero mostrare, credevo che il Re n’avrebbe preso molto piacere. Il Cardinale propose i modelli al Re, il quale venne subito dove essi erano. In prima io aveva fatto la porta del Palazzo di Fontanablò: e per alterare il manco ch’io potevo l’ordine della porta, che era fatta a detto palazzo, quale era grande e nana, di quella lor mala maniera Franciosa, la quale era poco più d’un quadro, e sopra esso un mezzo tondo stiacciato a uso di manico di canestro: e perchè in questo mezzo tondo il Re desiderava d’averci una figura, che figurasse Fontanablò; io detti bellissima proporzione al vano: dipoi posi sopra detto vano un mezzo tondo giusto, e dalle bande feci certi piacevoli risalti, sotto i quali, nella parte da basso, che veniva a corrispondenza di quella di sopra, posi un zocco, e altrettanto di sopra: e in cambio di due colonne, che mostrava che si richiedessero, secondo le modinature fatte di sotto e di sopra, avevo fatto un Satiro in ciascun de’ siti delle colonne. Questi era più che di mezzo rilievo, e con uno de’ bracci mostrava di regger quella parte, che tocca alle colonne: nell’altro braccio aveva un grosso bastone, con la sua testa ardito e fiero, qual mostrava spavento a’ riguardanti. L’altra figura era simile di positura, ma era diversa e varia di testa, ed alcune altre tali cose aveva in mano: una sferza con tre palle, accomodate con certe catene. Sebbene io dico Satiri, questi non avevano di Satiro altro, che certe piccole cornetta, e la testa caprina, tutto il resto era umana forma. Nel mezzo tondo avevo fatta una femmina, in bell’attitudine, a diacere. Questa teneva il braccio manco sopra il collo di un cervio, quale era una dell’imprese del Re: da una banda avevo fatto, di mezzo rilievo, certi caprioletti e porci cingnali, e altre selvaggine di più basso rilievo: dall’altra banda cani, bracchi e levrieri di più sorte, che produce quel bellissimo bosco, dove nasce la Fontana. Aveva dipoi tutta questa opera ristretta in un quadro oblungo: e negli angoli del quadro di sopra, in ciascuno, avevo fatta una Vittoria in basso rilievo, con quelle facelline in mano, come hanno usato gli antichi. Di sopra al detto quadro avevo fatta la Salamandra, propria impresa del Re, con molti ornamenti a proposito della detta opera, quale mostrava d’essere di ordine Jonico. Veduto il Re questo modello, subito lo fece rallegrare, e lo divertì da que’ ragionamenti fastidiosi, in ch’egli era stato più di due ore. Vedutolo io [p. 270] lieto a mio modo, gli scopersi l’altro modello, quale punto non aspettava, parendogli d’aver veduto assai opera in quello. Questo modello era grande più di due braccia, nel quale avevo fatto una fontana, in forma d’un quadro perfetto, con bellissime scale intorno, quali s’intrassegnavano l’una nell’altra, cosa che mai più non s’era veduta in quelle parti, e rarissimamente s’era veduta in queste. In mezzo a detta fontana avevo fatto un sodo, il quale si dimostrava un poco più alto della fontana; e sopra questo sodo avevo fatto, a corrispondenza, una figura ignuda di molta bella grazia. Questa teneva una lancia rotta nella mano destra, elevata in alto: e la sinistra teneva in sul manico una storta, fatta di bellissima forma: posava in sul piè manco, ed il ritto teneva in su un cimiere, riccamente lavorato: e in su i quattro canti della fontana avevo fatto in su ciascuno una figura a sedere, elevata con molte sue vaghe imprese per ciascuna. Cominciommi a domandare il Re, che bella fantasia era quella, dicendomi, che tutto quello, che avevo fatto alla porta, senza domandarmi di nulla, egli l’aveva inteso; ma che questo, sebbene gli pareva bellissimo, nulla non intendeva: e ben sapeva, ch’io non avevo fatto come gli altri sciocchi, che sebbene facevan cose con qualche poca di grazia, le facevano senza significato nessuno. A questo, messimi già in ordine, risposi che essendo piaciuto il mio fare, volevo bene, che altrettanto piacesse il mio dire. Sappiate, dissi, Sacra Maestà, che tutta quest’opera piccola è benissimo misurata a piedi piccoli, qual mettendo poi in opera, verrà di questa medesima grazia, che voi vedete. Quella figura di mezzo si è 54 piedi. A questa parola il Re fece grandissimo segno di maravigliarsi: ed io soggiunsi: Ell’è fatta per figurare lo Dio Marte: quest’altre quattro figure son fatte per Virtù, di che si diletta e favorisce tanto Vostra Maestà. Questa a man destra è figurata per la Scienza di tutte le lettere: vedete ch’ella ha il suo contrassegno, qual dimostra la Filosofia, con tutte le sue virtù compagne; quest’altra dimostra essere tutta l’Arte del disegno, cioè Scultura, Pittura e Architettura: quest’altra è figurata per la Musica, qual si conviene per compagnia a tutte queste scienze. Quest’altra, che si dimostra tanto grata e benigna, è figurata per la Liberalità, che senza lei non si può dimostrare nessuna di queste mirabili virtù. Questa statua di mezzo, grande, è figurata per Vostra Maestà istessa, quale è un Dio Marte, essendo Voi solo bravo nel mondo: e questa bravura Voi l’adoperate giustamente e santamente, in difesa della gloria Vostra. Appena egli ebbe tanta pazienza, che e’ mi lasciasse finir di dire, che levata gran voce, disse: Veramente io ho trovato un uomo secondo il cuor mio. E chiamò i Tesaurieri ordinarj, e gli disse, che mi provvedessero tutto quel che mi faceva di bisogno, e fosse grande spesa quanto si volesse: poi a me dette in sulla spalla colla mano, dicendomi: Mon Amy, che vuol dire, Amico mio; Io non so qual sia maggior piacere, o quello d’un Principe d’aver trovato un uomo secondo il suo cuore, o quello di quel virtuoso, d’aver trovato un Principe, che gli dia tanta comodità, ch’egli possa esprimere i suoi grandi e virtuosi concetti. Io risposi, che se era quello, che diceva Sua Maestà, era stata maggior ventura la mia. Rispose ridendo: Diciamo che ella sia eguale: e partimmi con grande allegrezza, e tornai alle mie opere. Volle la mia mala fortuna, ch’io non fui avvertito di fare altrettanta commedia con Madama di Tampes, che sapute la sera tutte queste cose, ch’eran corse dalla propria bocca del Re, le generò tanta rabbia velenosa nel petto, che con [p. 271] isdegno ella disse: Se Benvenuto mi avesse mostrato l’opera sua, m’avrebbe dato causa di ricordarmi di lui a suo tempo. Il Re mi volle scusare, ma nulla s’appiccò. Io che tal cosa intesi, ivi a quindici giorni, che girato per la Normandia a Rotano e Diepa, dipoi erano ritornati a San Germano dell’Aia; presi quel bel vasetto, ch’io avevo fatto a riquisizione della detta Madama di Tampes, pensando, che donandogliele, dovessi riguadagnare la sua grazia. Così lo portai meco; e fattole intendere per una sua nutrice, alla quale mostrai il vaso, ch’io l’avevo fatto per la sua Signora, e che io glielo volevo donare; la detta nutrice mi fece carezze smisurate, e mi disse, che direbbe una parola a Madama, la quale non era ancor vestita: e che subito detta, gliele metterebbe in camera. La Nutrice disse il tutto a Madama, la quale rispose sdegnatamente: Ditegli, che aspetti, io ho inteso. A questo io mi vestii di pazienza, la qual cosa m’è difficilissima; pure ebbi pazienza infino dopo il suo desinare: e venuta poi l’ora tarda, la fame mi cagionò tanta ira, che non potendo più resistere, mandatole devotamente il canchero nel cuore, di quivi mi partii, e me n’andai a trovare il Cardinal di Lorena, e gli feci presente del detto vaso, raccomandandomi solo, che e’ mi tenesse in buona grazia del Re. Disse, che e’ non bisognava, e quando fosse bisogno, che lo farebbe volentieri. Dipoi chiamato un suo Tesauriere, gli parlò nell’orecchio. Il detto Tesauriere aspettò ch’io mi partissi dalla presenza del Cardinale, dipoi mi disse: Benvenuto, venite meco, ch’io vi darò da bere un bicchier di buon vino: al quale io dissi, non sapendo quello che si volesse dire, di grazia: Monsignor Tesauriere, fatemi donare un sol bicchier di vino e un boccon di pane, perché io veramente mi vengo meno; perché sono stato da questa mattina a buon otto, fino a quest’ora che voi vedete, alla porta di Madama di Tampes, per donarle quel vasetto d’argento dorato, e tutto gli ho fatto intendere; ed ella per istraziarmi sempre, mi ha fatto dire, che io aspettassi. Ora m’era sopraggiunta la fame, e mi sentivo mancare, e siccome Iddio ha voluto, ho donato la roba e le fatiche mie, a chi molto meglio le meritava: e non vi chieggo altro, che un poco da mangiare, che, per essere io alquanto colleroso, m’offende il digiuno di sorte, che mi faria cadere in terra svenuto. In tanto tempo, quanto io penai a dir queste parole, era comparso il mirabile vino, ed altre delizie da far colazione, tantoché io mi ricriai molto bene, e riavuti gli spiriti vitali, m’era uscita la stizza. Il buon Tesauriere mi porse 100 scudi d’oro, a’ quali io feci resistenza di non gli volere in modo nessuno. Andollo a riferire al Cardinale, il quale dettogli gran villanie, gli comandò che me gli facesse pigliare per forza, e che non gli andasse più innanzi altrimenti. Il Tesauriere venne a me crucciato, dicendo, che mai più era stato gridato per l’addietro dal Cardinale: e volendomegli dare, perché gli feci altra resistenza, mi disse, che me gli avrebbe fatti pigliar per forza. Io presi i danari, e volendo andare a ringraziare il Cardinale, mi fece intendere per un suo Segretario, che sempre ch’egli mi poteva far piacere, che me ne farebbe di buon cuore: e io me ne tornai a Parigi la medesima sera. Il Re seppe ogni cosa, e dettero la baja a Madama di Tampes, il che fu causa di farla maggiormente invelenire a far contro di me, dove io portai gran pericolo della vita mia, come si dirà a suo luogo; sebbene molto prima io mi dovevo ricordare della guadagnata amicizia del più virtuoso, del più amorevole, e del più domestico uomo da bene, che mai [p. 272] io conoscessi al mondo: questi si fu Mess. Guido Guidi, eccellente Dottore Medico, e nobil cittadino Fiorentino. Per gl’infiniti travagli, postimi innanzi dalla perversa fortuna, l’avevo alquanto lasciato indietro, ch’io mi pensavo per averlo di continuo nel cuore, che e’ bastasse; ma avvedutomi poi, che la mia vita non istava bene senza lui, in que’ miei maggior trovagli, perché mi fosse di ajuto e conforto, lo menai al mio castello, e quivi gli detti una stanza libera per sé: così ci godemmo insieme parecchi anni. Ancora capitò il Vescovo di Pavia, cioè Monsignor de’ Rossi, fratello del Conte di San Secondo. Questo Signore io levai di sull’osteria, e lo messi nel mio Castello, dando ancora a lui una stanza libera, dove benissimo stette accomodato co’ suoi servitori e cavalcature, per di molti mesi. Ancora altra volta accomodai Mess. Luigi Alamanni co’ figliuoli, per qualche mese. Pur mi dette grazia Iddio, ch’io potessi far qualche piacere agli uomini grandi e virtuosi. Col sopraddetto Mess. Guido godemmo l’amicizia quanto io là stetti, gloriandoci spesso insieme, che noi imparavamo le virtù alle spese di così grande e maraviglioso Principe, ognuno di noi nella sua professione. Io posso dir veramente, che quello ch’io sia, e quanto di buono e bello io m’abbia operato, è stato per causa di quel Re. Avevo in questo mio castello un giuoco di palla da giuocare alla corda, del quale io traevo assai utile, mentreché io lo facevo esercitare. Erano in detto luogo alcune piccole stanzette, dove abitavano diverse sorte d’uomini, infra’ quali era uno Stampatore molto valente di libri. Questi teneva quasi tutta la sua bottega dentro nel mio castello: ed è quegli, che stampò quel primo bel libro di Medicina a Mes. Guido. Volendomi io servire di quelle stanze, lo mandai via, pur con qualche difficultà non piccola. Vi stava ancora un maestro di Salnitri: e perch’io volevo servirmi di queste piccole stanzette per certi miei buoni lavoranti Tedeschi, questo maestro non voleva diloggiare: ed io piacevolmente più volte gli avevo detto, ch’egli m’accomodasse delle mie stanze, perché me ne volevo servire per abitazione de’ miei lavoranti per servizio del Re. Quanto più umile parlavo, questa bestia tanto più superbo mi rispondeva. All’ultimo poi io gli detti per termine tre giorni, di che egli si rise, e mi disse, che in capo di tre anni comincerebbe a pensarvi. Io non sapevo, che costui era domestico servitore di Madama di Tampes, e se e’ non fosse stato, che quella causa di Madama di Tampes mi faceva un po’ più pensare alle cose, che prima io non faceva, l’avrei subito mandato via: ma volli aver pazienza que’ tre giorni, i quali passati che furono, presi Tedeschi, Italiani, e Francesi, colle armi in mano, e molti manovali, che io avevo, e in breve tempo sfasciai tutta la casa, e le sue robe gettai fuori del mio castello. E quest’atto, alquanto rigoroso, feci, perch’egli mi aveva detto, che non conosceva persona d’Italiano tanto ardita, che gli avesse mosso una maglia del suo luogo. Però dipoi il fatto costui arrivò, e io gli dissi: Io sono il minimo Italiano dell’Italia, e non t’ho fatto nulla appetto a quello che mi basterebbe l’animo di farti, e ch’io ti farò se tu parli un motto solo; e dissigli altre parole ingiuriose. Quest’uomo, attonito e spaventato, dette ordine alle sue robe il meglio che potette: dipoi corse a Madama di Tampes, e dipinse un Inferno: e quella mia gran nemica, tanto maggiore quanto ell’era, più eloquente e più d’assai lo dipinse al Re, il quale due volte, mi fu detto, si ebbe a crucciar meco, e dar male commessioni contro di me; ma perché Arrigo Delfino suo figliuolo, oggi Re di Francia, [p. 273] aveva ricevuti alcuni dispiaceri da quella troppo ardita Donna, insieme colla Regina di Navarra, sorella del Re Francesco, con tanta virtù mi favorirono, che il Re convertì in riso ogni cosa; il perché, col vero aiuto d’Iddio, io passai una gran fortuna. Ancora ebbi a fare lo stesso a un altro simile a questo, ma non gli rovinai la casa: ben gli gettai tutte le sue robe fuora, per la qual cosa Madama di Tampes ardì di dire al Re: Io credo, che questo diavolo una volta vi saccheggerà Parigi. A queste parole il Re adirato rispose a Madama, che facevo molto bene a difendermi da quella canaglia, che mi volevano impedire il suo servizio. Cresceva ognora maggior rabbia a questa crudel donna; onde chiamò a sé un pittore, il quale stava per istanza a Fontanablò, dove il Re stava quasi di continuo. Questo Pittore era Italiano e Bolognese, e per Bologna era conosciuto. Pel nome suo proprio si chiamava Francesco Primaticcio. Madama di Tampes gli disse, ch’egli dovrebbe domandare al Re quell’opera della Fonte, che Sua Maestà aveva risoluta a me, e ch’ella con tutta la sua possanza ne l’ajuterebbe: e così rimasero d’accordo. Ebbe questo Bologna la maggiore allegrezza ch’egli avesse mai, e tal cosa promesse sicura, contuttoch’essa non fosse sua professione; ma perch’egli aveva assai buon disegno, e s’era messo in ordine con certi lavoranti, i quali s’erano fatti sotto la disciplina del Rosso, Pittore nostro Fiorentino, veramente maravigliosissimo valentuomo; ciò che costui faceva di buono, l’aveva preso dalla mirabil maniera del detto Rosso, il quale era di già morto. Potettero tanto quelle argute cagioni, col grande ajuto di Madama di Tampes, e col continuo martellare giorno e notte, or Madama, ora il Bologna agli orecchi di quel gran Re, e quello che fu potente causa a farlo cedere, ch’ella ed il Bologna d’accordo dissono: Come è egli possibile, Sacra Maestà, che volendo, che Benvenuto faccia dodici statue d’argento, delle quali non ha ancora finita una faccia poi quest’altra opera? O se voi l’impiegate in una tanto grande impresa, è di necessità, che di quest’altre, che tanto voi desiderate, per certo voi ve ne priviate; perché cento valentissimi uomini non potrebbon finire tante grandi opere, quante questo valentuomo ha ordite. Si vede espresso, ch’egli ha gran volontà di fare, la qual cosa sarà causa, che a un tratto Vostra Maestà perda lui e l’opere, con molte altre simili parole. Avendo trovato il Re in buona tempera, esso gli compiacque di tutto quello che domandavano, e per ancora non s’era mai mostrato né disegni, né modelli di nulla di mano del Bologna.

Fin qui son parole del Cellini, il quale, dopo aver raccontato diversi altri casi, occorsi alla sua propria persona in Parigi, segue a parlare in questa forma:

Non avendo io ancora ripreso il fiato da quello inestimabil pericolo, che ella me ne messe due a un tratto innanzi. In termine di tre giorni mi occorse due casi; a ciascuno de’ quali fu la vita mia sul bilico della bilancia. Questo si fu, che andando io a Fontanablò a ragionar col Re, che mi aveva fatto scrivere una lettera, per la quale voleva, che io facessi le stampe delle monete di tutto il suo Regno: e con essa lettera mi aveva mandati alcuni disegnetti, per mostrarmi parte della voglia sua; ma ben mi dava licenza, che io facessi tutto quello, che a me piaceva; io aveva fatti nuovi disegni, secondo il mio parere, e secondo la bellezza dell’arte. Così giunto a Fontanablò, uno di que’ Tesaurieri, che avevano commissione dal Re di provvedermi, che si chiamava Mons. della Fa, subito mi disse: Benvenuto, il Bologna Pittore ha avuto dal Re commissione di [p. 274] fare il vostro gran Colosso: e tutte le commissioni, ch’egli ci aveva dato per voi, tutte ce le ha levate, e datecele per lui. A noi ha saputo grandemente male, e ci è parso, che questo vostro Italiano molto temerariamente si sia portato verso di voi, perché voi già avevate avuta l’opera per virtù de’ vostri modelli e delle vostre fatiche. Costui ve la toglie, solo per favore di Madama di Tampes: e sono ormai dimolti mesi, ch’egli ha avuta tal commissione, e ancora non s’è veduto, che e’ dia ordine a nulla. Io maravigliato dissi: Come è egli possibile, che io non abbia mai saputo nulla di questo? Allora mi disse, che costui l’aveva tenuta segretissima, e che e’ l’aveva avuta con grandissima difficultà, perché il Re non gliene voleva dare; ma la sollecitudine di Madama di Tampes, solo gliene aveva fatta avere. Io sentitomi a questo modo offeso, e a così gran torto, e veduto tormi un’opera, la quale io mi avevo guadagnata colle mie gran fatiche, dispostomi di far qualche gran cosa di momento coll’arme, difilato andai a trovare il Bologna, che era in camera sua e ne’ suoi studi. Fecemi chiamar dentro, e con certe sue lombardesche accoglienze, mi domandò qual buona faccenda m’aveva condotto quivi. Io dissi, una faccenda buonissima e grande. Quest’uomo commesse a’ suoi servitori, che portassero da bere, e disse: Prima che noi ragioniamo di nulla, voglio, che noi beviamo insieme, che così è’l costume di Francia. Allora io dissi: Messer Francesco, sappiate, che que’ ragionamenti, che noi abbiamo da fare insieme, non richieggono il bere in prima, forse dopo si potria bere. Cominciai a ragionar seco dicendo: Tutti gli uomini, che fanno professione d’uomo da bene: fanno l’opere loro in modo, che per quelle si conosce, quelli essere uomini da bene, e facendo il contrario, non hanno più tal nome. Io so, che voi sapevi, che il Re m’aveva dato da fare quel gran Colosso, del quale s’era ragionato diciotto mesi; e né voi né altri mai s’era fatto innanzi a dir nulla sopra ciò; per la qual cosa, colle mie gran fatiche, io m’ero mostro al Re, il quale piaciutigli i miei modelli, questa grande opera aveva dato a fare a me, e son tanti mesi, che non ho sentito altro; solo questa mattina ho inteso, che voi l’avete avuta, e toltala a me, la qual opera io me la guadagnai co’ miei maravigliosi fatti, e voi me la togliete solo colle vane vostre parole. A questo il Bologna rispose e disse: O Benvenuto, ognun cerca di fare il fatto suo in tutti i modi che si può: se il Re vuol così, che volete voi replicare altro? gettate via il tempo, perché io l’ho avuta spedita, ed è mia. Or dite voi ciò che volete, ed io v’ascolterò. Dissi così: Sappiate, Mess. Francesco, ch’io avrei da dirvi molte parole, per le quali, con ragion mirabile e vera, io vi farei confessare, che tali modi non s’usano, quali son cotesti, che voi avete fatto e detto, infra gli animali razionali; però verrò con brevi parole al punto della conclusione, ma aprite gli orecchi, e intendetemi bene, perch’ella importa. Costui si volle rimuovere da sedere, perché mi vidde tinto in viso e grandemente cambiato. Io dissi, che non era ancor tempo di muoversi, che stesse a sedere, e che m’ascoltasse. Allora io cominciai dicendo così: Messer Francesco, voi sapete, che l’opera era prima mia, e che a ragion di mondo egli era passato il tempo, che nessuno ne doveva più parlare. Ora io vi dico, che mi contento, che voi facciate un modello, ed io, oltre a quello che ho fatto, ne farò un altro: dipoi lo porteremo al nostro gran Re: e chi guadagnerà per quella via il vanto d’aver operato meglio, quello meritamente sarà degno del Colosso; e se a voi toccherà a [p. 275] farlo, io deporrò tutta questa grande ingiuria, che voi m’avete fatto, e benedirovvi le mani, come più degne delle mie, d’una tanta gloria. Sicché rimanghiamo così, e saremo amici, altrimenti noi saremo nimici: e Dio, che ajuta sempre la ragione, ed io che le fo strada, vi mostrerei in quanto grande errore vi foste. Disse Mess. Francesco: L’opera è mia, e dappoich’ella m’è stata data, io non vo’ mettere il mio in compromesso. A cotesto io rispondo, Mess. Francesco, che dappoiché voi non volete pigliare il buon verso, quale è giusto e ragionevole, io vi mostrerò quest’altro, qual sarà come il vostro, che è brutto e dispiacevole. Vi dico così, che se io sento mai in modo nessuno, che voi parliate di questa mia opera, io subito v’ammazzerò come un cane; e perché noi non siamo né in Roma, né in Bologna, né in Firenze, qua si vive in un altro modo. Se io so mai, che voi ne parliate al Re o ad altri, io v’ammazzerò ad ogni modo. Pensate qual via voi volete pigliare, quella prima buona ch’io dissi, o quell’ultima cattiva ch’io dico. Quest’uomo non sapeva né che si dire, né che si fare: ed io ero in ordine per far più volentieri quell’effetto allora, che mettere altro tempo in mezzo. Il detto Bologna non disse altre parole che queste: Quando io farò le cose, che dee fare un uomo da bene, io non avrò una paura al mondo. A questo io risposi: Bene avete detto; ma facendo al contrario, abbiate paura, perché ella v’importa: e subito mi partii da lui, e andarmene dal Re, e con Sua Maestà disputai un gran pezzo la faccenda delle monete, nella quale noi non fummo molto d’accordo; perché essendo quivi il suo Consiglio, lo persuadevano, che le monete si dovesser fare in quella maniera di Francia, siccome elle s’eran fatte fino a quel tempo: a’ quali io risposi, che Sua Maestà m’aveva fatto venir d’Italia, perché io le facessi opere, che stessero bene; e che se Sua Maestà mi comandasse in contrario, a me non comporteria l’animo mai di farle. A questo si dette spazio per ragionare un’altra volta, e subito io me ne tornai a Parigi.

Fin qui il Cellini, e più abbasso segue a dire.

L’altro giorno venne a Parigi il Bologna apposta, e mi fece chiamare da Mattio del Nasaro: andai, e trovai il detto Bologna, il quale, con lieta faccia mi si fece incontro, pregandomi, che io lo volessi per buon fratello, e che mai più parlerebbe di tale opera, perché e’ conosceva benissimo che io avevo ragione.
Dipoi segue a dire.
Mentre, che quest’opera si tirava innanzi, io compartivo certe ore del giorno, e lavoravo in sulla Saliera e quando sul Giove, per esser la Saliera lavorata da molte e più persone, che io non avevo comodità per lavorare sul Giove, di già a questo tempo io l’avevo finita di tutto punto. Era ritornato il Re a Parigi, e io l’andai a trovare, portandogli la detta Saliera finita, la quale, siccome ho detto di sopra, era in forma ovata, ed era di grandezza di due terzi di braccio in circa, tutta d’oro, lavorata per virtù di cesello: e siccome io dissi, quando avevo ragionato del modello, avevo figurato il Mare e la Terra, a sedere l’uno e l’altro, che s’intramettevano fra di loro le gambe a guisa del mare, che frammette certi rami fra la terra, e la terra fra’l mare. Così propriamente aveva dato loro quella grazia: al Mare aveva posto nella mano destra un Tridente, e nella sinistra una Barca sottilmente lavorata, nella quale si metteva la salina. Erano sotto a questa figura quattro cavalli marini, che [p. 276] sino al petto e le zampe dinanzi erano di cavallo, e tutta la parte dal mezzo indietro, era di pesce. Queste code di pesce con piacevol modo s’intrecciavano insieme: in sul qual gruppo sedeva in bella attitudine il detto Mare, che aveva intorno molte sorti di pesce e altri animali marittimi: l’acqua era figurata con le sue onde, dipoi era benissimo smaltata del suo proprio colore. Per la Terra avevo figurato una bellissima donna, col corno della sua dovizia in mano, tutta ignuda come un maschio. Nell’altra sua sinistra mano avevo fatto un tempietto d’ordine Ionico, sottilissimamente lavorato, e in questa avevo accomodato il pepe. Sotto questa femmina avevo fatti i più belli animali, che produca la terra: e i suoi scogli terrestri avevo parte smaltati, e parte lasciati d’oro. Avevo dipoi posata e investita quest’opera in una base d’ebano nero, d’una certa accomodata grossezza, con un poco di goletta, nella quale avevo compartito quattro figure d’oro, fatte di più che mezzo rilievo, e figuratovi la Notte e’l Giorno, l’Aurora e la Sera: e quattro altre figure della medesima grandezza, fatte pe’ quattro Venti principali. In questo tempo il Bologna Pittore sopraddetto, dette ad intendere al Re, ch’egli era bene, che Sua Maestà lo lasciasse andare fino a Roma, e gli facesse lettere di favore, per le quali egli potesse formare di quelle belle prime anticaglie, cioè il Laocoonte, la Cleopatra, la Venere, il Comodo, la Zingana e l’Apollo. Queste veramente sono le più belle cose, che sieno in Roma: e diceva al Re, che quando Sua Maestà avesse dipoi vedute quelle maravigliose opere, allora saprebbe ragionare dell’arte del Disegno; perché tutto quello, che egli aveva veduto di noi moderni, era molto discosto dal ben fare di quegli antichi. Il Re fu contento, e fecegli tutti i favori, che egli domandò. Così andò nella sua malora questa bestia, non gli essendo bastato la vista di far colle sue mani a gara meco. Prese quel Lombardesco tale espediente: e contuttoché egli benissimo l’avesse fatte formare, gliene riuscì tutto contrario effetto, da quello che s’era immaginato: la qual cosa si dirà dipoi a suo luogo.

Altrove poi dice, così parlando del Re.

Egli ritornò a Parigi, e l’altro giorno, senza che io l’andassi a incitare, da per sé venne a casa mia, dove fattomegli incontro, lo menai per diverse stanze, dove erano diverse sorte d’opere: e cominciando dalle cose più basse, gli mostrai molte quantità d’opere di bronzo: dipoi lo menai a vedere il Giove d’argento, e gliene mostrai come finito, con tutti i suoi ornamenti. Dipoi lo menai a vedere altre opere d’argento e d’oro, e altri modelli per inventare opere nuove. Dipoi alla sua partita, nel mio prato del castello, scopersi quel gran Gigante.

E più appresso:

Intanto con gran sollecitudine, io finii il Giove d’argento, colla sua base dorata, la quale io avevo posta sopra un zocco di legno: e in detto zocco di legno avevo commesso quattro pallottole pure di legno, le quali stavano più che mezze nascose nelle loro casse, in foggia di noce di balestra. Erano queste cose tanto gentilmente ordinate, che un piccolo fanciullo, facilmente per tutti i versi, senza fatica al mondo, mandava innanzi e indietro, e volgeva la detta statua. Avendola assettata a mio modo, andai con essa a Fontanablò, dove era il Re. In questo tempo il sopraddetto Bologna aveva portato di Roma le sopraddette statue, e l’aveva con gran sollecitudine fatte gettar di bronzo. Io che non sapevo [p. 277] nulla di questo, sì perché egli aveva fatta questa faccenda segretamente; e perché Fontanablò è discosto da Parigi quaranta miglia, però non avevo potuto saper niente. Facendo intendere al Re, dove e’ voleva ch’io ponessi il Giove; essendo alla presenza Madama di Tampes, disse al Re, che non vi era luogo più a proposito per metterlo, che nella sua bella Galleria. Questa si era, come noi diremmo in Toscana, una loggia, o sì vero androne: più presto androne si potria chiamare, perché loggie noi chiamiamo quelle stanze, che sono aperte da una parte. Era questa stanza lunga molto più di cento passi andanti, ed era ornata e ricchissima di pitture di mano di quel mirabile Rosso nostro Fiorentino: e fra le pitture erano accomodate moltissime parti di scultura, alcune tonde, altre di bassorilievo. Era di larghezza, di passi andanti, dodici in circa. Il sopraddetto Bologna aveva condotto in questa Galleria tutte le sopraddette opere antiche fatte di bronzo, e benissimo condotte: e l’aveva poste con bellissimo ordine elevate in sulle loro base; siccome di sopra ho detto. Queste erano le più belle cose tratte da quelle antiche di Roma. In questa detta stanza io condussi il mio Giove: e quando io vidi quel grande apparecchio, tutto fatto a arte, in da per me dissi: Questo si è come passare infra le picche: ora Iddio m’ajuti. Messolo al suo luogo, e quanto io potetti, benissimo acconcio, aspettai quel gran Re che venisse. Aveva il detto Giove, nella sua mano destra, accomodato il suo fulgore, in attitudine di volerlo tirare, e nella sinistra gli avevo accomodato il mondo. Infra le fiamme avevo con molta destrezza commesso un pezzo d’una torcia bianca: e perché Madama di Tampes aveva trattenuto il Re fino a notte per fare uno de’ due mali, o che egli non venisse, o sì veramente, che l’opera mia, o causa della notte si mostrasse manco bella: e come Iddio promette a quelle creature, che hanno fede in lui, ne avvenne tutto il contrario; perché fattosi notte, io accesi la detta torcia, che era in mano al Giove, e per essere alquanto elevata sopra la testa di detto Giove, cadevano i lumi di sopra, e facevano molto più bel vedere, che di dì non avrian fatto. Comparve il detto Re colla sua Madama di Tampes, colla Delfina sua figliuola, e col Delfino, oggi Re, col Re di Navarra suo Cognato, con Madama Margherita sua figliuola, e parecchi altri gran Signori, i quali erano istrutti apposta da Madama di Tampes, per dir contro di me. E veduto entrare il Re, feci spingere innanzi da quel mio garzone Ascanio, già detto, incontro al Re il detto Giove; e perché ancora era ciò fatto con un poco d’arte, quel poco di moto, che si dava a detta figura, la faceva parer viva: e lasciatomi alquanto dette figure antiche indietro, detti prima gran piacere agli occhi dell’opera mia. Subito disse il Re, questa è molto più bella cosa, che mai per nessun uomo si sia veduta: ed io, che pure me ne diletto e intendo, non avrei immaginato la centesima parte. Que’ Signori, che avevano a dire contra di me, pareva che e’ non si potesser saziare di lodare la detta opera. Madama di Tampes disse arditamente: Non vedete voi quante belle figure di bronzo antiche son poste più là, nelle quali consiste la vera virtù di quest’arte, e non in queste bajate moderne? Allora il Re si mosse, e gli altri seco, e data un’occhiata alle dette figure, e quelle per esser lor posto il lume inferiore, non si mostravano molto bene. A questo il Re disse: chi ha voluto disfavorir quest’uomo, gli ha fatto un gran favore.

[p. 278]

GIOVANNI SPAGNUOLO
DETTO LO SPAGNA
PITTORE

Discepolo di Pietro Perugino, fioriva fino al 1524.

Seppe così bene quest’artefice approfittarsi de’ precetti di Pietro suo maestro, che fra’ discepoli, che egli lasciò vivi alla sua morte, egli riuscì senza fallo il migliore, massimamente in ciò, che al colorito appartiene. Stette in Perugia qualche tempo: e poi vinto dalle persecuzioni de’ malevoli ed invidiosi artefici che a grand’onta si recavano la virtù d’un uomo forestiero, come egli era, deliberò quindi partirsi, e portarsi a Spoleto: e accasatovisi onoratamente, fu anche aggregato alla cittadinanza di quella città: e non tanto in essa, quanto in molte altre dell’Umbria, lasciò memorie della virtù sua. Per la Chiesa di sotto di San Francesco in Ascesi, dipinse la tavola di Santa Caterina, ad istanza del Cardinale Egidio Spagnuolo: ed una pure ne colorì in San Damiano. Nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli, nella Cappella piccola, in luogo, dove seguì la preziosa morte del Patriarca San Francesco, dipinse alcuni Compagni di esso Santo, con altri Santi in mezza figura, attorno ad un’immagine di rilievo di esso San Francesco, i quali colorì con buon gusto.

GIOVANNI NANI DA UDINE

CITTA’ DEL FRIULI

PITTORE

Discepolo di Raffaello da Urbino, nato 1494, morto 1564.

Giovanni Nani da Udine, nella sua puerizia, fu portato veementemente da due inclinazioni: una delle quali fu il piacere della caccia d’ogni sorta d’animali volatili e terrestri; e l’altra dell’arte del disegno. Laonde, accoppiando insieme l’uno e l’altro genio, fin da quella tenera età, ritraeva a meraviglia i quadrupedi e gli uccelli. La qual cosa osservata dal padre, promettendosi, siccome poi seguì, che’l figliuolo fosse per far gran profitto nella pittura, sentita la fama, che in Venezia e fuori correva [p. 279] di Giorgione, colà l’inviò, e trovò modo di porlo all’arte, sotto la sua disciplina: e statovi per breve tempo, per buoni uficj e protezione dell’eruditissimo Baldassarri Castiglione, Segretario del Duca di Mantova, e stretto amico di Raffaello da Urbino, fu levato da quella scuola, e condotto a Roma, fu messo in quella del medesimo Raffaello. Quivi in breve tempo acquistò tanto, che fra la gran comitiva d’altri giovani, che vi stavano apprendendo l’arte, niuno ve n’era, che gli fosse superiore; e fra le altre sue abilitadi, seguitando l’antico genio, dipingeva sì bene ogni sorta d’uccelli, che in poco tempo ne condusse un libro intero, così bello, e con tal varietà d’animali, che fu poi l’unico spasso e trattenimento del medesimo Raffaello suo maestro. Occorse in questo mentre, che nel cavarsi in Roma, fra le rovine del Palazzo di Tito, furono ritrovate alcune antichissime abitazioni rimaste sotto terra, tutte dipinte con diversi capricci di figure, animali, storiette, e campi, framezzate di vaghi ornamenti di stucchi bassi; e furon quelle, che da’ sotterranei o grotte, dove si ritrovarono, diedero il nome a quelle, che furon fatte dipoi a loro imitazione, di Grottesche. Videle Giovanni, insieme con Raffaello, e tanto se ne invaghì, che disegnatene molte volte, se ne fece pratichissimo maestro, e dipoi le colorì con sì bella e varia invenzione, che non ebbe pari; ed inoltre tanto s’adoperò coll’ingegno, che gli venne fatto di ritrovare il modo di comporre gli stucchi bianchi, per adornamento delle medesime, a similitudine degli antichi, scopertisi in quelle rovine, come detto avviamo. Di queste cose si servì Giovanni, per ordine di Raffaello, nelle volte delle Logge al Palazzo Papale: dove anche dipinse le stupende grottesche, con ogni sorta di animali, frutti, fiori, e d’altre bizzarrie, che vi si videro, con meraviglia di tutta Roma. Dalla vaghezza e novità di quest’opere, ebbe principio il dipignersi a grottesche, che per mezzo di coloro, che Giovanni allora tenne in suo ajuto, si sparse per tutto il mondo. Dipinse ancora in molti altri luoghi in essa città di Roma, e fece molti cartoni per arazzi e grottesche, tessuti poi in Fiandra, i quali servirono per le prime stanze del Concistoro. Lavorò di stucchi la facciata di Giovambatista dall’Aquila da Piazza San Pietro, e la Loggia della Vigna di Giulio, Cardinal de’ Medici, sotto Monte Mario. Mandato da Raffaello a Firenze, ad istanza dello stesso Giulio, allora Clemente VII, fece nella Sagrestia nuova di San Lorenzo, gli ornamenti della Tribuna, cioè alcuni quadri sfondati, che appoco appoco diminuiscono verso il punto di mezzo, dove si veggono maschere, fogliami, rosoni e altri ornamenti di stucco bellissimi. In Firenze abbiamo di sua mano lo stendardo, coll’immagine del glorioso Sant’Antonino Arcivescovo, che fino al presente si conserva nella Chiesa di San Marco de’ Frati Predicatori, mandatovi per la Canonizzazione di esso Santo. Fu Giovanni uomo di singolar bontà e molto timorato di Dio. Ebbe, come si è detto, grande inclinazione alla caccia de’ volatili, nella quale riusciva a meraviglia, per la sicurezza ch’egli aveva nel tirar colla balestra e coll’archibuso. Ed è fama ancora, che egli fosse l’inventore del bue di tela, dipinto, che serve di coperta a’ tiratori, per non essere, nel tirare che fanno, dalle fiere veduti. [p. 280] Molte altre opere fece Giovanni, che al nostro solito si tralasciano per brevità: e giunto finalmente all’età di settant’anni, l’anno 1564, se ne passò al cielo.

GIO. MARIA CHIODAROLO

PITTORE BOLOGNESE

Discepolo di Francesco Francia, Fioriva circa al 1500.

Di un altro discepolo di Francesco Francia fa menzione il Baldi. Questi fu Gio. Maria Chiodarolo, il quale, secondo il Bumaldo, fu anche Scultore, e lavorò intorno all’Arca di San Domenico, nella città di Bologna. Ajutò al maestro, al Costa, ed all’Aspertini, nella Chiesa di Santa Cecilia, nelle storie della Vita di quella Santa: e diconsi ancora, che fossero di sua mano le pitture nel Palazzo della Viola sotto le Logge.

GIROLAMO DA CODIGNUOLA

PITTORE

Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva nel 1520.

Questo Pittore fece molti ritratti al naturale d’uomini singolari de’ suoi tempi, in Roma, in Bologna ed in altre, fra’ quali quello di Giulio III, di Monsignor di Fois, morto nella città di Ravenna, e di Massimiliano Sforza. Dipinse con maestro Biagio Bolognese, tutta la Chiesa di San Michele in Bosco, nella quale fece esso una tavola, che fu posta alla Cappella di San Benedetto. Dipoi colorì molte cose nella Cappella di mezzo della Chiesa di Santa Maria Maggiore; e nella Chiesa di San Giuseppe de’ Servi fuori di Bologna, dipinse la tavola dell’Altare maggiore, dove figurò lo Sposalizio di esso Santo, con Maria sempre Vergine. In Santa Colomba di Rimini, a concorrenza di Benedetto da Ferrara e di Lattanzio, colorì [p. 281] una tavola di Santa Lucia; e nella tribuna maggiore dipinse la Coronazione della Madonna, i dodici Apostoli, e’ quattro Evangelisti. Portatosi a Napoli, fece in Monte Oliveto la tavola de’ Magi, nella Cappella di Monsignor Vescovo Aniello, e in Sant’Aniello un’altra simile, con Maria Vergine, San Paolo e San Giovambatista: e nella medesima città fece molti ritratti al naturale. Aveva questo pittore, già pervenuto all’età di sessantanove anni, co’ suoi lavori, e coll’ajuto di un parco e austero vivere, messa insieme buona somma di danari, co’ quali tornatosi a Roma, fu da alcuni suoi finti amici, o vogliam dire veri nimici, consigliato, per custodia di quella sua cadente età, a pigliar moglie. Fecelo l’imprudente vecchio; ma non l’ebbe appena condotta a casa, che si avvide, come ne lasciò scritto il Vasari, essergli stata posta accanto per isposa una vituperosa meretrice, per opera e comodo di coloro, che avevano manipolato l’impiastro: di che accortosi il povero uomo, s’accorò tanto, che in brevi giorni di dolore si morì.

PULIDORO CALDARA

DA CARAVAGGIO

E MATURINO FIORENTINO

PITTORI

Discepoli di Raffaello da Urbino, fiorivano nel 1525.

Non mandò mai la Natura al mondo alcun lume di prima grandezza in qualsifosse arte o scienza, che essa non intendesse, per mezzo di quello, partorire altri splendori, in gran numero, per isgombrare da’ secoli presenti e da’ futuri ancora, le caligini dell’ignoranza, e farli godere della luce, che seco portano le operazioni lodevoli degli uomini virtuosi; onde non è maraviglia, che al risplender che fece in Roma, in tutta Italia e fuori, il valore nell’arte della Pittura del gran Raffaello da Urbino, ben presto si vedessero sorgere tanti e così eccellenti artefici, che ben si potea dire avventurato, non solo quel secolo e questo presente, ma altri ancora, a’ quali, per l’avvenire, la spietata tirannia del tempo, non toglierà così presto l’esser partecipi delle singolarissime opere loro. Uno di questi per certo fu il celebratissimo Pulidoro [p. 282] da Caravaggio di Lombardia, che si può dire, che fino dal ventre della madre portasse col genio l’abilità e, stetti per dire, in quest’arte la maestria medesima. Questi, nato di umilissimi parenti, astretto da povertà, fu necessitato ad esercitare fino all’età di diciotto anni il mestiere del manovale, in quel tempo appunto, che in Roma la sempre gloriosa memoria di Leon X faceva fabbricare le Logge. Nel cominciarsi poi quelle a dipignere da Giovanni da Udine e dagli altri, sotto la scorta di Raffaello, il giovanetto forte portato da natura, non poté contenersi di non dar fuori il gran genio, ch’egli aveva a quell’arte; e fatta amicizia con tutti que’ pittori, e più che ogni altro, con Maturino Fiorentino, tanto s’avanzò nell’intelligenza degli ottimi precetti di quella, che in pochi mesi diede di sé stesso non ordinario stupore, e in disegno e in invenzione avanzò tutti gli altri giovani di quella scuola. Era però il colorito, tanto del Caravaggio, quanto dell’inseparabile suo compagno e imitatore Maturino, non tanto vivace ed allegro, quanto quello degli altri loro condiscepoli: alla qual cosa avendo l’uno e l’altro fatta riflessione, e osservato, che Baldassarri da Siena aveva dipinte alcune facciate di case a chiaroscuro, deliberarono (pigliando strada più corta) lasciar le difficultà del colorito, e attenersi con grande studio a tutte l’altre parti della pittura, col rappresentar sempre l’opere loro solamente in chiaroscuri. Fatta questa deliberazione, fecero questi due una così stretta comunione e di volontà e d’opere e d’avere, che se non fosse stato poi il sacco di Roma, non avrebbe avuto forza per dividerla, altri che la stessa morte. La prima opera che facessero, fu una facciata, in essa città di Roma, a Monte Cavallo, rimpetto a San Silvestro, nella quale furono ajutati da Pellegrin da Modana, che era assai avanzato nella pratica, e diede loro grande animo. Un’altra ne fecero rimpetto alla porta del fianco di San Salvatore in Lauro. Dipinse una storia dalla porta del fianco della Minerva, e una facciata a Ripetta sopra Santo Rocco, dove fecero vedere una quantità di mostri marini, lavorati con grande artificio. Dieronsi poi a studiare l’antichità di Roma, che non restò cosa o sana o rotta ch’essa si fosse, che e’ non disegnassero; donde cavarono l’ottima maniera ed invenzione de’ chiaroscuri, che fecero poi, come può ciascuno riconoscere dall’opere medesime. Fecero sulla Piazza di Capranica una facciata colle Virtù Teologali, e un bel fregio sotto le finestre, con altri vaghi componimenti. In Borgo nuovo dipinsero una facciata a sgraffio: un’altra sul canto della Pace; una nella casa degli Spinoli verso Parione; una del trionfo di Cammillo, con un antico sacrificio vicino a Torre di Nona. Verso Sant’Angelo una bellissima facciata con la storia di Perillo, messo nel Toro di bronzo, da sé inventato; fecero in una casa della strada, che va all’immagine di Ponte; un’altra alla Piazza della Dogana, allato a Santo Eustachio, con bellissime battaglie: e in somma tante e tante ne dipinsero, che troppo lungo sarebbe il descriverle. Lavorarono nel giardino di Stefano del Bufalo, storie del Fonte di Parnaso: ed in altre case di nobili persone, fecero infinite pitture di camere, e fregi a fresco e a tempera; tantoché si può dire, in un certo modo, che non rimanesse in Roma casa, vigna, o giardino, dove [p. 283] questi due gran maestri non facessero opere. Occorse intanto lo strano caso del Sacco di Roma l’anno 1527 onde rifuggitosi ognuno, chi qua e chi là, Maturino ancor egli si fuggì, e poco dopo, a cagione, come si crede, de’ gran disagi patiti in quelle comuni miserie, sopraggiunto da morbo pestilenziale, nella stessa città di Roma finì i giorni suoi, ed in Santo Eustachio fu sepolto. Polidoro si portò a Napoli, dove pel poco gusto, ch’ei trovò in quella gente, delle cose di disegno e di pittura, a principio, poco ne mancò, che non si morisse di fame, essendosi fino condotto a lavorare a giornate con certi pittori: pe’ quali fece di sua mano, in Santa Maria della Grazia, nella Cappella maggiore, un San Pietro; e per un Conte dipinse una volta a tempera, una facciata, un cortile e logge, che tutte riuscirono opere meravigliose. In Sant’Angelo, allato alla Pescheria, fece alcuni quadri ed una tavola a olio. Ma vedendo finalmente non esser egli, e la propria virtù in quella città più che tanto ricevuta e stimata, se n’andò a Messina, dove gli fu dato molto da operare a olio, e fece gli archi trionfali, coll’occasione della passata di Carlo V dall’impresa di Tunis, e molte altre pitture. Desiderava egli vivamente di tornarsene a Roma, ritenuto da tal resoluzione solamente da una donna, che egli troppo teneramente amava. Ma in fine prevalendo in lui l’amor di Roma all’amor dell’amata, rotto ogni laccio, deliberò di colà portarsi; ma non già gli riuscì il veder Roma, perché fu sopraggiunto da una morte miserabile, se crediamo a quanto ne scrisse il Vasari con le seguenti parole:

Levò dal Banco una buona quantità di danari, ch’egli aveva, e risoluto al tutto si partì. Aveva Pulidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a’ danari di Pulidoro, che a lui; ma per avergli così sul Banco, non poté mai porvi su le mani, e con essi partirsi; per lo che caduto in un pensiero malvagio e crudele, deliberò la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici dargli la morte, e poi partire i danari fra loro. E così sul primo sonno assalitolo, mentre dormiva forte, ajutato da coloro, con una fascia lo strangolò, e poi datogli alcune ferite, lo lasciarono morto: e per mostrar che essi non l’avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo, che o i parenti o altri, in casa l’avessero ammazzato. Diede dunque il garzone buona parte di danari a que’ ribaldi, che sì brutto eccesso avevan commesso, e quindi fattigli partire, la mattina piangendo, andò a casa un Conte, amico del maestro morto; ma per diligenza, che si facesse in cercar molti dì chi avesse cotal tradimento commesso, non venne alcuna cosa alla luce. Ma pure, come Dio volle, avendo la natura e la virtù a sdegno d’esser per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesse non ci aveva, dire, che impossibile era, che altri, che tal garzone l’avesse assassinato. Per lo che il Conte gli fece porre le mani addosso: e alla tortura messolo, senza che altro martirio gli dessero, confessò il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie infocate, per la strada, tormentato, e ultimamente squartato. Ma non per questo tornò la vita a Pulidoro, né alla Pittura si rese quell’ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era più stato al mondo; per lo che, se allora che morì, avesse potuto morire [p. 284] con lui, sarebbe morta l’invenzione, la grazia e la bravura nelle figure, dell’arte, felicità della natura e della virtù, nel formare in un corpo così nobile spirito, e invidia ed odio crudele di così strana morte nel fato e nella fortuna sua: la quale, sebbene gli tolse la vita, non gli torrà per alcun tempo il nome. Furono fatte l’esequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina, e nella Chiesa Cattedrale datogli sepoltura l’anno 1543.

Tale dunque fu l’infelice fine di questi due grandi artefici, i quali, per la gran virtù loro, meritano di rimaner per sempre nella memoria degli uomini. Furono Pulidoro e Maturino bravissimi nell’operare, come ben mostrano le loro pitture: e quantunque Maturino non fosse così efficacemente portato dal genio e dalla natura alle cose dell’arte, quanto Pulidoro; contuttociò, e colla pazienza e col lungo studio, e coll’imitazione dell’opere del compagno, si portò sì bene, che l’uno e l’altro insieme, condussero sempre le cose loro, senza che apparisse fra esse differenza alcuna. Furono i primi, che pel grande studio fatto sopra tutto l’antico, arrivassero ad esprimere eccellentemente gli abiti, le fisionomie, i sacrificj, i vasi, l’armi, ed ogni altro strumento sacro o profano, servendosi di essi con sì esatta osservanza degli antichi costumi, che hanno dato gran gusto, ed anche qualche lume agli eruditi. Il tutto poi si vede accompagnato con invenzione, varietà, nobiltà e disegno tanto eccellente, che già quasi in due secoli trascorsi, non si sono vedute pitture in Roma, che sieno state e sieno tuttavia tanto studiate da ogni nazione, quanto quelle di costoro, che veramente hanno mostrato agli amatori dell’arte, il modo di farsi universali in ogni sorte di lavoro: e ne vanno attorno infinite copie in istampa. Questa loro eccellenza però fu intorno a’ chiaroscuri, bronzi e terretta; perché nel colorito valsero tanto poco, che, quel che si vede in Roma di loro mano, che sono alcune poche cose, non punto gli distingue da ogni altro pittore. Ben è vero, che Pulidoro, nel tempo, ch’ei visse in Messina, ebbe tante occasioni di dipignere a olio figure colorite, che nell’ultimo della vita sua, avendovi già acquistata buona pratica, vi fece opere lodevoli: e fra l’altre fu stimata bellissima e di vago colorito, una tavola di un Cristo portante la Croce, con un gran numero di figure, appropriate alla storia, che fu l’ultima opera, che vi facesse; perché poco dopo egli, per giusto e occulto giudizio d’Iddio, fece l’infelice morte, che sopra abbiamo raccontato.

[p. 285]

DELLE

N OT I Z I E

DE PROFESSORI DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE IV.

DEL SECOLO IV.

DAL MDXXX. AL MDXXXX.

ZANOBI DI POGGINO

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Gio. Antonio Sogliani, fioriva circa il 1530.

Questo Pittore fece molte opere per tutta la città di Firenze, e come quello, che copiava bene, anche in ciò fu adoperato. Aveva Andrea del Sarto dipinta per suo diporto una bellissima testa del Salvatore, simile a quella, che pur di sua mano si vede sopra l’Altare della Santissima Nunziata, sebbene non tanto finita. Questa testa venuta in mano di Don Antonio da Pisa, Monaco degli Angeli, che fu molto amatore de’ virtuosi, la fidò in mano di Zanobi, acciocché una copia ne facesse per Bartolommeo Gondi, che molto la desiderava; ma o perché il Poggino ne copiasse più di una, o come si fosse, andò sì fattamente la cosa, che dopo [p. 286] averne il Poggino fatta la copia, subito se ne videro molte altre per la città di Firenze, le quali però furono, e son tenute in molta venerazione.

GIO. CAROTI

PITTORE VERONESE

Discepolo di Liberale Veronese, fioriva circa il 1532.

Seguitò la maniera di Gio. Francesco Caroti suo fratello. Dipinse nella Chiesa di San Bartolommeo di Verona alcune Sante; in San Giovanni, presso al Duomo, in una tavola piccola un San Martino. Fece il ritratto di Marc’Antonio della Torre Pittore, ed altri ritratti di naturale. Disegnò le piante dell’anticaglie di Verona, gli Archi trionfali e il Colosseo, che furon riposte nel libro dell’Antichità di Verona, dato alle stampe da Torello Saraina, e fu uno de’ maestri del famosissimo Paol Veronese.

FRANCESCO TORBIDO

DETTO IL MORO
PITTORE VERONESE

Discepolo di Liberale Veronese, fioriva nel 1536.

A questo Pittore, nella sua fanciullezza, fu dato qualche principio nell’arte, nella città di Venezia, da Giorgione; ma perché fino da quell’età ebbe egli uno spirito fiero, e molto dedito alle risse, avendo contesa in Venezia con una tal persona, malamente la percosse; onde gli bisognò, lasciati gli studj del disegno, a Verona tornarsene, dove, per la pratica, che aveva in maneggiare ogni sorta d’armi, e per le sue per altro avvenenti maniere, fu talmente accarezzato da que’ Nobili, che facevano [p. 287] a gara per chi lo potesse avere in conversazione, che dato bando al disegno ed alla pittura, in breve si ridusse in istato, come se mai disegnato non avesse. Poi, a persuasione de’ medesimi, rimessosi all’arte, sotto gli ammaestramenti di Liberale, in breve, per la vivezza del suo ingegno, non solo risarcì il perduto, ma divenne valente pittore. Tenne sempre la maniera del suo maestro Liberale, non lasciando però nel colorire sfumato, che faceva, d’accostarsi al modo di fare di Giorgione. Dipinse a fresco in Verona la Cappella maggiore del Duomo e la volta, con disegno di Giulio Romano, perché così volle il Vescovo Gio. Matteo Giberti, che tale opera fece fare, ed in essa dipinse storie di Maria Vergine. Operò in Santa Maria in Organo, in Santa Eufemia ed altrove. Colorì la facciata della casa de’ Manuelli dal Ponte Nuovo, e di Torello Saraina, che fece il libro dell’Antichità di Verona; e similmente in Friuli la Cappella maggiore della Badia di Rotazzo; e operò in Venezia. Fu ottimo coloritore e diligentissimo, e perciò molto lungo nell’operare. Non lasciò mai andar lavoro, ch’ei non accettasse; onde fra il molto suo pigliar caparre per far opere, e tardi finirle, e l’essere alquanto manesco, ebbe che dire con molti di mala maniera, e spesso trovossi in brighe, sebbene mai non gli mancarono gli amici in gran copia, e uomini di tutta stima per lettere e per nobiltà fino alla sua morte, che gli seguì in età molto grave, nella città di Verona, nelle case de’ Conti Giusti, che fino da’ primi suoi anni avevanlo amato e favorito.

ANDREA FELTRINI
PITTORE FIORENTINO

DETTO ANDREA DI COSIMO

Discepolo di Cosmo Rosselli, fioriva nel 1538.

Dopo, che il Morto da Feltro Pittore, ebbe fatti grandi studj per l’anticaglie e grotte della città di Roma, per segnalarsi, come fece, nel bel modo di dipignere grottesche, vennesene a Firenze. Ricevettelo nella propria sua casa Andrea Feltrini, che fino allora, sotto la disciplina di Cosimo Rosselli, aveva atteso alla pittura, ed a lungo andare avendo osservata la bizzarra e nuova maniera del Morto, talmente s’invogliò di quell’arte, che a quella in tutto e per tutto si diede; onde in breve tempo, non solo operò ottimamente [p. 288] di grottesche; ma quelle arricchì di molte e belle invenzioni. Incominciò a far le fregiature maggiori più copiose e piene, di maniera al tutto diversa dall’antica, accompagnandole con figure. Inventò capriccioso modo di dipignere le facciate delle case, che oggi si dice a sgraffio, quale io non saprei meglio descrivere, che colle proprie parole del Vasari; dice egli dunque. Costui cominciò a dar principio di far le facciate delle case e palazzi nell’intonacato della calcina, mescolata con nero di carbon pestato, ovvero paglia abbruciata, che poi sopra questo intonacato fresco dandovi di bianco, e disegnate le grottesche con quei partimenti, ch’ei voleva, sopra alcuni cartoni, spolverandogli sopra l’intonaco, veniva con un ferro a graffiar sopra quello, talmenteché quelle facciate venivano disegnate tutte da quel ferro, e poi raschiato il bianco de’ campi di queste grottesche, che rimaneva scuro, le veniva ombrando, o col ferro medesimo tratteggiando con buon disegno, tutta quell’opera con acquerello liquido, come acqua tinta di nero, andava ombrando, che ciò mostra una cosa bella, vaga e ricca da vedere. Fin qui il Vasari. Di questo modo dipinse egli in Firenze la facciata della casa de’ Gondi in Borgo Ognissanti, quella de’ Lanfredini lung’Arno, tra’l Ponte a Santa Trinita e la Carraja verso Santo Spirito, quella de’ Sertini da San Michele di piazza Padella, oggi detta degli Antinori, quella già di Bartolommeo Panciatichi sulla piazza degli Agli, oggi de’ Ricci, e la facciata della Chiesa della Santissima Nunziata sopra il primo Chiostro. Fu Andrea molto adoperato in occasione di nozze e d’esequie, e d’ogni altra sorte d’apparato, e assai operò per la Serenissima Casa de’ Medici. Sono in Firenze, per le case de’ particolari, lavori finiti di sua mano, di fregiature, soffitte, cassoni, forzieri, e simili, tutti bellissimi. Fece con molta grazia, varietà e bellezza, disegni di ogni sorte di drappi e di broccati, che aggiunti alla nobiltà della materia ed eccellente maestria, con che si fabbricarono sempre nella città di Firenze simili cose, riuscirono desideratissimi per tutto il mondo. Fu però Andrea uomo tanto timoroso, che mai non volle pigliar lavoro sopra di sé, non bastandogli l’animo, dopo fatta l’opera, di farsi pagare, al contrario di tanti, e poi tanti, che dopo essersi fatti pagare, mai non lavorano, e piuttosto volle in bottega far la seconda, che l’ultima figura, benché in vita nel suo mestiere non avesse pari. Dalla medesima cagione derivò il conoscer che fece così poco la propria virtù, che potendo con poca fatica farsi ricco, contuttociò stando sempre al lavoro come un giumento, fecesi pagare scarsissimamente. Fu malinconico per natura, al che aggiunta l’incessante applicazione alle cose dell’arte, fu più volte in pericolo di esser per forza dell’umor malinconico, portato a male risoluzioni di sé, pur tuttavia volle Iddio ajutar la bontà di esso, perché fu sempre dagli amici e compagni assistito; finché ridottosi all’età di sessantaquattro anni gravemente infermatosi, se ne passò a vita migliore.

[p. 289]

GIULIO CAPORALI

PITTORE PERUGINO

Discepolo di Benedetto Caporali suo Padre, fioriva nel 1540.

La prima applicazione di Giulio fu nell’esercizio della pittura; ma essendosi il padre suo, che nella scuola di Pietro Perugino si era molto avanzato in quell’arte, dato in tutto e per tutto all’architettura, a segno di aver dato alle stampe un suo Comento di Vitruvio: o fosse volontà del padre, o particolare inclinazione del figliuolo, diedesi anch’esso a simili studj.

LORENZO VECCHIETTI

SCULTORE SENESE

Nato 1524, morto 1582.

Ebbe la città di Siena in questi tempi un Lorenzo Vecchietti, che fu Scultore, e Gettator di metalli assai lodato. Di mano di costui è il Tabernacolo di bronzo, con ornamento di marmo, dell’Altar maggiore nel Duomo della stessa città: siccome ancora la figura del Cristo ignudo colla Croce in mano, che è in sull’Altar maggiore dello Spedal grande. Diede compimento al Battisterio con alcune figure, ch’e’ vi lavorò con suo scarpello; ed ancora diede fine ad una storia di metallo, che vi aveva cominciato il celebre Scultore Donatello, accomodandovi alcune figurette, state gettate dal medesimo, ma non ripulite. Le figure del San Piero, e del San Paolo, che si veggono alla Loggia degli Ufiziali in Banchi, grandi quanto il naturale, son pure opera della mano di questo virtuoso artefice, il quale l’anno 1582 in età di 58 anni diede fine al mortale corso del vivere suo.

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FRANCESCO D’UBERTINO
DETTO IL BACCHIACCA

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Pietro Perugino, morì nel 1557.

Dopo l’essersi questo Pittore bene approfittato nella scuola di Pietro Perugino, nell’arte della pittura, fu in Firenze molto adoperato in ogni sorta di lavoro, mercé dell’esser egli universalissimo, ed oltre ogni credere, diligente, e nelle figure piccole, fra i migliori, che ne’ suoi tempi operassero. Fu amicissimo di Bastiano da San Gallo, Pittore e Architetto, detto Aristotile; e ancora di Jacone, eccellente Pittore de’ suoi tempi, e con essi molte cose dipinse. La conversazione di questo Jacone, conciossiacosachè fosse alquanto scostumata e plebea, non ebbe però forza tale di punto fregolare il buono e costumato vivere di Francesco, il quale tenne sempre vita molto lodevole. Conversò con Andrea del Sarto, e ne riportò ajuti validissimi nelle cose dell’arte. Opera de’ suoi pennelli sono le storiette, che tuttavia si veggiono nella predella della tavola de’ Martiri, fatta da Giovanni Sogliani già per la Chiesa di Camaldoli di Firenze, che oggi è nella Chiesa di San Lorenzo: e similmente le storiette della predella dell’Altare del Crocifisso nella stessa Chiesa. Si trovò il Bacchiacca con gli altri eccellenti Pittori del suo tempo, a dipignere nella bella camera di Pier Francesco Borgherini, spalliere e cassoni: e nella casa di Gio. Maria Benintendi. Fece anche molti quadri di piccole figure a diversi citta­dini, i quali poi, come cose preziosissime, gli mandarono in Francia e in Inghilterra. Volle la gloriosa memoria del Granduca Cosimo I che molto lo stimava, averlo a’ suoi servizj, in riguardo massimamente di un singolar talento, che egli aveva di ritrarre al vivo ogni sorte di animali. Per questo Principe dipinse egli uno Scrittojo, dove fece gran quantità di uccelli ed erbe di rara qualità, condotte a olio maravigliosamente. Per le tappezzerie, che quell’Altezza fece fabbricare di seta e d’oro, compose l’invenzione di tutti i mesi dell’anno, in proporzione di piccole figure, nelle quali si portò così bene, che fu creduto, che in quel secolo, nessun altro potesse operar meglio. Queste furono messe in opera dall’eccellente maestro Giovanni Rosto Fiammingo. Dipinse a grottesche una grotta di una fontana d’acqua nel Palazzo de’ Pitti. Fece i disegni di un letto Reale, che ordinò quel Signore doversi condurre di ricamo e perle, con tutte storie di piccole figure e d’animali, da Antonio Bacchiacca, fratello del nostro Francesco, uomo insigne in simil facoltà: il qual letto poi servì per lo Sposalizio del Serenissimo Granduca [p. 291] Francesco, e della Serenissima Giovanna d’Austria. Questo Antonio fu così eccellente in quell’arte del ricamare, che non temé la dottissima penna di Messer Benedetto Varchi, comporre in lode di lui un bel Sonetto, cui mi piace recare in questo luogo, ed è il seguente:

Antonio, i tanti, così bei lavori,

Che Vostra dotta mano, ordisce e tesse,
Lodi v’arrecan sì chiare e sì spesse,
Che piccoli appo voi sieno i maggiori:
Chi è, non dico, tra i più bassi cori,
Ma fra i più alti ingegni, il qual credesse,
Che poca seta, e piccolo ferro avesse
Agguagliato il martel, vinto i colori?

Onde superbo, e pien di gioja parmi
L’Arno veder, che se felice chiami,
E dica: i figli miei m’han fatto bello.
I Bronzi al gran Cellini deono: i marmi
Al Buonarruoto: al Bacchiacca i ricami:
Le pietre al Tasso: al Bronzino il pennello.

Vedesi il ritratto al naturale del Bacchiacca, insieme con quello di Jacopo da Pontormo, celebre pittore, e di Giovambatista Gello, famoso Accademico Fiorentino, fatto per mano di Agnolo Bronzino, nella bella tavola degli Zanchini, dove esso Bronzino rappresentò la scesa di Cristo al Limbo. Molte altre opere, che per brevità si tralasciano, fece il Bacchiacca fino alla sua morte, che occorse l’anno 1557.

GIROLAMO LOMBARDO o LOMBARDI

DETTO IL FERRARESE

SCULTORE E GETTATORE IN METALLI

Discepolo d’Andrea Contucci dal M. a Sansovino, fioriva nel 1534.

Non manca alcun moderno Autore, che dica, che fino la Santa memoria di Papa Giulio II della Rovere, nutrisse nella sua mente un assai nobil pensiero, il quale fu d’ornare, con regia magnificenza, la Santa Casa di Loreto. Noi sappiamo però, che in vita di quel Pontefice non fu dato a tal pensiero adempimento, forse perché era riservata dal cielo, un’opera sì degna e di tanto onore della gran Madre di Dio, ad un cuore, il più generoso e magnanimo, che abbiano veduto i secoli Cristiani: [p. 292] e questi fu la Santa memoria di Leone X di Casa Medici. Questo gran Pontefice, avendo data forma al nobile concetto, con disegni e modelli di Bramante, Architetto singolarissimo, ordinò a’ Ministri della Santa Casa, il far commissione di bianchi, neri e mischi marmi, d’ogni sorte, a Carrara, Firenze, Orvieto ed altrove. Dirozzate le pietre, furono quelle, che potevan condursi per quella parte, ben presto traghettate in Ancona; e non era ancor passata la metà del Mese di Maggio dell’anno 1514 primo del Pontificato di Leone, che a Loreto n’era stata condotta una gran parte; onde si fece luogo a sua Santità di provvedere a quella gran fabbrica le necessarie maestranze. Di Carrara e di Pisa furon fatti comparire trenta de’ più pratici scarpellini, e fermati più intagliatori: ed il tanto rinomato Andrea Contucci dal Monte a Sansovino ne fu dichiarato Capomaestro e Scultore. Diede egli mano all’opera con gran premura; ma non giunse la vita di Leone, né tampoco quella d’Adriano, che gli successe nella suprema dignità, al tempo, ch’ell’avesse avuto compimento. Morto Adriano, ed asceso al Soglio Clemente VII s’accrebbe grandemente questo nobilissimo lavoro, conciossiacché egli di gran proposito vi si applicò. Già atterrato l’antico muro erettovi da’ Ricanatesi, cavate le fosse e’l terreno per ottocento sessantasei canne Romane, tra fondo e d’attorno alla Santa Casa, avendo prima ben fasciate e ricinte con travate sospese sopra terra, le Sacre mura, erano state ben ferme e stabilite le fondamenta, e già s’eran condotti a fine molti intagli d’architetture e sculture per quell’ornato; quando correndo l’anno 1529 il Contucci venne a morte, dopo aver condotte di sua mano molte nobilissime opere di scultura, ed altre incominciate e non finite. Stettesi questo grande edifizio senz’alcuno o poco avanzamento, fino a dopo l’assedio di Firenze: e finalmente fu da quel Pontefice eletto, in luogo d’Andrea, per primo Scultore, Niccolò de’ Pericoli, detto il Tribolo, Fiorentino, al quale, per mezzo d’Antonio da San Gallo, che sopraintendeva a quella fabbrica, fu ordinato il portarsi a Loreto, per tirar avanti le sculture, che rimanevano a farsi, lasciate imperfette dal Sansovino. Inviossi egli dunque a quella volta con tutta la sua famiglia, e seco condusse molti uomini di valore nell’arte sua. Tali furono Simone di Francesco, detto il Mosca, ottimo intagliatore di marmi, Raffaello Montelupo, Francesco da San Gallo, il giovane, Simone Cioli da Settignano, Ranieri da Pietrasanta, e Francesco del Falda; e con essi, siccome io trovo, vi si condusse ancora un tal Domenico Lamia, detto il Bologna, e finalmente il nostro Girolamo Lombardi, insieme con Frate Aurelio suo fratello. Dopo che il Tribolo vi fu stato per qualche tempo, nel quale aveva con maraviglioso artificio dato fine alla bella storia di marmo dello Sposalizio di Maria sempre Vergine, incominciata da Andrea Contucci; ed aveva anche condotto la bellissima storia della Traslazione della Santa Casa; e fatto più modelli di cera per dar fine a i Profeti, che dovevano aver luogo nelle nicchie; fu dallo stesso Papa Clemente ordinato a lui, e quasi a tutti gli altri maestri, il tornarsene in fretta a Firenze, per quivi, sotto la scorta del gran Michelagnolo Buonarroti, dar fine a tutte quelle figure, che mancavano alla Sagrestia e Libreria di San [p. 293] Lorenzo, per poter poi anche finire, col disegno dello stesso Michelangelo, la facciata; che però fu da Roma rimandato a Firenze il Buonarroti, e Fra Gio. Angiolo, acciocché gli ajutasse a lavorare i marmi, e facesse alcuna statua, secondo l’ordine, che ne avesse avuto da lui; ed allora fu, che esso Fra Gio. Angiolo fece il San Cosimo, che insieme col San Damiano del Montelupo, tiene in mezzo la statua di Maria Vergine col Bambino Gesù, incominciata da Michelagnolo, che oggi vediamo in essa Sagrestia di San Lorenzo; di modo tale, che per questa nuova risoluzione del Papa, rimase l’opera della Santa Casa con poca quantità d’uomini eccellenti; ma non per questo fu, ch’e’ non si continuasse tuttavia ad operare con altri, che vi restarono: e fra questi fu il nostro Girolamo Lombardo, stimato uno de’ migliori artefici, che avesse partorito la scuola del Sansovino. Questi adunque, presa abitazione in Recanati, ed accasatovisi, dalla partenza del Tribolo, fino al 1560 attese a condurre opere per quel Santuario. La prima, ch’e’ egli facesse, fu una figura d’un Profeta di braccia tre e mezzo, in atto di sedere, che essendo riuscita una bella statua, fu collocata in una nicchia verso Ponente, e diedegli tanto credito, che gli furon poi date a fare cinque figure di Profeti, e riuscirono tutte bellissime statue. Finì la bella storia de’ Magi, che dal Contucci suo maestro era stata cominciata, per collocarsi sopra quella del Presepio e de’ Pastori, non ostante ciò che ne dica il Serragli, che l’attribuisce al Montelupo, il quale forse poté essergli stato in ajuto in quest’opera. Fece poi, secondo ciò che afferma lo stesso Serragli, il bel Lampadario, che pende dietro alla Santa Cappella; l’immagine di bronzo di Maria Vergine di Loreto, che si vede nella facciata della Chiesa; e le quattro nobilissime porte della Santa Casa, con figure e misterj del nuovo Testamento. Gettò ancora i due cornucopj, per sostenere le lampane avanti all’Altare del Sagramento, e la tavola o Mensa di marmo, dell’istesso Altare, co’ candellieri di metallo di altezza di circa tre braccia, pel medesimo Altare, i quali adornò di fogliami e figure tonde, con tant’artifizio, che fu stimata cosa di tutta maraviglia. Ebbe questo Artefice un Fratello Religioso, chiamato Frate Aurelio. In compagnia di questo, io trovo, che Girolamo fece di metallo un grandissimo e bellissimo tabernacolo per Papa Paolo III che doveva esser posto nella Cappella del Palazzo Vaticano, detta la Paolina. L’Angelita, nell’Origine di Recanati, dice, ch’e’ lo fece per Papa Pio IV e che quest’opera fu poi mandata nel Duomo di Milano. Carlo Torre nel suo Ritratto di Milano, fa menzione del gran Tabernacolo di bronzo della Cattedral Chiesa, del quale dice fosse fabbricatore Francesco Brambilla; e soggiugne, che nel seno di esso tabernacolo è una custodia in forma di torre, sostenuta in alto da otto Cherubini inginocchioni, e da otto Angioli grandi quanto il naturale, il tutto di bronzo, che fu avuta in dono da Pio IV Sommo Pontefice. Ed io lascio ora (se pur si tratta dello stesso tabernacolo) il dar giudizio sopra tal diversità di sentenze, a chi sarà di ciò meglio informato di quello che io mi sia. Dice anche lo stesso Angelita, che un simile tabernacolo, benché non tanto grande, facesse Girolamo per la città di Fermo. Che poi fosse di suo modello e getto la statua [p. 294] del Cardinale Gaetano, che si vede nella Chiesa della Santa Casa, fu dal citato Serragli detto con errore; perché tale statua fu fatta da Antonio Calcagni suo discepolo, e non da lui, siccome nelle notizie della vita di esso Antonio abbiamo ad evidenza dimostrato. Ebbe il Lombardi quattro figliuoli, Antonio, Pietro, Paolo, e Jacopo, i quali tutti attesero alla scultura ed al getto; e per quanto scrisse il nominato Serragli, condussero di bronzo la porta di mezzo della Chiesa della Santa Casa, con figure e storie de’ fatti dei nostri primi Padri, con nobile ornato. Corre fino a’ presenti tempi la fama, che Girolamo Lombardo fosse l’unica cagione, che nella città di Ricanati si fondasse un Collegio de’ Padri della Compagnia di Gesù; perché avendo avuta cognizione o forse pratica col Padre Santo Ignazio loro Fondatore, e con molti suoi figliuoli, ne parlava sì altamente, che mosse i Ricanatesi a far tale risoluzione, a benefizio della patria loro.

BERNARDINO GATTI
DETTO IL SOJARO
PITTORE CREMONESE

Discepolo del Coreggio, morì 1575.

Bernardino Gatti, detto il Sojaro, ornamento della città di Cremona sua patria (non ostante, che altri abbia detto, che e’ fosse da Vercelli) ebbe i suoi principj nell’arte dal sovrano pittore Antonio Allegri da Correggio: e come quelli, che fu da natura provveduto d’un ottimo giudizio, per conoscere ed eleggere sempre il migliore, e d’una mano attissima a conformarsi colle più difficili maniere de’ maestri eccellenti, tanto apprese i precetti di quel gran lume dell’arte, che finalmente riuscì uno de’ migliori artefici della terza scuola di Lombardia. Tenne una maniera di gran gusto, di forza e rilievo, e molto finita: disegnò così bene, ad imitazione del maestro, che alcuni suoi disegni si son talvolta cambiati con quelli del Coreggio. Fece opere insigni a olio e a fresco, e in gran quantità, avendo egli avuta vita lunghissima. Sue pitture sono state portate per tutta Europa, e particolarmente in Ispagna e in Francia, oltre alle innumerabili, che si vedono per la Lombardia: e volendo io ora dar notizia di alcune, incomincerò da quelle, che egli fece nella sua patria Cremona, le quali veramente meritano ogni lode. In San Pietro de’ Canonici [p. 295] Regolari Lateranensi, nel Refettorio, è una grande storia a fresco del miracolo di Cristo del saziarsi le turbe: e nella Chiesa de’ medesimi la tavola dell’Altare maggiore. In San Sigismondo, fuori di Cremona, nella volta, è una bella storia dell’Ascensione di Cristo. Vedesi anche nel Duomo, fra l’altre storie della Passione, fatte da diversi eccellenti maestri, una pure di sua mano, quantunque di maniera alquanto diversa dalla sua consueta. Nella Chiesa di S. Pietro dipinse la tavola dell’Altare maggiore, colla storia della Natività di Cristo, opera, che risplende fra le sue migliori. In San Domenico mandò una sua tavola di un Cristo morto, fatto di gran forza. Nella Chiesa de’ Monaci di San Girolamo, fuori di Cremona, nella tavola della prima Cappella a man destra, rappresentò la Vergine Annunciata. Nella città di Piacenza, nella Chiesa della Madonna di Campagna, rispetto alla Cappella di S. Agostino, dipinta dal Pordenone, è di sua mano un San Giorgio armato, che dagl’intendenti si stima la migliore opera, che egli facesse mai: siccome ancora sono opera del suo pennello l’altre pitture de’ fatti di Maria Vergine, state lasciate imperfette dal Pordenone, co i dodici Apostoli, i quattro Evangelisti, e diverse figure d’Angeli. È quest’opera onorata da’ professori dell’arte, con questa lode, d’essersi egli nella medesima saputo così bene conformare al modo del Pordenone, che vi lavorò alcuni Profeti e Sibille, con certi putti, che il tutto pare essere stato fatto da una sola mano. In San Francesco della stessa città ammirasi la bell’opera del Cristo flagellato alla Colonna: e in Sant’Anna due grandi storie della vita e fatti di Gesù Cristo. In Vigevano furono mandate alcune piccole tavole di sua mano, molto belle. Dopo, che il Sojaro ebbe assai operato nella patria e per le città vicine, se n’andò a Parma, dove fece lavori stupendi. In Sant’Agata è una sua tavola. Nella Madonna della Steccata finì la nicchia e l’arco, restato imperfetto per la seguìta morte di Michelagnolo Senese: e poi messo mano alla grand’opera della Tribuna maggiore, che è in mezzo a detta Chiesa, dove dipinse a fresco l’Assunzione di Maria Vergine, e fecevi altre opere di grande stima. Morì finalmente Bernardino l’anno di nostra salute 1575 lasciando imperfetta una delle più belle pitture, che uscissero dal suo pennello. Tale fu una tavola a olio nel Coro del Duomo di Cremona, alta cinquanta palmi, dove espresse l’Assunzione in Cielo di Maria Vergine, con gli Apostoli, la quale, così abbozzata com’ell’è, è cosa maravigliosissima a vedere. Ebbe questo pittore molti discepoli, uno de’ quali fu lo Sprangber Fiammingo, come abbiam detto nelle notizie di lui. Ancora fu suo discepolo un suo nipote, chiamato Gervasio Gati, che fece molte opere assai bene intese; ma non già del gusto e perfezione di quelle del zio. Ebbe genio particolare a i ritratti, de i quali fece moltissimi, e assai somiglianti: né fu quasi Principe, o altro titolato di quelle parti, che non fosse da lui dipinto. Di mano di costui è una tavola in Sant’Agata di Cremona: e sua ancora è la tavola dell’Altare maggiore de’ Gesuiti. Un suo quadro fu posto nel Coro della Chiesa di San Niccolò, altri nel Coro della Chiesa di Santa Elena, e di quella di San Lorenzo, in San Francesco, in San Girolamo fuori di Cremona e altrove. Fioriva quest’artefice dal 1570.

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GIULIO CAMPI

PITTORE CREMONESE

Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1540.

Giulio Campi, ornamento e splendore della terza scuola di Lombardia, fu figliuolo di Galeazzo Campi, pittore ne’ suoi tempi assai lodato, dal quale imparò i principj dell’arte. Accenna il Vasari in alcune poche righe, che egli scrisse di lui, che egli si attenesse alla maniera del Sojaro, come migliore di quella di Galeazzo: e studiasse alcune tele, state dipinte in Roma da Francesco Salviati, per fare arazzi, che dovevano mandarsi a Piacenza al Duca Pier Luigi Farnese. Antonio Campi, fratello di Giulio e suo discepolo, e per conseguenza meglio informato del Vasari, nella sua Cronaca afferma, che egli imparasse l’arte da Giulio Romano: e questo dobbiamo credere esser la verità, benché possa essere anche molto vero, che egli dal padre avesse i principj. Soggiunge il Vasari, che egli ajutasse a Giulio nelle grandi opere nella città di Mantova, il che pure è assai probabile, perché si vedono alcune pitture del Campi, fatte col gusto di quel maestro. Dicesi, che le prime opere, che facesse Giulio sopra di sé, fossero alcune grand’istorie nel Coro della Chiesa di Sant’Agata di Cremona sua patria, nelle quali rappresentò il martirio di quella Santa, in cui si vede imitato grandemente il buon modo di dar tondezza alle figure, che tenne il Pordenone: è ancora in questa Chiesa una sua tavola a olio; e ancor giovane colorì tutta la Chiesa del Carmine fuori di Sonzino, terra del Cremonese. Dipinse in Santa Margherita storie a fresco della Vita di nostro Signor Gesù Cristo, nelle quali, com’io diceva, si scorge un nuovo so che della maniera di Giulio Romano. Colorì poi più facciate di case, insieme con Antonio e Vincenzio suoi fratelli minori. Fece alcuni quadri a olio, a’ quali, con altri di Bernardino Campi, fu dato luogo in certi spartimenti di stucchi messi a oro, nel Duomo nella Cappella del Santissimo, e una tela a tempera colla storia di Assuero, che servì per coperta dell’Organo: siccome ancora fece la pittura a olio dell’Altare di San Michele arcangelo. Vedesi una sua tavola in San Domenico; altre sue opere in Sant’Agostino, Chiesa degli eremitani, ed in San Francesco; due tavole in San Lazzaro, luogo di sua sepoltura, come diremo: una tavola in Sant’Angelo, e due bellissime in Sant’Apollinari. Fuori della città di Cremona circa un miglio, è un Monastero, già de’ Monaci di San Girolamo, Religione oggi estinta: la Chiesa è d’una sola navata, con cappelle sfondate, con atrio, cupola e tribuna; il tutto fu dipinto per mano di tre artefici, che furono stimati i migliori, che avesse in quei tempi quella città, cioè Camillo Boccaccino, Bernardino, e’l nostro Giulio, il quale vi fece [p. 297] la tavola dell’Altare maggiore a olio, opera degnissima, per la gran copia di figure, e per altre sue nobili qualità: ed al parere de’ periti nell’arte, non è inferiore a molte di mano degli ottimi maestri Veneti. Furono dipinti anche da Giulio Campi nelle mezze lune, con quattro sacre istorie, i quattro Dottori della Chiesa, i fregi e prospettive: e in un altro partimento, dipinse la venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, figure bellissime, che essendo vedute di sotto in sù, fanno conoscere quanto valesse l’arte in costui: siccome una Vergine Annunziata, presso al finestrone, e alcuni fregi di putti. Luigi Scaramuccia, nel suo Libro delle Finezze de’ Pennelli Italiani, parlando di queste pitture, dice così. Subito si diedero a considerare l’opere famose de’ suddetti Campi, ma quelle di Giulio più distintamente riconobbero esser degne di maggiore reputazione di quelle degli altri due. Su le prime rifletterono sopra il volto della navata di mezzo, e viddero cose assai superbe; ma ne’ bracci della Croce, o lati che vogliam dire, della Cappella maggiore, di molto ebbero che considerare di più esquisito, e specialmente ne’ quattro spazi, ove rappresentati stanno i quattro Dottori della Chiesa, dello stesso Giulio, ne’ quali parve avesse fatto ogni sforzo; onde Girupeno molto ammirato se ne stava nell’esaminare una sì facile, ben fondata e maestrevole maniera: ed ebbe a dire esser tale, da potersi paragonare a qualsivoglia altra de’ Pittori Lombardi, da esso fino allora veduta: e per appunto gli fu riferto da un di que’ Monaci, che molti forestieri intendenti e pratici osservavano lo stesso: ed essere stati i Campi, in molte cose de’ principali Pittori, che s’imbevessero da senno il buon gusto del Correggio. Fin qui Luigi.

È anche di mano del Campi in quella Chiesa la tavola de’ Santi Apostoli Filippo e Giacomo. In Mantova, nella Chiesa di San Pietro, rimodernata con disegno di Giulio Romano, dipinse il Campi la tavola della Cappella di San Girolamo. In Milano sono molti bellissimi parti dell’ingegno suo: nella Chiesa della Passione del Convento de’ Canonici Regolari è una tavola a olio di un Cristo Crocifisso, appresso la Vergine, con altre Marie, San Giovanni Evangelista, e Angeli attorno. In quella delle Monache di San Paolo, quattro storie della Conversione e altri fatti, nella quale opera fu ajutato da Antonio Campi suo fratello e discepolo. In Santa Caterina delle Monache Agostiniane, in una Cappella a man destra, è una tavola di Santa Elena. In quella del Monastero di Sant’Orsola delle Monache Francescane Scalze, il quadro dell’Altare maggiore, dov’è un Cristo morto. Nella Chiesa de’ Canonici Lateranensi, nell’ultima Cappella, una tavola a olio con Cristo in Croce, appresso la Vergine e San Giovanni: e negli archi son pure di sua mano, fatte a tempera, le Marie, in atto di andare al Sepolcro. Infinite altre opere fece egli per diversi luoghi vicini alla sua patria, oltre a gran numero di quadri, che furono portati in Ispagna, in Francia, ed in altre parti dell’Europa. Ebbe molti discepoli, e fra questi Vincenzio e Antonio suoi fratelli; de’ quali parleremo a suo luogo. Non è già vero, ch’egli fosse Maestro di Sofonisba Angosciola, e dell’altre sue sorelle, come accennò il Vasari nella vita di Benvenuto Garofalo; benché ella copiasse molti quadri di Giulio, come mostreremo nelle notizie di lei. Pervenuto finalmente, che fu quest’artefice in età assai matura, [p. 298] con gran dolore degli amatori dell’arte, se ne passò da questa all’altra vita nel mese di Marzo, l’anno 1572. Fu il suo corpo, con gran pompa, accompagnato, non solo da tutta la nobiltà di Cremona, ma ancora da Emanuel di Luna, Governatore di quella città, che l’avea grandemente amato: e afferma l’altre volte nominato Antonio Campi suo fratello nella sua storia, che questo, con gli altri Cavalieri, in quella pia azione, non potevano ritener le lagrime: e finalmente nella Chiesa di San Nazzario gli fu dato onorevole sepoltura. Fu questo nobile artefice valoroso nel dipignere a fresco, a olio, e a tempera, di bonissimo disegno, miglior colorito, e nelle figure grandi, e nel sottinsù conobbe pochi superiori a sé. Fu ancora buon architetto, e colorì bene architetture e prospettive, e in somma fu universalissimo in tutte le facoltà delle nostre arti.

PIETER AERSEN

PITTORE D’AMSTERDAM

Discepolo di Jan Mandin, nato 1519, morto 1563.

Pietro d’Arnoldo, che per la grande statura del suo corpo, tanto in Italia, che in Fiandra, fu detto Pietro Lungo. Nacque in Amsterdam l’anno 1519 i suoi parenti furono del paese di Purmer, luogo poco distante da quella gran città. Il padre suo, che abitò in Amsterdam, voleva tirarlo avanti pel suo mestiero, che era di fare le calze; ma la madre, che lo vedeva inclinato alla pittura, non volle mai acconsentire: e diceva al marito, che quando mai ella avesse creduto di condursi a vivere col filare, voleva ad ogni modo seguitare il genio del fanciullo, che era di fare il pittore; tantoché il marito, per aver pace con lei, si risolse a compiacerla. Il primo maestro di Pietro fu un certo Alart Claesser, che in quel tempo era de’ migliori pittori di Amsterdam, il quale anche ritraeva al naturale. Il giovanetto, fin dal principio de’ suoi studj, fu assai ardito nell’operare, e aveva la mano molto franca, il perché presto cominciò ad acquistare credito. Dicesi, che di diciassette o diciotto anni egli se n’andasse a Bossic in Annonia, per veder pitture di varj maestri, accompagnatovi con lettere del Governatore di Amsterdam. Di lì si portò ad Anversa, dove si mise a stare con un certo Jan Mandin di nazione Vallone. In questa città prese moglie, e entrò nella Compagnia de’ Pittori. Ebbe un genio particolare a dipignere cucine, e con ogni sorte d’arnesi e robe, appartenenti all’imbandire de’ banchetti: le quali cose, per la gran pratica, ch’egli aveva fatto fin da fanciullo [p. 299] nel maneggiare i colori, faceva parer vere. Ma fu anche assai valente in rappresentare in pittura ogni altro suo concetto. Per l’Altar maggiore nella Chiesa vecchia, o vogliamo dire della Madonna d’Amsterdam, fece una tavola ordinatagli dal Maestro de’ Cittadini, che era allora Jons Buyxt, uomo assai reputato, il quale, per la parte della Città, s’era trovato a dare il giuramento al Re Filippo. Nel mezzo di questa gran tavola aveva figurato il Transito di Maria Vergine, e gli sportelli seguitavano la storia; nella parte di fuori dipinse la Visita de’ Magi, con alcuni putti ben coloriti: e fu il costo di tutta quest’opera duemila scudi. Prese poi a fare la tavola dell’Altar maggiore della Chiesa nuova, per la quale era stato prima chiamato Michel Cocxie di Malines, che avendo veduta la bella tavola di Pietro, e sentito il prezzo della medesima, che a lui pareva poco, s’era licenziato, con dire, che chi aveva fatta quella, avrebbe fatta anche quest’altra. In essa dipinse la Natività del Signore, e ne’ quattro sportelli l’Annunciazione di Maria Vergine, la Circoncisione, i tre Magi, ed un’altra storia, e nel di fuori era la Decollazione di Santa Caterina. Questo bellissimo quadro fu poi insieme con altri rovinalo e guasto, quando distrutte furono le Sacre Immagini: e fino del 1604 si vedeva in Amsterdam il cartone grande quanto l’opera, maneggiato con tanta franchezza, che ben faceva conoscere di qual perfezione fosse stata la pittura. Pel Convento de’ Certosini a Delft, fece un Crocifisso, e negli sportelli la Natività del Signore, colla Visita de’ Magi, e di fuora i quattro Evangelisti. Un’altra simil tavola fece per la Chiesa nuova di Delft, e sopra gli sportelli la storia de’ Magi, l’ Ecce Homo ed altri sacri misterj. Per Lovanio ed altri luoghi colorì molte belle tavole, delle quali in detto anno 1604 come attesta il vanmander, rimanevano più di venticinque cartoni in casa di un certo Jaques Walraven. In Amsterdam erano anche più pezzi di quadri di figure quanto il naturale. Nella Corte d’Olanda, appresso un certo Claes, era la storia de’ Discepoli, che vanno in Emaus. In casa Jan Pietersz Reael, erano alcuni quadri di storie di Gioseffo. Cornelis Cornelisz pittore in Haerlem, aveva un quadro della storia di Marta. Era ancora in Noort nella parte d’Olanda verso Tramontana a Warmenhvysen una tavola da Altare, con un Crocifisso, dove fra le altre figure era molto lodata quella d’un Carnefice, il quale con un ferro rompeva le gambe ai Ladroni, e negli sportelli erano cose appartenenti alla storia. Questa bella opera, nel tempo della sollevazione del 1566 contuttoché dalla Donna di Sonne­veldt in Alckmaer ne fossero offerti 200 scudi, mentre il Popolo arrabbiato la conduceva fuori di Chiesa, per farla in pezzi, fu da’ contadini calpestata e infranta co’ piedi, finché si ridusse in minute parti: ed invero fu una gran disgrazia del povero Pietro il condursi a vedere quasi tutte le più bell’opere sue rovinate da quella gente. Di queste egli spesso si doleva amaramente, vedendo d’aver quasi perduto insieme con esse nel mondo la memoria del proprio nome: e nel trovarsi, ch’e’ faceva spesso con quella mala brigata, ne fece talora così gran rammarico, che si vide più volte in pericolo di farsi ammazzare. Pervenuto finalmente questo valentuomo all’età di sessanta sei anni, nel giorno de’ due di Giugno del 1563 pagò il [p. 300] comune debito della Natura. Fu quest’artefice uomo rozzo di tratto e d’aspetto; onde è, che se non fosse stata la sua virtù, sarebbe egli stato poco stimato. Tenne un modo di vestire tanto abbietto, che si trovò alcune volte chi, coll’occasione dell’ordinargli alcun lavoro andava alla sua bottega, credendolo un macinatore di colori, o altra vile persona, gli domandò dove fosse il maestro. Per ordinario si fece pagar poco le sue opere. Non ebbe gran pratica in far figure piccole, ma bensì nelle molto grandi, ove consistono le maggiori difficoltà dell’arte. Fu buon prospettivo, ornò benissimo le sue figure, fece bene i panni e gli animali. Gran parte de’ suoi quadri furono comprati da Jacob Raeuwaert: ed una bellissima cucina, dov’egli aveva ritratto al naturale il suo secondo figliuolo, in età di piccolo bambino, ebbe un tal Ravert in Amsterdam. Di Pietro Lungo trovo aver fatta una breve menzione il Vasari nella seconda e terza parte, per notizia avuta di lui, com’egli scrisse, da Gio. Bologna da Dovai, e da Gio. Strada, con queste precise parole. Pietro Aersen, detto Pietro Lungo, fece una tavola con sue ale nella sua patria d’Amsterdam, dentrovi la nostra Donna, ed altri Santi, la quale tutt’opera costò 2000 scudi. Di questo Pietro ne rimasero tre figliuoli: il primo de’ quali fu Pieter Pietersz, il quale fu gran pittore, e imitò assai la maniera di suo padre e maestro, e fu solito far molto dal naturale, come quegli, a cui poche occasioni si presentarono di far quadri grandi. Morì in Amsterdam d’età di anni sessantadue l’anno 1603 lasciando di sé gran fama, non tanto pel valore nell’arte della pittura, quanto per l’eloquenza e dottrina sua, avendo atteso anche alle lettere. Il secondo fu Aert Pietersz, uomo, che fino dalla sua gioventù operò bene in pittura, e fu molto pratico in far ritratti al naturale, sebbene ebbe ancora buonissima abilità nelle istorie. Dirick Pietersz, più giovane otto anni d’Aert, fu anch’egli discepolo del padre, e operò a Fontanablò in Francia. Questi nell’ultima guerra avanti al 1610 fu ammazzato. Pieter il primo lasciò un figliuolo, che fu ancora egli pittore, e seguì la maniera del padre.

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MICHEL COCXIE

PITTORE DI MALINES

Discepolo di Bernaert di Bruselles, nato 1497, morto 1592.

Nacque questo rinomato artefice nella città di Malines l’anno 1497. Cresciuto in età, fece sotto la disciplina di Bernaert di Bruselles, diligentissimi studj, per giugnere alla perfezione dell’arte del dipignere. Se ne venne poi in Italia; e in Roma studiò le opere di Raffaello, e nella Chiesa vecchia di San Pietro dipinse una Resurrezione. Operò in Santa Maria della Pace, ed in altri luoghi della stessa città. Tornossene poi alla patria, accasato con una donna di tanto suo genio, che godendo con essa una tranquillissima vita, poté, senz’alcun disturbo, attendere, a tutto suo piacere, alle cose dell’arte. Quella poi mancatagli, prese altra moglie, della quale non ebbe figliuoli. Fra le opere principalissime di questo artefice, fu una tavola da Altare nella Chiesa della Madonna di Halsembergh, tre leghe lontano da Bruselles, in cui aveva rappresentato un Crocifisso, con tanto artifizio e maestria, che molti amatori dell’arte concorrevano bene spesso a quella Chiesa, per vedere tale opera. Questa tavola fu poi, a tempo de’ tumulti di Fiandra, da un tal Thomas Werzy Mercante di Bruselles, portata in Ispagna (dove anche aveva portate molte altre belle cose di tal genere) e venduta pel Re Filippo al Cardinal Granvela. Era in Bruselles ancora di mano del Cocxie, nella Chiesa Cattedrale di Santa Giulia, una bellissima tavola, in cui era figurato il Transito di Maria Vergine, che pure fu venduta in Ispagna a gran prezzo. Ad un Altare di Santo Luca, attorno ad una tavola fatta da Bernardo suo maestro, aveva egli dipinto due sportelli, i quali, nel partir che fece di Fiandra il Duca Mattias, volle portar con sé come cose rarissime. Dipinse per la Chiesa Cattedrale d’Anversa la tavola di San Sebastiano. Similmente per la nominata Chiesa di S. Giulia in Bruselles una stupenda tavola della Cena di Cristo Signor nostro, e altre moltissime opere fece nel lungo corso di sua vita, colle quali divenne ricco: e fra gli altri beni, ch’egli acquistò nella città di Malines sua patria, furono tre bellissime case, anzi piuttosto tre gran palazzi. Ebbe questo artefice aveva una bella maniera di colorire, ed alle sue figure dava gran naturalezza, particolarmente quando erano immagini di Maria Vergine e de’ Santi. Nell’inventario non fu molto ricco. Erasi egli ajutato assai coll’opere Italiane, avendo anche posto in opera molte cose di Raffaello, sopra le pitture del quale egli aveva fatto tutti i suoi grandi studj. Onde quando Girolamo Cock messe alla stampa le stesse opere di Raffaello, il Cocxie si trovò in grandi angustie, vedendosi scoperte per non sue alcune maravigliose figure, delle quali egli s’era servito nella nominata tavola del [p. 302] Transito di Maria Vergine in S. Giulia a Bruselles. Giunto che fu Michele al novantesimoquinto anno della sua età, avendo poco avanti fatte alcune opere nella casa o palazzo della città, cadde da una scala, o da un ponte di tavole, dove forse egli s’era messo a fare alcuna cosa in pittura, e di tal caduta morì l’anno 1592.

HENDRICK, MARTEN E WILLEM

DI CLEEF PITTORI

Fiorivano nel 1533.

Nella città di Clevia fu in questi tempi un certo pittore chiamato Hendrick, che attese a dipigner paesi. Questi viaggiò per l’Italia e altre provincie, sempre ritraendo al naturale paesi e lontananze, rovine, ed ogni altra bella cosa fatta dalla Natura o dal caso, secondo quello ch’egli stimava essere a proposito per l’arte sua; ma assai gli giovò per farsi valentuomo, oltre allo studio delle cose naturali, l’essergli data alle mani gran quantità di disegni di simili cose, fatti da un tal Melchior Lorch, che era stato molto tempo in Costantinopoli, da’ quali è fama, ch’egli cavasse assaissimo: e tanto questi che gli studj suoi proprj, furono l’anno 1604 dati alle stampe. Fu quest’Hendrick un gran coloritore, e talmente imitò la maniera di far paesi di Francesco Floris, che quelli di Francesco si scambiavano co’ suoi: e pare, che tanto egli, quanto Martino suo fratello, fossero discepoli dello stesso Floris. Andò poi in Anversa, dove l’anno 1533 si trova essere entrato in quella Compagnia de’ Pittori: e a noi non è noto il tempo, nel quale seguì la sua morte.

MARTINO suo fratello fu discepolo di Francesco Floris, e avvezzo a operare in cose grandi; poi si diede a dipignere figure piccole, facendo molti pezzi di quadri di sua invenzione, per particolari cittadini, e finì molte opere di Hendrick suo fratello. Dell’abilità di costui si valsero molto per far figure ne’ loro paesi Gillis di Coninsgloo, ed altri pittori di paesi. Fu assai tormentato dalla podagra, onde non mai poté uscire dalla patria, come il fratello aveva fatto. E pervenuto all’età di cinquant’anni, finì di vivere.

[p. 303] WILLEM DI CLEEF loro fratello, fu gran Pittore di figure grandi, e morì molto tempo avanti al 1600. I figliuoli di Marten furono Gillis, Marten, Joris e Claes, quattro fratelli, che tutti furono buoni pittori. Marten partì di Spagna per l’Indie; Joris e Gillis presto morirono: il primo aveva una buona inclinazione a far piccole figure: Claes viveva tuttavia in Anversa l’anno 1604 né altro sappiamo di loro.

LAMBERT LOMBARDUS

PITTORE E ARCHITETTO

DI LUYCH

Fioriva nel 1540.

Fra’ Pittori più degni di memoria, che partorì circa il principio del passato secolo la Fiandra, merita il suo luogo Lambert Lombardus, nativo di Luych, città non molto lontana da Mastricht; perché non solamente fu pittore assai ingegnoso, buono architetto, intelligente prospettivo e buon filosofo; ma perché fu maestro di molti eccellenti pittori, fra’ quali furono FRANCESCO FLORIS WILLENKCYC, che in nostra lingua vuol dire Guglielmo Sasso, e HUBERT GOLTXIUS, che significa Uberto d’oro, e molti altri. Pellegrinò per varie Provincie de’ Paesi Bassi; scorse l’Alemagna e la Francia; e ovunque trovava antiche sculture, vi faceva sopra molto studio; anzi scrivono, che egli in simili antichità arrivasse a tanta pratica, che distingueva in qual parte del mondo, e in qual tempo esse sculture erano state fatte. Di che sia la fede appresso l’autore, che tal cosa scrisse, che fu l’altra volta nominato Vanmander Pittore Fiammingo. Venne in Italia, e stette in Roma, donde, pel grande studiar che vi fece, si partì assai migliorato: e tornatosene in Fiandra, levò quasi del tutto quella barbara maniera, che usavano già fino dagli antichi tempi in quelle parti gli architetti. Di mano di quest’uomo si veggono molte cose in istampa, e fra l’altre una Cena di Cristo di bella invenzione e componimento. Finì il suo vivere in Liegi l’anno 1560. La vita di questo pittore fu latinamente scritta da Domenico Lampsonio, e data alle stampe in Bruges da Uberto Goltzio del 1565 ma a me non è stato possibile il rintracciarla; onde poche notizie potrò dare di lui. [p. 304] Fu poco avanti al 1600 dato alla luce il suo ritratto, stampato con intaglio di Tommaso Galle, sotto il quale si leggono i seguenti versi.

Elogium ex merito quod te, Lombarde, decebat,

Non libet hic paucis texere versiculis.

Continet hoc ea charta (legi si nostra merentur)

De te, quam fecit Lampsoniana graphis.

FRANS MINNERBROES

E ALTRI PITTORI DI MALINES

CHE FIORIVANO IN QUESTI TEMPI.

Avendo fatta menzione di alcuni buoni Pittori di Gaude, conviene ancora far memoria di altri, che furono in questi tempi in Malines, tra Anversa e Bruselles. Uno di costoro fu Frans Minnerbroer, che in nostra lingua diremmo Francesco Frate Minore. Fiorì egli in circa il 1540 e fu molto pratico nel fare a olio. Era l’anno 1604 di sua mano nella Chiesa della Madonna una Vergine che va in Egitto: il paese rappresentava un orrido deserto, e tanto questo che le figure, erano molto belle. Fuori di Malines, presso alla Madonna d’Hansrryche, era una tavola colla storia di Maria Vergine salutata dall’Angelo, e una Visitazione di Santa Elisabetta. Erano in queste storie alberi bellissimi.

Francesco ebbe un discepolo pure di Malines, che si chiamò FRANS VERBEECH, che fu Pittore pratico nell’a guazzo, e imitò la maniera di Jeronimo Bos. Nella medesima città era di sua mano un San Cristofano, con molte figure attorno. In Santa Caterina era espressa naturalissimamente la parabola della Vigna. Fece molte opere, che andarono in diverse parti. Fra l’altre un paese, veduto in tempo d’Inverno, senza neve e diaccio, ma con gli alberi spogliati di foglie, e le lontananze fece vedere, senza nebbia o aria grossa, molto al naturale. La maggior parte delle opere di costui furono di feste, danze, nozze e altre azioni, che si fanno in campagna da’ contadini.
Vi fu ancora un tal VINCENT GELDERSMAN assai bravo Pittore, di mano del quale fu una Leda, mezza figura, con due uova; una Susanna e una Cleopatra, delle quali si veggiono diverse copie pel mondo, le quali opere aveva lavorato a olio. Nella Chiesa Cattedrale di San Rombout, nella Cappella de’ Cavalieri, era l’anno 1604 un Cristo deposto di Croce, dove aveva figurata Maria Vergine e la Maddalena, in atto di [p. 305] piagnere sopra i piedi del Signore, opere molto lodate dagli artefici. Nella stessa Cappella aveva dipinte storie del Vecchio Testamento, che erano appresso ad altre simili, fatte per mano di un pittore Tedesco.
Ancora era in essa Città un certo HANS HOGHENBERGH, che in nostro idioma vuol dire Gio. Montagna Alta, che morì l’anno 1544. Di sua mano si vedeva l’entrata di Carlo V in Bologna di Fiandra.
Ancora un tal FRANS CREBBÈ, che noi diremmo Francesco Granchio: di mano del quale era nella Chiesa de’ Padri Zoccolanti, pur di Malines, all’Altare maggiore, un quadro della Passione del Signore, fatto a tempera, con i suoi sportelli: nel mezzo si vedeva la Croce, e in esso avevano dipinti bellissimi ritratti in sulla maniera di Quintin de Smets, che è lo stesso, che Quintino Manescalco, del quale abbiamo parlato a lungo, sotto nome di Quintino Messis. Questo Frans fu persona ricca, e per ordinario seguì la maniera di Luca d’Olanda. Seguì la sua morte l’anno 1548.
CLAES ROGIER, o vogliamo dire Niccolò Ruggieri, fu gran pittore di paesi. Poco dopo vi fu un certo HANS KAYNOT, chiamato il Sordo, perché tale era veramente. Questi fu più eccellente del Ruggieri, e operò in sulla maniera di Joachim Patanier, benché avesse imparato l’arte da Matteo Cuoco d’Anversa. Vi son poi stati altri pittori, dei quali si farà menzione sotto i loro tempi.

JAN MOSTART
PITTORE D’HAERLEM

Fioriva nel 1540.

Siccome in Italia le città di Firenze, di Venezia, e di Roma, furono sempre in gran pregio, per gli eccellenti uomini, che esse diedero alle nostre arti, così in Olanda fu sempre in grande stima la città di Haerlem, pe’ molti, che di essa riuscirono eccellenti in tali professioni. Fra questi fu Jan Mostart, nobile di quella città, il quale, fino dalla sua fanciullezza, tirato da una grande inclinazione al disegno, si pose sotto la disciplina di Jacob di Haerlem valente pittore. Aveva Giovanni avuto un suo antenato, di cui riteneva il cognome di Mostart, il quale egli aveva acquisito per sé, coll’occasione di essersi trovato coll’Imperador Federigo, e il Conte di Clovis, nel tempo ch’egli andò in Terra Santa; perché nella presa di Damiaten, da altri detta Pelusia in Egitto, mostrò sì gran valore nel combattere coll’arme bianca, che la plebe ignorante, per ischerzo [p. 306] gli diede il nome di uomo forte quanto la mostarda, d’onde poi Mostart. Checché si sia di questo, verissima cosa è, che egli per la sua bravura fu dall’Imperadore dichiarato nobile, e gli furono date per armi tre Spade in campo rosso, che fu poi la sua ordinaria insegna e de’ suoi. Giovanni dunque, del quale parliamo, non solamente fu un gran pittore, ma fu uomo discreto, benigno e manieroso: e perciò fu amato assai, dalla plebe non solo, ma anche dalla nobiltà; e finalmente fu dichiarato Pittore di Madama Margherita, la Sorella dell’Arciduca Filippo, primo di questo nome, Re di Spagna, e Padre di Carlo V. Essendo in questo servizio, studiò tanto in farsi ben volere da ognuno, che oltre all’essere stato sempre da tutti ben visto, giunse a tal segno di grazia colla Padrona sua, che ovunque ell’andava, doveva esser sempre ancora egli. In diciott’anni, ch’egli stette in quella Corte, fece molte opere; e perché era singolarissimo in far ritratti al naturale, i quali faceva parer vivi, ritrasse molte Dame e Cavalieri. Tornatosene poi in Haerlem, fu sempre la sua stanza frequentata da persone d’alto affare. In questa città in casa un certo Jacopynen erano l’anno 1604 alcune tavole, e fra queste una tavola da Altare, con sua predella, dov’era rappresentato il Natale di Cristo, opera assai celebrata da’ professori. In casa di un suo nipote, figliuolo di un suo figliuolo, si vedevano molte cose di sua mano. Niclaes Suycker, che è quanto dire in nostra lingua Niccolò Zucchero, aveva un pezzo di quadro d’un Ecce Homo, grande quanto il naturale, e più che mezza figura, dove erano alcuni ritratti fatti al vivo; e per uno di que’ soldati, che teneva legata la persona di Cristo, aveva ritratto un tal Pier Muys, cioè Pietro Topo, birro di quella città, che per esser calvo di testa e di brutto aspetto, stimò molto appropriato a rappresentare tal figura. Eravi ancora un quadro di un banchetto degli Dei: e un paese, che rappresentava l’Indie, con molte figure ignude e abitazioni, fatte all’uso di quelle parti. Questo però non era interamente finito. Vi era ancora il ritratto della Contessa Jacoba e del Signor di Borsele suo marito, con abito all’usanza antica. Vi era pur di sua mano il ritratto di sé stesso, che fu quasi l’ultima opera, ch’ei facesse. Erasi egli figurato ignudo, in atto umile, genuflesso, colle mani giunte, dalle quali pendeva una corona. In lontananza era un paese, fatto al naturale, e nell’aria si vedeva Cristo sedente, in atto di giudicare: da una parte aveva figurato il demonio, che l’accusava avanti al Tribunale d’Iddio: dal’altra parte aveva fatto vedere un Angelo, in atto di chieder per lui misericordia. In casa di Jacob Ravart in Amsterdam, era pur di sua mano una bella figura di Sant’Anna. Appresso di Floris Lehoterbosch, Consigliere nell’Haja, luogo della Corte d’Olanda, era un Abramo con Sarra, Agar ed Ismaele, di grandezza di più che mezza figura, con belli abiti, e acconciature al modo antico. In casa di Jan Claesz Pittore, discepolo di Cornelis Cornelisz, tra l’altre cose era un San Cristofano, con un paese assai grande. Nella Corte del Principe era un Santo Uberto, fatto con grande osservazione del naturale. Assai grandi e belle opere di Mostart arsero in Haerlem, insieme colla sua casa, in un grand’incendio, che s’appiccò in quella città. Fu questo pittore uomo di giudizio, spiritoso, [p. 307] e valente nell’operar suo, tantoché Marten Hemsckerck, Pittore celebre, era solito dire asseverantemente, che Mostart aveva superato tutti gli altri maestri, ch’egli aveva conosciuto: e si racconta, che Jan di Mabuse, pure anch’egli ottimo pittore, il pregasse una volta d’andare ad ajutargli nell’opere della Badia di Midelburgh; ma il Mostart, per non lasciare il servizio di quella gran Dama e Principessa, della quale egli anche, secondo alcune scritture, che furon trovate in essa casa, era stato dichiarato Gentiluomo, recusò di farlo. Seguì la morte di lui fra il 1555 e il 1556 essendo egli d’assai buona età.

MICHEL’ ANGIOLO

SCULTORE

Fioriva circa al 1540.

Nacque questo artefice nelle parti della Schiavonia, dove dimorò gran tempo, e molto operò. Venutosene a Roma, vi fece alcune cose. Avendo poi Baldassarre Peruzzi, ad instanza del Cardinale Hincforth, fatto il disegno per la sepoltura di Urbano VI per la Chiesa di Santa Maria dell’Anima della Nazione Tedesca, fecelo eseguire ad esso Michel’Angiolo, che assai lodevolmente la condusse.

ALDEGRAEF

INTAGLIATORE E PITTORE DI SOEST

Fioriva intorno al 1550.

Aldegraef celebre Pittore e Intagliatore, si dice che fosse nativo di Vestfalia: e se pure non ebbe origine in quel luogo, almeno vi si trattenne qualche tempo, dimorando nella città di Soest, otto leghe lontana da Munster. In questa fece molte opere in pittura per quelle Chiese, e particolarmente per la Chiesa vecchia, dove fino all’anno 1604 era una bella tavola della Natività di Cristo. Molte sue pitture lodatissime ebbe la città di Noremburgh, e altre di quelle provincie. Sarà costui [p. 308] sempre memorabile pe’ bellissimi intagli, che uscirono di sua mano: tali sono alcune storie di Susanna, ed altre di femmine nude, ed altre d’Ercole, dodici grandi carte di Baccanali, e simili, dal 1538 al 1551. Vedesi nelle sue stampe gran varietà d’arie di teste, e d’abiti in sulla maniera di Luca d’Olanda. Seguì la morte di questo artefice nella nominata città di Soest, dove anche fu al suo corpo data sepoltura. Non è a nostra notizia il proprio luogo di essa; ma solamente, che (secondo quello, che lasciò scritto in suo idioma il Vanmander Pittor Fiammingo) sopra esso luogo fu da un suo compagno di Munster fatta fare una lapida, colla testa e arme appunto, che Aldegraef era solito improntare nelle sue opere.

WILLEM KEY
PITTORE DI BREDA

Discepolo di Frans Floris, fioriva nel 1540, morto 1568.

Willem Key, che in nostro idioma diremmo Guglielmo Matto, fioriva in Anversa l’anno 1540 del qual tempo si trova, che entrasse in quella Compagnia de’ Pittori: e aveva sua abitazione vicino al luogo, detto la Borsa, che è il luogo de’ Mercanti. Questi, nella sua gioventù, apprese l’arte dal celebre Pittore Francesco Floris, e poi si pose appresso Lamberto Lombardo di Liege. Operò bene al naturale, ed ebbe lode in quelle parti di dipignere con più dolcezza di qualunque altro suo coetaneo, benché non riuscisse così spiritoso, quanto era il Floris. Nel Palazzo della città d’Anversa era già un quadro di sua mano, che gli fu ordinato dal Tesoriero Christoffel Pruim, dove aveva fatti i ritratti, grandi quanto il naturale, de’ Signori della città: e di sopra era un Cristo, con Angeli. Questo quadro l’anno 1576 nel tempo che la soldatesca Spagnuola diede fuoco al Palazzo, restò preda di quel grande incendio. Nella Cattedrale aveva dipinta una storia, dove aveva rappresentato Gesù Cristo, in atto di chiamare a sé le sue creature, colle parole Venite ad me omnes qui laboratis etc. Vedevasi appresso al Signore gran copia d’artefici d’ogni mestiere, che s’ingegnavano d’accostarsi a lui: e questo quadro pure ancor esso perì nel tempo delle Ribellioni; ciocché mi persuado seguisse ancora ad un’altra bella tavola, che era pur di sua mano in quella Chiesa, dov’era dipinto il trionfo di Cristo. Fece il ritratto del Cardinale Granvela, e quello ancora del Duca d’Alba: e occorse, che mentre egli alla presenza del Duca lo stava lavorando, quantunque e’ non fosse benissimo esperto in quella lingua, egl’intese un certo discorso, che concludeva esser già stato determinato, ch’e’ si facesse [p. 309] morire il Conte di Egmondt, e il Conte di Hoorne con altri Signori; onde Guglielmo, come quegli che era tenero di cuore, e molto amava la nobiltà, e anche, come vollero alcuni, per l’orrore, in che egli ebbe sempre la faccia del Duca d’Alva, s’atterrì di tal maniera, e tanto s’accorò, che infermatosi gravemente, appunto lo stesso giorno, che furono fatti morire, che fu il dì 5 di Giugno del 1568 ancor esso si morì, benché altri fosse d’opinione, che ciò seguisse alcun giorno avanti. Fu questo artefice dotato di ottime qualità naturali, onestissimo ne’ costumi e nelle parole. Tenne sempre l’arte in gran riputazione: e perché gli furono pagate le opere assai, fece anche buone ricchezze. Abitò un magnifico palazzo, e seppe bene accoppiare la prudenza con un discreto risparmio, colla magnanimità di un molto nobile trattamento della propria persona: e lasciò di sé, in ogni conto, gioconda ed onorata memoria.

LUCA GASSEL
PITTORE D’HELMON

Fioriva circa il 1540.

Osserva il Vanmander, Pittor Fiammingo, che i pittori de’ Paesi Bassi, fino al suo tempo, si guadagnarono più rinomanza in Italia, per l’inclinazione, e pel genio particolare, che ebbero, non tanto in far Paesi, che per dipignere figure grandi: il che non si può negare, perché, molti di loro furon fatti operare in Italia, e furon ricevuti con lode, molto più per i loro paesi, che loro figure. Un di coloro, che si portarono molto bene, fu Luca Gassel d’Helmon, che abitò in Bruselles, dove anche morì: e lavorò a olio e a guazzo, ma poche furono le opere sue. Fu particolare amico del Lansonio, dal quale meritò di esser celebrato con eruditi versi. Fu il ritratto di questo artefice intagliato poco avanti al 1600 e dato alle stampe fra quelli degli eccellenti Pittori Fiamminghi, che aveva intagliato Tommaso Galle.

PIETRO KOECK
PITTORE E ARCHITETTO D’ALEST
CITTÀ DI FIANDRA

Morto nel 1550.

Fra le molte città della Fiandra, che si vantano di aver dato al mondo segnalati Pittori, ha anche il suo luogo la città di Alest, per avere avuto per suo cittadino il celebre uomo e ingegnoso Pietro Koeck. Questi apprese tal professione da Bernardo di Brossel, e riuscì disegnatore e pittore molto ardito, tanto a olio, che a guazzo. Si portò valorosamente in dipigner cartoni per tappezzerie. Se ne passò poi in Italia, e nella scuola di Roma spese qualche tempo, facendo grandi studj in disegnare e misurare architetture. Tornatosene poi alla patria, prese moglie, che presto gli morì. Avvenne, che essendo egli rimasto solo, un tal Vander Mocien, mercante di Brossel, che mercantava tappezzerie, lo consigliò a lasciarsi condurre in Costantinopoli, dove sperava di far con lui, in quelle parti, gran guadagni in simili lavori e mercanzie; onde egli passò a quella volta. Quivi il mercante gli fece dipignere alcune cose, per mostrare al Gran Signore; ma perché lo ‘mperador de’ Turchi non volle figure umane, né d’animali, gettò via la spesa, il viaggio e’l tempo d’un anno che vi si trattenne, altro non riportando a casa, che alquanto di pratica nella lingua Turchesca. Nel tempo, ch’ei si trovava colà sfaccendato, perché non poteva vivere senz’alcuna cosa fare, si pose a disegnare essa città di Costantinopoli, con molti luoghi vicini, che si videro poi in istampa intagliati in legno, in sette pezzi, dove appariscono rappresentate molte azioni de’ Turchi. Nel primo, come il gran Signore cavalca colla sua guardia de’ Giannizzeri ed altri; nel secondo, una festa di maritaggio alla Turchesca, e’l modo di condurre e accompagnare la Sposa, con sonatori di diversi strumenti, e persone, che alla loro maniera vanno ballando; nel terzo, come e’ fanno a seppellire i loro morti fuori della città; nel quarto, una festa della Luna nuova; nel quinto, il modo di loro mangiare a sedere alla mensa; nel sesto, il modo di viaggiare; nel settimo, il loro portamento alla guerra. In questi intagli si veggiono bellissime azioni, figure, femmine molto vaghe, bene abbigliate di panni ed acconciature; e nell’ultimo pezzo è il ritratto di lui medesimo, in abito di Turco, coll’arco in mano, e accenna ad uno, che gli sta vicino, con una lancia lunga a foggia di bandiera. Dopo tutto questo tornò Pietro al suo paese, dove prese la seconda moglie, che si chiamò Mayken Verhobst Berseners. Di questa tale ebbe una figliuola, che fu poi moglie del rinomato Pietro Brughel suo discepolo. In questo tempo, cioè del 1549 compose alcuni [p. 311] libri d’architettura, di geometria e di prospettiva; e comeché egli era dotto e bene esperto nella lingua Italiana, tradusse i libri di Sebastiano Serlio in lingua Fiamminga, la qual sua bella fatica portò in que’ paesi grande utilità; perché, coll’ajuto di essa, restarono corrette poi le opinioni e gli errori di coloro, che allora vi operavano dell’antica e goffa maniera Tedesca; e rimase anche aperta la strada alla migliore intelligenza de’ cinque ordini di Vitruvio, e v’incominciò la buona maniera, ponendosi fine all’altra; benché tal miglioramento d’operare fosse poi in parte corrotto da altre maniere, che vi furon portate di Germania, e da que’ maestri tanto quanto accettate. Dipinse egli molte tavole e ritratti; e fu pittore della Maestà Cesarea di Carlo V nella servitù del quale morì nella città d’Anversa l’anno 1550. La sua vedova moglie diede alla luce i suoi libri d’Architettura l’anno 1583. Ebbe un figliuolo naturale, che si chiamò Paolo Vanaelst, che fu eccellente nel copiar le opere di Gio. Mabuse, e dipinse con gran diligenza caraffe di fiori. Abitò e morì in Anversa, e la moglie di lui si rimaritò a Gielis van Conincxloo pittor celebre, che operò di paesi, con animali, fatti molto al vivo e in gran copia. Il ritratto di Pietro Koeck fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, intagliato da Tommaso Galle, e sotto ad esso si leggono i seguenti versi:

Pictor eras, nec eras tantum, Petre, Pictor, Alostum
Qui facis hac Orbi, notius arte tuum.

Multa sed accessit multo ars tibi parta labore,
Cujus opus pulcras ædificare domos.
Serlius hanc Italos: tu, Serli deinde bilinguis
Interpres, Belgas Francigenasque doces.

GIOVANNI DETTO L’OLANDESE
PITTORE DI ANVERSA

Morì nel 1540.

Giovanni, detto l’Olandese, nacque in Anversa, e si crede, che l’opere di lui cominciassero ad aver nome circa’l 1500. Ne’ Paesi Bassi fu stimato singolare in dipignere a guazzo e a olio, e particolarmente Paesi, sopra i quali fece grandi studJ, ritraendogli al naturale. Era solito starsene presso ad una finestra di casa sua, e quivi coloriva cielo e campagne. Fu il suo dipignere, tanto alla prima, che bene spesso si valeva, per iscuro o mezza tinta, della mestica delle sue tele: imitato poi dal Brughel, che in alcuni luoghi dava [p. 312] il colore tanto tenero, che vi appariva bene spesso il colore della stessa mestica. Ebbe moglie, la quale continuamente viaggiava a’ mercati di Brabanza e di Fiandra, incettando quadri in diverse città, quelli poi rivendendo con gran guadagno; che però il marito si stava a casa, e godendo dell’industria di lei, non solo aveva gran comodità d’applicare alle sue pitture, ma anche di pigliarsi i suoi riposi, perché ebbe pochissima voglia di fatigare: e per ordinario dipingeva poco. I suoi paesi però non punto cedono in bontà a tutti gli altri de’ maestri de’ suoi tempi: e si trova, che fra alcuni ritratti di celebri Pittori Fiamminghi, che furon dati alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, poco avanti al 1600 fu dato luogo anche a quello dell’Olandese, che morì in Anversa sua patria l’anno 1540, e Domenico Lamsonio compose sopra di lui i seguenti versi.

Propria Belgarum laus est bene pingere rura:
Ausoniorum homines pingere, sive Deos.
Nec mirum: in capite Ausonius, sed Belga cerebrum
Non temere ignava fertur habere manu.
Maluit ergo manus Jani bene pingere rura
Quam caput, aut homines, aut male scire Deos.

MARCO DA SIENA
PITTORE

Discepolo di Baldassarre Peruzzi, fioriva circa al 1540.

Apprese i principj dell’arte questo buon pittore da Mecherino; poi sotto Baldassarre Peruzzi si perfezionò in modo, che poté molto operare, e con gran lode in Siena sua patria e fuori. Esercitò l’arte sua in Roma appresso Pierin del Vaga: e fra l’altre cose, che egli vi condusse di sua mano, furono alcune pitture nella Cappella della Rovere alla Trinità de’ Monti, in compagnia di Pellegrino da Bologna, vi dipinse la volta a fresco, servendosi de’ cartoni di Daniello da Volterra. Nella Chiesa de’ Santi Apostoli, a mano sinistra, dipinse la tavola di San Giovanni Evangelista. Nell’Oratorio del Gonfalone fece di sua mano la grande istoria della Resurrezione del Signore, a fresco, e due figure, che rappresentano due Virtù. In Aracœli è la tavola di Cristo morto nel grembo della Madre. Gli fu poi dato a dipignere, in Sala Regia, dove sopra la porta, che va alla Loggia della Benedizione, fece la storia d’Ottone Imperadore, quando restituì alla Chiesa le provincie occupate: e nella Sala di Castello a Sant’Angiolo [p. 313] colorì assai cose a fresco. Portatosi a Napoli vi fece alcune opere, fra le quali una bellissima tavola per la Cappella edificata da Guglielmo del Riccio in San Giovanni de’ Fiorentini di essa città di Napoli: e ciò seguì poco avanti al 1566. E perché egli fu anche buon pratico in architettura, della quale scrisse un buon volume, vi ebbe a fare molte piante di edificj, e nominatamente la detta Cappella del Riccio, che si crede fabbricata con suo disegno.

GIOVANNI HOOLBEEN

PITTORE DI BASILEA

Nato 1498, morto 1554.

L’Eccellentissimo Pittore Hoolbeen nacque nel paese degli Svizzeri, nella città di Basilea, nel 1498; ed agli anni del conoscimento pervenuto, datosi allo studio del disegno e della pittura, dopo aver fatto in essa buon profitto, dipinse nel Palazzo del Senato di quella città e in diverse case di cittadini molte belle cose, e tra queste una di bizzarra invenzione, e fu un Ballo della Morte, dove fece vedere la medesima, in atto di far preda d’uomini di ogni lignaggio e condizione. Avvenne poi, che Giovanni, nella stessa città sua patria, strinse grande amicizia con Erasmo Roterodamo, il quale, conciossiacosaché la virtù sua molto bene conosceva, si mostrò desideroso di sollevarlo a miglior fortuna di quella, che egli allora in patria si godeva o poteva sperare. A questo effetto si fece fare da lui il proprio ritratto, che riuscì tanto bene, quanto egli mai avesse potuto volere; dipoi scrisse a Londra al suo condiscepolo Tommaso Moro, acciocché quel grand’uomo, allora confidentissimo di Enrigo VIII Re d’Inghilterra, desse notizia di lui e della sua virtù allo stesso Re, che molto di queste arti si dilettava; poi persuase Giovanni a portarsi colà, assicurandolo, che sotto la protezione del Moro, egli avrebbe fatto gran fortuna; e perché ciò più facilmente riuscisse, volle, ch’e’ portasse con esso seco il nominato ritratto (il quale Erasmo affermava esser più bello di quello, che di lui pure aveva fatto poco avanti Alberto Duro) e che a Tommaso Moro, per sua parte ed in sua memoria, il donasse. Piacque molto a Giovanni il consiglio e l’occasione, non solo in riguardo dello sperato avanzamento, sotto gli auspicj del Moro, ma anche per levarsi una volta d’attorno alla moglie, la quale egli aveva d’umore così perverso, che tenendolo sempre in lite, non mai lo lasciava aver bene; e gli faceva bene spesso ripetere ciò, che scherzando dice Euripide, Greco Poeta, [p. 314] avere la natura dato agli uomini gran rimedj contra le bestie; ma niuno però, onde potessero difendersi da una cattiva consorte. A cagione di questo adunque parevagli d’avere un buon mercato, ogni qualvolta perdendo di vista la patria, gli fosse venuto fatto lo smarrire anche la dispettosa sua donna. Quindi è, che ben presto partitosi da Basilea, prese la via per alla volta d’Inghilterra. Arrivato a Londra, e portatosi alla casa del Moro, gli consegnò le lettere di Erasmo, e con esse il bel ritratto di lui, in testimonio della propria virtù. Questo ritratto piacque tanto a Tommaso, che aggiunto al concetto, ch’egli aveva formato del pittore colla sola lettura delle lettere d’Erasmo, subito l’accolse con segni di gran cortesia, e gli diede luogo nella propria casa, dove con assai carezze, lo tenne quasi tre anni, facendogli fare opere diverse. Questo però faceva egli con gran cautela e segretezza, a fine di potersi arricchire di sue pitture, prima che di lui arrivasse notizia al Re, il quale teneva per certo, che subito l’avria tirato al proprio servizio. Fecesi fare il proprio ritratto, e quello ancora di ciascuno de’ suoi più congiunti, con molti altri quadri; e finalmente trovatosi sodisfatto appieno, fece risoluzione in un tal giorno di banchettare il Re, e con tale occasione dargli notizia del pittore. Venuto il tempo determinato, il Re si portò alla casa del Moro, il quale, per primo trattenimento, gli fece vedere tutte le belle opere di Giovanni. Il Re rimase stupito, vedendo rappresentati così al vivo tanti personaggi, da sé ben conosciuti; tantoché il Moro, veduto il gran piacere, che quella Maestà s’era preso di quella vista, subito feceli di tutti i quadri un bel presente. Domandò allora Enrigo, se si fosse più potuto trovar quello, che sì belle cose aveva dipinte: a cui rispose il Moro, che sì; anziché quello stesso sarebbe pronto a rimanere al servizio della Maestà Sua, ogni qualvolta ella avesse ciò comandato: e subito lo fece quivi comparire. Videlo il Re con gran piacere; e voltatosi al Moro gli disse: Ora, Tommaso mio, tenetevi pure le vostre pitture per voi, perché a me basta l’aver trovato il maestro; e fatto dare al pittore onorato trattenimento, e vedendo ogni dì opere più belle del suo pennello, fecene da indi innanzi tanta stima, ch’era solito gloriarsi d’aver nella sua Corte un simile artefice. L’Hoolbeen fece il ritratto di quella Maestà, e di molti altri, che veduti da’ Cavalieri della Corte, fecero sì, che non solo ognuno a gara correva a vedere le sue pitture; ma omai d’altro non si parlava, che di lui; ed egli intanto s’andava tuttavia avanzando nella grazia del Re. Ma perché rare volte, o non mai, godono gli uomini, felicità senza mescolanza d’alcun disturbo; occorse in que’ giorni cosa all’Hoolbeen, che lo pose in gran pericolo e in gran cimento: e fu questa. Venne un dì alla sua casa un gran titolato, per vedere le opere sue; ma perché egli allora si trovava occupato in fare alcun ritratto dal naturale, o altro impedimento aveva, che gli vietava il ricevere alcuno in quell’ora, fu sforzato a scusarsi e licenziarlo. Questo però fece con parole di tutta amorevolezza e rispetto, pregando quel Signore a venire in altro tempo; ma per molto, che il pittore si scusasse, il Conte non si partiva, anzi voleva salir la scala quasi per forza, non parendogli, che a cagione di qualsifosse impedimento, la sua persona meritasse tal repulsa [p. 315] da un pittore. Seguitava l’Hoolbeen le sue scuse, ed il Conte le sue violenze: e andò la cosa tant’oltre, che parendo all’Hoolbeen d’esser troppo sopraffatto, non potendo più contener sé stesso, gli diede una gran pinta, con che rovesciollo per la scala con tanta forza, che il Conte cadendo indietro, percosse indietro la testa e l’altre parti del corpo, che già si raccomandava a Dio, credendo di subito morire. I suoi Gentiluomini e servitori, avendo pure assai da far col Padrone in quel repentino accidente, non si voltarono così presto al pittore; onde egli intanto serrata bene la porta della sua stanza, e a quella appoggiato sedie, sgabelli e tavole, tanto si assicurò per un poco, che ebbe tempo a fuggirsi per una finestra del tetto, e salvarsi dalle mani di loro. Fu la prima sua faccenda, allora allora, portarsi davanti al Re, dal quale benignamente accolto, genuflesso a gran voci lo pregava a perdonargli, ma non però alcuna cosa dicea di ciò, che avesse fatto. Il Re più volte gli domandò, perché e’ volesse perdono; ma il pittore altro non rispondeva, se non che chiedeva perdono. Allora il Re, compassionando alla forza del dolore, che quasi il rendea forsennato, si dichiarò di volergli perdonare, con questo però, che dovesse il suo fallo confessare. L’Hoolbeen alquanto sollevato dal suo timore, con gran sincerità e schiettezza gli raccontò il tutto: il che avendo inteso il Re, fu preso da gran dispiacere, come quegli, che assai compativa la disgrazia di quel Cavaliere, che egli molto amava: e quasi si pentiva di avere così di subito al pittore perdonato: pur tuttavia avvisatolo di non dover mai più per l’avvenire cadere in simili mancanze, lo mandò in una stanza a parte, finch’egli avesse inteso come erano passate le cose del Conte: il quale, essendo già ritornato in sé, per avvalorare le sue querele, subito comparve in Corte, portato in una sedia, fasciato in più parti del suo corpo, e fattosi avanti al Re, con una voce languida, come di chi è vicino a morire, disse le sue ragioni: e nel dire cercava tuttavia d’aggrandire la cosa più di quel ch’essa era in verità, come quegli, che nulla sapeva, che l’Hoolbeen si fosse fatto prima di lui sentire dal suo Signore. Finita poi la sua doglianza, molto si riscaldò in domandare, che al pittore fosse data la pena conveniente al suo delitto. Ma il Re, che già aveva inteso il fatto giusto, avendo conosciuto l’artifizio del Conte, e qualmente egli parlava con poca sincerità e a vendetta: e come quegli, che anche molto amava l’Hoolbeen, con cui si trovava impegnato al perdono, andava mitigando la passione del Conte al più che e’ poteva; donde avvenne, che non parendo al Cavaliere d’averne il suo conto, vinto dallo sdegno, ardì di dire al Re, che avrebbe egli trovato modo di gastigarlo da sé stesso. Questa fu per lui una mala parola, perché il Re giustamente irato gli disse: Orsù, adesso voi non avete a fare più col pittore, ma colla stessa persona del Re, e minacciollo forte; soggiungendogli, ch’e’ non dovesse credere, che quel virtuoso fosse appresso della persona sua in quel poco conto, ch’ei si pensava; perché poteva bene il Re di sette contadini far sette Conti, ma non già di sette Conti fare un pittore così eccellente, quale era l’Hoolbeen. Questa risposta fu al Conte di gran confusione e timore: e perché temeva fortemente che il [p. 316] Re non si vendicasse delle parole pronunziate in sua presenza, lasciato da parte il livore e l’affetto di vendetta, si mise a chieder per sé la grazia della vita, promettendo di tutto fare che gli fosse stato comandato. Allora il Re gli comandò espressamente, che non mai, per alcun tempo, dovesse essere ardito, di fare ingiuria al pittore, né da sé né per mezzo d’altri, altramente si aspettasse quella pena, che egli avrebbe avuto, offendendo la stessa persona sua: e con torbida faccia se lo tolse davanti. Tanto è vero, che non si debbonsi le proprie cause, ancorché giuste, portar d’avanti a’ Grandi senza la dovuta lealtà, né con tanto calore, che scorra oltre a’ limiti di un ossequioso rispetto. Seguitò poi l’Hoolbeen a fare bellissime opere per Sua Maestà, tra le quali fu il ritratto della medesima quanto il naturale: il qual ritratto dell’anno 1604 si conservava nel Real Palazzo detto Withal. Fecegli ancora ritratti de’ tre giovanetti figliuoli, Edoardo, Maria, ed Elisabetta, che pure nel sopraccitato tempo si conservavano in quel Palazzo. Ancora colorì ritratti d’uomini e donne illustri di quella città. Per la Compagnia, o vogliam dire Arte de’ Cerusici, dipinse un bel quadro, in cui figurò il Superiore di quell’adunanza, in atto di ricevere i Privilegj del Re. Vedevasi Enrico VIII in figura maggiore del naturale, assiso in trono: e da’ lati stavano coloro, pe’ quali si davano i privilegj, in atto reverente e genuflessi, mentre il Re quelli loro porgeva; ben’è vero, che fu opinione, che questo quadro, alla morte dell’Hoolbeen rimaso imperfetto, fosse stato finito da altro pittore, ma però della stessa maniera appunto. In più case di cittadini si vedevano ne’ medesimi tempi maravigliosi ritratti, e in tanto numero, che pareva impossibile, che un solo uomo, in così breve corso di vita, avesse potuto operar tanto: massimamente, perché egli ebbe una maniera finita al possibile, e con imitazione del naturale, essendo stato solito di condurre le sue figure con carnagioni tanto vere e con tal rilievo e spirito, che i suoi ritratti pajono vivi, benché nel panneggiare fosse alquanto secco, e tenesse assai della maniera d’Alberto Duro. Inoltre, perché Giovanni aveva abilità in ogni cosa dell’arte, fece molti disegni per altri pittori, intagliatori in rame e in legno, e per gli orefici. Colorì a guazzo, e fece anche molte miniature, e tanto in queste, quanto nelle pitture e ne’ disegni, fece sempre spiccare una maravigliosa diligenza. Aveva egli imparata l’arte del miniare, in Londra, da un certo Luca, maestro molto nominato, che stava appresso al Re: il qual Luca era però in disegno assai inferiore all’Hoolbeen. Dipinse ancora due gran quadri a guazzo, che pure del 1604 si conservavano in Londra, in una casa, chiamata dell’Oriente. Nel primo figurò il trionfo delle Ricchezze, e nell’altro lo stato della Povertà. La Ricchezza figurata a somiglianza di Plutone, in forma d’uomo vecchio calvo, maestosamente sedente sopra un carro trionfale, ricco di varj ornamenti, e tutto coperto d’oro: il Vecchio piegando il dorso, pigliava con una mano monete d’oro e d’argento da uno scrigno, e coll’altra mano mostrava gettarne in gran copia. Dall’uno e l’altro lato di sua persona ha la Fortuna e la Fama, e gran sacchi di moneta, ingombrano gli spazj del carro, dietro al quale corrono molte persone, che azzuffandosi confusamente insieme, [p. 317] cercano di far preda del gettato denaro. Dall’una e dall’altra parte del carro, stanno Mida e Creso, ed altri ricchissimi Re dell’antichità: ed è tirato da quattro bianchi cavalli, guidati da quattro femmine ignude, significanti quattro Deità, appropriate all’invenzione. I panni delle figure son tutti arricchiti con oro. Nell’altro quadro della Povertà si vede la medesima, in figura d’una femmina estenuata e macilente, in atto di sedere sopra un monte di paglia, elevato sopra un carro vecchio e sdrucito. Fa ombra a questa figura una capannuccia, pure di paglia, antica, e in più luoghi logora e traforata. Siede la Povertà malinconica e pensosa, con veste sdrucita e rappezzata: e tirano il suo carro un cavallo magro ed un giumento, a’ quali camminano avanti un uomo ed una donna, anch’essi pallidi e smunti, e con facce meste stringon forte le mani, come chi, deplorando le proprie necessità, chiede misericordia e soccorso. L’uomo ha una verga ed un martello, per significare i gravi e varj colpi con che il mendico è percosso dalla povertà. Davanti al carro siede la Speranza, la quale con affetto divoto fissa gli occhi nel cielo: ed in quest’opera fece altre belle invenzioni, molto espressive del concetto, e ben colorite; tantoché trovandosi in Inghilterra circa l’anno 1574, Federico Zuccheri, disegnò l’uno e l’altro quadro con penna ed acquerelli, lodandogli a gran segno: e poi essendo lo stesso Federigo in Roma a conversare col Goltzio nella propria casa di lui, parlando delle cose dell’arte, e di questo pittore, ebbe a dire, che le pitture di quest’uomo non invidiavano quelle dello stesso Raffaello: e se ciò non vogliamo credere per quello, che ne lasciò scritto il Vanmander nel suo idioma Fiammingo, possiamo valerci del testimonio di molte pitture, che si trovano per l’Italia di sua mano; ma particolarmente del meraviglioso ritratto, che si conserva nella Real Galleria del Serenissimo Granduca, nella stanza chiamata la Tribuna, dove, in un quadro di circa un braccio, è una figura in tavola, che rappresenta un uomo con barba rasa, con una berretta nera in capo, in fronte alla quale è una borchia d’oro, con una gemma o cammeo, il tutto in campo verde; la figura guarda verso la parte sinistra. Ha tra la gola e la guancia destra due margini, che par di persona, che abbia patito di scrofole; è vestita di veste nera alla nobile, con maniche di raso nero: e le mani poste sopra l’una l’altra, posano sopra checchessia, o tavola o altro; ha in un dito un anello, e al collo una catena d’oro. Nel mezzo al verde campo, di qua e di là dalla testa, si leggono le seguenti parole:

X. IVLII ANNO ETATIS SUÆ

H VIII. XXVIII. ANN. XXXIII.

L’ornamento è intagliato e dorato, e dalle bande sono due cartelline d’argento sodo; nella prima, a man destra, sono intagliate queste parole:

Effigies Domini Ricardi Southvvelli equitis aurati Consiliarii privati

Henrici VIII Regis Angliæ.

[p. 318] Nella seconda a man sinistra:

Opus celeberrimi artificis Johannis Holbieni Pictoris

Regis Henrici VIII.

Nella parte di sopra è l’arme del Granduca Cosimo II pure d’argento sodo, con iscrizione Cosmus II Magn. Dux Etruriæ IIII ed in quella di sotto un’altra arme coronata, che è quella del Regno, che ha d’intorno, secondo il costume, le seguenti parole (Motto Franzese dell’Ordine della Legaccia, ovvero Giartiera)

Honi soit qui mal y pense 1621.

Nella stessa Galleria (a) è un ritratto di mezza figura, di grandezza di più che mezzo naturale, che rappresenta un uomo grasso, con barba rasa, e berretta nera in capo, vestito di nero, con mani soprapposte, e nella mano di sotto tiene un foglio avvolto. Questo pure, per quanto ne mostra la maniera, si riconosce per opera dell’Hoolbeen. Vide ancora lo Zuccheri, con sua molta ammirazione, in Londra, un ritratto grande quanto il naturale, d’una Contessa (e questo era in casa di Milord Penbroicth) del quale disse, per testimonio del Vanmander, non aver veduto altrettanto in Roma. Era in que’ tempi in Londra un certo uomo, chiamato Andrea, il quale comprò tante dell’opere di Giovanni, quante mai ne poté avere: e fra’ molti ritratti, uno ne aveva quanto il naturale, fatto al vivo dalla persona di un tal maestro Niccolò Tedesco, che per trent’anni era stato in Inghilterra Astronomo del Re, appresso al qual ritratto aveva l’Hoolbeen rappresentati tutti gli strumenti d’Astronomia. Questo Niccolò, come si racconta, fu uomo piacevole; onde era sovente ammesso a discorso familiare collo stesso Re: e una volta interrogato dal medesimo, per qual cagione essendo stato trent’anni in Inghilterra, non avesse ancora appena imparato i principj della lingua, rispose: E quanto mai pare a Vostra [p. 319] Maestà, che si possa imparare in trent’anni in una lingua di questa sorta? A Lei par forse poco, a me par pure assai. Era anche fra gli altri ritratti appresso Andrea di Loo, quello del vecchio Milord Crawel, di grandezza d’un piede e mezzo, quello d’Erasmo di Roterdam, e quello del Vescovo di Conturberì: una gran tela a guazzo, dove in bella ordinanza eran ritratti, in atto di sedere, e grandi quanto il naturale, il famosissimo Tommaso Moro colla moglie e figliuoli, che fu la prima opera, ch’e’ facesse in Inghilterra, per metter sé stesso in reputazione, e quella soleva egli chiamare il suo pezzo d’onore, cosa, per certo, degnissima da vedersi, perché l’Hoolbeen in questo quadro dimostrò l’ultimo del valor suo. Pervenne poi questa bell’opera, dopo la morte d’Andrea di Loo, in mano di un Cavaliere, nipote dello stesso Tommaso Moro. Un altro stupendo ritratto di Tommaso Moro aveva fatto Giovanni Hoolbeen, a cui era già stato dato luogo nella Galleria di Enrigo VIII, nella stanza, ove si conservavano i ritratti de’ più celebri uomini antichi e moderni. Questa stupenda pittura, adocchiata dalla scellerata Anna Bolena, lo stesso dì, che era seguita la morte di Tommaso, la fece prorompere in sì fatte parole: Oimè, che pare che ancor viva costui su quella tavola. Quindi fattala toglier di luogo, colle proprie mani la gettò dalle alte finestre del Palazzo: e fu attribuita ad opera della Divina Provvidenza, che quella degna immagine, tuttoché alquanto maltrattata dal colpo impetuoso, si conservasse, finché portata a Roma, ebbe luogo nel Palazzo de’ Crescenzj, ove fino al presente tempo si conserva. Il ritratto del Vescovo di Conturberì, il più bello, al parere degli artefici, che mai facesse Giovanni, ebbe lo un Gentiluomo, chiamato maestro Coop, che abitava fuori di Londra. In Amsterdam era l’anno 1604 un ritratto d’una Regina d’Inghilterra, con un bel panno d’argento. Aveva anche Giovanni colorito due ritratti di sé stesso con acquerello in piccoli tondi, i quali aveva finiti maravigliosamente: il primo aveva un tale Jacopo Razzet; il secondo un certo Bartolommeo Ferreris. Va attorno di questo maestro una bella stampa di venti figure, rappresentatovi il Ballo della Morte, come sopra abbiam detto, dove fanno un bellissimo vedere le persone di diversi Pontefici, Cardinali e altri gran personaggi, nel cadere che fanno finalmente in potere di lei. E’ anche un libretto di stampe in legno, con istorie della Sacra Bibbia, d’assai buona invenzione. Avendo finalmente Giovanni ornato colla sua bell’arte quelle provincie e’l mondo; arrivato all’età di cinquantasei anni, tocco da male contagioso, se ne morì l’anno 1554. Fu l’Hoolbeen pratichissimo nel disegno, grande imitatore delle cose naturali, e come altra volta si è detto, colorì le sue figure a meraviglia; ma quello che si rende più considerabile si è, ch’egli era mancino, e a far le opere sue non mai si servì, se non della sinistra mano: cosa, che dopo gli antichissimi tempi, qualchedun’altra volta, ma ben di rado, si è veduta.

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DOMENICO RICCIO

DETTO IL BRUSASORCI

PITTORE VERONESE

Discepolo del Carotto, nato 1494, morto 1567.

Circa a questi tempi fiorì Domenico Riccio Pittore Veronese. Fu il padre suo professore d’intaglio in legname: e perché egli fu inventore di quell’ordingo, che noi diciamo, Trappola di legno, con cui vivi si prendono i topi, fu cognominato il Brusasorci. Volle costui, che Domenico, ne’ primi anni suoi, attendesse al proprio mestiero d’intagliare legname; ma scortolo poi molto inclinato alla pittura, lo pose ad imparare tal arte dal Carotto, col quale essendosi egli molto approfittato, si risolvè di portarsi a Venezia, dove studiò di tal proposito le opere de’ gran maestri, che potè far ritorno alla patria in stato di buon pittore. Quivi ebbe a dipignere nel Palazzo de’ Murari una storia delle Nozze del Benaco, detto il Lago di Garda, con Caride Ninfa, figurata per Garda, onde trae origine il Mincio, descritta da Catullo, che fu di quella patria: la quale opera (scherzando sopra i pensieri del Poeta) arricchì, ed accompagnò con vaghe invenzioni. Fece dalla parte della pubblica via un fregio di serpi e d’altri animali avviticchiati insieme fra di loro, in atto di combattere: e questa parte ancora adornò con vaghe rappresentazioni di favole. Dalle parti laterali fece vedere un intreccio d’uomini e di donne, e i Centauri, in atto di rapirle; cos tutte, che aggiunte alla bell’opera del trionfo di Pompeo, che egli colorì nella Sala della stessa casa, partorirono a Domenico non ordinaria fama e credito. Dice il Cavalier Ridolfi, che rimaneva a dar fine alla parte del fianco della casa stessa verso la strada; ma quella fu poi dall’India vecchio dipinta; perché avendo Domenico operato di vantaggio dell’accordo, né traendo da quell’avaro mercante piccolo segno di gratitudine; anzi durando egli non poca fatica a cavargli di mano la somma pattuita di quaranta ducati, non volle in modo alcuno proseguire il lavoro, anzi voleva al tutto cassar ciò, che già aveva operato; ma si ritenne poscia, persuaso dagli amici a non privare il mondo di opera così bella. Passatosene a Mantova, dipinse al Cavaliere Ercole Gonzaga, per lo Duomo, la tavola di Santa Margherita, a concorrenza d’opere di Paolo Caliari, del Farinato, e di Batista del Moro; ed una ne fece per la Chiesa del Castello, ove fece vedere la Decollazione di San Giovanni Battista. In Verona poi dipinse nel Palazzo di Pellegrino Ridolfi nella Sala, la Cavalcata di Clemente VII con Carlo V per la città di Bologna, colle naturali effigie di questi, e d’altri personaggi di quei tempi. Dipinse più facciate di case, e più tavole e quadri colorì per diverse chiese e private persone: e finalmente all’età pervenuto di settantatre anni, nel 1567 finì la sua vita.

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JACOPO BAROZZI

DA VIGNOLA, ARCHITETTO

E PROSPETTIVO
DETTO IL VIGNUOLA

Nato 1507, morto 1573.

In questi tempi fu pienissimo, per così dire, il mondo tutto, dell’ottima fama del celebre prospettivo e architetto, Jacopo Barozzi da Vignola, terra nobile del Milanese. Questi, non solo per l’opere sue egregie, ch’ei condusse, in ciò che all’architettura appartiene; ma eziandio per li suoi dotttissimi scritti di simili facultadi, meritò non solo, che il tanto celebre Mattematico Egnazio Danti, Religioso dell’Ordine de’ Predicatori, eletto Vescovo d’Alatri, dopo la morte di lui, volgesse ogni applicazione, non pure a pubblicare colle stampe a proprie spese, i suoi Trattati, con impiegare il proprio intelletto in ridurgli anche più godibili, coll’aggiunta di chiarissime dimostrazioni; ma eziandio, ch’egli medesimo obbligasse la propria penna a distendere una esattissima Narrazione della vita, dell’opere e dell’altre singolarissime qualitadi o doti, che l’animo di lui adornarono. Dovendo io adunque in questo luogo far menzione d’un uomo sì celebre, sono andato fra me stesso pensando, s’io dovessi contentarmi di compendiare, quanto dallo stesso Frate Egnazio fu scritto, il tutto riducendo al mio solito periodo, qualunque esso si sia, o oscuro o melenso. Ma considerando da una parte, non esser giusta cosa il privare, o punto o poco, la posterità della notizia di tante e assai nobili doti di sì gran virtuoso: e dall’altra riflettendo alla dignità del soggetto, che esse notizie scrisse e pubblicò; mi son risoluto a far cosa, che io non mai, o rarissime volte feci nel descrivere i fatti di molti celebri uomini: mi son risoluto, dico, di copiare distintamente di parola in parola, quanto lo stesso Danti nel 1583, dieci anni appunto dopo la morte del Barozzi, scrisse e pubblicò a principio dell’opera, che intitolò Le due Regole della Prospettiva Pratica di Mess. Jacomo Barozzi da Vignola, con i Commentarj del R. P. M. Egnazio Danti dell’Ordine de’ Predicatori, Mattematico dello studio di Bologna.
Dice egli dunque così.

Coloro, che sono ascesi a quei gradi d’eccellenza, che la scala degli onori di questo mondo s’ha in ogni maniera di virtù e di scienza prescritti per supremi, quasi sempre vi sono stati guidati dalla Natura per asprissime e faticosissime strade. E questo fa ella per avventura, per mostrare a quelli, che son nati negli agi e nutriti nelle delizie, che altri, che la virtù non ha parte alcuna di [p. 322] sublimare altrui a così fatti gradi, e che difficilissimo, e quasi impossibile sia il poterci altramente arrivare. Di che se ne sono in ogni tempo veduti infiniti esempi, tra i quali al presente è rarissimo questo del Barozzi; imperciocché avendosi ella proposto di sublimarlo nei primi gradi dell’eccellenza della nobilissima Arte dell’Architettura e della Prospettiva, ridusse Clemente suo padre a sì estrema necessità, che gli convenne, per le discordie civili, abbandonare Milano sua patria, dove egli era nato di sì nobile famiglia, ed eleggere per sua stanza Vignola, Terra, che per essere capo del Marchesato, e però convenevolmente nobile e di civili abitatori ripiena. Dove nel 1507 il dì primo d’Ottobre, gli nacque Jacomo suo primo figliuolo, di madre Tedesca, figliuola di un principal condottiere di fanterie. E perché in quello esilio della patria non pareva che potesse aver luogo tanta felicità, che Clemente lo vedesse indirizzato, come desiderava; appena vide gli anni dell’infanzia di lui, che passò di questa a miglior vita. Rimaso Jacomo senza padre, e fuor della patria, avendo in quella tenera età l’animo ardentissimo alla virtù, si trasferì subito a Bologna, per attendere alla pittura. Ma accorgendosi poi di non fare in essa molto profitto, così per non avere quella buona istituzione, che a così difficile arte fa di mestiere: come anco per aver occupato quasi tutto il tempo nel disegno delle linee, dove maggiormente si sentiva inclinato, si voltò quasi del tutto agli studj dell’Architettura e della Prospettiva: nella quale, senza veruno indirizzo, riuscì da sé stesso di tanta eccellenza, che con la vivacità dell’ingegno suo ritrovò queste bellissime e facilissime regole, che ora vengono in luce, colle quali si può con molta facilità, e con usarvi pochissima, o niente di pratica, ridurre in disegno qualsivoglia difficil cosa: invenzione nel vero degna dell’ingegno suo, ed alla quale nessuno arrivò mai nel pensiero prima di lui. Avendosi dunque in quest’arte acquistato nome di valent’uomo, ebbe occasione in Bologna di mostrare il valor suo, e di farvi molte cose di pregio: tra le quali furono grandemente stimati i disegni che fece per Mess. Francesco Guicciardini, il quale essendo allora Governatore di quella città, gli mandò a Firenze per fargli lavorare di tarsia da eccellenti maestri. E sapendo il Barozzi, che non bastava il leggere solamente quei precetti, che lasciò scritti Vitruvio Pollione, intorno all’Architettura; ma che oltre a ciò, bisognava vederli osservati in atto nelle vive reliquie degli antichi edificj; si trasferì a Roma, come in luogo particolarmente per qualità e numero di essi chiarissimo e famosissimo. Ma perchè bisognava pure procurare intanto il vivere per sé e per la famiglia; eser­citava talvolta la pittura, non levando però mai l’ani­mo dall’osservazioni dell’anticaglie. In quel mentre essendo stata instituita da molti nobili spiriti un’Acca­demia d’Architettura, della quale erano principali, il Signor Marcello Cervini, che poi fu Papa, Monsignor Majfei, ed il Signore Alessandro Manzuoli; lasciò di nuovo la pittura, ed ogni altra cosa: e rivolgendosi in tutto a quella nobile esercitazione, misurò e ritrasse per servizio di quei Signori tutte l’antichità di Roma: donde si partì l’anno 1537 essendo stato condotto in Francia dall’Abate Primaticcio, eccellentissimo Pittor Bolognese, a i servizi del Re Francesco I; il qual vo­lendo fare un palazzo e luogo di delizia di tal eccel­lenza, che agguagliasse la grandezza del generoso animo suo, e di superare con quella fabbrica tutti gli altri edificj, che per l’addietro fossero stati fatti da qual­sivoglia Principe [p. 323] del mondo; Volle, ch’egli gli facesse i disegni e modelli di essa, i quali poi non furono del tutto messi in esecuzione per cagione delle guerre più che civili, che furono in que’ tempi nella misera Cri­stianità. Contuttociò fece a quel Re molti altri disegni di fabbriche, che furono messi in opera, e particolar­mente i disegni e cartoni di prospettiva, dove andavano istorie del Primaticcio, che nel Palazzo di Fontanablò furono dipinti; facendo nel medesimo tempo gettare di metallo molte statue antiche, le quali erano state for­mate in Roma, la più parte d’ordine suo. Ma non avendo potuto effettuare il tutto compiutamente, per es­sere stato costretto quel Re a rivolger l’animo a cose maggiori, se ne ritornò a Bologna, chiamato e pregato strettamente dal Conte Filippo de’ Peppoli, Presidente di San Petronio, per farlo attendere a quella fabbrica, intorno a i disegni della quale si occupò fino all’anno 1550, non avendo quasi potuto farvi altro per le molte competenze, che si trovò di persone, le quali non sape­vano cercar fama, se non con opporsi, affinché l’opera non camminasse avanti: vizio naturale d’alcuni, che conoscendo l’imperfezione loro, non possono vedere, se non con gli occhi pregni d’invidia, arrivar altri dove essi possono solamente col temerario ardir loro avvici­narsi; ma non potè però operar tanto questa sciocca emulazione, che finalmente non si conoscesse il valor suo, e l’altrui malignità. Perciocchè essendo stati chia­mati Giulio Romano, nobilissimo Pittore e Architetto, e Cristefano Lombardi, Architetto del Duomo di Milano, a dar giudicio sopra quei disegni: vedutili e conside­ratili maturamente, approvarono quei del Vignola, con pubblica scrittura, per eccellentissimi sopra tutti gli altri. In quel medesimo tempo, oltre a molt’altre cose, fece un Palazzo a Minerbro, pel Conte Alamanno Iso­lano, con ordine e disegno molto notabile e maravi­glioso. Fece la casa del Bocchio, seguitando l’umore del padrone di essa: e condusse con incredibil fatica, il Canale del Navilio dentro Bologna, dove prima non ar­rivava se non tre miglia appresso. Creato poi Giulio III se ne venne a Roma, dove era stato chiamato da quel Pontefice, col quale aveva tenuto servitù, mentre era stato Legato in Bologna: e per ordine di esso tirò avanti, oltre all’altre fabbriche, quella del Palazzo della sua Vigna fuor della Porta del Popolo; la quale finita poi insieme colla Vita del Pontefice, si ritirò a’ servigi del Cardinale Farnese, pel quale, sebbene fece molte cose, la principale nondimeno fu il Palazzo di Caprarola, accomodato così bene al sito, che di fuori è di forma pentagona, di dentro il Cortile e le Loggie sono circolari, e le stanze riescono tutte quadrate, con bellissima proporzione, e talmente spartite, che per le comodità, che negli angoli sono cavate, non vi sta al­cuna particella oziosa: e quel che è mirabile, le stanze de’ padroni sono talmente poste, che non veggiono ef­ficina nessuna, né esercizio sordido: il che ha fatto ammirarlo da chiunque l’ha veduto, pel più artificioso e più compitamente ornato e comodo Palazzo del mondo: ed ha con desiderio tirato a vedere le maraviglie sue da lontane parti, uomini molto giudiciosi, come fu per esempio Monsignor Daniel Barbaro, persona molto esquisita nelle cose dell’architettura, il quale mosso dalla gran fama di questo Palazzo, per non se ne an­dare preso alle grida, venne apposta a vederlo: e aven­dolo considerato a parte a parte, e inteso minutamente dallo stesso Vignola l’ordine di tutti i membri di sì com­pita macchina, disse queste parole: Non minuit, immo magnopere auxit præsentia famam; e giudicò, in quel genere e in [p. 324] quel sito, non potersi fare cosa più compita. E nel vero, questa fabbrica, più di tutte l’altre opere sue, l’ha fatto conoscere per quel raro ingegno, che egli era, avendo in essa sparsi gli antichissimi capricci, e mo­strando particolarmente la grazia dell’arte in una scala a lumaca, molto grande, la quale girandosi sulle co­lonne Doriche, col parapetto e balaustri colla sua cor­nice, che gira con tanta grazia e tanto unitamente, che par di getto, e vien con molta grazia condotta fino alla sommità: e in simigliante maniera son fatti anco con grand’arte e maestria, gli archi della loggia circo­lari. Né contentandosi il Barozzi d’essersi immortalato colla stupenda architettura di quella fabbrica, volle anche mostrare in essa qualche saggio delle sue fatiche di prospettiva, tra le belle pitture di Taddeo e Federigo Zuccarj; onde avendo fatto i disegni di tutto quello, che in simil materia occorrevavi, colorì molte cose di sua mano: tra le quali se ne veggiono alcune molto difficili, e di lungo tempo a farsi assegnatamente con regola, non vi mettendo punto di pratica, come sono le quattro colonne Corinte ne’ cantoni d’una sala, talmente fatte, che ingannano la vista di chiunque le mira; e il maraviglioso sfondato della camera tonda. Fece oltre a ciò pel detto Cardinale la pianta e il graziosissimo disegno della facciata della Chiesa del Gesù alla Piazza degli Altieri, che oggi si vede stampata. Egli cominciò a piantare in Piacenza un Palazzo tale e di sì nobil mole, che io, che ho veduto i disegni e l’opera cominciata, posso affermare di non aver veduto mai, in simil genere, cosa di maggiore splendore, per averla in guisa ordinata, che le tre Corti, del Duca, di Madama e del Principe, vi potessero abitare agiatamente con ogni sorte di decoro e d’apparato regio. Lasciò per non so che anni a guida di questa fabbrica Jacinto suo figliuolo, dandogli i disegni talmente compiti con ogni particolare, che potevano bastare per condurre sicuramente l’opera all’ultima perfezione. E questo fece egli per l’amore, ch’e’ portava all’arte, e non perché non conoscesse Jacinto suo figliuolo attissimo a supplire a molte cose da per sé stesso; che egli volle porre in carta, non perdonando a fatica alcuna, in modo, che avanti, che si partisse, non operasse di sua mano tutto quello che era possibile a fare. Aveva poco prima fatto in Perugia una molto degna e ornata cappella nella Chiesa di San Francesco: ed alcuni disegni di altre fabbriche, fatte a Castiglion del Lago, e a Castel della Pieve, ad istanza del Signore Ascanio della Cornia. Veggionsi di sua invenzione in Roma la graziosa Cappella fatta per l’Abate Riccio in Santa Caterina de’ Palafrenieri del Pontefice, in Borgo Pio, i disegni della quale ha messo poi in opera Jacinto. Furono fatti da lui, in diversi luoghi d’Italia, molti palazzetti, molte cappelle, ed altri edificj pubblici e privati: tra li quali sono particolarmente la Chiesa di Marzano, quella di Sant’Oreste, e quella di Santa Maria degli Angeli d’Ascesi, che pure da lui fu ordinata e fondata, la quale poi da Galeazzo Alessi e da Giulio Danti, mentre visse, fu seguitata. Nel Pontificato di Pio IV fece in Bologna il Portico e la facciata de’ Banchi, dove si scorge con quanta grazia egli seppe accordare la parte nuova colla vecchia. Ed essendo poi, per la morte del Buonarroti, eletto Architetto di San Pietro, vi attese con ogni maggiore diligenza, fino all’estremo di sua vita. Frattanto, essendo il Barone Bernardino Martiniano, arrivato alla Corte di Spagna, per alcuni suoi negozj, fu favorito da quel Re, che lo conobbe per uomo intendentissimo nelle Mattematiche e nelle tre parti dell’Architettura, [p. 325] di conferir seco alcuni suoi pensieri in materia di fabbriche, ed in particolare della gran Chiesa e Convento, che faceva fare all’Escuriale in onore di San Lorenzo: dove avendo il Barone avvertito molte cose, e scoperti con molta chiarezza diversi mancamenti; ridusse quel Re a soprasseder così grand’impresa, finch’egli mandato da Sua Maestà per tutta Italia a cercar disegni dai primi architetti, fosse capitato a Roma per portargli nelle mani del Vignola, per cavar poi da lui un disegno compitissimo, del quale potesse appieno soddisfarsi, conforme a quello si prometteva dall’eccellenza di esso, e dalla lealtà e candidezza d’animo che scorgeva in lui: e così tornando poi alla Corte, con mostrare d’avere usata intorno a sì fatto negozio tutta la diligenza, che conveniva. Venuto dunque il Barone in Italia, ebbe in Genova disegni da Galeazzo Alessi, in Milano da Pellegrino Tebaldi, in Venezia dal Palladio, e in Fiorenza un disegno pubblico dall’Accademia del Disegno, ed un particolare di forma ovale, fatto da Vincenzio Danti, per comandamento del Granduca Cosimo; la copia del quale S.A.S. mandò in Ispagna nelle proprie mani del Re, tanto le parve bello e capriccioso. N’ebbe anco in diverse città tanti altri, che arrivarono fino al numero di XXII, de’ quali tutti (non altrimenti, che si facesse Zeusi, quando dipinse Elena Crotone nel Tempio di Giunone, traendola dalle più eccellenti parti d’un eletto numero di bellissime Vergini) ne formò una il Vignola di tanta perfezione e tanto conforme alla volontà del Re, che ancorché il Barone fosse di difficile contentatura, e d’ingegno esquisitissimo, se ne sodisfece pienamente, e indusse il Re, che non meno se ne compiacque di lui, a proporli, come fece, onoratissime condizioni, perché andasse a servirlo. Ma egli, che già carico di anni, si sentiva molto stanco delle continue fatiche di quest’arte difficilissima, non volle accettare l’offerte; parendogli anco di non si poter contentare di qualsivoglia gran cosa, allontanandosi da Roma, e dalla magnificentissima fabbrica di San Pietro, dove con tanto amore s’affaticava. Giunto all’anno 1573, essendogli stato comandato da Papa Gregorio XIII che andasse a Città di Castello per vedere una differenza di confini tra il Granduca di Toscana, e la Santa Chiesa; sentendosi indisposto, conobbe manifestamente esser giunto alla fine del viver suo. Ma non restando però d’andare allegramente a far la santa obedienza, s’ammalò, e appena riaute le forze, se ne tornò a Roma: dove essendo stato introdotto da Nostro Signore, fu da sua Beatitudine trattenuto più d’un’ora spasseggiando, per informarsi di quel ch’egli riportava, e per discorrer seco intorno a diverse fabbriche, che aveva in animo di fare, e che ha dipoi fatte a memoria eterna del nome suo. E finalmente licenziatosi per andarsene la mattina a Caprarola, fu la notte sopraggiunto dalla febbre: e perché egli s’era prima predetta la morte, si pose subito nelle mani di Dio: e presi divotamente i Santissimi Sagramenti con molta religione, passò a miglior vita il settimo giorno dal principio del suo male, che fu agli 7 di Luglio 1573, essendo in quello estremo visitato, con molta carità ed affetto continuamente, da molti Religiosi suoi amici, e particolarmente dal Tarugi, che con affettuosissime parole l’inanimì sempre fino all’ultimo sospiro. Ed avendo lasciato molto desiderio di sé e delle sue virtù, contuttocché Jacinto suo figliuolo gli ordinasse esequie modeste e convenevoli al grado suo, passarono contuttociò i termini della mediocrità, per cagione del concorso degli artefici del disegno, che lo accompagnarono alla Rotonda, con onoratissima [p. 326] pompa; quasiché ordinasse Iddio, che siccome egli fu il primo architetto di quel tempo, così fosse sepolto nella più eccellente fabbrica del mondo. Lasciò Jacinto suo figliuolo più erede delle virtù e dell’onoratissimo nome paterno, che delle facultà, che s’avesse avanzate; non avendo mai voluto né saputo conservarsi pure una particella di denari, che gli venivano in buon numero alle mani: anzi era solito di dire, che aveva sempre domandato a Iddio questa grazia, che non gli avesse né da avanzare, né da mancare: e vivere e morire onoratamente, come fece dopo d’aver passato il corso di sua vita travagliatissimo, con molta pazienza e generosità di animo, ajutato a ciò grandemente dalla complessione, e da una certa naturale allegrezza, accompagnata da una sincera bontà, con le quali bellissime parti si legò in amore chi lo conobbe. Fu in lui maravigliosa liberalità, e particolarmente delle fatiche sue, servendo chiunque gli comandava con infinita cortesia, e con tanta sincerità e schiettezza, che per qualsivoglia gran cosa non averebbe mai saputo dire una minima bugia; dimanieraché la verità, di che egli faceva particolarissima professione, risplendeva sempre tra l’altre rare qualità sue, come preziosissima gemma, nel più puro e terso oro legata. Onde resterà sempre nella memoria degli uomini il nome suo; avendo anco lasciato scritto a’ posteri le due opere, non mai abbastanza lodate: quella dell’Architettura, nella quale non fu mai da veruno de’ suoi tempi avanzato; e questa della Prospettiva, colla quale ha trapassato di gran lunga tutti gli altri, che alla memoria de’ nostri tempi siano pervenuti. Fin qui il Danti.

Ma perché niuna cosa venga a mancare, in quanto appartiene alla notizia della bella Opera delle due regole di Prospettiva, lasciata dal Vignola alla sua morte, ci è paruto bene il notare, in questo luogo pure, copia della Lettera, che a Frate Egnazio dell’anno 1580 fu scritta da Jacinto Barozzi, figliuolo di Jacopo, la quale aggiunta all’alto concetto, ch’egli ebbe di lui, fu al Danti impulso bastante per far quanto ei fece intorno all’opera medesima, e poi di consegnarla, per comun benefizio, alle pubbliche stampe: ed è quella, che segue.

Molto Reverendo Padre,

Mess. Ottaviano Marchesini, Architetto di Nostro Signore, compatriotto, e d’amicizia derivata fin da’ padri nostri, e per conseguenza molto informato della maggior parte de’ miei affari, mi scrive, che al desiderio, ch’io ho, che camminino in luce quelle fatiche, già fatte da mio padre mentre visse, in materia della Prospettiva pratica, ora s’apparecchia comodissima occasione; poiché V. S. Molto Reverenda, per servigio pubblico, non si sdegnerà di mettervi quella spesa, che a me di presente sarebbe di qualche scomodo: e di più darle quella chiarezza, che a me, senza dubbio conosco che sarebbe impossibile, per trovarmi occupatissimo nella servitù di questi miei Signori, e m’ha accennato tanto oltre della cortesia di V. S. Molto Reverenda, che senza pensarvi più (reputando questa per vocazione del Signore Iddio) mi risolvo fra poche settimane venire a Roma: e quivi le dirò tutto il parer mio con ogni chiarezza, dandole [p. 327] il Libro di mio padre di b. m. il quale vedrà molto differente da quella copia, che il Signor Cavalier Gaddi dette a V.S. avendolo io trascritto di mia mano in compagnia di mio padre, poco avanti ch’e’ passasse a miglior vita: ed in somma verrò poi risolutissimo di fare quanto piacerà a V.S. Molto Reverenda, alla quale reverentemente bacio la mano, pregandole sanità e contento.

Di Sermoneta, il dì 11 gennaio 1580.

Di V.S. Molto Reverenda

Affezionatissimo Servitore

Jacinto Barozzi

BARTOLOMMEO RAMINGHI
PITTORE BOLOGNESE

DETTO IL BAGNACAVALLO

Discepolo di Raffaello da Urbano, fioriva nel 1535.

Questo Pittore, che per l’antica origine, che ebbero gli avi suoi dal Castello di Bagnacavallo, fu comunemente detto il Bagnacavallo, da giovanetto sotto la disciplina di Francesco Francia fu molto studioso dell’arte del disegno, onde riuscì assai ragionevol maestro, anche avanti al tempo, ch’egli in Roma si ponesse a stare con Raffaello da Urbino. Non è fra gli autori, che ne scrivono, chi non lo metta fra’ discepoli di Raffaello; conciossiacosaché egli sentendo il grido, che per tutto il mondo correva di quel nuovo Apelle, desideroso di farsi perfetto nell’arte, si portò a Roma, e ad esso accostandosi, ne riportò una maniera molto dolce, franca e di buon disegno; e da indi in poi tale sempre se la mantenne, procurando al possibile di accostarsi al modo dello stesso Raffaello. Tornatosene a Bologna, dipinse nella Chiesa di San Petronio, a concorrenza di Girolamo da Cotignola, d’Innocenzio da Imola, e di maestro Amico, alcune storie della Vita di Cristo e di Maria Vergine, e a San Michele in Bosco dipinse pure la Cappella di Ramazzotto, Capo di Parte. In Romagna ne colorì una simile. Nella Chiesa di S. Jacopo fece una tavola per Messer Annibale del Corello, nella quale figurò la Crocifissione di Cristo, con gran numero di figure, e nel mezzo tondo di sopra rappresentò il Sagrifizio d’Abramo. Nella Chiesa de’ Monaci Camaldolesi, [p. 328] che l’anno di nostra salute 440 fu fondata da San Petronio, in luogo detto Pontediferro, dove al parer d’alcuni storici, ebbe i suoi primi fondamenti la città di Bologna, dipinse il Bagnacavallo la tavola de’ Santi Titolari di quella Chiesa, che si vede nella prospettiva del Coro; e nella Confraternita di Santa Maria del Baracane tre quadri a fresco, ne’ quali rappresentò tre misterj della Passione del Signore, cioè il Portar della Croce, la Crocifissione e la Deposizione del medesimo. Nella mentovata Chiesa di San Petronio è il luogo della miracolosa immagine della Madonna della Pace, per abbellimento del quale molti de’ migliori pittori, che fossero in Bologna ne’ tempi di questo artefice, fecero opere a fresco, e furono Amico Aspertini, Biagio Pupini, Jacopo Francia, Girolamo da Treviso e’l nostro Bartolommeo, il quale vi colorì l’Annunciazione di Maria Vergine e la Natività di Cristo. Ed è da sapersi, come questa sacra immagine, che è di rilievo, era già dalla parte di fuori del muro di essa Chiesa, verso il Palazzo de’ Notai. Occorse l’anno 1405 che un tale Scipione degli Eretimi, di professione soldato, avendo un giorno fatta gran perdita di danaro nel giuoco, mosso da grande ira, sfoderò il pugnale, e si lanciò per tirare un colpo a quella immagine, e due dita d’un piede del fanciullo Gesù, che essa tiene in braccio, fece cadere in terra. Appena ebbe egli commesso l’enorme sacrilegio, che lo colse l’ira d’Iddio, e cadde a terra come morto. Intanto sopravvenendo la Corte, fu fatto prigione, e poco dopo condannato alla morte; ma quella Madre di Misericordia, compatendo a quell’infelice, mentr’egli stava in quel frangente, gli ottenne un tal conoscimento, congiunto ad un intenso dolore e contrizione del fallo suo, che ricorrendo con lagrime di cuore, non potendo col corpo accostarsi all’immagine, e fatto voto di digiuno in continuo cilizio e orazione, restò non meno libero allora dall’accidente del male, che poi dalla sentenza della morte. Fu poco dopo l’immagine stessa trasferita nel luogo, dove oggi si trova, facendo tuttavia innumerevoli grazie e miracoli. Il medesimo Scipione poi tutto si dedicò al servizio della sua liberatrice; appresso a quel santo simulacro a perpetua testimonianza del miracolo e del proprio dolore, fecesi ritrarre in iscultura, in quell’atto appunto, nel quale cadde in terra nel commettere il gran delitto: e tal ritratto fece porre dal lato destro di quell’altare. Tornando ora al nostro proposito, moltissime furono l’opere, che fece nella città di Bologna e suo territorio il Bagnacavallo, e per molti Principi e Signori d’Italia, che lunga cosa sarebbe il far di tutte particolar menzione; perché fra’ pittori del suo tempo fu egli in quella città riputato eccellentissimo, non senza invidia degli altri, e particolarmente di maestro Amico Aspertini. Merita questo pittore molta lode, particolarmente per un singolar talento, ch’egli ebbe in dipignere immagini devote di Maria Vergine: e per la vaga maniera, che ebbe nel colorire i putti, forse molto superiore a quella d’altri maestri de’ suoi tempi, avendo dato loro gran tenerezza e grazia; onde tanto quelle, che questi, son poi state copiate, per istudio, dagli altri singolarissimi artefici di quella città: e Guido Reni era solito affermare, d’aver tolta la bella morbidezza, colla quale egli coloriva i bambini, dall’opere di lui. Finalmente [p. 329] essendo egli pervenuto all’età di cinquantotto anni, menati con lode di valentuomo, e di persona d’ottima vita e costumi, fu sopraggiunto dalla morte. Molti autori hanno scritto di questo veramente degno professore, e particolarmente il Vasari, il Bumaldo, lo Scannelli, il Masini, ed in ultimo un altro moderno autore, il quale, dopo aver copiato nel suo libro a verbo a verbo la vita del Bagnacavallo, scritta dal nominato Vasari, volendo pure al suo solito (come dir si suole) appiccarla con esso in qualche cosa, si rammarica di lui aspramente, dicendo, ch’egli abbia caricato troppo, e fatta brutta fisionomia al ritratto, che fra gli altri, per abbellimento del suo libro, egli pose di esso, a principio della vita di lui: cosa in vero molto graziosa a chi per pratica degli scritti di questo autore, conosce il poco affetto, o molta avversione, ch’egli ha avuta al Vasari. Ma che dirà egli, quando e’ saprà, che quasi tutti i bellissimi ritratti, posti nel suo libro delle Vite de’ Pittori del Vasari, fra’ quali è quello del Bagnacavallo, dall’autore predetto biasimato, non furono né disegnati, né intagliati dal Vasari, ma da altro professore, come noi a suo luogo mostreremo?

ANSELMO CANNERI

PITTORE VERONESE

Discepolo di Gio. Caroti, fioriva circa il 1550.

Operò molto a olio e a fresco alla Soranza in sul Tesino, e a Castel Franco nel Palazzo de’ Soranzi, ed anche nella città di Venezia: e ne’ tempi, che ancor viveva il suo maestro, fu molto stimato.

[p. 330]

DELLE

N OT I Z I E

DE PROFESSORI DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA

DECENNALE V.

DEL SECOLO IV.

DAL MDXL. AL MDL.

CESARE SESTO

PITTORE MILANESE

Discepolo di Leonardo da Vinci, fioriva circa al 1560.

Attesta Gio. Paolo Lomazzo, che quest’uomo fosse molto avvertito nell’operare, e con grande accuratezza esprimesse i suoi concetti, non lasciando vagar l’invenzione più là del verisimile: e stando sempre in sul proprio, in ogni cosa, ancorché minima: e non solo in ciò, che apparteneva alle immagini degli uomini, ma degli animali ancora, e fino dell’erbe medesime; e che operasse anche maravigliosamente in far panni cangianti, che però l’annovera tra’ buoni artefici. Ora, prima di venire a dar notizia d’alcune delle più belle opere di Cesare, stimo bene il dire, come son molti secoli, che la nobilissima città di Milano [p. 331] (per occulta disposizione della Divina Provvidenza) è assai frequentemente tocca dal male della pestilenza: e per ordinario non son passati mai cinquant’anni, che ella da tal contagiosa infezione non sia stata percossa. Del 1254 a tal cagione rimase affatto senz’abitatori, del 1316 patì lo stesso infortunio, con tutta l’Italia insieme, per otto mesi continui: e quantunque (se prestiamo fede a istorico di que’ tempi) fosse ella singolarmente privilegiata in quella tanto terribile e spaventosa mortalità, che dell’anno 1347 e 1348 non pure l’Italia tutta, ma quasi tutto il mondo allagò e sommerse; contuttociò del 1383 fu oppressa da questo male, a tal segno, che dieci delle cento persone non ne camparono. Del 1405 sessantamila uomini perirono dentro alla città. Nel 1451 fu aggravata similmente, e vi seguì la morte del primo Duca Galeazzo Visconti. Nel 1486 fu anche flagellata molto: e del 1525 s’infettò l’aria di tal maniera, che marcivano le stesse cose commestibili, ogni qualvolta fossero state fuori la notte esposte. Del 1576 furono le miserie della pestilenza tali e tante, quanto bastarono per appagare l’ardente carità di Carlo Borromeo, il Santo Arcivescovo, nel sovvenire a’ bisogni de’ miseri. E ultimamente del 1630 giunsero per ordinario i morti di tal male al numero di dugento ogni giorno, a segno, che in ispazio di mesi sei, sopra dugentomila persone perirono. Onde ad effetto di tener lontane così fatte influenze, ha proccurato quella città di dimostrarsi in ogni tempo molto devota di Santo Rocco, al quale ha edificate sei Chiese dalle sei porte. In una di queste, che è la Parrocchiale, vicina al Dazio della Porta Romana, dipinse Cesare una tavola, che riuscì delle migliori, che uscissero dal suo pennello, nella quale rappresentò Maria Vergine, con Gesù, e di fuori della serratura, i Santi Rocco, e Bastiano, che fu posta sopra l’Altar maggiore. Dipinse in Santa Corona una Vergine molto bella: e in una Cappella della Chiesa di San Giovanni Decollato, alle case rotte, figurò un Erodiade, la quale essendo stata l’anno 1630 da’ Signori Conti Archinti donata al Cardinal Giulio Mazzarrini, fu da Ambrogio Ficini copiata, e posta la copia in luogo, dove era già l’originale: e a mio credere, fu essa tavola quella, che dice il nominato Gio. Paolo Lomazzo, che ne’ suoi tempi si trovava appresso un tal Cesare Negruola.

[p. 332]

PIETRO RICCIO

MILANESE

Discepolo di Lionardo da Vinci, fioriva circa al 1560.

Il Lomazzo, nella sua Idea del Tempio della Pittura, asserisce, che questo Pietro Riccio fosse stato discepolo di Lionardo da Vinci, e non se n’è fin qui avuta altra notizia.

MARCO DEL MORO

PITTORE VERONESE

Discepolo di Battista del Moro, fioriva nel 1560.

Fu questo Pittore figliuolo dello stesso Batista d’Agnolo Veronese, detto il Moro, dal quale ancora apprese la buona maniera del colorire a olio e a fresco; onde fu al medesimo di non ordinario ajuto nelle molte opere, che fece in Verona, in Mantova e in Venezia, ed in quelle particolarmente fatte pel Signor Cammillo Trevisano nel suo bel Palazzo di Murano. Quando mancasse quest’uomo al mondo, non è a nostra notizia; attesta però il Vasari, che esso insieme col padre ancora vivesse ne’ tempi, che egli scrisse la sua storia, che fu dell’anno 1568.

VALERIO ZUCCHERI
TREVIGIANO

PITTORE DI MUSAICO

Discepolo di Tiziano, fioriva circa al 1550.

Questo Pittore fece insieme con Vincenzio, che si crede fosse suo fratello, in San Marco di Venezia, diverse storie, e fra queste rappresentò il Trono di Dio, co’ quattro Evangelisti, in forma d’animali, co’ sette Candelabri, i quali così bene lavorò, che non parvero fatti di Musaico, ma coloriti a olio. Fece ancora molti ritratti di Principi.

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VINCENZIO ZUCCHERI TREVIGIANO

PITTORE DI MUSAICO

Discepolo di Tiziano, si crede fiorisse circa il 1550.

Questo Pittore fece insieme con Valerio, che si crede suo fratello, nella Chiesa di San Marco di Venezia, diverse storie, in una delle quali figurò una storia dell’Apocalisse, cioè il Trono di Dio, co’ quattro Evangelisti, in forma d’animali, co’ sette Candelabri, e fu lode di questi Pittori, l’averli così ben lavorati, che parvero condotti piuttosto a olio, che di Musaico.

GIO. BATISTA MANTOVANO
SCULTORE E INTAGLIATORE IN RAME

Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1550.

Tra i Discepoli di Giulio Romano riuscì d’ottimo talento Gio. Batista Mantovano, che attese alla Scultura, e all’intaglio in rame, come mostrano le carte uscite dalle stampe, fra le quali è una Vergine, che ha la Luna sotto i piedi, e il figliuolo in braccio; e similmente alcune teste armate di cimiero all’antica; evvi ancora una carta di un Marte armato, che siede sopra un letto, e Venere, che sta allattando un Cupido, il quale graziosamente rimira. Veggonsi ancora alcune carte dove è un Capitano di bandiera a piede ed uno a cavallo: e due altre grandi, ove è figurato l’incendio di Troja e altre molte. Usò quest’artefice segnar le sue carte colle lettere I.B.M.

Fiorì anche ne’ medesimi tempi ENEA VICO da Parma, anch’egli valente intagliatore, il quale intagliò buona quantità d’opere del Rosso, la Leda di Michelagnolo, e la storia della Juditta, da lui dipinta nella Cappella, il ritratto del Bandinello, con molte invenzioni e disegni del medesimo: siccome ancora ad istanza di Cecchino Salviati, la bella storia della Conversione di San Paolo, con gran numero di figure e cavalli; similmente i ritratti del Signor Giovanni de’ Medici, di Cosimo il Granduca suo figliuolo, dello Imperador Carlo V d’Arrigo Re di Francia, del Bembo, dell’Ariosto, del Gello Fiorentino, del Domenichi, e di molti altri uomini de’ suoi [p. 334] tempi, di Laura Terracina, del Doni, del Morosino ed altri. Datosi poi agli studj dell’antichità, diede alle stampe più libri di medaglie d’Imperadori e loro mogli, co’ rovesci di esse medaglie. Fece un albero di tutti gl’Imperadori, che fu molto lodato. Portatosi poi a’ servigj d’Alfonso II Duca di Ferrara, fece a quel Principe l’albero de’ Marchesi e Duchi di quella casa, appresso la quale viveva del 1568 in grande onore e stima.

GIOVANNI VAN CALCKER
PITTORE
DETTO DA NOI GIOVANNI FIAMMINGO

Discepolo di Tiziano, nato ..., morto 1546.

Il Vanmander, Pittor Fiammingo, che alcuna cosa scrisse dell’eccellente Pittore Gio. Van Calcker, afferma di non saper conoscere, fra quanti pittori furono ne’ Paesi Bassi, nel passato secolo, chi più si conformasse all’ottima maniera Italiana, di quel che facesse Gio. Van Calcker. Nacque questo artefice nel paese di Gleef, nella città di Calcker sotto l’Elettore di Brandemburgh, e non è noto da chi egli imparasse i principj dell’arte. Questo è certo, che quest’uomo circa’l 1536 fortemente s’invaghì d’una fanciulla, figliuola d’un mal uomo sanguinario e micidiale, di professione oste, che abitava in Dordrecht prima città d’Olanda, la casa del quale era aperta ad ogni disonestà; e di questo anche ci si porgerà congiuntura di parlare nelle notizie della vita di Henskert Pittore: ed avendola rapita al padre, se la condusse a Venezia, dove fermatosi d’abitazione, si fece discepolo del gran Tiziano da Cador. Il citato Vanmander dice, che Gio. si trasformò tanto nella maniera di quel sublime artefice, che molte opere di lui non punto si distinguevano da quelle di Tiziano; anzi egli afferma, che il Goltzio, del cui giudizio, dice egli, di far gran conto, gli raccontò una volta, che trovandosi in Napoli, gli furon dati a vedere certi ritratti, i quali egli subito giudicò di mano di Tiziano: e i pittori, che erano presenti, bene informati del fatto, tutti ad una voce gli dissero, ch’egli aveva ben giudicato; perché quella era veramente la maniera di quel grand’uomo, benché e’ non gli avesse dipinti esso Tiziano, ma Gio. Van Calcker suo degnissimo discepolo. Il Vasari ebbe cognizione di quest’artefice in Napoli: e non poteva darsi a credere, come fosse riuscito ad uno Oltramontano [p. 335] l’avanzarsi a tanta eccellenza nella maniera d’Italia, e si valse di lui in quello, che più abbasso siamo per dire. Fu in oltre il Van Calcker maraviglioso nel disegnare di gesso e di pastello, e colla penna operò egregiamente con bellissimi e franchissimi tratti. Questi fu, e non Tiziano, che disegnò gli undici pezzi di carte grandi di Notomia d’Andrea Versalio, le quali poi furon ritratte in minor foglio, e intagliate in rame dal Valverdo, che scrisse pure di Notomia dopo il Versalio: e questi fu finalmente quegli, che disegnò quasi tutti, ed i migliori ritratti di Pittori, Scultori e Architetti d’Italia, che messe nel suo libro delle Vite de’ Pittori Giorgio Vasari, tanto belli e con mano tanto ardita e maestrevole lavorati, che è universale opinione, che più non possa farsi in quel genere: e per conseguenza questi è quello, e non il Vasari, del quale doveva rammaricarsi il Malvagia, per aver, com’e’ disse, troppo caricato il ritratto, che veramente è bellissimo, del suo Bagnacavallo, come abbiamo nelle notizie della vita di lui accennato. Era ancora quest’ottimo professore in giovenile età, e prometteva di sé avanzamenti maggiori nell’arte, quando, trovandosi egli nella città di Napoli l’anno 1546 fu colto dalla morte.

PIETER BRUEGHEL
PITTORE DI BRUEGHEL

Discepolo di Pieter Koeck, fioriva nel 1550.

In questo tempo fiorì nel Brabante, nella città di Brueghel vicino a Breda, il famoso Pittore Pieter Brueghel, così cognominato dal nome di sua patria. Posesi a imparar l’arte col pittor Koeck d’Aelst; e poi lasciato il maestro s’accomodò con Heroon Koeck, Pittore di Bolduc. Aveva Pieter Koeck, primo maestro di lui, una piccola figliuolina, la quale il giovanetto Brueghel era solito, dopo aver dato posa al matitatojo ed a’ pennelli, pigliarsi in collo, vezzeggiandola con festose carezze, come si costuma di fare a’ piccoli bambini. Questa, come a suo luogo diremo, fu poi la sua sposa. Intanto egli, dopo aver fatto grandi studj sopra la maniera di Jeronimo Koeck, se ne partì per alla volta di Francia; di lì se ne passò in Italia: e nel viaggiar che fece, non s’imbatté mai, per così dire, in alcuna cosa fatta dalla Natura, o paese, o veduta, o rovina, o animale, che gli paresse curiosa e degna di rappresentarsi in pittura, che egli non la disegnasse; onde gli venne fatto un così gran fascio di queste sue belle fatiche, che poté poi del continuo far vedere nell’opere sue [p. 336] cose bizzarre e nuove; intantoché i suoi paesani, che poi le videro, usavano di dire, che il Brueghel nel suo viaggio aveva inghiottito tutte le montagne, grotte e caverne dell’alpi, per cui era passato, e tornato a casa sua, aveva sputato fuori ogni cosa sulle tele. Fatti questi viaggi, se ne passò in Anversa, dove si fermò di stanza: e si trova, ch’egli entrasse in quella Compagnia de’ Pittori l’anno 1551. Ebbe questo artefice un genio tutto allegrezza, col quale seppe sì bene accompagnar l’arte sua, che non solo l’uno non fu punto di pregiudizio all’altro; ma l’uno e l’altro fecero in lui un mirabil composto; perché il suo dipignere fu sempre di cose allegre, però modeste, e grandemente ridicole; tantoché da’ suoi familiari era per ordinario chiamato Pietro ridicoloso. Mostrò questo suo particolar talento ne’ Baccanali, de’ quali fece moltissimi. Aveva egli non ordinaria amicizia e familiarità con un Gentiluomo, chiamato Hans Frunckert, che lo veniva a visitare frequentemente alla sua stanza. Stavasi assai con esso, ed insieme con lui se n’andava ora in questo ora in quel contado, dove sapeva, che si facevano le feste per le Nozze e i Maritaggi di Contadini: e quivi vestiti l’uno e l’altro all’usanza contadinesca, si accompagnavano ancor essi con loro; e perché è in quelle parti un’usanza, che chiunque si trova a que’ loro conviti, dona un regalo alla sposa, ancor essi porgevano il lor regalo. Gustava sommamente il Brueghel di vedere quelle danze, que’ salti sconci, e que’ moti fregolati e goffi, e gli amoreggiamenti di que’ villani: e se n’empiva di tal sorta la fantasia, ch’egli con questo studio e osservazione, e col suo bel genio, faceva poi cose curiosissime e naturalissime, tanto a tempera, che a olio; perché nell’uno e nell’altro modo di dipignere, fu ben pratico. In questo tempo il Brueghel non si era ancora accasato, ed aveva una sua serva fanciulla, che per essere di bello aspetto, e di maniere confacevoli all’animo suo, più volte ebbe pensiero di farla sua sposa: e già le ne aveva fatta una condizionata promessa; ma comeché egli era di mente schietta e forte, gli dispiacevano le bugie: e questa, all’ncontro, era molto bugiarda. Pietro dopo averla assai avvertita di tal mancamento, fece una taglia di legno ben lunga, e ad ogni bugia, che diceva la fanciulla, vi faceva sopra una tacca, con dire a lei, che quando la taglia fosse piena, non l’avrebbe più voluta né per moglie né per serva: e così veramente seguì, perché continuando la serva la sua mala usanza di dir bugie, arrivata ben presto la taglia al segno, svanì del tutto la cosa del parentado: e il Brueghel, che aveva alquanto amoreggiato colla nominata figliuola di Pieter Koeck, stato suo maestro, la quale, dopo la morte del padre, colla vedova madre se ne stava in Bruselles, risolvette di pigliarla per moglie, come di sopra abbiamo accennato. Voleva la madre della novella Sposa, che il Brueghel, lasciata Anversa, se ne venisse ad abitare a Bruselles; temendo tuttavia, ch’egli non si fosse scordato affatto della prima fanciulla: e fattane grande istanza al giovane, che era discreto e modesto, ne fu compiaciuta, perch’egli subito se ne venne a stare a Bruselles. Moltissime furono le opere del Brueghel, ed io ne noterò in questo luogo alcune delle più principali. Ebbe la Maestà de lo’mperadore una tavola, dove egli aveva dipinto la Torre di Babilonia, [p. 337] con infinite figure di proporzioni diverse. Similmente due quadri, l’uno e l’altro de’ quali rappresentava il Signore portante la Croce, con varie invenzioni e concetti bizzarrissimi di gruppi e azioni di figure. E vaglia la verità, questo artefice fu così copioso d’invenzione, e tanto vario nel rappresentare diversi personaggi, che per lo più non poteva saziare il suo genio, se non toglieva sempre a rappresentare storie, dove esse figure si potessero contare, per così dire, a migliaja. Ebbe pure di sua mano lo stesso Imperadore la strage degl’Innocenti, della quale altrove si è parlato; e una Conversione di San Paolo, con belle vedute di dirupi e di mari. Fece molti quadri d’Inferno, Stregherie, scherzi e giuochi, che fanno sulle veglie ne’ balli i contadini: un quadro della Tentazione di Cristo, e sotto la montagna, dove il Signore fu tentato, rappresentò vedute di città e campagne, e lontananze sterminate. Rappresentò con vaga e ridicolosa invenzione, l’arrabbiata Margherita, che fa un furto avanti all’Inferno: i quali tutti quadri si crede, che pervenissero poi in mano dello’mperadore. In Amsterdam, appresso l’amator dell’arte Ser Herman Pilgrims, era, l’anno 1604 una festa di contadini, figurati in tempo di notte al fresco, dove si vedevano lumeggiati in quella oscurità, molto bene e graziosamente, i loro ceffi arsi dal Sole. Fece anche il Brueghel un pezzo di quadro, dove rappresentò il Carnovale, che combatte colla Quaresima: e un altro, nel quale volle mostrare tutti i rimedj, che adoperano gli uomini contra la Morte: ed in un altro tutti i giuochi de’ ragazzi, ed altri di simili nuove e belle invenzioni. Willem Jacobsz, che abitava in Amsterdam l’anno 1604 presso alla nuova Chiesa, aveva un bel quadro d’una festa di contadini in occasione di nozze, dov’erano rappresentate infinite azioni ridicolose e naturali, e particolarmente l’atto del regalar la Sposa con que’ lor regali contadineschi, mentre una vecchia contadina, con una gran borsa legata al collo, sta ricevendo i quattrini. Ha il Granduca di Toscana nella sua Real Galleria, un quadro di mano di lui, dove si legge anche il nome di Pietro Brueghel. In questo quadro, che è una tavola di circa due braccia e tre quarti, egli rappresentò il portar della Croce del nostro Signore, con figure, la maggior delle quali è alta un palmo. Vedesi in esso una spaziosa campagna ben digradata, col punto alto, dove è la gran città di Gerusalemme: e appresso a questa il Monte Calvario, verso il quale s’invia il Signore colla sua Croce, vestito d’una veste di color cenerino, tirato e spinto da’ manigoldi, mentre la Veronica gli porge pietosamente il velo: dietro è il Cireneo, che regge il fusto della medesima Croce, e moltissime figure, che rappresentano Ufiziali della Corte, ed altre d’ogni età e sesso. Precede al Signore una gran Cavalleria d’uomini armati, coll’insegna, in cui si legge S.P.Q.R. La strada, che batte questa gran comitiva torce dolcemente, secondo il taglio, che apparisce in un gran masso, di che mostra esser composto il Monte Calvario, fino alla sua sommità, dove si riducono le figure di questa numerosa e lagrimevol processione, piccolissime: altre in atto di pigliar posto per veder lo spettacolo, altre per operare in quella tragica azione, altre forse per piagner da vicino il gran misfatto. La Beatissima Vergine, in qualche distanza dal figliuolo, quasiché [p. 338] lo abbia già da lontano veduto sotto quel duro peso, si vede genuflessa sopra la nuda terra, colle spalle voltate a quella dolorosa comitiva, e piange amaramente, mentre la Maddalena la sta confortando. Due altre divote donne si veggiono poco da lungi, pure anch’elleno genuflesse, in atti dolentissimi: e dietro a queste è San Giovanni Evangelista. Scorgesi in tutta quest’opera, la quale è fatta alla solita maniera Fiamminga, una gran varietà d’abiti, d’arie di teste e d’azioni, congiunte alla diligenza ed all’amore grandissimo, col quale è condotta. Per ultimo avevano i Signori di Bruselles determinato di far dipignere al Brueghel alcuni quadri, che rappresentassero coloro, che operavano ne’ canali, che conducono a Bruselles in Anversa; quando nell’ordinarsi questa pratica, il valoroso artefice venne a morte, e rimase la cosa senza effetto. Veggionsi molte carte in istampa di sua invenzione: ed aveva anche fatti alcuni disegni poco onesti, che pure si dovevano intagliare con alcuni versi sotto; ma quando si vide in pericolo di morte, forte temendo il Divino giudizio, chiamò la moglie, e volle, che ella tutti in sua presenza gli abbruciasse. Alla stessa sua moglie lasciò per testamento un pezzo di quadro, che al parere degl’intendenti fu stimato il migliore, che uscisse mai dalle sue mani, dove fra le altre cose era dipinta una gazzera sopra una forca. Rimasero due suoi figliuoli, che pure sono stati eccellenti Pittori: uno chiamato Pieter, che imparò l’arte da Gillis Van Conincxloo, che dipingeva di ritratti alla naturale: l’altro si chiamò Giovanni, che studiava dalla Donna, che fu la moglie di Pietro d’Alost: e da questo Pietro di Alost imparò a dipignere a guazzo, e dipoi a olio da un certo Pieter Goe Kindt, che noi diremmo Pietro buon bambino. Andò in Colonia, e dipoi venne in Italia, dove si guadagnò grande stima, dipingendo paesi e piccole figure, nelle quali ebbe veramente una bella maniera.

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Attribuisce il Baldinucci a questo Brueghel, dagli Scrittori detto il Vecchio, e che fu padre, come l’Autore scrive, dell’altro Pietro, e di Giovanni; quasi tutto ciò che si vede di questi tre Professori, a’ quali, gl’Intendenti più moderni, assegnano caratteri diversi, e pregi non inferiori a quelli del padre, vedendosi chiaramente ne i tre Brueghel tre diverse maniere sì nel disegno, sì nel colorito; quindi è che al padre vien dato il nome di Pittore delle Processioni e Feste contadinesche: all’uno de’ figliuoli quello del Pittore delle Streghe, e da taluno della casa del diavolo, perché in tutti i suoi quadri vi si trova un diavolino; e all’altro del Paesista. Al Vecchio appartiene certamente il quadro della Processione al Monte Calvario, descritto con esattezza dal nostro Autore, per della Galleria Medicea, in cui della stessa maniera se ne conserva un altro piccolo composto di moltissime figure, quali intere, quali mezze, e quali colla sola testa, che tutte insieme rappresentano una festa contadinesca. Un altro quadro di singolar curiosità può ancora vedersi in questa Galleria, preso dal Brueghel, di cui parliamo, sopra un disegno in chiaroscuro di Alberto Duro, rappresentante la Passione di Nostro Signor Gesù Cristo, e colorito da lui con la solita diligenza e amore. Il disegno è alto e circa un braccio, e tanto è il quadro colorito, e in ciascheduno vi è la cifra [p. 339] del nome loro, né si può concepire, senza vederli la vastità del pensiero di Alberto, e la fedeltà di Brueghel, rendendosi molto facile una tale osservazione, per essere ambedue le opere congeniate con sì fatta maestria, che formano un sol quadro. Del Brueghel delle Stregherie, o casa del Diavolo, in detta Galleria si vede un graziosissimo quadro con Orfeo tasteggiante la sua lira davanti a Plutone, e a Proserpina coronati di raggi di fuoco, e assisi sopra trono infernale, sostenuto da orrendi mostri, e nel rimanente del quadro non saprebbero ridirsi le fantastiche immaginazioni rappresentatevi, sì nelle figure diavolesche, come di mostri ove pur senza sbaglio potrebbero contarsi; questo bensì, che la maniera è totalmente differente dall’altra, e i viaggiatori o curiosi, o dilettanti o intendenti, dicono di averne veduti molti in Germania, e ne’ Paesi Bassi, e tutti d’accordo lo chiamano Brueghel della Casa del Diavolo. Del Paesista poi, per distinguerlo dal padre, basta osservare il paese della Processione al Monte Calvario, e poi guardare alcuni paesi di varia proporzione, che di presente stanno nella medesima stanza, e subito si viene in cognizione, anche da occhi meno raffinati, che non sono dello stesso pittore; ma d’altro Brueghel famosissimo in questa sorte di pittura, siccome le figurine, che per entro vi sono disposte, mostrano una molto migliore avvenenza, e un altro gusto d’operare.

Arnoldo Houbraken Olandese, che ha scritto le Vite e le Notizie de’ Pittori del suo paese, stampate in Amsterdam l’anno 1718, assegna a Giovanni Brueghel il carattere di Pittore Paesista e Fiorista, e dice che ne’ suoi quadri vi adattava figure piccole e in sommo graziose. E questo si accorda con quanto scrive il Baldinucci.

CARELO o CARLO

D’YPER

PITTORE

Fioriva nel 1550.

In questi tempi fiorì Carel d’Yper, il quale nella stessa città operò molto in tavole da altari, soffitte di case, e altre cose fece pe’ Conventi a fresco. Era di mano costui in Tornay un quadro a chiaroscuro d’una Conversione di San Paolo, e d’una Resurrezione a olio, che, per testimonio di Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, era degna di molta lode. Similmente in un villaggio, chiamato Hooglede, vicino a Boesselaer, in una Chiesa, era [p. 340] un Giudizio universale a olio, fatto coll’ajuto di Claes Snellaert suo discepolo, che fu assai valente in dipignere architetture e spartimenti, che morì a Tornay l’anno 1602 in età di sessant’anni. Si son veduti disegni di Carlo in sulla maniera del Tintoretto: e fra questi il citato Vanmander fa menzione d’uno bellissimo, fatto colla penna, dov’era nostro Signore in gloria, e abbasso i quattro Evangelisti. In Gant era di sua mano una Natività del Signore. Fu questo artefice stimato il migliore di sua patria, come quegli, che aveva fatti studj in Italia, ed altre provincie; ma fu di natura così iracondo, che pochi potevan trattare con esso lui: ed i suoi discepoli, de’ quali uno fu Pieter Ulerick di Cortray, del quale abbiamo parlato, ancor essi erano forzati tosto a lasciarlo. Deliberò poi di andarsene a Tornai, dove fu ricevuto con grande accoglienza da’ Professori, quali l’invitavano spesso a desinare, ed altre dimostrazioni di cortesia gli facevano. Occorse un giorno, che nell’esser’ egli a desinare con alcuni di loro, fu mosso un discorso sopra le loro donne e figliuoli. Uno di questi s’impegnò a dire, che Carlo aveva una bella donna, ma che non ne aveva figliuoli; al che soggiunse un altro: Carlo tu non meriti di vivere fra gli uomini, per avere una sì bella donna, e non saper far figliuoli. Queste furon per Carlo male parole, perché come uomo di forte apprensio, e molto fisso, cominciando a pensarvi sopra, diede in tal malinconia, che e’ non fu poi più modo, che si potesse rallegrare. Poco appresso, un giorno dopo desinare, nell’andare egli a spasso fuori di Cortray vicino ad un fiume, che passa per la medesima città, disse di voler toccare il fondo di quel fiume. Credettero i compagni, ch’e’ si volesse andare a bagnare, perché faceva gran caldo. Ma ciò che seguì dipoi la medesima sera, fece conoscere, che Carlo raggirava pel suo cervello altri pensieri, che di fuggire il caldo della stagione; perchè nel trovarsi, ch’ei fece co’ medesimi a cena all’osteria (dove si trattenne sempre con segni d’una profonda tristezza) essendo da uno de’ compagni fatto un brindisi, domandogli se e’ voleva rispondergli con bianco o rosso, l’infelice Carlo con un coltello, che teneva in mano sotto la tavola, si diede una ferita nel petto, facendo correre il sangue sopra la medesima tavola, e disse: Ecco il rosso. Furongli subito attorno, spaventati, tutti i compagni per soccorrerlo; ma egli non facendo altro, che ridir le parole: Io non son degno di vivere, con esse in bocca si venne meno. Allora temendo tutti del caso della sua morte, per paura di non cadere insieme con esso nelle mani della Giustizia, si partirono di quel luogo, e lo menarono seco in un Convento, chiamato Groeninge: quivi cercarono di ristorarlo e consolarlo, giacché per essere il colpo andato a ferire una costola, non dava per allora la ferita segno evidente d’esser mortale; tantoché Carlo si rinvenne alquanto, e domandava a’ compagni, che cosa avesse fatto: quindi chiesta carta da disegnare cominciò a rappresentare un Inferno, e intanto forte gridava: Io son dannato. Quelli, che lo custodivano (fra’ quali era Olivier Bard Pittore di Bruges, con altri) avevano molto da fare a tenerlo, finchè, coll’aprirsi e serrarsi ad ogni poco la ferita, a cagione della sua grande inquietudine, egli s’aggravò di tanto male, che in brevi giorni miserabilmente [p. 341] si morì l’anno 1564. Dissesi allora, che costui avesse in Roma, o in altro luogo d’Italia, un’altra moglie: e che ciò gli fosse avvenuto per giusto gastigo del cielo, per aver’egli così bruttamente contro le Umane e Divine Leggi, abusato il primo Matrimonio. Nel che ci rimettiamo a ciò, che fosse in verità. Il suo cadavero fu sepolto nello stesso Convento di sopra mentovato di Groeninge.

JAQUES GRIMMAER

PITTORE IN ANVERSA

Discepolo di Mathys Kock, fioriva nel 1546.

Trovasi, che del 1546 entrasse nella Compagnia de’ Pittori di Anversa Jaques Grimmaer, il quale in primo luogo aveva studiato i precetti dell’arte nella scuola di Mathys Kock, e poi in quella di Christiaen Queburgh in Anversa. Questo artefice, col molto disegnare ch’ei fece, e poi colorir dal naturale cielo e vedute intorno ad Anversa, si fece così valente nel dipignere paesi, che attesta il Vanmander, Pittor Fiammingo, non aver mai in quelle parti veduto meglio. In figure non è molto noto quanto valesse: fu studioso di lettere umane, e uomo d’altre buone qualità. Morì finalmente nella stessa città d’Anversa, e le opere sue rimasero appresso ad ogni persona in molto credito e stima.

CORNELIS MOLENAER

PITTORE D’ANVERSA

Fioriva nel 1550.

Questo Pittore, che pel difetto degli occhi fu chiamato Cornelio guercio, fu in Anversa bravissimo in fare di paesi a tempera, e in tutto ciò che all’inventargli apparteneva, fu dagl’intendenti dell’arte molto stimato. Era suo costume il lavorar per questo e per quello a giornata: ed era tanto franco, che in un giorno conduceva ogni gran quadro, che però era desideratissimo da’ pittori in lor proprio ajuto pel grand’utile, che dal suo molto lavorare in poco tempo ad essi ne veniva. Ben è vero, che fu così dedito al bere, che spesso non [p. 342] poteva lavorare. Visse in gran povertà e stentatissimamente, a cagione, come dicevano, della mala economia della donna sua, la quale non sapendo punto usare il danaro, era, come noi sogliamo dire per ordinario, sempre indietro due raccolte; onde per lo più al povero uomo conveniva il dipignere per guadagnare i già molto avanti spesi quattrini; che però alla sua morte rimasero molte opere imperfette. Seguì la morte di quest’uomo nella città d’Anversa. Il tempo non è noto: questo sappiamo, che le sue pitture restarono in grande stima appresso d’ognuno. La maniera di questo artefice fu alquanto imitata da un tale Jan Nagel di Haerlem, o Alckmaer, che anche lo superò nelle figure, e morì all’Haja l’anno 1602.

FRANS FLORIS

PITTORE D’ANVERSA

Nato nel 1520, morto 1570.

Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a [p. 343] Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di [p. 344] ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per [p. 345] una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente [p. 346] correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui: e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, [p. 347] e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

IL PASTORINO

DA SIENA PITTORE IN VETRO

Discepolo di Girolamo da Marzilla, fioriva intorno al 1510.

Non debbo tralasciare di fare qualche memoria del Pastorino da Siena, il quale, contuttociò menasse gran tempo di sua vita in qualità di garzone di Guglielmo da Marzilla, Pittore Franzese, singolarissimo nel colorire in vetro; pur tuttavia apprese tanto da quel valentuomo, che tornato in Italia, potette fare onore al maestro, con introdurre una miglior maniera di far lavori di quella sorta: per lo che, non solo fu amato in vita, ma anche meritò alla morte del suo maestro, che seguì nel 1537 essere lasciato erede di tutti i vetri, disegni e arnesi, che egli possedeva, appartenenti a quell’arte, siccome rimaneva anche in parte erede di sua virtù. Il Pastorino dunque, dopo la morte del Marzilla, dipinse in vetro, compose e adattò il bellissimo occhio, che fu posto sopra la porta principale del Duomo di Siena, al quale fece vedere molte figure di Santi, con buona diligenza e disposizione condotti, ed è fama ancora (e lo lascia scritto il Cavalier Baglioni) che fosse opera delle sue mani, l’occhio della Basilica di San Pietro in Roma: il che ne fa credere, che egli altre molte opere conducesse in quel genere, che a nostra notizia non son pervenute. Sappiamo bene, che egli fu solito di operare, per lo più con disegni di Perino del Vaga, valoroso pittore de’ suoi tempi.

In questi tempi partorì la città d’Amsterdam TEODORO HORENHERT, che riuscì eccellente intagliatore: e fu quegli, che intagliò molte opere di Martino Hemskercq, diede fine al viver suo il sessantesimo di sua età l’anno 1590.

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CARLETTO CALIARI

PITTORE VERONESE

Figlio di Paolo Caliari, nato... morto 1596.

Questo virtuosissimo giovane operò assai insieme con Benedetto Caliari suo zio, e fratello di Paolo, e con Gabriello Caliari suo proprio fratello: e tutti e tre furono allo stesso Paolo d’ajuto in molte opere: e diedero fine ad alcune delle sue pitture, restate imperfette per la morte di esso, che seguì l’anno 1598 e particolarmente al bel quadro della Manna, che è in Venezia nella Cappella del Sagramento nella Chiesa de’ Santi Apostoli. Fra le prime opere, che facesse Carlo, essendo ancora in età di diciassette anni, fu un Adone morto, e Venere in atto di piangerlo: e similmente un’Angelica e Medoro, che ne’ tronchi degli alberi imprimono i nomi loro: e questa fu poi intagliata in rame da Raffael Sadeler. È però da sapersi, che avendo Paol Veronese insegnata l’arte a questo giovanetto, per la grande stima che e’ faceva del Bassano vecchio, per quanto alla forza ed al rilievo appartiene, volle, ch’egli stesse alcun tempo appresso del medesimo, affinché egli quella bella maniera apprendesse. Dipoi dipinse insieme con Gabriello suo fratello, la gran tavola pel Refettorio del Convento di S. Jacopo della Giudecca, dove figurò Cristo nostro Signore sedente alla mensa, con Levì banchiere, con molti degli Scribi e Farisei: e nella Sala del maggior Consiglio due storie d’Alessandro III. In quella degli Antipregadi fece storie d’Ambascerie de’ Persiani alla Repubblica. In San Niccolò de’ Frari, e in altre Chiese e Conventi fece co’ medesimi altre opere. Per la Chiesa di Santa Giustina di Padova, dipinse pure insieme con esso alcune istorie de’ fatti di San Paolo e San Matteo Apostoli. Veggioonsi lor pitture in Venezia per molte case di private persone, in Trevigi, in Vicenza e in Brescia. Visse Carlo, insieme con Gabrielle suo fratello, in continua pace e senz’alcuna emulazione: e dipigneva l’uno sopra l’opere dell’altro, con che accrescevano a sé stessi tuttavia maggiore onore e ricchezza; ma perché non è capace l’umana condizione di goder molto a lungo vera felicità, appena fu Carlo all’età pervenuto d’anni ventisei, che soverchiamente affaticato negli studj dell’arte, sopraggiunto da etica febbre, se ne morì, lasciando di sé fama immortale.

Di questo valente giovane, nella Galleria si vede un quadro da Altare alto cinque braccia in circa, rappresentante il miracolo di San Fridiano Vescovo di Lucca, quando raffrena il fiume Serchio, che avea inondate le campagne circonvicine, e lo fa tornare nel suo letto: V’è il Santo Vescovo in abiti Pontificali con in mano il Rastrello da muover terra, col quale va riunendo le [p. 349] rotture degli argini per cui sgorgavano impetuosamente l’acque: e dietro a lui una mezza figura, che tiene il Pastorale, le quali due figure potrebbero dirsi di Paolo medesimo, se il nome di Carlo figliuolo di Paolo Caliari, non si leggesse in un angolo del quadro. La Madonna pure graziosamente vestita col suo vaso di balsamo a’ piedi, e posta nel mezzo della tavola, sembra totalmente di Paolo, potendosi ragionevolmente credere essersi introdotta nel quadro, questa gran santa, per devozione di chi ne fece la spesa. Nella parte superiore v’è la gran Vergine Madre sostenuta da nuvole e Angeli, quasi dir si voglia, che per la di lei intercessione seguisse il miracolo. Questo bel quadro, a cui, per la sua mole può darsi il nome di singolare, stette lungo tempo come nascoso nella Terra di Castelfranco di sotto, lontano venti miglia in circa da Firenze, di dove, per attenzione del Serenissimo Gran Principe Ferdinando di gloriosa memoria, trasportato nell’appartamento da esso abitato, e adornato da numerosa e famosissima Quadreria, com’è noto, oggi nella Galleria della Real Casa si conserva.

AERTGEN DI LEIDEN

PITTORE

Discepolo di Cornelis Engelhechtsz, fioriva nel 1540.

Aertgen di Leiden, cioè Arnoldo di Leida, venne alla luce in detta città di Leida in Fiandra l’anno 1498. Il padre suo esercitò l’arte della lana, alla quale tenne il figliuolo fino all’età di diciotto anni, a cagion di che acquistò il nome di Arnoldo lanajuolo; ma perché da molti chiari segni si conosceva, che non a quell’arte, ma al disegno l’aveva la natura destinato, fu l’anno 1516 tolto a quell’esercizio, e posto ad imparar la Pittura appresso di Cornelis Engelbrechtsz, sotto la disciplina del quale, ajutato dal genio e dall’essere ormai fuor di fanciullo, in brevissimo tempo cominciò a dipignere a olio e a tempera assai ragionevolmente, e a fare opere da sé medesimo. Da principio prese una maniera simile a quella di Cornelisz Engelbreehtsoon, che fu maestro del suo maestro; ma avendo poi veduto il modo di fare di Schoorel, cercò di mutarla, e seguitare la sua, come anche quella d’Hemskercken, per quello che apparteneva all’architettura. Delle migliori opere ch’ei facesse, furono tre quadri fatti in Leida per Jan Geritz Buytewega, i quali colorì maravigliosamente. In uno era figurato un Crocifisso, co’ due Ladroni, la Vergine coll’altre Donne e San Giovanni, e sotto la Croce la Maddalena. Nell’altro un [p. 350] Cristo portante la Croce, con gran quantità di figure, in atto di seguitare quella funesta processione, e Maria Vergine, con San Giovanni e l’altre devote donne. Nel terzo rappresentò Abramo quando conduce fuori il figliuolo col fascio delle legne per fare a Dio il gran Sacrificio. Era l’anno 1604 in casa la vedova di Gio. Wassenaer, già maestro de’ Cittadini, prima carica del Magistrato, e Tesoriere dello Stato di Leida, un quadro della Natività del Signore. In casa un tale Joan Adriaensz Knotter erano alcune tele dipinte a guazzo, dov’egli aveva figurata Maria Vergine, con alcuni Angeli, in atto di cantare: e in casa di Jan Dirichsz di Monfort una tavola del Giudizio universale, co’ portelli, sopra i quali aveva il Goltzio fatto dipignere un quadro a olio, benché assai guasto dal tempo, in cui egli aveva dipinta la sommersione di Faraone nel Mar Rosso, ed eranvi molte cose degne d’esser vedute; ma particolarmente faceva bella mostra la gran varietà d’abiti, berrette e turbanti di quella gente. Disegnò questo pittore assai per un certo Scrittore in vetri, o vogliamo dire Pittore in vetri, chiamato Claes Chryvers, che noi diremmo in nostra lingua Niccolò Scrittore, e per altri di simil mestiere: e per varie provincie, e per varj luoghi di quelle parti fece molte opere. Fu suo costume, fin da’ primi anni, di non voler mai più far paesi, né cose morali, né favole, ma solamente quadri e tavole di devozione, e storie del vecchio e nuovo Testamento: e in questo suo modo di fare tirò avanti i suoi allievi. Fu stimatissimo dagli artefici del suo tempo, particolarmente pel buon modo, ch’egli aveva d’ordinar le figure: e per la grand’invenzione: a cagione di che il celebre Pittore Francesco Floris, coll’occasione d’essere chiamato a Delft a fare un Crocifisso, partendosi d’Anversa si portò a Leida per visitarlo, e veder le opere sue. Arrivato in Leida, domandò dell’abitazione di lui, che era una piccola casuccia, in luogo abiettissimo, vicino alle mura della città, e mezza rovinata. Giuntovi non vel trovò; onde per non perder la gita, pregò i suoi giovani scolari, che dappoiché egli, per veder l’opere del loro maestro era venuto tanto di lontano, si contentassero d’introdurlo nella stanza dov’egli lavorava. Quelli lo condussero in una stanza di sopra a tetto molto bassa e male in essere, che era quella appunto dove Arnoldo stava a dipignere. Il Floris vide le pitture: e poi preso un pezzo di carbone da que’ giovani, disegnò sopra il muro, per quanto teneva la grandezza del medesimo, un Santo Luca colla testa del bue, e l’arme della Compagnia de’ Pittori: e si partì, andandosene al suo albergo. Tornato, che fu Arnoldo, e sentito quanto era occorso, senza saper chi fosse stato il forestiero, salì sopra, e al primo vedere del bel disegno, disse: Colui, che ha fatto sì bella cosa, non può essere altri, che Francesco Floris. Sentito poi, ch’egli era venuto apposta per visitarlo, come quello ch’era d’animo assai composto, ed aveva sé stesso in poca o in niuna stima, restò forte confuso, che un maestro di quell’essere fosse venuto a trovarlo per vedere l’opere sue. Per la medesima cagione non aveva né meno ardire d’andare a cercar del Floris; onde fu necessario, ch’egli medesimo lo mandasse a chiamare: ed avutolo a sé, gli fece grande istanza, che se ne venisse con esso lui in Anversa, promettendogli [p. 351] grandi occasioni, e che non gli sarebbono state pagate le belle opere sue a prezzi tanto miserabili, quanto egli, con vergogna dell’arte e gran danno di sé stesso, se le faceva pagare in Leida. E non diceva cosa lontana dal vero; perché oltre al non essere Arnoldo punto avido del guadagno, occorreva per lo più, che quando alcuno gli veniva a ordinare un lavoro, prima di cominciarne il trattato, lo conduceva alla taverna: e nel più bello della tavola ne moveva il discorso, e si stabiliva uno scarso prezzo alla pittura da farsi. Non volle Arnoldo a verun patto lasciarsi persuadere dal Floris: e ringraziatolo della cortese offerta, gli diede per risposta, che più stimava egli la sua povertà, che la grandezza d’ogni altro: e così il Floris se ne tornò in Anversa, e Arnoldo se ne rimase in Leida, con gran disgusto del Floris, che avendo adocchiato in quest’artefice una gran facilità nell’inventare, con altre buone parti, aveva disegnato valersene, con utile, nelle sue grandi occasioni. Fu usanza di questo pittore, di non lavorar giammai il giorno di Lunedì: e in quel cambio andavasene all’osteria con tutti i suoi giovani, benché per altro e’ non fosse punto disordinato nel bere. Vi si trovava bene spesso anche fra settimana, e dopo cena con un certo suo strumento di fiato, chiamato la traversa, che egli si dilettava di sonare, fosse pure qual’ora si volesse, e l’aria scura quanto mai potesse essere, senza punto tornare a casa, dove anche in quell’ore era cattiva tornata, se ne andava suonando per la città: la quale usanza gli partorì molte disgrazie, ed in ultimo gli costò la vita. Due volte cadde nell’acqua, con pericolo d’annegarsi: e una notte da un briaco, che era anche suo amico e pittore, fu sfregiato nel viso. Occorse finalmente, che un giorno dopo desinare Arnoldo uscì di casa con un ricco cittadino di Leida, chiamato Quirinck Claesz, per andare a riscuotere certi danari di un bel quadro, in cui egli aveva rappresentato la sentenza di Salomone: e fece tanto tardi, che gli convenne tornarsene assai di notte. Nel camminare a quel grande scuro, fu sopraggiunto da stimolo di corporali necessità; onde egli cavatasi la giubba, la posò sopra un muro d’un fosso, chiamato Vollers Graft, e poco da lungi soddisfece al bisogno. Volle poi, per quanto si comprese, andare a ripigliar la sua giubba, ma per la grande oscurità, prese la strada verso una certa apertura di un muro, che faceva sponda al fosso: e volendo andar più avanti, cadde nell’acqua, dove miseramente morì affogato: e ciò fu l’anno 1564 della sua età sessantasesimosesto. Il nominato quadro del Giudizio di Salomone, per quanto ne lasciò scritto il Vanmander, ancora si ritrovava in Delft l’anno 1604.

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FRANCESCO DI FRANCESCO FLORIS
PITTORE D’ANVERSA

Discepolo di Francesco Floris, fioriva nel 1570.

Nacque questo Pittore in Anversa, di Francesco Floris, Pittore celebratissimo in quelle parti, il quale, come abbiamo nelle Notizie della vita di lui accennato, operò con tanto valore, che fu chiamato il Raffaello della Fiandra. Quegli però ,del quale ora parliamo, che è Francesco suo figliuolo, che stette a Roma: e poi tornatosene in patria, operò con assai minor lode di quello, che il padre fatto aveva; merita contuttociò, che sia fatta alcuna memoria di lui, come quegli, che ebbe questa fortuna, forse sopra ogni altro pittore de’ suoi tempi, che dalla sua scuola uscissero moltissimi pittori di gran nome, che si sparsero poi per l’Europa, e fecero grandi opere. Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che scrisse in suo idioma, racconta avere avuto alcune volte discorso con un discepolo di questo pittore, che si chiamò Francesco Menton di Alckmaer: e gli domandò della cagione, perché un maestro di non eccedente abilità, avesse potuto fare sì grand’ uomini nella sua scuola; ciocché appena addiviene a quelli di primo grido: al che rispose Francesco: La cagione, dico, essere stata, perché il Floris avendo da fare continuamente grandissimi lavori, disegnato ch’egli aveva il suo pensiero, lasciava poi fare a loro; ordinando ad essi, che si valessero delle tali e tali arie di teste, con che i giovani prendevano ardire, e tanto s’industriavano, che conducevano le cose bene, e si facevano pratici nell’arte. Dice ancora lo stesso Vanmander, che discorrendo col medesimo Menton, fecero il conto di quanti scolari erano usciti dalla sua scuola, e per quello, che allora sovvenne loro, ne contarono fino al numero di centoventi. Uno di questi fu un vecchio di Ghaent, chiamato BENIAMYN di GHAENT, che nacque nel 1520 e ancor viveva del 1604 e fu nel suo tempo un gran coloritore, siccome mostrava una storia sopra la testata dell’Organo nella Chiesa di San Giovanni di Ghaent, la quale egli dipinse con disegno di Luca de Heere: e quest’artefice fece ancora molti ritratti dal naturale. Similmente fu suo discepolo CRISPIAEN VANDEN BROECKE d’Anversa, che fu ancora egli grande inventore, pratico nell’ignudo, e buonissimo architetto, l’opere del quale si vedevano in più luoghi appresso gli amatori dell’arte, e morì poi in Olanda. Fu anche suo discepolo un certo JOORIS DI GHAENT, che fu Pittore del Re di Spagna, e dipoi della Regina di Francia: MARTEN ET HENDRICK di Cleef, LUCAS DE HEERE, ANTONIS BLOCKLANDT, THOMAS DI ZIRIEKZEE, SIMONE d’Amsterdam, ISAAC CLAESTEN CLOECK, inventore e Pittore di Leiden, FRANSOYS MENTON [p. 353] d’Alckmaer soprannominato, che fu gran maestro, buon disegnatore e Intagliatore in rame, e faceva bene i ritratti al naturale: e questi pure fece grandi allievi. JEORGE BOBA, buon pittore e inventore: l’eccellentissimo FRANCESCO PURBUS di Bruges: JERON FRANCKEN di Herentals, che del 1604 abitava ancora in Parigi ne’ Borghi di San Germano, e fu un gran maestro, e ritrasse bene al naturale: un fratello del medesimo, cioè FRANS FRANCKEN, ancora esso gran pittore, che entrò nell’Accademia d’Anversa l’anno 1561 e morì in giovanile età: AMBROSIUS FRANCKEN, il terzo fratello, che in Anversa nell’ordinare le sue figure fu eccellente: JOOS DE BEER d’Utreckt, il quale abitava appresso il Provinciale del Vescovo di Tornai, e morì in Utreckt: HANS DE MAJER di Herentals: APERT FRANCEN di Delft, che non fece gran cose, ma fu buono ordinatore di figure, dipinse Baccanali, de’ quali faceva assai copie, e anche colorì al naturale: LOYS di Bruselles buon Pittore e sonator d’Arpe e di chitarra: THOMAS di Cocklen: un MUTOLO di Nimega: HANS DAELMANS d’Anversa: EVERT d’Amersfoort: HERMAN VANDERMAS, nato in Briel, che l’anno 1604 abitava in Delft. Questi dopo la morte del Floris andò a stare appresso Frans Francken, dove copiò il ritratto d’un Cavaliere di Croce bianca, di mano del Floris, in atto di tenere una mano sopra essa croce: sopra la quale Evert dipinse un ragnatelo colle gambe lunghe, e col suo sbattimento, e stava tuttavia operando. Arrivò il maestro, e veduto quell’animale, disse al giovane: Vedi quanto sono stimate le tue fatiche, che infine i ragnateli ti vengono a sporcare il lavoro: e col cappello fece gesto di cacciarlo via; vedendo poi, ch’egli era dipinto, si vergognò, e disse al giovine, che non lo cancellasse, ma lo lasciasse stare così: di che il giovane molto si gloriava, parendogli d’avere ingannato il proprio maestro. Fu anche scolaro del Floris HERMAN VANDERMAST, che partì alla volta di Parigi, dove stette due anni appresso l’Arcivescovo di Bourges, e vi dipinse un San Bastiano. Nello stesso quadro ritrasse una mula, e gran quantità d’erbe al naturale, delle quali alcune si vedevano essere state pestate co’ piedi, e molte furono conosciute dal Medico del Re pe’ nomi loro: a cagione della quale opera Ermanno fu domandato al Vescovo dallo stesso Re. Andò poi ad abitare da Monsieur de La Queste, Cavaliere dell’Ordine, Presidente e Procuratore Generale di quella Maestà, dove gli furono fatte gran carezze. Stettevi sette anni, quattro de’ quali in carica di Scudiere della moglie del suo padrone, che era una Dama della Regina, di quelle che là chiamavano Figlie della Regina: e andava per tutto in carrozza della medesima. Un giorno nell’andar egli alla Corte con quella Dama, in tempo di Carnovale mascherato, la Regina Madre, che molto amava la Dama e la virtù del Pittore, volendo onorarlo con grado di nobiltà, gli donò una Spada, la quale volle, che portasse sempre. Ciò fece la Regina mentre egli era mascherato; perché essendole stato chiesto da altri quell’onore, per non dare ad alcuno gelosia, volle mostrare d’aver data la spada al primo Cavaliere, che se le fosse presentato davanti in quell’allegria. Ma questa nuova onorevolezza del pittore fece [p. 354] sì, che egli affezionatosi alla Corte, perdè l’affetto al dipignere, e non tirò più avanti; che per altro sarebbe riuscito un gran maestro. DAMIAEN VANDERGAUDE fu anch’egli discepolo del Floris, e fu fatto Arciero del Re, una Guardia nobilissima, che guarda la persona di quella Maestà, di grandissima rendita: carriera, che per lo più usavan cavare da’ Soldati riformati. Uscirono ancora dalla scuola di Francesco, HIEROON VANVISSENACK, STEVEN CROONEMORG di Hage, e DIRCK VANDERLAEN d’Haerlem, il quale fu bravo nelle cose piccole: per avanti aveva avuta scuola da Marten di Clevia: e andatosene in Ispagna, molto vi crebbe in valore e in fama.

HANS BOL

PITTORE DI MALINES

Fioriva nel 1570.

Del mese di Dicembre dell’anno 1534 di molto onorata famiglia, nella città di Malines, nacque Hans Bol. Appena giunto all’età di quattordici anni, stimolato dal genio, si mise ad imparar l’arte del disegno appresso un ordinario maestro della sua patria. Stette con esso due anni, dopo i quali volle fare un viaggio a Heydelborg; e consumati altri due anni, fu di ritorno a Malines, dove non prese altri maestri; ma da per sé stesso andava disegnando e rappresentando belle vedute di paesi, con che s’acquistò una bella e molto allegra maniera. In Ghaent, in casa di Gio. Vanmander, cugino di Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, che queste cose nel suo linguaggio ci lasciò scritto, era di mano d’Hans Bol una gran tela a guazzo, nella quale egli aveva rappresentato la favola di Dedalo e Icaro, volanti per aria: dove si vedeva sorgere un masso in mezzo all’acque, in cui era una grotta, e sopra al masso figurato un bel castello, con diversi alberi; e il tutto faceva riflesso nell’acqua, con tanta naturalezza e verità, che più non si poteva fare: vedevansi anche galleggiare sopra le acque le penne, che andavano cadendo dall’ali disfatte dell’infelice Icaro. Nella prima veduta di questo vaghissimo paese era un pastore co’ suoi armenti, ed un contadino, che arava un campo, condotto molto artificiosamente. Altri molti e belli paesi fece egli nella sua patria, dove l’opere sue furono assai stimate, e da’ mercanti cercate e pagate a gran prezzi. Occorse poi l’anno 1572 che quella città fu saccheggiata dagli’Imperiali, e a lui toccò perdere ogni suo avere; onde se ne fuggì ad Anversa quasi ignudo: ricco però della [p. 355] sua virtù, a cagione della quale vi fu onoratamente ricevuto da un tal Van Belle e Antonis Covureur, che lo rivestirono, e gli fecero molte carezze. In questa città fece egli un libro di diversi pesci ed altri animali al naturale, che il Vanmander afferma fosse cosa meravigliosa; ma gli convenne abbandonare il dipigner paesi in tela, per essersi accorto, che i paesani di quella città gli compravano e copiavano, e le copie vendevano per sue. In quel cambio si mise a fare paesi con istorie, nelle quali gli parve esser più sicuro da simile inganno. Avvicinandosi l’anno 1584 per levarsi dall’imminente pericolo de’ tumulti, lasciata Anversa, se n’andò a Berghen-opsoom, e di là a Dort, dove due anni si trattenne: quindi se ne passò a Delft, e di lì ad Amsterdam, dove dipinse la città dalla parte di mare colla gran copia delle sue navi, ed anche dalla parte di terra, con bellissime vedute di villaggi: e fece molte altre opere, colle quali guadagnò gran danari. Appresso di Jaques Razet era un Crocifisso grande, con gran copia di figure e cavalli in un bellissimo paese, opera di ricca invenzione e diligentemente finita. E in somma le pitture di quest’artefice vi furono in tanto credito, che del continuo si vedevano uscir fuori in stampa. Seguì la di lui morte nella stessa città d’Amsterdam, l’anno 1593 a’ 20 di Novembre. Non lasciò figliuoli; ma sibbene restò alla moglie un figliuolo, nato del suo primo matrimonio, che si chiamò Boels, che fu discepolo di Bol. Questi ancora fece bellissimi paesi: e morì pochi anni dopo il suo patrigno e maestro. Ebbe ancora Gans Bol un altro discepolo, chiamato JACQUES SAVERII di Cortray, che fu il migliore, che uscisse dalla sua scuola: operò bene e con diligenza. Si morì di peste l’anno 1603 in Amsterdam, lasciando un suo fratello e discepolo, chiamato ROELANDT SAVERII, che non fu nell’operar suo punto inferiore al fratello. Il ritratto d’Hans Bol si vede in istampa, fatto dal Goltzio, il quale, come attesta il Vanmander, riuscì somigliantissimo.

IL FINE

[p. 357]

INDICE

DELLE COSE

PIÙ NOTABILI

A

Aertgen di Leiden Pittore. Opere sue, e quasi sempre fece quadri di devozione 348.

Agnolo di Donnino, e sue opere 120.

Agostino della Robbia 67.

Alberto Duro Pittore, Scultore, Architetto, e Intagliatore 161. Sue opere in intaglio 163. Sue pitture 165. Morte del medesimo 167. Qualità personali 168. Lodava e non biasimava mai l'opere degli altri 169.

Alberto Ouvvater, cioè dell’Acqua, Pittore 114.

Aldegraef Intagliatore e Pittore 307.

Alessandro Filipepi, detto Sandro Botticelli, e sue opere 137.

Alesso Baldovinetti Pittore 63. Errore del Vasari intorno al suo nascimento. Fu discepolo di Paolo Uccello 87.

Altare d’Argento e Candellieri di San Giovanni, da chi fatti 116.

Altobello Inclone Pittore 199.

Amico Aspertino. Sfuggiva l’imitazione di Raffaello. Fu uomo stravagantissimo 233.

Andrea del Bresciano 227.

Andrea dal Castagno fu discepolo di Masaccio 91. Opere sue a fresco, demolite per ignoranza di chi le fece distruggere 92. Misfatto enorme, fatto da Andrea poco avanti la morte 94.

Andrea Contucci Scultore assiste alla restaurazione della Santa Casa 292.

Andrea Feltrini 287.

Andrea Luigi Pittore 185.

Andrea della Robbia Scultore 130. Sua norte e sepoltura. Suo ritratto bellissimo da Andrea del Sarto nel piccolo chiostro della Santissima Nunziata 131. Sua genealogia e descendenza 132.

Andrea Morenello 232.

Andrea del Sarto 201. Va in Francia 204. Sue opere. Vedi per tutto il disteso di sua vita. Ultima sua opera. Sua morte 206.

Andrea del Verrocchio Pittore e Scultore e Architetto. Fu scolare di Donatello 118. Operò anche in pittura, e sue opere. Abbandona la pittura, e si dà alla scultura e al getto, e perché. Fu l’inventore di gettare le cose natural, per potersele meglio studiare. Sua morte 119.

Angiolo Poliziano e suo componimento nel chiostro di S. Maria Novella 63.

Ans di Bruges Pittore 115.

Ansano di Piero da Siena Pittore 98.

Anselmo Cammei 329.

Antonio del Cerajolo 264.

Antonio Filarete. Fu grande Scultore, e fece molte opere, e fu gentilissimo e modestissimo 40.

Antonio Gamberelli, detto Antonio Rossellino, e sue opere 39.

Antonio del Pollajuolo Pittore, Scultore e Architetto. Fu prima valoroso orefice. Lavorò molto sopra l’Altare [p. 358] d’argento di San Giovanni. Fece molte altre opere d’oro e d’argento, tra le quali i candellieri grandi di argento pel medesimo Altare 116. Attese poi allá pittura, e superò Pietro suo maestro. Sue opere. Fece il San Cristofano nella facciata della Chiesa di S. Miniato fra le Torri 117. Morì in Roma, e sua sepoltura 118.

Anton Semino Pittore 219.

Anton Semino 231.

Arme di Leone X sul canto di via de’ Servi sopra le case de’ Pucci 147.

B

Baccio da Montelupo, ed è il soprannome di Bartolommeo Lupi 146. Sue opere. Fece molti Crocifissi 147.

Il Bagnacavallo. Vedi come sopra. Sue opere 328. Autori, che hanno scritto di questo pittore 329.

Baldassar Peruzzi 244. Suoi infortunj e disgrazie. Fece il ritratto di Borbone, saccheggiatore di Roma. Sua morte e sepoltura 246.

Barent Pittore 192.

Fra Bartolommeo, detto fra Carnovale. Fu maestro di Bramante Architetto 265.

Fra Bartolommeo di San Marco Pittore. Fu chiamato Baccio dalla Porta, e perché. Studia sotto Cosimo Rosselli. Fu per qualche tempo compagno dell’Albertinelli 148. Si fa Domenicano, illuminato dalle prediche del Savonarola 140. Sue opere 150.

Bartolommeo di Donato Pittore 68.

Bartolommeo Raminghi, detto il Bagnacavallo 327.

Base della statua di Donatello, rappresentante un David di bronzo, che stà in Gallera 41.

Bassirilievi del Campanile di Santa Maria del Fiore 65.

Bassirilievi di marmo della Cappella del Santissimo Sagramento nella Chiesa di San Lorenzo 41.

Benozzo Gozzoli Pittor Fiorentino 89. Iscrizione sepolcrale 90.

Benvenuto Cellini e sue lodi 267. Sue opere fatte in Francia. Suo vago racconto di dette opere 269.

Bernardino Gatti, detto il Sojaro. Fu allievo del Correggio 294.

Bernardino Ricca, detto il Ricco 231.

Bertoldo Fiorentino 41.

Bernardo Pinturicchio Pittore. Fu uomo stravagantissimo 217.

Bernardo Van-Orlai Pittore 225.

Boccaccino Boccacci Pittore 220. e 199.

Bonifazio e Francesco Bembi 199.

Byckaert Aertsz Pittore 218.

Il Brusasorci 320.

C

Il Capanna 227.

Capitani a caballo dipinti in Duomo, e da chi 43.

Cappella de’ Brancacci del Carmine 81.

Carel d’Ypeyr Pittore 338. Fu molto iracondo. Prende molta malinconia per alcune parole dettegli per ischerzo. Si ferisce nel petto da sé 339. E in pochi giorni se ne muore 340.

Carletto Caliari Pittore 347.

Carri per la festa di San Giovanni di Firenze, dipinti da Andrea del Sarto 204.

Carte sporchissime intagliate e pubblicate 188.

Cassoni dipinti per arredi di spose 64.

[p. 359] Santa Caterina de’ Vigri, detta da Bologna, e sua vita 114. Nacque di genitori ferraresi. Sua nascita prevenuta da visioni e segni mirabili. Attese alla pittura appresso Lippo Dalmasi 112. Fece molte belle Miniature. Operò per essa il Signore molti prodigi in vita e in morte 113.

Cavalli e loro moto, come stà 60.

Cavallo di bronzo di Gattamelata in Padova 38.

Cenacolo d’Andrea del Sarto nel Convento delle Monache di S. Salvi 203.

Cefare Sesto Pittore 330. Sue opere 331.

Chiesa di San Michele in Palchetto, o delle Trombe, detta S. Elisabetta 3.

Chiesa e Coro di San Marco di Firenze variata dal primo essere. Vedi la Nota 47.

Chiesa della Santa Casa di Loreto restaurata e come 292.
Claes Rogier 305.

Colonna del Tempio di S. Giovanni 37.

Colonna di Mercato vecchio 37.

Colorire a olio chi l’inventasse, e chi lo portasse in Italia 26. e 27.

Colossi di mattone e stucco, posti intorno alla Cupola del Duomo di Firenze, di Donatello 38.

Conventi e Monasterj distrutti per l’assedio di Firenze 202. e 205.

Cornelis Engelbrecktez Pittore di Leida, e sue opere. Ritrovò l’invenzione di colorire a olio già perduta 142. Fu maestro di Luca d’Olanda 143.

Cornelis di Cornelis Kunst 220.

Cornelis Molenar Pittore 340.

Cosimo Rosselli e sue opere 109. Suoi discepoli 100.

Cristofano, detto il Moretto 198.

Il Crocchia Pittore 235.

Crocifisso della Cappella della Santissima Nunziata 43.

D

Damiamo Belcaro Scultore 133.

Delitto gravissimo commesso da un empio giuocatore 338.
Descrizione della venuta in Italia de’ Goti 72.

Desiderio Scultore. Sue opere, e sua morte 91.

Domenico Bartoli Pittore Senese e sua notizia 86.

Domenico Beccafumi. Fu pastore di armenti 196. Sue opere 197.

Domenico del Grillandajo. Etimologia del suo casato. Sue opere 134.

Domenico Riccio, detto il Brusasorci 320.

Donato, detto Donatello, e sue notizie. Restauratore della Scultura. Restituì il buon uso de’ Bassirilievi, già perduto 35. Statue del Campanile del Duomo di Firenze bellissime di sua mano. Opere sue famose 36. Opere fatte in San Lorenzo 37. Operò per tutta l’Italia. Non era affezionato al danaro, e tenevalo sempre in una sporta attaccata al palco. Ridona un podere, solo che aveva, a Piero de’ Medici, per liberarsi dall’avere a trattare co’ contadini. È corrisposto con molta generosità da detto Piero con un’entrata di danari contante 38. Astuzie di Donatello per confondere alcuni, che biasimavano una sua statua. Discepoli di Donatello. Morte di Donatello 39.

F

Facciata della Chiesa del Gesù disegno del Vignola 324.
[p. 360] Fatti miracolosi, accaduti per zelo di giustizia 145.

Il Fattore Pittore 240.

Figure di terracotta dello Spedale degl’Innocenti e de’ Convalescenti 131.

Fra Filippo di Tommaso Lippi 100. Varietà del Vasari nel formare la di lui nascita 101. Si vestì Frate del Carmine 102. Lascia l’abito di età di 17 anni; e messosi in mare per suo spasso, fu fatto schiavo de’ Barbareschi, e stette 17 mesi in catena, e come poi riscattòsi. Sue molte opere. Sua cattiva morte 103.

Fonte di Palazzo vecchio 119.

Francesco di Francesco Floris Pittore 350. I suoi scolari furono sopra cento 351.

Francesco Francia Pittore 155. Fu amicissimo di Raffaello, e mandogli il suo ritratto 156.

Francesco Fiorentino Pittore 95.

Francesco Granacci Pittore. Fu molto stimato da Michelagnolo 212. Sua morte 213.

Francesco Martini Scultore 106.

Francesco Melzo Milanese, Miniatore 157.

Francesco, detto Pesello 120. Colorì molti cassoni di battaglie, d’animali e d’altro all’usanza de’ suoi tempi 121.

Abate Francesco Primaticcio. Fu mandato in Francia a Francesco II 266.

Francesco di Simone Scultore 139.

Francesco Torbido, detto il Moro 286.

Francesco d’Ubertino, detto il Bacchiacca 290.

Il Franciabigio 235.

Frans Crebbe 305.

Frans Floris Pittore 342. Sue opere 343. Fu velocissimo nell’operare 343. Qualità detestabili della sua moglie 344. Come sia burlata dal cognato. Si diede a bere esorbitantemente, e quello che dicevasi pubblicamente di lui a questo conto 344. Bevute straordinarie e incredibili. Morte del medesimo 345.

Frans Minnerbroes 304.

Frans Verbeech 304.

G

Galeazzo Campi 230.

Galeazzo Pisenti, detto il Sabionetta 330.

Galeazzo Rivello, detto Barba 198.

Gaudenzio Pittore 194.

Geertgen di Sant’Jans, cioè Giorgio di San Giovanni Pittore 154.

Gentile da Fabriano pittore 104.

Giacomo Pampurino 200.

Gio. Anton Beltraffo Pittore 213.

Giovacchino Patener pittore 222.

Gio. Antonio Razzi. Sua patria incerta 228. Fu trascurato e negligente nella sua professione. Sue opere. Morì allo spedale mendico 229.

Gio. Battista Mantovano 333.

Gio. Francesco Caroti pittore 184.

Gio. Francesco Penni, detto il Fattore 240.

Gio. Francesco Rustici 140. Fu uomo senza interesse e limosiniere, né teneva alcun conto del danaro 140. Atto, generoso fatto a favore d’un povero 141.

Gio. Maria Chiodarolo 280.

Gio. Van Calcker, detto Gio. Fiammingo 334.

Giovanni Bellini Pittore, sue opere 124.

Giovanni Cambioso 263.

Giovanni Caroti 186.

Giovanni Holbeen pittore 313. Fu mandato da Erasmo Roterodamo in Inghilterra appresso a Tommaso Moro. Sue molte opere e ritratti 314. Gran disgrazia seguitagli nella città di Londra. Fu grande amico e confidente [p. 361] del Re Enrico VIII, e fece il suo ritratto 315. Quadri di sua mano nella Tribuna della Galleria del Granduca di Toscana, bellissimi, e sua descrizione 317. Altre opere e ritratti in varj luoghi 319. Ritratto suo, e di sua mano vedesi nella stanza de’ Ritratti de’ Pittori nella detta Galleria 318.

Giovanni Nani da Udine 278.

Gio. Niccola 237.

Giovanni Spagnuolo, detto lo Spagna 278.

B. Fra Giovanni da Fiesole, detto Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori, e sue notizie 42. Capitolo di San Marco dipinto dal medesimo, e molte altre immagini sacre 44. Fu Miniatore eccellente. Semplicità del medesimo. Dipinse sempre immagini sacre 46. Rifiutò l’Arcivescovado di Firenze, e propose in luogo suo S. Antonino 47. Morte di esso, e suo Epitaffio. Ebbe un fratello della medesima Religione, uomo di santa vita, e gran Miniatore. Dalla scuola del P. Gio. venne poi quella di Tiziano 47.
Giovanni di Paolo da Siena pittore 98.

Giovanni della Robbia 131.

Giovanni de’ Santi, padre di Raffaello da Urbino, Pittore, e sue opere 171.

Giovanni, detto l’Olandese 312.

Giovanni e Uberto Eyck fratelli 24. Dipignevano con colla e chiara d’uovo in vece d’olio, di cui ancora non era ritrovata l’invenzione. Inventò il colorire a olio 26. Non volle più esser veduto dipingere 27. Fu Consigliere segreto del Conte di Borgogna. Fece molte opere per l’Italia. Morte d’ambedue 28. Fecero molti allievi. Pittori, che fiorirono nella Germania alta, e nei Paesi Bassi dopo la mancanza di Giovanni e Uberto 29.

Girolamo da Codignola 280.

Girolamo Genga pittore 214.

Girolamo Lombardo 291. Sue opere 293.

Giulio Campi e sue opere 296.

Giulio Caporali 289.

Giulio Raibolini 190.

Giulio Romano e sue opere 238.

Grecia inventrice delle favole e falsi avvenimenti 71.

H

Hans Bol Pittore 353.

Hens Hoghenbergh 303.

Hans Kaynot 305.

Hendrick di Cleef 302.

Hezzi de Bles 224.

I

Jacob Corneliz Pittore 190.

Jacomone da Faenza 241.

Jacopo Barozzi da Vignuola, detto il Vignuola 321. Nasce nel Milanese, nella Terra chiamata Vignuola. Suoi viaggi in Francia 322. Sue opere in Bologna e altrove 323. Sua morte. Lasciò un figliuolo, chiamato Giacinto, anch’egli grande Architetto. Lettera scritta dal figliuolo Giacinto al Padre Ignazio Danti 326.

Jacopo Cozzerelli 106.

Jacopo Pachierotti 227.

Jacopo Razzet 242.

Jacopo Tagliacarne 263.

Frate Jacopo da Turrita Francescano, e sue opere 88.

Jacques Grimmaer Pittore 340.

Jan Cornelisz Vermein Pittore 248.

Jan di Mabuse Pittore 250. Fu uomo stravagante nel suo trattamento,
e [p. 362] accidente seguito ad esso 251.

Jan Mostaert Pittore 305. Fu valoroso Ritrattista. Sue buone qualità e opere 306.

Jan Scorel Pittore 253. Viaggi suoi curiosi, e opere e disegni fatti nello stesso tempo. Dipinse in Gerusalemme molti luoghi santi, e lasciò ivi molti quadri suoi 255. Altre sue opere 256. Fu regalato da Gustavo Re di Svezia, a cui aveva mandato un bel quadro. Ebbe molte doti e ornamenti virtuosi, e fu letterato 257.

Jan Svvart pittore di Frisia. Suoi discepoli 252.

Jeronimo Bos e Compagni 242.

Intagli in rame oscenissimi, fatti da Giulio Romano, e da Marc’Antonio Raimondi, proibiti 188.

Invenzione del colorire a olio chi la trovasse 142.

Ivos di Cleef, detto il Pazzo. Perché fosse detto Pazzo 215. Vanità e pazzia sua 216.

L

Lambert Lombardus 303.

Lazzaro Calvi 247.

Libri Corali, miniati dal B. Fra Gio. Angelico 46.

Libro dell’Evangelio di San Giovanni, conservasi nella Cappella di Palazzo Vecchio 57.

Lippo Dalmasi. Fu discepolo di Vitale. Apprese il nome di Filippo delle Madonne per le molte che ne faceva 31. Quello che dice il Malvasia delle Madonne di Lippo. Quello che dicesse Guido Reni, e quale fosse il suo parere. Preparazione, che faceva Lippo quando doveva dipingere una madonna, pel rispetto che le portava. Reflessione dell’Autore intorno alla pietà, che dovrebbe usare un pittore nel fare tali immagini. Poi si fa Religioso 32. Scrittori intorno ai fatti di Lippo. Immagini e altre pitture fatte da Lippo 33.

Lodovico Jans Vandembus 242.

Lorenzo Ghiberti. Si chiama anche Nencio di Bartoluccio 1. Errori presi dal Vasari circa la vita di questo grand’uomo. Persone della famiglia di Lorenzo, che hanno goduto 2. Sepoltura e case della sua Famiglia 2. e 3. Fa da principio la professione del pittore, e fece una tavola a Rimini. Maestri, che fecero i modelli delle porte di San Giovanni. Prezzo di dette porte. Fa la prima porta 5. Statua di San Giovambatista d’Orsanmichele. Fece molte statue e getti di bronzo. Operò anche di musaico. Statua di San Matteo 6. Strumento dell’allogagione della detta statua 7. Statua di Santo Stefano d’Orsanmichele 11. Gli sono allogate le pitture degli occhi della Cupola di Santa Maria del Fiore 12. Fece molte belle cose pel Pontefice Eugenio IV. Fa la terza porta di San Giovanni, bellissima. Si leva la porta d’Andrea Pisano, e vi si mette la sua. Lode di Michelagnolo Buonarroti di dette porte. Impiega nella fattura di queste porte Lorenzo anni quaranta 15. Fu dato per compagno al Brunellesco nella fabbrica della Cupola 18. Accusa data a Lorenzo per via di tamburazione 20. Ebbe un figliuolo, chiamato Vittorio, che terminò l’ornato delle porte di San Giovanni: non Bonaccorso, come dice il Vasari 22. Morte di Lorenzo 21.

[p. 363] Fra Lorenzo Mereno 232.

Lorenzo Vecchietti 289.

Luca Cornelisz de Kocck 221.

Luca Gassel pittore 309.

Luca di Leida pittore e scultore 177. Fece molte opere in disegno di età di dodici anni 178. Gara di Luca e di Alberto nell’intagliare in rame 179. Viaggi di Luca. Infermità e morte 183.

Luca della Robbia scultore. Discepolo di Lorenzo Ghiberti. Fu inventore delle figure in terra invetriate e colorite 65. Sue opere 66. Sua famiglia. Sua morte non si sa in che tempo seguisse 67.

M

Marc’Antonio Francia Bigi, detto Franciabigio 235.
Marc’Antonio Raimondi, detto de Franzi 187. Contraffece le stampe d’Alberto Duro colla di lui cifra, e gli fu proibito 188. È fatto prigione per cagione di alcune carte sporchissime, intagliate da lui. Sua morte 189.

Marco del Moro 332.

Marco da Siena 312.

Marco Uglon o Uggioni 186.

Marten di Cleef 302.

Marten Hemskerck pittore 258. Fu vile di nascita, e per non seguitare l’arte vile del padre, trovato un presto ingegnoso, se la batte per attendere al disegno. Sue opere in varj luoghi 259. Fu intagliatore in rame. Fu grandissimo limosiniere 261. Descrizione del sepolcro ordinato da lui. Fu uomo di grandissimo timore 262.

Masaccio e sua vita 70. Fu restauratore della pittura, dopo il naufragio di essa, e dopo Cimabue e Giotto 71. Nascite del medesimo. Suo maestro 77.
Sbaglio del Vasari circa al natale di Masaccio 78. Sue opere 79. Fu autore dello scorcio delle figure, e del posare in faccia, e in iscorcio de’ piedi di esse 81. Opera di Masaccio, fatta nel chiostro del Carmine, bellissima, fatta perire villanamente 82. Dalle sue opere hanno studiato i primi professori del mondo. Sua morte improvvisa e immatura. Fu sepolto nel Carmine 83. Sua descendenza 84. Epigramma in sua lode 85. Nota dell’Autore circa alla sua Famiglia 86.

Maso Finiguerra Scultore 107.

Maso Pappacello 187.

Matteo Civitali scultore 99.

Melozzo da Forlì pittore. Vedi nella vita di Benozzo 89.
Michel’Angiolo Scultore Schiavone 307.

Michel Cocxie 301.

N

Nanni d’Anton di Banco e sue notizie. Statua di San Filippo fatta da lui, e stimata da Donatello, e come 49. Fece le quattro statue per una nicchia sola della facciata di Orsanmichele, le quali non entrando nella detta nicchia, come fosse rimediato. Fece la statua di Santo Lo in detto luogo 50. Errore del Vasari intorno ad un’opera di Nanni, esistente sopra una porta del Duomo 50.

Neri di Lorenzo di Bicci 52. Sue opere 53.

Niccolò Corso 232.

Niccolò de’ Pericoli, detto il Tribolo 292.

Niccolò Soggi.

O

L’Olandese 311.

P

Palazzo di Caprarola di casa Farnese, opera del Vignuola 323.

Palazzo de’ Pandolfini in via di San Gallo di Firenze 175.

Palla della Cupola del Duomo gettata dal Verrocchio. Peso e misura di detta Palla, nodo, croce, e polo di ferro di essa 119.

Volumi delle Pandette Fiorentine, e sua storia 54.

Pantasileo Calvi 248.

Paolo Uccello e sue notizie. Fu il primo, che megliorasse l’antica maniera 57. Pitture sue in Duomo 58. Sue diverse opere. Donde si chiami Paolo Uccello. Dipinse nel Chiostro di Santa Maria Novella 62. Fu il primo pittore di paesi 63. Fu miniatore di molte cose di prospettive. A cagione di queste trascurò la pittura. Fu inventore degli svolazzi de’ panni nelle figure. Morte di Paolo. Fu molto semplice, e senza letteratura. Pittura della volta de’ Peruzzi, con un grande errore di erudizione 64. Porta della Sagrestia del Duomo di bronzo 65.

Parri Spinelli e sua vita 34. Fu buon coloritore a tempera e a fresco. Dipinse molto in Arezzo.

Il Pastorino da Siena pittore in vetro 346.

Pellegrino da Modena 195.

Pergamo di Prato, ove si mostra la Sacra Cintola 38.

Pestilenze varie di Milano 331.

Piero di Cosimo pittore 126. Fu eccellente in fare stravaganti figure d’animali e uomini. Era malinconichissimo e strano in ogni sua azione 127. Era stravagantissimo nel proprio trattamento. Il suo familiare maneggiamento quale fosse. In tutte le cose era contrario al costume degli altri uomini. Aveva grande invidia a coloro, che muojono per mano della giustizia, e perché. Stimava molto, e desiderava morire di morte subitanea, e perché. Altre sue stravaganze. Aveva gusto grandissimo nel veder piovere dirottamente, purché non venissero tuoni, de’ quali aveva una grandissima paura. Essendo ottagenario come dipingesse 128. Morì miseramente solo, e di caduta da una scala appiè della quale fu ritrovato 129.

Pieter Aerfen, detto Pietro Lungo 298. Ebbe molto genio e abilità nel dipignere cucine con tutti i loro arnesi. Sue opere spezzate e rotte, e perché 299. Ebbe tre figliuoli, che furono anch’essi pittori 300.

Pieter Brueghel Pittore 335. Disegnava tutte le vedute, che in viaggiando se gli presentavano davanti, donde ne derivò un proverbio sopra di lui. Si dilettava di cose allegre, e particolarmente de’ balli e feste contadinesche. Lasciò di pigliare per moglie una serva sua, non ostante averglielo promesso, e perché 336. Sue opere d’innumerabili figurine 337.

Pietro Perugino Pittore, e sue opere 125.

Pietro Riccio 129.

Pietro Koeck pittore 310.

Pittori, che operarono nella gran chiesa di S. Petronio di Bologna, nella Cappella della Madonna della Pace 328.
Pittori Genovesi 231.

La Pittura posta in gran pregio, e poi molto decaduta, e suo racconto 72.

[p. 365] Pitture d’Andrea del Sarto della Compagnia dello Scalzo. Pitture del chiostro piccolo della Chiesa della Santissima Nunziata 202. Pittura a fresco della Vergine, posta sopra la porta del chiostro, che entra in Chiesa 205.

Polvere d’archibuso, da chi e quando sia stata inventata 27.

Porte della Sagrestia del Duomo di Firenze 37.

Prete da Urbino 242.

Il Primaticcio 266.

Pulidoro da Caravaggio 281.

Q

Quintino Messis Pittore 208. Sua nascita e famiglia. Fece fino all’età di anni venti la professione del ferrajo. Adorna di ferro un pozzo con somma diligenza e disegno. Principio del suo dipignere 209. Avanzamento nella pittura di lui, e causa curiosa di esso. Sue opere 210. Sua morte 211.

R

Raffaello da Urbino 171. Viene a Firenze. Regala a Taddeo Taddei, Gentiluomo Fiorentino, de’ suoi be’ quadri. Ritorna a Urbino. Ritorna a Firenze, e studia sopra l’opere di Michelagnolo e di Lionardo, e fa grande amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco 172. Dipigne in Perugia una Cappella a casa Baglioni. Ritorna a Firenze, e dipigne per la famiglia de’ Dei. È chiamato a Roma, e dipigne per Giulio II le tanto famose stanze. Sbaglio preso dal Vasari circa alla pittura della Signatura. Ammira l’opere di Michelagnolo, e da esse impara l’ottima sua maniera. Si riprende un autore, che impugna ciò 173. Prende il buon colorito da Fra Bartolommeo di San Marco. Opere sue bellissime. Lode dell’autore, di Raffaello 174. Qualità personali di lui, rarissime 176.

Ritratto d’Andrea della Robbia, fatto da Andrea del Sarto 203.

Ritratto di S. Antonino del Capitolo de’ Padri di San Marco, come sia stato fatto 44.

Ritratto di Dello Pittore Fiorentino, nel chiostro di S. Maria Novella 64.

Ritratto di marmo d’Andrea del Sarto nel chiostro della Santissima Annunziata 206. e 207.

Ritratto di Tommaso Moro, di mano di Gio. Hoobeen in Roma 319.

Ryckaert Aesrtz 218.

Rogier Vandervveyde Pittore 144. Miracolo, che si racconta nella vita di questo pittore. Sue opere molto stimate. Sua morte. Lasciò giusto il suo a’ poveri 145.
Ruggiero di Bruggia Pittore 153.

S

Sandro Botticelli, detto Alessandro Filipepi 137.

Scrittori sopra la vita e santità del B. Fra Giovanni Angelico domenicano 46.

Sepolcro della Beata Villana in Santa Maria Novella 41.

Sepolcro di Carlo Marsuppini in Santa Croce 41.

Sepoltura in Santa Croce di Francesca Nori 39.

[p. 366] Sepoltura nella chiesa di San Miniato del Cardinale di Portogallo 39.

Sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici in San Lorenzo, bellissima 119.

Fra Simone da Corniolo 232.

Simone fratello di Donatello scultore 105.

Il Sodoma Pittore 228.

Lo Spagna 278.

Statua di S. Basti della Pieve d’Empoli 39.

Statua di S. Filippo d’Orsanmichele 49.

Statua di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga del Signore, nella facciata d’Orsanmichele 119.

Statua di San Giovanni Evangelista di Orsanmichele 147.

Statua di Santo Lò d’Orsanmichele 59.

Statua di San Gio. Battista d’Orsanmichele 6.

Statua di San Matteo di detta Chiesa 6.

Statue di Donatello in più luoghi di Firenze 35. e 36.

Statue de’ quattro Santi d’Orsanmich. 49

Statue poste sopra la porta di San Giovanni, rappresentanti San Giovambatista predicante in mezzo a due figure 140.

T

Tabernacolo d’Andrea del Sarto dallo sdrucciolo d'Orsanmichele 203.

Tabernacolo d’Andrea fuori della porta a Pinti 205.

Tabernacolo della Pietà nella Cappella degli Albizzi allato alla Chiesa di San Pier Maggiore 125.

Tabernacolo in testa di via dell’Ariento, di Luca della Robbia 66.

Tamburazione solita farsi anticamente in Firenze, che cosa sia, e come si facesse.

Tavola di Maria Vergine dell’Udienza de’ Consoli dell’Arte de’ Linajuoli, di che sia 43.

Tavola di San Bastiano nella Cappella de’ Pucci della Santiss. Annunziata 117.

Tavola nella Cappella de’ Capponi nella Chiesa di Santo Spirito 127.

Tavola della Sala del Consiglio di Palazzo Vecchio 136.
Tavola delle Monache di Luco in Mugello 205.

Tavole del Convento distrutto fuori della Porta a San Gallo, venute in potere de’ Serenissimi di Toscana, e poste in Galleria, d’Andrea del Sarto 202.

Tavole della Chiesa di Santa Chiara di Firenze 125.

Tempio di San Giovanni di Firenze, e suo principio 36. e 37.

Teodoro Direck Pittore d’Haerlem 123.

Testa del Salvatore dell’Altare della Santissima Nunziata 204.

Timoteo della Vite Pittore 151.

Timoteo di S. Antonino della famiglia de’ Bottigli dell’Ord. de’ Predicatori 45.

V

Valerio Zuccheri Pittore di musaico 332.

Uberto Eych, fratello di Giovanni. Vedi Giovanni 24.
Vetri degli occhi della Cupola a chi si dessero a fare 12.
Ugo de Goes Pittore 152.

Il Vignuola 321.

Vincent Geldersman 304.

Vincenzio Zuccheri 333.

Volta de’ Peruzzi, dipinta da Paolo Uccello 64.

Willem di Key Pittore 308.

Willem di Cleef 303.

Z

Zanobi di Benedetto Strozzi Pittore Fiorentino e sue opere 96.

Zanobi di Poggino.

[p. 367]

APPROVAZIONI

Il Molto Reverendo Sig. Dottore Luca Giuseppe Cerracchini si compiacerà colla solita sua attenzione di leggere il presente Tomo delle Vite de’ Pittori, descritte dal Sig. Filippo Baldinucci: e riferisca se in esso vi sia cosa alcuna, che possa impedire lo stamparsi.

Dato dall’Arcivescovado di Firenze il dì 27 Settembre 1725.

Orazio Mazzei Vicario Generale.

Illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Vicario Generale.
Ho obbedito agli stimatissimi comandi di V.S. Illustriss. e Reverendiss. in rivedendo il presente Tomo delle Vite de’ Pittori, nel quale con tutta soddisfazione dell’animo mio ho ammirato la profonda erudizione del chiarissimo suo Autore, accompagnata da infinite notizie, alle nobili Professioni della Pittura, della Scultura e dell’Architettura appartenenti; onde, pel pubblico bene, e per ornamento degli uomini eruditi, lo giudico degno delle stampe.

Di Casa li 12 Novembre 1725.

Di V.S. Illustriss. e Reverendiss.

Umiliss. Devotiss. Servo
Luca Giuseppe Cerracchini
D. di S.T. nell’Univ. Fior.

Stante la sopraddetta relazione, si stampi
Orazio Mazzei, Vic. Gener.

D’Ordine e Commissione del Reverendiss. P.M. Conti da Bergamo Inquisit. Gen. del S. Ufizio di Firenze, si compiacerà il M.R. Sig. D. Ant. Maria Biscioni leggere il presente libro della Vita de’ Pittori del Sig. Baldinucci, e riferisca se possa permettersi alle stampe.

Dal S. Uffizio li 16 Novembre 1725.

Maestro Fra Giuseppe Maria Pesenti da Bergamo, Vic. Gen. del S. Ufizio.

Reverendissimo Padre Inquisitore.

Nel presente Tomo delle Vite de’ Pittori, descritte dal già Sig. Filippo Baldinucci (uomo, che ad una singolar dottrina accompagnò sempre la vera pietà Cristiana, come fanno piena testimonianza tutte l’altre Opere sue, fino al presente stampate), non ho trovato cosa veruna contraria né alla Santa Cattolica Fede, né a’ buoni costumi; che però lo stimo degnissimo della stampa. Ed a V.P. Reverendissima fo umilissima riverenza.

Di V.P. Reverendiss. Dalla Libreria di S. Lorenzo, 22 Novemb. 1725.

Umiliss. e Devotiss. Servitore
Anton Maria Biscioni.

Attestata la sopraddetta relazione, si stampi
Maestro Fra Giuseppe Maria Pesenti Vic. Gen. del S. Ufizio di Firen.

Filippo Buonarroti, Senat. Audit. di S.A.R.

Con il contributo di