Notizie de' professori del disegno (1681-1728)

DELLE

NOTIZIE

DE’ PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA.

SECOLO II.

DAL MCCC. AL MCCCC.

DISTINTO IN DECENNALI

OPERA

DI FILIPPO BALDINUCCI FIORENTINO

ACCADEMICO DELLA CRUSCA.

AL SERENISS.

COSIMO III

GRANDUCA DI TOSCANA.

IN FIRENZE, MDCLXXXVI.

Per Piero Matini, all’Insegna del Lion d’Oro, Con Lic. de’ Sup.

L’AUTORE

A CHI LEGGE.

SONO già cinque anni passati, AMICO LETTORE, che io vi diedi a vedere il primo aborto de’ miei poveri studj in materie appartenenti a cose di Pittura, Scultura, e Architettura, ed a Pittori, Scultori, e Architetti, col dare alla luce parte delle Notizie compilate da me de’ Professori del Disegno da Cimabue in qua, di quelle dico, che cadevano nel Secolo primo del risorgimento di quest’Arte, cioè dal 1260. nel qual tempo incomincio a fiorire esso Cimabue Pittore Fiorentino, che ne fu il primo restauratore, e la comunicò al celebratissimo Giotto, fino al 1300. Le quali Notizie essendo da me state distinte in Decennali, ne giunsero a compire appunto i primi quattro. Mi ricordo d’avervi a principio di quella Operetta, mediante una mia Lettera, data cognizione delle prime cagioni, che inclinarono l’animo mio a tale impresa intraprendere, degl’impulsi, che da persona d’alto affare mi furono dati per applicarmivi senza replica, del fine, che io mi prescrissi, e dell’ordine ch’io mi proposi per continuarla. Mi sovvengono altresì le proteste, ch’io feci con voi, a cagione della da me ben conosciuta poca mia sufficienza, massimamente in materia si vasta, e che di momento in momento andavami sempre sotto l’occhio crescendo, per non dire raddoppiando. Non mi è fuggito dalla mente quanto io vi dissi pure alla lontana intorno alla ragione, che mossemi a dar fuori i quattro Decennali, con si poca quantità di nomi, e notizie di Artefici degli molti, che furono in quegli antichi tempi; e fu questa, cioè, che oltre alla gran fretta, che mi facevano gli amici d’incominciare ad esporre al pubblico alcuna cosa del mio, non parvemi conveniente, che quel poco, ch’io aveva già ridotto a qualche perfezione, dovesse stare nascoso, fino a tanto che io avessi terminata tutta l’Opera; perché sarebbevi stato pericolo, anzi una morale certezza, attesa la mia età già molto avanzata, che potesse restarsi, in caso di mia mancanza, e l’antico finito, e’l moderno ancora non perfezionato, sepolto nell’oblivione; e che però per fuggire tale inconveniente (se pure potea dirsi inconveniente la perdita nel Mondo d’un parto miserabile dell’intelletto mio) deliberai d’eleggere un ordine di fare un primo libro di ciascheduno Decennale, non pure del detto primo Secolo dal 1200. fino al 1300. ma poi a suo tempo di tutti i Secoli susseguenti, fino al termine dell’Opera, per assicurarmi dal pericolo d’accavallare i tempi, per quello che all’ordine cronologico appartiene; siccome per poter lasciare indietro in qual si fosse Secolo, o Decennale, tanto nell’antico, che nel moderno, molti Artefici, de’ quali si ha cognizione, ma non già tanta, che basti per farne un Trattato intero, per doversi poi loro dar luogo o da me, o da altri, a chi dopo me piacesse di continuare questa serie, ne’ secondi, terzi, o quarti Libri di qualsisia Decennale. Ora sappiate che le medesime cagioni, che mossero l’animo mio allora a dar fuori solamente quel poco, che io aveva di ordinato, e di rivisto nel primo Secolo dal 1260. al 1300. cioè a dire l’istesse persuasioni degli amici, e’l timore, che tale mia povera fatica coll’indugio non perisca, mi muovono adesso a farvi vedere il secondo Secolo dal 1300. e al 1400. diviso in dieci Libri, cioè i primi Libri d’ogni Decennale, scarso ne piu, ne meno del primo, con animo di seguitare l’ordine stesso di fare il primo Libro d’ogni Decennale de’ tre Secoli, che rimangono fino al presente; i quali però e per ragione delle minori antichità, e dell’abbondanza di notizie, che con lunga fatica m’è riuscito raccogliere, spero che saranno di gran lunga più copiosi; fu allora mia intenzione il darvi in ogni Tomo, o volume dell’Opera, una particella dell’albero universale, che io conservo fatto da me degli Artefici da Cimabue in qua il numero di quasi duemila, dico di quegli de’ quali io stimai bene far menzione, e questo voleva fare a fine che vi fosse per essere facil cosa il vedere per mezzo di esso in un occhiata sola la derivazione de’ suggetti da loro maestri, e dal primo stipite Cimabue; ed a fine ancora, che volendo voi congiungere alla prima le altre particelle d’albero d’ogni Volume, vi potesse venir fatto il condurre l’albero intero da detto primo stipite, fino a’ viventi artefici; e tutto questo vi promessi nella mia Lettera: ma assai mi duole ora d’avervi a dire, che per cagione della cosa stessa io non vi posso tale premessa a così di subito adempire, conciosiacosache io ho trovato nel fare, che il venirne all’esecuzione averebbe a lungo andare cagionato a me, ed a voi difficultadi da non potersi così facilmente superare, e sarebbemi convenuto perder tanto di tempo nell’adattare le molte piccole particelle dell’albero, in modo che riuscisse chiaro, che mi sarebbe dipoi mancato per operare nel più importante; onde io ho avuto per meglio il non dar fuori per ora alcun’altra di esse particelle d’albero, ma aspettare a farlo quando che sia, che io abbia col Divino aiuto data in luce parte assai maggiore de’ molti volumi, che mi restano terminati, per farne allora tutta una carta, lasciando in essa il luogo da potervisi fare le connessioni di quei nomi, che ne’ primi Libri a tutti i Secoli, e Decennali non fossero stati menzionati, Ma lasciati per i secondari Libri; e così non verrà negato a voi quanto io vi promessi, benché dato in diverso modo, ed io donerò al principale mio assunto, che fu di scriver Notizie, di numero stetti per dire infinito, di Professori di queste belle Arti, la preziosità di quel tempo, che averebbe voluto per sé un simile impaccio; e vivete felice.

APPROVAZIONI

L’Illustriss. Sig. Arcidiacono Strozzi si compiaccia di riconoscere se nella presente Opera vi sia cosa repugnante alla S. Fede Cattolica, ed a buoni costumi, e riferisca.

Dat. 6. Febbraio 1685. Ab Incarn.

Niccolò Castellani Vic. Gen. Fior.

Ho letta attentamente la presente Opera, ed in essa non solo si riconosce la squisita erudizione in simili materie dell’Autore, ma ancora la sua molta pietà, essendo da per tutto ripiena di sentimenti di vero, e ben morigerato Cristiano: e tanto attesto a V. S. Illustriss. alla quale fo reverenza.

Firenze 16. Marzo 1685. Ab Incarn.

Luigi Strozzi.

Attesa la soprad. relazione si stampi.

Dat. 23. Aprile 1686.

Niccolò Castellani Vic. Gen. Fior.

L’Eccellentiss. Sig. Dott. Pier’ Andrea Forzoni Consult. di questo S. Ofizio contentisi esaminare la presente Opera, e riferisca. Dal S. Ufizio di Firenze questo di 24. Apr. 1686.

F.C. Pallavicini di Milano Min. Conv. Vic. Gen. Del S. Uf.

Reverendissimo Padre.

Avendo l’ordine di V.P. Reverendiss. veduta la presente Opera, con attenzione non meno che con sommo diletto per la sua amena, ed erudita lettura (pregio consueto di tutte l’altre Opere dell’Autore) non ho trovata in essa cosa veruna contraria alla nostra S. Fede, ne a’ buoni costumi: ma pellegrine notizie, circa la materia che tratta, con singulare studio e perizia dell’arte; e sensi di Religione: onde per ogni titolo la giudico degna della Stampa. Questo di 7. Maggio 1686.

Pier Andrea Forzoni.

Stampisi, attesa la prefata relazione. Questo di 8. Maggio 1686.

F.C. Pallavicini di Mil. dell’Ord. Min. Conv.

Vic. Gen. del S. Uf. Di Firenze.

Ruberto Pandolfini Senat. e Audit. di S.A.S.

La presente Opera, insieme con ogn’altra stata data fuori fino al presente giorno dall’Autore di essa, e che fosse data in avvenire, appartenente a materie di Disegno, o a Professori di quello, gode il Privilegio di N.S.PP. INNOCENZIO XI. per tutti gli Stati della Chiesa; della M.a del Re Cattolino per quei di Milano; e del Sereniss. G.D. COSIMO III. N. Sig. per tutti i suoi felicissimi Stati, di non poter essere sotto gravi pene ne ristampata, ne venduta senza licenza in scritto dell’Autore medesimo.

[p. 1] DELLE

NOTIZIE

DE’ PROFESSORI DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA.

DECENNALE I.

DEL SECOLO II.

DAL MCCC. AL MCCCC.

FRANCO BOLOGNESE

MINIATORE

Discepolo d’Oderigi d’Agubbio Fioriva circa al 1310.

Dopo, che il celebratissimo Pittore Giotto Fiorentino ebbe la nuova, e bella maniera del dipignere ritrovata, con cui si guadagnò il nome di primo restauratore dell’Arte, anzi d’aver la medesima richiamata da morte a vita, e dopo, che egli pure ebbe con industriosa diligenza atteso a quel bel modo di dipignere, che si dice Minio, che per lo più si fa in piccolissime figure; molti altri ancora, come si è accennato nelle Notizie della Vita di esso Giotto si applicarono a tal facolta, e in tempo divennero valenti. Uno di questi fu Oderigi d’Agubbio, del quale abbiamo parlato a luogo suo fra’ Discepoli di Cimabue; Trovammo, che questo Oderigi, come ne attesta il Vellutello nel suo comento di Dante sopra l’undecimo Canto del Purgatorio, fu maestro nell’Arte di esso Franco Bolognese, la quale asserzione viene a ricever gran forza dall’aver esso [p. 2] molto operato di minio nella Città di Bologna, per le parole ch’io trovo aver dette di lui Benvenuto da Imola detto l’Imolese, che fu più vicino a quei tempi, e coetaneo del Petrarca, in un manuscritto nella Libreria di San Lorenzo nel suo comento sopra Dante, Iste Odorisius fuit magnus miniator in Civitate Bononiæ tempore Authoris, qui erat valde vanus jactator de arte sua, non credens habere parem; Ideo Dantes, qui optimè noverat animum ejus avidum laudis, et gloriæ, de industria commendat eum super omnes, ut experiatur si deposuit ventum, quo solebat esse inflatus. Dante, adunque per reprimere in parte l’orgoglio d’Oderigi, gli pone in faccia questo Franco, il quale avanzò di tanto il Maestro suo Oderigi, che di lui parlando il nominato Poeta ebbe a dire.

O, dissi a lui, non se’ tu Oderisi,

L’ onor d’Augubbio, e l’onor di quell’Arte,

Ch’alluminar è chiamata in Parisi?

Frate diss’egli più ridon le carte,

Che pennelleggia Franco Bolognese,

L’onore è tutto or suo, e mio in parte.

Fece egli adunque per la Libreria Vaticana molte miniature in diversi libri, e Giorgio Vasari ci lasciò scritto di conservar di sua mano disegni di minio, e di pitture, il che ci fa credere, che Franco attendesse ancora alla pittura, ed il Conte Carlo Cesare Malvasia nella sua Storia de Pittori Bolognesi afferma ch’egli fondasse scuola in Bologna, e vi avesse scolari, cioè Lorenzo, Simone, Jacopo, e Cristofano, de’ quali fa menzione il Vasari nel fine della Vita di Niccolò Aretino, e de’ quali ancora parleremo a suo luogo. Di Franco Bolognese non ho io saputo trovare essere stata fatta altra menzione, che quella, che fanno di lui Dante, e molti Comentatori della sua Commedia, di cui, e de’ quali si conservano più Testi a penna nella Libreria di S. Lorenzo del Sereniss. Granduca, da’ quali nulla di più del detto di sopra si ritrae, che appartenga alla persona di lui, ne di quello, che lo stesso Dante ne dicesse cioè d’essere stato miglior maestro d’Oderigi; e da lui ha tolto il Vasari, dal quale solamente abbiamo la notizia delle poche opere da esso fatte, come sopra si è detto, in che dal mentovato Autor Malvasia è stato seguitato. L’esser questo Franco stato discepolo d’Oderigi fu detto dal Vellutello assolutamente, quasi che per certa scienza il sapesse, forse perché dovette in antiche memorie aver ciò ritrovato. A me però par di conoscerne un certo, che di verisimile nelle stesse parole del Poeta, dove dice: L’onore è tutto or suo, e mio in parte, con che pare che si esprima ciò che sappiamo esser verissimo, che ridondando sempre il valore, e la rinomanza del Discepolo in Gloria del Maestro, ed essendo toccata ad Oderigi gran parte della di lui onorata fama, per testimonio del Poeta dobbiamo credere, che vero fusse quanto ci lasciò scritto il Vellutello, che Franco indubitatamente fosse Discepolo d’Oderigi, che secondo ciò, che noi abbiamo procurato di mostrare altrove fu scolare degnissimo di Citnabue. Da questo Franco la nobilissima, e sempre gloriosa Città di Bologna, secondo la sentenza del nominato Malvasia ricevè la prima semenza della bell’Arte della pittura, i cui nobili germogli anno in tempo partorito copia di frutti atti a render di sé stessi solamente (quando anche negli altri terreni fusser falliti) più bello il Mondo.

[p. 3] SIMON MEMMI

PITTORE SENESE

Discepolo di Giotto nato 1344.

Dovendo io ora parlare di Simon Memori Pittore ne’ suo tempi celebratissimo, conviene ch’io dica a principio alcuna cosa del tempo di suo Natale, già che il Vasari, che parlò di lui, ci lasciò in gran dubbio di cio, che intorno a questa particolar circostanza possiamo rappresentare: dice egli dunque, che Simone morì in età di 60. Anni, ed asserisce cavarlo da un’iscrizione, che fu posta sopra la sua sepoltura, e avendo egli detto per avanti, che la sua morte seguì del 1345. ne seguirebbe, che l’Anno 1285. fusse stato il suo Natale. In quello, che spetta al tempo della di lui morte il Vasari non erra gran fatto; perché nell’antico libro de’ Morti del Convento di S. Domenico in Siena si trova essergli state fatte l’esequie a’ 4. d’Agosto 1344. ma non possiamo già lo stesso affermare di quello ch’appartiene alla sua Nascita, perché non si sa trovar riscontro alcuno dell’Epitaffio, che dice il nominato Autore essere stato posto sopra’l sepolcro di quest’Artefice in S. Francesco di Siena; sapiamo bene per certo dalla memoria, che fu fatta di sua morte nel citato antico Libro in S. Domenico, che Simone morì alla Corte del Papa in Avignone, e non in Siena, onde seguendo il detto di moderno Autore mi par di poter affermare, che l’Epitaffio dal Vasari citato che dice: Simoni Memmio Pictorum omnium omnis ætatis celeberrimo Vix. ann. LX. M. II. D. III. fusse stato tolto via, o che il sepolcro non mai fusse in essa Chiesa, onde non puote il suo detto in tal particolare far prova concludente, e anche quando volessimo, che la facesse, né seguirebbe contro il Vasari un altro inconveniente, ed è, che ciò non punto s’accorderebbe con quel che disse il medesimo, cioè, che Simone si portò a Roma in aiuto di Giotto, quando andò a fare il Musaico della Navicella della Basilica Vaticana, perché essendosi provato colla notizia estratta dal libro intitolato Martirologio esistente nell’Archivio di S. Pietro di Roma nel parlar, che facemmo di Giotto, che quella fosse finita del 1298. considerando i tempi, che esso Giotto impiegò ne’ preparamenti necessari a quella grand’opera, e poi nel condurla al fine, sarebbe forza il dire, che quando Simone si partì per essergli in aiuto in Roma egli fosse stato in età di 10. Anni, o poco piu, cosa al tutto impossibile: onde ammesso per vero, che egli fosse veramente Discepolo di Giotto, come dice il Vasari, o come pur troppo chiaro lo dimostra la sua maniera, ed ancora ammesso per verisimile ch’egli aiutasse al Maestro nell’opera della Navicella, bisogna concludere, che il Natale di Simone seguisse alcuni Anni innanzi al 1280. donde spicca più chiara l’insussistenza dell’Epitaffio, e conseguentemente il numero degli Anni, che il Vasari assegnò al viver di lui, che attesa la citata nota dovette esser maggiore. Comunque la cosa si fosse, acquistò quest’Artefice ne suo tempi [p. 4] da pertutto tanta fama, che gli furono date a fare per diverse Città principalissime l’opere più magnifiche. In Siena sua Patria dipinse nel Duomo, nel Palazzo de’ Signori, e altrove. In Firenze nel Capitolo di S. Spirito fece molte belle Storie a fresco, che in processo di tempo per causa d’umidità di quel luogo restate quasi del tutto guaste, furon poi gettate a terra. Colorì finalmente tre facciate del Capitolo di S. Maria Novella, che ancor oggi si vedono con altre Pitture a fresco di valentuomini di quei tempi molto ben conservate. Nella prima sopra la porta fece la Vita di S. Domenico; nell’altra verso la Chiesa rappresentò la Religione del medesimo in atto di pugnar cogli Eretici. In questa Storia ritrasse il modello della Chiesa di S. Maria del Fiore dall’originale lasciato da Arnolfo di Lapo con intenzione di rappresentare colla forma materiale di quella Chiesa la Chiesa universale. Nella medesima Storia fece il ritratto del Petrarca in una Figura allato ad un Cavaliere di Rodi, d’onde si crede essere stata trasmessa alla posterità l’effigie di quel grand’huomo, e forse anche fu suo alcuno de’ due ritratti, che fece far di esso Petrarca Pandolfo Malatesta da Rimini, di che fa menzione il Medesimo Poeta nelle sue Epistole lib. I, rerum senilium Epist. 6; e similmente vi dipinse Madonna Laura, overo Lauretta della Nobil Famiglia di Sado Gentildonna d’Avignone; Questa figurò fra alcune Donne sedenti rappresentate per le Voluttà vedesi, questa con una piccola fiammella fra’l petto, e la gola, e vestita di verde, nel qual abito solito da essa portarsi, ella piacque al nostro Poeta, già che egli in più luoghi così vestita ce la descrive. Sonetto 11.

E i capei d’oro fin farsi d’argento,

E lassar le ghirlande, e i verdi panni,

E nel sonetto 209. quando dice

Laura che ‘l verde lauro, e l’aureo crine

Soavemente sospirando move.

Intende de’ verdi panni di che era vestita la sua Lauretta, e insieme de’ suoi biondi capelli agitati piacevolmente, e increspati dal vento. Da questa Pittura ben osservata da me, si viene ad illustrare un bel passo del medesimo Petrarca alla Canzona 27.

Negli occhi ho pur le violette e‘l verde,

Di ch’era nel principio di mia guerra,

Amor armato sì ch’ancor mi sforza.

Poi che si vede essa veste di color verde tutta tempestata di fioretti in sembianza di piccole violette, che graziosamente l’adornano. Fecevi anche i ritratti di Cimabue, di Lapo architetto, e d’Arnolfo suo figliuolo, e di sé medesimo, e nella persona d’un Pontefice ritrasse Benedetto IX. da Treviso. che tenne la Sede in Avignone, e a canto a lui il Cardinale Niccola da Prato spedito in quei tempi Legato a Fiorentini. Nella terza facciata sopra l’Altare figurò la passione di Cristo Signor Nostro. Operò nel Campo Santo di Pisa, e particolarmente fece di sua mano sopra la parte principale di dentro la Vergine in atto d’esser portata dagli Angioli con suoni, e canti al possesso del Celeste Regno, ed in tre grandi spazi storie di S. Ranieri Pisano. Oltre all’essere stato costui nel suo tempo un valoroso Pittore, fu anche molto fortunato, perché l’opere sue per lo gran pregio in che furon tenute da Franc. Petrarca, al quale egli aveva fatto il ritratto della sua Madonna Laura furon da lui celebrate in quel Sonetto, che comincia

[p. 5] Per mirar Policleto approva fiso,

Ed in quell’ altro, il cui principio è

Quando giunse a Simon l’alto concetto,

E lo stesso Poeta parlò di lui in una sua Epistola, come si vede nel quinto delle sue Lettere familiari, anzi dicesi, che per opera del medesimo egli fosse chiamato alla Corte del Papa, dopo aver fatte grandi opere in Roma. E veramente merita egli lode singolarissima, quando non mai per altro, per essere stato il primo, che in dipinger facciate grandi in luogo di dividere con ornamenti storia da storia, e ammassare l’una all’altra, ponendo più volte la terra sopra il Cielo, costume tenuto con poca lode, anche da’ buon maestri di quei tempi, e da sé medesimo nelle prime opere; trovò il modo di dipingere diverse storie in un sol campo, e sopra un monte, o in piano, e sotto un medesimo Cielo. Seguì finalmente la morte di quest’Artefice, secondo l’Ugurgieri, non altrimenti nella Città di Siena, come il Vasari scrisse; ma in Avignone, in Corte del Papa, come si trova notato nel sopraccitato libro de’ Morti in S. Domenico di Siena colle seguenti parole, ove si scorge che l’Ugurgieri fa Simone Martini, o di Martino, lo stesso col nostro Simon Memmi.

Magister Simon Martini Pictor Martinus est in Curia, cuius exequias fecimus in Conventum die 4. mensis augusti 1344.

Fu Simon Memmi non meno simile al suo maestro Giotto nell’eccellenza dell’operare, che nella deformità del visaggio, se si ha fede al Petrarca suo contemporaneo, che per tale ce lo descrive nel luogo sopraccitato, ove dice. Duos ego novi Pictores egregios, nec formosos, Ioctum Florentinurn Civem, cuius inter inodernos fama ingens est, et Simonem Senensem.

PACE DA FAENZA

PITTORE.

Discepolo di Giotto fioriva circa 1310.

Tra coloro, che uscirono della scuola di Giotto fu Pace da Faenza, il quale gran tempo si trattenne appresso di lui, e l’aiutò nella maggior parte dell’opere. Dipinse questi in Bologna nella facciata di fuori di S. Gio: o in S. Francesco di Forlì in un Albero di Croce fece alcune storiette piccole, e ancora una piccola Tavola a tempera della Vita di Cristo, e di Maria Vergine, e dicesi, che dipignesse in Ascesi storie della Vita del Santo.

[p. 6] PIETRO CAVALLINI

PITTORE, E SCULTORE ROMANO

Discepolo di Giotto fioriva circa 1310.

In questi tempi cominciò a dar saggio di sua virtù il buon Pietro Cavallini Pittore, e Scultore Romano. Questi fino al 1298. s’era trattenuto in aiutare il Maestro nella grand’opera di Musaico della Navicella nella Vaticana Basilica; di poi diedesi ad operare da se, e fra le prime pitture ch’e’ fece in Roma furono alcune storie a fresco sopra la porta della Sagrestia della Chiesa in Aracoeli, ed altre, che quasi empierono tutta la Chiesa di S. Maria in Trastevere; operò in S. Grisogono, in San Francesco presso a Ripa, e in S. Cecilia in Trastevere. Attese al Musaico, e di sua mano condusse in S. Paolo fuor di Roma una facciata, e nella nave di mezzo storie del Vecchio Testamento, e fece altre pitture in quel Convento. Nella Chiesa di S. Pietro, tra finestra e finestra fece di gran maniera i quattro Evangelisti, ed altre figure, ed il Miracoloso Crocefisso nell’ultima Cappella dalla parte della Porta Santa. Fu questo Pittore uomo di Santa Vita, e tutto dedito alle sacre Imagini, le quali si sforzò di fare con maraviglioso decoro. Si dilettò anche della scultura, e fu opera delle sue mani il Crocifisso di rilievo della Basilica di S. Paolo fuor delle mura fondata dal gran Costantino, che circa all’Anno 1370. nel Pontificato di Urbano V. parlò a S. Brigida. Portatosi poi a Firenze per rivedere il maestro suo Giotto, e l’opere di lui; dipinse nella Chiesa di S. Basilio al canto alle Macine un’Imagine di Maria Vergine Annunziata, e poi tutta la chiesa di S. Marco, oggi de’ PP. Predicatori; ma per esser di poi in tempo essa Chiesa stata imbiancata, e fattevi diverse Cappelle, si persero quelle Pitture, e solo rimase di mano di Pietro una molto Divota Imagine di Maria Vergine Annunziata, che nei nostri giorni si riverisce sopra l’Altare del Santissimo Rosario allato alla porta principale entrando in Chiesa a man destra; ed è da notarsi, come fra le figure, ch’e’ fece in S. Marco, di poi perdute nel modo, che dicemmo, fu il ritratto d’Urbano V. colle teste di S. Piero, e di S. Paolo, dal qual ritratto ricavò il B. Gio: Angelico Frate di quell’Ordine, l’effigie dello stesso Pontefice ch’e dipinse in una sua bella tavola per lo Convento di S. Domenico di Fiesole, celebre ne’ nostri tempi per tanta osservanza, ch’e’ s’è meritato il nome d’un vero Seminario di Santi. Passandosene poi quest’Artefice di ritorno a Roma, dipinse in Ascesi nella Chiesa di sotto di San Francesco la Crocifissione del nostro Redentore, nella qual pittura attesta il Vasari aver veduta l’Arme di Gualtieri Duca d’Atene. Fece poi alcune opere in Orvieto nella Chiesa di S. Maria, ed altre molte in Roma, ed altrove, che per brevità si tralasciano. Fu Pietro Cavallini huomo d’ottimo ingegno, ed in ogni sua operazione diligentissimo, e si sforzò al possibile di dare alle sue pitture gran rilievo, e in tutto [p. 7] seguitò la maniera del suo maestro Giotto, se non che diede alle sue figure una certa sveltezza maggiore, non già che con essa le rendesse più belle, e più naturali. Fu come si è accennato, huomo di gran bontà, e fra l’altre sue Cristiane virtù ebb in alto grado l’amore verso i poveri, per lo che tanto, in Roma sua patria, che fuori fu dall’universale molto amato. Finalmente condottosi già vecchio, si diede tanto all’opere di pietà, che era da tutti stimato come santo, finché pervenuto all’età di 85. Anni assalito da mal di fianco nella stessa Città di Roma se ne passò, come possiamo credere a vita migliore, ed il corpo suo in S. Paolo fuor delle mura fu onorevolmente sepolto.

Fin qui m’è piaciuto raccontare ciò che di Pietro Cavallini si trova in diverse storie; ora mi si conceda ch’io dica alcuna cosa di mio pensiero, e prestisele quella fede, che più piacerà a chi è per leggere quanto io scrivo. Dico primieramente ch’io tengo opinione, che questo buono Artefice, per l’amor ch’e’ portava a Dio, ed alla sua Madre, avesse una particolarissima devozione al Sacrosanto Misterio dell’Incarnazione del Verbo; il traggo, non pure, dal sapersi, che all’Immagini di Gesù, e di Maria fatte di sua mano, concorse, e concorre Iddio con miracoli, ma eziandio da una certa reflessione ch’io ho fatto, cioè a dire, che di suo pennello trovansi molte Immagini di Maria Vergine Annunziata, con che diede occasione a’ Pittori di dipigner le moltissime, che immediatamente doppo di lui veggonsi essere state dipinte; la dove avendo attentamente considerate le tante opere state fatte avanti ad esso, dico le moltissime, che rimangono oggi sopra tavola, o muro, non istate guaste dal tempo, non voglio ora dire quante io n’abbia sapute vedere espresse nel modo ch’egli fece. Dico in secondo luogo che per la poca pratica ch’io possa aver fatta coll’osservazione dell’opere di lui in Firenze, e in Roma, ardirei di poter affermare, che la Città nostra ne possedesse una di più di quelle, che si dicono da più Scrittori. Questa è l’Immagine di Maria Vergine Annunziata, che si vede all’Altare maggiore dell’Oratorio d’Orbatello in via della Pergola, fondato dal nobil Cavaliere Messer Niccolao di Iacopo degli Alberti. Vedesi essa pittura, ch’è fatta a tempera sopra legno, ornata alla Gotica, spartita in tre spazi; nel maggiore di mezzo, è essa Vergine sedente Annunziata dall’Angelo, e ne’ due minori dai lati, S. Antonio, e S. Niccolò; nella Mandorla sopra lo spazio di mezzo, Iddio Padre, e nell’altre due, due Profeti, ed il tutto della stessa maniera di Pietro né più né meno; il che supposto, non sia chi dica, che quell’Oratorio apparisce per antica inscrizione essere stato finito nel 1372 nel qual tempo, mentre si voglia mantenere per vero ch’egli aiutasse a Giotto nell’opera della Navicella, che fu fatta nel 1298. Pietro era già all’ultimo del suo vivere; perché si risponde anche con assai probabilità, che l’Oratorio finito del 1372. potè essere stato incominciato molti anni avanti, come segue nella più parte delle fabbriche non affatto piccole, e che l’Alberti fin da quel tempo, che fu in Firenze questo Pittore, che a noi non è noto il quando, per lo buon concetto, ch’egli avea di sua bontà, e per divozione accresciutasi in esso verso quel Sacrosanto Misterio, per le molte Immagini pur allora da esso dipinte, avendo in animo di fondare detto Oratorio, o pure avendolo già incominciato, ne volesse la Tavola di mano di tale uomo, per quando restasse finito l’edifizio. Questo si, che è certissimo che la tavola è della stessa maniera appunto di tutte l’altre state dipinte in Firenze da Pietro Cavallini, ed è Pittura di quel suo tempo, il che posto per indubitato, siccome è veramente, viene a portar dopo di sé il concorso d’ogn’altra circostanza possibile, delle cui particolarità non si avesse per altro chiara contezza, e tanto basti aver detto di tal Pittore.

[p. 8] LINO

SCULTORE, E ARCHITETTO SANESE

Discepolo di Gio. Pisano.

Vole ogni ragione, che avendo noi in quel poco, che fin qui abbiamo scritto de’ grandi Uomini, che fiorirono nelle nostre Arti in quel tempo, nel quale elle incominciarono per mezzo di Cimabue, e di Giotto a dare aperti segni del gran miglioramento, ch’elle fecero poi ne’ secoli a noi più vicini, e particolarmente di Niccola, e Giovanni Scultori, e Architetti Pisani, che tante belle opere condussero (dico per quelle che possa volersi da quella grossa età) per tutta Italia; alcuna cosa ora diciamo di Lino Scultore, e Architetto Sanese, il quale siccome fu allevato in una Scuola in quel tempo universalmente gradita fino al segno, che mostrano le grandi e magnifiche fabbriche, ch’a suo luogo dicemmo architettate da tali maestri, così fu anche molto adoperato in cose di tutta stima. Serve a noi, per formare qualche concetto di lui, il sapere ch’egli fu chiamato a Pisa, dove con sua Architettura fu edificata nel Duomo la Cappella di S. Ranieri Pisano Protettore di essa Città, nella quale dovea il Corpo di quel Santo essere collocato, la quale tutta fu ornata di finissimi marmi. E che non pure questo tanto conspicuo lavoro toccò a fare a quell’Artefice per li Pisani, ma eziandio il Vaso del Santo Battesimo in S. Giovanni, che è un antichissimo Tempio isolato posto rincontro appunto alla porta di mezzo della Cattedrale, secondo il costume che veggiamo essere stato usato avanti, e poco dopo al mille nella nostra Toscana, nella quale oltre a questo, e quello della Città di Firenze, altri ancora ne sono nel Territorio Fiorentino, e fra questi alla Pieve di S. Maria in Cœliaula, detta per corrottela Cilicciavoli, lunghi da Firenze sedici miglia nelle Coste fra Montelupo, e Castel Fiorentino; ove vedesi una simile antica fabbrica destinata per lo Battisterio, che si vede nel centro della medesima, che è tonda angulata, isolata, e rimpetto alla porta principale della Chiesa, la quale al modo di quei tempi è volta a Levante, e sopra la porta del Battisterio leggonsi d’antichissimo, e rozzo intaglio le seguenti parole Factum, et tectum A.D. MXXXXXXXXXIII. Tornando ora al nostro Artefice, egli volle che ad eterna memoria rimanesse scritto nel suo vaso il proprio nome, e non è dubbio alcuno, che se un corso ormai di presso a quattro secoli, che son passati da che tal Maestro operava col migliorarsi, e de’ gusti, ed de’ modi, e tanto perfezionarsi di quest’Arte, non avesse buona parte distrutto degli Edifici di quei tempi, assai più a lungo averemmo potuto parlar di lui di quello che fatto non abbiamo; ma tanto basti aver detto per contribuir sempre più al vivere della fama di chi non mancò dal canto suo anche in quelle etadi, piene d’oscurità d’intraprender fatiche grandi per condurre opere lodevoli.

[p. 9] FILIPPO ROSSUTI

PITTORE A MUSAICO

Discepolo di Gaddo Gaddi.

L’Insigne Basilica già detto al Presepio, oggi di S. Maria Maggiore in Roma, la quale se dobbiamo credere a molti Istorici, fu per divina revelazione, edificata, da Gio: Patrizio Romano, e dalla moglie; fu sempre avuta in devozione non ordinaria, non solo da Devoti Popoli della Città di Roma, ma eziandio da Sommi Pontefici, alcuni dei quali con alta magnificenza procurarono a maggior onore della gran Madre di Dio di renderla più venerabile. Sisto III. ne accrebbe la struttura, o per meglio dire la riedificò fino da i Fondamenti, ridussela alla gran forma, nella quale oggi ella si vede, e di molti doni l’arricchì. Eugenio Terzo aggiunse, il bel Portico, e Gregorio XIII. con disegno di Martino Lunghi il Vecchio il restaurò. Sisto V. fecevi la tanto rinomata Cappella, e gli altri Sommi Pontefici annola arricchita ed abbellita, e fannolo tutta via, come è noto. Fra gli altri adornamenti dunque, che rendono più decorosa questa sacrosanta Basilica, sono gli Antichi Musaici, dico non solamente quegli che fin del 1286. fecevi fare per entro la Tribuna della medesima Niccola IV. da Iacopo da Turrita Discepolo d’Andrea Tafi, ov’è rappresentata la Gloriosa Incoronazione di Maria sempre Vergine, e le Storie, che si veggono fra le finestre, ma altre molte ancora, che adornavano l’esterior parte, che risponde dietro alla Tribuna, prima che da Clemente X. vi facesse con disegno del Rainaldi la bella incrostatura di Travertino, che oggi si vede. Fra questi Musaici adunque sono quegli, che veggiamo nella facciata di essa Chiesa, ne’ quali vien rappresentato, nel mezzo in uno Ovato il Salvator sedente con quattro Angeli attorno. Dalla parte dritta del Salvatore vi è la Madonna con tre Apostoli, ed a mano sinistra quattr’altri Apostoli, tutte figure intere, che stanno in piedi. Sopra le Teste degli Apostoli sono i quattri Animali della Visione di Ezzecchielle, cioè dalla parte dritta vi è il busto d’un Leone con ali, ed un’Aquila mezza figura, che escono dalle Nuvole. A mano sinistra, è un busto d’un Angelo, e un busto d’un Toro, che escono similmente dalle Nuvole. Sotto vi si veggono quattro storie, cioè a mano manca, si rappresenta la prima Visione della Moglie di Gio: Patrizio Romano, quando le apparve la Madonna Santissima, e le ordinò che facesse edificare un Tempio in suo nome sopra il Monte Esquilino. Appresso vi è quando di nuovo dormendo alla suddetta Signora, che non aveva dato credito alla prima Visione, apparve la Vergine, e le raddoppiò l’instanza, che facesse fabbricarle il Tempio, e che fusse di tal circuito, quanto spazio occupasse in terra la neve miracolosamente caduta, dicendole, che andasse dal Pontefice, e gli rappresentasse la Visione, acciò che con tutto il Clero si portasse [p. 10] a riconoscere il Miracolo. Dall’altra parre vedesi la Donna stare avanti al Pontefice in ginocchioni rappresentandogli la Visione, e poi segue nella quarta, ed ultima Storia il Pontefice col Clero in atto di essersi portato al Monte, e colla zappa in mano egli stesso scava la Neve. Tutta questa grand’Ppera dunque, per quanto ne scrive l’Abate Titi nel suo studio di Pittura, Scultura, e Architettura, fu fatica di quegli, di cui ora parliamo, dico di Filippo Rossuti contemporaneo del Turrita, e quantunque nelle figure si riconosca l’antica maniera Greca, non è però, che per una certa diligenza di lavoro non compariscano assai migliori di quella, mercè dell’essere stato il Rossuti, si come dice lo stesso Titi aiutato da Gaddo Gaddi allora insigne maestro, del quale egli pure insieme col Turrita era stato Discepolo.

[p. 11] DECENNALE II.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCX. AL MCCCXX.

BUONAMICO

DI CRISTOFANO

DETTO BUFFALMACCO

PITTORE FIORENTINO

Discepolo d’Andrea Tafi, fioriva del 1310.

Un di coloro, che uscirono della scuola d’Andrea Tafi Pittor Fiorentino, che dipigneva alla Greca fino avanti ai tempi di Cimabue, fu Buonamico Buffalmacco, che fu uno de’ più faceti, e burlevoli huomini del suo secolo, e come tale da Messer Gio: Boccaccio nelle sue cento Novelle venne celebrato. Visse costui ne’ tempi di Bruno, e di Nello, pur Fiorentini Pittori, ancor essi oltre modo piacevoli, insieme co’ quali fece le tanto risapute burle a Calandrino altro Pittore di quel tempo, huomo, che per la sua gran semplicità, anzi natural goffezza andò in proverbio, come nelle Notizie di lui sotto l’Anno 1300. aviamo accennato. Ebbe Buonamico dalla natura fin da Giovanetto dono di acutezza d’ingegno, e fu così pronto in trovare invenzioni, e ridicolose bizzarrie, ogni qual volta se glie le presentava la congiuntura, che niuno vi fu, che gli facesse mai cosa, che gli fusse stata di noia, al quale egli graziosamente non ne facesse tornare in capo, il danno, e la vergogna.

Due segnalati Novellatori Fiorentini anno parlato di tal maestro. Il primo, e’l principale fu Messer Gio: Boccaccio suo coetaneo, e Franco Sacchetti, il quale [p. 12] benché, così di stile, come di tempo si possa dire inferiore, non è però, che per la curiosità degli accidenti, e per la natural maniera del descrivergli nella lingua del suo tempo, non riesca grazioso, e di diletto, particolarmente a chi gode di simili antichità; laonde mi fo lecito per gli curiosi di queste, di portare in fine di questa narrazzione le proprie parole di esso, come stanno appunto ne’ testi a penna della famosa Libreria di S. Lorenzo, giacché il Vasari ne riferì la sustanza senza obligarsi alle parole, in cui consiste tal volta la maggior grazia di queste novelle antiche.

Venendo ora a quel che fa al proposito nostro, che sono le sue pitture, dico, che operò egli molto di maniera assai simile a quella del suo maestro, in Firenze nel Munistero delle Donne di Porta a Faenza, luogo dove oggi è la Fortezza da basso; dipinse per lo Contado della stessa Città, e in Arezzo. Fu chiamato a Pisa, dove fece molt’opere in S. Maria a Ripa d’Arno, e vi ebbe in aiuto il nominato Bruno. Gli furon poi date a dipignere più facciate del Campo Santo, nelle quali fece Storie a fresco dal principio del mondo fino alla fabbrica dell’Arca di Noè, e attorno a esse effigiò il proprio Ritratto al naturale in una quadratura d’un fregio, figurando sé stesso in persona d’un Vecchio raso, con un Cappuccio accercinato, dal quale pende un panno, che gli copre il Collo. Ebbe costui, come scrisse Messer Gio: Boccaccio, sua abitazione in Firenze nella via del Cocomero, nella quale non sono ancora venti Anni passati, che si scoperse (a mio credere, e il dico per la molta osservazione, che ho fatta sopra le sue pitture) un’opera di sua mano, e andò il fatto in questa maniera. Nel muro d’una Casa della nobil Famiglia de’ Pecori, la quale fa cantonata nelle dua vie, cioè il Chiassuolo, che viene di via de’ Martelli, e la via, che da S. Giovannino porta a S. Maria Nuova, eransi cominciate a vedere certe enfiagioni nel detto muro allato appunto ad un Tabernacolo, dove è una bella Madonna col Bambino in Collo, e appresso alcuni Santi di mano di Fra Filippo Lippi, e quella parte così mossa minacciava rovina, onde i Padroni per timore di maggior male ordinarono, che fusse raccomodata. Una sera di state nello smurare, che facevano i Muratori, cadde una buona quantità di quella parte che era così gonfia, e spiccata dalla corteccia interiore del Muro, e rimase scoperto in un grande, e mal proporzionato Tabernacolo fatto al modo antico de’ tempi di quest’Artefice, prima il Santo volto di Maria Vergine col Figliuolo in collo, poi apparirono i volti di diversi Santi tutte figure intere grandi, quanto il naturale; finalmente si fe vedere il rimanente delle figure dipinte in esso Tabernacolo, il quale come è probabile, e quasi evidente, era anticamente stato fatto chiudere, e rimurare, per fare allato al medesimo l’altro bel Tabernacolo ch’aviamo detto, che fu dipinto per mano del celebre Fra Filippo Lippi; e perché gli huomini di quei tempi nel serrar l’antico, per reverenza non vollero, ne guastare, ne imbrattare di calcina le vecchie Immagini, non appiccarono a quelle il nuovo muro, onde in processo di tempo venne quella parte esteriore di esso, che noi diremmo fatta a mattone sopra mattone a dare in fuori con quella enfiagione, segno d’imminente rovina. Questa gradita novità adunque; dico l’inaspettato scoprimento di quella Sacra Imagine accese il divoto Popolo per modo, che quantunque fusse già sopraggiunta la notte, vi corse con gran devozione, e festa, quasi rallegrandosi di vedere dopo circa 350. Anni sprigionato quel sacro pegno. Fu poi dopo pochi giorni rimurata la maggior parte del vano dello stesso Tabernacolo, e lasciatavi solamente un’apertura per quanto si possa tuttavia vedere il sacro volto con parte del busto di Maria sempre Vergine, e del Figliuolo. Continuavasi la Divozione, [p. 13] e vi si veggono appesi molti segni di ricevute grazie, e tanto basti di questo. Dipinse in oltre Buffalmacco nella Chiesa di S. Petronio di Bologna le storie de’ Voltoni nella Cappella de’ Bolognini l’Anno 1329. le quali per quello, che era stato veduto in pittura fino a quel tempo in essa Città, furono avute in tanto pregio, che furono loro fatti ripari, e defensivi per quelle sottrarre a’ pericoli, e danni delle pioggie, come attesta Cherubino Gherardacci Eremitano nella sua storia di Bologna. Resta tutta via di sua mano assai ben conservata una Imagine di Maria Vergine col Bambino, ed un S. Gio: Batista, e S. Antonio in un Andito fra la Chiesa, e la Casa della Parrocchiale di S. Stefano a Calcinaia, luogo sei miglia presso di Firenze di sopra alla strada Pisana, ed è quella pittura stessa, nella quale il Pittore volendo mostrare la bizzaria, o pazzia, che vogliamo dire del suo cervello fece quanto racconta il Vasari nella Vita di lui, ed io taccio per meglio. Finalmente perché rare volte accade, che simili huomini di buon tempo, si dieno a pensare a tutto ciò che col crescere dell’età, e col mancar delle forze è per succeder loro, nel fine si condusse costui dopo i gran guadagni, fatti ne più verdi anni, in tanta povertà, che trovandosi privo d’ogni aiuto, aggravato da infermità, nello Spedale di Santa Maria Nuova finì miseramente i giorni suoi, e nel luogo detto fra l’ossa, Cimiterio de’ Miserabili. Fu dato al suo corpo sepoltura secondo’l Vasari l’Anno 1340. lo però ritrovo, che Buonamico Cristofani (cioè di Cristofano) detto Buffalmacco, fu descritto nell’antico libro degli huomini della Compagnia de’ Pittori l’Anno 1351. onde fa di mestiero il dire, che egli molto sopravvivesse a quel che dice il Vasari.

Il Vescovo Guido d’ Arezzo fa dipignere a Bonamico alcuna Storia, cd essendo spinto da una Bertuccia la notte quello che l’dì dipignea, le nuove cose, che ne seguirono.

Nov. 161.

Sempre fu, che tra Dipintori si sono trovati di nuovi homini, e fra gl’altri, secondo che ho udito, fu uno Dipintore Fiorentino, il quale ebbe nome Buonamico, et fu al tempo di Giotto, et fu grandissimo Maestro. Costui, per essere buon artista della sua arte, fu chiamato dal Vescovo Guido d’Arezzo a dipignere una sua Cappella, quando il detto Vescovo era Signor d’Arezzo, di che il detto Buonamico andò al detto Vescovo, e convennesi con lui, et dato ordine il come e’l quando, il detto Buonamico cominciò a dipignere, ed essendo nel principio dipinti certi Santi, et essendo lasciato il dipignere, verso il Sabato sera una Bertuccia, ovvero più tosto un grande Bertuccione, il quale era del detto Vescovo, avendo veduto gl’atti, e modi del Dipintore, quando era sul Ponte, et avendo veduto mescolare i colori, e trassinare gli alberelli, e votarvi l’uova dentro, et recarsi i pennelli in mano, e fregarli su per lo muro, ogni cosa avendo compreso per fare male, come tutte fanno, et con questo [p. 14] perch’ell’era molto rea, et da far danno; il Vescovo gli faceva portare legato a un piede una palla di legno; con tutto questo, la Domenica quando tutta la gente desinava, questa Bertuccia andò alla Cappella, et su per una colonna del ponte appiccandosi, salì sul ponte del Dipintore, et salita sul ponte, recandosi gl’alberelli per le mani, et rovesciandoli uno nell’altro, e l’uova schiacciando e tramestando, cominciò a pigliare i pennelli, et fiutandoli, et intignendoli et stropicciandoli su le figure fatte fu tutt’uno, Tanto che in picciolo spazio di tempo le figure furono tutte imbrattate, e colori, e gli alberelli volti sottosopra, et rovesciati, et guasti. Essendo el Lunedì mattina venuto Buonamico al suo lavoro per compiere quello che aveva tolto a dipignere, e veduto gl’alberelli de’ suoi colori quale a giacere, e quale sottosopra, e pennelli tutti gittati qua, e la, et le figure tutte imbrattate e guaste, subito pensò che qualche Aretino per invidia, o per altro l’avessero fatto, et andossene al Vescovo, dicendo ciò che gli si avea dipinto esserli stato guasto; Il Vescovo di ciò isdegnato disse, Buonamico va, e rifa quello che è stato guasto, e quando l’hai rifatto, io ti darò sei fanti co’ falcioni, che voglio che gli stiano in guato con teco nel tal luogo nascosi; e qualunque vi viene non abbiano alcuna misericordia, che lo taglino a pezzi. Disse Buonamico: io andrò, e racconcerò le figure più presto, che potrò, e fatto che ciò sia, io ve lo verrò a dire, e potrassi fare quello, che di ciò dite, et così deliberato Buonamico rifece si può dire la seconda volta le dette dipinture, e fatte che’l’ebbe, disse al Vescovo a che punto la cosa era; di che il Vescovo subito trovò sei fanti armati co’ falcioni, a’ quali impose che fussono con Buonamico in certo luogo riposti presso alle dette figure, e se alcuno vi venisse a disfarle, subito il mettessono al taglio de’ ferri, e così fu fatto, che Buonamico, e sei fanti co’ falcioni si missono in guato a vedere chi venisse a guastare le dette dipinture; e stati per alquanto spazio, et egli sentirono alcuno rotolare per la Chiesa, subito s’avisorono che fussono quelli, che venissono a spignere le figure, e questo rotolare era il Bertuccione con la palla legata a’ piedi, il quale subito accostatosi alla colonna del ponte, fu salito sul palchetto dove Buonamico dipignea, e tramestando a uno a uno tutti gl’alberelli, e mettendo l’uno nell’altro, e pigliando l’uova, e rovesciandole, et fiutando, presi i pennelli, et ora con l’uno, ora con l’altro stropicciandoli al muro ogni cosa ebbe imbrattata, Buonamico veggendo questo ridette, e scoppiava a un punto, e voltosi a’ fanti dice, e’ non ci bisognano [p. 15] falcioni, voi vi potete andare con Dio, la cosa è spacciata, che la Bertuccia del Vescovo dipigne a un modo, e’l Vescovo vuole che si dipinga a un altro, andatevi a disarmare, e così usciti del guato venendo verso il ponte dov’era la Bertuccia, subito la Bertuccia si cominciò a inalberare, e fatto loro paura, pignendo il muso innanzi, cominciò a fuggire, e andassi con Dio; Buonamico con li suoi masnadieri se n’andò al Vescovo dicendo: Padre mio non è di bisogno, che voi mandiate per dipintore a Firenze, che la vostra Bertuccia vuole che le dipinture siano fatte a suo modo, et ancora ella sa si ben dipignere, che le mie dipinture ha corrette due volte. Et però se della mia fatica si viene alcuna cosa, vi prego mel diate, et anderommi verso la Città d’ond’io venni. Il Vescovo udendo questo, benche male li paresse che la sua dipintura era così condotta, pur scoppiava delle risa, pensando a si nuovo caso, dicendo, Buonamico, tante volte hai rifatte queste figure, che ancora voglio che le rifaccia, e per lo peggio che io potrò fare a questo Bertuccione, io il farò mettere in una gabbia presso dove dipignerai, la dove vedrà dipignerti, e non potrà ispignere, e tanto vi starà che la dipintura sia dipinta di più dì, e’l ponte levato. Buonamico ancora s’accordò a questo, e dato ordine del dipignere, e fatto una gabbia alla grossa, e messavi la bertuccia fu tutt’una, la quale quando vedea dipignere, il muso, e gli atti che ella facea furon cose incredibili; pur convenne, ch’ella stesse contenta al quia, e doppo alcun dì compiuta la dipintura, e levati i ponti fu tratta di prigione, la quale più dì vi tornò per vedere se potesse fare la simile imbrattatura, e veggendo che’l ponte, e’l salitoio più non v’era convenne che attendesse ad altro. El Vescovo con Buonamico goderono più dì di questa novità, e per ristorare il detto Vescovo Buonamico, l’hebbe da parte pregandolo gli dovesse fare nel suo palagio un’Aguglia, che paresse un Aguglia viva, che fosse addosso a un Leone; et avesselo morto. Al quale Buonamico disse Messer lo Vescovo io il farò, ma e’ conviene che io sia coperto attorno attorno di stuoie, e che nessuna persona non mi veggia. Il Vescovo disse, non che di stuoie, ma io il farò fare d’assi, sì che starà per forma, che mai non sarai veduto. E così fece. Buonamico trovati gl’alberelli, et colori con le altre masserizie entrò nella chiusa dove dovea dipignere, e quivi tutto per contrario cominciò a dipignere quello che’l Vescovo gl’avea imposto, facendo un fiero, e gran Leone addosso a una sbranata Aguglia, et compiuto [p. 16] che l’ebbe, serrato tenendo quel chiuso dove l’aveva dipinto, disse al Vescovo gli mancavano alcuni colori, e che aveva bisogno alcuni serrami serrassino el chiuso dove dipignea, tanto che andasse, e tornosse da Firenze. Udito ciò il Vescovo, fece dar ordine si serrasse e con chiavistello, e con chiave, tanto che Buonamico tornasse da Firenze; E così Bonamico si partì, e vennesene a Firenze; e’l Vescovo aspettando l’un dì, et un altro, e Buonamico non tornando ad Arezzo, peroché partito s’era, et havea compiuta la dipintura, et con animo di non tornarvi piu. Quando il Vescovo fu stato più dì, et vide che Buonamico non tornava, comanda a certi famigli che vadano a spezzar l’asse del ponte, e veggano quello che Buonamico ha dipinto, di che alcuni andarono, et apersono, e vidono la dipintura fatta, e ciò veduto vanno al Vescovo, e dicono la dipintura stà per forma, che’l dipintore v’ha ben servito alla’ndreto. O come sta. Fugli detto, e volendone esser certo, l’andò a vedere, e veduta che l’ebbe venne in tanta ira, che gli fece dar bando dell’avere, e della persona, et insino a Firenze il mandò a minacciare, e Buonamico rispose a quelli, che’l minacciava per sua parte, dì al Vescovo, che mi faccia il peggio che puote, che se mi vorrà, converrà che mi mandi la Mitera, e così avendo veduto il Vescovo i costumi di Buonamico, et avendoli dato bando; Ripensandosi poi come savio Signore, che ciò che Buonamico havea fatto, havea fatto bene, e saviamente. Lo ribandì, e riconciliollo a se, et mandando per lui spesse volte, mentre che e’ visse, lo trattò come suo intimo, e fedele servitore; Et così adiviene spesse volte, che gli huomini da meno con diverse astuzie vincono quelli, che sono da più, e fannoseli benivoli quando più attendono a nimicarli.

Bonamico Dipintore, dipignendo un grande huomo nella piazza di Perugia, il dipigne col Diadema di Lasche in capo, e quello, che ne seguita.

Nov. 169.

Fu ne’ tempi del detto Buonamico allhora che Perugia era in prospero stato diliberato per li Perugini, che in su la piazza di Perugia fosse dipinto un loro grande huomo tanto magnificamente, quanto dipignere si potesse, e cercato qual dipintore in superlativo grado potesseno avere, fu messo loro innanzi questo Buonamico, e così presono di mandare per lui, [p. 17] e mandato che ebbono, e giunto in Perugia, e fatto il patto, e datoli il luogo, e dove, e come il d. Buonamico, com’è usanza de’ Dipintori, volle esser tutto chiuso d’assi, o di stuoie, e per più dì dato ordine alla calcina, e a’ colori, nella fine salì sul ponte, e cominciò a dipignere; quando fu in capo d’otto, o di dieci dì li Perugini, che voleano che quella pittura fusse gittata in predelle, cominciarono quando in brigate andavano passeggiando su per la Piazza accostarsi verso il Ponte dove costui dipignea, e l’uno dicea, o Maestro sarà mai fatta questa uopra. Stando un pezo venia un altro, e dicea, o Maestro quanto è innanzi questo lavoro, e quelli stava pur cheto, e in . . . . come tutti i Dipintori fanno. Un’ altra brigata andava a lui, e diceano, o Maestro quando vedremo questo nostro Padrone, e doverebbe esser finito sei volte, de spacciati pregamote, e così tutti i Perugini con diversi detti non una volta il dì, ma parecchie andavano a Buonamico a sollecitarlo, tanto che Buonamico fra sé medesimo disse, che diavolo è questo? Costoro sono tutti pazzi, et io dipignerò secondo la loro pazìa. Entrolli nel capo di fare quel loro gran Personaggio non d’alloro come Poeti, non di Diadema come i Santi, no di corona d’oro, come li Re, ma d’una corona, o ghirlanda di Lasche, e veduto quando la figura era quasi compiuta, di farsi fare il pagamento attese, et hauto il pagamento disse, aveva ancora a rifiorire tutti li ornamenti per ispazio di due dì, et furono contenti; Il rifiorire che Buonamico fece si fu, che fece una corona ben fornita di Lasche a detto gran Personaggio, e fatta che l’ebbe una mattina per tempo si trovò con Giovanni …… et uscì di Perugia, et tornò verso Firenze; i Perugini faceano al modo usato, e diceano alcuni, o Maestro, tu lo puoi ben cominciare a scoprire, mostracelo un poco. Il Maestro stava cheto, che caminava verso Firenze. Quando tutto quel dì ebbono consumato in dire e chi una cosa, e chi un’altra, e non sentendo alcuna risposta, l’altro dì pensarono costui non esservi, perché veduto non lo aveano, et domandando dove tornava all’albergo, fu loro detto, che gl’era presso a due dì che gl’havea accordato l’hoste, e credeano si fosse ito con Dio. Udendo questo i Perugini vanno alcuni per una scala, et appoggianla al ponte per vedere a quello che questa cosa era. E salitovi suso, vide questo …… inghirlandato di molte Lasche; subito scende, e va agl’anziani, e dice loro, come il Dipintore di Firenze gl’ha ben serviti, et che per dilegione dove dovea fare una corona ……… egl’havea [p. 18] fatto una ghirlanda piena di Lasche delle maggiori, che mai uscissero del Lago. Essendo questa Novella nel Palagio, subito fanno cercare tutta Perugia per giugnere Buonamico, et di fuori feciono trovare certi cavallari in su cavalli, che lo giugnessono. Elle furono frasche, che Buonamico se ne venne sano, e salvo, la fama di questo fatto si dilatò per Perugia, et ciascuno correa verso questo nuovamente dipinto …… et a furore ne levorono et l’assi, et le stuoie. Et fu una cosa incredibile a vedere, et a udire quello che diceano, et non pure di Buonamico, ma di tutti i Fiorentini, et spezialmente sparlavano contro a quegli che erano in Perugia. Alla per fine tolsono subito un Dipintore, che quelle Lasche convertisse in una corona, et a Buonamico dierono bando dell’havere, e della persona, la qual cosa quando Buonamico seppe dicea, eglino col bando, et io con le Lasche, che io per me se mi facessono Imperadore non dipignerei in Perugia, peroché sono li più novi inteschiati, che io trovasse mai. Così rimase la cosa, ec.

Buonamico Dipintore essendo chiamato da dormire a vegliare da Tafo suo Maestro ordina di mettere per la Camera Scarafaggi con lumi addosso, e Tafo crede sieno Demoni.

Nov. 191.

Quando un huomo vive in questo Mondo facendo nella sua vita nuove, o piacevoli, e varie cose non si puote raccontare in una Novella ciò ch’egli ha fatto in tutta la vita sua; E per tanto io ritornerò a uno, di cui adietro alcune Novelle sono dette, che hebbe nome Buffalmacco Dipintore, il quale cercò di dormire quando venia la notte, dove Gian Sega nella passata Novella cercò il contrario. Costui nella sua gioveneza essendo Discepolo d’uno, che avea nome Tafo Dipintore, e la notte stando con lui in una medesima Casa, e in una Camera a muro sopra mattone a lato alla sua, e com’è d’usanza de’ maestri dipintori, chiamare i discepoli spezialmente di Verno quando sono le gran notti in sul mattutino a dipignere, et essendo durata questa consuetudine un mezzo Verno, che Tafo aveva chiamato continuo Buonamico a far la veglia, a Buonamico cominciò a rincrescere questa faccenda. Come a huomo, che averebbe voluto più presto dormire, che dipignere, e pensò di trovare via, e modo, che ciò non havesse a seguire, e considerando che [p. 19] Tafo era attempato, s’avisò con una sottile beffa levarlo da questo chiamare della notte, e che lo lasciasse dormire; di che un giorno se n’andò in una volta poco spazata la dove prese circa a trenta Scarafaggi, e trovato modo d’haver certe agora sottili, e piccole, e ancora certe candeluzze di cera nella Camera sua, in una piccola cassettina l’hebbe condotte, et aspettando fra l’altre una notte, che Tafo cominciasse a svegliarsi per chiamarlo, come l’hebbe sentito che in sul letto si recava a sedere, e egli trovava a uno a uno gli Scarafaggi, ficcando gli spilletti su le loro reni, e su quelli le candeluzze acconciando accese gli mettea fuori fuori della fessura dell’uscio suo, mandandoli per la Camera di Tafo. Come Tafo cominciò a vedere il primo, e seguendo gli altri co’ lumi per tutta la Camera, cominciò a tremare come verga, e fasciatosi col copertojo il viso, che quasi poco vedea, se non per l’un occhio, si raccomandava a ………… e così infino a dì stava in timore, credendo veramente che questi fossono Demonj dell’Inferno. Levandosi poi mezo aombrato chiamava Buffalmacco dicendo; hai tu veduto stanotte quel ch’io? Buonamico rispose, io non ho veduto cosa che sia, perché ho dormito, e ho tenuto gli occhi chiusi, maravigliomi io, che non mi havete chiamato a vegliare come solete. Dice Tafo, come a vegliare, che io ho veduto cento Demoni per questa Camera, havendo la maggior paura, ch’io avesse mai, et in questa notte non che io habbia hauto pensiero al dipignere, ma io non ho saputo dove io mi sia. E per questo Buonamico mio per Dio ti prego truovi modo che noi habbiamo un’altra casa a pigione, usciamo fuori, peroche in questa non intendo di star piu, che io son vecchio, et havendo tre notti fatte, come quella che ho havuto nella passata, non giugnerei alla quarta. Udendo Buffalmacco il suo Maestro così dire, dice. Gran fatto mi pare, che di questo fatto dormendo presso a voi, come io fo, non abbia ne udito, ne sentito alcuna cosa; egli interviene spesse volte, che di notte pare vedere altrui quello che non è, e ancora molte volte si sogna cosa, che par vera, e non è altro che sogno, si che non correte a mutar casa così tosto; provate alcuna altra notte; io vi sono presso, e starò avvisato se nulla fosse di provvedere a ciò che bisogna. Tanto disse Buffalmacco, che Tafo a grandissima pena consentì, e tornato la sera a casa non facea se non guardare per lo spazio, che parea uno adombrato, e andatosi al letto tutta notte stette in guato, sanza dormire, levando il capo, e riponendolo giu, [p. 20] non havendo alcuno pensiero di chiamare Buonamico per vegliare a dipignere; ma più tosto di chiamarlo al soccorso se avesse veduto quello, che la notte di prima. Buonamico, che ogni cosa comprendea, havendo paura non lo chiamasse a far la veglia, sul mattino mandò per la fessura tre scarafaggi con la luminaria usata. Come Tafo gli vide subito si chiude nel copertoio, raccomandandosi a ………… e non ardì di chiamare Buonamico, il quale avendo fatto il giuoco si ritornò a dormire, aspettando quello che Tafo la mattina dovesse dire. Venuta la mattina, e Tafo uscendo del copertoio, sentendo che era dì, si levò tutto balordo con temorosa voce chiamando Buonamico. Buonamico facendo vista di svegliarsi, dice, che hora è? Dice Tafo, io l’ho ben sentite tutte l’hore in questa notte, peroché mai non ho chiuso occhio. Dice Buonamico, come? dice Tafo, per quelli Diavoli, benché non fossono tanti, quanto la notte passata; tu non mi ci conducerai piu, andianne, e usciamo fuori, che in questa Casa non sono per tornare piu, Buffalmacco gli potè dire assai cose, che la sera vegnente ve lo riconducesse, se non con questo, che gli diede a intendere, se ………… che Demonj non harebbono potenza di stare in quella Casa. Di che Tafo andò al suo …… e pregollo, che la notte dormisse, e cenasse con lui, e dettagli la cagione, e sopra ciò ragionando s’accozorono con Buonamico, e tutti e tre giunsero in Casa. E veggendo il …… Tafo presso che fuor di se, per paura disse, non temere, che io …… che se questa Casa ne fosse piena, io gli caccerò via. Dice Buonamico io ho sempre udito dire, che maggiori nimici di Dio sono li Demoni, e se questo è, e debbono essere gran nimici de’ Dipintori, che dipingono lui, e gl’altri Santi, e per questo dipignere se n’accresce la Fede Cristiana, che raffredderebbe forse, se le dipinture, le quali ci tirano a devozione non fosseno. Di che essendo questo, quando la notte che Demoni hanno maggior potenza ci sentono levare a vegliare per andare a dipignere quello di che portano grand’ira, e dolore, giungono con grand’impeto a turbare questa così fatta faccenda, io non affermo questo, ma parmi ragione assai evidente, che puote essere. Dice il …… se Dio mi dia bene, che cotesta ragione molto mi s’accosta, ma le cose provate sono più certificate, e voltosi a Tafo dice, voi non avete si grande il bisogno di guadagnare, che se quello che dice Buonamico fosse, che voi non possiate fare di non dipignere la notte, provate parecchi notti, et io dormirò con [p. 21] voi, di non vegliare, e di non dipignere, e veggiamo come il fatto va. Questo fu messo in sodo, chi più notti vi dormì …… che scarafaggi non si mostrorono, di che tennono per fermo la ragione di Buonamico essere chiara, e vera. E Tafo fece bene quindici notti senza chiamare Buonamico per vegliare. Essendo rassicurato Tafo, e constretto dal proprio utile, cominciò una notte di chiamare Buffalmacco, perché havea bisogno di compire una Tavola allo Abate di Buonsollazo. Come Buonamico vide ricominciare il giuoco, prese di nuovo de’ scarafaggi, e la seguente notte gli mise a campo per la Camera sull’hora usata. Veggendo questo, Tafo cacciasi sotto, dolendosi fra sé stesso dicendo. Hor va veglia Tafo, hor non è da me il …………… e molte altre cose morendo di paura, insino che’l giorno venne, e levatosi egli, e Buonamico, dicendo Tafo come li Demoni erano rappariti, e Buffalmacco rispose, questo si vede chiaro, che egli è quello, che io dissi quando ci era ……… Disse Tafo andiamo insino al …. Andate a lui, gli dissono ciò che era seguito. Di che il …… affermò essere la cagione di Buffalmacco vera, e per verissima la notificò al popolo in tal maniera, che non che Tafo, ma gl’altri Dipintori non osorono gran tempo levarsi a vegliare, e così si divolgò la cosa, che altro non si dicea. Essendo tenuto Buonamico, che ……………………………………………………………………. e da questa ora innanzi da molto più fu tenuto, e di Discepolo con questa fama diventò Maestro, partendosi da Tafo non dopo molti dì, fece bottega in suo capo, avvisandosi d’esser libero, e potere a suo senno dormire. E Tafo rimase per quelli anni, che visse, trovandosi un’altra Casa, la dove tutti e dì della vita sua si botò di non far dipignere la notte per non venire alle mani delli scarafaggi. Così interviene spesse volte, che volendo il Maestro guardare pure al suo utile, non curandosi del disagio del Discepolo, il Discepolo si sforza con ogni ingegno di mantenersi nelle dotte, che la natura ha bisogno, e quando non puote altrimenti, s’ingegna con nuova arte d’ingannare il Maestro, come fece questo Buonamico, il quale dormì buon tempo poi quanto gli piacque, infino a tanto che una altra volta una che filava a filatoio gli ruppe più volte il sonno, come nella seguente Novella si racconterà.

[p. 22] Buffalmacco detto con nuova arte fa si, che una che fila a filatoio non lasciandolo dormire non fila più, et egli dorme quanto vuole.

Nov. 192.

Essendo Buonamico, del quale di sopra è detto, maestro in suo capo, e vago di dormire, e di vegliare secondo il tempo, peroche gli convenia exercitare l’arte altramente quando era sopra se, che quando era sotto altrui come discepolo, havendo una sua casa, et havendo per vicino al muro mattone in mezo uno Lavorante di lana un poco asgiato, il quale havea nome, o era chiamato Capodoca, assai nuovo squasimodeo, et era costui quello, che nella bottega di Andrea de Veri gli fece già di nuovi trastulli. Havea costui una sua Moglie, la quale ogni notte di Verno si levava in sul mattino a vegliare, e filare lo stame a filatoio presso al letto di Buonamico, non essendovi altro in mezo che’l muro di mattone sopra mattone, come detto è, e Buonamico vegliava da dopo cena infino a mattutino, si che a mattutino andava a dormire, e’l pennello si riposava quando il filatoio cominciava. Essendo il focolare dove costui coceva allato al detto muro, pensò Buonamico una nuova astuzia, peroche havendo considerato che questa buona Donna quando cocea mettea la pentola rasente a quel muro, fece un foro con un succhio in quel muro rasente a quella pentola, e poi lo turava con un pezuolo di mattone in forma, che la Donna non s’accorgesse. E quando pensava, o vedea che la Donna mettesse a fuoco, havea uno soffionetto di canna assai sottile, et in quello mettendo sale, quando sentia non esservi la Donna, mettendolo per lo foro all’orlo della pentola vi soffiava entro per forma, che nella pentola metteva quanto sale volea, et havendo per così fatta forma salato la pentola, che quasi mangiare non si potesse, tornando Capodoca a desinare la prima volta gridò assai con la Donna, et in fine conchiuse se più cadesse in simile follia gli farebbe roma, e toma. Di che Buonamico, che ogni cosa sentia per adempire il suo proponimento, insalò la seconda volta molto più che la prima, e tornando il Marito per desinare, e postosi a mensa venendo la scodella, il primo boccone fu sì insalato, che gli convenne sputare, e sputato, e cominciato a dare alla Donna fu tutt’uno, dicendo, o tu se impazzata, o tu inebrii; che tu getti il sale, e guasti il cotto per forma, che tornando dalla bottega affaticato non posso mangiare come fanno gl’altri. La Donna rispondea a ritroso, [p. 23] e colui con le battiture si svelenava tanto, che’l romore andò per la contrada, e Buonamico, come vicino più prossimo trasse, et entrando in casa disse, che novelle son queste? Dice Capodoca; come diavolo, che novelle sono? questa ria femmina mi ha tolto a consumare, e par che qui siano le saliere di Volterra, che io non ho potuto due mattine assaggiare del cotto, che l’habbia fatto, tanto sale ci ha messo dentro, et io ho di molto vino d’avanzo, che n’ho un poco, e costommi Reali otto il cogno, e piu. Dice Buonamico, tu la fai forse tanto vegliare, che quando ella mette a fuoco, come persona addormentata, non sa quello, ch’ella si fa. Finito il romore dopo molte parole dice Capodoca, per certo io vedrò se tu se il Diavolo; Io te’l dico in presenza di Buffalmacco, fa che domattina tu non vi metta punto di sale. La Donna disse di farlo. Buffalmacco lasciò la pentola nella sua sciocchezza, e tornato il Marito a desinare, et assaggiando la sciocca vivanda, comincia a mormorare, dicendo, così vanno i fatti miei, egli è peggio questa vivanda, che l’altra, va recami del sale, che vermo can ti nasca, soza, troia, fastidiosa che tu se, che maladetta sia l’hora, che tu ci entrasti, che io non so a che io mi tengo, che io non ti getti ciò che ci è nel viso. La Donna dicea, io fo quello, che tu mi di, io non so che modo mi tenga teco, tu mi dicesti io non vi mettesse sale punto, et io così feci. Dice il Marito, e non s’intendea, che tu non ve ne mettessi un poco. La donna dicea: e se io ve n’havessi messo e tu m’haveresti zombato come ieri, si che per me io non ti posso intendere. Dammelo oggimai per iscritto di quello che tu vuoi, che io faccia, et io n’havrò consiglio sopra ciò di quello, ch’io debbo fare. Dice il Marito: Vedila, ancora non si vergogna, io non so a ch’io mi tengo, che io non ti dia una gran ceffata. La Donna gonfiata, per non ricorrere il passato dì, si stette cheta per lo migliore, e Capodoca quando ha mangiato come ha potuto, dice a lei: Io non ti dirò oggimai, ne non insalare, ne insala; tu mi dei conoscere. Quando io troverò, che la cosa non facci a mio modo, io so ciò che io m’ho a fare. La Donna si strigne nelle spalle, e’l Marito ne va alla bottega. Buffalmacco, che ogni cosa avea sentita, si mette in punto col sale, e col soffione per la seguente mattina, che venne in Giovedì, che sono pochi che in tale mattina non comprino un poco di carne, stando a lavorare tutta la settimana, come facea costui; avendo il Mercoledì notte assai male dormito Buonamico, et a suono di filatoio; come in sul fare [p. 24] del dì el filatoio ebbe posa, per mettere la carne in molle la Donna, e trovare la pentola, e per accendere il fuoco, spezare col coltellaccio alcuno pezo di legne; così Buonamico col sale, e col soffione si mise in guato, e preso tempo, se la seconda volta haveva molto più salato, che la prima, la terza salò ben tre cotanti, e questo fece passato terza per due cose; la prima, perché questa Donna insino a terza non facea altro che assaggiare la pentola, mettendovi il sale a ragione, dicendo, ben vedrò se’l nimico ……… sarà ogni mattina in questa pentola. La seconda era, perché la Donna ogni mattina sonando a Signore a una Chiesa sua vicina andava a vedere il Signore, e serrava l’uscio, sicché in quell’ora i saggi erano fatti, et elli poteva molto bene soprasalare; fatte tutte queste cose, e venendo hora, e tornando Capodoca a desinare, postosi a tavola, e venendo la vivanda, come l’hebbe cominciata a mangiare, così il romore, le grida, e le busse alla Moglie in tal maniera furono, che tutta la contrada corse, dicendo ciascuno la sua. Costui avea tant’ ira sopra la Donna, che quasi non si sentìa; se non che Buonamico giunse, et accostandosi a lui il temperò dicendo. Io t’ho detto più volte, che questo vegliare, che tu fai fare a questa tua Donna è cagione di tutto questo male, e simil cosa intervenne un’altra volta a un mio amico, e se no che levò via il vegliare, mai non haverebbe mangiato cosa, che buona gli fosse paruta ………… hai tu si gran bisogno, che tu non possa fare senza farla vegliare. Molto fu malagevole a temperare il furore di Capodoca, che non volesse uccidere la Moglie. In fine gli comandò innanzi a tutti i vicini, che se ella si levasse più a vegliar mai, che le farebbe giuoco, che ella dormirebbe in sempiterno. La Donna per paura non si levò a vegliare più d’un anno, e Buonamico potè dormire a suo senno, in fuor che da ivi bene a quattordici mesi, essendosi la cosa quasi dimenticata, ch’ella ricominciò, e Buonamico non avendo arso il soffione, seguì il suo artificio, tanto che Capodoca ricominciò anche a risonare le nacchere, e’ Buonamico con dolci parole il fece molto più certo per lo caso che tanto tempo era stato, che non vegliando la Donna, la pentola sempre era stata insalata a ragione, e al detto parve la cagione esser verissima, per tanto che con minacce, e con lusinghe trovò modo, che la Donna non vegliò mai piu, e hebbe buona pace col Marito, scemando a lei grandissima fatica di levarsi ogni notte come facea, e Buonamico potè dormire senz’essere desto da così grande [p. 25] seccagine come gli era il filatoio; E così non è sì malizioso huomo, ne si nuovo, che non se ne trovi uno più nuovo di lui. Questo Capodoca fu nuovo quanto alcun suo pari, e fu si nuovo, che nelle Botteghe dove lavorò d’arte di lana, e spezialmente in quella de’ Rondinelli fece di nuove, e di strane cose, come già furono raccontate per Agnolo di Ser Gherardo, ancora più nuovo di lui; E questo Buonamico fu ancora via più nuovo, e la prova della presente Novella il manifesta, ec.

BRUNO DI GIOVANNI,

E

NELLO DI DINO

PITTORI FIORENTINI

Si credono Discepoli d’Andrea Tafi, fiorivano nel 1310.

Quando egli adiviene che alla vista degli uomini, si scuopra alcun nuovo cervello, il quale o per industria, o per naturale bizzarria, o per altra qualsisia bella qualità, abbia del singulare, s’accendono non poco gli animi curiosi ad investigarne ogni fatto, ogni detto, ogni pensiero; ma se talvolta egli accade che, alla conversazion di questo tale s’aggiungano altri del medesimo umore, si vedono ,e si sentono cose tanto belle, quanto veramente dir si possa. Occorse ciò in Firenze (per quello che è a nostra notizia più che in altro tempo) nel secolo del 300. allora che Buonamico Buffalmacco, uomo per certo ingegnoso, e di belle invenzioni, lontano da ogni malinconia, e tutto dedito al godere, si dette al frequentare la Bottega d’un certo giovane Sensale di Professione, chiamato Maso del Saggio, la quale era un ridotto di Cittadini, e di quanti piacevoli uomini aveva la nostra Città, e con tale occasione fece, o pure accrebbe amicizia, e pratica con Bruno, e Nello l’uno, e l’altro Pittori, ed in tutto simili a lui e di genio, e d’umore; onde avvenne che non solo ne sollazzò quell’età, ma da i loro altrettanto ridicolosi, quanto strani ritrovamenti prese materia il nostro celebre favoleggiatore Giovanni Boccaccio d’arricchire il suo Decamerone, impiegando la sua penna in dar notizia di loro anche ai posteri. Ne sia chi dica, che le cose, ch’ei raccontò di costoro, fossero pure invenzioni per abbellimento de’ suoi Scritti, perché non solo sappiamo noi di certo per molti indubitati riscontri, che furono al mondo questi tali uomini, de’ quali ei parlò, che egli non averìa nominati in cose tali, s’elle non fossero state vere, ma io stesso ricercando fra l’antiche Scritture, ho ritrovato essere anche verissime alcune [p. 26] delle più minute circostanze, che egli ci propone ne’ suoi racconti, come potrà nelle notizie, che ho dato di Calandrino, ciascheduno vedere a suo piacimento. Or perché di Buffalmacco, del quale diffusamente anche scrisse il Vasari, ho ragionato quanto basta a luogo suo; Venendo ora a questi due; Bruno di Giovanni, e Nello di Dino, dico; ch’io tengo per cosa assai probabile, ch’egli uscissero della Scuola del Tafi, e ciò mi persuade non solo il continovo operar, ch’e’facevano con Buffalmacco, che forse a cagione di tenere essi la propria maniera sua gli volle a lavorar sempre seco, ma anche la continova e stretta amicizia, e pratica, che sempre passò, fra di loro; se non volessimo dire ch’egli avessero imparata l’arte da lui; ma questo però non è punto probabile, perché dice il Boccaccio, che Bruno e Buffalmacco erano soliti lavorare nel Munistero delle Donne di Faenza, e se vogliamo credere al Vasari, egli afferma che le Pitture di Buffalmacco in quel Munistero fossero delle prime opere, ch’ei facesse; onde non potevan costoro operar nel medesimo luogo, e tempo con lui ancor principiante, ed essere suoi Discepoli. Or sia com’esser si voglia; cominciamo a dire alcuna cosa di Bruno. Ne’ tempi, che Buffalmacco s’era co’ suoi fantocci in quella grossa età guadagnato nome di gran Maestro, furongli date a fare molte opere per la Toscana, e fra l’altre ebbe a dipignere in Pisa nella Badia di San Paolo a Ripa d’Arno, allora de’ Monaci Vallombrosani, tre bandi della Crociera di quella Chiesa da terra a tetto, con Istorie del Vecchio Testamento dalla creazione del primo Uomo fino all’edificazione della Torre di Nembroth, e similmente Storie di Santa Anastasia, in che si portò alquanto meglio del suo solito. In questa grand’opera dunque fu compagno di Buonamico questo Bruno di Gio: onde potiamo noi affermare ch’ei fosse, per quel che comportava quel Secolo, un bravo, e spedito Maestro. Dopo aver dato fine a quel lavoro, fu ordinato a lui solo il dipignere nella medesima Chiesa l’Altare di Sant’Orsola colle Vergini sue Compagne, e fece egli quella Santa in atto di sostenere uno Stendardo coll’Arme di Pisa, che è una Croce bianca in campo rosso, e di porgere l’altra a una Femmina, che fece vedere fra due Monti toccante con uno de’ piedi il Mare, che ancor essa pure porge alla Vergine l’una, e l’altra mano in atto di chiedere aiuto, e questa figurò egli per la stessa Città di Pisa. Nel far questa Pittura non faceva altro costui, che rammaricarsi, che quelle sue figure non avevan tanto del vivo, quanto quelle di Buonamico: Onde lo stesso Buffalmacco, il quale alle occasioni, che gli venivano di dar la quadra, non la perdeva mai per corta, disse volergli insegnare un bel modo per far sì, che le sue figure non solo avessero del vivo, ma parlassero ancora, e così fecegli scrivere alcune parole, che parevano uscir di bocca a quella femmina, che alla Santa chiedeva aiuto, ed altre, con che rispondeva la Santa a lei. E perché a chi non passa più là coll’ingegno, e non ha capitale d’intelligenza, senza esaminar la cosa se buona, o cattiva sia, basta solo il poter dire, che così parve al Maestro; questo ripiego piacque non solo a Bruno, ma ad ogni altro goffo artefice di que’ tempi, a segno tale, che passando in uso comune, fu poi anche da più lodevoli Pittori messo in pratica nell’opere, ch’e’ fecero nel Campo Santo; or qui è da notare un errore, che si riconosce in un Libro d’incognito Autore Franzese venuto in luce in questi tempi intitolato Noms de Peintres les plus célèbres, et plus connus, anciens, et modernes, là dove egli afferma, che di questo modo di far parole ch’escano dalle bocche delle figure, fosse inventore Buonamico; sapendo noi per altro, che questa medesima debolezza aveva per avanti fatta nella medesima città Cimabue. Tornandosene poi Bruno con Buffalmacco a Firenze, dipinse [p. 27] nella Chiesa di Santa Maria Novella ad istanza di Guido Campese, allora Contestabile de’ Fiorentini, una Storia di san Maurizio, e suoi Compagni martirizzati per la Fede di Giesù Cristo, la quale Storia fece in una facciata larga quanto è lo spazio fra le due colonne; in questa ritrasse esso Guido tutto armato, e dietro a lui molt’uomini d’arme pure armati al modo antico, mentre Guido sta genuflesso in atto d’adorazione d’una Imagine di Maria Vergine, e appresso a lui San Domenico, e Sant’Agnese. Condusse egli tutta quest’opera di sua mano, ma però con disegno, ed invenzione di Buonamico; da questa attesta il Vasari d’aver cavato molte invenzioni d’armadure, che usavano in quei tempi, e servitosene nella Sala di Palazzo Vecchio. Altre opere di Bruno non sono a mia notizia, salvo che quel poco di più, che si ha nel Decamerone, che accennerò brevemente appresso; ma prima è da sapersi, come era in quei tempi in Firenze, ed abitava nella via del Cocomero vicino alla Casa di Buffalmacco, e di Bruno, un certo Medico Bolognese chiamato Maestro Simon da Villa, uomo di cervello si grosso, e dozzinale, che più non sì può dire, e avria creduto ch’e’ sapessero volare gli asini come gli uccelli. Costui per sua svenevolezza avendo dato alle mani di Bruno, e per opera dello stesso anche di Buffalmacco fu da essi così ben pelato, quanto mai altro tale, che venisse loro fra l’ugna, ed oltre a ciò feciongli quel tanto risaputo scherzo di dargli a credere di volergli fare aver per moglie una gran Dama da loro immaginata, alla quale avevan dato nome la Contessa da Civillari, e dopo essersi con varie beffe, che gli fecero, presi gran gusto di lui, finalmente col farlo nel più scuro della notte cadere in una gran fossa di brutture fu dato fine al trattato. Per costui dunque fece Bruno quanto dice il Boccaccio, parlando del continovo mangiare, che questi Pittori facevano alle spese del Medico, ed eccone le sue parole.

Era si grande, e si continova questa loro usanza, ch’e’ non parea che senza Bruno il Maestro potesse, ne sapesse vivere. Bruno parendogli star bene, acciocché ingrato non paresse di questo onor fattogli dal Medico gli aveva dipinto all’entrar della casa, e sopra l’uscio della via uno rinale, acciocché coloro, che avevano del suo consiglio bisogno, il sapessero riconoscer dagli altri, e in una sua loggetta gli aveva dipinta la battaglia de’ Topi, e delle Gatte, la quale troppo bella cosa pareva al Medico.

Sin qui il Boccaccio; e questo è quanto notizia, dopo quattrocento anni in circa, aviamo di questo Artefice, il quale è forza di dire, che avesse assai lunga vita, perché io lo trovo nominato col nome di suo Padre in un Contratto di Ser Ricco Mazzetti fino a’ 9 ottobre 1301, e lo veggo anche descritto nell'antico Libro della Compagnia de’ Pittori l’Anno 1350. un anno avanti che ne fosse descritto il suo Buffalmacco. Venendo ora a ragionare di Nello poco farà di mestiero dirne, avendone noi a bastanza parlato nelle Notizie di Calandrino, della moglie del quale chiamata la Tessa fu parente costui; dirò solo ch’egli si trovò sempre a tutte le burle, che furon fatte a Calandrino da Buffalmacco, e da Maso del Saggio. Collo stesso Buffalmacco ebbe mano nelle Pitture della Villa di Camerata di Niccolò Cornacchini, dove anche Calandrino per quache tempo dipinse; e trovasi anch’egli essere stato descritto nell’antico Libro della Comapgnia de’ Pittori l’anno stesso, che Bruno fu descritto, un anno prima di Buffalmacco, dove si vede nominato il Padre suo, che si chiama Dino, che è lo stesso che Bandino; e di questo trovo io un altro riscontro in un Instrumento de’ 14 Settembre 1306 rogato [p. 28] Ser Uguccione Bondoni, ove Nello di Bandino Pittore è nominato; dal che ancora si ricava, che anche Nello ebbe altresì lunga vita.

GUGLIELMO DA FORLÌ

PITTORE

Discepolo di Giotto.

Di questo Artefice non aviamo altra notizia se non quanta ne lasciò il Vasari, cioè a dire, che egli uscisse della Scuola di Giotto, e ch’egli dipignesse nella sua Patria la Cappella dell’Altar maggiore nella Chiesa di San Domenico.

BARTOLO GIOGGI

PITTORE FIORENTINO.

Dopo che Cimabue, e poco presso il famoso Giotto, avendo a quel segno, che è noto, restaurata la bell’arte della Pittura, cominciarono ad essere universalmente adoperati in quelle grand’opere, a cagion delle quali gloriosi, e ricchi divennero; furon tanti, e tanti i giovani, che in Firenze, siccome ancora in altre Città di Toscana si diedero a quello studio, che non è possibile a dirsi. Testimonio ne fanno le memorie, che si anno per gli antichi Scritti dell’infinite Pitture state fatte in quei tempi, che in gran parte oggi più non si vedono, delle quali in breve giro di lustri subito si vedde pieno ogni grandissimo Tempio, ogni Cappella, ogni Casa, o luogo pubblico, o privato, mettendosi in uso il dipingere da terra a tetto le lunghe, e grandi facciate dalla parte di dentro delle Chiese. Ciò che particolarmente vedevasi fine nel passato secolo nella gran chiesa di Santa Croce, Santa Maria Novella, ed in altre molte, e talvolta usavansi dipingere anche i prospetti delle medesime, e questo anche facevasi in quelle de’ Contadi, delle quali si dipignevano fino i Portici. Si dipignevano le Sale pubbliche, i Conventi, le Camere, e gli Spedali; senza la gran copia d’Imagini sacre, e Tabernacoli, che stetti per dire ad ogni passo si esponevano all’adorazione nelle pubbliche vie, de’ quali sono ancor vivi indubitati segni; la dove per avanti pochissime Pitture si vedevano, cioè qualche divota Imagine fatta da Maestri Greci, e loro imitatori; le quali tutte cose da per sé stesse evidentemente dimostrano, che i Professori, che insorsero in quel secolo, furono per così dire innumerabili. Di colore solamente, de’ quali io non ho notizia, [p. 29] se non del tempo, del nome, professione, e sepoltura nel ricercare per l’antiche Scritture, dico di quelli del secolo del 300. arriva il numero nella Città di Firenze presso ad un centinaio, senza quelli che da diversi professori d’antichità di nostra Patria sono stati trovati, e spogliati ne’ loro scritti, e senza quelli ancora, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori si vedon tuttavia notati. Ma forse perché rara è vera gloria, pochi per avventura furon quelli che talmente si segnalassero nell’Arte, che riuscisse loro il procacciarsi gran nome fra gli uomini, o perché per negligenza de’ nostri antecessori non ne sia stata fatta memoria, di pochi si puote oggi ragionare a lungo. Or io, per non lasciar a dietro notizia, benché piccola, che mi sia data alle mani d’alcuni di loro, dirò di Bartolo Gioggi Pittore de’ tempi di Buffalmacco, ciò che di lui scrisse Franco Sacchetti nella Novella 170. e perché quest’opera non è fatta comune a tutti, conservandosene però il Manuscritto nella rinomata Libreria di San Lorenzo, mi farò lecito recare in questo luogo colte a verbo le parole proprie dell’Autore; dice egli dunque così:

Non fu meno nuovo che Buffalmacco, Bartolo Gioggi Dipintore di Camere, il quale avendo a dipignere una camera a Messer Pino Brunelleschi, essendogli stato detto, che tra gli alberi di sopra dipignessi molti Uccelli, nella fine essendo il detto Messer Pino in contado per ispazio d’un mese, essendo la dipintura quasi compiuta, e Messer Pino veggendo la camera col detto Bartolo, il quale gli domandava denari. Messer Pino avendo considerato ogni cosa, disse: Bartolo tu non m’hai servito bene, ne come io ti dissi, però che tu non hai dipinti tanti Uccelli, quanti io volea; il quale Bartolo subito rispose, Messere io ce ne dipinsi molti piu, ma questa vostra.famiglia ha tenuto le finestre aperte, onde se ne sono usciti, e volati fuori maggior parte. Messer Pino udendo costui, e conoscendolo gran bevitore disse: Io credo bene, che la famiglia mia ha tenuto aperto l’uscio della Volta, e atti dato bere per si fatta forma, che tu m’hai mal servito, e non serai pagato come credi. Bartolo volea denari, e Messer Pino non gli li volea dare, di che essendo presente uno, che haveva nome Pescione, e non vedeva lume, assai criatura del detto Messer Pino, disse Bartolo Gioggi voletela voi rimettere nel Pescione? Messer Pino disse di si, il Pescione comincia a ridere, e dice: Come la volete voi rimettere in me, che non veggio lume? che potrei io veder quest’uccelli, o come? elle furon parole; che la rimessero in lui; il quale essendo studiato, e massimamente da Bartolo Gioggi, volle sapere quanti uccelli Bartolo haveva dipinti, e con certi Dipintori autone consiglio, cenando una sera di verno col detto Messer Pino, il Pescione disse, che sulla questione di Bartolo Gioggi haveva hauto consiglio da piu, e da piu, e veramente di quelli uccelli, che nella camera erano dipinti, Messer Pino se ne potea passare. Messer Pino non dice che ci è dato; subito si volge al Pescione, e dice: Pescione, escimi di Casa. La notte era; il Pescione dicea: perché mi dite voi questo? e quelli dice: io t’intendo bene; escimi di casa, e a un suo famiglio, che haveva nome Giannino, che non aveva se non un occhio, dice: togli il lume Gianni, fagli lume; il Pescione essendo già alla scala dicea: Messer io non ho bisogno di lume, e quelli dicea: io t’intendo bene, [p. 30] vatti con Dio, fagli lume Gianni, io non ho bisogno di lume, e a questo modo il Pescione senza luce, e Giannino con un occhio, e con un lume in mano scesono la scala, e’l Pescione se n’andò a Casa dall’una parte soffiando, e dall’altra ridendo, e poi di questa Novella facendo rider molti, con cui usava, e stette parecchi mesi innanzi che Messer Pino gli rendesse favella, e Bartolo Gioggi a lungo andare fece un buono sconto se volle esser pagato. Io per me non so qual fu più bella Novella di queste due, o’l subito argomento di Bartolo Gioggi, o il lume, che Messer Pino faceva fare al Pescione vocolo; ma tutto credo che procedesse o di non pagare, o dilungare il pagamento.

Fin qui il Sacchetti. Parmi di poter affermare, che quest’Artefice avesse un figliuolo, che esercitò ancor’esso l’arte della Pittura, che io credo quegli appunto, che trovasi registrato nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori, e dice Taddeo di Bartolo Giorgi Dipintore, e quella differenza che è tra Gioggi, e Giorgi par che possa attribuirsi o ad errore di scrittura, o a scambiamento di pronunzia.

OTTAVIANO DA FAENZA

PITTORE.

Discepolo di Giotto.

Dipinse costui nel Monastero di Monte Uliveto di Ferrara. In Faenza sua Patria sopra la Porta della Chiesa di San Francesco colorì l’Imagine di Maria Vergine con San Pietro, e San Paolo, ed altre molte opere fece in detta Città, e in Bologna; Seguì la sua morte nella detta sua Patria.

VICINO

PITTORE PISANO.

Fioriva del 1321.

Questo Pittore fu il Discepolo di Gaddo Gaddi. Lavorò nella Tribuna maggiore del Duomo di Pisa alcune figure di Musaico rimaso imperfetto per mancanza di Fra Iacopo da Turrita, ed altre ne fece da per sé, dove furono notate l’appresso parole.

Tempore Domini Ioannis Rossi Operarij istius Ecclesiæ Vicinus Pictor incepit, et perfecit Anno Domini 1321. de Mense Settembriis. Benedictum sit Nomen Domini, Dei Nostri Iesu Christi. Amen.

[p. 31] DECENNALE III.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCXX. AL MCCCXXX.

PIETRO LAURATI

PITTORE SANESE

Discepolo di Giotto.

Seppe così bene quest’Artefice imitar la maniera del suo Maestro, che in breve divenne famoso per tutta la Toscana, e a cagione del molto studiare, e operar ch’e’ fece, riuscì in alcune cose più perfetto, che quegli non era. Fu il primo, che nella Città di Siena sua Patria introducesse il buon modo di dipignere, dal cui esempio molti elevati ingegni di quella Città fecero poi progressi non ordinarj nell’arte. Nell’Ospedale della Scala colorì una Storia molto bella, dove rappresentò la pietosa azione di porgere il cibo agl’infermi, e fra l’altre cose finse una zuffa d’un cane, e d’un gatto tanto al vivo, che in quei tempi fu reputata cosa singolare. In San Francesco di Pistoia fece una Tavola a tempera, ove figurò Maria Vergine con Angeli, ed alcune piccole Istoriette nella predella di essa Tavola, che furon molto stimate, e in essa lasciò scritto il nome suo con queste parole, Petrus Laurati de Senis. In Firenze dipinse molte cose, ché il tempo ha distrutte. Nel Campo Santo di Pisa, nella facciata accanto alla Porta principale dipinse d’assai buona maniera molte Storie delle vite de’ Santi Padri; e nella Pieve d’Arezzo nella maggior Cappella colorì dodici Storie della vita di Maria Vergine. Questo Pittore, quando non mai in altro, in questo solo fu segnalato, per essere stato il primo artefice, che cominciasse ad ingrandire la maniera, avendo fatte le figure della volta della nominata Cappella alte quattro braccia, senza punto scostarsi dalla buona proporzione, e dal bello arieggiar di teste, ciò che fino al suo tempo non era stato praticato. Lavorò finalmente assai in San Pietro di Roma, ma il tutto per cagione della nuova fabbrica fu demolito. Dipinse ancora in molte altre Città, e luoghi d’Italia, che per brevità [p. 32] non se ne dice il particolare. Se vogliamo credere a quanto in un suo Manoscritto lasciò notato Giulio Mancini, convien dire, che ne’ tempi di quest’Artefice vivesse quel Paolo da Siena, che ritrasse Papa Benedetto X. e per ordine di lui rifece i Tetti della Chiesa di San Pietro di Roma.

ANDREA PISANO

SCULTORE, E ARCHITETTO

Della scuola di Giotto.

Con quello che si è detto nelle Notizie sopra Arnolfo, Giovanni Pisano, ed altri Scultori antichi, si crede essersi bastantemente dimostrato quanto questi tali Maestri megliorassero la maniera loro per lo buon disegno appreso da Cimabue, e tanto più da Giotto. Quegli però, che dopo aver qualche tempo operato col solo aiuto della naturale inclinazione colla scorta dell’opere fatte in Pisa dal medesimo Giotto, e poi colla di lui direzione, e mediante la sua amicizia si segnalò oltremodo nell’arte della Scultura, fu Andrea Pisano, il quale chiamato a Firenze fece secondo il disegno pure di Giotto molte statue d’Apostoli, e d’altri Santi per la facciata dinanzi della Chiesa di Santa Maria del Fiore, nelle quali diede a conoscere, di quanto egli avesse superati gli altri Scultori, che avevano operato avanti a lui. Che però gli fu data a fare la statua di Maria Vergine co’ due Angeli, che la tengono in mezzo, che fino ad oggi si vede sopra l’Altare della Chiesetta, o Compagnia della Misericordia nella Piazza di San Giovanni, e l’altra Imagine di Maria Vergine col Figliuolo in braccio meza figura, ch’è nella parte esteriore di essa Chiesetta contigua al luogo detto il Bigallo. Non fu meno valoroso nel gettare di bronzo; onde avendo Giotto fatto un bellissimo disegno d’una delle Porte di San Giovanni con istorie della vita del Santo: fu ordinato a lui il farla di bronzo. Ciò fu sotto il Governo del Gonfaloniere Peruzzi l’Anno 1331. contro a ciò che pare abbia creduto il Vasari, e diedela finita del 1339. Fu allora quest’opera, come cosa in quella età creduta d’impareggiabile bellezza, posta alla porta del mezzo di quel Tempio, finché da Lorenzo Ghiberti furon fatte l’altre, e quella levata, e posta alla porta, che è rimpetto al Bigallo, dove è fino al presente. Operò parimente molto d’Architettura, particolarmente dopo la morte d’Arnolfo, e di Giotto. Fu fatto con suo disegno il Castello di Scarperia in Mugello per timore, che si aveva allora in Firenze della venuta dell’Esercito Imperiale. In quella parte delle mura, che è fra San Gallo, e la Porta al Prato fece egli alzare otto braccia di muro a calcina, ed in altri luoghi più bastioni, ed altri ripari. Con sua Architettura fu edificato il Tempio di San Giovanni di Pistoia fondato l’Anno 1337. ed è cosa notabile, che nel cavarsi de’ fondamenti fu ritrovato il Corpo di Sant’Atto Vescovo di quella Città stato in quello stesso luogo sepolto cento trentasette anni. Scolpì egli il Sepolcro di marmo con molte piccole figure per messer Cino Legista, e gran Poeta di quell’età, [p. 33] posto nel nominato Tempio. Si eressero con suo disegno molte Torri intorno alle mura di Firenze, e quella particolarmente della Porta a san Friano, e si fecero gli antiporti a tutte l’altre. Di questo Artefice si servì assai il Duca d’Atene Tiranno de’ Fiorentini nell’allargar della Piazza, e per le fortificazioni del Palazzo, per disegni, e modelli d’altre sue immaginate fabbriche, e forticazioni, le quali poi mediante la sua cacciata di Firenze seguita del 1334, non potè mandare ad effetto, ec.

NEROCCIO DA SIENA

ARCHITETTO

Fioriva del 1330.

Gio: Villani nella sua Storia scrive, che nell’anno 1332. (per usare le sue proprie parole) un sottile maestro di Siena per suo artifizio fece suonare la gran Campana del Popolo di Fiorenza, che era stata diciassette anni, che niuno avea saputo farla suonare alla distesa, essendo dodici uomini, ed acconciolla, che due la potevano muovere, e poi mossa un solo la suonava a distesa, e pesa più di diciassettemila libbre, ed egli ebbe trecento fiorini d’oro. Il Vasari nella vita di Simon Memmi ci lasciò scritto, che questo artefice si chiamò Neroccio, e ch’egli fosse cugino dello stesso Simone, ciò che non si ha nel Villani. Lo stesso nome li da il Tommasi citato da Isidoro Ugurgieri.

STEFANO

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Giotto, nato 1301. morto 1350.

Per quanto s’è ritrovato in antiche memorie, delle quali abbiamo nella vita di Giotto fatta menzione, stimiamo assai probabile che questo artefice fosse figliuolo di Ricco di Lapo pittore, e di Caterina figliuola del gran maestro Giotto di Bondone, e l’esserne egli stato scolare, e l’avere operato ne’ medesimi tempi, e luoghi dove Giotto operò; ciò rende più verisimile, oltre alla forte conghiettura, che ne porge l’aver noi trovato nell’antico Libro degli uomini della Compagnia de’ Pittori sotto l’anno 1369. essere stato descritto Giotto di Maestro Stefano dipintore, il qual Giotto non potiamo dubitare ch’e’ non fusse figliuolo di questo Stefano; ed è cosa [p. 34] assai usata il dare a’ figliuoli il nome de’ propri antenati, che in alcuna facoltà si siano resi gloriosi, siccome doviamo dire, che facesse Stefano nipote di Giotto col dare il nome dell’avo materno al suo proprio figliuolo; e i tempi del figliuolo, e del padre non recano alcuna contradizione a tal supposto. Dipinse Stefano a fresco la Madonna del Campo santo di Pisa, nella qual’ opera si portò meglio del Maestro. Fece nel Chiostro di Santo Spirito di Firenze tre storie, che oggi più non si vedono, e le arricchì di prospettive, e architetture fatte con tanto gusto, che già si cominciò a scoprire in quelle qualche barlume della buona maniera moderna. Fra queste finse una capricciosa salita di scale, della quale è fama, che poi si servisse il Magnifico Lorenzo de’ Medici per fare le scale di fuora della real Villa del Poggio a Caiano. Fu bizzarro, e nuovo negli scorci, e il primo che uscisse dell’antico modo tenuto nelle figure da’ maestri suoi antecessori, tanto che disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia

Stefano da tutti è nominato scimia della natura; tanto espresse qualunque cosa volle.

Dipinse in Pistoia la Cappella di San Iacopo. Operò in Milano, Roma, Ascesi, Perugia, e in altre molte Città d’Italia, oltre a tutto cio, ch’egli fece per le principali Chiese di Firenze sua patria. Seguì la sua morte l’anno del Giubbileo 1350.

LIPPO MEMMI

PITTORE SANESE

Discepolo di Simon Memmi, fioriva del 1325.

Questo pittore, che dal Vasari fu detto fratello di Simon Memmi, aiutò lo stesso Simone a dipignere il Capitolo di Santa Maria Novella di Firenze, e in altre opere. Dipinse a fresco nella Chiesa di Santa Croce. Fece una tavola a tempera, che allora fu posta all’Altare maggiore della Chiesa di santa Caterina di Pisa; e in san Paolo a Ripa d’Arno fuori della stessa Città colorì molte cose, e fra queste una tavola per l’Altar maggiore, ove figurò Maria Vergine, san Piero, e san Paolo, e altri Santi; e una simile ne mandò a san Gimignano terra di Toscana. Nel chiostro di san Domenico di Siena dipinse a fresco una Vergine in trono col Figliuolo in braccio, e due Angeli, che gli presentano fiori, san Pietro, e san Paolo, e san Paolo, e san Domenico; e sotto a quest’opera scrisse uno di quei versi lionini, dietro a’ quali tanto si dierono da far gl’ingegni di quei secoli.

Lippus me pinxit Memmi, rem gratia tinxit.

Un moderno autore asserisce, ch’egli finisse la gran pittura della coronazione di Maria Vergine stata incominciata da Simon Memmi sopra la porta di Camolia e da lui lasciata imperfetta, siccome ancora dice non aversi per vero dagli antiquari di quella Città, ch’egli fosse fratello di Simone, trovandosi quello figliuolo di Martino, [p. 35] e questo figliuolo di Memmo, e non della famiglia de’ Memmi. Oltre a quanto si è notato di sopra, fece quest’artefice molte opere in diverse Città, e luoghi, e particularmente nel Vescovado d’Arezzo, e in san Francesco di Pistoia, e usò scrivere in esse il nome suo con questo grosso latino; Opus Memmi de Senis me fecit, tacendo il suo nome, come attesta il Vasari.

VITALE BOLOGNESE

PITTORE

Discepolo, secondo il Malvagia, di Franco Bolognese, fioriva circa al 1340.

Il Baldi citato da Carlo Cesare Malvagia nelle Vite de’ Pittori Bolognesi afferma essere stato questo un diligentissimo pittore, e d’aver condotte le cose sue con molta delicatezza, il che non apporterà maraviglia a chi bene intende l’arte, supponendosi esser’egli stato discepolo d’un pittore, che era in uno stesso tempo, per quanto permetteva quel secolo, eccellente miniatore; ma io però col parere di ottimi pittori pratichissimi pure delle pitture della Città di Bologna, non dubito di affermare, ch’egli fosse stato discepolo o del nostro Giotto, o de’ suoi scolari, già che nell’opere, che si dicono sue, in tutto e per tutto si riconosce quella loro maniera. Di mano di quest’Artefice dice il mentovato Malvagia, essere una nostra Donna col Bambino Giesù, avanti alla quale sta genuflesso colui, che tal’ opera fece dipignere: e questa è nell’antichissima Chiesa della Madonna del Monte fuori della porta a san Mammolo di Bologna; ed una simile in una Chiesuola detta comunemente la Madonna de’ denti, l’una e l’altra dipinta sopra legname, e sotto questa è scritto: Vitalis fecit hoc opus 1345. Dice ancora essere di sua mano il Natale del Signore sotto le prime logge del chiostro di san Domenico; ed un altro in muro dentro la Chiesa nel primo pilastro presso la Cappella maggiore; ne altra notizia abbiamo dell’opere di costui.

TADDEO GADDI

PITTORE, E ARCHITETTO FIORENTINO

Discepolo di Giotto, nato 1300., e secondo il Vasari 1350.

Ebbe Taddeo i principj nell’arte della pittura da Gaddo Gaddi suo padre, dipoi postosi sotto la disciplina di Giotto, dal quale era stato tenuto al battesimo: stette con lui ventiquattro anni, e dopo la morte di esso Giotto restò fra’ più eccellenti [p. 36] maestri. Nella Cappella della Sagrestia di santa Croce in Firenze fece alcune storie di Santa Maria Maddalena, e nelle Cappelle di essa Chiesa, e nel Convento. In altre Chiese della Città operò assai, tenendo sempre la maniera del suo maestro Giotto con alquanto di meglioramento nel colorito; ma fra le più belle opere, che a’ nostri tempi si vedono di sua mano in pittura sono le storie a fresco nel Capitolo di santa Maria Novella fatte rincontro a quelle di Simon Memmi stato suo condiscepolo sotto Giotto, e suo amicissimo; perché essendo stato allogato quel gran lavoro a esso Taddeo, egli contento della facciata sinistra, e di tutta la volta, lasciò l’altre tre facciate a Simone. Taddeo dunque spartì la volta in quattro spazzi, secondo gli andari di essa; nel primo fece la Resurrezione del Signore; nel secondo lo stesso Signore, che libera san Pietro dal naufragio; nel terzo figurò l’Ascensione di Cristo; e nell’ultimo la Venuta dello Spirito santo. In quest’opera fece vedere in belle attitudini alcuni Giudei, i quali pare che anelino di entrare in quel Santuario. Nella facciata poi dipinse le sette scienze, ovvero arti liberali co’ nomi di ciascuna e sotto, alcune figure a quelle appropriate; cioè sotto alla Grammatica Donato scrittore di essa; sotto la Rettorica una figura, che ha due mani a’ libri, e una terza mano si trae di sotto il mantello, e se la tiene appresso alla bocca, quasi in atto di far silenzio, costume antichissimo de’ dicitori prima di principiare l’orazione, e l’abbiamo anche in Iuditta al Capit. 13. e sotto la Logica Zenone Eleate; sotto l’Arimmetica è Abramo, il quale antichissimo tra Caldei si dice, siccome dell’Astronomia ritrovatore; la Musica ha Tubalcaino, che batte con due martelli sopra l’ancudine; la Geometria ha Euclide, che ne diede gli stromenti; l’Astrologia, Atlante, che per essere valentissimo Astrologo fu da’ Poeti favoleggiato, ch’egli cogli omeri suoi il Cielo sostentasse. Sono dall’altra parte sette virtudi, tre teologiche, e quattro che si dicono cardinali, ciascheduna ha sotto le sue figure; e nella figura d’un Pontefice è ritratto al naturale Papa Clemente V. vedevisi san Tommaso d’Aquino, che in tutte quelle virtù fu singolare, che ha sotto alcuni Eretici, ed appresso sono Mosè, Paolo, Gio: Evangelista, e altre figure, opera veramente, per quei tempi stupenda; onde non senza ragione disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia, che va innanzi al suo comento sopra Dante: Grandissima arte appare in Taddeo Gaddi. Fu ancora Eccellente architetto, e molto si adoperò nella fabbrica d’Or San Michele, e rifondò i pilastri di quella loggia. Ne’ tempi di quest’artefice occorse caso in Firenze, con cui se gli aperse largo campo di far conoscere il suo valore, ed eternare il nome in tal professione, e fu questo: L’anno 1333. nel giorno I. di Novembre cominciò così gran pioggia in Firenze, e suo territorio, nell’Alpi, ed altrove, che continuando per quattro giorni, e notti dirottamente a piovere con tuoni, lampi, e fulmini senza intermissione alcuna, in breve alzò l’acqua a gran segno; onde altro non faceva l’impaurita gente, che gridare a Dio pietà, e misericordia, facendo ponti da casa a casa, e da tetto a tetto per lo timore di restar sommersa: Crebbe il fiume d’Arno inondando gran parte dei piani del Casentino, d’Arezzo, e Valdarno di sopra, e messisi innanzi mulini, ed ogni sorte di edificj, in cui s’imbatteva, d’alberi, e persone affogate in gran numero, si congiunse colla Sieve, di cui non inferiore era la piena, la quale avea già coperto tutto il Mugello. Arrivato impetuosamente il giorno de’ quattro alla Città di Firenze coperta la vicina pianura in più luoghi, fino a braccia sei, otto, e dieci; ruppe le porte della Croce, e del Renaio, e gli antiporti delle medesime; entrò in Firenze in altezza di braccia sei, e piu; atterrò il muro del Comune sopra il Corso de’ Tintori [p. 37] per braccia 130, di spazio, onde subito si dilatò l’acqua con grand’impeto per la Città; disfece parte del Convento di santa Croce, con molte case; alzò nel Tempio di san Giovanni fino al piano di sopra dell’altar maggiore, e in santa Reparata fino agli archi delle volte vecchie di sotto al Coro; abbattè la colonna di san Zanobi, ch’è nella piazza di esso Tempio di san Giovanni; ruppe la pescaia d’Ognissanti, ed il muro del Comune da san Friano per braccia 500. in uno stesso tempo rovinò il Ponte alla Carraia, salve solo le due pile del mezzo, ed il Ponte a santa Trinita, salva una pila, ed un arco verso la Chiesa; il Ponte Vecchio, che rimase chiuso di travi, alberi, ed altre rapide prede del fiume, tramandò l’acqua di sopra gli archi, e di subito rovinò con molte case, che sopra quello erano edificate, restando tutte le due pile del mezzo; passò l’acqua sopra il Ponte Rubaconte, ruppe le sponde in più luoghi; e infinite case, e palazzi de’ Cittadini demolì, con morte di molte centinaia di persone, e gran quantità d’animali. Volendo dunque i Fiorentini restaurare in parte i gravi danni fatti da tale inondazione, fu al Gaddi data l’incumbenza di molte fabbriche principalissime, e particularmente de’ ponti. Rifece egli dunque con suo modello il Ponte Vecchio di tutte pietre riquadrate con iscarpello con ispesa di fiorini 60. mila d’oro; similmente fondò il Ponte a santa Trinita, che restò finito del 1346. con ispesa di fiorini 200. mila d’oro, che di nuovo rovinò l’anno 1557. come a suo luogo si dirà. Con sua architettura fecionsi le mulina di san Gregorio. Seguitò, e diede compimento alla maravigliosa fabbrica del Campanile di Santa Maria del Fiore, colla scorta del disegno di Giotto. Molte furon l’opere di questo gran maestro fatte per l’Italia in pittura, le quali per brevità si tralasciano. Errò il Vasari in dire, che Taddeo morisse del 1350. essendosi riconosciuto da un Libro segnato E 4. a 66. esistente nella Gabella de’ Contratti di Firenze, che esso Taddeo Gaddi pittore fu Arbitro nel 1352. in alcune differenze. Trovasi di più in un Protocollo di ser Giovanni di Gino da Prato nell’Archivio Fiorentino l’anno 1383. fatta menzione d’una tale Madonna Francesca figliuola del già Albizzo Ormanni, moglie del già Taddeo Gaddi del popolo di S. Pier maggiore. Dirò ancora, per aggiugner notizia della Casa di Taddeo Gaddi, aver ritrovato come un figliuolo di Taddeo, per nome Zanobi, che abitò a Venezia, sotto dì 27. Giugno 1400. per rogito di ser Dionigi, detto Nigi di ser Giovanni Tucci da san Donato in poggio, fece suo Testamento, nel quale si fa menzione di Caterina del già ser Donato del Ricco Aldighiori sua moglie, di Francesca, e Filippa figliuole d’Agnolo Gaddi sue nipote, e di Giovanni, e Niccolò suoi nipoti, e s’instituiscono eredi universali con fidecommisso Taddeo Lorenzo, e Agnolo suoi figliuoli con più sostituzioni.

[p. 38] TOMMASO PISANO

SCULTORE, E ARCHITETTO

Discepolo d’Andrea Pisano.

Era opinione ne’ tempi del Vasari, che questo Tommaso, oltre all’essere stato discepolo d’Andrea, gli fosse stato anche figliuolo; vedesi intagliato il suo nome, e d’Andrea in un mezzo rilievo nel Convento di san Francesco di Pisa, dove egli rappresentò Maria Vergine con altri santi. Opera di sua architettura fu la parte estrema del Campanile di essa Città, dove sono le campane.

[p. 39] DECENNALE IV.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCXXX. AL MCCCXL.

AMBROGIO LORENZETTI

PITTOR SANESE

Della Scuola di Pietro Laurati.

Il Vasari, che alcune poche cose scrisse d’Ambrogio Lorenzetti Pittor Sanese, non diede notizia di chi egli fosse stato maestro nell’arte della pittura; ne io ho mai potuto ritrovarlo; ben è vero, che se si considera la maniera, che tenne questo artefice, non si può dubitare, ch’ella non sia quella stessa, che praticò, e insegnò il famosissimo Giotto; ed è da sapersi, che quantunque non sia a nostra notizia, che Ambrogio per un corso di molti anni venisse mai a Firenze, dove potesse ricevere da Giotto i precetti dell’arte, ne tampoco ch’egli lo seguitasse in altre Città; con tutto ciò sappiamo, che subito che Pietro Laurati degnissimo discepolo dello stesso Giotto, che non solo fu suo grande imitatore, ma anche in alcune cose lo superò, subito dico che Pietro cominciò a dar saggio di suo operare nella Città di Siena sua patria, si svegliarono talmente gl’ingegni, che molti maestri in brevi partorì quella nobil Città a queste arti, i quali discostandosi dall’antica maniera de’ Greci, e di Cimabue, e avanzandosi ancora sopra quella dello stesso Giotto, furon poi impiegati in opere chiarissime, e singulari. Uno di costoro, credo io, ne penso ingannarmi, cioè uno di quegli, che uscirono dalla Scuola di Pietro, e ne appresero la maniera, fu Ambrogio Lorenzetti, il quale fattosi pratico nell’arte, dipinse nel chiostro de’ Frati Minori di sua patria molte cose, che furono in quel tempo tenute in gran pregio; siccome anche nello Spedaletto detto di Monna Agnesa alcune tavole. Ancora nello Spedal grande dipinse a fresco una storia della Natività di Maria Vergine, e la sua andata al Tempio. Colorì il Crocifisso a’ Frati di sant’Agostino con alcune figure [p. 40] di Apostoli, storie della vita di santa Caterina vergine, e martire, e la Passione del Signore. Nel Palazzo della Signoria rappresentò la guerra d’Asina lunga; operò a Massa, e in Orvieto, e nella Città di Firenze per la Chiesa di san Procolo fece una tavola, e dipinse una Cappella. Fu chiamato a Cortona, dove per lo Vescovo Ubertini operò in santa Margherita de’ Frati di san Francesco. Dell’ultime sue pitture fu una tavola per Monte Oliveto di Chiusuri; e finalmente in età decrepita si morì. Fu questo pittore di vaga, e bella invenzione nel componimento delle sue storie, e figure, e pratico nel colorire a fresco, e a tempera. Fin dalla giovinezza fu studioso delle lettere, le quali ebbe congiunte ad una grande amabilità di maniere, e di costumi. Fu d’ottimo ingegno, trattò sempre sé stesso, e praticò nobilmente, e per la sua prudenza, e sapere fu adoperato ne’ maneggi della sua patria. Ebbe questo artefice un fratello, del quale fa menzione Isidoro Ugurgieri, che fu ancor’ esso pittore, e fu Pietro di Lorenzo Lorenzetti. Costui aiutò ad Ambrogio nelle pitture dello Spedale di Siena, il che si raccoglie da un’iscrizione, che fu posta in uno de’ quadri della facciata del tenore, che segue. Hoc opus fecit Laurentius, et Ambrosius eius frater 1335. Dice anche lo stesso Autore, che da questo Pietro nascesse un figliuolo, che si chiamò Lorenzo, il quale attese alla scultura, e che di sua mano facesse in san Francesco nella Cappella de’ Martinozzi un san Bernardino di rilievo, ed un’Assunta con molte figure.

AGNOLO DI TADDEO

GADDI

PITTORE, E ARCHITETTO FIORENTINO

Discepolo di Taddeo suo Padre, nato 1387.

Fra le molte opere, che fece Agnolo Gaddi, vedesi oggi in Firenze nell’Oratorio Or San Michele una storia a fresco, ove è Cristo fanciullo disputante co’ Dottori, e questa è sotto l’organo dalla parte di Sagrestia. In san Pancrazio dipinse la tavola della Cappella maggiore, nella quale figurò Maria Vergine, san Gio: Batista, san Gio: Evangelista, e i santi Nereo, e Achilleo, ed in santa Maria maggiore quella pure dell’Altar grande, dove fece la Coronazione della Madrea d’Iddio. Dipinse a fresco per la famiglia de’ Soderini la Cappella maggiore del Carmine, e quella di santa Croce per la famiglia degli Alberti; nella prima figurò istorie della vita di Maria Vergine; e nella seconda del ritrovamento della Croce: L’una e l’altra delle quali colorì molto bene, tutto che mancasse alquanto nel buon disegno. In Prato Città di Toscana dipinse a fresco la Cappella della sacra Cintola della Vergine con istorie della vita della medesima. Io trovo nell’antico Libro di ricordanze del Provveditore dell’Opera di santa Maria del Fiore Stieri di Francesco degli Albizzi dell’anno 1367. essere stati pagati a Agnolo di Taddeo pittore, ch’è [p. 41] quegli, del quale si parla, fiorini dua, e dissero di sua mercede per l’esemplare che va facendo delle figure da porsi alla loggia della Piazza de’ Signori Priori; da che si deduce, che Iacopo di Piero, e altri che le intagliarono, il facessero con disegno di lui, e non contraddice molto a questo pensiero il vedersi in altri libri di deliberazioni degli stessi Operai, particolarmente del 1384. esser’ essi stati soliti di valersi di Agnolo in fare i disegni delle cose, che alla giornata loro abbisognavano. Essendo state ne’ tempi di questo artefice rovinate molte case in Firenze per allargare la piazza del Palazzo de’ Signori, e con quelle la Chiesa di santo Romolo, il medesimo Agnolo la rifece con suo disegno. Operò anche di musaico; che però gli furon fatti risarcire i musaici fatti già da Andrea Tafi nella Tribuna del Tempio di san Giovanni, in parte guasti per causa d’essersi i marmi, che coprivano essa Tribuna in più luoghi aperti; ed aver dato adito par entro quelle aperture all’acque, e a’ ghiacci. Risarciti i musaici, fece coprire la stessa Tribuna di nuovi marmi, con intaccare dall’uno, e l’altro de’ lati delle commettiture fino a mezzo il marmo, e rapportare con istucchi composti di mastice, e cera alcuni pezzi in quelle intaccature. Con tale invenzione assicurò per molto tempo quei lavori da ogni accidente. In oltre fece rifare con suo disegno la cornice di marmo sotto il tetto di quella Tribuna, conciosiacosache fosse per avanti assai minore, e men bella. Molto, e molto operò Agnolo, benché con minore applicazione di quel che per altro avrebbe potuto fare, e meno si avanzò nell’arte di quello che presagirono i suoi principj, e la cagione di ciò, fu l’affetto che egli ebbe sempre alla mercatura, alla quale finalmente più si diede, che ad altra cosa. Io trovo in un antico, ed autentico Strumento, che oggi è appresso l’altre volte nominato Dottore Giovanni Renzi pratichissimo di nostre antichità, che Agnolo ebbe per moglie Giovanna figliuola di Landozzo Loli, famiglia che l’anno 1351. godè il Prioraro nella persona d’Andrea Loli, e altre volte dipoi, e le parole dello Strumento sono le seguenti. 1404. Dom. Iohanna filia Landozzi Loli populi sancti Petri Maioris, uxor Dom. Angeli Taddei Gaddi pictoris. Rogò ser Tommaso di Fronte di Gio: di Firenze 27. Ottobre 1404. che poi agli 6. Dicembre rogò il Testamento di Bartolomea moglie già di Niccolò Rinaldi, e figliuola di Bartolo di Cione del popolo di san Simone, che fece un legato a favore di detta Giovanna di una casa nel popolo di S. Simone in luogo detto la via della Stufa. Applicarono anche i figliuoli d’Agnolo alla mercatura, con questi tenne egli casa aperta a Venezia, e lavorò tuttavia alcuna cosa di pittura più per suo passatempo, che per altro fine. Morì in Firenze l’anno 1387. lasciando il valore di 50. mila fiorini d’oro. Crebbe poi questa famiglia de’ Gaddi in ricchezze, ed onori, fino ad essere illustrata di due Cardinali di santa Chiesa, Vescovi, ed altri nobilissimi uomini, ‘e finalmente rimase estinta, come nella nota a Gaddo Gaddi pittore discepolo di Cimabue, e avolo di esso Agnolo si è narrato nelle Notizie del primo secolo dal 1260. al 1300.

[p. 42] LANDO DA SIENA

ARCHITETTO.

Fiorì in questo tempo nella Città di Siena Lando, il quale impiegatosi a principio nell’arte dell’orefice, diedesi all’architettura, nella quale tanto si approfittò, che per quanto si ha dal Tommasi Tom. 2. essendo stato deliberato l’anno 1337. da chi quella nobilissima Patria governava di accrescere notabilissimamente il Duomo da Piazza Manetti fino al posto, ove egli di presente ha il suo principio, a lui ne fu dato l’assunto, richiamandolo con promessa di nobile onorario dalla Città di Napoli, dove egli in quel tempo aveva sua stanza; ma tale deliberazione appena incominciò ad effettuarsi, che per grave accidente occorso alla Città convenne, che ella senza adempimento si rimanesse.

IACOPO

DA PRATO VECCHIO

TERRA DI TOSCANA

PITTORE, E ARCHITETTO

Discepolo di Taddeo Gaddi, fioriva del 1350.

Questo Iacopo, che fu cognominato Iacopo di Casentino, ebbe per sua patria Prato vecchio Castello di quel tenitorio, il quale potea dirsi celebre in quei tempi per quel Donato eccellente grammatico, a quale sono indirizzate più lettere del Petrarca, intitolandolo egli Apenninigena, e poi nel suo Testamento de Prato Veteri, ma molto più celebre ne’ tempi susseguenti, anzi felicissimo per esserne uscita la casa del dottissimo uomo Cristofano Landini, il di cui corpo conservasi al Borgo alla Collina, non molto lungi da esso Castello, per lo spazio ormai di circa 300. anni incorrotto, e mostrasi per maraviglia. Della famiglia di esso Landino, dice il Vasari, che fusse questo Iacopo da Prato vecchio, detto di Casentino, del quale ora siamo per parlare. Costui adunque fece in Firenze la pittura a fresco del Tabernacolo de’ Tintori da Sant’Onofrio [p. 43] sul canto delle mura dell’orto loro, rincontro a San Giuseppe, e di quello della Madonna di Mercato vecchio, colla tavola dell’Altare ivi eretto. Essendosi a tempo di questo pittore ridotte a termine le volte della loggia d’Or San Michele, fece in esse in campo azzurro oltramarino sedici figure, che rappresentano alcuni Patriarchi, e Profeti, ed i primi delle Tribù; e nelle faccie di sotto, e ne’ pilastri, molti miracoli di Maria Vergine. Operò in Prato vecchio sua patria, nel Castello di Poppi, ed in molte Chiese d’Arezzo. L’anno 1354. ricondusse con suo disegno sotto le mura d’Arezzo l’acqua, che viene dalle radici del poggio di Pori, braccia 300. vicino alla Città, che al tempo de’ Romani fu condotta al Teatro, che fu chiamata allora Fonte Guizzianelli, di poi per corrottela di nome Fonte Veneziana. Dice il Vasari,

Ed io medesimo ho riconosciuto, che a tempo di questo Iacopo, cioè l’anno 1349. ebbe principio in Firenze la Compagnia, e Fraternita de’ Pittori, perché i maestri, che allora vivevano, così della vecchia maniera Greca, come della nuova di Cimabue, ritrovandosi in gran numero, e considerando che le arti del disegno avevano in Toscana, anzi in Firenze propria avuto il loro rinascimento, crearono la detta Compagnia sotto il nome, e protezione di santo Luca Evangelista, si per render nell’Oratorio di quella lodi e grazie a Dio, si anche per trovarsi alcuna volta insieme, e sovvenire così nelle cose dell’anima, come del corpo, chi secondo i tempi ne avesse avuto dibisogno; la qual cosa è anche per molte arti in uso in Firenze. Il primo Oratorio di questi artefici fu la Cappella maggiore dello Spedale di santa Maria nuova, stata loro concessa dalla famiglia de’ Portinari.

Fin qui il Vasari; e trovasi nell’antico libro di detta Compagnia, che Iacopo di Casentino fu uno de’ primi due Consiglieri di quella: Siccome ancora trovasi notato per uno de’ fratelli nel 1373. Matteo Iacopi di Casentino dipintore, che io stimerei fosse stato figliuolo del nostro Iacopo; è però da avvertire, che la parola dipintore si vede ivi d’altra mano. Dando fine adunque alla notizia di Iacopo, dico come a questi, ed a Giovanni da Milano suo condiscepolo nella scuola di Gaddo Gaddi, esso Gaddo nel suo morire raccomandò Giovanni, e Agnolo suoi figliuoli a fine che essi seguitassero a fargli camminare secondo i precetti dell’arte, che esso aveva loro insegnata.

Venne in pensiero, già che il Vasari nel dar notizia dell’accennata fondazione in Firenze della Compagnia de’ Pittori se la passò alquanto strettamente, di dirne alcuna cosa di più in questo luogo: Ma già che noi troviamo, ch’ell’ebbe suo principio nel 1349. abbiamo stimato miglior consiglio il lasciar per ora tale assunto, per farne poi nel Decennale ove cade esso anno 1349. una diffusa narrazione.

[p. 44] GIOVANNI

DA S. STEFANO A PONTE DI FIRENZE

PITTORE

Discepolo di Buonamico Buffalmacco, nato 1307. 1365.

Attese costui non meno all’arte della pittura nella scuola di Buonamico Buffalmacco, che a quella di prendersi tutti i sollazzi, staatre propria del maestro suo; onde non fu gran fatto, che siccome Buonamico avendo menato sua vita accompagnata da povertà, e finalmente nel pubblico Spedale si morì; questo suo discepolo ancora, che in ogni cosa volle essere imitatore del maestro, non avendo mai riportato alcun profitto, né da’ guadagni del suo mestiero, ne dalle eredità, che gli pervennero di taluno ch’egli mai non pensò, nella fine sua si trovasse si povero, che appena fusse stato bastante il suo avere per dare al suo corpo sepoltura. Diede costui i primi saggi di suo parere nella terra d’Empoli, quindici miglia distante dalla Città di Firenze, dove nella Pieve dipinse a fresco con istraordinaria diligenza la Cappella di san Lorenzo con istorie della vita di esso santo. In san Francesco d’Arezzo colorì l’anno 1344. l’Assunzione di Maria Vergine, e nella Pieve la Cappella di sant’Onofrio, e quella di sant’Antonio; e fece in santa Giustina, e in san Matteo alcune pitture, che poi colle medesime Chiese perirono nell’occasione di farsi, per ordine del Granduca Cosimo I. in quella Città alcune nuove fortificazioni. Tornato a Firenze, dipinse una Cappella dedicata a san Michele Archangelo sopra il vecchio Ponte a santa Trinita, che poi rovinò per la piena del 1557. Ed è fama, che da tal pittura egli traesse il cognome di Giovanni da Ponte. L’anno 1355. dipinse in san Paolo a Ripa d’Arno di Pisa nella Cappella maggiore; e poi in Firenze in santa Trinita la Cappella degli Scali, e quella ch’è allato ad essa, ed una eziandio con istorie di san Paolo accanto alla Cappella maggiore, ove è il sepolcro di Maestro Paolo Strolago; ed in altre Chiese, e luoghi fece più opere. Finalmente in età pervenuto di 59. anni, nel 1365. finì il corso di sua vita, e nella Chiesa di santo Stefano al Ponte vecchio, ov’egli aveva fatte più opere di sua mano, fu poverissimamente sepolto.

[p. 45] PUCCIO CAPANNA

PITTORE FIORENTINO

Discepolo di Giotto, nato

Fra i buoni discepoli di Giotto meritò d’aver luogo ancora Puccio Capanna Fiorentino, il quale nella Chiesa di s. Francesco d’Ascesi, ed in quella della Madonna degli Angeli dipinse assai dopo la morte del maestro, del quale tenne sempre la maniera. In Rimini nella Chiesa di san Cataldo de’ Frati Predicatori colorì a fresco una nave in atto d’affondarsi nel mare per forza della tempesta; e fra quelle di molti marinari figurati in essa, ritrasse al vivo la sua propria persona. In Firenze dipinse in santa Trinita per la nobilissima famiglia degli Strozzi la lor Cappella che è la prima entrando in Chiesa per la porta sinistra verso il fiume d’Arno; la qual Cappella fu poi ridotta al moderno, e sopra modo abbellita con pitture nella volta di Bernardino Poccetti; e con altre a olio dai lati d’altri buoni maestri. Dipinse pure in Firenze nella Badia la Cappella di san Giovanni Evangelista per la famiglia de’ Covoni; ma tal pittura, pur’oggi più non si vede, a cagione di diverse mutazioni state fatte in quella Chiesa a’ dì nostri, delle quali in altro luogo parleremo. Operò in Pistoia, in Bologna, ed altrove, tenendo sempre la maniera di Giotto suo maestro; e tanto bastaci aver detto di quest’artefice.

IACOPO LANFRANI

SCULTORE, E ARCHITETTO VENEZIANO

Discepolo d’Agostino, e Agnolo Sanesi, nato … ,

D’Agostino, e Agnolo Sanesi, appresso i quali fece suoi studj Iacopo Lanfrani di Venezia, già demmo sufficiente notizia nel primo Secolo nel quarto Decennale; resta ora che diciamo alcuna cosa di costui, il quale per quanto potea volersi in quegli oscuri tempi, riuscì buono, e risoluto maestro, come mostrano ancora molte cose state fatte da lui. E per farsi da quelle, ch’egli condusse nella sua patria dico, che con suoi disegni fu edificata la Chiesa di san’Antonio, ch’era stata un tempo fatta di puro legname, e quegli, che tale opera gli diede a fare, fu un Abate Fiorentino dell’antica famiglia degli Abati ne’ tempi del Doge Messer’ Andrea Dandolo, e restò finita l’anno 1349. Dell’anno 1343. aveva fondato la Chiesa di san Francesco d’Imola, e fatto con suo scarpello la porta principale di scultura, in [p. 46] cui volle che rimanesse intagliato a perpetua memoria il suo proprio nome, e’l tempo nel quale fu lavorata. Portatosi a Bologna, intagliò per Gio: Andrea Carduino Dottore, e Segretario di Clemente VI. una sepoltura nella Chiesa di San Domenico; ed una pure nella stessa Chiesa per Taddeo Peppoli.

Ne’ tempi di costui operarono altri discepoli d’Agostino, e Agnolo; tali furono Iacobello, e Pietro Paolo Veneziani, che in san Domenico di Bologna fecero la sepoltura di marmo per Messer Giovanni da Lignano Dottor di leggi l’anno 1383. e’l Pesarese, che in sua patria fece la Chiesa di san Domenico, e la porta di marmo, colle tre figure, dico, Iddio Padre, san Giovan Batista, e san Marco; ed osserva il Vasari, che questi, ed altri discepoli de’ sopra notati Agostino, e Agnolo, che tutti operarono d’una stessa maniera, si sparsero talmente per l’Italia, che tutta l’empierono di loro architetture, e sculture, delle quali molte e molte rimangono fino al presente tempo.

[p. 47] DECENNALE V.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCXL. AL MCCCL.

NARRAZIONE

Della fondazione della Compagnia di

S. LUCA EVANGELISTA, stata instituita,

e fondata per la prima volta,

nella Città di Firenze da’ Pittori

di essa Città l’anno 1349.

Giache il seguitare a dar notizia dell’opere de’ Professori del disegno stati in Firenze nel secolo del 1300. ne ha portato all’anno 1349. in cui non solo un pittore, ma quasi tutti i pittori insieme più rinomati di nostra Città, stata nuova madre, e maestra di loro bell’arte, fecero la più ragguardevole opera, che da uomini assennati, e Cristiani far si potesse, che fu la fondazione della Compagnia di santo Luca Evangelista, con che vollero si bella facoltà appoggiare, o per dir meglio fermamente stabilire sopra il saldissimo fondamento del Divino timore, della protezione di Dio, e de’ suoi santi; e già che essi medesimi in ciò fare guadagnarono alla nostra patria la gloria d’aver dato al mondo il bello esemplo, che poi in ogni tempo, ed in ogni parte, ove vera Religione si professi, con gran frutto dell’arte, e degli artefici è stato abbracciato; è ben ragione, che in questo luogo io divertisca alquanto dal ragionare di ciascheduno di loro in particolare, per dire alcuna cosa di si lodevole azione, che la più parte, come io dissi, se non tutti insieme si posero ad effettuare, mentre io [p. 48] ancora mi fo a credere, che tale mio nuovo pensiero, all’onore della patria, e di quei saggi uomini, ed alla comune utilitade sia per contribuire non poco.

È dunque da sapersi, come presso agli anni 1350. l’arte della Pittura, che prima da Cimabue, e poi da Giotto nell’antecedente secolo era stata richiamata a nuova vita, trovavasi tanto megliorata nella nostra Città di Firenze, che non pure ella medesima, e molte Città vicine avean sortito d’essere di suoi magistero fatte più belle da’ Fiorentini pittori, ma già per opera de’ medesimi sparsisi quasi per l’Europa tutta erane con universale applauso stato fatto godere il bel pregio; onde da per tutto molti, e molti furon coloro, che abbandonate le goffezze dell’antico modo al nuovo, ed allora da ognuno stimato bellissimo si appigliarono. Quando che i nostri pittori, considerando esser pazzo colui, che le proprie azioni a niun fine incammina, ed all’incontro a quegli, che a più alto scopo le indirizza, deesi la vera lode dell’opera, e riflettendo altresi quello doversi avere in conto di miglior fine fra gli uomini, che puote servire di mezzo, che all’ultimo fine dell’uomo conduca, che è appunto l’onore di Dio, e l’eterna salvezza nostra, e considerando ancora quanto bene si accomodi col nostro ultimo fine la bell’arte della pittura, di cui è proprio, e principale attributo il rappresentarci le imagini, e l’egregie, e sante operazioni di Dio e de’ Santi suoi, con che al culto, ed all’imitazione insieme, per quanto è nostra possa, c’inanimisce, anzi ci sprona; risolsero, per così dire di spiritualizzare l’arte medesima colla fondazione d’una Compagnia sotto l’invocazione dell’Evangelista san Luca, in cui potessero esser descritti tutti coloro che non solo alla pittura, ma anche a cose, che in qualsivoglia modo a disegno appartenessero, non escludendo dalla medesima qualunque si fosse, anche artefice di metallo, o legname, nella cui opera o molto, o poco avesse luogo il disegno; e perché egli è proprio della cristiana carita il comunicar se medesima senza eccettuazione di persona, vollero che potessero esservi ascritte anche le femmine stesse, le quali però o perché fossero in libro particolare notate, o perché tale loro volontà poi non avesse effetto, io non trovo, che alcuna ne fosse descritta nell’antico libro, del quale pur’ora sono per far menzione. Considerarono ancora quei prudenti uomini quanto sia difficile il potersi a lungo andare ben reggere, e governare una comunità, tutto che al divino culto, e sante operazioni destinata, senz’alcun ordine, o regola, e però formarono un libro di Carta Pergamena in quella proporzione, che noi diciamo oggi Imperiale, in cui a principio descrissero loro incominciamento, ordine, e regole, tempo per tempo, fino all’anno 1404. nel quale esse regole restarono approvate, e soscritte dall’Ordinario, e lasciarono il rimanente per le note da farsi per ordine d’alfabeto de’ fratelli, che erano a principio, e che dipoi fossero per descriversi in essa Compagnia: Ma perché questo unico libro, dopo il corso di sopra 300. anni si vede in molte parti lacerato, e guasto, onde gran fatto essere non potra, che in processo di tempo possa ancora lacerarsi piu, e forse perdersi del tutto; a fine che anche a’ secoli futuri più sicuramente si trasmetta l’intera notizia di si nobile azione in ogni sua minuta circostanza, ho voluto in questo luogo tutte le ordinazioni, ch’egli contiene, che poche sono in numero a parola a parola trascrivere, e sono le seguenti.

Al Nome di Dio Omnipotente, et della Beata Vergine Maria, et di Messere Santo Giovanni [p. 49] Batista et di Messer Santo Zenobio Confessore et di Madonna Santa Reparata Vergine et del glorioso Messer Santo Lucha Evangelista Padre et principio et fondamento di questa Compagnia et Fraternitade et di tutti Santi et Sante di Paradiso. et ad onore et a riverentia della Santa Madre Ecclesia. Et di Messere lo Papa et di suoi fratri Cardinali; Et di Messere lo Veschovo di Firenze et del suo Chericato et a fructo et consolatione dellanime di tucti coloro che sono et saranno di questa Compagnia et Fraternita.

Questi Chapitoli et ordinamenti della Compagnia del glorioso Messere Santo Luca Evangelista che fanno et ordinano quelli dell larte de Dipintori di Firenze a sua laude et a sua reverenzia et a consolazione dell’anime nostre. Et fu trovata et cominciata nelli Anni Domini … xxxviiij a di xvij dottobre la vigilia del glorioso nostro advocato Messer Santo Luca Evangelista. Questi Capituli et ordinamenti furono trovati et fatti da buoni et discreti huomini dell Arte de Dipintori di Firenze al tempo di

Lapo Gucci Dipintore

Vanni Cinuzzi Dipintore Chapitani della

Corsino Bonaiuti Dipintore detta Chompagnia

Pasquino Cenni Dipintore

[p. 50]

Segna darignano Dipintore

Bernardo Daddi Dipintore Chonsiglieri della

Jacopo di Chasentino Dipintore detta Compagnia

Chonsiglio Gherardi Dipintore

Domenico Pucci Dipintore Kamerlinghi della

Piero Giovannini Dipintore d. Compagnia.

Conciò sia cosa che nostro intendimento sia, mentre che semo in questo peregrinaggio pericoloso da argomentare d avere lo Beato Messere Santo Luca Evangelista per nostro spetiale advocato dinanzi alla Maiestà Divina et dinanzi alla gloriosa Vergine Maria che sono specchio di purita si convengono servigiali puri et netti di pecchato.

Ordiniamo ke tutti quelli ke venghono o verranno a scriversi a questa Compagnia huomini o Donne sieno chontriti et chonfessi de loro peccati o almeno chon intendimento di confessarsi il più tosto che potra acconciamente. Et ke i Capitani o i Kamerlinghi chelli scriveranno si annuntino loro ciò e beni ke questa Compagnia fa. Et qualunque fia ricevuto a questa Compagnia sia tenuto di dire ogni di cinque pater nostri cum emque ave Maria. Et se per dimenticanza o vero per alcuna altra sollicitudine non li dicesse ogni di possali dire il di sequente o quando sene raccordera.

Et accio ke dovutamente si possa conservare al servigio del Beato Messere Santo Lucha Evangelista sisi [p. 51] debbia spessamente confessare et chomunichare almeno una volta l’Anno se puote fare licitamente

E sia manifesto a tucti ke nostro intendimento si è ke questi Capituli non leghino niuna persona a colpa macciascuno adoperi quello Buono ke puote o sa secondo ke Dio ella sua Madre el Beato Messere Santo Luca gliele concede per grazia

Ordiniamo ke questa Compagnia abbia quattro Capitani et quatro Consiglieri et due Kamerlinghi come scripto e di sopra i quali Chapitani et Chamerlinghi sieno et esser debbiano sempre dell Arte de Dipintori Buoni diritti et Leali. E Consiglieri possano essere dell Arte et fuori della detta Arte come a loro piacesse e ke i Capitani vecchi colloro Consiglio innumero di xvj. si debbiano raunare nella Chiesa di Santa Maria Nuova la prima Domenicha dottobre et la prima Domenicha daprile et ordinatamente debbano eleggere et nominare octo huomini dellarte et i quattro ke più boci anno di loro rimanghano e debbano essere Capitani. Et i detti Chapitani ivi chiamati debano eleggere quactro Consiglieri ciaschuno il suo siccome alloro parra o piacera et due Kamerlinghi et debano intrare innoficio in Kal. dinovembre e bastino sei mesi innoficio et in Kal. di Maggio. et abbiano divieto che da ivi a uno Anno non possano ne debiano avere niuno officio nella detta Compagnia.

Et ke i detti Kamerlinghi vecchi debbiano et siano [p. 52] tenuti di rendere ragione a Chapitani nuovi chenterranno de sei mesi channo tenuto il Conto dell Entrata et dell Uscita et se avesseno fatte spese non licite et dovute ke i detti Chapitani gli debano fare rimettere di suo nella detta Compagnia. Et senogli rimettesse chel debbiano radere dellibro della detta Compagnia et più non vi sia.

Ordiniamo ke ongni prima Domenicha del Mese vi debbiano essere i Capitani e Chamerlinghi et que della Compagnia e porre il Desco fuori e scrivere quelli ke vorranno entrare alla detta Compagnia e fare paghare soldi tre per Anno agl huomini et soldi due alle Donne e raccordare chi ae a pagare che paghi

Anchora ordiniamo accio chella nostra Compagnia sia ben sollecitata di buoni et discreti huomini che dove l Vfficio de Capitani Consiglieri e Chamarlinghi duravano semesi e posirecharono aun anno che sopra detti Vfici si chavino di quattro Mesi in quattro Mesi che viene la tratta tre volte

La prima tratta si faccia addi diciotto dottobre la Mattina e lanno della festa del glorioso mess. Sancto Luca nostro avocato e cominci di primo di Novembre

La seconda tracta si faccia la prima Domenica di Febraio e comincino luficio di primo di Marzo

La terza tratta si faccia la prima Domenica di giungno et comincino luficio di primo di Lulglio i quali Capitani Consiglieri e Camarlinghi dalla finita dalloro uficio a un anno non possano ne debbano nella Compagnia avere alcuno uficio.

[p. 53] Fu questo Capitolo fatto et ordinato neglianni di Christo MCCCLXXXVI di diciotto d Ottobre il di della festa del glorioso Appostolo Mess. Sancto Luca Vangelista nostro protectore per venticinque Savi e discreti huomini dellarte de dipintori della detta Compagnia

A honore e riverenza di Dio e della sua pretiosa Madre Vergine Maria e del Beato Messer Sancto Lucha Evangelista nostro protectore dinanzi a Dio, e capo di questa Compagnia. I Capitani che furono nel Mille tre cento novanta cinque nella fine del loro ufficio del Mese d’Ottobre colloro consiglio e altri huomini della Compagnia di numero di xxiiij. ordinarono che ongni anno il di di Sancta Maria Magdalena che a di xxij. di Luglio si faccia uno rinovale nella Cappella di Messer Sancto Lucha e che i Capitani che sieno pe tempi debbano pagare e far pagare a ognuno chi puo ovuole soldi due per uno e che de questi danari sidebbano dare a Preti e pagare la cera ch al detto rinovale siponesse come parra a detti Capitani che alotta saranno e che tutti quegli che al detto rinovale se ritrovaranno stieano divotamente con silenzio a pregare i Dio per tutti i Morti fedeli Cristiani passati di questa vita e massimamente per quegli di questa Compagnia iquali fussono in purgatorio che i Dio gli conduca a beni di Vita eterna. Amen.

In Christi nomine amen Anno incarnationis eiusdem Millesimo quadringentesimo quarto indictione tertia decima die tertio decimo Mensis Februarij actum Florentie [p. 54] in Episcopali Curia Florentina presentibus Ser Anthonio lacobi et Ser Petro Francisci Tieri Notarijs Episcopalis Curie Florentine Testibus ad infrascripta habitis vocatis et rogatis: Venerabilis Vir Dominus lacobus de Caniplo Arincus utriusque Iuris Doctor reverendi in Christo Patris et Dom. Dom. Iacobi Dei et Apostolicæ Sedis gratia Episcopi Florentini Vicarius generalis. Visis suprascriptis Capitulis et eorum quolibet et eis particulariter examinatis et lectis et demum repertis iuxtis ydoneis et congruis ad predicta Capitula ordinamenta et statuta dicte Sotietatis Ser Luce approbavit et adfirmavit ac mandavit per se et suos inofficio successores contradicta ordinamenta et quodlibet eorum non venire debere sed pro approbatis et confirmatis autoritate qua fungitur haberi voluit et madavit et dictam sotietatem ydoneam bonam et sufficientem similiter comprobavit

Ego Laurentius olim Ser Angeli Bandini de Florentia Notarius publicus atque Imperiali auctoritate Iudex ordinarius et nunc Notarius Episcopalis curie Fiorentine predictis dum agebuntur interfui et ea rogatus scripsi etc.

Dipoi seguono i nomi de’ Descritti per ordine alfabetico.

Come si vede adunque, la pietà e divozione di questi pittori verso il santo Evangelista, e pittore gli fece risolvere a far questo corpo di Compagnia, volendo che le loro opere fossero accompagnate da religiosi esercizzj; ed io non son lontano dal credere che eglino per avventura facessero reflessione a ciò che non senza disegno dell’alta provvidenza d’Iddio era accaduto 70. anni innanzi, cioè a dire che quando l’anno 1279. dal Cardinal Latino fu benedetta la prima pietra, e fondata la gran chiesa di santa Maria Novella de’ Frati Predicatori fosse stata fatta restare [p. 55] in piedi per adattarsi a nuovo disegno una Cappella dell’antica e minor Chiesa, ed in essa Cappella già si trovasse eretto un Altare, e che questo nel giorno appunto destinato alle glorie di quel santo, a lui si dedicasse, come tutto assai chiaramente si raccoglie dalla Cronaca manuscritta del Convento di essi Padri; la qual Cappella meritamente si conobbe esser consecrata al nome di santo Luca, che fu il primo che fra Cristiani esponesse all’adorazione imagini di Giesù Cristo, e di Maria sempre Vergine da sé stesso effigiate, e già che quella medesima circa trenta anni innanzi a tale consacrazione era stata lasciata in piedi a cagione delle pitture, che v’erano de’ Greci pittori maestri di Cimabue primo restauratore della pittura maestro di Giotto, padre nell’arte di tutti quegli artefici, che l’anno poi con eccellenza professata.

Or qui avverta il Lettore, che quanto s’è detto intorno alla Cappella dell’antichissima Chiesa di santa Maria Novella restata in piedi nel tempo della fondazione della nuova gran Chiesa; da Scrittor moderno, che forse non vidde la detta Cronaca, e non fece capitale di quanto in confermazione di tal verità si può indurre dagli scritti del Villani, e dell’Ammirato, oltre a quel più che deve aversi di fede ad altri autori; viene assai controverso; che però veggasi sopra di ciò un nostro Opuscolo intitolato LA VEGLIA DIALOGO, che dato fuori da noi scritto in penna, si sentì poi essere stampato in Lucca l’anno 1684. sotto nome di Sincero Veri.

ANTONIO

dal Vasari detto VENEZIANO

PITTORE

Discepolo d’Agnolo Gaddi, Nato 1310 1348.

Questo pittore, secondo che io trovo nell’antiche Vite de’ Pittori manuscritte nell’altre volte mentovata Libreria de’ manuscritti originali, e spogli de’ signori Strozzi, era veramente Fiorentino, e non Veneziano, come credette il Vasari, ed anco fu cognominato Antonio da Siena, e per alcun tempo ancora Antonio da Venezia; ciò fu a cagione dell’essersi egli molto trattenuto in quella Città. Fu buon pittore, e perché in quei suoi tempi, ne’ quali era già la maniera di Giotto tanto stimata per tutta Europa, egli bene l’aveva appresa da Agnolo di Taddeo Gaddi, che aveva operato nella Città di Venezia; fu nella stessa Città chiamato, e molto adoperato in opere a fresco, e a tempera. Finalmente da quella Signoria gli fu dato a dipignere una delle facciate della Sala del Consiglio, ma a cagione d’invidia, e di mali uffizj di quei professori gli convenne quindi partire, e tornare alla sua Patria Fiorenza. In essa dunque fece alcune pitture a fresco nel chiostro di Santo Spirito, e in santo Stefano. Operò nel Campo santo di Pisa dipignendo storie del Beato Ranieri, incominciate già da Simon Sanese; e fra esse quella della morte, e [p. 56] sepoltura di quel Beato, nelle quali rappresentò alcuni ciechi, e indemoniati con altri infermi, e fra questi un idropico, tutti in atto d’essere miracolosamente sanati per li meriti di quel santo; le quali figure espresse così al vivo, e con tanta invenzione, che furono in quel secolo avute in istima non ordinaria; ne fu meno lodata una nave fluttuante fra le tempeste del mare, nella quale con pensieri appropriati al vero figurò lo sbigottimento de’ naviganti, e le molte, e varie azioni fatte da marinari per sottrarsi dall’imminente pericolo del naufragio. Fra le lodi, che dagl’intendenti si danno a quest’artefice una fu, che lavorò con tanta diligenza l’opere sue a fresco, che non punto ebbe bisogno di ritoccarle a secco; onde ha mostrato il corso di tre secoli essersi quelle per cagione di tal sua accuratezza così ben conservate, che fino a’ tempi nostri si son vedute molto fresche, la dove quelle degli altri anno in gran parte ceduto al tempo. Tornato poi a Firenze, dipinse per Giovanni degli Agli a Nuovoli sua villa fuor della Porta al Prato in un tabernacolo un Cristo morto con molte figure, la storia de’ Magi, ed il Giudizio universale; e per gli Monaci di Certosa fece la tavola dell’Altar maggiore; e perché fu intendentissimo di Botanica, e dell’arte Chimica, datosi per ultimo tutto all’esercizio della medicina, della quale sempre si dilettò, è fama che nella medesima Città di Firenze, medicando gl’infermi nella pestilenza del 1383. di cui fa menzione il nostro Rondinelli, e nella sua età di circa anni 74. finisse il corso sua vita.

SPINELLO ARETINO

PITTORE

Discepolo di Iacopo di Casentino.

Da un Luca Spinelli, che nella cacciata de’ Ghibellini partì di Firenze, andandosene ad abitare in Arezzo, nacque Spinello, perciò detto Aretino. Questi fino dalla fanciullezza col solo aiuto della natura, e dell’inclinazione al disegno, fecesi quasi ragionevol pittore. Occorse intanto che Iacopo di Casentino ad Arezzo si portasse, e che alcune cose quivi dipignesse; onde a quello accostatosi Spinello, fece co’ suoi precetti tanto profitto, che in breve l’avanzò di gran lunga, ed acquistossi gran nome: che perciò avvenne ch’egli fosse chiamato a Firenze, e fussegli dato molto da operare nell’arte sua. Dipinse per le Chiese di Santa Maria Novella, del Carmine, e di Santa Trinita. In santa Maria Maggiore colorì la Cappella principale con istorie della Madonna, e di sant’Antonio Abate; ed ancora dipinse la storia della sacrazione di detta Chiesa fatta da Papa Pelagio; che così si legge nella inscrizione, ch’è nel muro a man destra del Coro all’entrare, e non da Papa Pasquale, come scrisse il Vasari. Operò nel sacro Eremo di Camaldoli; in Casentino; ed in molti altri luoghi di Toscana. In Arezzo, e suoi contorni fece opere infinite a fresco, e a tempera, e fra esse nella Chiesa di santo Stefano, fabbricata già dagli Aretini in memoria di molti santi, che in quel luogo da Giuliano Apostata [p. 57] per la confessione della Fede di Cristo furon fatti morire. Colorì molte storie con grandissima diligenza; e di più vi dipinse una imagine di Maria Vergine in atto di presentare al Figliuolo bambino una rosa; ed espresse questa imagine, al suo solito, con aspetto così devoto, e fu conservata con tal venerazione, e tenuta si cara, che dovendosi in tempo demolire quel Tempio, fecionla segare, e bene allacciare, e con grande spesa in una Chiesetta dentro alla Città la portarono, dove poi fu, ed è al presente da’ devoti Cittadini riverita. Molte altre imagini di Maria Vergine fece in tabernacoli sparsi per quella Città, che tutte spirano devozione maravigliosa; ne queste sole, ma tutte l’altre, che furono opera della sua mano anno una particolare prerogativa di muovere a gran compunzione i riguardanti; dono, credo io, concesso ad esso in particolare per la sua esemplare vita, e singolare carità, a cagione della quale, per quanto ne fu scritto, egli come fratello della Fraternità di quella Città, nella Peste del 1383. molto si affaticò nel visitare gl’infermi, e seppellire i morti; per la quale eroica azione, siccome fu caro a Dio, così fu odioso al comune Inimico, che molto il perseguitò; ed occorse questo caso, che avendo esso Spinello dipinto nella Compagnia di sant’Angelo il Demonio in atto d’esser cacciato dal Cielo, ed essendosi studiato di farlo deforme al possibile, questi gli comparve una notte in sogno con terribile aspetto, e gli domandò dove esso l’avesse mai veduto così brutto; onde Spinello, che vecchissimo era, rimase per un pezzo forte spaventato. Visse poi fino all’età di novantadue anni, e finalmente in detta Città d’Arezzo passò da questa all’altra vita, lasciando di sé fama di gran virtuoso nell’arte, e di ottimo Cristiano.

LORENZO BOLOGNESE

PITTORE

Discepolo di Franco Bolognese, fioriva 1340.

Coetaneo, e forse concorrente di Vitale Bolognese, sotto la scuola di Franco miniatore, attesta il Malvasia, che fosse questo Lorenzo, e lo cava da una assai buona conghiettura del vedersi bene spesso l’opere del primo, o allato, o rincontro a quelle del secondo; ciò riconoscesi particolarmente nel chiostro de’ Frati Domenicani di Bologna; e dice il medesimo, che di mano di quest’artefice fossero pitture a fresco nell’antico chiostro de’ PP. Conventuali, da essi poi chiuso, e tirato ad uso proprio; e seguendo l’attestato del Masini nella sua Bologna, e del Bumaldo, dice ancora che fossero sue pitture nell’antichissima Chiesa di Santa Maria di Mediaratta.

[p. 58] GIOVANNI DA MILANO

PITTORE

Discepolo di Taddeo Gaddi, fioriva del 1350.

Oltre all’essere stato questo artefice discepolo di Taddeo Gaddi, gli fu anche si confidente, ed amico, che ad esso alla sua morte, che seguì del …. raccomandò Agnolo, e Giovanni suoi figliuoli, accioché egli continuasse ad ammaestrargli in quell’arte, nella quale egli medesimo già avevagli incamminati. Operò costui di maniera Giottesca, e furono sue pitture in Ascesi la Tribuna della Cappella maggiore, dove fece un Crocifisso, la Vergine, e santa Chiara, e nelle facciate, e dalle bande, storie di Maria Vergine. In santa Croce di Firenze, una tavola per l’Altar di san Gherardo da Villa magna; ed in Ognissanti, Convento ove già stavano i Frati Umiliati, una tavola, che allora fu posta all’Altar maggiore. Condottosi poi a Milano sua patria, colorì molte tavole a tempera, e quivi finì il corso di sua vita.

DUCCIO DA SIENA

PITTORE

Discepolo di … . nato … .

NON mancarono alla Città di Siena in questi tempi suoi pittori, uno de’ quali fu Duccio, che molto operò a chiaro scuro. Fece per il Duomo di quella Città una tavola, che fu messa all’Altar maggiore, e poi dovendosi porre il Tabernacolo, fu levata, ed in altro luogo di quella Cattedrale appesa. Una sua tavola ci fu mandata a Firenze per la Chiesa di santa Trinita, nella quale è dipinta Maria Vergine; e questa non lascia dubitare dell’essere costui uscito della scuola di Giotto, o de’ suoi discepoli. L’anno della crudele mortalità del 1348. dipinse la Cappella della Piazza di quella sua patria. Operò finalmente per la Città di Pisa, e furono anche portate sue opere a Pistoia, e a Lucca.

[p. 59] TOMMASO DI STEFANO

DETTO GIOTTINO

Discepolo di Stefano Fiorentino suo Padre, nato 1324, 1356.

Questo Tommaso imparò l’arte da Stefano Fiorentino suo padre; poi datosi a studiare l’opere di Giotto, ne riuscì così grande imitatore, che ne fu chiamato per soprannome Giottino; anzi giunse a tale, che dicevasi in Firenze per ischerzo, che in lui non operava il proprio spirito, ma quello dello stesso Giotto, tanto che furongli date a fare molte opere a fresco per le Chiese di Firenze, che io non mi estendo in raccontare, già che oggi più non si vedono per essere state consumate dal tempo, o levate, per dar luogo a pitture moderne, o rovinate insieme con gli edificj, sopra i quali furono dipinte. Vedesi però in San Romeo una sua, allora tenuta bellissima, tavola d’un Cristo pianto dalle Marie, che veramente pare di propria mano di Giotto. Operò anche di scultura, e fece di sua mano una delle statue di santa Maria del Fiore, alta braccia quattro, che fu posta da quella parte verso dove poi furono i Pupilli. Dipinse in Roma, ed in molte altre Città d’Italia. L’anno 1343. che di Firenze fu cacciato, dopo un anno di tirannico governo, Gualtieri Franzese, e Conte di Brenna, detto il Duca d’Atene, dopo essergli nel Gonfalonierato di Paolo Bordoni posta taglia di diecimila fiorini d’oro con promessa di gran privilegj a chi l’avesse ucciso, o avesselo dato vivo nelle forze de’ Fiorentini; fu fatto dipingere a Tommaso il ritratto di lui a fresco nella Torre del Palagio del Potestà, oggi del Bargello, ed insieme quegli di tutti i suoi ministri, con mettere sopra la testa, ed a piedi l’arme delle famiglie loro. Ciò furono Cerrettieri Visdomini, Rinieri di Giotto da san Gimignano, Guglielmo d’Assisi, Gabbriello suo figliuolo, Meliadusso d’Ascoli, e Fra Giotto fratello di Rinieri, non ostante che Guglielmo, e’l figliuolo fossero stati morti a furore di popolo, ed a perpetua loro infamia fecero scrivere nelle mitere di ciascuno alcuni mal composti versi, i quali oggi per l’antichità, non che leggere si possano, ne meno si veggono: ma avendogli io in alcune antichissime memorie ritrovati, quegli appunto che furono allora composti; non ho stimato che sia per essere del tutto spiacevole lo scrivergli in questo luogo.

Il Duca d’Atene a’ traditori dipinti allato a lui miterati.

Avaro traditore e poi crudele

Lussurioso ingiusto, e spergiuro

Giammai non tenne suo suo stato sicuro.

M. Cerrettieri Visdomini mantenitore di libertà al Duca.

Come potevi tu durar signore

Essendo innanzi in peccato involto

E me per tuo consiglio avermi tolto?

[p. 60] M. Rinieri Giotti da san Gimignano Capitano de’ fanti del Palagio al Duca.

Deh come degnamente mi potevi

Far Cavalier, che tu, ed io avari

Siamo, e sempre fummo più che Mida

Tradendo sempre l’uomo, che ti fida?

M. Guglielmo d’Ascesi allora Capitano del Popolo al Duca

Tu mi facesti più ch’altr’uom crudele

Però mi grava più la tua partita,

Che in quel furore, ch’io mi perderei la vita.

Gabbriello figliuolo di esso M. Guglielmo

Aver Padre crudel m’era diletto

Poi vidi gli occhi suoi in palestra insegna,

E quello avviene a chi mal c’insegna.

M. Meliadusso d’Ascoli allora Potestà di Firenze

Io porto sotto la lima, e la fraude

E di te m’ingegnai farti Signore

Or ne se fuor per tuo poco valore.

Frate Giotto da San Gimignano fratello del Capitano de’ Fanti con un libro in mano

Vie più m’incresce di me e mio fratello

Veder l’un traditore, e l’altro ingrato,

Che veder te di signoria cacciato.

È notissimo per le nostre storie il decreto, che fecero i Fiorentini, che in memoria della ricevuta grazia per la cacciata di quel tiranno si dovesse per l’avvenire ogn’anno solennizzare come Pasqua il giorno della festività di Sant’Anna Madre della Gran Madre di Dio, e che nello stesso giorno correr si dovesse un palio di panno lucchesino, e si facessero solenni ufficj, ed offerta per lo comune, e per tutte l’arti, e magistrati della Città.

Tornando ora a Giottino, egli fu nell’arte sua molto desideroso di gloria; che però sempre dipinse con diligenza, ed accuratezza, senza fermarsi punto nella considerazione del guadagno, che quindi a lui venisse, e più tosto a sé stesso volle egli sodisfare, che alle proprie comodità: onde per poco ben nutrirsi, e molto affaticarsi, si morì tisico l’anno della sua età 32. Questo artefice da coloro, che dopo di lui ne’ trascorsi secoli scrissero de’ nostri Pittori, viene assai lodato, e particolarmente da Cristofano Landini nella sua prefazione al Comento di Dante. Ebbe Giottino molti discepoli nella pittura, e fra questi Giovanni Tossicani Aretino, che imitò molto la sua maniera; onde fu fatto operare per tutta la Toscana, e particolarmente nella sua patria, dove nella Pieve dipinse la Cappella di santa Maria Maddalena de’ Tuccerelli; e nel Vescovado, una bella Nonziata con san Iacopo, e san Filippo; opere che il tempo disfece, e furonvi poi ridipinte da altri [p. 61] maestri. A Pisa mandò diverse sue tavole, che furon poste nel Duomo, statene poi levate per dar luogo alle moderne pitture, e nella Terra d’Empoli colorì nella Pieve in un pilastro un san Iacopo Apostolo.

DON SILVESTRO

MONACO CAMALDOLESE

del Monastero degli Angeli di Firenze

MINIATORE.

Vuole ogni dovere che fra coloro, de’ quali abbiamo fatta menzione, che ad esempio del famosissimo Giotto s’applicarono in questi primi secoli del risorgimento della pittura, all’arte del miniare, io faccia alcuna ricordanza di Don Silvestro Monaco Camaldolese del Monastero degli Angeli di Firenze, come quegli, che condusse opere si belle e per diligenza, e per disegno, per quanto quei tempi comportar poterono, che meritarono non pure gli applausi de’ gran Monarchi, ma eziandio degli stessi professori del secol buono. Ma prima è da sapersi, come circa gli anni del Signore 1340. venne nel nominato Monastero un Monaco di santi costumi, chiamato Don Iacopo Fiorentino, il quale molto stimando ogni piccolo avanzo di quel tempo, che non occupavano le sue osservanze (virtù propria solamente di Religiosi molto perfetti per desiderio di ben servire a Dio, ed alla Chiesa sua) erasi con grande studio guadagnata una maniera di scrivere in quella sorta di carattere grosso, che si ricerca pe’ libri da coro, che per lo più scrivevansi sopra carta Pergamena, che con molta ragione gli vien dato nome fra gli scrittori del più eccellente in tale facoltà, di quanti fossero stati avanti a lui, ed anche per più secoli poi. Questi non solamente scrisse per lo Monastero suo fino a venti pezzi di libri da Coro, i maggiori, che avesse veduta l’Italia tutta fino al suo tempo, ma eziandio moltissimi per Roma, Venezia, e Murano, per lo Monastero di san Mattia della stessa Religione; per lo che ne fu celebrato in vita da ognuno, che conobbe sua gran virtù (e particolarmente dall’eruditissimo D. Paolo Orlandini monaco del suo Ordine, che in sua lode compose molto in verso latino) ma dopo sua morte vollero i suoi Religiosi in memoria di lui conservare in una degna custodia quella sua mano, che si eccellentemente, e religiosamente tanto operò in servizio del sacro canto. Or questo Don Silvestro, di cui ora siamo per parlare, che fu singolarissimo nel lavorar di minio, avendo avute in sorte di vivere ne’ tempi, e nello stesso Monastero di Don Iacopo, fu quegli, che con si maraviglioso artifizio, e diligenza abbellì con sue figure tutti i notati libri, che vedute, come dicemmo, da ottimi professori de’ buoni secoli, furono estremamente lodate; e sappiamo, che venendo alla nostra Città di Firenze la Santità di Papa Leone X. egli volle vedere, e ben [p. 62] considerare ad uno per uno, confessando avergli molte volte sentiti lodare dal Magnifico Lorenzo de’ Medici suo padre; e dicono, che dopo avergli tutti ben veduti, ed ammirati, mentre stavansi aperti sopra le prospere del Coro, proroppe in queste, o simile parole: Se questi fossero secondo l’uso della Chiesa Romana, e non come sono, secondo l’ordine Monastico, e uso di Camaldoli, ne vorremmo alcuni pezzi per la Basilica di san Pietro, ove già se ne conservavano due altri, che tenevansi per di mano de’ medesimi Monaci, con dare a’ Monaci per essi un’adequata ricompensa. Giunse a tanto il concetto, che s’ebbe per ognuno della virtù di questo uomo, ma particolarmente da tutti i Monaci, che essendo venuto a morte, vollero che fosse a lui fatto lo stesso onore che fatto avevano a detto Iacopo; che fosse la mano sua destra stata operatrice di lavoro tanto insigne conservata in degna custodia ad eterna memoria.

[p. 63] DECENNALE VI.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCL al MCCCLX.

ANDREA DI JACOPO

Altrimenti di CIONE ORGAGNA.

detto dal Vasari ORGAGNA.

SCULTORE, E ARCHITETTO FIORENTINO.

Discepolo d’Andrea Pisano, nato 1320, 1389.

Attese Andrea Orgagna ne’ suoi principj, come ci lasciò scritto il Vasari, all’arte della scultura, dipoi datosi con grande applicazione al disegno colla scorta d’Agnol Gaddi, e di Bernardo suo fratello divenne pittore; ed io trovo ch’egli si matricolò per pittore non prima che l’anno 1358. sicché non pare che errasse punto il Vasari in farcelo per qualche tempo scultore, poi pittore: egli è però vero ch’egli trovasi descritto al libro della Compagnia de’ Pittori sotto nome d’Andrea di Cione, o Cioni del popolo di san Michele Bisdomini fino del 1350. al qual numero vedesi essere stato aggiunto di diverso carattere il numero di 19. Aiutò Bernardo l’anno 1350. a dipignere la Cappella maggiore di santa Maria Novella della nobil famiglia de’ Ricci richiestone dal Padre Fra Iacopo Passavanti Religioso di quell’Ordine de’ Predicatori, uomo di gran bontà, e dottrina, che allora viveva in quel Convento, assistendo alla gran fabbrica della nuova Chiesa. Occorse poi a’ 20. d’Aprile del 1358. che in uno strano temporale cadde un fulmine sopra il campanile di essa Chiesa, il quale, oltre all’avere spezzata in più parti una figura d’un Angelo di ferro di braccia quattro, il quale con un braccio steso girando attorno un gran palo pure di ferro, dimostrava i venti, a guisa d’una simile figura, che si vede in Vitruvio, e fatto del palo un arco, corse di repente in essa Cappella maggiore, e talmente abbronzò, percosse, e guastò quelle pitture, che elle rimasero in istato di non [p. 64] potersi più godere, e passato un intero secolo è statasi la Cappella sempre così; finalmente ad istanza di Giovanni Tornabuoni fu di nuovo dipinta dal celebre pittore Domenico del Grillandaio. Colorì poi, come a suo luogo si dirà, Andrea insieme col nominato Bernardo suo fratello la gran Cappella degli Strozzi nella medesima Chiesa, nella quale (come anche a’ presenti tempi si riconosce) rappresentò da una parte la gloria de’ Beati, e dall’altra figurò l’Inferno, e questo dispose secondo l’invenzione del divino Poeta Dante. Io trovo nell’insigne Libreria de’ manoscritti, e spogli dell’altre volte nominato senatore Carlo Strozzi, al libro segnato let. G a 18. che l’Orchagna ad istanza di Tommaso di Rossello Strozzi dipignesse per detta Cappella anche la tavola, della cui allogagione lo stesso Tommaso fece un ricordo, che quantunque alquanto informe si riconosca, è tale appunto quale a lui bastò per aiuto di sua memoria in ordine alle varie circostanze, e patti di essa allogagione; contuttociò penso che sarà caro al mio lettore, che io lo porti in questo luogo tolto a verbo a verbo, siccome nel citato libro trovasi registrato.

Qui aperesso saranno scri

parte, et Andrea vocato orchangnia

Chio Tommaso di Rossello detto ho dato a dipignere al

d. altare la quale è fatta per l’altare de.

in Santa Maria novella di lalgezza di braccia v. sol. I.

quivi, o intorno dela dipigniere il detto Andrea à

colore fine maesteriò, et oro; ariento, et ogni altra

veramente de mettere in tutta la tavola ciuori fogl.

solamente le colone da lato de’ mettere ariento donella

ditta tavola, et quante figure che per me tam.

dare compiuta, et dipinta la detta tavola d’ogni suo. ma.

tricento cinquanta quattro a venti mesi, et questo di li demo.

avenisse che il detto Andrea no ci desse compiuta, et dipinta

mi de dare pe ogni settimana che più la penasse a diping:

secondo parrà alla descrettione di detti Arbitri scritti qui

et suo maesterio, oro, colori, et ogn’altra cosa fior. cc.

si et in tal modo, che meno se ne venisse se ne de

stare al giudizio

et Carlo delli Strozzi, et frate Iacopo di Andrea cose la facesse

ne venisse più del sopradetto prezzo dobbiamo stare al giudizio

Paolo, Carlo, e frate Iacopo.

Fin qui il ricordo di Tommaso di Rossello Strozzi.

Col quale anche fassi vedere assai manifesto l’errore preso dal Vasari, e da un moderno, che l’ha seguitato, chiamando quest’Artefice Andrea Orgagna, quando [p. 65] veramente egli dicevasi Andrea Orcagna; ed io n’ho un altro attestato per quanto leggesi nell’antico manoscritto nella Libreria di san Lorenzo, dico delle Novelle di Franco Sacchetti, la dove nella novella 136. si dice

E fra l’altre questione mosse uno che aveva nome l’Orcagna, il quale fu capomaestro dell’Oratorio di nostra Donna d’Orto san Michele, qual fu il maggior maestro di dipignere, che altro che sia stato da Giotto in fuori, ec.

Ma giacché non so come, mi son trovato in discorso del vero soprannome, o casato di quest’artefice, contentisi il mio lettore, che io, come per ischerzo dica in questo luogo ciò che forse potrebbe affermarsi intorno all’etimologia dello stesso; è dunque da sapersi come la voce cagnare, quantunque rare volte, o non mai si trovi nell’antico, e moderno tempo essere stata usata in Firenze, era però, siccome è ancora al presente assai propria di alcuni popoli d’Italia, e suona lo stesso, che a noi cambiare; ond’è che potrebbe chiamarsi colui che cambia oro, colui che oro cagna, preso poi per soprannome con poca abbreviatura, colui che orcagna, e volendolo nominare per eccellenza senza il proprio nome direbbesi l’Orcagna, cioè colui che fa il cambiatore d’oro: e tanto basti intorno al casato, o soprannome del nostro artefice.

Chiamata a Pisa, dipinse nel Campo santo una grande storia del Giudizio universale; ed in un’altra figurò tutti i gradi de’ signori del mondo immersi fra’ diletti di quello; e in altra parte fece vedere i pentiti del peccato in atto di rifuggirsi alle montagne fra gli Anacoreti; da basso espresse la figura di san Maccario, che a tre Coronati fa vedere tre cadaveri di Re defunti non del tutto consumati. Nella stessa Città nella Chiesa dalla coscia del Ponte vecchio fece alcune opere di scultura. Tornato a Firenze, gli fu data a dipignere la facciata destra della Chiesa di santa Croce, dove toltane quella di san Maccario, rappresentò le medesime storie, che nel Campo santo di Pisa fatte avea, le quali poi nel passato secolo per occasione della fabbrica delle nuove Cappelle furon gettate a terra. In quella del final Giudizio dalla parte degli Eletti ritrasse al vivo molti suoi amici; e da quella de’ Presciti effigiò i volti, e le persone di coloro, a’ quali egli voleva poco bene: fra questi ritrasse un tal Guardi Messo del Comune in atto d’essere dal Diavolo strascinato per un uncino allo ‘nferno, e accanto a questo, Cecco d’Ascoli medico, astrologo, ed anche poeta, di cui io leggo nella real Libreria di san Lorenzo alcune rime intitolate L’acerba Vita; ed un trattato di sfera in lingua latina ne va attorno stampato d’antica stampa sotto titolo di Cicci Asculani, insieme con Autolico, e Teodosio, ed altri autori di sfera, e fu quegli che ne’ tempi di quest’artefice era stato in Firenze per erronee opinioni, e astrologiche superstizioni morto, e abbruciato: concetti bizzarri in vero furono questi dell’Orcagna, ma non so quanto lodevoli per la dignità del luogo, e per la terribilità della storia rappresentata; coll’una, e l’altra delle quali cose, male si accordano simili baie. Datosi poi agli studj d’architettura, fece in quegli si gran progressi, che in breve potè con suo modello edificare la bellissima loggia de’ Signori, al presente detta de’ Lanzi nella piazza di essa Città di Firenze, e la gran fabbrica della Zecca; non è già vero che egli, come scrisse il Vasari, nella facciata di quella loggia intagliasse tutti e sette gliornamenti, e figure di marmo di mezzo rilievo rappresentanti le sette virtù teologiche, e cardinali, perché io trovo negli antichi libri di ricordanze del Provveditore dell’Opera di S. Reparata Stieri di Francesco degli Albizzi, che le quattro virtù cardinali furono intagliate da un certo Iacopo di Piero circa agli anni 1368. come io nelle Notizie [p. 66] di lui ho narrato, non ostante tutto cio, che da altri, seguitando il Vasari, è stato erroneamente scritto, ma di questo errore del Vasari, e d’altri dopo di lui parleremo in fine dalla presente narrazione. Occorse intanto la terribile mortalità del 1348. dopo la quale non solamente toccò in sorte all’Orcagna di rimaner vivo (cio che a molti uomini famosi per arti, e scienze non riuscì, e fra essi al nostro Gio: Villani scrittore della storia Fiorentina) ma gli fu occasione di rendersi più glorioso ne i secoli avvenire, come più a basso diremo. Molti storici fanno menzione di questa mortalità, e fra questi assai diffusamente Matteo Villani nel principio della sua Cronica; ma ciò non ostante non voglio io lasciare di farne in questo luogo un breve, e stretto racconto, non solamente perché da quella nacque occasione al nostro artefice di fare nella Città di Firenze un’opera di singolar pregio: ma ancora per far con questi miei scritti tuttavia più noto al mondo quanto sia tremendo il braccio della Giustizia di Dio, allora che l’umane scelleratezze son giunte al termine loro prescritto dalla di lui sofferenza. Negli anni dunque di nostra salute 1346. nelle parti d’Oriente verso il Cataio, e l’India superiore, ed altre addiacenti Provincie a quei mari dell’Oceano si scoperse una pestilenza velenosa, la quale incominciando dallo sputo del sangue, dava ad alcuni di subito la morte, e ad alcuni altri dopo due, o tre giorni, o poco più. Era questo male così contagioso, che in un momento si comunicava agli astanti degl’infermi, ed a quanti altri avessero con loro per breve spazio di tempo trattato; ai più ingrossava notabilmente l’anguinaia; ad altri veniva un tumore sotto alcuno delle braccia, o in altra parte; non fu appena passato un anno, da che aveva tal male avuto suo principio, ch’e’ si dilatò per tutta l’Asia; quindi passato a’ popoli del Mar maggiore, in Sorìa, Turchia, Egitto, e Riviera del Mar rosso. E da Settentrione infettata la Russia, la Grecia, l’Armenia, ed altre vicine Provincie fece grandi stragi. Fu poi mediante le Galere de’ Genovesi, e Catelani, che dal Mar maggiore in quei tempi si partirono per fuggire l’infezione, portata in Italia. Cominciò nella Sicilia, e poi col ritorno delle Galere a Pisa, e Genova infettò quelle Città. Occupò le marine dell’Affrica, e sue coste verso Levante, e le rive del Mar Tirreno; poi le parti di Ponente, la Sardigna, la Corsica, ed altre Isole a queste vicine; stesesi a Mezzogiorno, dove fece maggiori stragi, che in altra parte, finché nel 1348. l’Italia tutta restò presa da simile pestilenza, toltane la Città di Milano, ed alcune di quelle Città, che intorno all’Alpi dividono l’Italia dall’Alemagna, le quali poco furono offese dal male. Passate le montagne, stesesi in Provenza, Savoia, Delfinato, e Borgogna; per le marine di Marsilia, d’Acqua morta, e per la Catalogna, nell’Isola di Maiolica, Spagna, e Granata; e nell’anno 1349. già aveva occupate le riviere del Mare Oceano, d’Europa, e d’Affrica, Irlanda, Inghilterra, Scozia, ed altre Isole di Ponente, benché in Brabante facesse poca offesa. Nell’anno seguente 1350. percosse gli Alemanni, ed Ungari, la Frisia, Danimarca, i Goti, ed altri popoli da Settentrione. Durava per lo più questo male per ogni luogo cinque mesi. Fra gl’infedeli occorreva bene spesso, che per timore di questo mortifero veleno, le mogli i mariti, ed i figliuoli i padri tocchi dal male abbandonavano, ciò che alcune volte fra persone poco religiose, ed umane occorse anche in Cristianità; dove all’incontro furono da altre esercitati atti eroici di carità nell’offerir se stessi a perder la propria vita nella cura degl’infetti. Nella Città di Firenze cominciò questa pestilenza nel mese d’Aprile del 1348. e vi durò fino al principio di Settembre dello stesso anno, ed in così poco tempo di cinque mesi morirono in Città, e fuori più de i tre quinti [p. 67] delle persone, i più gente minuta, e plebea, come più disposta per causa de’ disagi, e patimenti, a simili miserie; e vogliono che il numero de’ morti arrivasse in Firenze alla somma di centomila. Il nostro Messer Gio: Boccaccio, che dopo quindici anni, cioè nel 1363. con rara eloquenza la descrisse, dice

Che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza, nell’applicarsi da uno ad un altro (sono sue parole) che non solamente l’uomo all’uomo, ma questo che è molto più assai volte, visibilmente fece, cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, e morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della infermita il contaminasse, ma quello in fra brevissimo spazio uccidesse.

Fin qui il Boccaccio. Fu costante opinione, che non inferiore fosse il numero de’ morti per tutto il mondo di quello, che a proporzione fu nel Fiorentino, e lo stesso Matteo Villani col parere de’ più savi tenne opinione, che avuto riguardo al numero di coloro, che vivevano nel tempo dell’universal Diluvio, e di quegli che perirono in questa mortalità fosse maggiore il numero di questi, che di quegli. In questo caso dunque occorse in Firenze, che un numero grandissimo di Cittadini, che dopo aver veduti morire tutti i loro figliuoli, e congiunti, anch’essi morirono, ne i loro testamenti lasciassero da distribuirsi in onor di Maria Vergine, ed a poveri di Dio per mano de’ Capitani della Compagnia della Madonna di Orto san Michele, che in que’ tempi, siccome poi sempre è stata, era in gran venerazione della Città per le gran limosine, che per le mani de’ medesimi eran solite distribuirsi ad ogni sorta di persone bisognose, lasciassero dico sopra trecentomila fiorini d’oro; onde adunatasi così gran somma di danaro, con quello di piu, che anche fu offerto in quel lacrimoso tempo in onore della sacra Imagine di Maria Vergine di esso luogo in segno di ricevute grazie, risolverono i Capitani di farle attorno un suntuoso tabernacolo di marmi. Di questa fabbricca fu data la cura ad Andrea, riconosciuto allora per il più valoroso maestro, che in quel tempo operasse d’architettura, e maneggiasse scarpello. Condusse egli adunque questo tabernacolo, commettendo con maraviglioso artifizio l’infinite parti di esso senza calcina a forza di spranghe di rame impiombate con tanta aggiustatezza, che sembra d’un sol pezzo, e lo diede finito del 1359. Trovasi essere stato il costo di esso insieme colla loggia novantasemila fiorini d’oro. Nella parte posteriore del medesimo tabernacolo scolpì di mezzo rilievo una grande storia della salita al Cielo di Maria Vergine, tenendo, siccome anche aveva fatto sempre nelle pitture, la maniera di Giotto. In questa storia in figura d’un Apostolo vecchio con barba rasa, e cappuccio avvolto al capo espresse l’effigie di sé medesimo. Un bellissimo disegno di quest’opera, con sue misure, fatto di propria mano d’Andrea Orcagna vedesi al presente, dopo un corso di 340. anni, benissimo conservato nella sopra nominata insigne Libreria degli antichi manoscritti, e spogli del già Senat. Carlo Strozzi. Soggiugneremo per ultimo, che lo scrittor moderno, di cui parlammo pur dianzi, ha creduto equivoco del Vasari l’aver affermato, che la sacra imagine di Maria Vergine ornata da questo tabernacolo fosse fatta per mano d’Ugolino Sanese, dandone per ragione solamente, che essendo Ugolino morto del 1349. ed essendo l’imagine stata dipinta del 1284. non gli pareva verisimile che in quel tempo, cioè del 1284. Ugolino avesse potuto essere ben instrutto in pittura, che potesse avere una tal opera dipinta; e che la maniera s’avvicinava più alla Greca, che a quella che [p. 68] allora usavasi in Firenze; e finalmente, che l’immagine è sopra legno, e’l Vasari dice fosse fatta da Ugolino nel pilastro. Ma sebbene si considera, non averà più luogo il dubbio del soprannominato autore, prima, perché il Vasari nella sua prima edizione dice, che Ugolino morì non già nel 1349. ma nel 1339. e tanto nella prima, che nella seconda edizione afferma, che Ugolino morisse in eta decrepita; sicché fatto bene il conto, egli nel 1284. potè essere in età di 30. o 35. anni almeno, e conseguentemente nel più bello del suo operare, e così potè aver fatta quella, ed altre megliori opere. Secondariamente dice il Vasari nella prima edizione, e nella seconda ancora a lettere apertissime, che Ugolino operò di maniera greca, anzi che tale antica maniera greca volle egli sempre ostinatamente tenere, non ostante che da molti pittori del suo tempo, e dallo stesso Giotto s’operasse d’assai miglior maniera: sicché per questo stesso dobbiamo dire, che la pittura è mano d’Ugolino. Che poi ella sia sopra legno, o sopra muro non l’abbiamo noi voluto riscontrare, bastandoci che sia la vera sustanza, che è, che la pittura è della maniera d’Ugolino Sanese, e non d’altri, poco importando ch’ella sia sopra legno, o sopra muro, e forse potè essere che lo Stampatore dell’opera del Vasari in luogo di dire, fece l’imagine di Nostra Donna per un pilastro della loggia, ec. dicesse, in un pilastro; e quando anche avesse così detto il Vasari, troviamo ancora, che il medesimo, e con lui molti di coloro, che hanno scritte Vite di Pittori, anno usato dire, fece una tavola nella tal Chiesa, e non per questo s’intende che la tavola fosse fatta in quella Chiesa, ma per quella Chiesa, non nella tal Cappella, ma per quella Cappella, cioè, che doveva andare in quella Chiesa, o Cappella; così l’aver detto il Vasari, Ugolino fece la Nostra Donna nel pilastro, non ci toglie il poter credere ch’egli volesse dire, che Ugolino avesse sopra tavola fatta l’imagine, per rapportarsi, e situarsi poi nel pilastro: onde il dubbio, par che si riduca ad una mera cavillazione.

Tornando ora all’Orcagna, fu costume di questo artefice lo scrivere il suo nome nell’opere, e perché la sua abilità nella pittura si riconoscesse nella scultura, e nella pittura quella, ch’egli aveva alla scultura, ne’ marmi scriveva Andreas pictor faciebat, e nelle pitture Andrea sculptor faciebat. Molte furon l’opere che fece Andrea sopra tavole a tempera per diverse Chiese di Firenze, ed altre sue tavole furon mandate al Papa in Avignone, avendone anche lasciate molto imperfette, le quali furon finite dopo sua morte da Bernardo suo fratello. Furon discepoli d’Andrea Orcagna nella pittura Bernardo Nello di Gio: Falconi Pisano, che dipinse molte tavole nel Duomo di Pisa; e Tommaso di Marco fiorentino, che fra l’altre opere fece l’anno 1392. una tavola, alla quale in sant’Antonio di Pisa fu dato luogo nel tramezzo. Dicemmo di sopra, e dicemmo bene, che errò il Vasari, affermando che tutte le figure delle virtù teologiche, e cardinali, che si veggono nella facciata della loggia de’ Lanzi fossero fatte da Andrea Orcagna; mentre io trovo, che le quattro cardinali furono opera d’un tal Iacopo di Piero. Ora io considero, che lo stesso Vasari nella Vita d’Andrea Orcagna afferma, ch’egli ebbe, oltre a Bernardo, un altro fratello chiamato Iacopo, che attese, ma con poco profitto, alla scultura, e non ci da contezza se non d’alcune poche opere fatte da costui, e così pare che a prima vista si potrebbe dubitare, se il Vasari, non avendo fatto conto di questo suo Iacopo, come quegli che non fusse valuto moltissimo in scultura, che però avesse supplito alla sua debolezza il fratello Andrea, fosse venuto a dire, che quelle figure fossero state intagliate da Andrea, con tutto che vi avesse avuta mano Iacopo, col disegno però, e assistenza d’Andrea; ma ciò non potiamo noi [p. 69] dire, perché per molte scritture sommamente autentiche, e vere, sappiamo ch elle furon fatte, non da uno Iacopo di Cione, ma da uno Iacopo di Piero, come più chiaramente nelle Notizie di esso Iacopo di Piero dimostreremo; e tanto basti intorno all’errore del Vasari. Tornando ora ad Andrea, essendo egli finalmente al sessantesimo anno di sua età pervenuto, fu colpito dalla morte l’anno 1389. Vissero, ed operarono in Firenze ne’ tempi di questo artefice assai maestri in scultura, e pittura, che s’impiegarono nel lavoro del maraviglioso Convento della Certosa, fabbricato pure in quei tempi due miglia fuori della Città per ordine di Messer Niccola Acciaiuoli Gran Siniscalco del Reame di Napoli, e di Sicilia, i nomi de’ quali maestri non c’è ancora riuscito di ritrovare; ed i molti sepolcri di quei della detta nobil famiglia degli Acciaiuoli, che tuttavia vi si veggono ne’ sotterranei, ed altrove fatti di lor mano, fanno conoscere fino a qual segno giugnesse il lor valore, secondo ciò che in que’ tempi concedere potevano.

BERNARDO ORGAGNA

PITTORE FIORENTINO

Fratello d’Andrea Orcagna, della scuola d’Agnol Gaddi.

Mentre Andrea Orcagna attendeva ne’ primi tempi de’ suoi studj all’arte della scultura, questo Bernardo, che fu suo fratello, e seguace della scuola d’Agnol Gaddi, attese sempre a quella del dipignere; onde essendo poi venuto voglia ad Andrea, a fine di rendersi in queste belle facultà universale, di farsi anche pittore, gli fu di non poco aiuto al conseguimento dell’intento suo, e finalmente avendo Andrea fatto in quell’arte assai buon profitto, Bernardo se lo prese in aiuto, ed insieme con esso lui condusse quasi ogni sua opera. Fra queste fu la Cappella maggiore della famiglia de’ Ricci, e quella degli Strozzi in santa Maria Novella, come si è detto nelle Notizie di esso Andrea. Similmente tutta la Cappella a fresco della famiglia de’ Cresci nella Nonziata a’ Servi; la facciata di fuori di sant’Appolinare; e una tavola dell’incoronazione di Maria Vergine nella Chiesa di San Pier maggiore; gli fu anche in aiuto Andrea nelle facciate del Campo santo di Pisa, ma essendo Andrea stato chiamato a Firenze, dopo aver finite le sculture nella Madonna su la coscia del Ponte vecchio, rimaso Bernardo in Pisa, condusse da per sé stesso in detto Campo santo un Inferno secondo l’invenzione della Commedia di Dante, che fu poi l’anno 1530. Guasto, e racconcio dal Sollazzino Pittore; e perché Bernardo sopravvisse al fratello alcuni anni, gli toccarono a finire molte sue tavole, che alla morte di lui eran rimaste imperfette.

[p. 70] BERNARDO DADDI

PITTORE ARETINO,

Discepolo di Spinello Aretino.

Fu questo Pittore uno de’ discepoli di Spinello Aretino, ed io trovo esser egli stato descritto nell’antico libro della Compagnia de’ Pittori di Firenze l’anno 1355. Dipinse in santa Croce la Cappella di san Lorenzo, e di santo Stefano de’ Pulci, e Berardi; e altr’opere fece in essa Chiesa, sopra le porte di Firenze dalla parte di dentro dipinse alcune devote imagini, parte delle quali guaste dal tempo furon del tutto gettate a terra per farvene altre, che a suo luogo, e tempo diremo. Altro fin qui non è venuto a mia notizia di quest’artefice, se non ch’egli morì l’anno 1380.

BARTOLOMMEO BOLOGHINI

PITTORE SANESE,

Discepolo di Pietro Laurati, fioriva del 1350.

Questo Bartolommeo, secondo il Vasari, di casa Bologhini, o pure della nobil famiglia de’ Bolgarini, come in un suo manoscritto lasciò notato Monsig. Giulio Mancini, imparò l’arte di Pietro Laurati degnissimo discepolo di Giotto, e suo grand’imitatore. Colorì in santa Croce di Firenze una tavola, che fu posta su l’altar della Cappella di san Silvestro, e lavorò assai in Siena sua patria, dove in una tavola fece il ritratto di Pietro suo Maestro, e dipinse ancora in altri luoghi d’Italia.

[p. 71] IACOPO DI PIERO

SCULTORE,

Credesi della scuola d’Andrea Orcagna.

Iacopo di Piero scultore, che fiorì circa al 1360. o fosse perché avesse imparata l’arte da Andrea Orcagna (com’è assai verisimile, giacché l’Orcagna in quei tempi era nella Città di Firenze in concetto di maestro singolarissimo, ed a lui per lo più tutto l’opere più degne raccomandavansi) o fosse perch’egli ne avesse studiata, o del tutto presa la maniera; onde le cose dell’uno poco o non punto da quelle dell’altro si distinguessero; diede al certo materia a coloro, che dopo gran tempo anno scritto, cioè a dire al Vasari, ed a chi ne moderni tempi l’ha seguitato, di credere, ed affermare, che alcune opere molto nobili da lui condotte fossero parte degli scarpelli del medesimo Orcagna. Tali furono le quattro statue di mezzo rilievo rappresentanti le quattro virtù teologiche, che furon poste sopra la bellissima loggia de’ Signori, detta oggi la loggia de’ Lanzi in Piazza del Granduca, architettata pure con vaga, magnifica, ed in quei secoli quasi non mai più usata maniera, dal medesimo Andrea Orcagna, al quale i soprannominati scrittori attribuirono con queste, anche tutte l’altre, delle quali pure lasciamo luogo a quello che ne sia la verità.

Per confermazione dunque di quanto io dico, e per dimostrare ad evidenza l’errore e del Vasari, e degli altri, sappiasi, come io trovo fra l’antiche scritture dell’Opera di santa Maria del Fiore in un libro di ricordanze del Provveditore Stieri di Francesco degli Albizzi dell’anno 1367. quanto appresso

Iacobo Pieri magistro pro manifactura virtutum cardinalium pro loggia Dominorum Priorum et Vexilliferi Flor 2. sol. I. I.

Ed in altro libro del 1384.

Die 3. Augusti stantiaverunt Iacobo Pieri intagliatori pro parte solutionis duarum figurarum, quas intagliat cum figura videlicet una cum Figura fidei, et alia cum figura Spei pro ponendo ad Loggiam DD. Priorum Flor. 30 auri.

Ed appresso

Die 22. Novembris Iacobo Pieri intagliatori, qui facit figuram Fidei pro loggia Dominorum Priorum videlicet pro integra solutione dicte figure.

E di più

[p. 72] Iacobo Pieri magistro et predicto in prestantia super Angelum quem celat pro loggia dicta Flor. 10 auri,

Ancora vi si legge

Iacobo Pieri Sculptori, che fabbrica due figure d’Angeli di marmo da porsi sopra la porta dell’Udienza de’ Signori in Palazzo per prezzo di dette figure in tutto Fior. 25.

Ed inoltre

Iacobo Pieri Scarpellatori, pro complimento sue mercedis, et salarij cuiusdam imaginis Angeli cum Psalterio in lapide marmoreo, per eum sculpte pro dicta Opera Flor. 25. auri.

Ed ancora

Iacobo Pieri pro parte solutionis sue mercedis cuiusdam imaginis Angelice de marmore per eum sculpte dicte Opere, cum Cinnamillis.

Ed è da credere, che le figure degli Angeli scolpite per l’Opera, fusser collocate nella facciata di Santa Maria del Fiore, quella che nel passato secolo, com'è notissimo, fu demolita.

IACOPO DI CIONE

O DI

IACOPO ORGAGNA

SCULTORE, E ARCHITETTO,

Discepolo d’Andrea Orcagna suo fratello.

Fu in questi medesimi tempi Iacopo Orcagna figliuolo di Cione e fratello del celebre pittore, scultore, e achitetto Andrea Orcagna. Di costui fa una assai breve menzione Giorgio Vasari, dicendo ch’egli attendesse, ma con poco profitto, alla scultura, e che per ordinario conducesse sue opere con disegni, e modelli di terra fattigli dallo stesso Andrea; e che quindi avvenisse, che Andrea di buon pittore, ch’egl’era, se bene alquanto instrutto in scultura, si desse poi di proposito a quest’arte, nella quale facesse quelle gran prove, che per quanto poteasi volere in quel secolo, furon note. Queste Iacopo dunque fece di sua mano li quattro marzocchi di pietra, che dorati furon posti su le quattro cantonate di Palazzo vecchio. Attese all’architettura, e con suo modello ed assistenza, fu fatto il fondamento, e la Torre della Porta a San Piero in Gattolino, e si crede di sua mano, e non di Andrea suo fratello, come altri disse, il mulo di tondo rilievo dorato, ch’è sopra [p. 73] la porta della parte di dentro in santa Maria del Fiore verso la Compagnia di San Zanobi, postovi, come si dice per memoria di Piero da Farnese Capitano de’ Fiorentini contro i Pisani, morto per la pestilenza del 1363. in Castel Fiorentino a’ 19. di Giugno, uomo chiaro non meno per gli egregj suoi fatti, che per la gloriosa posterità: si vede egli armato con uno stocco sopra d’un mulo, poiché mortogli sotto il cavallo, come dice l’Ammirato nella storia Fiorentina restò a piede, abbandonato quasi da tutti i suoi, ed incontratosi in un mulo da soma, lo fe scaricare, e postagli la sella del morto destriero, e montato su quello, e tornato a dar anima a’ suoi, acquistò la vittoria.

MARIOTTO ORCAGNA

PITTORE FIORENTINO,

Nipote d’Andrea Orcagna, e suo Discepolo.

Dipinse costui in Firenze in San Michele Visdomini un Paradiso, che oggi più non si vede, e nella stessa Chiesa, per un altare, la tavola della santissima Nunziata; nella medesima, un’altra tavola presso alla porta per Madonna Cecilia de’ Boscoli, le quali furon levate per dar luogo alle moderne, che vi sono oggi, alcune delle quali sono di mano d’eccellenti artefici del passato, e del presente secolo.

GIOVANNI DA PISTOIA

PITTORE,

Discepolo di Pietro Cavallini, fioriva circa il 1350.

Opere della mano di questo pittore furono in Pistoia sua patria alcune poche cose, che non si guadagnarono gran pregio; ne altro aviamo di lume di tale Artefice, ma non perciò aviamo voluto lasciare di farne questa Notizia, giacché il Vasari ancora nel fine della vita di Pietro Cavallini suo maestro ne fece anch’esso alcuna menzione.

[p. 74] MINO DA SIENA

PITTORE

Discepolo di … . nato … .

Benché non sia venuto a notizia di Mino da Siena altr’opera, che una tavola dipinta del 1362. in Sant’Antonio di Fonte Branda, con tutto ciò trattandosi di cosa venerabile per l’antichità, e per non defraudare l’artefice, e la patria sua, che in ogni tempo partorì uomini a queste arti, della dovuta lode, abbiamo stimato conveniente cosa il far di lui questa breve ricordanza.

MOCCIO

SCULTORE, E ARCHITETTO SANESE,

Discepolo di … . Nato … . … .

In questi tempi fu uno scultore, ed insieme architetto, nativo della Città di Siena, il quale fin da giovanetto condusse nella Chiesa di San Domenico d’Arezzo, dico l’anno 1356. una sepoltura per uno de’ Cerchi, la quale sepoltura volle che facesse ufizio di ornare, ed insieme di sostenere l’organo di quella Chiesa. L’anno 1369. ad instanza de’ Tarlati stati signori di Pietramala, cioè per gli Eredi di Pietro Saccone de’ Tarlati in esecuzione dell’ordine dato dal medesimo avanti sua morte, seguita in Bibbiena terra del Casentino; diede fine nella Città d’Arezzo alla Chiesa, e Convento di sant’Agostino, nella quale per entro le navate minori, più Cittadini di quella patria fecero edificare diverse Cappelle, e sepolture per loro famiglie; fabbrica, la quale egli fece senza volte, caricando il tetto sopra gli archi delle colonne, non senza pericolo di rovina della medesima, e conseguentemente non senza qualche biasimo de’ professori dell’arte, che in ciò fare il conobbero troppo animoso, per non dire troppo ardito; venutosene poi a Firenze, dove per la Cattedrale facevansi dagli Operai cose grandi; servì per sottarchitetto di quelle fabbriche, e più cose per le medesime intagliò di marmo, e vi fu architetto della Chiesa, e Convento di sant’Antonio, che avanti all’assedio era alla Porta a Faenza, dove ora abbiamo la Fortezza da Basso, o la Cittadella, che chiamare [p. 75] la vogliamo. Costui, che fu assai buon maestro, operò molto per tutta la Toscana, e fuori ancora; ed in Ancona fece di sua mano la porta di sant’Agostino con assai figure, ed ornamenti, e v’intagliò la sepoltura di fra Zenone Vigilanti Vescovo, e Generale degli Agostiniani nella lor Chiesa, e la Loggia de’ mercanti ridotta poi in assai miglior apparenza di quella, in che fu fatta negli antichi tempi. Costui, stando in Firenze, ebbe per suo discepolo Niccolò Aretino, il quale molto operò nella scultura, ma di questo parleremo a suo luogo.

TOMMASO DI STEFANO

FORTUNATINO

PITTORE,

Si crede discepolo di Giotto, nato … . ….

Io non dubito punto di dover dar luogo fra coloro, che uscirono della scuola del famosissimo Giotto, a Tommaso di Stefano Fortunatino, come a quegli, che non solo visse, ed operò ne’ medesimi tempi di lui, ma ne seguitò, per quanto potè giungere suo intendimento, interamente la maniera. Dipinse costui per la nobil famiglia de’ Gucci Tolomei una tavola, che allora fu posta sopra l’altare dell’antica loro Cappella di santo Stefano al Ponte vecchio, e oggi vedesi nella villa del Boschetto, o della Quercia a Legnaia di Baccio Maria Avvocato del Collegio de’ Nobili, Matteo, e Gio: Maria, tutti figliuoli di Neri di essa nobil famiglia de’ Gucci Tolomei, Gentiluomini, che per integrità di costumi, e per altre doti, che adornano gli animi loro, sono da tutti stimatissimi. Questa tavola, ch’è di legname in forma gottica, è divisa in tre partimenti, con loro frontespizj ad angoli acuti. Nel partimento di mezzo è Maria Vergine fra due Angeli, che si stringe al seno il Figliuolo Giesù, e nella parte più bassa sono rappresentate con diadema, a guisa di sante, otto virtù, le tre teologali, le quattro cardinali, e la verginità. Nel partimento da man destra è san Bastiano legato al palo, mentre più soldati gli avventano saette, e gli Angeli, che si veggono in aria gli apprestano la corona del martirio. Sonovi due uomini, uno coronato, che forse rappresenta lo ‘mperadore, e l’altro vestito in abito dottorale antico soppannato di vaio, che credesi ritratto al vivo di persona di quella casa, che la tavola fece dipignere, giacché si riconosce essere fatto dal naturale. Nel partimento sinistro è san Michele Arcangelo, che accompagnato da molte altre figure d’Angeli, caccia dal Cielo Lucifero rappresentato in un grande, e spaventoso dragone fra moltitudine di suoi seguaci, altri in terra caduti, altri in aria in atto di cadere; nelle quali figure, per quello che potè quell’età comportare, si scorgono attitudini risolute, e grand’invenzione. Nella superior parte di questo partimento è l’Eterno Padre in atto di comandare all’Arcangelo quell’azione, e da una parte è l’Aquila, che sostiene cogli artigli una cartella, [p. 76] e quella è figurata per lo Evangelista san Giovanni, e la visione dell’Apocalisse, per cui fu rivelato tal mistero: e tutta la pittura è in campo di oro. Finalmente sopra una tavola di legname rapportata sopra essa tavola nella parte più bassa, si veggono scritte le seguenti parole: Dipinse Tommaso di Stefano Fortunatino de’ Gucci Tolomei. Questa memoria adunque, che ci ha data cognizione di quest’artefice, del quale noi non troviamo esser mai stata fatta ricordanza, ci fece avvertiti che il Vasari, che nella vita di Tommaso di Stefano, detto Giottino, fece menzione dell’antica pittura a fresco della Cappella, di cui sopra abbiamo parlato, ch’è allato alla porta del fianco dipinta da esso Giottino, se la passò senza far menzione della tavola, o pure coll’aver detto, che Giottino dipinse la Cappella intera, intese di dire, che sua ancora fosse stata la tavola; ma a noi, non solo per la nota antedetta è costato, ch’ella fosse di mano del Fortunatino, ma avendo fatto il conto degli anni della vita di Giottino a confronto del tempo, nel quale, in ordine al testamento di Paolo di Filippo, di Filippo, di Bene de’ Gucci Tolomei, che fu de’ Priori l’anno 1378. essa Cappella fu fondata, troviamo, che già aveva Giottino finito il corso de’ giorni suoi; e tanto basti aver detto di tale artefice.

[p. 77] DECENNALE VII.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCLX AL MCCCLXX.

NARRAZIONE

del quando, come, e per chi incominciasse il meglioramento dell’arte della Pittura nella Città di Venezia, colle Notizie di

GUARIENTO PADOVANO

Il primo di quello Stato, che vi megliorasse alquanto la Greca maniera.

Il Cavaliere Carlo Ridolfi, nel suo libro delle Vite de’ Pittori Veneti dice, che nella Città di Venezia incominciò la maniera del dipignere a ricever miglioramento dopo l’anno 1300. e che per avanti (sono sue parole) i trascorsi Pittori Veneti per lungo tempo, conforme l’uso introdotto da’ Greci, avevano operato a tempera, ec. facendo le figure loro in punta di piedi, impoverite di panni, senza studio, e artificio, che ben considerate, più assomigliavano a fantasme, che ad umane forme. Fin qui il Ridolfi; ed è tutto verissimo, siccome anche in gran parte è vero ciò che dice lo stesso autore, non ostante tutto cio, che altri ne’ tempi nostri abbia voluto scrivere, che per lungo tempo avanti per tutta Italia si dipinse di quella maniera, perché qualche tempo vi volle prima che il modo di disegnare, e di dipignere tenuto da Cimabue, e poi da Giotto, fosse stato imparato, ed in ogni luogo da tutti praticato; che però sappiamo, che alcuni buoni [p. 78] maestri della vecchia maniera, fra i quali si contano Andrea Tafi Fiorentino, Margheritone d’Arezzo, o perché non servissero loro le forze, e l’ingegno, o per una certa loro ostinazione, non ostante ch’e’ fossero vissuti per molti anni ne’ tempi de’ nominati nuovi maestri, non vollero mai lasciarla. Che sia anche verissimo il detto del Ridolfi, l’anno dimostrato, e del continuo il fanno vedere, le pitture che di quei tempi tanto in essa Città di Venezia, quanto in altre d’Italia fino ad oggi si riconoscono. Non disse già il Ridolfi onde procedesse in quella Città, e suo Stato così fatto meglioramento; ed io per pigliare la parte migliore crederei, che ciò egli avesse taciuto, come cosa troppo risaputa, e troppo volgare: ma l’aver io letto verso la fine del suo proemio alcune pochissime parole, colle quali, senza addurre altre ragioni, se non che in Venezia si dipigneva alla Greca fin da’ tempi dell’Abate Giovacchino, cioè del 1186. e come quegli, che per quanto mostrano i suoi scritti, non mai vedde l’opere di Cimabue, e di Giotto, ne tampoco lesse l’infinite testimonianze, che fanno di loro gli antichi, e moderni scrittori, fa conoscere aver egli creduto, che il Vasari nel parlar di questi primi restauratori del disegno alquanto si vantaggiasse: perciò sono io necessitato a dir qui alcuna cosa in favor della verità solamente intorno alle cagioni di tale miglioramento fattosi poco dopo al 1300. in essa Città di Venezia, e suo Stato. Ne intendo io perciò diminuire a quella virtuosissima Città ne pure un punto di gloria in ciò che a tale facoltà appartiene, come quegli, che non seppi mai discernere, se più ella a Firenze per quei primi barlumi di bontà ricevuti in quest’arti da Giotto, e da’ suoi seguaci, che Firenze, e’l mondo tutto a lei sia obbligato per lo maraviglioso colorito, di cui ella fu madre, col quale la pittura si è finalmente ridotta all’ultimo di sua perfezione. Dico adunque, che non è chi dubiti, o dubitar possa, che niuno dopo i moderni Greci poco avanti, e poco dopo al 1300. operasse lodevolmente in pittura, con farvi anche scuola, e molti scolari, che qual cosa valessero, che esso Cimabue Fiorentino, e dopo di lui, e molto meglio di lui, Giotto suo discepolo; ed io penso avere anche ciò dimostrato fin qui in più luoghi di questa mia Operetta, e particolarmente al principio, dico nel primo secolo dal 1240. al 1300. Inoltre è in questi nostri tempi patentissimo quanto i discepoli di Giotto sparsi in brevissimo giro di lustri per tutta Italia, anzi per la maggior parte d’Europa, non solamente vi facessero spiccare tale miglioramento da quella semplice maniera greca, che non pure il Ridolfi, ma tutti i più eruditi e veraci scrittori antichi, e moderni affermano, che vi si tenesse. Posto dunque tutto questo per vero, siccome è verissimo, vediamo ora se alcun pittore di nome dalle parti di Firenze in quel tempo appunto, che dice il Ridolfi, cioè dopo il 1300. si portasse a Venezia, e per lo Stato per farvi opere magnifiche, e tali da non fidarsi se non ad uomini di virtù singolare, e rinominatissimi. Noi sappiamo, non dal Vasari solamente, ma da altri autori da me citati altrove, quasi di quei medesimi tempi, che viveva Giotto, ch’egli circa al 1316. dipinse molto in Padova nella Chiesa del Santo, e che per opera de’ Signori della Scala vi colorì la gran Cappella, che ebbe tanto grido; poi si portò a Verona, e dipinse il Palazzo di Cane della stessa signoril famiglia della Scala, e operò in san Francesco. Tornato un’altra volta a Padova, vi dipinse altre molte cose; onde fin qui non aviamo da dubitare, che quella così bella, nuova, e da tutto il mondo desiderata maniera, non risvegliasse gl’ingegni di quei popoli a lasciar l’antico modo, e ad essa appigliarsi. Sappiamo poi che quegli, che prima, e più d’ogn’altro suo discepolo s’impossessasse della maniera di lui, fu il nostro Taddeo [p. 79] Gaddi, il quale, secondo si ha da antiche scritture, stette con lui 24. anni. Sappiamo ancora, che Taddeo la communicò ad Agnolo suo figliuolo, e che questi fu maestro di quell’Antonio dal Vasari chiamato Veneziano, il quale io, col testimonio d’una molto antica memoria esistente nella Libreria de’ manoscritti originali, e spogli di casa Strozzi altrove nominata, dico ch’e’ fu Fiorentino. A questo ora s’aggiunga, che non solamente Agnolo, il primo de’ nostri, se ne stette gran tempo a Venezia, e vi operò o poco avanti, o poco dopo la morte di Giotto, che seguì del 1336. ma il suo discepolo Antonio vi si trattenne anch’esso tanto tempo, ch’io leggo nella stessa memoria di casa Strozzi, ch’egli perciò si acquistò nella sua patria Firenze il nome d’Antonio Veneziano; siccome ancora per essere stato poi anche assai nella Città di Siena, fu inteso per Antonio da Siena. Costui in Venezia fu stimato per modo, che quella Signoria gli diede a dipignere una delle facciate del Consiglio; ne si metta in dubbio, che Antonio avesse la maniera di Giotto presa dal suo maestro Gaddi, perché ciò anno dimostrato, e dimostrano tuttavia pur troppo chiaro l’opere di lui.

Ma che doveremo noi dire di Stefano Veronese. Questi eziandio stato gran tempo in Firenze nella Scuola del medesimo Agnolo Gaddi, e lavoratovi molto, andatosene poi a Verona, fece opere infinite, e tali in bontà, che Donatello insignissimo scultore Fiorentino nel tempo, ch’è si trovò ad operare in essa Città, vedendo le pitture di costui a fresco, affermò essere le migliori, che fino a quel suo tempo fossero in quelle parti state lavorate: ma di questo parleremo a suo luogo. Sicché considerato tutto questo, chi potrà a buona equità negare, che quella nobilissima patria, con tant’altre dello Stato non ricevessero il lor miglioramento in queste belle arti per mezzo dell’opere di tali artefici. Saranno con tutto ciò sempre gloriosi gl’ingegni, che in questi ultimi secoli nacquero sotto quel fortunato cielo per avere da una piccola semenza in un corso di poco più di cent’anni, cioè dalle prime opere di Giotto, e de’ suoi derivati, fino a che comparvero alla luce i Bellini, cavato un frutto si copioso, quanto al mondo è noto, ed averlo anche centuplicato ne i tanti, e tanti, ch’egli ha prodotti dipoi, da me sempre riveritissimi.

Uno dunque di coloro, che incominciarono in quello Stato a godere di si bella mutazione, fu Guariento Padovano, il quale, come dice il Ridolfi, primo di tutti v’incominciò ad operare alquanto meglio, e più de’ passati s’appressò al naturale. Questi per ordine del Senato dell’anno 1365. dipinse nella Sala del Maggior Consiglio (che per avanti era stata dipinta di verde a chiaro scuro) sopra il Tribunale un Paradiso, opera che restò poi coperta dalla pittura del Tintoretto. In questo rappresentò egli il nostro Signor Giesù Cristo in atto di coronare la Gran Madre sua Maria sempre Vergine, mentre gran numero di Angeli festeggiano quel gran fatto; sotto la pittura scrisse egli i seguenti versi, che il Ridolfi dice esser di Dante, nella cui Commedia a me non è per anco sortito il ritrovargli

L’ amor che mosse già l’Eterno Padre

Per Figlia aver di sua Deità Trina

Costei che fu del suo Figlio poi Madre

Dell’universo qui la fa Regina.

Vedevasi ancora di mano di Guariento nella stessa Sala sopra una porta san Paolo, e sant’Antonio, che fra di loro dividevano un pane recato loro dal Corvo; con che volle l’artefice significare l’uniformità degli affetti, e voleri di quei Cittadini. Da scrittori [p. 80] dell’antiche storie di Venezia, dice lo stesso autore cavarsi, che Guariento nella medesima Sala dipignesse la guerra di Spoleto, ed altre storie, le quali poi furono da altri maestri, che succederono a lui rifatte. Il Vasari chiama questo pittore per nome Guariero, ma lo credo l’istesso che il nostro Guarente, che trovasi usato in alcune famiglie, come per esempio in quella de’ Davizzi; e puo essere che abbia sua origine dal Francese garante, che vale lo stesso che mantenitore; onde la parola guarentigia, e guarentigiare, che usiamo ne’ nostri contratti. A lui dunque il Vasari attribuisce le pitture della maggior Cappella de’ Frati Eremitani di sant’Agostino in Padova, ed un’altra nel primo chiostro; e dice che egli dipignesse una piccola Cappelletta in casa Urbano Prefetto, e la Sala degl’Imperadori Romani, luogo delle danze carnovalesche degli scolari; e vuole anche, che egli di sua mano colorisse a fresco nella Cappella del Potestà storie del Testamento vecchio, delle quali cose il Ridolfi non fece alcuna menzione, ch’è quanto di notizia si ha per ora di tale artefice.

GIOVANNI FETTI,

MARCO DI GUGGIO,

PIER GIOVANNI TEDESCO,

NICCOLO DI PIER LAMBERTI,

LUCA DI GIO: DA SIENA, e

FRANC: DI NERI SELLARI.

In questi tempi operarono nella Città di Firenze, oltre a quegli de’ quali s’è parlato, altri maestri allora stimati eccellenti, che per quanto si riconosce da alcune opere loro rimaste fino a questa nostra età, seguitarono la maniera di Giotto. Tali furono Giovanni Fetti scultore, del quale si ha nel Libro di ricordanze del Provveditore dell’Opera di santa Reparata, Stieri di Francesco degli Albizzi dell’anno 1367. quanto appresso.

Magnifico Gio: Fetti incisori lapidum si paghino F. 50. e non più per prezzo della figura della Fortezza posta, o da porsi sopra la loggia della Piazza de’ Signori fabbricata, e scolpita detta figura per detto Magnifico Giovanni.

E confermasi l’errore del Vasari, e di chi modernamente l’ha seguitato, come dicemmo altrove, di aver attribuite queste opere tutte all’Orcagna: ed in oltre

Ioanni Fecti Magnifico pro suo labore laborerj, et magisterj super figura Temperantie, quam ad presens propter suam senectutem non facit.

[p. 81] Un certo Marco di Guccio Aghinetti pittore, del quale si trova nel sopra notato Libro

Magnifico Guccio Aghinetti pictori si pagano F. 6. per aver dipinto l’arme de’ Falconieri, la quale gli Operai avevan fatto disfare sopra la porta de’ Falconieri.

Pier Gio: Tedesco, e di questo si trova allo stesso Libro

Petro Ioanni Teutonico, vel de Bramantia magnifico pro celatura seu scultura in prestantia super Angelum marmoreum, quem ad presens facit pro Opera F. 10.

Similmente

Magnifico Petro Teutonico in prestantia super quemdam Angelum marmoreum, quem celat pro Opera F. 15.

E nel Libro di deliberaz. dell’Opera per sei mesi cominciato al p. di luglio 1396. si trova

Die ……… locaverunt, et concesserunt Magnifico Petro Ioanni Theutonico magistro intagli ad laborandum, et intagliandum unam figuram marmoream unius Sancti, et quatuor Sanctorum coronatorum,

E a’ 29. d’Agosto fecero una deliberazione del tenore, che segue

Die 29. Augusti fiant sive locentur ad laborandum quatuor figure marmoree quatuor Sanctorum Doctorum Ecclesie, Sancti Augustini, Sancti Gregorij, Sancti Ambrosij, et Sancti Geronimi, et postea ponantur, et poni debeant in quatuor tabernaculis magnis existentibus duobus ex utraque parte prope terram et iuxta ianuam maiorem Ecclesie sancte Reparate in facie anteriori dicte Ecclesie.

E poi più avanti

Die 3 Novembris magistro Petro Ioanni Teutonico magistro intagli ex causa mutui pro figura sancti Ieromini quam ad presens laborat in lapide marmoreo F. 10.

E poi segue

Die 14 Novembris F. 10. etc.

Inoltre

Dicta die locaverunt, et concesserunt Magnifico Petro Ioanni Theutonico, et Magnifico Nicolao Pieri ad intagliandum similiter in marmore albo figuram B. Augustini Doctoris Ecclesie,

E poi

Nicolao Pieri scarpellatori pro integra solutione figure marmoree B. Marie Virginis, et nostri Domini Iesu Christi, quas dictus Nicolaus laboravit, et fecit pro dicta Opera, et pro integra solutione F. 100.

Ed ancora

Dicta die Nicolao Petri magistro intagli ex causa mutui pro laborerio unius Angeli marmi per eum laborati et qui laborat ad presens, et pro figura B. Augustini per eum incepte F. 6.

Ed ancora

Die 24. Novembris Nicolao Pieri magistro intagli ex causa mutui pro figuris [p. 82] sanctorum Augustini, et Gregorij, quas ad presens laborat in lapide marmi albi.

E finalmente a un libro di deliberazioni del 1402. per sei mesi

Die 11. Augusti Nicolao Pieri Lamberti intagliatori mutuo super unam figuram Virginis Marie, que intagliat, F. 6.

Questo Niccolò, che fu di Piero di Lamberto, era della Città d’Arezzo, e si trova descritto negli antichi libri della Compagnia de’ Pittori di Firenze in questo modo Niccolò di Piero scarpellatore Aretino, nel 1410. e nel margine fu notata la parola scultore da mano più moderna. Trovasi ancora essere stata fatta menzione in un Libro di deliberazioni degli Operai del 1354. di Francesco di Neri Sellaio, o Sellari scultore con queste parole

Indictione tertia die 28. Sept. Franciscus Sellarius incepit dicta die unam figuram marmi, de qua figura facit sanctum Ioannem Evangelistam.

Si trova ancora

Die 4. Novembris 1362. deliberaverunt quod Franciscus Neri Sellarius Magister scarpelli veniat, et sit ad laboriendum in dicto opere ad faciendum figuras marmi in dicto opere ad provisionem operarum que pro tempore fuerint solvendorum eidem de figuris, que per eum fabbricantur.

In oltre si legge in esso Libro

Die 23. Februar. deliberaverunt quod Franciscus Sellarius habeat de quadam figura, quam fecit de marmore B. Petri, F. 12. auri.

E avanti sotto gli 10. di Luglio avevan deliberato, che sopra’l frontespizio della facciata di essa Chiesa si desse luogo ad alcune statue, e la deliberazione è quella che segue

Indictione 15. die 12. Iulij deliberaverunt, quod due figure marmi albi sculpte et facte videlicet quedam figura Angeli, e quedam figura Prophete ponantur super frontispitio facto super dicta Ecclesia ex latere Balle super angulo dicte Ecclesie, una dictarum figurarum et alia figura super ……… facto et edificato apud dictum frontispitium.

Oltre a quanto si trova notato intorno a ciò ne i nominati antichi libri, e intorno a luoghi, che furon dati all’opere di questi artefici nella facciata, il tutto anche bene si riconosce nel disegno della medesima stato fatto, e ricavato poco avanti alla demolizione di essa facciata, del quale più a lungo si parlerà fra le Notizie dal 1380. al 1390. Trovasi ancora nel Libro di deliberazioni cominciato al primo di Gennaio 1382.

Francisco Sellario olim scarpellatori dicte Opere pro parte sue mercedis cuiusdam Imaginis Angeli per eum incoate et sculpte in predicta Opera in lapide marmoreo, F. 2. auri

[p. 83] NINO

SCULTORE PISANO,

Figliuolo, e Discepolo d’Andrea Pisano, fioriva del 1370.

Uno de’ migliori maestri, che uscissero dalla scuola d’Andrea Pisano fu Nino suo figliuolo. Costui aiutò al Padre a condurre la grand’opera della porta di bronzo del tempio di san Giovanni, della quale in altro luogo s’è parlato. La sua prima scultura fece nella Chiesa di santa Maria Novella di Firenze, dove diede fine ad un’imagine di Maria Vergine stata cominciata dal padre suo, che fu messa dentro alla porta del fianco allato alla Cappella de’ Minerbetti. Scolpì in Pisa sua patria nella Chiesa della Spina, una Vergine mezza figura, che allatta Cristo Bambino, ed un’altra Vergine intera, che porge una rosa al Fanciullo Giesù, la qual figura è in mezzo a san Piero, e san Giovanni; e nella testa di san Piero ritrasse di naturale esso Andrea. Similmente in santa Caterina, una Vergine Annunziata, alla quale diede compimento l’anno 1370. Operò in Napoli, e altrove con disegno, e pulitezza, e diede principio a scoprire un non so che di tenerezza nelle sue figure, e ne i panni assai migliore, che altri avanti a lui fatto non aveva.

SIMONE, E IACOPO

Detto D’AVANZI

PITTORI BOLOGNESI,

Discepoli di Franco Bolognese, fiorivano circa al 1370.

Il Baldi citato dal Malvasia attesta, che della scuola di Franco uscissero i due pittori Simone, e Iacopo. Simone ne’ primi tempi attese a dipignere non altro che imagini grandi di nostro Signore Crocifisso, onde riportò il nome di Simone de’ Crocifissi. All’incontro Iacopo si esercitò tuttavia in figurare immagini di Maria sempre Vergine; dipoi fatta compagnia con Simone, s’applicò insieme con esso ad ogni sorta di lavoro; e dicesi che tutti e due avessero mano in alcune opere, le quali fra le molte, che il tempo ha distrutte, si veggono oggi non interamente disfatte. Alcune di queste sono nella Chiesa di Mezzaratta; ed è fama, che Michelagnolo Buonarroti, nel tempo, che egli in Bologna si trattenne in casa gli Aldovrandi, quelle lodasse alquanto, avuta considerazione [p. 84] all’infelice età, nella quale furon fatte, e che ciò ancora facessero dipoi i Caracci, i quali solevano chiamare queste ingegnose, benché cattive pitture, erudite goffezze, quanto atte a guastare il buon gusto, altrettanto pronte a risvegliar l’intelletto; ne io di ciò punto mi maraviglio, perché sempre si trovarono ingegni sublimi, che in ogn’arte avrebber potuto far gran cose, se la mendicità de’ secoli, che gli produssero, avesse permesso che la mano all’intelletto avesse obbedito. Ma non lasciavano con tutto ciò di far vedere nell’opere loro, per quanto fu possibile, vivezze di concetti, e d’invenzioni non del tutto volgari, in quella guisa appunto, che ha mostrato l’esperienza in diversi artefici de’ buoni secoli, stati poi eccellenti in quest’arte, aver essi ne’ tempi di loro fanciullezza, e quasi fin dall’infanzia, senza aver mai veduti disegni, e pitture, rappresentato con carbone, o altro che che sia di fantasie, e capricci con poco, o niuno artifizio, per quel che appartiene all’opera della mano, ma pur troppo migliori di quello che credere, o aspettar si sarebbe potuto da quella tenera età, in riguardo solo del dettame dell’ingegno. Vedesi di Simone un Crocifisso sopra la porta principale di San Martino Maggiore; un altro simile in una Cappella della Chiesa di san Piero col nome del pittore; in un pilastro della Chiesa di san Petronio è di sua mano l’imagine della Madonna, detta de’ Tribolati, ed una in un altro pilastro; e nella Foresteria del Convento di san Francesco è una tavola dov’egli rappresentò l’Incoronazione della Vergine l’anno 1377. ed in altre Chiese, e Conventi di essa Città di Bologna sono altre molte sue opere. Iacopo dipinse l’anno 1384. tutta la facciata in testa della Sagrestia, che già fu la Torre della Cattedrale de’ santi Nabore, e Felice, dove figurò la vita di Cristo nostro Signore. una Vergine Annunziata dipinta in tavola si conserva di sua mano nel pubblico Archivio della medesima Città, e più tavole sono in diverse Chiese. Dicesi ancora esser di sua mano nella Città di Verona nel palazzo, che fu già de’ Signori della Scala, oggi del Pubblico, alcuni trionfi fatti a concorrenza di Aldigieri da Zevio. Il medesimo dipinse in Padova insieme con Aldigieri, e Sebeto da Verona, la Cappella di san Giorgio allatto al Tempio di sant’Antonio per gli Eredi de’ Marchesi da Carrara; e pure di sua mano furon le pitture fatte nella parte di sopra. Aldigieri dipinse alcune storie di santa Lucia, ed un Cenacolo nella parte di sotto; e Sebeto vi dipinse alcune storie di san Giovanni. Dipoi insieme co’ medesimi lo stesso Iacopo colorì nella Città de’ Conti Serenghi di Verona un convito di nozze con molti ritratti, ed abiti di que’ tempi; le pitture però di Iacopo furon stimate migliori. Il Baldi nel libro citato dal Malvasia attesta, che questo Iacopo d’Avanzi fosse dell’antica, e nobil famiglia degli Avanzi Bolognese.

BARTOLO DI FREDI

PITTORE SANESE,

Fioriva ……

Circa gli anni di nostra salute 1340. fu in Siena un certo pittore chiamato per nome Fredi, del quale, per quanto scrisse Isidoro Ugurgieri, venne la nobil [p. 85] famiglia de’ Battilori consorti de’ Tommasi; conciosiacosache da un tal Bartolommeo nascessero due figliuoli; Cecco il primo, dal quale disse venire i Tommasi, e Vanni padre di questo Fredi, dal quale vuole, che discendano i Battilori. Comunque si sia la cosa di questa descendenza, dico che di Fredi, che esercitò l’arte della pittura, nacque quegli, di cui ora parliamo, dico Bartolo detto di maestro Fredi, il quale dipinse in Siena sua patria, ma assai più nel contado. Dicono ch’ei condusse di sua mano la Cappella de’ Malevolti in san Domenico. Dopo aver fatto quest’opera si portò a san Gimignano, ed in quella Pieve, entrando a man sinistra, dipinse d’assai ordinaria maniera tutta la facciata di storie del vecchio Testamento, e vi lasciò questa inscrizione: A.D. 1356. Bartolus Magistri Fredi me pinxit. In sant’Agostino fece poi l’anno 1388. una tavola della Circoncisione del Signore d’assai miglior maniera, ma però co’ piedi delle figure ritti in punta al modo antico. In questa Terra fu egli così ben visto, che vi si trattenne tutto il restante di sua vita, operando sempre per diversi luoghi pubblici, e privati. Nel Chiostro di san Domenico di Siena è un sepolcro, che da una inscrizione, che vi si legge si vede essere stato fatto fare da lui, per sé, e suoi discendenti; ma Giulio Mancini nel suo manoscritto afferma, che il suo fine fosse in san Gimignano; ed il citato Ugurgieri dice essersi trovate antiche scritture, dalle quali si ha ch’ei morisse veramente in san Gimignano, e non in Siena.

LIPPO

PITTORE FIORENTINO,

Discepolo di Giottino, fioriva del 1370.

Vuole ogni ragione, che si faccia alcuna memoria di Lippo Fiorentino, si per esser egli stato il primo, che nella Città di Firenze cominciasse a pigliare ardire nell’attitudini delle sue figure, con un certo scherzo, che fu di qualche lume a coloro, che dopo di lui operarono, si ancora perché avendo egli in que’ suoi tempi molto abbellito con sue opere essa Città di Firenze, ed altre in Toscana, fu nelle medesime tanto sfortunato, che delle tante e tante, appena una oggi se ne puo vedere in piedi, essendo toccato loro (cio, che a tante e tante altre d’antichissimi nostri maestri non è avvenuto) d’essere state tutte rovinate, e anche il più delle volte insieme cogli stessi edificj. Del tempo, nel quale egli venne a questa luce, noi non ci assicuriamo d’affermare cosa alcuna, con tutto che il Vasari scriva, che ciò fosse l’anno 1354. in circa, perché parendoci assai verisimile, per quanto mostrano le pochissime opere, che oggi veggonsi di sua mano, ch’egli nell’arte fosse discepolo di Giottino, come anche afferma lo stesso Vasari, troviamo poi tal contradizione dal tempo della nascita, vita, e morte di Giottino a quella di Lippo, che sarebbe necessario il dire, che questo artefice fosse nato quindici, o sedici anni avanti al 1354. o che Giottino fosse vissuto quel tanto di piu, ed il vedere, che il Vasari anche di esso tempo di sua [p. 86] nascita si mostra dubbioso, e che ne tampoco ha saputo certo il tempo di sua morte, ci fa risolvere a credere tale dal Vasari Supposto tempo di suo natale non essere stato detto senza errore. Lippo adunque, come lasciò scritto lo stesso autore, dipinse nella Chiesa del Monasterio di san Benedetto grande fuor della Porta a Pinti de’ Camaldolesi, che fu poi distrutto, molte figure, e particolarmente una Cappella, la quale condusse tutta di sua mano. In Arezzo nella Chiesa di sant’Antonio colorì in una Cappella un’adorazione de’ Magi, e la Cappella di san Iacopo in Vescovado, per la famiglia degli Ubertini dipinse un san Cristofano. Portatosi a Bologna vi fece molte opere: colorì una tavola in Pistoie, e tornatosene a Firenze, in santa Maria maggiore nella Cappella de’ Beccuti dipinse storie di san Giovanni Evangelista, e nella facciata della medesima Chiesa sei storie dello stesso santo, inventate con buon ordine, dove fra l’altre cose fece vedere un san Giovanni, che fa mettere da san Dionigi Areopagita la veste di sé stesso sopra alcuni morti, che nel nome di Giesù Cristo ritornano in vita; quivi con bella espressione fece conoscere la maraviglia di coloro, che si trovaron presenti a quel fatto. Nelle figure de’ morti, ne’ quali artificiosamente rappresentò diversi scorti, diede a conoscere quanto egli già avesse cominciato a scoprire intorno alle difficoltà dell’arte. Dipinse gli sportelli del Tempio di san Giovanni, cioè del tabernacolo, dove sono gli Angeli, e’l san Giovanni di rilievo, ne’ quali lavorò a tempera storie di san Giovan Batista. Operò di Musaico, e sopra la porta di san Giovanni, che va alla Misericordia, fece di sua mano il lavoro, ch’è fra le finestre, che fu stimato il miglior musaico di quanti fino a quel tempo ve ne fossero stati lavorati; e racconciò altri musaici, che in quel luogo erano guasti. In san Giovanni fra l’arcora fuor di Porta a Faenza, rovinato poi per l’assedio, fece allato a una Passion di Cristo fatta da Buffalmacco, molte figure a fresco: in certi Spedaletti presso detta porta, ed in sant’Antonio dalla parte di dentro similmente colorì alcuni poveri in diverse maniere, e attitudini; e nel chiostro con nuova, e bella invenzione fece esso sant’Antonio in atto di vedere in spirito i molti lacci del mondo, e le male volontà degli uomini, che inciampano in essi. Lavorò molto di musaico in diversi luoghi d’Italia, e particolarmente in Pisa, e in parte Guelfa fece una figura colla testa invetriata. Fu questo artefice diligentissimo nell’arte, e molto s’affaticò per giungerne alla perfezione; ma fu altresì tanto fantastico d’umore, arrogante, e rissoso, che per tal cagione egli perse presto la vita, e’l mondo le belle opere, che promettevano i suoi pennelli, le quali in quel secolo furono molto apprezzate, e andò’l fatto in tal maniera. Aveva egli una lite civile d’avanti al Tribunale della Mercanzia; ed essendosi dalle parti venuto all’atto di disputar la causa, Lippo, senz’aver rispetto al Tribunale, voltatosi all’avversario lo caricò d’ingiuriose parole; Dissimulò colui per allora il conceputo sdegno, ma una sera, mentre che Lippo se ne tornava a casa, lo affrontò, e diedegli tante coltellate nel petto, ch’egli in brevi giorni se ne morì.

[p. 87] LIPPO VANNI

PITTORE SANESE,

Discepolo di… . nato … .

La famiglia de’ Vanni di Siena, che ne’ più vicini secoli ha dato uomini di gran valore alle nostre arti, ebbe l’anno 1372. un suo (per quanto si crede in quella Città) ascendente, il quale fu pure anch’esso pittore. Fu questi Lippo Vanni Cittadino di quella patria, il quale nel chiostro di san Domenico dipinse una Vergine Annunziata con vago colorito, per quanto si puo in questi tempi riconoscere. Ch’ella fosse dipinta del 1372. apparisce dagli appresso versi, che furono sotto la medesima scritti, al certo quanto pregievoli per l’antichità, altrettanto vili per la composizione.

Settantadue mille, e trecent’Anni

Da Siena qui dipinse Lippo Vanni.

[p. 88] DECENNALE VIII.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCLXX. AL MCCCLXXX.

IL MONACO

DELL’ISOLE D’ORO

PITTORE, E MINIATORE, TEOLOGO, ISTORICO, E POETA.

Fiorì in questi tempi il Monaco dell’Isole d’Oro dell’antica, e nobilissima famiglia Cybo di Genova, la quale facendo per arme Dadi, viene a dichiarare col nome di Cybo, che in greco idioma vale a dire dado, l’antichissima sua discendenza esser di Grecia. Secondo ciò che alcuni dicono, nacque questo Monaco nella stessa Città di Genova l’anno della nostra salute 1326. e dall’Isole d’ Hers, che gli antichi chiamarono Stecadi, nelle quali santamente condusse i giorni suoi, fu dagli autori il Monaco dell’Isole d’Oro cognominato. Vestì abito religioso nel Monastero di sant’Onorato nell’Isola di Lerino dentro la Piaggia di Cagna, vicino ad Antibbo. In questo luogo, oltre allo studio delle monastiche discipline, diede opera a quello delle sacre, ed umane lettere, e della pittura, nelle quali tutte, come mostreremo appresso, fece si gran profitto, che venuto a morte, lasciò in dubbio se egli fosse riuscito migliore Religioso, Teologo, Poeta, Istorico o Pittore; e per incominciare da quello, che alla pittura appartiene, ch’è proprio del mio assunto, dico, che essendosi in quei suoi tempi già divulgata per l’Europa, non solo la notizia della meglior maniera del disegno, e colorito, ritrovata dal famosissimo Giotto, ma eziamdio il bel modo di colorire picciolissime figure, ed altre cose, che noi diciamo arte di lavorar di minio, nella quale lo stesso Giotto, come abbiamo altrove accennato, aveva fatte vedere cose stupende in Roma, ed altrove, ciò che pure ad esempio di lui, i suoi discepoli, e coetanei avean fatto, non fu maraviglia, che questo buon Religioso, che aggiunta ad un gran genio naturale pittoresco, avea in supremo grado la virtù di eccellentemente scrivere in ogni sorta di carattere, si dilettasse anche oltremodo [p. 89] della bell’arte del dipignere, e del miniare. Fu solito dunque nel tempo della Primavera, e dell’Autunno ritirarsi per alcuni giorni in compagnia d’altro Religioso amico di virtù, in un piccolo suo Romitorio dell’Isole di Neres, ove già il suo Monastero di Larino aveva una piccola Chiesa, non tanto per darsi di maggior proposito a qualche santo esercizio, quanto per ricreare, e divertire la mente dalle non mai interrotte fatiche di sua vocazione. Quivi in certe ore del giorno andava osservando, non pure le belle vedute, che fanno in quel luogo le spiagge di quell’Isole, le montagne, e i villaggi, e’l mare stesso, ma eziandio l’erbe, i fiori, gli alberi, i frutti, i più rari pesci del mare, gli uccelli dell’aria, ed i piccioli animaletti della terra, le quali tutte cose andava disegnando, e contraffacendo a maraviglia, dei quali disegni poi servivasi per trasportare ne’ bellissimi libri da sé composti, di che appresso andremo ragionando. Aveano allora i Religiosi di quel Monastero di sant’Onorato una libreria, che per avanti aveva avuto il grido della più nobile, e più vasta, che possedesse l’Europa tutta; conciosiacosache ella fosse stata arricchita da’ Conti di Provenza, Re di Napoli, ed altri de’ più esquisiti libri in ogni lingua, in ogni scienza, ed arte, che desiderar si potessero da uomini letterati, i quali, a cagion delle guerre intestine state co’ Principi del Baultio, Carlo di Durazzo, Raimondo di Turrena, ed altri, che pretendeano ragioni nella Contea di Provenza contro i Conti, e veri possessori di quella, erano stati confusi, ed a mal partito ridotti. Di questa dunque diedero quei Monaci al nostro Religioso pittore la cura, ed esso in breve tempo il tutto ridusse a ben essere, ed in buon ordine fino a quel segno, che fu possibile, atteso che gli venisse fatto il ritrovare da una nota statane fatta già da un tale Ermete nobile Provenzale, Religioso pure di quel Monastero per ordine del defunto secondo Re d’Aragona, e Conte di Provenza, che moltissimi ne fossero stati tolti via, ed altri riposti in lor luogo, che erano di poco valore. Per quanto scrisse Giovanni di Nostra Dama in idioma Francese nelle vite de’ Poeti Provenzali, che fiorirono ne’ tempi degli Re di Napoli, trovò il nostro Monaco nel far quella ricerca un libro, in cui leggevansi i casati di tutte le nobili, ed illustri famiglie di Provenza, Aragona, Italia, e Francia, e loro armi, ed allianze, o vogliamo dire collegazioni ed un altro eziandio ov’erano opere in rima di Poeti Provenzali dal nominato Ermete raccolte per ordine pure del sopra nominato Re, le quali insieme colle vite, e opere degli altri Poeti Provenzali, che furon poi fino al suo tempo trovate sparse in quella gran Libreria, ed altrove, ricopiò il nostro Monaco in carta pecora, e fattone un libro con eccellentissime miniature di sua mano, donolle a Lodovico II. padre del Re Renato di Napoli, e Conte di Provenza, dal quale uscirono poi infinite copie. Affaticossi molto nell’interpetrare le varie lingue loro, conciò fusse cosa che quei poemi avean fra di loro diversa frase, essendo stati scritti in lor lingua materna Provenzale, e altri, che non erano così bene in quella versati, per essere Italiani, Spagnuoli, Guasconi, o Franzesi, aveano molte delle lor voci mescolate ne’ lor poemi, onde erano si oscuri, che per verun modo se ne poteano intendere i veri sensi; ma il Monaco, che bene era impossessato delle varie lingue, che dette abbiamo, tutti gli ridusse a lor vera lettura, e così convien dire, ch’egli fosse il primo a rendere alla luce i tanto eccellenti Poeti Provenzali, che per gran tempo erano stati sepolti nell’oblivione. E pure anche in oggi si ravvisa esser vero ciò che disse il Nostradama per esaltare il valore del Monaco intorno all’oscurità de’ poemi Provenzali; conciosiacosache con tutta l’intelligenza, che altri si possa avere delle lingue Italiana, Spagnuola e Franzese, che tutte e tre molto ne agevolano la [p. 90] cognizione, riescono difficilissime ad intendersi perfettamente, e con pena se ne diciferano i sentimenti da chi legge nelle loro Canzoni, delle quali nella Libreria di san Lorenzo si fa preziosa conserva, non ostante che alcuni di essi Poeti Provenzali siano della nostra Italia, come Paolo Lanfranchi di Pistoia, Lanfranco Cicala da Genova, Folchetto pure di Genova, se ben fu detto di Marsilia, e Soldello Mantovano. Tornando ora al nostro Monaco, egli dagli stessi volumi di quella nobile libreria, e d’altronde con lungo studio ritrovò tanto, che potè comporre un bel libro de’ fatti, e vittorie de’ Re d’Aragona Conti di Provenza, il quale copiato di sua mano di bellissima lettera, insieme con altro libro dell’Ufizio di Maria Vergine, arricchiti di bellissime miniature, tolte pure dalla sua bella raccolta di disegni donò a Giolanda d’Aragona madre del Re Renato, dalla quale furon tenuti in gran pregio. Per questa, e per altre cagioni, ridondanti dal merito di tale uomo, Lodovico II. Re di Napoli, e Conte di Provenza, e la Regina Giolanda sua consorte lo vollero per lo più tenere appresso di loro, perché veramente, oltre a quanto ei possedeva nelle scienze, e nell’arti, se vogliamo credere a quanto si legge ne’ frammenti di Don Ilario de’ Martini Religioso del Monastero di san Vittorio di Marsilia nobile Provenzale, questo Monaco dell’Isole d’Oro fu uomo di santissima vita, e molto dedito all’orazione, anzi dice egli, che in un libro scritto di sua mano, nel quale conteneasi il fiore di varie scienze, e dottrine, si trova scritto, e notato in modo di Profezia, che di questa sua casa Cibo sarebbero usciti grandi, ed illustri personaggi, che averebbero governato la Chiesa Cattolica, ed altri pure, che nel temporale sarebbero stati gran Principi, e Signori. Dice ancora lo stesso autore, che questo buon Monaco, prima che entrasse in Religione, compose pure in lingua Provenzale assai rime, le quali dedicò ad Elisa dell’antica, e nobile casa del Bautio Contessa d’Avellino, e che seguì la morte di lui nel sopra nominato Monastero l’anno 1408. nel tempo che la Regina Giolanda partorì il Re Renato.

CENNINO DI DREA CENNINI

DA COLLE DI VALDELSA

PITTORE,

Discepolo d’Agnolo Gaddi.

Essendo notissimo a ciascheduno, che ha veduto quel tanto ch’io promessi nel principio di questa mia Operetta di Notizie de’ Professori del disegno, da Cimabue primo rerestauratore dell’arte della pittura in qua, che fu di far menzione di lui, e di tutti gli artefici, che dopo di esso, e del suo tanto rinomato discepolo Giotto avevanla con lode professata, non doverà parere strano, se talvolta vedrà, che fra le antichissime Notizie ritrovatesi da me a costo di non ordinaria fatica, io forzato da necessità, averò dato luogo a taluna di quelle, che ci furon lasciate da altri scritte conciosiache possa ben conoscere [p. 91] ognun, che abbia in sé principio di discretezza, che tanto, e non meno è duopo il fare, a chi prese per assunto di compilare un’opera universale, e che il non aver talora da accrescere, o da correggere quanto da altri fu detto, non dee ritenere altri dal valersene a suo bisogno, che si riduca (siccome nel caso mio) a fare di molte parti un bel tutto, in quella guisa appunto che si loda quell’architetto, che per costruire, e adornare una gran fabbrica, si vale di materie infinite, che a lui non costarono ne pure un colpo di martello, purché egli con dare ad ogni materia il suo luogo, sia pervenuto all’intento di condurre l’edificio a fine di comodo, e vaghezza. Questo appunto convien fare ora in gran parte a me nel dar notizia di Cennino da Colle di Valdelsa, cioe a dire del valermi di quella, che ce ne lasciò il Vasari nella vita d’Agnol Gaddi, anzi voglio che mi si conceda, che io qui di parola in parola tutto quello trascriva, che esso Vasari ne lasciò scritto di lui, procurando d’illustrarlo alquanto con ciòo che a me è riuscito di ritrovare dipoi. Dice egli dunque così

Imparò dal medesimo Agnolo la pittura Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa, il quale, come affezionatissimo dell’arte, scrisse in un libro di sua mano i modi del lavorare a fresco, a tempera, a gomma, e a colla; ed in oltre, come si minia, e come in tutti i modi si mette d’oro, il qual libro è nelle mani di Giuliano Orefice Sanese eccellente maestro, e amico di quest’arti, e nel principio di questo suo libro trattò della natura de’ colori, così minerali, come di cave, secondo che imparò da Agnolo suo maestro, volendo poi, che forse non gli riuscì, imparare a perfettamente dipignere, sapere almeno le maniere de’ colori, delle tempere, delle colle, e dell’ingessare, e da’ quali colori dovemo guardarci, come dannosi nel mescolargli, ed in somma molti altri avvertimenti, de’ quali non fa bisogno ragionare, essendo oggi notissime tutte quelle cose, che costui ebbe per gran secreti, e rarissime in que’ tempi. Non lascierò già di dire, che non fa menzione, e forse non dovevano essere in uso, d’alcuni colori di cave, come terre rosse scure, il cinabrese, e certi verdi in vetro. Si sono similmente ritrovate poi la terra d’ombra, che è di cava, il giallo santo, gli smalti a fresco, e in olio, ed alcuni altri verdi, e gialli in vetro, de’ quali mancarono i pittori di quell’età. Trattò finalmente de’ musaici, del macinare i colori a olio per far campi rossi, azzurri, verdi, e d’altre maniere, e de’ mordenti per mettere d’oro, non già per figure. Oltre l’opere, che costui lavorò in Fiorenza col suo maestro, è di sua mano sotto la loggia dello Spedale di Bonifazio Lupi una Nostra Donna con certi Santi di maniera si colorita, ch’ella si è infino a oggi molto bene conservata. Questo Cennino nel primo capitolo di detto suo libro, parlando di sé stesso, dice queste proprie parole.

Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa fui informato in nella detta arte dodici anni da Agnolo di Taddeo da Firenze mio maestro, il quale imparò la detta arte da Taddeo suo padre, el quale fu battezzato da Giotto, e fu suo discepolo anni ventiquattro, el quale Giotto rimutò l’arte del dipignere di Greco in Latino, e ridusse al moderno, e l’ebbe certo più compiuta, che avesse mai nessuno.

[p. 92] E seguita a dire il Vasari

Queste sono le proprie parole di Cennino, al quale parve, siccome fanno grandissimo benefizio quegli, che di Greco traducono in Latino alcuna cosa, a coloro che il Greco non intendono, che così facesse Giotto in riducendo l’arte della pittura, d’una maniera non intesa, ne conosciuta da nessuno (se non, se forse per goffissima, a bella, facile, e piacevolissima maniera intesa, e conosciuta per buona da chi ha giudizio, e punto del ragionevole) quali tutti discepoli d’Agnolo, gli fecero onore grandissimo.

Fin qui il Vasari.

Ora io mi persuado, che chiunque leggerà quanto io ho portato in questo luogo, dico ciò che già fu scritto da Cennino nel suo libro, poi ricopiato dal Vasari, subito sarà preso da forte dubbio, di come fosse possibile, che il Cennini avesse notato fra gli altri suoi allora secreti di pittura, quello del macinare i colori a olio, già che lo stesso Vasari nella vita d’Antonello da Messina dice, essere stato inventato quel modo di colorire da Giovanni da Bruggia, poi insegnato a Ruggieri da Bruggia, e da Ruggieri ad Aus suo discepolo, poi lo fa pervenire in Antonello da Messina, e poi in Domenico da Venezia, in che pare ch’egli consumasse tant’anni, che non sia più luogo a credersi, che Cennino ne’ suoi tempi, ne la Toscana, ne l’Italia potesse averne avuto il primo barlume, non ch’egli avesse potuto impararlo, e scriverlo nel suo libro. Questo dubbio per certo a me non venne mai, come quegli, che chiaramente riconobbi colla traduzione di quanto scrisse Carlo Vanmander pittor Fiammingo in suo idioma, parlando di Giovanni, e Euberto Eich pittori di Bruggia, dico di Giovanni Eich, che è quello stesso Giovanni, di cui parlò esso Vasari, chiamandolo Giovanni da Bruggia: che il Vasari nel ritrovamento di questo segreto, siccome de’ passaggi, che gli fece fare d’uno in un altro artefice, non ebbe notizia de i tempi appunto, potè forse credere, siccome fu in verità, che il segreto fosse stato ritrovato fra’l 1400. e’l 1440. il che si deduce dall’ordine, ch’ei tenne in dar luogo alle vite de’ suoi pittori; e se pure di tal tempo non ebbe alcuna cognizione, almeno l’ordine de’ tempi, come sopra, dati alle vite de’ suoi professori, non contraddice a quello, nel quale io trovo essere occorsa tale novità, cioè circa al 1410. e così fatto il conto del tempo, che potè sopravvivere al 1400. il nostro Cennini; che poterono essere trenta, quaranta, e anche cinquant’anni, e più (giacché non sappiamo altro de’ suoi principj, se non ch’è fosse discepolo per dodici anni d’Agnol Gaddi, che morì nel 1387.) torna molto bene, che quell’invenzione, avendo già dopo il 1410. fatto suo corso in Italia, e Toscana, ed essendo pervenuta in Cennino Cennini, fosse stata potuta esser notata da lui nel suo libro, e anche praticata; e tanto basti aver accennato a fine di togliere ogn’ombra di difficultà in cosa di tanto rilievo per la notizia delle cose dell’arti nostre, riserbandomi a dar di tutto un più chiaro, e distinto ragguaglio nelle Notizie della vita di Giovanni, e Euberto Eich, tolta dalla sopra nominata Fiamminga traduzione, siccome d’altronde, e posta nel Secolo 3. dal 1400. al 1500. nel primo Decennale.

Io aveva già tutte queste cose scritte, quando dall’eruditissimo Dottor Antonio Maria Salvini Accademico della Crusca, Lettor pubblico di lettere Greche nello Studio di Firenze, mi fu data notizia, che il libro del Cennini, quello stesso, di cui parla il Vasari, che in suo tempo era nelle mani di Giuliano Orefice Sanese, capitato, non si sa quando, alle mani dei Sereniss. si trovasse fra altri antichissimi manoscritti nella Libreria di san Lorenzo, ed in luogo appunto, ove difficilissimo [p. 93] saria stato il rinvenirlo a chi a caso non vi fosse abbattuto, già che egli è legato in un volume, ov’è un’antica traduzione di Boezio, con altre cose, e fra queste alcune delle figure delle Profezie dell’Abate Giovacchino al Banco 78. Codice 24. onde io portatomi in essa Libreria, ravvisai tanto, che soprabbondantemente basta per approvare quanto il Vasari, ed io medesimo scrissi, cioè che la cognizione del nuovo modo di dipignere a olio, venuta ad esso Cennino, fu appunto fra’l 1410. e’l 1440. già che egli la nota come segreto saputo da pochi nel 1437. in cui egli scrisse quel libro, dicendo al Capitolo 89. Innanzi che più oltre vada, ti voglio insegnare a lavorare d’olio in muro, o in tavola, che l’usano molto i Tedeschi (intendendo per Tedeschi anche i Fiamminghi) e conclude, che ciò debba farsi cocendo l’olio della semenza del lino; ed è anche da notarsi, che il Cennino qui non fa menzione se non di muro, e di tavole, con che si conferma ciò che per altro è tanto risaputo, che moderno sia per le pitture a olio l’uso delle semplici tele. Vedesi ancora da esso libro, che il Vasari, o fosse lo Stampatore della sua storia, ove trascrisse le parole Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa, dopo quest’ ultima lasciò la parola nato, onde abbiamo che Cennino nascesse veramente a Colle di Valdelsa. Fra l’altre cose, che di passaggio osservai nel far menzione di quella pietra, con cui disegnasi, che noi diciamo matita, egli gli da nome di Lapis Amatito, conforme alla sua vera origine di Lapis Hœmatitos, quasi pietra di color sanguigno; e dove degli acquerelli per disegnare ragiona gli chiama talvolta con nome di acquerelle, che secondo me è il proprio, come che altro non siano gli acquerelli, che acqua naturale alquanto alterata, o tinta con poco colore, onde non lascia perciò d’essere più acqua, che altra cosa. Quest’opera potiamo dire, che facesse Cennino senz’alcun’altro disturbo, o occupazione d’animo, o di persona, di quella che altrui possa dare la povertà, mercè che la medesima si vede data dalle Stinche, carcere in Firenze, così detta da’ primi prigioni, che là furon messi, che erano del già Castello delle Stinche in Valdigreve. Non credo che sarà per dispiacere al mio Lettore, ch’ io porti in questo luogo alcuni pochi versi del principio, e fine di quel trattato nel modo appunto, che qui si legge compitato, e scritto, potendo per avventura trarre alcun diletto dalla sincerità, e semplicità, che ivi si riconosce.

Incomincia . il libro. dellarte. fatto . e composto daccennino daccolle . arriverenza diddio . e della Vergine . Maria e di Santo Eustacchio. e di santo Franciescho. e di san Giovanni Batista . e di santo .Antonio dapadova . e gieneralmente di tutti e santi e sante diddio e a riverenza di giotto . di taddeo e dagnolo . maestro di Cennino . e aultolita e bene e guadangnio di chi alla . detta . arte vorra pervenire

Nel fine dice

Finito libro referamus gratia Christi 1437. adi 31. di Luglio ex Stincarum.

[p. 94] DON LORENZO

MONACO CAMALDOLESE

DEL MONASTERO DEGLI ANGELI DI FIRENZE

PITTORE

Della scuola di Taddeo Gaddi.

Fra i pittori, che nella celebre scuola di Taddeo Gaddi, e come suoi imitatori alzoron grido non ordinario, in questi tempi fu Don Lorenzo Monaco Camaldolese del Monastero degli Angeli della Città di Firenze; costui avendo bene imitata la maniera di tal maestro, ed essendosi ben fondato in disegno, fu adoperato in moltissime delle più applaudite occasioni d’operare, che in quel tempo si presentassero a persone di quell’arte. Ma per incominciare a ragionar da quelle ch’egli ebbe a fare per la sua Religione, dico ch’egli dipinse la tavola dell’Altar maggiore di suo Monastero, la quale vedeasi nello stesso luogo circa al fine del passato secolo, e poi ne fu levata per dar luogo a moderna pittura; similmente colorì altra tavola per san Benedetto, Chiesa ch’avea quell’Ordine fuori della Porta a Pinti, che l’anno 1529. per l’assedio fu distrutta insieme col Monastero, aveva egli in essa tavola, che fu poi portata a Firenze negli Angeli, dipinto l’Incoronazione di Nostra Signora. In Pisa nella Chiesa di san Michele pure del suo Ordine colorì più tavole, e nella Chiesa de’ Romiti di Camaldoli, che nella nostra Città di Firenze era in quella parte di la d’Arno, che dalla stessa Chiesa poi distrutta col Monastero, chiamasi Camaldoli, dipinse un Crocifisso sopra a tavola, ed un san Giovanni, l’una e l’altra delle quali opere in quel secolo riportò il sommo della lode. Finalmente fu di sua mano dipinta nella Chiesa di santa Trinita la tavola, e tutta la Cappella degli Ardinghelli, ove ritrasse al vivo le persone di Dante, e del Petrarca, e molto operò nella Certosa, ed altrove. Fece più allievi nell’arte sua, e fra questi Francesco Fiorentino, il quale dopo la morte del maestro dipinse il bel Tabernacolo, ch’è nella cantonata della piazza nuova di S. Maria Novella in quella parte che svolta in via della Scala. Contasi fra questi ancora un certo pittore Pisano, che dipinse in Patria nella Chiesa di san Francesco nella Cappella di Rutilio Maggiolini una Vergine con più Santi. Ebbe Don Lorenzo Monaco, oltre ad una buona pratica nell’inventare una franchezza, e correzione di disegno si fatta, che al certo superò ogn’altro stato fino al suo tempo; usò per ordinario di disegnare in chiaro scuro, costume assai usato in quell’età.

[p. 95] IL BERNA DA SIENA

PITTORE,

Discepolo di … . nato …. ….

Fra gli altri pittori di nome, che ebbe la città di Siena nel secolo del 300. uno fu il Berna, ch’è un nome tronco da Bernardo, o da Bernaba, siccome Francia puote essere da Francese; e se a costui il Cielo avesse voluto conceder lunga vita, siccome la trista sorte, sua presto volle che fosse reciso il filo de’ suoi giorni averebbe egli lasciato di sé stesso gran fama; ma non è però ch’egli nel picciol corso degli anni suoi non operasse tanto, che bastasse per farlo conoscere, per quanto concedeva quella età, per valent’uomo. Dipinse in Siena sua patria nella Chiesa di Sant’Agostino a fresco due Cappelle; ed in una facciata una grandissima storia, in cui fece vedere un giovane condotto alla morte dalla Giustizia, assistito da Religiosi, che il confortavano, e lo rappresentò tanto al vivo, che fu stimata opera singularissima. Dipinse in Cortona, poi fu chiamato a Firenze, dove nella Cappella di san Niccolò in santo Spirito fece le pitture, delle quali fino a’ nostri tempi si ragiona, non tanto per fama di lor bontà, quanto per la disgrazia, che toccò alle medesime di essere nel terribile incendio di quella Chiesa rimase preda del fuoco. Andò poi a Sangimignano, Terra di Valdelsa, dove dipinse a fresco nella Pieve cose assai; e già aveva alle medesime dato quasi l’ultima mano, quando volle la sventura sua, ch’egli cadesse da un palco fatto per quel lavoro, a cagione della quale caduta infranto, e percosso in due giorni se ne morì, e ciò fu circa gli anni di nostra salute 1380. Ebbe costui un suo discepolo, che si chiamò Giovanni, nativo del Castello di Asciano dello Stato di Siena; al quale toccarono a finire le poche cose, che di quell’opera restarono imperfette. Questi pure fu chiamato a Firenze, dove dipinse nel Palazzo de’ Medici, ed in Siena sua patria fece vedere sue pitture nello Spedale della Scala, che furon molto lodate.

IACOPO DELLA QUERCIA

SCULTORE SANESE,

Discepolo di … . nato … , 1418.

Iacopo di Messer Piero di Filippo della Quercia da Siena, detto Iacopo della Fonte, fu raro scultore de’ suoi tempi. conciosiacosache egli incominciasse a dare alle sue figure una certa nobiltà, grazia, e tenerezza assai maggiore di quella, che alle loro gli altri di sua patria fino allora data avevano; onde fu adoperato in cose di tutta importanza, e particolarmente gli fu da quella Repubblica [p. 96] data a fare la fonte della pubblica Piazza, l’acque della quale avevano l’anno 1343. condotte Agostino, e Agnolo Sanesi, e vi scolpì le virtù Teologali, con alcune sacre istorie della Genesi, a cagione della quale opera fu poi sempre chiamato Agnolo della Fonte. Ottimo guiderdone ebbe di suo lavoro; e di più fu dichiarato Cavaliere, e Soprintendente dell’Opera del Duomo. Nella Città di Lucca fece in san Martino la sepoltura della moglie di Paolo Guinigi. In Bologna fece vedere di suo scarpello, e architettura la porta principale della Chiesa di san Petronio con bellissimi lavori di basso rilievo, e sacre istorie dalla creazione del mondo fino a Noè, una Vergine con Giesù Bambino, e due santi. Avendo questo artefice inteso, che nella Città di Firenze l’Arte de’ Mercatanti di Callimala voleva dare a fare una delle porte di san Giovanni, ancor’esso se ne venne alla nostra patria, e sapendo che a colui doveva allogarsi, che nel fare una delle storie, che la dovevano abbellire, averebbe data maggior sodisfazione; si pose con ogni studio a fare la sua, la quale condusse con tanto artifizio, e con si bel pulimento, che non ha dubbio alcuno, che suo sarebbe stato quel gran lavoro, se egli non avesse avuto tre gran concorrenti, Donatello, il Brunellesco, e’l Ghiberti. Scrive il Vasari, ch’egli scolpisse di sua mano quella bella Vergine Assunta, che si vede nella mandorla, ch’è sopra la porta del fianco di santa Maria del Fiore dalla parte de’ Servi, opera per certo bellissima; ma noi abbiam provato assai concludentemente nella Notizia della vita di Nanni d’Antonio di Banco discepolo di Donatello, che quella scultura non fu altrimenti fatta per mano di Iacopo della Quercia, ma dello stesso Nanni di Banco; onde fu errore del Vasari, seguitato poi da fra Isidoro Ugurgieri nel suo libro delle Pompe Sanesi, e da altri, che ultimamente anno scritto sopra simili materie. E credami il mio Lettore, che io non mai avrei saputo a me stesso persuadere, che al Vasari fosse venuto preso un tale equivoco in cosa tanto singulare, di sua professione, e anche possiamo dire allora non antichissima; ne mai mi sarei opposto a tale sua asserzione se io non avessi cavato le prove contrarie da antiche scritture originali, e d’ogni eccezione maggiori, come ciascheduno, che voglia, potrà nelle accennate Notizie di Nanni d’Antonio di Banco a suo tempo riconoscere. Molte altre opere fece Iacopo della Quercia, il quale finalmente carico d’anni, e pieno d’onore per la sua rara virtù fece da questa all’altra vita passaggio in Siena sua patria, l’anno di nostra salute 1418. e nel Duomo di quella Città fu al suo cadavero data sepoltura.

LORENZO DI BICCI

PITTORE FIORENTINO,

Discepolo di Spinello Aretino. natocirca al 14

Prima di pormi a parlare di questo artefice, desidero che sappia il mio Lettore, che nello intraprendere ch’io feci il carico di mandare alla luce Notizie di Professori del disegno, fin da quei primi tempi, ne’ quali incominciò quest’arte a rivivere, io mi proposi fra gli altri un fine molto principale, che fu di mostrare per ordine di tempi, il come, e per chi l’arte medesima, lasciata [p. 97] la goffezza antica, si andasse a poco a poco portando all’ultimo di sua perfezione; il che non credetti potere effettuare, se non per mezzo d’una dimostrazione per via d’albero, da quei primi maestri incominciando, e successivamente procedendo a’ discepoli loro, e quindi a’ derivati da questi, fino ne’ tempi nostri. Or siccome io a tale oggetto indirizzai mia intenzione, così posso affermare di non aver mai provato maggior difficoltà nella ricerca, che ho fatta poi sempre per le antichissime memorie, e per gli scritti di varj autori, che il ritrovar materie, che assicurar mi potessero il camino per l’ordine cronologico, quasi unico requisito della buona storia, ma particolarmente di quella ch’io mi resi a compilare. Conciosiacosaché mi sia venuto fatto bene spesso in ciò che si vede dato alle stampe, il ritrovare tali, e tante contradizioni a quello, che nell’antiche, e autentiche scritture si legge, ch’io sto per dire, che più agevol cosa sarebbe stata a me il ripigliar le materie da capo con poco, o non punto di ricerca di quello ch’è stato scritto, che il fare sopra dello stesso studio di sorta alcuna. Uno degli antichi artefici adunque, nel ritrovamento delle cui notizie m’è convenuto molto stentare, è stato Lorenzo di Bicci, quegli del quale ora debbo ragionare; e perché costui fu ne’ suo’ tempi uomo di gran valore nella pittura, vuole ogni dovere, che nel parlar di lui io m’affatichi in far comparire quelle verità, che intorno al tempo del suo vivere, ed operare, da altri furon trascurate, o per meglio dire, in tutto intorbidate, e confuse. Dice il Vasari, che Lorenzo di Bicci, che fu discepolo di Spinello Aretino, ebbe il suo natale l’anno 1400. e che in ciò egli abbia preso un gravissimo errore, quando non mai con altro pur troppo chiaro si dimostra con altri detti dello stesso Vasari, come ora vedremo. Dice egli, che Spinello stato suo maestro mancasse di vita circa al 1400.; come poteva dunque Lorenzo, nato secondo quest’autore del 1400. imparar tra le fasce l’arte del dipignere da Spinello, al quale già aprivasi la sepoltura; il perché, dico io, credasi al Vasari, come professore di pittura, ciò ch’ei ci disse, cioè, che Lorenzo di Bicci fu discepolo dell’Aretino, perché oltre a qualche riscontro o di tradizione, o d’altra qualsifosse cosa, potè egli esserne stato fatto certo, e particolarmente perché all’occhio suo erudito non potè portare inganno la maniera stessa dell’uno, e dell’altro maestro. Dicasi però contro a quello che il Vasari scrisse, che il natale di Lorenzo, come stato discepolo dell’Aretino, seguì molto avanti al 1400. Dice il Vasari, che Donatello, giovanetto di poca età, aiutò a Lorenzo a dipignere la storia dell’Assunzione di Maria Vergine accanto all’altra storia del san Tommaso, ch’egli avea dipinta nella facciata del convento di santa Croce in su la piazza, e che quella restò finita del 1450. e qui credasi pure al Vasari quanto all’avere avuto in sua scuola da giovanetto il celebre scultore Donatello, perché nel modo del panneggiare dello stesso Donatello scorge ognuno, che bene intende un non so che della scuola del maestro, benché ridotto a perfezione assai maggiore, e perché lo stesso Vasari, il quale molto ben conobbe persone, ch’esso Donatello avevano assai ben conosciuto, e praticato, non disse cosa inverisimile; onde noi in tutto e per tutto alla sentenza di lui ci soscriviamo; ma non potè già esser vero, che Donatello aiutasse a Lorenzo nella storia dell’Assunta finita dell’anno 1450. ne tampoco del san Tommaso, che aveva avuta sua fine del 1418. perché Donatello essendo nato dell’anno 1383. l’anno 1450. era in età di 67. anni, e del 1418. avevane 35. e così bisogna dire, ch’egli da giovanetto frequentasse la scuola di Lorenzo, e gli fosse in aiuto dell’opere prima del 1400. nel qual tempo se Lorenzo era già pittore, e operava, come potremo noi fermare il suo [p. 98] natale del 1400. Ma lasciamo da parte le contradizioni, che si riconoscono nella storia del Vasari, e le conietture, che quindi resultano, e diciamo che egli non è altrimenti vero, che Lorenzo nascesse del 1400. perché del 1375. già egli esercitava l’arte, ed eccone l’indubitate prove.

Io trovo in un Libro delle prestante di questa Città in Camera Fiscale

Laurentius Biccij pictor Florenum unum, et sol. 5.

ed in altro

Laurentius Biccij pictor florenum unum, sol. 3. dan. 8.

In un libro degli Operai di santa Maria del Fiore, a’ 22. giorni di Novembre 1386. leggesi quanto segue appresso.

Operarii, etc. Deliberaverunt etc. quod Laurentius Bicci pictor qui picturis ornavit figuras Fidei et Spei sitas in facie loggie Platee Dominorum versus orientalem plagam habeat, et habere possit pro dictis picturis, auro, coloribus, eius labore, et ceteris computatis in totum F. 90. aurei et non ultra.

Inoltre in un Protocollo di Ser Guido di Ser Salvi, di Ser Francesco Bonini esistente in Archivio Fiorentino io trovo, che Lorenzo del 1398. già aveva moglie, della quale si fa menzione con queste parola

Domina Lucia filia quondam Angeli Ioannis Populi sancti Simonis Uxor Laurentii Bicci pictoris Populi sancti Florentii.

con che pare, che resti interamente provato il nostro assunto contro il Vasari.

Questo pittore adunque imparò l’arte da Spinello Aretino, il quale cominciò a fiorire circa l’anno 1330. e finì di vivere, come sopra accennammo, del 1400. Dipoi il Vasari, camminando sempre in sul falso supposto, che Lorenzo nascesse lo stesso anno 1400. dice, che Giovanni de’ Medici, detto di Bicci vedendo il profitto, ch’egli faceva nelle buone arti, gli diede a dipignere, mentre era ancora giovanetto, nella sala della casa vecchia de’ Medici, murato che fu il Palazzo grande, che poi restò a Lorenzo fratello carnale di Cosimo Vecchio, una gran copia di uomini illustri, che fino a’ tempi dello stesso Vasari vi si vedevano assai bene conservati; e questo pure dobbiamo noi concedere al Vasari quanto al fatto, ma non quanto al tempo perché fatto il confronto con ciò che si è detto di sopra, si trova che ciò non potè seguire che avanti al 1400. E tanto basti aver detto intorno a qualche sbaglio, ch’è stato preso dall’autore nominato.

Tornando ora al nostro pittore, ebbe egli nella sua prima età, come ci lasciò scritto lo stesso Vasari, gran desiderio di comparire nella sua patria non altrimenti che perfetto, e però volle scapriccirsi intorno alle difficultà dell’arte, impiegando buona parte degli anni suoi in dipignere in campagna, dove egli si faceva a credere, che le prime sue cose non fossero per esser considerate almeno da ognuno, così per la minuta, e vennegli ben fatto; conciosiacosache oltre all’avere egli assai megliorata la propria maniera, acquistasse tanta pratica nel colorire a fresco, e tanta facilità, che fermatosi poi in Firenze, gli potesse riuscire il condurre in essa forse più opere di quante mai ve ne avesse fatte qualsifosse altro pittore stato avanti a lui. Fra quelle, che si veggono fino a questo tempo di sua prima maniera fuori di Firenze è il tabernacolo posto sopra’l ponte a Scandicci in su la Greve fuori della porta a san Friano; e un’intera facciata sotto un portico a Cerbaia coll’immagine di Maria sempre Vergine, e di molti altri santi. Nella Potesteria di Vicchio in Mugello è un monte, detto Monte Giovi, nome credo io rimasoli dall’antica superstizione de’ Gentili, il che a noi non è nuovo, riconoscendosi, [p. 99] siccome in Monte Giovi il nome di Giove, così nel Poggio di Marti nel Pisano, quello di Marte detto da Gio: Villani lo Dio Marti, e quello d’Ercole Summano in Monsommano nella Valdinievole, la quale opinione assai si conferma dal vedersi impressi manifestatamente i vestigj della Gentilità ne’ nomi, che portano ancora interi molti altri luoghi, porti, monti, e Città degli antichi falsi Iddij, che in questi, e particolarmente ne’ monti si adoravano. In esso monte dunque, detto Monte Giovi, è la Chiesa di santo Romolo a Campestri nel Piviere di san Cresci a Valcava, fabbrica di piccola, ma di antichissima struttura, forse davanti al mille, per quanto si ha da più segni, ed è volta a Levante, e Ponente. In questa Chiesa all’Altar maggiore è una tavola con tre spazzi, ornata a colonnette al modo Gottico; nel primo spazio della quale è Maria Vergine con Gesù Bambino; nel partimento destro è santo Romolo, e san Giovan Batista; e nel sinistro san Gio: Evangelista, e sant’Antonio; a pie della tavola è la predella con istorie di piccole figure di fatti di santo Romolo, il tutto condotto con amore, benché della prima maniera di Lorenzo di Bicci: né è da tacersi, che ne’ piedistalli delle colonnette destra, e sinistra vedonsi della stessa mano le armi de’ Roti antichi nobili, stati potenti in quelle parti, detti talora da Campestri, e da Monte Giovi, e da Ghireto, opere state ordinate a Lorenzo intorno al 1380. da uno di essi Roti, che credesi essere stato Antonio figliuolo di Rota, il quale Rota io trovo assai rinomato in scritture di quegli antichi tempi, e fu figliuolo di Chele di Rota, di Scherano, di Rota, di Brunetto. Contengono le armi un campo azzurro entrovi due branche di Lione bianche incrocicchiate. Poco sotto alla nominata Chiesa ne’ beni antichi de’ medesimi Roti, posseduto oggi da Michele Roti, Gentiluomo erudito, descendente di d. Antonio, e figliuolo di Simone, che fu Sergente Generale di Battaglia del Sereniss. Granduca Ferdinando II. di Toscana, soldato di gran valore, vedesi pure oggi della stessa maniera dipinto a fresco un tabernacolo colla medesima arme de’ Roti, ove similmente è figurato sant’Antonio, sebbene essendo la pittura stata dal tempo alquanto guasta, fu poi poco acconciamente restaurata. Altre opere fece Lorenzo di Bicci per lo Contado di Firenze, che per brevità si tralasciano, buona parte delle quali ha distrutte il tempo. Dopo tutto questo, il nostro artefice se ne tornò a Firenze, dove gran lavori gli furon dati a fare, e fra questi per la Chiesa di san Marco nelle Cappelle della famiglia de’ Martini, e de’ Landi più pitture a fresco, ed una tavola di Maria Vergine con varj santi; le pitture a fresco nella riduzione al moderno, e restaurazione di essa Chiesa furono gettate a terra, e vi furono eretti nuovi Altari con vaghe architetture di pietra per ornamento delle stupende tavole, che ora vi si vedono di Fra Bartolomeo, del Cigoli, del Passignano, di Santi di Tito, del Paggi, di Fabbrizio Boschi, e di altri maestri eccellenti. Rispetto a quanto si è detto della Cappella de’ Martini è da notarsi come questa in antico era nel luogo appunto, ove ora veggiamo il bel ricetto della Cappella di sant’Antonino fattavi da’ Salviati per dar luogo al sacro Corpo del santo. Per la famiglia degli Spinelli colorì a fresco nella sopradetta facciata di santa Croce la storia di san Tommaso, che alla presenza degli altri Apostoli tocca la piaga al Signore; ed appresso a questa, la figura del san Cristofano alta dodici braccia, e mezzo, della quale non era fino a quel tempo stata veduta la più proporzionata, ed anche la maggiore, toltone il san Cristofano di Buffalmacco; e pe’ Frati di quel Convento dipinse pure a fresco tutte le figure e storie, che fino ad ora si veggono dentro la porta del Martello. Qui diede egli materia per lo nascimento di quel detto fattosi ormai molto familiare di chi vuol piacevolmente esplicare la prestezza d’un [p. 100] pittore nel dipignere, cioè io fo un santo, e vengo; perché nel dipignere, che faceva una mattina Lorenzo in quel luogo, essendosi già l’ora fatta ben tarda, chiamato a tavola dal Guardiano disse, fate fare le scodelle a vostra posta, che io fo intanto una figura e vengo. Dipinse poi molti tabernacoli nelle facciate, e cantonate di varie strade, case, e Monasterj in Firenze, parte delle quali ha pure il tempo disfatte, restando però assai bene conservato quello della via de’ Martelli, dove nella facciata d’una casa di quella famiglia è figurata Maria Vergine con Gesù; ed il vedere che Lorenzo operò per casa Martelli, mi conferma nella credenza di cio, che dicemmo di sopra, che Donatello, che fu poi sempre parzialissimo della stessa casa, fosse stato suo discepolo. Vedesi ancora nella facciata dello Spedale di santa Maria nuova accanto alla porta della Chiesa dedicata a sant’Egidio, edificata con architettura dello stesso Lorenzo, la bella storia della Sagrazione di quella Chiesa fatta da Papa Martino V, nella quale esso Papa Martino è ritratto al naturale, insieme con alcuni Cardinali di quel tempo. Ancora dipinse varie cose per la Chiesa di Camaldoli, per la Compagnia de’ Martiri, le quali insieme colla Chiesa, e Convento perirono per l’assedio. Colorì tutta una facciata, e il tramezzo della Chiesa del Carmine per la famiglia de’ Salvestrini, alla quale pittura occorse tutto cio, che detto abbiamo di quelle fatte in san Marco. Dipinse in santa Trinita tutta la Cappella de’ Compagni con istorie della vita di san Giovan Gualberto; ed in santa Lucia de’ Magnoli dipinse pure assai per Niccolò da Uzzano. Per tante, e si belle opere acquistò Lorenzo in Firenze tanto credito, che essendo seguita la sagrazione della Cattedrale Fiorentina per mano di Papa Eugenio IV. fu dato a lui il carico di dipignere ne’ pilastri, e per la Chiesa, gli dodici Apostoli colle Croci della medesima sagrazione, e sotto le finestre di ciascheduna Cappella le figure di quei santi, a cui le Cappelle erano dedicate. Vi colorì ancora il Deposito di finto marmo per lo Cardinale Corsini, primo Arcivescovo della nostra Città, che sopra vi si vede dipinto al naturale; e quello ancora non lungi da questo per Fra Luigi Marsilj Agostiniano, famoso Teologo. E fu gloria singolare di Lorenzo di Bicci l’essere stato il primo, che in quella nobilissima Chiesa facesse vedere sue pitture. Portatosi ad Arezzo, dipinse per i Monaci Olivetani storie di san Bernardo nella maggior Cappella di lor Chiesa, e già accingevasi a dipignere il Chiostro con istorie della vita di san Bernardo, quando sopraggiunto da grave infermità gli convenne tornare a Firenze, lasciando che Marco da Montepulciano suo discepolo la dipignesse in cambio suo, siccome fece male, e goffamente.

Tornato ch’egli fu alla primiera salute, dipinse in patria la storia di Maria Vergine Assunta, che pure oggi vediamo benissimo conservata nella sopradetta facciata del Convento di santa Croce, e con questa, che fu al certo la miglior opera, che partorisse il suo pennello, benché egli fosse già decrepito, e non di 60. anni in circa, come affermò il Vasari, diede fine alle sue opere, ed al suo vivere circa l’anno di nostra salute 1450. dopo aver insegnata l’ arte a due suoi figliuoli, cioè Bicci, e Neri, de’ quali a suo luogo ragioneremo. Devesi a questo artefice non poca lode per lo grande operare, ch’ei fece, e per essere anche stato sempre simile a sé stesso negli ottimi precetti dell’arte, per quanto però poteva estendersi il modo di fare Giottesco, il quale, siccome da principio fu preso da lui, e migliorato alquanto in disegno, arie di teste, ed in una certa maggioranza di maniera, fu anche sempre mantenuto; in questo però dell’aver sempre voluto tener forte quella maniera non fu lodevole, perché già negli ultimi tempi di lui avendo veduto la nostra Città il miglioramento, che faceva l’arte del dipignere, mediante le nobili fatiche di Masaccio, e de’ suoi [p. 101] imitatori, aveva fatte in ogni sua parte, averebbe potuto ancora esso migliorare la sua maniera; e pure essendo lungamente vissuto fra i maestri di quei due secoli del 1300. e 1400. volle rimanere l’ultimo, che essa maniera Giottesca praticasse, e più tosto restare fra di loro in minore stima, che abbandonarla giammai; dal che ad evidenza si riconosce quanto difficil cosa sia, anche agli uomini assennati, l’emendare in vecchiaia quegli errori, che in un ben lungo corso di vita si presero a praticare, e

Quæ pueri didicere, senes perdenda fateri.

DECENNALE IX.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCLXXX. AL MCCCXC.

CRISTOFANO DA MODANA

PITTORE,

Discepolo di Franco Bolognese, fioriva del 1383.

Questo Pittore, che da diversi scrittori vien detto da Modana, da altri è stato creduto nativo di Ferrara, e da altri però di Bologna, forse perché tutte le sue pitture, delle quali si ha notizia si veggono in Bologna; e non è cosa nuova, che i pittori, non dalla patria, ma da quella Città in cui anno molto operato, o anno posta loro abitazione vengano nominati, come si mostrò in Antonio Veneziano, che pure fu di Firenze. Dipinse nella Chiesa di santa Maria di Mezzaratta di Bologna; nell’antico Chiostro di san Domenico, e nella Chiesa de’ PP. Celestini di essa Città. Dicesi esser di sua mano una tavola all’Altare de’ Torri, in cui si vede la Beata Vergine col Bambino Gesù, da lati sant’Antonio, e santa Caterina, e nella predella del trono di essa Vergine è scritto: Christophorus pinxit, e più di sotto: Ravagettus de Savigno 1382. fecit fieri. Dipinse una Vergine a fresco, e un sant’Antonio presso alla porta, che entra in Sagrestia nella Chiesa di san Domenico; ed un’altra simile, che due volte fu mossa di luogo, e trasportata altrove; la prima volta da una certa Chiesa vecchia rifatta fu portata in san Pietro; e la seconda volta per causa di nuova fabbrica fattasi in quella Chiesa, fu levata, ed accomodata in un muro presso alla porta di sant’Andrea dei PP. Penitenzieri. Dicesi ancora esser di sua mano [p. 102] un altra immagine di Maria Vergine co’ santi Cosimo, e Damiano, ch’è vicino alla porta di santa Maria Maddalena degli Orfanelli.

GHERARDO DI JACOPO

STARNINA

PITTORE FIORENTINO,

Discepolo d’Antonio Veneziano, nato 1354. 1403.

Questo artefice, il quale io trovo essere stato descritto fra gli uomini della Compagnia de’ Pittori dell’anno 1387. con nome di Gherardo Starna. Dipinse in Firenze nella Chiesa di santa Croce la Cappella de’ Castellani con storie di sant’Antonio Abate, e di san Niccolò Vescovo. Andatosene poi in Ispagna, fece molte opere per la Maestà di quel Rè, d’onde tornato alla patria, dipinse nel Carmine la Cappella di san Girolamo con bella invenzione; vedesi in questa fra gli altri il santo vicino a morte lasciar memorie a’ suoi discepoli, altri in atto di ascoltarle, altri di scriverle con gran vivezza, e spirito. Vedesi ancora di mano di quest’artefice fino al presente in Firenze nella facciata del Palazzo di parte Guelfa, oggi detto il Magistrato della Parte, un san Dionigi Vescovo con due Angeli, e sotto di quello è ritratta la Città di Pisa. Ebbe ne’ suoi tempi per tutta Italia fama di gran pittore, ed in vero che Gherardo è stato un degno stipite della pittura, essendo che da esso derivasse Masolino da Panicale, e da lui Masaccio, ed altri maestri, che poi non solo condussero l’arte a gran perfezione, con gettare i primi fondamenti della bella maniera moderna, ma la dilatarono tanto, mediante i loro discepoli, ch’ella ha poi riempiuto tutto il mondo. Passò da questa all’altra vita lo Starnina, che così lo chiama il Vasari, seguendo l’uso Fiorentino d’usare diminutivi de’ nomi proprj, o soprannomi, come credo io che fosse quello di Starna dell’anno 1403. ed è probabile, che lasciasse buone facultà, giacché io trovo ad un Libro delle prestanze dell’anno 1634. in Camera Fiscale, che i figliuoli, ed eredi di Gherardo di Iacopo dipintore, e Mona Zanobia lor madre furon prestanziati in Fior. 3. e sol. 10. somma assai ragionevole in quei tempi.

[p. 103] GIOVANNI GADDI

PITTORE FIORENTINO,

Fratello, e Discepolo d’Agnol Gaddi, fioriva del 1380.

Non è dubbio alcuno che averebbe questo Pittore (allevato nella scuola d’Agnol Gaddi suo fratello) dato gran saggio di sua virtù, se nel più bel fiore degli anni suoi non fosse stato colto dalla morte; fece contucciò alcune belle opere in Firenze nel Chiostro di santo Spirito, dove erano i piccoli archi dipinti da Gaddo, e da Taddeo, rappresentando la Disputa di N. Sig. Gesù Cristo nel Tempio co’ Dottori; la tentazione del medesimo nel Deserto; e la Purificazione di Maria Vergine: le quali opere col tempo sono state gettate a terra per cagione di nuove fabbriche.

ANTONIO DA FERRARA

PITTORE,

Discepolo d’Agnol Gaddi, fioriva circa il 1384.

Di costui non abbiamo altra notizia, se non quanta ne lasciò scritta il Vasari, cioè, ch’egli fu Discepolo d’Agnolo Gaddi Pittore Fiorentino, e molto esercitò l’arte sua in opere a fresco a Città di Castello, ed in san Francesco d’Urbino.

LORENZO DI FILIPPO

ARCHITETTO,

GIO: D’AMBROGIO Scultore, e Arch. e

LORENZO suo Figliuolo anch’esso Scult. e

NANNI DI BARTOLO Scultore.

Fiorirono in questi tempi nella Città di Firenze diversi professori delle nostre arti, a’ quali (come che fossero avuti in gran pregio) furon dati a fare molti degli ornamenti della gran fabbrica della facciata di santa Maria del [p. 104] Fiore, alla quale fino dall’anno . . . . era stato dato principio. Uno di costoro fu Lorenzo di Filippo Architetto di essa fabbrica, del quale si trova ad un Libro di deliberazioni dell’Opera per sei mesi, cominciato al primo di Luglio 1384.

Die 30. Augusti Laurentio Philippi Caputmagistro dicti operis pro suo salario duorum mensium proxime preteritorum videlicet Iulij, et Augusti F. 7. pro quolibet mense etc.

Ed in altro del 1396.

Die 11 Augusti reconduxerunt de novo pro tempore sex mensium initiatorum die prima mensis Maj proximi preteriti Laurentium Philippi Caputmagistrum dicte fabbrice et opere dicte Cattedralis maioris Ecclesie Florentine pro dicto tempore cum salario F. 8. auri pro quolibet mense.

Vi fu ancora un Giovanni d’Ambrogio Scultore, del quale nel nominato Libro di deliberazioni del 1384. si trova

Die 19. Decembris Ioanni Ambrosij F. 10. auri pro parte solutionis cuiusdam figure quam ipse facit, videlicet Iustitiam, etc.

Ed in un altro di deliberazioni del 1396. per sei mesi

Ioanni Ambrosij Scarpellatori pro parte solutionis F. 25. auri ex summa florenorum 173. quos dictus Ioannes habere debebat a dicta Opera pro precio, et mercede figure marmoree B. Barnabe per eum facte et complete;

Ed inoltre a’ 28 Dicembre

Ioanni Ambrosij Caputmagistro dicte Opere pro eius salario trium mensium F. 24.

E di Lorenzo figliuolo di questo Gio: ancor’esso Scultore, o come allora più comunemente dicevasi (secondo che ho da varj luoghi raccolto) Intagliatore di figure, Scarpellatore, Maestro di scarpello, e Maestro d’intaglio, si trova nel citato Libro

Die 25. Augusti Laurentio Ioannis Ambrosij Intagliatori figurarum pro dicta opera F. 20. mutuo super unam figuram B. Virginis Marie.

E poco dipoi

Laurentio Ioannis Ambrogi Magistro intagli ex causa mutui pro laborerio unius quadronis marmi albi in quo sculptum est figura unius Prophete et pro laborerio alterius quadronis per eum incepti laborans pro uno alio Propheta.

E notisi che in quei tempi nel parlarsi di figure intagliate, o dipinte per la parola Profeti intendevansi anche Apostoli.

Alcune delle figure, delle quali in questo luogo io fo menzione, ed ho anche ragionato nelle Notizie appartenenti ai tempi antecedenti, furon poi collocate nella facciata ne i luoghi, che fino a oggi si riconoscono in un disegno fatto a penna, ed acquerelli con maravigliosa accuratezza per mano, come io credo, di Bernardino Poccetti, fino nel tempo appunto, che dovette restar concluso di demolire essa facciata (stata in piedi circa a 200 anni) per fabbricarla di nuovo col buon ordine moderno. Questo disegno, che fino a oggi si conserva nell’Opera di Santa Maria del Fiore, o per causa dell’umidità, o per altra qualsifosse cagione, avendo assai patito, già incominciava in alcune parti quasi a non iscorgersi piu, quando agli anni passati, acciocché non mai si perdesse la memoria d’una così bella, e suntuosa antichità, fu dall’accurata diligenza di Lionardo della nobil famiglia de’ Buonarroti Simoni, Provveditore dell’Opera, fatto copiare puntualissimamente [p. 105] per mano di Alessandro Nani; e la copia, insieme coll’antico originale fece egli riporre nella Guardaroba della medesima Opera, dove al presente si trova. Oltre a quanto si riconosce nell’accennato disegno, ho io anche ritrovato il Decreto, che fu fatto per la situazione di esse figure, che si legge nello stesso Libro di deliberazioni del 1396. ed è quello che segue

Die 20. Novembris deliberaverunt quod in facie anteriori Ecclesie Sancte Reparate in tabernaculis vacuis in columnis marmi ibidem existentibus ponantur, et murentur figure marmoree, que facte sunt in dicta Opera, videlicet sancti Barnabe, sancti Victorij, cum eorum Angelis ex utraque parte iuxta dictas figuras.

Fu ancora circa questi medesimi tempi fino a dopo il 1400. e operò in Firenze un certo Nanni di Bartolo, del quale si trova nel citato libro questa memoria

Nanni Bartoli Intagliatori vocato Rosso quos recipiet pro parte solutionis unius figure marmoris mictende in Campanile dicte Ecclesie.

POLITO DI CLEMENTE

DI POLITO

NOBILE RICANATESE,

ARCHITETTO

Fiorvia del 1385.

L’antica, e nobile Città di Ricanati, detta dagli antichi Helvia Bicina, ha partorito in diversi tempi alle nostre arti uomini di molto valore, de’ quali siamo noi per dare a suo luogo puntuale contezza, ma vuole ogni ragione che io per accomodarmi all’ordine della storia dica alcuna cosa di Polito di Clemente di Polito Nobil Cittadino di quella Patria, il quale per la sua gran perizia in architettura civile, e militare fu ne’ suoi tempi in grandissima stima appresso i suoi Cittadini. Sappiasi adunque, come trovandosi l’anno 1385. la Città di Ricanati con suo Contado per causa delle ribellioni d’alcuni Cittadini, e del popolo, contro de’ quali s’era armato l’Esercito Pontificio, quasi del tutto devastata, e distrutta, e volendo i Priori del Popolo, dopo aver essa Città fatto ritorno all’obbedienza del Papa, ridurre il tutto a ben essere, e fare infinite nuove fabbriche, e fortificazioni, ne diedero la cura al nominato Polito, stimato forse e per integrità, e per valore nell’arte sua fino a quel segno maggiore che potesse essere in quei tempi un uomo di tal mestiere, giacché a lui diedero una incumbenza libera, ed assoluta, senza alcuna limitazione d’autorità, o di spesa per operar cose grandi in Città, e fuori, ciò che rare volte si trova da altri in tempo di pace essere stato fatto. E perché tutto quello, che io posso dire di lui si ricava dal registro d’una Lettera Circolare, che si vede oggi fra le antiche scritture di Ricanati, e perché più chiaro, e più proprio sia il racconto delle più [p. 106] minute circostanze, mi piace portare in questo luogo copiata da verbo a verbo la medesima Lettera, ed è la seguente.

Spectabilibus Viris Capitaneis Ville S. M. Castrorum

Portus Sancti Petri, Montis Florum

Nec non Officialibus nostrarum Villarum S. Martini Montarani,

et Bagnoli Reip. nostre Fidelibus.

PRIORES POPULI CIVIT. RECANATENSIS Sal.

Nuper generosus, et Nob. Vir Politus D. Clementis Politi Civis noster Matematice Magister, et precipue Architecture Militaris expedivit Reparationem et Constructionem nostre olim dirute Patrie ob efferatam audaciam quorumdam pravorum Civium, et perduellis Populi, et modo sese offert promptum ad fortificanda nostra Castra cum Villis antequam redeat ad Ministeria Belli ubi est peregre revocatus. Et sane quia nunc Deus Opt. Max. et Deipara Virgo nostra Tutelaris Domina fecit nos respirare a Cladibus post exanelatos labores plerumque annorum reformatum, sancitum, et ordinatum fuit in Concil. Maiori Populi, et Magnificorum Anzianorum, ut etiam Comitatus noster restauretur, et fortificetur. Igitur vobis omnibus, et cuique vestrum sub pena privationis Officiorum seu Officij precipimus, et mandamus auctoritate, qua fungimur S. Cons. qualiter preparare faciatis eum numerum Operariorum, animalium, et eam quantitatem materie lignee, et lapidee et demum totum id, quod a vobis, et a quolibet vestrum requisiverit, seu requiri fecerit, idem Politus D. Clementis in Reaptatione, seu Constructione etiam de novo facienda ad ejusdem arbitrium, fossorum, Revellinorum, Palitiatarum, Mantellectorum, Turrium, Murorum, Caballeriorum, Bastionum, Vallorum, et huiusmodi. Ad hoc autem, ut tantum Opus quam citius expediatur penas pecuniarias infligere contra quoscumque denegantes usum rerum, Animalium et Personarum, et quatenus opus sit, Transgressores iussuum vestrorum ad fortias Curie nostri Potestatis corporaliter puniendos redigere curabitis, et bene valete.

Dat. Rechan. ex nostra Resident. Priorali 5. Kal. April. an. Sal. 1385.

Vannutius Peri de S. Iunto Not. Dep. Ordin. et Reform.

[p. 107] NICCOLÒ DI PIETRO

ARETINO

SCULTORE,

Discepolo di Moccio Sanese, nato circa al 1350. 1417.

Ne tempi, che Moccio Scultore, e Architetto Sanese si tratteneva nella Città di Firenze, molte cose operando si di scultura, come d’architettura, e particolarmente in servizio della Cattedrale, s’accostò a lui Niccolò di Piero d’Arezzo, il quale avendo nelle materie dell’arte fatto gran profitto, incominciò ancor esso molto ad essere molto adoperato. Le prime opere, che a questo artefice partorirono buon credito furono due statue per lo Campanile di santa Maria del Fiore, che v’ebbero luogo verso la Canonica, fra le quali son quelle, che condusse poi l’eccellentissimo scarpello di Donato. Partitosi di Firenze l’anno della pestilenza 1383. si portò ad Arezzo sua patria, dove fece per l’Opera della Fraternita di S. Maria della Misericordia la facciata tutta di pietra bigia, attesa la difficoltà di condurre in quel luogo la gran quantità de’ marmi, che sarebbe abbisognata, e nel mezzotondo della medesima scolpì una figura di Maria sempre Vergine con Gesù in braccio, e vi sono certi Angeli, che le tengono coperto il manto, ed altre figure. Dai lati intagliò per due nicchie due statue, una di san Gregorio Papa, e l’altra di S. Donato Vescovo, Protettore di quella Città; e condusse per lo Vescovado, per lo Spedale, per la Pieve, e per la Chiesa di sant’Antonio figure di terra cotta molto belle. Occorse in quel tempo che per un orribile terremoto rovinarono le mura del Borgo a S. Sepolcro, ond’egli colà chiamato, le tornò a edificare con lode universale d’ognuno. Insorgendo poi le tanto risapute contese, e le guerre a cagione della cacciata da Pietra mala de’ figliuoli di Pietro Sacconi, colla rovina eziandio del Castello, ond’era la Città d’Arezzo col suo Contado tutta in rivolta, egli se ne partì, e tornatosene a Firenze, gli fu dato a fare una statua di marmo d’un Evangelista in atto di sedere, alta quattro braccia, che fu posta allato alla porta principale di santa Maria del Fiore a man sinistra, e dissero allora i professori non essersi veduto de’ maestri di quei secoli fino a quel tempo figura di si bel rilievo, quanto quella. Si portò poi a Roma, ove diede miglior forma a Castel sant’Angelo. Veggiamo in Firenze di mano di costui sul canto d’Or San Michele verso l’Arte della Lana, due figurette di marmo fatte ad istanza de’ Ministri della Zecca, sopra la nicchia, che contiene la figura del san Matteo lor Protettore; e sappiamo essere egli concorso ad inventare i modelli per le bellissime porte, che dovean farsi al Tempio di san Giovanni, insieme cogli altri valent’uomini, benché a lui non toccasse a condur l’opera, ma al Ghiberti, come è notissimo. Andatosene a Milano, vi fu fatto Capo dell’Opera del Duomo, e vi lavorò alcune figure. Tornatosene finalmente per la via di Bologna, fecevi il sepolcro di Papa Alessandro V. pregatone da Leonardo Bruni Aretino, allora inteso per Messer Lionardo d’Arezzo, stato molto favorito da quel Pontefice, la quale opera è nel Convento de’ Frati Minori, ove trovò pure anche quest’artefice sua sepoltura, conciosiacosache egli non avesse appena a quel lavoro dato fine, ch’è fosse colto dalla morte l’anno 1417. e 67. di sua età.

[p. 108] DECENNALE X.

DEL SECOLO II.

DAL MCCCXC. AL MCCCC.

TOMMASO DI MARCO

PITTORE FIORENTINO,

Discepolo d’Andrea Orcagna, fioriva del 1392.

Niuna altra notizia si ha di questo artefice, se non che egli fece molte pitture nella Città di Pisa; e fra l’altre nella Chiesa di sant’Andrea l’anno 1392. una tavola, che fu appoggiata al tramezzo di essa Chiesa.

MASOLINO DA PANICALE

DI VALDELSA IN TOSCANA

PITTORE,

Operava circa al 1405.

Attese Masolino ne’ suoi primi anni all’arte dell’orefice, e poi al getto sotto la disciplina di Lorenzo Ghiberti Fiorentino, al quale aiutò poi con gran delicatezza a rinettare le porte del Tempio di san Giovanni. Datosi alla pittura di anni 19. sotto Gherardo Starnina, che per quanto si dirà nelle Notizie sopra esso Ghiberti, era del medesimo stato maestro, fece gran profitto. Furono, come si è di sopra accennato, l’opere sue circa il 1405. e non altrimenti del 1440. come si legge nel Vasari, perché Gherardo suo maestro, come si ha dal medesimo Vasari, morì del 1403. nel qual tempo computati gli 19. anni, che [p. 109] fanno il tempo della sua puerizia, e dello studio della scultura sotto il Ghiberti, con quegli più che sotto Gherardo aveva atteso alla pittura, pare che doveva essere d’anni 22. almeno; ed essendo poi morto in età di 37. anni, è necessario il dire, che seguisse la sua morte circa agli anni 1418 e non del 1440. o dopo, come si cava dal Vasari. Il che si troverà tanto più esser vero, quanto che si è provato nelle Notizie di Masaccio, che egli a Masolino succedesse nel lavoro delle pitture della Cappella de’ Brancacci, e che esso Masaccio, non altrimenti nato del 1417. come disse il Vasari, ma nel 1402. potè alla morte di Masolino essere in tale età, e perfezione nell’arte da potere, come fece, seguitare a finir le dette opere, il che discorrendo, come il Vasari scrisse, non sarebbe potuto seguire. Dipinse dunque Masolino in Roma la sala di Casa Orsina in Monte Giordano, dipoi in Firenze nella Chiesa del Carmine cominciò a dipingere la Cappella de’ Brancacci, che fu, come si è detto, seguitata da Masaccio, e poi da Filippino Lippi, nella volta, e mura, della quale figurò Masolino i quattro Evangelisti, e la vocazione di sant’Andrea, e san Piero all’Apostolato; la negazione, e predicazione del medesimo; il naufragio degli Apostoli; e quando san Pietro sana Petronilla sua figliuola; quando insieme con san Giovanni se ne va al Tempio, e vi libera l’infermo, che gli chiede limosina: nelle quali opere già fece conoscere d’aver avanzato di molto la maniera di Giotto. Ben è vero, che per lo soverchio affaticarsi, ch’e’ fece in quelle opere, in età d’anni 37. circa il 1415. passò da questa all’altra vita.

LORENZO ANTONIO VITE

DA PISTOIA

PITTORE,

Discepolo di Gherardo Starnina, fioriva del 1400. in circa.

Dipinse in Pisa, dove fu mandato in suo cambio da Gherardo suo Maestro l’anno 1403. nel Capitolo di san Niccola la Passione di Cristo; e nel palazzo del Ceppo di Prato in Toscana, la vita di Marco Fondatore di quel luogo Pio.

TADDEO DI BARTOLO

DA SIENA

PITTORE,

Discepolo di … . nato … .

Ebbe la Città di Siena circa a questi tempi un pittore chiamato Taddeo di Bartolo, che è lo stesso che il Vasari, che alcuna poca menzione fece di lui, [p. 110] chiama col nome di Taddeo Bartoli. Dipinse costui assai diligentemente in S. Agostino di sua patria la Cappella de’ Marescotti; e ne Servi una Nunziata; dipinse altresì la Cappella del pubblico Palazzo; e in san Francesco in quella de’ Bandinelli fece un Crocifisso; e diede a vedere opere di suo pennello nella Cancelleria dello Spedal grande, ed in san Domenico all’Altare de’ Landi.

SERAFINO SERAFINI

PITTORE MODANESE,

Fioriva del 1390.

Fra gli antichi Pittori della nobilissima Città di Modana, per quanto ne vive la memoria in questi tempi nostri, fu Serafino Serafini, del quale fa menzione Don Lodovico Verdiani nella sua raccolta, e Marcantonio Guerrini Ferrarese. Operava questi fino del 1385. e nella Chiesa Cattedrale di Modana vedevasi nel 1662. una sua tavola all’Altare di san Niccolò; opera, che per quanto potea pretendersi da quegli antichi tempi, era assai lodata, e conteneva in sé molte figure, ed una latina inscrizione; e finalmente il nome dell’artefice scritto così Seraphinus de Seraphinis pinxit 1385. die Iovis 23. Martij. Nella Città di Ferrara era pure dipinta dal suo pennello la Cappella della famiglia de’ Petrati nella Chiesa di san Domenico, con molte figure, e leggevanvisi i seguenti goffissimi versi:

Mille trecento con septanta sei

Erano corso gl’anni del Signore.

El quarto entrava, quando al so onore

Questa Cappella al so bel fin minei,

Et io che tutta en sì la storiei

Fui Serafin de Mutina Pintore,

E frate Aldobrandino Inquisitore

L’ ordine diede, ed io lo seguitei

E far la fece sappia ogn’un per certo

La Donna di Francesco di Lamberto.

Ne’ tempi di costui visse, ed operò ancora in Modana Tommaso Baffini, il quale nel Convento degli Agostiniani fece una tavola, che non è molto che ancora vedeasi in quel luogo; ma tanto questa, quanto le notate di sopra non sappiamo se abbiano sortito di vivere fino a’ tempi presenti, o pure sia occorso ad esse quello che da più anni in qua, ad altre molte di quegli antichi tempi è addivenuto d’esser tolte di luogo per riporvene altre più belle de’ moderni maestri.

IL FINE

INDICE

DELLE COSE NOTABILI.

A

Aldigieri da Zevio Pittore, carte 83. Alzamento delle mura di Firenze, e perché 32.

Agnolo Gaddi pitt. sua vita 40. Avanzamento di sua famiglia 41. 63. 69.

Ambrogio Lorenzetti pitt. Sanese sua vita 39.

Andrea Pisano pitt., e archit. sua vita 32.

Andrea di Iacopo, altrimenti di Gione Orcagna scult. e archit. sua vita 63.

Andrea Tafi Fiorentino pitt. alla Greca 11.

Antiporti alle porte di Firenze 33.

Antonello da Messina pittore 92.

D. Ant. Maria Salvini Lettore pubblico delle lettere Greche nello Studio di Firen. 92.

Antonio da Ferrara pitt. sua vita 103.

Antonio Veneziano pitt. 55. perché detto Veneziano essendo stato Fiorentino 55.

Arezzo Città di Toscana. Pitture in quelle Chiese 86.

Armi, ed altre memorie della nobile famiglia de’ Roti in santo Romolo a Campestri in Mugello 99.

Arnolfo di Lapo archit. suo ritratto 4.

B

Badia di Firenze 45.

Bartolo Gioggi pitt. sua vita 28.

Bartolommeo Bologhini pitt. sua vita 70.

Bartolommeo di Fredi pitt. Sanese sua vita 83.

Bastioni, e ripari fattisi nella Città di Firenze 32.

Battisterio in S. Giovanni di Pisa 8.

Battisterio della pieve di S. Maria in Caliaula 8.

Benedetto IX. da Treviso suo ritratto 4.

Benvenuto da Imola Comentatore di Dante, coetaneo del Petrarca. Manoscritto nella Libreria di S. Lorenzo 2.

Bernardo Orcagna pitt. 64. sua vita 69.

Bernardo Nello Falconi Pisano pitt. 68.

Bernardo Daddi pitt. sua vita 70.

Bernardo da Siena pitt. sua vita 95.

Bernardino Poccetti pitt. Fior. 45. 104.

Bottega di Maso del Saggio nel Secolo del 1300. raddotto de’ più piacevoli uomini, che avesse allora la nostra Città 25.

Bruno pitt. Fior. 11. sua vita 25.

Buonamico Buffalmacco pitt. sua vita 11. suo ritratto 12. Muore allo Spedale 13.

C

Caladrino pitt. Fior. 11. 26.27.

Campo Santo di Pisa 4. 31. 55. 65. 69.

Campana del Popolo di Firenze da chi fatta suonare 33.

Campanile di Pisa da chi finito 38.

Campanile di S. Maria del Fiore da chi finito 37.

Cappella di S. Iacopo in Pistoia 34.

della Sacra Cintola di Prato 40.

degli Strozzi in S. Maria Novella dipinta 64. 69.

Maggiore di S. Maria Novella de’ Ricci dipinta 69.

degli Ardinghelli in S. Trinità dipinta 94.

de’ Brancacci nel Carmine 109.

della nobile famiglia de’ Compagni in S. Trinita 100.

della nobile famiglia de’ Martini in S. Marco 99.

della nobile famiglia de’ Castellani in S. Croce 102.

di S. Ranieri in Pisa nel Duomo 8.

Capitolo di S. Spirito 4.

Capitolo di S. Maria Novella 4. 27.

Capitoli della Compagnia de’ Pittori 48. approvati dall’Ordinario 54.

Cardinale di Prato 4.

Cardinale Latino benedice la prima pietra nel fondamento della gran Chiesa di S. Maria Novella l’anno 1279. de’ Frati Predicatori, con lasciare in piedi l’antica Cappella della Chiesa piccola, ove avean dipinto i Pittori Greci, stati maestri di Cimabue, non ostante quanto ne dica un moderno 55.

Carlo Cesare Malvasia Istorico 2. 35.

Castel S. Angelo da chi riformato 107.

Caterina figliuola di Giotto 33.

Cav. Carlo Ridolfi scrittori delle vite de’ Pittori Veneti 77.

Cav. Messer Niccolaio di Iacopo degli Alberti fondatore della Chiesa in Orbatello 7.

Cecco d’Ascoli sue composizioni nella Libreria di S. Lorenzo 65.

Cennino Cennini da Colle di Valdelsa pitt. sua vita 90.

Cherubino Gherardacci Eremitano Istorico 13.

Chiesa di S. Maria a Ripa d’Arno in Pisa 12. 26.

di S. Petronio di Bologna 13. pitture fattovi da Buffalmacco 13.

di S. Stefano a Calcinaia Villa sei miglia presso di Firenze 13.

di S. Domenico di Forlì 28.

di Monte Oliveto di Ferrara 30.

di S. Francesco di Faenza 30.

del Duomo di Pisa 30.

di S. Francesco di Pistoia 31.

Pieve d’Arezzo 31.

d’Aracœli in Roma 6.

di S. Maria in Trastevere 6.

di S. Paolo fuor di Roma 6.

di S. Pietro 6. 31.

di S. Maria Novella 34. 36. 56. Cappella maggiore 63. ridipinta 64. 83.

di S. Croce 34. 36. 40. 58.

di S. Caterina di Pisa 34. 83.

di S. Paolo a Ripa d’Arno in Pisa 34. 44.

di S. Domenico di Siena 34.

di S. Francesco di Pisa 36.

di S. Procolo 40.

di S. Margherita di Cortona 40.

di Monte Oliveto di Chiusuri 40.

di S. Pancrazio 40.

del Carmine 40. 56.

di S. Romolo rifatta da Agnolo Gaddi 41.

di S. Francesco d’Arezzo 44.

di S. Trinita 44. 45. 56. 58.

di S. Stefano al Ponte vecchio 44.

di S. Cataldo di Rimini 45.

Badia di Firenze 45.

di S. Antonio di Venezia 45.

di S. Francesco d’Imola 45.

de’ Monaci di Certosa 56.

di S. Stefano d’Arezzo 56. demolita 57.

di S. Maria di Mediaratta in Bologna 57. 83.

di S. Spirito 34. suo Chiostro 35.

di S. Marco 6.

di S. Basilio 6.

di sotto di S. Francesco d’Ascesi 6.

di S. Maria Maggiore in Roma 9. restaurata, e accresciuta da chi 9.

d’Orbetello, vedi Oratorio,

d’Ognissanti 58.

di S. Romeo 59.

di S. Michele Visdomini 73.

di S. Domenico d’Arezzo 74. Organo, Sepolcri 74.

di S. Antonio, che avanti all’assedio era alla porta a Faenza 74.

della Spina di Pisa 83.

di S. Martino maggiore di Bologna 83.

di S. Benedetto grande de’ Camaldolesi fuori della porta a Pinti distrutto 86. 94.

di S. Giovanni fra l’Arcorda fuori della porta a Faenza 86.

di S. Michele di Pisa 94.

de’ Romiti di Camaldoli già di la d’Arno nella contrada detta Camaldoli, distrutta col Monastero 94.

di S. Romolo a Campestri in Mugello 99.

Cimabue ritratto al naturale 4. primo invetore delle parole finte uscire di bocca alle figure dipinte 27.

Colorire a Olio quando, e da chi trovato, e usato ne’ primi tempi 92.

Compagnia de’ Pittori sotto l’invocazione di S. Luca Evangelista 43. 46.

Compagnia della Misericordia 32.

Compagnia d’Orto S. Michele 67. fa fare il Tabernacolo all’Orcagna 67.

Convento de’ Frati Minori di Siena 39.

Convento di S. Agostino di Siena 39.

Convento dell’Ordine de’ Predicatori in Bologna 57.

Convento de’ Frati Predicatori a S. Domenico di Fiesole, ne’ tempi dell’Autore Seminario di Santi 6.

Convento de’ Padri Conventuali di Bologna chiuso 57.

Convento di S. Agostino d’Arezzo 74.

Corpo di S. Atto ritrovato 32.

Crocifisso di rilievo nella Basilica di S. Paolo fuori delle mura, che parlò a S. Brigida 6.

Costume stato usato avanti, e poco dopo il mille nel situar le Chiese 8. di dipignerle 28.

Cronaca di S. Maria Novella, e suo attestato intorno all’antica Cappela, lasciata in piedi nella fondazione della Chiesa grande 55.

Cristofano da Modana pitt. sua vita 101.

Cristofano Landini comentatore di Dante 34. 36. sua patria 42. suo corpo incorrotto 42.

D

Deposito di finto marmo del Cardinale Corsini primo Arcivescovo di Firenze in Duomo da chi dipinto 100.

Deposito in d. Chiesa di Fra Luigi Marsili 100.

Difficultadi che s’incontrano nell’interpretrazioni de’ libri de’ Poeti Provenzali 79.

Detto di Donatello sopra le pittre di Stefano Veronese 79.

Difficultadi che s’incontrano nell’interpretazioni de libri de Poeti Provenzali 69.

Domenico da Venezia pitt. 92.

Domenico del Grillandaio pitt. Fior. 64.

Donato scult. Fior. 107. di chi discepolo 97.

Duccio da Siena pitt. sua vita 58.

Duomo di Siena 4. Deliberazione d’accrescerlo, poi non adempiuta 42. 58.

Duomo di Firenze 59.

Duomo di Pisa 61.

E

Empoli Terra di Toscana 61.

Eremo di Camaldoli 56.

Errore di Scrittor Francese 26.

Errore del Vasari intorno al tempo nel quale fu fatta da Andrea Pisano la prima porta di bronzo del Tempio di S. Giovanni 32. Intorno alla morte di Gaddo Gaddi 37. Intorno alla Sagrazione della Chiesa di S. Maria Maggiore 56.

Errore del medesimo, e d’un moderno intorno al casato d’Andrea Orcagna 64. Intorno alle figure della Loggia de’ Lanzi 65. 71.

Errore d’un moderno intorno all’Imagine di M. Vergine in Or S. Michele 67.

Errore del Vasari, e di Fra Isidoro Ugurgieri, e d’altri intorno all’Imagine di Maria Vergine di marmo, ch’è sopra la porta del fianco del Duomo dalla parte de’ Servi 96.

Facciata della Chiesa di santa Croce da chi dipinta, e quando 97. 100.

Facciata della Chiesa di santa Maria nuova da chi dipinta 100.

Festa di sant’Anna, Madre della Gran Madre di Dio in Firenze si solennizza come Pasqua, si corre il palio di panno lucchesino, e fannosi altri divoti ufici, perché 60.

Filippo Rossuti pitt. sua vita 9.

Abate Filippo Titi scrittore 10.

Figure delle Profezie dell’Abate Giovacchino nella Real Libreria di S. Lorenzo 93.

Fortezza di Firenze d. la fortezza da basso 12.

Figure della Loggia de’ Signori in Firenze 41.

Fonte nella Città d’Arezzo 43.

Fortificazioni d’Arezzo fatte dal Granduca Cosimo I. 44.

Franco Bolognese sua vita 1. Versi di Dante intorno a sue qualitadi 2. Opera di manio per la Libreria Vaticana 2. Fonda sua scuola in Bologna 2.

Francesco Petrarca suo ritratto 4. fatto due volte ritrarre da Pandolfo Malatesta da Rimini. Suoi versi sopra Laura sua amata 4. 5. Illustrazione di alcuni di essi 4. Sue Lettere familiari 5.

Franco Sacchetti novellatore Fiorentino 11. sue novelle 13. 16. 18. 22. 29. 67.

Francesco Rondinelli scrittore della Relazione del Contagio l’anno 1630. e 1633. 56.

Francesco di Neri Sellari scult. 80.

Fraternita di santa Maria della Misericordia d’Arezzo 107.

Fulmine caduto l’anno 1358. sopra il Campanile di santa Maria Novella 63.

G

Gaddo Gaddi pitt. 10. 30. 43.

Gherardo Starnina pitt. 102.

Giolanda Regina di Napoli 90.

Giorgio Vasari scrittore di Vite de’ Pittori 2. 3. 6.

Giotto celebre pitt. 1. 6.

Giotto di Maestro Stefano dipintore 33.

B. Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori. 6.

Gio: Patrizio Romano, e sua Moglie fondatori di S. Maria Maggiore in Roma 9.

Mess. Gio: Boccaccio 11. 12. 25.

Dott. Gio: Renzi Antiquario pratichissimo 41.

Gio: da S. Stefano a Ponte pitt. Fior. sua vita 44.

Gio: Andrea Carduino Segretario di Clemente VI. sua sepoltura 46.

Gio: da Lignano Dott. di Legge sua sepoltura 46.

Gio: Villani Istorico 55.

Gio: degli Agli 56. sua Villa a Nuovoli, e Tabernacolo a detta Villa 56.

Gio: da Milano pitt. sua vita 58.

Gio: Torsicani pitt. Aretino sue opere 60.

Gio: Tornabuoni Fiorentino fa di nuovo dipignere la Cappella maggiore di santa Maria Novella 64.

Gio: da Pistoia pit. 73.

Gio: Fetti scult. 80.

Gio: Tedesco scult. 80.

Gio: di Nostradama scrittore Franzese 89.

Gio: da Bruggia inventore del colorire a olio 92.

Gio: d’Asciano pitt. 95.

Gio: de’ Medici, detto di Bicci 98.

Gio: Gaddi pitt. Fiorentino sua vita 103.

Gio: d’Ambrogio scult. 103.

Monsign. Giulio Mancini scrittore 32. 70. 84.

Gualtieri Duca d’Atene sua Arme 6. fortifica il Palazzo di piazza 33. sua cacciata di Firenze 33. 59. dipinto nella Torre del Potestà 59.

Guariento Padovano, il primo che nello Stato Veneto migliorasse la maniera del dipignere 77. 79. origine del nome di Guariento 80.

Guido Campese Contestabile de’ Fiorentini 27. Guglielmo da Forlì pitt. sua vita 28.

I

Fra Iacopo da Turrita 9. 30.

Iacopo, e Andrea Orcagna scultori Fiorentini 41.

Iacopo da Prato Vecchio pitt. e archit. sua vita 42.

Iacopo Lanfrani scult. e archit. Veneziano 45.

Iacobello, e Pietro Paolo Veneziani 46.

D. Iacopo Fiorentino Monaco nel Monastero degli Angeli in Firenze, uomo di santa vita, e scrittore di libri da Coro insigne 61.

Fra Iacopo Passavanti dell’Ordine de’ Predicatori in santa Maria Novella, uomo di gran bontà, e dottrina 64. assiste alla gran fabbrica di essa Chiesa 63.

Iacopo di Pietro scult. sua vita 71.

Iacopo di Cione Orcagna sua vita 72.

Iacopo della Quercia scult. Sanese sua vita 95.

Imagine della Nonziata in san Basilio 6. in san Marco 6. in Orbatello 7.

Imagine di Maria Vergine sopra la porta di Camolia di Siena da chi cominciata, da chi finita 34.

Imagini di Maria Vergine nella Città d’Arezzo fatta da Spinello Aretino 57.

Imagine di Maria Vergine di marmo sopra la porta del Duomo, che va a’ Servi da chi fata, contro quanto fu da altri scritto 96.

Isidoro Ugurgieri scrittore 40.

L

Lando da Siena archit. sua vita 42.

Leon X. Sommo Pontefice a Firenze visita il Monastero degli Angeli 61.

Libro antico de’ morti del Convento di san Domenico in Siena 3. 5.

Libro intitolato Martilogio esistente nell’Archivio di san Pietro in Roma 3.

Libreria di san Lorenzo del Sereniss. Granduca 12. Libri di antichissimi Poeti Provenzali, che vi conservano 90. 92.

Libro antico degli uomini della Compagnia de’ Pittori di Firenze 13. 33. 48.

Libreria celebre de’ manoscritti originali, e spogli del Senat. Carlo Strozzi 64. 67. 79.

Libreria insigne anticamente in Provenza, ridotta a ben’ essere dopo le guerre dal Monaco dell’Isole d’Oro 89.

Lino pitt. scult. e archit. sua vita 8.

Lionardo Aretino istorico 107.

Lionardo della nobile famiglia de’ Buonarruoti Simoni 104.

Lippo pitt. Fiorentino sua vita 84.

Lippo Vanni pitt. Sanese 87.

Lippo Memmi pitt. Sanese sua vita 34.

Loggia de’ Signori in Piazza architettata dall’Orcagna 65.

Loggia d’Or San Michele dipinta 43.

Loggia de’ Mercanti d’Ancona da chi architettata 75.

Lorenzo Ghiberti scult. Fior. fa le due porte di S. Giovanni 32.

Lorenzo Bolognese pitt. sua vita 57.

Magnif. Lorenzo de’ Medici padre, di Papa Leone X. 62.

D. Lorenzo Monaco Camaldolese pitt. sua vita 94.

Lorenzo di Bicci pitt. Fiorent. sua vita 96.

Lorenzo Antonio Vite pittore 109.

Lorenzo di Filippo archit. 103.

Lorenzo di Gio: d’Ambrogio scult. 103.

Luca di Giovanni da Siena scult. 80.

M

Madonna in sul canto delle due vie, cioè il Chiassuolo che vien di via de’ Martelli, e la via che da S. Giovanni porta a S. Maria Nuova, ritrovatasi ultimamente 13.

Madonna sul d. canto di Fra Filippo Lippi 12.

Madonna del Campo Santo di Pisa da chi dipinta 34.

Madonna de’ Denti di Bologna 35.

Madonna de’ Tribolati in S. Petronio di Bologna da chi dipinta 83.

Marco da Montepulciano pitt. 100.

Marco di Guccio scult. 80.

Mariotto Orcagna pitt. Fiorentino 73.

Masolino da Panicale pit. sua vita 108.

Maso del Saggio 25. 27.

Matteo Iacopi dipintore 43.

Michel Ruoti nobile Fiorentino 99.

Michelagnolo Buonarroti loda una pittura a 83.

Mino da Siena pitt. 74.

Miracolo della neve nel luogo ov’è S. Maria Maggiore di Roma 9.

Moccio scult. e archit. Sanese 74.

Modello della Chiesa di S. Maria del Fiore rappresentato da Simon Memmi 4.

Monaco dell’Isole d’Oro sua vita 88. interpetra più poetici scritti de’ Poeti Provenzali 89. nato della nobilissima famiglia Cibò 90. predice cose future 90.

Monastero degli Angeli di Firenze 61.

Monastero di Certosa 56. quando fabbricato 69.

Monte Esquilino in Roma, luogo ove fu edificato il Tempio di S. M. Maggiore 9.

Monte Giovi, Monsommano, Marti da che detti così 99.

Mortalità dell’anno 1348. sua descrizione 66.

Mulina di S. Gregorio in Firenze da chi architettate 37.

Munistero delle Donne di Porta a Faenza 12. 26.

Mura della Città del Borgo a San Sepolcro rovinate l’anno 1383. 107.

Musaico di S. Maria Maggiore in Roma 9.

Musaici della Tribuna del Tempio di san Giovanni restaurati 41.

N

Nanni di Bartolo pitt. 105.

Nanni di bartolo scult. 103.

Narrazione del quando, come, e per chi cominciasse nella Città di Venezia il miglioramento della pittura 77.

Narrazione della fondazione della Compagnia de’ Pittori in Firenze 47.

Navicella di Giotto nella Basilica Vaticana 3. 6.

Nello pitt. Fiorentino 11. sua vita 25.

Neroccio da Siena archit. sua vita 33.

Niccola da Prato Cardinale ritratto 4.

Niccola, e Giovanni scultori 8.

Messer Niccola Acciaiuoli Gran Siniscalco del Regno di Napoli, e di Sicilia 69.

Niccola Aretino scult. 75.

Niccolò Cornacchini 27.

Niccolò di Piero Lamberti scult. 80.

Nino scult. Pisano sua vita 83.

Niccolò di Piero Aretino sua vita 107.

Novelle di Franco Sacchetti Fiorentino 13. 16. 18. 22.

O

Oderigi d’Agobbio discepolo di Cimabue 1. fu maestro di Franco Bolognese 1. Grande stimatore di sé stesso 2.

Oratorio in Orbatello 7.

Oratorio d’Or San Michele 40.

Ottaviano da Faenza pitt. sua vita 30.

P

Pace da Faenza sua vita 5.

Palazzo de’ Signori in Siena 4. 40.

Palazzo del Pubblico in Verona, già de’ Signori della Scala 83.

Paolo da Siena pitt. ritrasse Papa Benedetto X. 32. rifa i tetti della Basilica di san Pietro 32.

Paolo Orlandini Monaco Camaldolese sue composizioni in versi latini 61.

Pelagio Papa consacra la Chiesa di S. Maria Maggiore 56. non Papa Pasquale, come scrisse il Vasari 56.

Pestilenza in Firenze del 1383. 56. del 1348. 58. descritta 66.

Pesarese scult. e archit. 46.

Piena d’arno del 1333. 36.

Piazza de’ Signori allargata con rovina di molte case 41.

Piero da Farnese Capitano de’ Fiorentini contro i Pisani muore 73.

Pietro Cavallini pitt. sua vita 6. fu scultore 6. uomo di santa vita 6. sua morte 6. alle imagini dipinte da lui concorse Iddio con miracoli 7. suo particolar modo di dipignere imagine della Santissima Nunziata 7.

Pietro Laurati sua vita 31. il primo che in Siena introducesse la buona maniera di dipignere 31. il primo che ingrandisse la maniera 31.

Pietro Lorenzetti pitt. Sanese 40.

Pieve di S. Maria in Cœliaula, detta in Cilicciavoli nel Fiorentino 8.

Pieve d’Empoli Terra di Toscana 44.

Pieve d’Arezzo 60.

Pittori Fiorentini dopo il risorgimento seguito in Firenze dell’arte della pittura si spargono per tutta Europa 48.

Pittura nella facciata del palazzo di parte Guelfa da chi fatta 102.

Polito di Clemente di Polito sua vita 105.

Ponti, e mura in Firenze rovinati per la piena del 1333. da chi rifatti 37.

Ponte di S. Trinita il vecchio 44. rovina per la piena del 1557. 44.

Poppi Castello nel Casentino 43.

Porta di bronzo il Tempio di S. Giovanni fatta da Andrea Pisano 32. finita nel 1339. 32. levata di suoi primo luogo 32.

Porta di bronzo di d. tempio di S. Gio: 96.

Porta principale di S. Petronio di Bologna da chi intagliata 96.

Prato Vecchio Terra di Toscana, celebre per Donato Grammatico, per Cristofano Landini, e per Iacopo da Prato Vecchio pitt. 42.

Proverbio nato da un fatto di Lorenzo di Bicci pitt. Fiorentino 100.

Puccio Capanna pitt. Fior. sua vita 45.

R

San Ranieri Pisano Protettore della Città di Pisa 8. 55.

Ricco di Lapo pitt. 33.

Ritratti antichi di Dante, e del Petrarca 94.

Ritratto del Petrarca in S. M. Novella 4.

Ritratto di Madonna Laura sua amata 4.

S

Sala del maggior Consiglio di Venezia, anticamente dipinta di verde a chiaro scuro 79.

Sagrazione della Chiesa di S. M. Nuova dedicata a S. Egidio, da chi fatta 100.

Sagrazione della Cattedrale Fiorentina 100.

Sangimignano Terra di Toscana 34. pitture per quelle Chiese 84. 95.

San Ranieri Pisano 4.

Sebeto pitt. sue opere 83.

Sepolcro di Mess. Cino da Pistoia da chi fatto 32.

Sepoltura di Papa Alessandro V. in Bologna 107.

Sepoltura della moglie di Paolo Guinigi in S. Martino di Lucca 96.

Scale della Villa del Poggio a Caiano da chi fatte, e con qual disegno 34.

Scarperia Castello in Toscana 32. da chi fatte, e perché 32.

Scipione Ammirato Istorico 55.

Serafino Serafini pitt. Modanese 110.

D. Silvestro Monaco Camaldolese miniat. 61.

Simon Memmi sua vita 3. suo ritratto 4. il primo che levasse l’uso di dipignere in un sol campo storia sopra storia 5. sua morte in Avignone, contro ciò che dice il Vasari 5. brutta effigie di lui descritta dal Petrarca 5. 36. 55.

Simon da Villa antico Medico burlato 27.

Simone, e Iacopo Davanzi loro vita 83.

Simon Roti nobile Fiorentino Sergente Generale di Battaglia del Sereniss. Granduca Ferdinando II. 99.

Sollazzino pitt. 69.

Spedale della Scala di Siena 31.

Spedal Grande di Siena 39.

Spedale di Monna Agnesa di Siena 39.

Spinello Aretino pitt. 56.

Statue della facciata del Duomo da chi fatte 32. 107.

Statue del Campanile di Firenze 107.

Stefano pitt. Fiorentino sua vita 33. Muore 1350. 34.

Stefano Veronese pitt. 79.

Stieri di Francesco degli Albizzi Provveditore dell’Opera del Duomo 40. 71.

T

Tabernacolo de’ Tintori da S. Onofrio 42.

Tabernacolo di Mercato Vecchio 42.

Taddeo di Bartolo Gioggi pitt. 30.i

Taddeo Peppoli Bolognese sua sepoltura 46.

Taddeo di Bartolo da Siena pitt. 109.

Taddeo Gaddi pitt. Fior. sua vita 35. 58.

Tempio di san Giovanni di Pistoia da chi fatto, e in che tempo 32.

Tetti della Basilica di san Pietro rifatti per ordine di Papa Benedetto X. da Paolo da Siena 32.

Tommaso Pisano scult. e archit. sua vita 38.

Tommaso di Stefano detto Giottino sua vita 59.

Tommaso di Rossello Strozzi fa dipignere all’Orcagna la Cappella degli Strozzi in santa M. Novella 64. suo antichissimo ricordo di tale allogagione 64.

Tommaso di Marco Fiorentino pitt. 68.

Tommaso di Stefano Fortunatino pitt. 68.

Tommaso di Marco pitt. 108.

Torre del Palagio del Podestà 59.

Torri intorno alle mura di Firenze 33.

Tribuna del Tempio di san Gio: ricoperta 41.

V

Veglia, Dialogo, composizione dell’Autore di quest’Opera 55. Si vede stampata in Lucca l’anno 1684. sottonome di Sincero Veri

Versi scritti nella Torre del Palagio del Podestà appresso alle figure del Duca d’Atene, e suoi seguaci 59.

Vicino pitt. sua vita 30.

Vitale Bolognese pitt. della scuola di Giotto 35.

Urbano V. ritratto 6.

Uso antico di dipignere le parti interiori, ed esteriori delle Chiese da terra a tetto 28.

Uso del dipignere sopra tela, moderno 93.

Z

Zanobi di Taddeo Gaddi 37. suo Testamento, e Discendenti 37.

Fra Zenone Vigilante Vescovo, e Generale degli Agostiniani sua sepoltura 75.

LAUS DEO.

Con il contributo di