Notizie de' professori del disegno (1681-1728)

NOTIZIE

DE’ PROFESSORI

DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA,

PER LE QUALI SI DIMOSTRA COME, E PER CHI

le bell’Arti di Pittura, Scultura, e Architettura lasciata la rozzezza

delle maniere Greca, e Gottica, si siano in questi secoli

ridotte all’antica loro perfezione.

OPERA

DI FILIPPO BALDINUCCI FIORENTINO

distinta in Secoli, e Decennali.

AL SERENISSIMO

COSIMO III

GRANDUCA DI TOSCANA

IN FIRENZE, per Santi Franchi 1681. Con lic. De’ Super. E PRIVILEGI

SERENISSIMO

GRANDUCA

A Ben’ esaminare, Sereniss. Sig., i motivi che anno gli Scrittori nel risolvere la dedicazione dell’opere loro, si troveranno tutti ridursi o all’interesse, considerato nel bisogno di protezione, o all’ossequio e gratitudine, per quanto l’opera sia in sé stessa degna, e dovuta a chi ella si dedica. Supposto ciò per vero, come sembra indubitato, non dovrà parere troppa presunzione la mia, se avendo io compilate alcune notizie appartenenti all’arti, che anno per fondamento il Disegno, ed a’ Professori di esse, e risolvendo darle alle stampe, prendo francamente ardire di offerirle all’A. V. S., mentre non ò avuto punto da dubitare in riconoscere che per l’uno e per l’altro titolo elle erano a V. A. singolarmente dovute. E vaglia il vero siccome da niun’altra parte potrei sperare più vigorosa, e benigna protezione; così confido, che solamente l’averla io implorata servirà di motivo alla somma bontà e clemenza di V. A. per disporsi a concedermela, sul riflesso di quella irrefragabile testimonianza, che rende questa istessa supplica alla ingenuità del mio scrivere; perché non caderà mai in mente ad alcuno, che io possa incorrere in tal temerità, qual sarebbe il consacrare a V. A. un’opera, che potesse anche per ombra esser redarguita di men sincera. Che poi l’opera per sé medesima sia meritevole di comparire davanti e dovuta all’A. V., credo di poterlo con qualche ragione sperare, poiche per quanto ella sia poco aiutata dalla sufficienza dell’Autore, il pregio della materia è così grande in sé stesso, che incapace d’esser rialzato dall’eccellenza dello Scrittore, non può eziandio restare avvilito dalla inabilità del medesimo; E quando pure la mia debolezza arrivasse a portargli alcun pregiudizio, non gli potrebbe mai torre il far palese la stima, e lo splendore che risultano a questa Patria dal risorgimento, e da’ progressi che in essa ebbero queste arti medesime, nel che consiste quanto l’opera à in sé di grande e di degno per esser ricevuta con aggradimento da V. A. S., alla quale compete ancora sopra di quella un diritto più particolare, mercè quel tanto, che contribuirono agli avanzamenti di così nobile professione, il genio, l’amore, il diletto, l’applicazione, e la munificenza dei di lei gloriosissimi Antenati. A me poi corre un titolo di vantaggio per implorare il sovrano patrocinio di V. A. a queste mie fatiche, le quali se furono concepite sotto i benigni auspici del Sereniss. Principe Cardin. Leopoldo di G. M. Zio di V. A., allora che in occasione di assortire la vasta raccolta de’ suoi Disegni degnatosi valersi della mia debolezza, mi animò co’ suoi comandamenti ad intraprenderle, sono state doppo da me proseguite con quel gran cuore che mi à fatto il crederle non disapprovate dall’A. V. S., alla quale profondamente m’inchino.

Di V. A. S.

Firenze li 13.

Aprile 1681. Umiliss. e obbligatiss. Servit. e Vassallo

Filippo Baldinucci

L’AUTORE A CHI LEGGE

Prima che vi mettiate, Amico Lettore, a vedere e considerare le notizie de’ Professori del Disegno da Cimabue in qua, da me raccolte al meglio che ò potuto e saputo, parmi molto conveniente di conferirvi alcune particolarità assai rilevanti, acciocché bene informato di me, e della mia professione, e de’ principi, per non dire occasione, onde son nate queste mie fatiche, e del fine, o vero intenzione prescrittami in compilar questa mia operetta, qualunque ella si sia, possiate poi con occhio più benigno rimirarla, e compatire in essa tutto ciò che forse non v’aggradisse a pieno. Sappiate dunque, che io non son professore di questa lodevolissima e nobilissima Arte del Disegno; come quello, che nel corso di mia vita mi sono come è notissimo nella mia Patria e fuori ancora, sempre esercitato in altra professione, onorevolissima si, e confacente alla mia civiltà, ma lontanissima dal Disegno. Né meno mi posso arrogare il nome di dilettante della medesima Arte del Disegno, per i requisiti che si ricercano in chi meritamente dee essere riputato fra’l numero de’ dilettanti; i quali requisiti (come in altra scrittura a buon proposito ò fatto palese) in me non so ravvisare per nessun patto. Non posso negare però, che secondo l’ottima educazione procuratami da’ miei maggiori io non abbia fin dalla puerizia, atteso per mia mera ricreazione e passatempo, non tanto al Disegno, ed alla Pittura, quanto al pigliar cognizione di pitture e disegni de’ Maestri, e particolarmente degli antichi, che furon da Cimabue in poi, in questa nostra patria, e fuori.

Questa, per dir così, infarinatura mia intorno a tali facoltà fu cagione agli anni passati che la G. M. del Sereniss. Principe Card. Leopoldo di Toscana (il quale amò e favorì quest’Arti al segno ch’è noto) si valesse della debole opera mia, e del mio benché tenue talento: imperocché sendomi convenuto per lo spazio di undici anni, ritrovarmi spesso con S. A. Reverendiss. per negozi di mia professione, comandatimi dalla Sereniss. Casa, ed altri, egli con tale occasione si degnò di ammettermi alle Consulte ch’e’ faceva sopra i disegni e pitture, e simili altre cose appartenenti a tal suo virtuoso divertimento.

Avvenne poi, che trovandosi egli d’aver già ragunate molte migliaia d’essi disegni di mano de’ più celebri maestri del mondo, mi fece l’onore di volere intendere il mio parere, circa la disposizione e ordinazione de’ medesimi, il quale fu, che allora sarieno stati ottimamente a mio giudizio divisati, quando si fussero disposti in libri con ordine cronologico, incominciando dal primo ristauratore della pittura Cimabue, seguitando con Giotto suo discepolo, e proseguendo co’ loro allievi fino ad arrivare a’ viventi: perché pareva a me, che questi così fatti libri, ordinati per la successione de’ tempi fussero per avere un non so che della storia; mentre senza lettura, ma con la sola vista, si sarebbon potuti riconoscere, non solo i progressi di quest’Arte, ma quello che è più, col testimonio indubitato della propria mano di ciascheduno degli Artefici, si sarebbe potuto venire in cognizione, per mezzo di chi ella avesse tal miglioramento ricevuto. Degnossi quell’Altezza di molto gradire tale mio pensiero, e per segno di ciò fin da quel tempo che son molti anni già passati, mi commesse il dar principio all’ordinazione dell’opera; la quale era assai incamminata, quando piacque al Sig. Dio, che quel degnissimo Principe andasse a godere il frutto di sue buone operazioni in Cielo, che rimanesse al Sereniss. G. D. Cosimo III Nostro Sig. Regnante, la volontà di darle compimento, ed a me, per grazia dello stesso Sereniss. l’ordine di continuarne la direzzione fino alla fine, come è per divino aiuto felicemente successo: poiché ora quella così insigne e copiosa ragunanza di disegni si ritrova nel Palazzo Sereniss. in numero di sopra cento gran libri secondo la successione degli Artefici, cronologicamente disposta, e scompartita.

Ora ogn’un vede, che un simile assunto presupponeva per necessità un’intera cognizione di tutto quell’ordine: onde fin d’allora, che per comandamento di S. A. Reverendiss. dovei mandare ad effetto il sopraccennato mio pensiero; mi posi a rinforzare i miei studi in simili materie, seguitando per più anni; e mentre stavo operando, venni in evidente cognizione, anzi toccai con mano, esser tanto vera la massima avuta sempre in me stesso per indubitata, e da niuno de’ buoni Autori antichi controversa, che quest’Arti sono state restaurate da Cimabue, e poi da Giotto, e da’ discepoli di costoro trasportate per tutto’l mondo; che mi venne in concetto potersene fare una chiara dimostrazione, mediante un albero, nel quale si vedesse apertamente, da’ primi fino a’ viventi il come ciò fusse seguito: e comunicata con opportuno proposito questa mia fantasia a S. A. Reverendiss. non solo si degnò d’approvarla nella mia persona, incaricandomene l’esecuzione; ma restò servita ancora di sollecitarmi molto alla terminazione, e da per sé, e per mezzo de’ primi letterati della Città e di sua Corte. Io allora cattivai l’intelletto a creder di me ciò che non avrei creduto, e fatto animoso da’ comandamenti d’un tanto Principe mi messi all’impresa, e la condussi a segno presso che ragionevole, procurando di cavare da varie Città d’Italia, e fuori assai libri in diversi idiomi, e notizie, e queste poi confrontare con tutto ciò che stimai necessario; e con far tal volta copiare in disegno, con gran dispendio l’opere di diversi maestri in Città lontane, quando credetti ciò abbisognare al ritrovamento del vero.

E perché nell’Albero predetto si poteva ben dimostrar questa verità, ma non già far vedere i motivi, le ragioni, i fondamenti del dimostrato, non lo comportando la brevità, con la quale ivi si dee procedere: perciò volli che questo ancora andasse congiunto un Indice Cronologico che additasse i luoghi che nell’Albero medesimo essi maestri tenessero, e insieme desse di lor persona, maniere, tempi, opere, e principali accidenti e bizzarrie succintamente notizia.

E perché il fare insegna fare, e aggiugne cognizione a cognizione, mi sono veduto in operando crescer fra mano la mole di questa mia fatica assai più di quello che mi ero da principio figurato; perché avendo io messa la mira in tanto a compendiare ciò che fu scritto da diversi Autori, son venuto in cognizione del molto che rimane da scriversi tanto nell’antico, che nel moderno; ma quel che più importa, m’è bisognato nel molto che fu scritto ridurre a verità, con la scorta di fedelissimi manoscritti pubblici e privati di questa nostra Patria e d’Autori maggiori d’ogni eccezione molti errori di tempi e fatti riconosciuti nelle opere loro; e in questa guisa la mia fatica d’un indice, è diventata un’opera, e d’una Cronologia una Cronica, o per me dire, una voluminosa raccolta delle notizie de’ Professori del Disegno.

Se poi in essa raccolta troverà chi che sia fatta menzione da me di certi maestri a suo giudizio di poco nome, sappiasi ch’io ò fatto ciò per molti giusti motivi, nati da quel primario principio, ch’è fondamento, e fine del buono Istorico, cioè dell’utilità non tanto di coloro che vivono ne’ suoi tempi, quanto ancora di quei che viveranno fino alla fine del mondo. M’à insegnato pertanto una lunga pratica di negozi, che una verità conosciuta e saputa, siasi pure di qualsivoglia tenuissimo momento, può all’occasione molto giovare: di quì nasce primieramente uno de’ motivi del non tralasciare alcun professore benché non molto rinomato; perché io non posso indovinare a quanti sia per apportar giovamento il sapere che’n tali tempi, persona di tal nome e famiglia, sotto tal maestro, abbia benché non del tutto eccellentemente esercitata tal professione onorevolissima. Secondariamente, perché stimo Gloria de’ maestri l’aver avuto molti discepoli, benché non tutti sien giunti all’ultima perfezione; in oltre perché è bene spesso da tali soggetti sono usciti grand’Uomini; e come che io abbia fatto questa fatica per lo fine d’incominciare, e continuare fino a’ miei tempi una serie d’Artefici di sì nobili Professioni, da’ primi Restauratori, da potersi produrre fino a che durerà il mondo, così mi è stato necessario il far menzion di loro almeno in quanto servono per attacco a continuare detta serie. E finalmente perché non essendo mia parte il distinguere la perfezione dell’uno dall’altro maestro per il fine di sottrarne la memoria, e sapendo che molti maestri anche non eccellenti tal volta hanno fatto cose degne di lode, ò voluto più tosto non mancare nell’onorargli fra gli altri, che opprimere, e seppellire la loro memoria ingiustamente. E benché molti io abbia lodato, molti per lo contrario biasimato, e di molti altri niente detto in lode o biasimo; non vorrei che alcuno si desse ad intendere aver io avuto periscopo il qualificare gli uomini per tali e tali; perché ad ogn’altro oggetto che a questo ò avuto la mira (come leggendo si potrà ognuno soddisfare) ma quanto a quel ch’ò detto, sappiasi che siccome io nel biasimare o lodare, niente mi son fidato del mio proprio cervello o parere, ma valsomi del detto di buonissimi Autori e Professori dell’Arte; così di coloro, de’ quali niuna cognizione ò avuta o da questi, o da quegli, non ò in questa parte voluto dir cosa alcuna.

Ma per tornare, come si dice, un passo addietro, sendo la mole di queste mie fatiche, come poc’anzi dicevo, cresciutami fra mano al segno maggiore, presi risoluzione di disporre e ordinar questa mia operetta con la serie de’ Decennali de’ secoli scorsi da Cimabue in qua; i quali cominciando dal primo Decennio del primo secolo, dal 1260. al 1270. cioè dal tempo, che incominciò a fiorire Cimabue, il qual’era nato nel 1240. e seguitando fino al 1280. vengono ad essere appunto 42 Decennali.

E perché per una parte, quanto più vo operando, tanto più riconosco l’Opera per vastissima, trovandosi tuttavia materia di che parlare, e massimamente nell’antico, la quale non è così facile, doppo che si sieno avuti i primi albori delle notizie, ridurre a chiarezza col testimonio dell’antiche scritture e con altri riscontri, che fan di mestieri per istabilire il vero: e per l’altra parte poi, io vo molto capace di ciò che mi persuadon gli Amici cioè, ch’e’ non sia convenevole che le cose già ridotte a qualche perfezione, e co esse l’opera tutta se ne stia nascosa, fino a che non abbia dato l’ultima mano a tutta la materia; ò stimato bene attenermi al parere de’ più saggi di pubblicare ciò ch’è ora all’ordine in ciascheduno Decennale diviso in alquanti Tomi o Volumi.

Così ne seguirà primieramente potersi dare un saggio universale di tutta l’opera insieme, senza pericolo d’accavallare i tempi per quello che all’ordine cronologico appartiene. Di più ne risulta il poter lasciare indietro in qualsivoglia Decennale molti Artefici, de’ quali si à cognizione, tanto nell’antico che nel moderno, e non se ne può per adesso dir se non poco, per far poi di essi menzione (se piacerà al Signore concederne vita) con mio maggior soddisfacimento. E questi tralasciati, pur coll’ordine de’ Decennali si daranno fuori a suo tempo sotto nome di seconda parte, o di libro secondo, con intenzione quando faccio mestiero passare al terzo e quarto, &c. attribuendo allora alla materia che si pubblicherà di presente la prerogativa di prima parte o di libro primo.

Ancora farà ciò un altro buon’effetto, il quale è di lasciar modo o luogo al proseguimento ed accrescimento (ed anche in bisogno) alla correzione di tutta l’opera; se mai per alcun tempo volesse ciò fare chi fusse più intendente, e meglio informato di me (che è quello che io desidero) senza variar l’ordine de’ Decennali, eziandio ch’e’ si volesse ripigliar da capo; perché la combinazione delle parti de’ libri aggiusterà il tutto.

Nè per questo si viene a togliere il modo di mostrar per via d’Albero la derivazion de’ soggetti da’ loro maestri, e dal primo stipite Cimabue; perché in ogni Tomo o volume sarà una particella d’Albero che dimostrerà la sua connessione, o col primo stipite, o con altri da quello derivati, di modo tale che chi vorrà, potrà sempre appiccare alla prima particella d’Albero posta in questo tomo o volume, l’altre che si daranno fuori in ciaschedun altro Tomo o volume: e potrà ancora sempre che voglia, far l’Albero intiero, fino agli ultimi, de’ quali li sarà da me data notizia, quando anche fussero fino a quei che vivono al presente: perché poi, (se il Sig. Iddio né darà vita e forze) quando mi sia soddisfatto sopra tutta l’opera, e forse prima, è mio pensiero di dar fuori l’Albero universale ch’io tengo appresso di me, contenente tutti gli Artefici insieme (de’ quali ò notizia fin qui in numero di due mila in circa) derivati da’ loro maestri fino a molti di coloro, che al presente vivono o sono pochi anni addietro morti. Rimane per ultimo o mio Lettore, ch’io vi confessi ingenuamente, che siccome io sempre ben conobbi fin dove potesse estendersi la mia poca letteratura, così nel deliberar ch’io feci di esporre queste mie debolezze al cimento delle stampe, fui preso da gran timore; e vaglia la verità se non fusse stato il desiderio di rendere ossequio d’ubbidienza alla sempre a me giocondissima memoria del poc’anzi nominato Sereniss. Card. Leopoldo, stimolato anche a ciò fare da molti nobilissimi ed eruditissimi ingegni di mia Patria e fuori, fra’ quali fa numero molto grande il singolarissimo Antonio Magliabechi, della cui fama ormai è pieno il mondo, non so s’io mi fussi giammai accinto all’impresa; or mentre io portato da così giusti motivi, e senz’alcuna stima di me stesso ò procurato di porre ad effetto tale deliberazione, mi prometto che dalla vostra bontà discretezza sarà ella approvata, e che saranno altresì con occhio pietoso riguardate le mie mancanze, e vivete felice.

INNOCENTIVS PP.XI.

AD FUTURAM REI MEMORIA. Exponi nobilis nuper fecit dilectus filius Philippus Baldinuccius Florentinus, quod ipse quoddam opus continens notitias, et illustrations historicas ad professore Artis delineandi spectantes, per quas ostendere intendit quomodo, et per quel Sculpturæ, Picturæ, et Architecturæ artes, relicta antiquorum modorum Græci, et Gotici ruditate ad antiquissimam eorum perfectionem in hoc sæculo sint reductæ, cum uno vocabulario ad dictas artes pertinente, in diversa volumina dividendum, variis temporibus typis ad publicam utilitatem mandare desiderat; veretur autem, ne postquam in lucem prodierint alii, qui ex alieno labore lucrum querunt, dicta volumina in ipsius exponentis præiudicium iterum imprimi curent: Nos eiusdem Philippo indemnitati providere, ipsumque specialibus favoribus, et gratiis prosequi volentes, et a quibusuis, excommunicationis, suspensionis, et interdicti, aliisque Ecclesiasticis sententiis, censuris, et pœnis a iure, vel ab homine quavis occasione vel causa latis, si quibus quomodolibet innodatus existit ad effectum præsentium dumtaxat consequendi harum serie absolventes, et absolutum fore censentes, supplicationibus eius nomine nobis super hoc humiliter porrectis inclinati, eidem Philippo, ut decennio proximo a primæva singulorum voluminum huiusmodi impressione respective computando durante, dummodo tamen prius a dilecto filio Magistro Sacri Palatii Apostolici si in Urbe, si vero extra eamdem Urbem volumina huiusmodi imprimantur ab Ordinariis locorum, et hæreticæ pravitatis Inquisitoribus respective approbata sint, nemo tam in Urbe præfata, quam in reliquo Statu Ecclesiastico mediate, vel immediate nobis subiecto volumina præfata, seu eorum aliquod sine speciali dicti Philippi, aut ab eo causam hobentium licentia imprimere, aut ab alio, vel aliis impressa, seu impressum vendere, aut venalia habere, seu proponere possit, Apostolica auctoritate tenore præsentium concedimus, et indulgemus. Inhibentes propterea utriusque sexus Christi fidelibus præsertim Librorum impressoribus, et Bibliopolis sub quingentorum ducatorum auri de Camera, et ammissionis Librorum, et typorum omnium pro una Cameræ nostræ Apostolicæ, et pro alia eidem Philippo ac pro aliqua tertiis partibus Accusatori, et Iudici exequenti irremissibiliter applicando, et eo ipso absque ulla declaratione incurrendo pœnis, ne dicto decennio durante prædicta volumina, seu eorum aliquam partem sine huiusmodi licentia imprimere, aut ab aliis impressa, seu impressam vendere, seu venalia, aut venalem habere, vel proponere quoquo modo audeant, seu præsumant; mandantes propterea dilectis filiis nostris, et Apostolicæ Sedis de Latere legatis, seu eorum Vicelegatis, aut Præsidentibus, Gubernatoribus, Prætoribus, et aliis Iustitiæ Ministris Provinciarum, Civitatum, Terrarum, et locorum Status nostri Ecclesiastici, quatenus eidem Philippo, seu ab eo causam habentibus præsentis in præmissis efficacis defensionis præsidio assistentes quandocumque ab eodem Philippo requisiti fuerint pœnas prædictas contra quoscumque inobedientes irremissibiliter exequantur. Non obstantibus Constitutionibus, et Ordinationibus Apostolicis, ac quibusuis statutis, et consuetudinibus etiam iuramento confirmation Apostolica, vel quavis firmitate alia roboratis; privilegiis quoque indultis, et litteris Apostolicis in contrarium præmissorum quomodolibet concessis, confirmatis, et innovatis, cæterisque contrariis quibuscumque. Volumus autem, ut præsentium transumptis, etiam in ipsis Libris impressis, manu alicuius Notarii publici subscriptis, et sigillo Persone in dignitate Ecclesiastica constitutæ munitis eadem prorsus fides ubique adhibeatur, quæ ipsis præsentibus adhiberetur si forent exhibitæ, vel ostensæ. Dat. Romæ apud S. Petrum sub Annulo Piscatoris die VII. Februarii MDCLXXXI. Pontificatus Nostri Anno Quinto.

I.G. Slusius.

COSMUS III.

DEI GRATIA

MAGNUS DUX ETRURIAE VI. &c.

Niversis, & singulis Impressoribus, Typographis, Bibliopolis, & huiusmodi Negotiatoribus Ditiones Nostras habitantibus, seu frequentantibus, & ipsorum cuilibet mandamus, & prohibemus ne ipsi, vel quilibet ipsorum, Opera, & libros Philippi de Baldinuccis Civis Florentini noviter impressos, seu in posterum imprimendos, pertinentes ad Picturam, Sculpturam, & Architecturam, sine ipsius consensu, & voluntate in omnibus, & quibuscumque Dominiis Nostris, & etiam in Civitate Pistorii, eiusque Comitatu, & Montanea, & in quocunque alio loco Nostræ Iurisdictionis supposito, quamvis magi exempto, licet de eo specifica, & expressa mentio fieri oporteret imprimere, aut imprimi facere, nec alibi impressos venales haber, & tenere audeat per annos viginti enumerandos ab ea die qua imprimantur, & in lucem exhibeantur singula prefata Opera, & libri eiusdem sub pœna scutorum viginti quinque pro quolibet opere, & libro, & ammissionis eorumdem, cuius pœne quarta pars supradicto Philippo de Baldinuccis, altera Fisco Nostro, altera Magistratui, seu Iudici condemnanti, & exigenti, altera vero pars Accusatori, seu Denuntiatori publico, seu secreto applicetur, & acquiratur, contrariis quibuscumque non obstantibus. In quorum fidem presens Diploma per infrascriptum Offici Nostri Reformationum Auditorem expediri, & plumbei Sigilli appensione muniri iussimus, & Nostra etiam manu firmavimus. Datum Florentiæ in Nostro maiori Palatio Anno Incarnationis Dominicæ Millesimo sexcentesimo octuagesimo primo, die xiii. Mensis Aprilis magni vero nostri Ducatus Anno XI.

COSMUS MAGNUS DUX ETRURIAE

Antonius de Riccis Auditor.

APPROVAZIONI

Il Rever. M. Francesco Cionacci si compiaccia di vedere se nella presente Opera sia cosa alcuna contro la santa Fede, e buoni costumi, e riferisca. Data questo dì 15. Luglio 1680.

Alessandro Pucci Vic. Gener. Fior.

Per ubbidire a gli ordini di V. Sig. Illustriss. è stato da me diligentemente letto questo primo saggio delle Notizie de’ Professori del Disegno da Cimabue in qua, ed in esso non ò trovato cosa repugnante alla santa Fede Cattolica e buoni costumi; anzi per lo contrario una profonda erudizione, per ammaestramento di chi desidera darsi a questa Professione; e una gran luce per la Storia, particolarmente della Toscana, e della nostra Patria: che però lo stimo, per quanto apparisce al mio debol giudizio, degno della stampa. In fede di che mi sottoscrivo di propria mano questo dì 18. Ottobre 1680. dedicato alla gloriosa memoria del Vangelista S. Luca Avvocato dell’Accademia nobilissima del Disegno.

Francesco Cionacci Sacerdote Fiorentino mano prop.

Stampisi, osservati gli ordini soliti. Dat. 22. Novemb. 1680.

Alessandro Pucci Vic. Gener. Fior.

Ad Excellentiss. D. Benedictum Gori Advocatum, & Consultorem huius S. Officii, ut videat, & referat.

Fr. C. Pallavicinus Ord. Min. Conv. Vic. Gener. S.Off.Flor.

Reverendiss. Padre.

In esecuzione de’ comandi di V. P. Reverendiss. ho con accurata applicazione letta l’Opera trasmessami del Sig. Filippo Baldinucci, e con mia particolar consolazione l’ho ritrovata simile in tutto al suo Autore, cioè ripiena di tutte quelle virtuose, e rare qualità, che adornano l’animo del medesimo; Né contenendo cosa, che repugni alla santa Fede, né a’ buoni costumi, in adempimento del desiderio de’ Virtuosi, la stimo degnissima d’esser data quanto prima alla stampa.

Benedetto Gori Avvocato del Collegio de’ Nobili,

Consultore del S. Offizio.

Imprimatur.

F. Cæsar Pallavicinus Ord. Min. Conv. S.T.M.

Vic. Gener. S.Off. Flor.

Matteo Mercati Avvocato, per il Sereniss. Gran Duca di Toscana.

ALBERO DELL’OPERA.

PER QUANTO CONTENGONO

i quattro Decennali del presente Volume.

CIMABUE Pittore Margheritone

nato 1240. d’Arezzo Pit.

morto 1300. Scult. e Archit.

Arnolfo di Lapo Gaddo Gaddi Andrea Tafi Giotto di Bondone Ugolino Sanese Oderigi d’Agobbio

Scult. e Archit. Pittore Pittore Pitt. e Archit. Pittore Miniatore

Nato 1232. Nato 1239. Nato 1213. Nato 1276. Nato … Nato …

Mor. 1300. Mor. 1312. Mor. 1294. Mor. 1336. Mor. 1349. Fior. del 1299

Nello Bruno Nozzo di Perino F. Iacopo da Giovanni Pisano Marino Boccanera

Pittore Pittore d. Calandrino Torrita Pitt. Scult. e Archit. Archit. Genovese

Fior. 1320. Fior. 1320. Pitt. Fior. 1280. Fior. 1280. Nato… mor. 1320. Fior. del 1283.

Agnolo e Agostino

Sanesi

Scult. e Architetti

Fior. 1300

Fra Ristoro Converso Fra Sisto Converso Fra Giovanni da Campi

dell’ord. de’ Predic. dell’ord. de’ Predic. dell’ord. de’ Predic.

Architetto nato … Architetto nato … Architetto nato …

Morto 1283. Morto 1289. Morto 1339.

INDICE

DE’ QUATTRO DECENNALI

CONTENUTI NEL PRESENTE VOLUME.

DECENNALE I. del Secolo I. dal 1260. al 1270.

I Proemio, e Cimabue con Margaritone, e l’Apologia

2 Andrea Tafi.

3 Arnolfo di Lapo.

DECENNALE II. del Secolo I. dal 1270. al 1280.

I Gaddo Gaddi.

2 Fra Iacopo da Turrita.

DECENNALE III. del Secolo I. dal 1280. al 1290.

I Giovanni Pisano.

2 Ugolino Sanese.

3 Marino Boccanera.

DECENNALE IV. del Secolo I. dal 1290. al 1300.

I Giotto.

2 Oderigi d’Agobbio.

3 Nozzo di Perino detto Calandrino.

4 Agostino, e Agnolo Sanesi.

[p. 1] DELLE

NOTIZIE

DE’ PROFESSORI DEL DISEGNO

DA CIMABUE IN QUA.

DECENNALE I.

DEL SECOLO I.

DAL MCCLX AL MCCLXX.

PROEMIO DELL’OPERA

Con le notizie di CIMABUE Pittor Fiorentino, il primo che desse miglioramento all’Arte del Disegno, ed alla maniera del dipignere, che i moderni Greci, ed altri loro imitatori ne’ suoi tempi tenevano.

IRRAGIONEVOLE, senza fallo, m’è sempre paruto il rammarico della maggior parte degli uomini, che a gran torto si dolgono, aver la Natura, come gelosa tutrice de’ propri parti, in troppo cupo e segreto nascondiglio, sepolte l’interne qualità di ciascuno; e quindi avvenire che la verità delle cose che in quistion cadono tutto il giorno, fasciata e coperta dal velo di tante e sì diverse opinioni, non possa in alcun modo far mostra di sé, e quasi fuggendo da’ curiosi sguardi di chi la cerca, e quanto più può nascondendosi, tolga a chicchessìa il desiderio, e la voglia di più cercarla. Imperciocché se con ragionevole occhio l’ampiezza riguarderassi dell’animo umano, a cui senza alcuna limitazione o riservo, diede Iddio la facultà non pur di conoscere, ma d’intender perfettamente tutte le conoscibili cose, assai chiaro sarà, qualunque volta egli non ottenga il fine proposto, non [p. 2] peccare in ciò la Natura, ma esso medesimo, mercè ch’egli (tanta è la forza delle passioni) o per fiacchezza non può, o per viltà non ardisce, o per alterezza non cura di rintracciare gli occulti principj, da’ quali, come da legittimo fonte scaturisce e deriva la cognizione del vero. E certo non sarebbe il Mondo ingombrato da sì folta caligine di pareri, né con tanta nausea degl’ingegni bevrebbesi l’acqua delle Scienze, per lo continuo inondamento di tante opinioni divenuta torbida e fangosa, se più di studio si ponesse dagli uomini in ricercar la verità; la quale ancora quanto più vien percossa e ripercossa da’ colpi di gagliarda speculazione, tanto più spesso e in maggior copia fa volare fuori le sue celesti faville. Onde pare a mè, che in questa quasi universal battaglia degl’intelletti, di poche cose s’abbia vera contezza; mentre intento ciascuno ad accreditare il proprio parere, prende molte volte l’armi contro del vero, armandosi eziandio contro la sua credenza medesima. Il quale reo costume, come che di mille intestine discordie abbia ripiena la repubblica delle Scienze, in quale scompiglio e nemicizia non aveva posto quelle due bellissime Arti, che Scultura e Pittura si appellano?

Perocché queste appena nate, non altrimenti che i favolosi denti di Cadmo, a mortal guerra si disfidarono; e sono poi a tale venute per il soverchio desìo di sovrastare l’una all’altra, che scordatesi d’esser sorelle, sonosi in mille guise azzuffate insieme: e per eternare i loro sdegni, fatta lega con le penne degli Scrittori più famosi, anno riempiute le carte e i volumi, non men di veleno che d’inchiostro. E pure se con purgato sguardo, all’una e l’altra si porrà mente, chi potrà a buona equità negare, che ambedue non sieno una cosa stessa, e che la lor divisione da altro non proceda, che dal capriccio di chi ne à scritto, o dall’affetto di chi le à con troppa parzialità professate? E di vero non ardirei io, che di quest’Arti così poco intendo, entrar per niuna condizione in sì fatto campo, e farmi Giudice di sì gran lite; né pur presumerei di poter liberamente affermare quel ch’io ne senta, se non mi affidasse l’autorità di tanti grand’uomini, e del divin Michelagnolo Buonarroti, il quale, e l’una e l’altra in eminente grado professò, e si sottoscrisse al parere di chi affermò, che siccome la Pittura e la Scultura dallo stesso principio procedono, cioè dal Disegno, di cui son figliuole, e tendono ad un fine medesimo, ch’è un’artifiziosa imitazione della Natura, così sieno amendue un’Arte sola, non ostante l’accidental differenza della materia, e di molt’altre circostanze che le fanno parere sostanzialmente diverse: alla qual sentenza, come più autorevole e più fondata accostandomi, crederei che posto una volta silenzio a tante dispute, che intorno all’antichità e nobiltà di quest’Arti sono state fatte e fannosi tuttavia, si dovesse mettere pace fra loro, e far sì che rimettendosi scambievolmente le passate ingiurie, si amassero per l’avvenire, e si abbracciassero cordialmente; perché nel vero sono elleno per le ragioni apportate, e per quelle che apportar si potrebbono, una stessa cosa, e per conseguenza non dee essere fra loro né competenza né gelosìa, sendo l’una e l’altra, egualmente antiche, egualmente nobili e gloriose. Le quali cose presupposte, dico che antichissime e nobilissime sono ambedue, mercè che dal primo Plasticatore Iddio, della terra vergine elementaria da sé creata, fu fatta la plastica del primo uomo; ed affermano ancora che Enos figliuolo di Seth fece alcune immagini per incitare i popoli al culto del vero Dio; e leggesi eziandio nelle sacre Carte, che la bella Rachele fuggendo con Giacobbe, rubò gl’Idoli di Laban suo Padre; e che al Popolo d’Israele fu espressamente proibita l’adorazione de’ simulacri. Oltre che, per passar dalle sacre alle profane Storie, non si à egli per indubitato che Nino Rè degli Assirij, avendo celebrate l’essequie di Belo suo Padre primo Rè di Babilonia, ne fece scolpire un’immagine per sua memoria; e non è egli notissimo che i marmi deposta la lor natìa contumacia, ubbidirono in prima allo scarpello di Dipeno, [p. 3] e Scito; e poi per opera di Mela, di Micciade, e d’Antermo, si seron più volte vedere in sembiante umano e ferino, non pur la Natura imitando nella giusta proporzione delle membra, ma le passioni tutte dell’animo, esprimendo e commovendo in chi gli mirava; siccome le tre Minerve di Fidia, e la Venere di Scopa, e quella tanto famosa di Prassitele, e tant’altre Statue di quell’età ne fann’ampia e indubitata fede. Aggiungasi che Gige Lidio appresso gli Egizij, Pirro appresso i Greci, e Polignoto Ateniese appresso i Corinti, conciossiaché forse prima, o meglio d’ogn’altro la Pittura usassero in quelle parti, furon perciò in sommo pregio tenuti, e da molto riputati; come anche Demofilo, Nesea, Appollodoro, e molt’altri, che secondo la rozza e barbara maniera di que’ tempi operarono con qualche lode, fino a tanto che Zeusi, Parrasio, e Timante, dando migliore spirito alle tele, e dopo di loro Apelle e Protogene, miracoli di quest’Arte, in quel grado di sovranissima stima e perfezione la collocarono, oltre al quale ella sormontar non potéa. Che però siccome di tutte l’umane cose veggiamo intervenire ch’elleno in prima nascono e crescono, e cresciute anno stato e declinazione; così appunto addivenne di queste due nobilissime Arti, le quali nate come si è detto quasi a par del Mondo, crebbero di tempo in tempo, e dall’Egitto nella nostra Italia e nella Grecia passando, e quivi oltr’ogni credere famose e celebri divenute; finalmente dopo varj ondeggiamenti e vicende in quella barbara inondazione, che non pure la grandezza del Romano Imperio, ma tutte l’Arti più belle allagò e sommerse, fecero anch’esse miserabil naufragio. Di maniera che cacciate affatto d’Italia, e perduto il patrimonio di loro antica bellezza, fuggiasche e raminghe, insieme con l’Imperio se ne tornarono in Grecia; ma tanto sparute e contraffatte e cambiate dall’esser di prima, che a chiunque le mirava, anzi terrore e spavento recavano, che diletto veruno. Erano le figure senza proporzione, senza disegno, senza colorito, senz’ombre, senz’attitudine, senza scorti, senza varietà, e senza invenzione o componimento, ricinte attorno d’un nero profilo, con occhj grandi e spaventosi, piedi ritti in punta, e mani aguze, con una durezza più che di sasso; la quale infelicità tanto maggiore era nella Scultura e nell’Architettura, quanto che per cagione della durevol materia, ne restano oggi più testimonianze, che della Pittura, nell’infinite Statue e Fabbriche di que’ tempi, fatte senz’ordine proporzione o misura, e atte più tosto a ingenerare compassione, che maraviglia. In tale stato erano allora quest’Arti state un tempo sì chiare, e di sì nobil grido: ma perché in questo gran flusso e riflusso dell’essere, stanno tutte le cose in perpetuo movimento, senza mai trovare posa o fermezza, volle Iddio che la Pittura, e la Scultura, e con quelle l’Architettura, dopo il loro quasi totale abbassamento e rovina, a nuova vita risorgessero, la qual gloria fu per ispecial privilegio alla nostra Toscana conceduta, come a colei che al parere d’Autori gravissimi, queste due Vergini ancor bambine, e fin dall’Egitto a lei rifuggenti, pietosamente accolse e nudrì, e per lunghissimo spazio di tempo in grande e felice stato mantenne.

Erano dunque gli anni di nostra salute al numero pervenuti di mille dugento quaranta, quando nella Città di Firenze, Madre e nudrice di tutte l’Arti e Scienze più riguardevoli, nacque d’assai nobile stirpe il famoso Giovanni de’ Cimabuoi, detto poi comunemente Cimabue: questi in età cresciuto fu dal Padre applicato agli studi di Gramatica sotto la disciplina di ben’esperto Maestro (qualunque o Religioso o Secolare egli si fosse) che nel Convento di S. Maria Novella de’ Frati Predicatori l’insegnava. Ma prima di fare ad altra cosa passaggio, è da sapersi in questo luogo, come ritrovandosi in Bologna il Patriarca S. Domenico, dodici de’ suoi Frati mandò a’ Fiorentini, sotto la cura del B. Giovanni da Salerno, a’ quali essi diedero per abitazione il luogo di Ripoli, fuori di Firenze. Dopo alcun tempo portatisi [p. 4] dentro la Città, stettero in quello di S. Pancrazio; fin che venuto a Firenze lo stesso S. Domenico, esso luogo in quello di S. Paolo loro mutò: quivi si trattennero facendo gran frutto, finché dal Legato di Onorio III. Sommo Pontefice, a’ 31. Ottobre 1221. della Chiesa di S. Maria Novella, e de’ beni a quella annessi, fu dato loro il possesso. Era allora essa Chiesa alquanto piccola (e se vogliamo credere alla Cronica) risguardando verso Occidente dalla parte che si dice la piazza vecchia, aveva il suo principale ingresso in quel luogo appunto, dove oggi si vede il sepolcro di bronzo, di Maestro Lionardo Dati, cioè nel mezzo della larghezza della navata maggiore, ove il prospetto e faccia di essa Chiesa sorgea, e fra questa e la porta che a’ tempi nostri in essa piazza vecchia risponde, frapponevasi un grande spazio, qualunque o Cimitero o Prato o Cortile egli si fosse, per lo quale mediante un certo vestibulo alla medesima antica Chiesa si perveniva: era angusta altresì l’abitazione, senza Chiostri, o alcun’altro di quei requisiti, che ad un comodo servigio del divin culto, e delle persone degli operarj di quella Religione abbisognavano; e in tale stato si mantenne finché poi del 1279. nel giorno dedicato all’Evangelista S. Luca, con disegno di Fra Sisto e Fra Ristoro Fiorentini Conversi di quell’Ordine, fu per mano del Cardinal Latino Domenicano, in tempo del Pontificato di Niccola III. posta la prima pietra della gran fabbrica che far si doveva per accrescimento di essa fino a quel segno ch’oggi si vede. Doveavansi fare alcune Pitture nell’antica Chiesa per entro la Cappella, che stata di diverse famiglie, poi fu ed è della nobil famiglia de’ Gondi detti del Palazzo, la qual Cappella, nell’accrescimento predetto, fu lasciata in piedi, e dedicatovi l’Altare a S. Luca. Quegli che dovevano operare, erano alcuni Maestri Greci, per tal’ effetto a Firenze chiamati; e già s’erano essi posti a tal lavoro, quando il nostro Giovanni, che da natura era a quell’Arte forte inclinato, divertendo da quelli studj a’ quali il Padre obbligato l’aveva, sempre con que’ Maestri trattenendosi, non poteva saziarsi di vedergli dipignere; e fra tanto non frammetteva tempo, nel quale egli alcuna cosa in disegno a loro imitazione non operasse. Di ciò avvedutosi il Padre purtroppo, e conosciuta la costanza del Figliuolo in non voler’ altro fare; fu necessitato sottrarlo allo studio delle Lettere e a quello del Disegno, sotto la scorta di que’ maestri in tutto e per tutto dedicarlo. Avanzavasi a gran passi il giovane negli studi dell’Arte, in cui fece tanto profitto, che in breve tempo quella goffa maniera Greca, in modo migliorò, che si può sicuramente e col consenso di tutti i più pratici di quell’antichità e dell’Arte della Pittura, affermare, che ella per le mani di quest’uomo già cominciasse a dare apertissimi segni di dover ben presto risorgere a nuova vita; il che poi ebbe suo effetto per gli studj del famosissimo Giotto di lui Discepolo. Molte furono l’opere di Cimabue fatte in Firenze, e fra queste la gran tavola di Maria Vergine nostra Signora, con Angeli attorno, che tuttavia oggi si vede nella Cappella de’ Rucellai nella medesima Chiesa di S. Maria Novella. Attesta il Vasari degnissimo Scrittore delle vite de’ Pittori, aver letto in alcuni ricordi di Pittori antichi, che per non essersi in que’ tempi veduta opera di maggior grandezza e bellezza, fosse con gran festa a suon di trombe, e con solennissima processione portata dalla casa alla Chiesa; anzi che nel tempo che Cimabue in un luogo allora fuor delle mura di Firenze, vicino a porta S. Pietro la dipigneva; passando per detta Città il Rè Carlo il Vecchio d’Angiò, i Fiorentini in tal luogo il condussero, e feciongli vedere tale immagine, non ancora da alcuno stata veduta. Afferma ancor’egli che tale fosse il concorso, e così grande la festa che di ciò fece il devoto popolo, che fino da quel tempo ricevette quel luogo, che oggi è compreso dentro alle mura della Città, il nome che fino al presente conserva di Borgallegri; e ciò seguì nel tempo che il nominato Carlo d’Angiò fratello di S. Luigi, [p. 5] venne in Toscana per favorire il partito de’ Guelfi contro i Ghibellini, dopo d’essere stato da papa Clemente IV. incoronato Rè di Sicilia e di Gerusalemme, e dopo d’aver vinto Manfredi a Benevento. Dipinse in oltre Cimabue l’Immagine del Patriarca S. Francesco, ch’oggi avanti l’Altare della Cappella del Santo nella Chiesa di S. Croce si riverisce; ed è fama, che molto al vivo il facesse, mercè l’averlo colorito a relazione d’alcuni Frati antichi di quel Convento, i quali col Santo medesimo avean domesticamente trattato. Opera del suo pennello, fu un Crocifisso grande in tavola, un’Immagine di Maria Vergine, ed altre Pitture nella medesima Chiesa. Ancora dipinse per i Monaci Valombrosani una gran tavola, dove rappresentò Maria Vergine sedente in maestoso trono col Figliuolo in braccio e molti Angeli attorno, in campo d’oro, e in atto d’adorazione, che fu collocata sopra l’Altare Maggiore della lor Chiesa di S. Trinita, ed oggi si vede nella Sala dell’Infermieria di quel Monasterio. Né volle la Città di Pisa restarsi senza molt’opere di sua mano; parte delle quali, o perché furono lacerate da tempo, o demolite per cagion di nuove fabbriche, oggi più non si vedono. Non ostante ciò che dica un moderno Autor Franzese, si veddero in questa Città di mano di Cimabue, le prime figure con alcune parole scritte quasi che loro escan dalla bocca, con le risposte che loro danno altre figure, invenzione che fu altrettanto accettata in quel secolo, quanto poi da’ maestri migliori detestata e fuggita. Avanti a tutte queste cose, circa l’anno 1260. era egli stato chiamato in Ascesi, dove pure aveva fatto molt’opere, cioè nella Chiesa di sotto di S. Francesco, aveva dipinto in compagnia di alcuni Maestri Greci, parte delle volte, e nelle facciate la vita di Cristo, e quella di S. Francesco, nelle quali aveva talmente megliorato la maniera, che d’allora in poi, fu di gran lunga superiore a sé stesso. E bene il dimostrò nelle soprannotate pitture; anzi in quelle stesse ch’ei fece poco dipoi nella medesima Chiesa, che per brevità si lasciano. Aveva fino da gran tempo avanti, e molto più in quei medesimi tempi, la venuta in Italia de’ Pittori Greci, fatto sì che altri pure inclinati a quell’Arte, ad essa attendessero. Fra questi ebbe la Città d’Arezzo un tale Margaritone, che fu anche Scultore e Architetto. Similmente la Città di Roma, Venezia, Siena e Bologna, anzi per quanto pur’io medesimo ò veduto, non dubito punto di affermare, che quasi ogni Città nutrisse i suoi Pittori; ma però senza che mai si scorgesse in quegli alcun meglioramento dal goffo modo che i Greci tenevano; ed è certa cosa che e’non vi fecero allievi che punto valessero; onde a gran ragione l’antica e la moderna età, solo a Cimabue che tanto l’Arte megliorò, comunicandola anche ad altri che poi eccellentemente la professarono, à data la prima lode. Merita contuttociò il nominato Margaritone qualche memoria fra gli uomini, non solo per essersi affaticato in tuttociò che a ciascheduna di queste bell’Arti appartiene, ed aver’ in esse moltissimo operato, benché all’antico barbaro modo; ma per esser’egli stato il primo che cominciasse a rapportar sopra le tavole alcune tele, quelle dipoi ingessando per dipingervi sopra; costume seguitato dopo di lui da’ megliori Maestri antichi, per assicurar le lor pitture dall’aprirsi col tempo e fendersi delle tavole. Fece lo stesso Margaritone con suo modello l’anno 1270. il Palazzo de’ Governatori nella Città d’Ancona, e nella parte più alta di otto finestre della facciata di esso, intagliò otto Storie di mezzo rilievo del Vecchio Testamento. Fu similmente fatta con suo disegno la Chiesa di S. Ciriaco, e altr’opere fece di Scultura e Architettura della vecchia maniera, che per brevità si tralasciano. Ma tornando ora a Cimabue; averei io avuto gran piacere, che mi fosse riuscito il dare alcuna notizia più particolare dello stato e persona di lui; ma col fuggire de’ quattro Secoli, sonosi anche dileguate assai delle desiderate memorie: onde a me piace ora il portare in questo luogo, quel poco che [p. 6] si trova in antiche Scritture, che quantunque non abbia un appicco immediato, e per conseguenza indubitato con Cimabue, à però in sé tali circostanze, e di nome, e di luoghi, e di tempi, che a mè pare non potersi affermare senza temerità, che a lui non appartenga. Dico dunque, che siccome egli sortì ne’ suoi per altro infelici tempi, di aver fama del primo Pittore del Mondo, così fu egli perciò sì riputato, e gli furon date a fare tant’opere, e sì magnifiche; ch’egli divenne ricco, e ciò mostra assai chiaro l’essere stati aggravati quegli di sua famiglia, ne’ quali io stimo che pervenissero le sue facoltà, delle più grosse prestanze che allora fossero solite ricercarsi nella Città di Firenze ne’ maggiori bisogni, da qualsifosse benestante e ricco. Ben è vero che poi a cagion dell’essere stato diminuito il patrimonio, esse prestanze si ridussero a poco, finché per quanto s’è potuto fino a ora riconoscere, non si faceva più menzione di tal famiglia, o perché ella rimanesse estinta, o perché ella avesse abbandonato la Città: trovasi dunque nella prestanza del Quartiere S. Giovanni dell’anno 1369. in Camera Fiscale, nel Gonfalone delle Chiavi, Via Borgallegri a 55. (che è appunto il luogo dove sappiamo che operò, e forse ebbe per alcun tempo sua abitazione il nostro Artefice) Dominicus Lapi Gualtierij Cimabue flor. 22. 4. 5. e nella prestanza del 1390. Quartiere S. Giovanni, Via di Borgallegri a 85 Gualtieri di Domenico Gualtieri fior. 6.1.8. e in quella del 1397. S. Gio. Via di Borgallegri a 29. Gualtieri di Domenico Gualtieri fol. 19.10. e in quella del 1426. S. Giovanni 35. Gualtieri di Domenico Gualtieri, Gonfalone Chiave, fior. 2.11. Ma per non essere tedioso al Lettore in raccontar ad un per uno gli uomini di questa casa (che in Firenze passò per la maggiore) e anche per dar luogo ad altri di poter rintracciarne la serie continovata fino a’ nostri tempi, se pur’ella vi si sia condotta, il che fin qui a me non è riuscito fare; mostrerò in fine delle presenti notizie, un piccol’Albero delle ritrovate fino a quest’ora. Finalmente ebbe Cimabue oltre al famosissimo Giotto molti Discepoli, che divennero buoni Pittori, Scultori, ed Architetti, come nelle note di ciascheduno si dirà; da’ quali poi, siccome noi in questa nostra operetta c’ingegneremo di mostrare, queste bell’Arti da Maestro a Discepolo trapassando, ed al sommo di lor perfezione a poco a poco ascendendo, sonosi dilatate per tutto il Mondo. Pervenuto finalmente Cimabue al sessantesimo anno di sua età, gloriosamente menata, passò da questa all’altra vita l’anno 1300. e nella Chiesa di Santa Maria del Fiore di Firenze sua Patria, fu onorevolmente sepolto col seguente Epitaffio.

CREDIDIT UT CIMABOS

PICTURÆ CASTRA TENERE:

SIC TENUIT.

VERUM NUNC TENET ASTRA POLI.

Ne’ Sepoltuarj di Francesco Segaloni e di Stefano Rosselli, vien fatta menzione d’una Sepoltura ch’ebbono gli uomini di questa Casa, e che tuttavia si riconosce nel Cimitero Vecchio di S. Croce verso tramontana, dove a num. 95. apparisce un arme con una branca di Leone, e sopra un Rastrello con quattro Gigli, e dice così.

S. Io. Lombardi, e poi Nota Dominici Lapi Gualtierij et filiorum.”

[p. 7] ALBERO DELLA CASA DI CIMABUE.

CIMABUOI detti anche GUALTIERI.

Cimabue

GUALTIERI GIOVANNI Pittore

detto CIMABUE

LAPO

AGNOLO DOMENICO

Agnolo del già Lapo Domenico del già Lapo Gualtieri del popolo di

Gualtieri, S. Pancrazio. S. Firenze. Matricole della seta a 48. 1341.

Matricola dell’arte Domenico di Lapo Gualtieri Cimabue, per chiave. 1369.

della seta a 7. 1359. Nella prestanza del Quartiere s. Giovanni, 1369.

Cam. Fiscale, Gonf. Chiave, via Borgallegri.

Dominicus Lapi Gualtierij Cimabue flor. 22. 4. 5.

Domenico di Lapo di Gualtieri, s. Ambrogio

Testam. SANDRA di mess. Gio. di Neri Davanzi,

Gab. C. 24 a 23. 1372.

DOMENICO GIOVANNI GUALTIERI

Domenico d’Agnolo Gio. di Domenico di Lapo Gualtieri di Dom. di Lapo di Gualtieri,

Gualtieri squittinato di Gualtieri, e di Sandra e di Sandra di di Gio. di Neri Davanzi.

per chiave maggiore. di mess. Gio. di Neri Davanzi. Testam. in Gab. C. 24. a 23. 1372.

Testam. in Gab. C. 24. a 23. 1372. Gualtieri del già Domenico di Lapo di Gualtieri.

Gio. e Gualtieri di Dom. Matricole della seta a 76. 1389.

di Lapo di Gualtieri. Nella prest. del 1390. Quart. S. Gio. via

Matricole dell’arte della lana, Borgallegri a 85. Gualtieri di Dom.

1380. Gualtieri f. 6. 1. 8.

In quella del 1397. Gualtieri di Domenico

Gualtieri s. 19. 10. E in quella del 1426.

FRANCESCO s. Gio. a 35. Gualtieri di

Francesco di Gio. Gualtieri. Domenico Gualtieri, Gonf. Chiave f. 2. 11.

Atti Civili a 27. Gio. o Gualtieri di Dom. di Lapo

Gualtieri, Matricole della lana.

Gualtieri di Domenico Gualtieri per

SANDRA chiave 1404. 1406.

Soprad. Atti Civili: e ivi dicesi

Sandra moglie d’Ambrogio Pierozzi,

s. Felice figlia del già

Francesco di Gio. Gualtieri.

[p. 8] LA RISTAURAZIONE DELL’ARTE DEL DISEGNO

DA CHI PROMOSSA

APOLOGIA

A PRO DELLE GLORIE DELLA TOSCANA

Per l’assertiva di Giorgio Vasari Aretino, ed onore di

CIMABUE e GIOTTO Fiorentini.

Avevamo scritto fin quì; e tanto ci bastava, per dare alcun cenno di ciò che noi in quest’opera intendevamo di mostrare: quando (essendosi già per diverse vie pubblicato il nostro concetto) del corrente anno 1677. è venuto alle pubbliche stampe, un Libro di moderno Autore, nel quale, mentre si danno molte e belle notizie d’alcuni veramente eccellentissimi Pittori di sua Patria, con dimostrazione di collera implacabile si parla di Giorgio Vasari, che pure possiamo dire che fusse il primo, il quale ne’ secoli più vicini aprisse agli studiosi ed amatori delle buone Arti, il bel campo di tesser le vite degli eccellenti Artefici, tutto che in alcuna cosa, come fa la più parte di coloro che molto scrivono, s’ingannasse, o pure fusse da altri ingannato. In oltre con sì poca onorevolezza, anzi con tanto avvilimento si discorre degli antichi Pittori Fiorentini, dico di Cimabue e di Giotto, i primi che doppo i moderni Greci dessero miglioramento al Disegno ed alla Pittura, siccome ancora di altri da loro derivati; che io a prima vista (credendo certo, che il soverchio calore con che ne vengon portate l’invettive, la credenza e l’affetto de’ Lettori toglier dovesse) pensai non esser d’uopo il dire, benché minima cosa in lor difesa, e di tutto quello ancora che a gloria di loro fin qui è stato scritto: ma poi fra me stesso ripensando, stimai volere ogni giustizia, che non tanto per render giusto tributo d’ossequio e d’amore alla mia Patria ed a’ miei Cittadini, quanto per dimostrar di far quella stima che meritano gli scritti di un per altro dotto Autore, e non disprezzare i colpi della sua penna (quali io credo vibrati da altra mano) io alcuna cosa scriva di quel ch’io sento in simil particolare. Dissi colpi vibrati da altra mano, perch’egli è noto, che qualunque per ingegnoso e dotto che sia, il qual piglia a scrivere di alcun’Arte, nella quale egli stesso, come sua propria non si sia lungamente esercitato, potrà ben far mostra della capacità del suo intelletto in quanto spetta alla Storia e suo ornato; ma in ciò che alla professione appartiene, gli è necessario il valersi alquanto dell’altrui notizia; e quel ch’è più, il sottoscriversi sovente agli altrui pareri. Quindi è che veggonsi bene spesso andar per le stampe, siccome appunto nel caso nostro addiviene, mescolate fra bellissime notizie e dotte erudizioni, opinioni e pareri, tanto contrarj al comun sentimento de’ pratici ed eccellenti Professori [p. 9] delle medesime Arti, che toltone tutto ciò che anno in sé di troppo immoderato affetto alle Patrie loro, poco o nulla poi vi rimane di sustanza, onde cavar si possa un ben sicuro e fondato ammaestramento. Non lasciano però tali opinioni alcuna volta, e per lo valore e credito di coloro che le scrivono, e per l’imperizia di molti che leggono, di far gran danno agl’intelletti, facendo loro concepire in sé stessi sentimenti dalla buona e vera intelligenza di tali cose pur troppo lontani. Né l’ottima intenzione di chi scrisse, molto giova a questo male; in quella guisa appunto, che poco rilieva al danno di chi è colpito da una pietra, l’esser’ella stata avventata da mano nimica, o da per sé stessa da alto caduta. Il perché, non credo io, che mi si potrà ragionevolmente ascrivere a mancanza quel poco, che in sola difesa della verità, e per mantener vivi al Mondo i belli attributi della mia Patria, io sono ora per dire. E lasciando da parte i supposti e le conghietture portate dall’Autore, quali io giudico non rilevanti per l’effetto di provar concludentemente sua intenzione; fermandomi per ora in ciò ch’ei disse, che quel di Dante

Credette CIMABUE nella pittura

Tener lo campo ed ora ha GIOTTO il grido

A’ PAESANI DEL VASARI RESTATI FORSE NELLA PITTURA PIÙ INFELICI L’AVER POTUTO ADATTARSI, E CHE LO STESSO VASARI E’ SEGUACI DI LUI DA INTERESSATI SCRITTORI DI QUELLA STESSA NAZIONE, POCHI E POETICI DETTI TOGLIENDO, E CON IPERBOLICO INGRANDIMENTO ESAGERANDO, SI TRASSE DIETRO DE’ SUCCESSIVI AUTORI, CON LA FACILE CREDENZA, UNA COMUNE OPINIONE. E astraendo adesso da’ detti del Vasari e de’ suoi seguaci, cercherò di far vedere se tale stimata dall’Autore opinione, sia nata prima o dopo agli scritti dello stesso Vasari, e quando; e se da’ soli parziali e paesani di lui, o da altri; e se le parole del divin Poeta, sieno da’ più dotti interpetrate per iperboliche esagerazioni. Che però son per notare in questo luogo le sentenze d’una minima parte degl’infiniti Autori antichi e moderni; e quel che è più, d’insignissimi professori di pittura Italiani ed Oltramontani, che pur’ ora mi sovvengono aver fin da que’ primi tempi, e fino a’ presenti giorni di ciò fedelmente scritto; affinché vegga il Mondo, contro quanti Scrittori, contro quante e quali autorità (per togliere alla Toscana la bella gloria d’aver ella, o sia per le mani di Cimabue, o sia per le mani di Giotto miglior Maestro di lui, l’uno e l’altro Fiorentini, dato alla bell’Arte del Disegno e della Pittura miglioramento, e quali ridottala a nuova vita) si sia questo per altro erudito ingegno fatto Autore. Se poi ciò veduto vorrà la letteraria Repubblica credere; e dalle autorità, che siamo per addurre, vorrà trar conseguenza, CHE NON SOLO (come egli scrisse) L’IGNARA PLEBE, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE; resterà tuttavia a gloria della Toscana il vivo testimonio dell’opere di Cimabue e di Giotto, dalle quali, e da quelle goffissime de’ moderni Greci e loro imitatori da esso addotte, che pur’ ancora vivono; potrà chiunque abbia occhi eruditi al bisogno, restar difeso dall’erroneità di così nuova e così strana opinione. E lasciando ora da parte l’inscrizione che fu posta sopra la sepoltura di Cimabue nella Chiesa di S. Maria del Fiore fino negli antichi tempi;

Credidit ut CIMABOS picturae castra tenere;

Sic tenuit. Verum nunc tenet astra poli,

[p. 10] M’incomincerò dalla sentenza

I. 1310 Del divino POETA DANTE, tanto diversamente dal suo vero senso dall’Autore interpretrata;

Credette CIMABUE nella pittura

Tener lo campo ed ora ha GIOTTO il grido.

Egli è certo secondo i precetti dell’Arte, che non poteva il divin Poeta, parlando quì per similitudine, e in materia morale de’ due celebratissimi uomini Guido Guinicelli e Guido Cavalcanti, valersi di Cimabue e di Giotto, quando egli non già seriamente e da senno, ma solo per iperbolica esagerazione gli avesse potuti, in genere di lor mestiere, chiamare uomini di non ordinario valore e fama. Ma perché più facil cosa è, che sappia un forsennato ciò che si fece nella propria casa, di quel che il savio saper possa ciò che nell’altrui; veggiamo un poco, quanto sopra di ciò, ci lasciò scritto uno della propria casa e famiglia di Dante, dico un proprio figliuolo; dico

II. 1330 PIERO DI DANTE, forse primo Commentatore della Commedia. Sentiamo un poco, s’egli credette che il Padre ciò dicesse per iperbolica esagerazione, o per poetico ingrandimento, o pure perch’egli ciò conoscesse esser vero. Trovasi nella rinomatissima Libreria di S. Lorenzo de’ Serenissimi Granduchi di Toscana, il di lui comento manuscritto, nel quale volendo esemplificare nella vanità dell’eccedente gloria, che alcuna volta si procacciano gli uomini, si vale del famosissimo Cimabue, e dice così.

Et maxime modicum durat hæc nostra fama vanagloriosa, si ætates subtiles sequantur, ut patet in CIMABOVE, et GUIDONE GUINICELLI, et GUIDONE de CAVALCANTIBUS:

Con che seguendo il paterno sentimento non iperbolicamente, ma da senno dichiara Cimabue uomo celebratissimo, agguagliando la fama di lui a quella di Guido Guinicelli. Or dicami quest’Autore se quel Poeta, gran miracolo delle lettere, nel parlare di Cimabue e di Guido Guinicelli, da lui in altro luogo chiamato Padre suo e degli altri migliori Rimatori Toscani, si fosse contro i primi precetti dell’Arte impegnato in affermar cosa contraria a ciò che fusse apparito dall’opere loro (nel qual caso potremmo dire con verità, che anche il Guinicelli, messo insieme con Cimabue, fosse stato un uomo da nulla) vogliamo noi credere che Piero il Figliuolo, che pure anch’egli tali opere aveva vedute, avesse fatto lo stesso? Se Dante avesse detta cosa, contra la quale potesse gridare quell’età; crederemo noi che ciò fatto avesse il figliuolo, e con esso tanti altri?

III. 1334 PROVVISIONE ottenuta nel Consiglio della Città di Firenze il dì 12. Aprile 1334. nelle Riformagioni nel Libro di detto anno 84. a favore di Giotto Pittore,

Cupientes, ut laboreria, quæ fiunt, et fieri expedit in Civitate Florentiæ pro Comuni Florentiæ, honorifice, ac decore procedant, quod esse commode perfecte nequit, nisi aliquis expertus, et famosus vir præficiatur, et proponatur in Magistrum huiusmodi laboreriorum; CUM IN UNIVERSO ORBE NON REPERIRI DICATUR QUEMQUAM, QUI SUFFICIENTIOR SIT IN HIS ET ALIIS MULTIS, MAGISTRO GIOTTO BONDONIS DE FLORENTIA PICTORE, et accipiendus sit in Patria sua, velut MAGNUS MAGISTER, et communiter reputandus [p. 11] in Civitate prædicta, ut materiam habeat in ea moram continue contrahendi; ex cuius mora quamplures ex sua scientia et doctrina proficiant, et decus non modicum resultabit in Civitate praemipsa etc., ideo providerunt, ordinaverunt, stantiaverunt, quod ipsi DD. Priores, et Vexillifer Iustitiæ, una cum Officio duodecim Bonorum Virorum, possint, eisque liceat pro Comuni Florentiæ, eligere et deputare dictum Magistrum GIOTTUM, in Magistrum et Gubernatorem laborerij et operis Ecclesiæ Sanctæ Reparatæ, et constructionis et perfectionis Murorum Civitatis Florentia, et fortificationum ipsius Civitatis, et aliorum operum dicti Communis.

IV. 1334 Un COMENTATORE di Dante citato dal Vasari nella vita di Cimabue, che scrisse nel tempo che Giotto viveva, e dieci o dodici anni doppo la morte di esso Dante, cioè intorno agli anni di Cristo 1334. dice parlando di Cimabue queste proprie parole.

Fu Cimabue di Firenze Pintore nel tempo di l’Autore molto nobile di più che uomo sapesse, e con questo fue sì arrogante etc.

Il medesimo Comentatore citato dallo stesso Vasari:

Fu ed è Giotto fra li Dipintori il più sommo della medesima Città di Firenze, le sue opere il testimoniano a Roma a Napoli a Vignone a Firenze a Padova, e in molte parti del mondo:

e soggiunge il Vasari, il qual comento è oggi appresso il Molto Reverendo Don Vincenzio Borghini Priore degl’Innocenti.

V. 1340 in circa Il veracissimo Scrittore delle Storie Fiorentine GIOVANNI VILLANI, Libro XI. 692. parlando del Campanile del Duomo di Firenze, dice così:

Provveditore della detta opera di S. Reparata fue fatto per lo comune, Maestro GIOTTO nostro Cittadino, il più sovrano Maestro stato in dipintura, che si trovasse al suo tempo, e quelli che più trasse ogni figura e atti al naturale.

VI. 1342 In un RICORDO nell’antichissimo LIBRO de’ benefattori della Vaticana Basilica fog. 87. del quale anche vien fatto menzione nel Libro intitolato Martirologio esistente nell’Archivio di S. Pietro in Vaticano à fog. 83: citato da più Autori, quale noi pure porteremo intero nella vita di Giotto, si legge fra l’altre cose.

Tabulam depictam de manu IOCTI super eius Basilicæ sacrosantum Altare donavit, octingentos auri florenos constitit. In Paradiso eiusdem Basilicæ de opere musaico historiam, qua Christus B. Petrum Apostolum influctibus ambulantem, dextera, ne mergeretur, erexit, per manus eiusdem singularissimi Pictoris fieri fecit, pro quo opere 2200. florenos persoluit etc.

VII. 1350 Messer FRANCESCO PETRARCA, nel quinto Libro dell’Epistole sue famigliari, in lode di Giotto e de’ seguaci di lui, così ragiona.

Duos ego novi pictores egregios, nec formosos, Ioctum florentinum Civem, cuius inter modernos fama ingens est, et Simonem Senensem.

Lo stesso FRANCESCO PETRARCA nel suo testamento, lasciò a Francesco da Carrara Signor di Padova, un quadro di Nostra Donna; disse egli,

Operis IOCTI Pictoris egregij, quæ mihi ab amico meo Michele Vannis de [p. 12] Florentia missa est; in cuius pulchritudinem ignorantes non intelligunt, Magistri autem Artis stupent.

VIII. 1360 in circa L’eloquentissimo Messer GIOVAN BOCACCIO Fiorentino, Giornata sesta, Novella quinta, dove parla di Giotto.

E per ciò avendo egli quell’arte ritornata in luce, che molti Secoli sotto gli errori d’alcuni, che più a dilettare gli occhi delli ignoranti, che a compiacere all’intelletto de’ Savi, dipignendo era stata sepolta, meritamente una delle luci della Fiorentina gloria dir si puote.

Lo stesso nella visione Amorosa,

Umana man non credo che sospinta

Mai fusse a tanto ingegno quanto in quella,

Mostrante ogni figura lì distinta;

Eccetto se da GIOTTO, al quale la bella

Natura parte di sé somigliante

Non occultò, nell’Arte in che suggella.

IX. 1370 in circa Nella nominata Libreria di S. Lorenzo è un COMENTO di Dante cogli argumenti delle due cantiche fatti da Mes. Giovan Boccaccio; e il Manoscritto è del 1417. che sopra le parole addotte di sopra, dice così.

In sulla cima dura etc. Vuol dire che la fama di molti dura molto tempo, ma non eccellente; perocché sopravviene un altro eccellente Maestro, che fa scemar la fama del primo: ma se uno suttile Artefice fosse tra uomini grossi, e dietro a lui anche seguitassono lungo tempo genti grossi, allora la sua eccellenza e fama durerebbe lungo tempo: ma quando seguita un altro suttile Artefice, il primo perde l’eccellenza; e dà esempio Dante di due solenni Dipintori Fiorentini, che l’uno tolse la fama all’altro, il primo fu CIMABUE, e poi fu GIOTTO.

X. 1375 in circa CENNINO DI Drea Cennini da Colle, Pittore, lasciò in un suo Manoscritto la seguente memoria.

Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa, fui informato in nella dett’Arte dodici anni, da Agnolo di Taddeo da Firenze mio Maestro; il quale imparò la dell’Arte da Taddeo suo Padre, el quale fu battezzato da GIOTTO, e fu suo Discepolo anni ventiquattro; il quale GIOTTO rimutò l’Arte del dipignere di Greco in Latino, e ridusse al moderno; e l’ebbe certo più compiuta, che avesse mai nessuno.

XI. 1380 in circa Un Manoscritto nella nominata Libreria di S. Lorenzo intitolato CHIOSE LATINE sopra il Purgatorio e‘l Paradiso di Dante:

Credette Cimabò: Fuit de Florentia et maximus Pictor, pro eo quod neminem credebat sibi adæquari.

XII. 1395 in circa BENVENUTO DA IMOLA Comentatore di Dante detto L’IMOLESE, nel suo Comento, che pure è manoscritto nella nominata Libreria di S. Lorenzo:

[p. 13] Credette CIMABUE etc. Hic Poeta confirmat dictum suum per exempla moderna, quæ clare manifestant expositionem factam; et primo ponit exemplum duorum concivium suorum, quorum unus nomine CIMABOS fuit excellens Pictor, alter nomine GIVOTUS fuit excellentior illo, imo cito derogavit gloriæ eius; ad litteram ergo dicit Poeta velut Odorisius CIMABU Civis Florentinus, credette tener lo campo nella pentura idest victoriam gloriæ in Arte pingendi; sed spes eius est delusa, quia non reperit se in ætatibus grossis, imo subtilioribus; unde dicit, e ora à Giotto il grido, idest rumorem famæ, et gloriæ: Sì che la fama di colui, scilicet CIMABOVIS ee scura; et hic nota lector, quod Poeta noster merito facit commendationem GIOTTI, ratione Civitatis, ratione virtutis, ratione familiaritatis. De isto namque GIOTTO faciunt mentionem et laudem alij duo Poetæ Florentini, scilicet Petrarcha, et Boccatius, qui scribit quod tanta fuit excellentia ingenij et artis huius nobilis Pictoris, quod nullam rem rerum Natura produxit, quam iste non representaret tam propriam, ut oculus intuentium sæpe falleretur, accipiens rem fictam pro vera. Accidit autem semel, quod dum GIOTTUS pingeret Paduæ adhuc satis iuvenis unam Cappellam, in loco ubi fuit olim Theatrum sive Arena, Dantes pervenit ad locum, quem GIOTTUS honorifice receptum duxit ad domum suam; ubi Dantes videns plures infantulos eius summe deformes, et ut ita dicam similissimos Patri; petivit: Egregie Magister nimis miror, quod cum in Arte pictoria dicamini non habere parem; unde est quod alienas figuras facitis tam formosas, vestras vero tam turpes? Cui GIOTTUS subridens presto respondit: Quia pingo de die, sed fingo de nocte. Hæc responsio summe placuit Danti, non quia sibi esset nova, cum inveniatur in Macrobio Lib. Saturnalium; sed quia nata videbatur ab ingenio hominis. Iste GIOTTUS vixit postea diu; nam mortuus est 1336. et sic nota quod GIOTTUS ad huc tenet campum; quia nondum venit alius subtilior eo, cum tamen fecerit aliquando magnos errores in picturis suis, ut audivi a magnis ingeniis.

Qui notisi come a questo Autore si vede indirizzata un’epistola Latina da Francesco Petrarca.

XIII. 1400 in circa FRANCESCO di Bartolo da BUTI Cittadino Pisano, che lesse pubblicamente in Pisa la Commedia di Dante, nel suo Comento originale, che pure è nella Libreria di S. Lorenzo, sopra le parole dette, così ragiona.

Questo CIMABU fu uno Dipintore, e ebbe grande nome nell’Arte del dipignere, e tenne lo nome insino che venne GIOTTO, che fu molto eccellente più di lui nella dipintura; e ora anco lo tiene GIOTTO, perché la sua fama è stata vinta dalla età grossa in quell’Arte; imperocché nessuno è stato poi che in quell’Arte sia valuto, quanto egli, non che più che egli; e però dice tener lo campo, cioè aver la gloria, come lo Cavaliere che sta in sul campo vincitore; ed ora à GIOTTO il grido, cioè la fama, sicché la fama di colui, cioè CIMABU oscura la fama di GIOTTO, e falla apparire nulla.

[p. 14] XIV. 1420 in circa LIONARDO BRUNI detto l’ARETINO, Secretario della Fiorentina Repubblica, nel libro VI. della sua Storia

Per hoc tempus marmorea turris fundari cœpta est architectata quidem à IOCTO insigni per eam tempestatem pingendi Magistro.

XV. 1435 in circa FRANCO SACCHETTI nelle sue trecento novelle che si veggono manoscritte nella nominata Libreria; nella Novella riportata da don Vincenzio Borghini nel Trattato delle Arme.

Ciascuno può aver già udito chi fu GIOTTO, e quanto fu gran Dipintore sopra ogn’altro; sentendo la fama sua un grossolano Artefice etc.

Lo stesso FRANCO SACCHETTI, Novella 136.

Nella Città di Firenze, che sempre di nuovi uomini è stata doviziosa, furono già certi Dipintori, et altri Maestri, gli quali essendo a un luogo fuori della Città, che si chiama S. Miniato a Monte, per alcuna dipintura e lavorìo, che alla Chiesa si doveva fare; quando ebbono desinato coll’Abate, e ben pasciuti, e bene avvinazzati, cominciarono a questionare; e fra l’altre questione mosse uno che aveva nome l’Orcagna, il quale fu Capomaestro dell’Oratorio di nostra Donna d’Orto S. Michele, qual fu il maggior Maestro di dipignere, che altro che sia stato, da GIOTTO in fuori. Altri dicea che fu CIMABUE, chi Stefano, chi Bernardo, e chi Bufalmacco, e chi uno, e chi un altro. Taddeo Gaddi, che era nella brigata disse per certo assai valenti Dipintori sono stati etc.

XVI. 1435 FLAVIO BIONDI da Forlì, in Etruria.

Paulo post Florentia IOTUM habuit Apelli æquiparandum.

XVII. 1440 in circa PIERO BUONINSEGNI Gentiluomo Fiorentino, nel suo Ritratto delle Istorie Fiorentine, Lib. 2 all’anno 1334.

Del Mese di Luglio in detto anno si cominciò a fondare il Campanile di Santa Liperata, e fuvi al mettere della prima pietra il Vescovo di Firenze, col Calonacato e Priori con gran processione; e funne fatto capo Maestro Giotto Cittadino Fiorentino, e Dipintore maraviglioso sopra tutti gli altri etc.

XVIII. 1445 in circa Sant’ANTONINO Arcivescovo di Firenze, nella sua Cronica Parte 3. titolo 21. capitolo 6. §. ultimo, all’anno 1333.

Per hoc tempus marmorea turris, quæ est ad Reparatæ templum, fundari cœpta est, architectata quidem à Gottho insigni per eam tempestatem pingendi Magistro ex Mugellano Agro oriundo, cuius similis tunc in Italia in Arte pictoria non fuit; is et fundamentis faciendis præfuit; et formam quam nunc videmus præstanti magnificentia operis designavit.

XIX. 1448 MATTEO PALMIERI, nella Cronica, manoscritto di Leonardo Dati dal proprio Originale del Palmieri l’anno 1448. qual manoscritto è nella Libreria di S. Lorenzo.

IOCTUS vir præclarissimi in Pictura genij, qui antiquatam iam longo tempore pingendi Artem nobilissimam reddidit, defunctus est.

XX. 1450 in circa Fra DOMENICO di GIOVANNI Teologo Fiorentino dell’Ordine de’ Predicatori, [p. 15] nel Libro intitolato Poema Elegiacum de Virginis laudibus fratris Dominici Ioannis Teologi Florentini Ordinis Prædicatorum ad Petrum Medicem, Manoscritto di Casa Compagni di propria mano di Piero Compagni nobil fiorentino, scritto da lui l’anno 1471. descrivendo nel quarto e ultimo Libro, tutte le Chiese, che in Firenze son dedicate alla Madonna, dove parla della Chiesa di Santa Maria del Fiore.

Quam foris et munit pulcherrima turris et ornat,

Ad sacra quæ Populum festa ciere solet:

Hanc prius insigni descripsit imagine IOCTUS,

Cui data Picturæ Palma suprema fuit,

Omnes ille sua superans ætate Magistros. etc.

XXI. 1450 ENEA SILVIO PICCOLOMINI dipoi Pio II Sommo Pontefice, nell’Epistola 119. Nicolao de Ulme insignis Civitatis Erselingensis Secretario.

Videmus Picturas ducentorum annorum nulla prorsus arte politas; scripta illius ætatis rudia sunt, inepta, incompta: post Petrarcham emerserunt literæ; post IOCTUM surrexere Pictorum manus; utraque ad summam iam videmus artem pervenisse. Laudo te, quem pictura summum, elequentia mediocrem habet.

XXII. 1460 in circa CRISTOFANO LANDINI, nell’Apologia avanti al suo Comento di Dante, parlando della Pittura e Scultura

Ma tale doppo sua perfezione come molte altre nell’Italica Servitù quasi si spense, ed erano le pitture in quel Secolo non punto atteggiate, e senza affetto alcuno d’animo; fu adunque il primo IOANNI Fiorentino cognominato CIMABUE, che ritrovò e lineamenti naturali, e la vera proporzione, la quale e Greci chiamano Simetrìa, e le figure ne’ superiori Pittori morte fece vive, e di varij gesti, e gran fama lasciò di se; ma molto maiore la lasciava se non avesse auto sì nobil successore, quale fu GIOTTO Fiorentino coetaneo di Dante

Lo stesso Landino in altro luogo,

Dalla disciplina di GIOTTO come dal Cavallo Troiano uscirono mirabili Pittori etc.

Lo stesso parlando di Cimabue,

Costui essendo la Pittura in oscurità la ridusse in buona fama.

XXIII. 1470 Un buon COMENTATORE di Dante, Manoscritto d’Antonio di M. Palmieri Altoviti Fiorentino, nella Libreria di S. Lorenzo,

Qui per esemplo mostra, e dice che quello Dipintore che ebbe nome CIMABUE credette sempre esser nominato per miglior Dipintore del Mondo, e che il suo credere gli venne fallato che nel tempo era nominato un altro, che ebbe nome GIOTTO, e che di CIMABUE non si diceva nulla.

XXIV. 1475 Mes. AGNOLO detto il POLIZIANO, nell’iscrizione della Statua di GIOTTO in Santa Maria del Fiore.

Ille ego sum, per quem Pictura extinta revixit,

Cui tam recta manus, tam fuit et facilis.

[p. 16] Naturae deerat nostræ quod defuit Arti:

Plus licuit nulli pingere nec melius.

Miraris turrim etc.

XXV. 1476 IACOPO BRANDOLINI, nella Storia di Messer POGGIO suo Padre, da lui tradotta

In questo tempo si cominciò a fondare il Campanile di marmo di S. Liperata, e GIOTTO fu l’Architettore singular Maestro in quel tempo di Pittura.

XXVI. 1480 BATISTA PLATINA Cremonese nella vita di Benedetto XI.

IOCTUM Pictorem illa ætate egregium ad pingendas Martyrum historias in ædibus a se structis conducere in animo habuit.

XXVII. 1490 UGOLINO VERINO de Illustratione Urbis Florentiæ lodato dal Poliziano e da altri celebri Autori chiamato Longaevus, dice

…………… IOCTUS revocavit ab Orco

Picturam ………………

XXVIII. 1493 LIBER CHRONICARUM per viam Epitomatis & Breviarij compilatus stampato in Norimberga da Antonio Koberger,

Florentia, cum omni Italiæ Civitatum flos nuncupetur etiam prætaer pulchritudinem, et Civium urbanitatem viros quoque in omni genere virtutis prœstantiores habuit;

Parla di diversi celebri uomini Fiorentini, e poi di Dante, del quale doppo aver detto alcune cose, così ragiona;

Ille Florentinis parentibus Florentiæ natus obijt Ravennæ patria exul.

E poi proseguisce coll’Elogio di Giotto del seguente tenore:

Paulo post IOCTUM habuit Pictorem celeberrimum Apelli æquiparandum: habuit quoque Accursium Iurisconsultorum principem: etc.

XXIX. 1500 RAFFAELLO MAFFEI detto il VOLTERRANO in Antropologiæ Libro XXI. de ijs qui in varijs Artibus claruerunt, pone in primo luogo fra’ Pittori Giotto, e dice così.

In pictura ZOTHUS Florentinus anno etc. cuius opera per Italiam extant, plurima, præsertim Florentiæ, Romæ verò Navicula Petri fluctuantis.

Da ciò che si è mostrato fin quì, potrà riconoscer l’Autore, quanto di sussistenza abbia in sé la massima da lui portata nell’Opera sua, CHE NON SOLO L’IGNARA PLEBE, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PRESENTE E DEL PASSATO SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE. Or quì vorrei che mi fosse detto (supponendo per vero che anche nelle cose mondane sia necessaria qualche fede) a chi avrebbe egli voluto che gli AUTORI DEL PASSATO E DEL PRESENTE SECOLO quella prestata avessero, per credere con qualche fondamento, che Cimabue e Giotto fossero stati grandi uomini, e i primi restauratori del Disegno e della Pittura. Se poi, quest’Autore vuole che la sua sola autorità a tutte l’altre prevaglia, fa di mestiere che egli a coloro faccia ricorso, che anno occhio da non saper vedere il contrario; perché, secondo quel poco di gusto ch’io possa aver acquistato in quest’Arte, nello spazio di presso a quarant’anni, ch’io ò per mio solo divertimento atteso a tutto ciò che a Disegno e Pittura appartiene, e per quanto mi è riuscito fin qui arrivare a conoscere, [p. 17] dopo un quasi continuo studio fatto per sedici anni in circa sopra le Pitture e Disegni degli antichi Maestri, ad effetto di potere, il meglio che a me fosse possibile, assistere all’ordinazione della maravigliosa raccolta di Disegni fatta dalla gloriosa memoria del Sereniss. Cardinal Leopoldo di Toscana, mentre pel Sereniss. Granduca Cosimo III. nostro Signore, se ne son formati i già tanto rinomati Libri, non saprei già mai altro dire, se non che verissimo fosse tutto ciò che di Cimabue e di Giotto fu da tante e così dotte penne lasciato scritto, e per conseguenza che quest’Autore che tanto le controverte, s’inganni all’ingrosso. Siccome è patente al senso l’altro sbaglio che si riconosce in quel suo DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, conciossiacosaché io abbia fin quì fatto vedere, che la sua penna in su la bella prima si è lasciata indietro due Secoli intieri, ed i migliori, con gli attestati in contrario di uomini di sì grand’essere, de’ quali io ò citata la minima parte. Venghiamo adesso a far nota d’alcuni pochi Autori fra’ molti, che sono stati NEL SUO PASSATO E PRESENTE SECOLO, cioè di alcuni di quegli che prima del Vasari, e doppo anno scritto; e veggiamo, se per ragione della propria autorità, e della propria professione, meritino appresso al mondo tanta fede, ch’e’ non si possa più dire che essi CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIANSI LASCIATI PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE.

XXX. 1503 Fra IACOPO FILIPPO da Bergamo, nel Supplimento alle Croniche, Libro 6. ove parla di Firenze, dice:

Florentia autem, cum omnium Italiæ civitatum flos nuncupetur, et præter pulchritudimen et civium urbanitatem, viros quoque in omni genere virtutum præstantionres habuit: in primis quidem theologos, et philosophos, ac poetas, Franciscum Petrarcham, et Dantem, et Accursum Iurisconsultorum principem, qui ius civile primus explanavit, et IOCTUM Pictorem celeberrimum, qui antiquam pingendi Artem nobilissimam reddidit etc.

Et libro 13. ad annum Christi 1342.

ZOTUS denique Florentinus plæclarissimi in Pictura ingenij vir, qui superioribus diebus antiquam longo tempore pingendi Artem nobilissimam reddidit, hisdem temporibus eam ob rem in precio existens; cum à Benedicto Pontifice in Avenionem, ad pingendum Martyrum historias ingenti precio statutum fuisset, morte præventus, rem omisit.

XXXI. 1530 Monsignor GIOVANNI della CASA, nel Galateo.

Per la qual cosa si potrebbe per avventura dire, che GIOTTO non meritasse quelle commendazioni ch’alcun crede, per aver’ egli rifiutato d’esser chiamato Maestro, essendo egli non solo Maestro, ma senza alcun dubbio singular Maestro secondo quei tempi.

XXXII. 1534 Il TRADUTTORE del Supplemento delle Croniche di F. IACOPO FILIPPO da Bergamo Lib. 6. dove parla di Firenze, e de’ Fiorentini più rinomati

GIOTTO Dipintore nobilissimo, e singolare, el quale ritrovò l’Arte antica della Pittura.

E Lib. 13. all’anno 1342.

ZOTO Fiorentino nella Pittura celeberrimo, e singolare, non solo in questi tempi, ma per molti anni innanti: per la qual cosa, essendo per tutt’el Mondo [p. 18] famoso fu chiamato da Benedetto in questa età Papa, che andasse a Vignone, per dipingere l’Istorie de’ Martiri; e fu condotto con grandissimo prezzo, dove infermandosi, poich’ebbe principiato, morì, e lasciò tal’ opera totalmente imperfetta.

XXXII. 1530 MICHELAGNOLO BUONARRUOTI, citato dal Vasari, parlando d’una Tavolina a tempera ch’era nel tramezzo della Chiesa d’Ognissanti, dipinta da Giotto con infinita diligenza (dove era la morte di Maria Vergine cogli Apostoli attorno, e con un Cristo, che in braccio l’anima di lei riceveva) era solito dire, che la proprietà di tale Storia dipinta non poteva esser più simile al vero di quel ch’ell’era.

XXXIV. 1535 Messer FRANCESCO ALUNNO da Ferrara, nella Fabbrica del Mondo.

Pittori celebrati da’ nostri Poeti, CIMABUE e GIOTTO Fiorentini etc. CIMABUE Fiorentino, che ne’ suoi tempi ottenne l’onore e primo luogo nella Pittura, tanto che GIOTTO venne tale, che’l vinse e superò.

GIOTTO Latine Iochtus, ebbe un ingegno di tanta eccellenza, che niuna cosa della Natura, madre di tutte le cose, e operatrice col continuo girar de’ Cieli, fu, che egli, con lo stile, e con la penna, e col pennello, non dipignesse così simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse.

XXXV. 1540 ALESSANDRO VELLUTELLO Lucchese, Commentatore di Dante.

E il poeta, in persona d’Oderisi, ne assegna due esempi, il primo di CIMABUE, il quale fu nello Pittura tenuto eccellentissimo, e nondimeno fu poi vinto da GIOTTO, che molto tempo dopo lui rilusse.

XXXVI. 1546 BENEDETTO VARCHI nelle Lezzioni fatte nell’Accademia Fiorentina sopra la maggioranza e nobiltà dell’Arti: Disputa prima. Qual sia più nobile la Scultura, o la Pittura; dice queste parole.

Ben’è vero, che nissuna Arte fu trovata e compiuta, o in un medesimo tempo, o da un solo, ma di mano in mano, e da diversi; perché sempre si va o aggiugnendo, o ripulendo, o quello che manca, o quello che è rozzo e imperfetto; e perciò disse Dante, non meno veramente, che con giudizio, nell’undecimo Canto del Purgatorio:

Credette CIMABUE nella pittura

Tener lo campo, ed ora ha GIOTTO il grido.

Sicché la Fama di colui oscura.

Fin quì questo gravissimo Autore, il quale (per quanto io veggio) non credette, che Dante avesse ciò detto POETICAMENTE ESAGERANDO CON IPERBOLICO INGRANDIMENTO.

Lo Stesso, alla Disputa seconda,

Potremmo addurre infiniti altri esempi, sì di molte altre città, e sì massimamente di Firenze, dove la Pittura già spenta rinacque.

XXXXII. 1550 GIORGIO VASARI nella prima edizione della sua Opera, e specialmente nella vita di Cimabue e di Giotto in molti luoghi afferma quanto s’è provato.

XXXXII. 1550 Fra LEANDRO ALBERTI Bolognese, nell’Etruria Mediterranea.

Vi fu GIOTTO Fiorentino, che fu il primo a svegliare i Pittori all’Arte del [p. 19] dipignere, ed in fino ad oggi in più luoghi d’Italia vedesi le pitture di lui fatte con grande artifizio.

XXXIX. 1553 Messer MARCO GUAZZO, Cronica.

Non solo in questo tempo, ma per molt’anni andati fu Zotto Fiorentino nella Pittura singolare.

XL. 1567 L’eruditissimo Messer GIOVAMBATTISTA ADRIANI nella Lettera scritta a Giorgio Vasari, dove a lungo tratta de’ più eccellenti Artefici antichi, di Pittura, Bronzo e Marmo, non solo si sottoscrive a’ detti del Vasari, ma dà loro gran lode. Essa lettera và aggiunta al secondo, ed ultimo Volume della terza parte dell’Opera del Vasari, in data delli 8. di Settembre 1597. ma fu error di Stampa, che doveva dire 1567.

XLI. 1568 Il Citato VASARI, ne’ Proemj de’ suoi Libri nella seconda edizione; e specialmente in quello delle Vite, Parte I a 85.

Ma tempo è di venire oggi mai alla Vita di CIMABUE; il quale, siccome dette principio al nuovo modo di disegnare, e di dipingere, così è giusto e conveniente, che lo dia ancora alle Vite.

XLII. 1570 F. ONOFRIO PANVINIO Eremitano, erudito Investigatore dell’antichità Romane, nell’Opera Latina intitolata: De præcipuis urbis Romæ sanctioribusque Basilicis.

IOCHTUS egegius suo tempore Pictore multas in ea picturas miri operis fecit.

Lo stesso Autore parlando della Basilica Constantiniana.

Inter aulam, quam salam Concilij vocant, et hanc, quam supra descripsi, porticum, est alia porticus oblonga etc. in cuius fine occidentem versus, est pulpitum marmoreum à Bonifacio VIII. factum, totum ferè depictum, emblematibus ornatum; pulpitum extra Concilij aulam porrectum est totum è lateribus è marmore factum, picturæ pro temporum conditione elegantissimæ, existimantur CIMABOVIS egregij Pictoris manu factæ, qui primus Italiæ picturam, post antiquos, restituit.

XLIII. 1580 TEODORO ZUINGERO, nell’Opera intitolata: Theatrum Vitæ Humanæ, Basileæ per Sebastianum Enrich Petri.

Zotus Florentinus in Pictura satis præclarus fuit.

XLIV. 1581 GIOVANNI BARDI, nella sua Cronica universale, Parte 3. a 420. tra’ più segnalati uomini che fiorissero nel Mondo l’anno 1336. mette Giotto Fiorentino Pittore, e per moltissimi anni avanti e doppo non fa menzione d’altri Pittori.

XLV. 1583 Don VINCENZIO BORGHINI ne’ suoi Ragionamenti dell’Armi delle famiglie Fiorentine a 33. dice così:

GIOTTO non meno ingegnoso e piacevole nella familiar conversazione, che sommo Maestro in quel tempo nella Pittura.

XLVI. 1584 RAFFAELLO BORGHINI nel suo Riposo a 288.

Quando come volle Iddio l’anno 1240. nacque in Firenze della nobil famiglia de’ CIMABUOI, per ritornare in luce la Pittura, GIOVANNI cognomato CIMABUE.

[p. 20] Il medesimo a 297. parla di Giotto

Io ho favellato delle cose di GIOTTO alquanto a lungo perch’egli fu veramente quello, che ritornò in luce la Pittura.

XLVII. 1584 GIOVAN PAOLO LOMAZZO Pittor Milanese, parlando del dipignere a fresco, dice così.

Veggonsi opere de’ più antichi Pittori in fin da CIMABUE.

Il medesimo nel suo Trattato dell’Arte della Pittura a 683. dice

CIMABUE Fiorentino primo Pittore degno di nome fra’ moderni.

XLVIII. 1584 ALESSANDRO LAMO Cremonese nel Discorso intorno alla Scultura e Pittura, dove ragiona della vita e opere di più Pittori Cremonesi, in Cremona 1584, parlando di Cammillo Boccaccini, dice,

Ei fu nel tempo, che questa onorata Arte era nel maggior colmo di perfezione, che mai fusse da CIMABUE in poi.

XLIX. 1586 Mons. PIETRO RIDOLFI da Tossignano, Historiarum Seraphicæ Religionis Libro 2. pagina 248.

Resumpto autem prioris narrationis proposito, rursus dicamus reliqua. Ergo quod spectat ad secundam Ecclesiam, quæ est instar Oratorij, paupertatem in humilitate fundatam designans, omnibus ibidem pie orantibus afflat insolitam pietatem: cuius pavimentum variis coloribus, et vermiculatis lapidibus intertextum est. At testudo seu fornix, instar cupæ vel dolij, cum certis quibusdam figuris, exquisita arte assoluta est; dicunt eas factas a GIOTTO Florentino maiori ex parte, quem constat sui temporis omnium Pictorum fuisse nobilissimum.

L. 1593 PAOL MINI Medico e Filosofo, nel suo Discorso della Nobiltà Fiorentina.

Era per le molte e lunghe correrìe de’ Barbari la Pittura, una di esse, quasi morta affatto negli umani ingegni, e massime negl’Italiani: quando essendo venuto quel tempo, in cui sì nobil’ Arte, esercitata da’ Fabij, da’ Turpilij, da’ Labeoni, doveva con la vita ripigliare lo antico vigore, nacque nella Città di Firenze GIOVANNI della famiglia de’ CIMABUOI, che fu l’anno 1240. Costui con il suo continuo studio, a guisa dell’antico Eumaro Ateniese, la risuscitò: GIOTTO, nato lo anno 1276. e suo discepolo, le diede il polso e la lena: Tommaso, soprannominato Giottino, le diede l’unione; Dello la grazia: Fra Giovanni di S. Domenico di Fiesole, la maestà e riverenza: Benozzo Gozzoli l’invenzione. E segue a dire d’altre eccellenze, che diedero alla Pittura i Fiorentini.

LI. 1600 Messer FRANCESCO BOCCHI, nelle Bellezze di Firenze.

In S. Croce sopra la porta del fianco, che riesce verso il Chiostro è una tavola di mano di CIMABUE, la quale come, che comparata con le pitture moderne, sia oggi di poco pregio, tuttavia per memoria di questo Artefice, onde è nato il colorito maraviglioso, che oggi è in uso, è degna di memoria e di considerazione.

Lo stesso FRANCESCO BOCCHI nel citato Libro.

[p. 21] GIOTTO tanto celebrato nella Pittura, egli di vero suscitò quella, che era morta, e diede notabili segni, onde appresso a somma perfezione si potesse ridurre.

Il Medesimo parlando della Tavola di Cimabue, ch’era nella Chiesa di Santa Trinita.

Per cui molto, e bene scorge chi è intendente, obliata la maniera de’ Greci, la quale oltramodo era rozza e goffa, quanto i Pittori moderni a questo antico Pittore siano obbligati.

LII. 1600 AGNOLO MONOSINI Flores Italicæ Linguæ Libro 9. pagina 427.

IOCTUS fuit Pictor egregius.

LIII. 1600 Messer FRANCESCO BALDELLI nella sua traduzione di Messer Ugolino Verini citato dal Ridolfi nel Priorista di Palazzo Vecchio, che arriva con le memorie fino al 1598

GIOTTO fu quei che ritornò nel Mondo

La Pittura………

LIV. 1601 ALFONSO CIACCONI in Vita Bonifacij VIII.

Basilicam Vaticanam, in qua condi voluit, ornavit plurimum etc. idem marmoreum suggestum cum porticu apud Basilicam Constantinianam Laterani condidit, nobilis CIMABOVIS pictura decoratum; quo exurationes die Cœnæ, et alio tempore, in Columnenses et Regem Franchorum, et alios qui more Maiorum excomunicantur, fecit.

Lo stesso CIACCONE parlando del Cardinale Stefaneschi.

Iacobus Caietanus de Stephaneschis Anagninus etc. Naviculam in atro Basilicæ Santi Petri, opere vermiculato, miré elaboratum fecit, opera IOCTI Pictoris illius temporis celeberrimi.

Lo stesso in altro luogo.

Frater Ioannes Minius de Murro Vallium Firmanæ diœcesis etc. Episcopus Cardinalis Portuensis et Sanctæ Rufinæ etc. IOCTUM Florentinum clarum sui œvi Pictorem, Assisium duxit, ac xxxij. Historias B. Francisci, eleganti penniculo, exprimi curavit.

Lo stesso in Benedetto XII.

IOCTUM Pictorem illa ætate egregium, ad pingendas Martyrum historias, in ædibus ab se Avenione structis, conducere in animo habuit.

LV. 1604 CARLO VANMANDER celebre Pittore Fiammingo nel Libro che in quella Lingua scrisse delle Vite de’ Pittori antichi e moderni, Italiani e Fiamminghi a 94. parlando di Cimabue e Giotto, recato in nostra Lingua, dice così.

Quando l’Italia era travagliata dalle guerre, non solamente mancarono le pitture; ma gli stessi Pittori: per fortuna nacque l’anno 1240. per far risorger la Pittura, uno chiamato GIOVANNI cognominato CIMABUE di Casa in quel tempo nobile, il quale etc. E più a basso dice: Morì l’anno 1300. doppo avere assai sollevata la Pittura; lasciò molti discepoli, e fra questi GIOTTO.

[p. 22] LVI. 1606 PIETRO LEONE CASELLA Aquilano, negli Elogij degl’illustri Artefici.

Musivum opus etc. IOCHTUS et Cœlo et tabulis, præcæteris, scœnam struit; at in lapillis coloratis IOCHTUS geminas ornat sponsas, et traducit domum.

LVII. 1625 GIOVANNI ENRICO A PFLAVMERN. I. C., in Mercurio Italico, discorrendo dell’anticha Basilica edificata da Costantino.

Parietes museiario seu musivo opere illustres fuisse reliquiæ probant, licet à vetustate sordidæ. Atque instar omnium queat esse una integra periclitantium Discipulorum, Petrique super undas ad Christi conspectum procumbentis, imago in primæ porticus interiori muro, ab illo, cuius in Florentiæ descriptione, IOCTHO depicta, illa argumento sit quam fulgidum Templum fuerit. Illam pij, antequam prœgrediantur, flexis genibus precantes venerantur.

LVIII. 1633 VINCENIZIO CARDUCCI, nel suo Dialogo della Pittura in Lingua Spagnuola.

En en año de nuestro bien de 1240. Nacio en Florenzia IVAN DE CHIMABUE, de padres nobles, y el que dio principio a la primera edad. Aprendio este Arte aventaiandose a sus Maestros Griegos, aunque siempre en a quella poca noticia de la buena pintura: mas no por esso se le puede quitar el agradecimiento, que Aristoteles dize deverse a los que concencaron a dar buenos principios a las facultades. Ivvo algunos didiscipulos en a quella Ciudad, el uno dellos fue GIOTTO, que assimismo dexò atras a fu Maestro, como dize Dante en su Purgatorio, canto 11. en estos versos, &c.

Che recato in nostro idioma vuol dire.

L’anno di nostra salute 1240. nacque in Firenze GIOVANNI CIMABUE di nobili genitori; e quegli fu, che diede principio alla primiera età. Apprese egli quest’Arte col superare i suoi maestri Greci, quantunque sempre in quella poca notizia della buona maniera; ma non per questo gli si può levare l’obbligo e la gratitudine, la quale Aristotile dice doversi a quei, che incominciarono a dar buoni principij alle facultà. Ebbe alcuni discepoli in quella Città, l’uno de’ quali si fu GIOTTO, che doppo di sé lasciò il suo Maestro, come dice Dante nel suo Purgatorio canto 11. in questi versi.

Credette CIMABUE ec.

Seguita poi nello stesso Idioma Spagnuolo a dire.

E dando già, come l’Aurora, alcuna luce a quelle tenebre, uscirono poscia alcuni buoni Pittori, quali furono, Stefano, Paolo Uccello, et altri molti degni di memoria, per lo essere essi i primieri.

LIX. 1642 GIOVANNI BAGLIONI Pittore Romano, nel suo Libro de’ Pittori Scultori e Architetti dal 1572 al 1642. nel Dialogo a 4. dice così.

Appena GIOTTO Fiorentino ritornò in vita le buone Arti, e venne in Roma ad esercitarle, che con esso lui Pietro Cavallini Romano impiegossi etc. [p. 23] in artifici di nobili lavori, e si mostrò degno d’esser nato nella Patria delle virtù: e regnando in Roma Bonifacio VIII. servì et aiutò GIOTTO nell’opera del musaico dentro il Cortil vecchio di S. Pietro Vaticano, ove fu la storia della Navicella, per ordine del Cardinal Giacomo Stefaneschi, lavorato.

LX. 1643 L’abate FERDINANDO UGHELLI, nell’Italia sacra, alli Vescovi Fiorent.:

Francisci tempore IOCTUS Florentinus Picturæ instaurator, et qui turrim extruxit, quæ proxime Templum maximum etc.

LXI. 1648 SCIPIONE AMMIRATO il Giovane, nell’Aggiunta alla Storia Fiorentina di Scipione il Vecchio, Parte I. Tomo I. a 393. all’anno 1334. dove parla delle fabbriche de’ Tempi nella Città di Firenze.

E non si sapendo esser nel Mondo il più sufficiente, né il più universale di GIOTTO di Bondone, e per ciò stimandosi onorevole, e profittevole, il farlo stare in Firenze, dove molti averebbono in tanto potuto imparar da lui, fu risoluto di provvisionarlo.

LXII. GUGLIELMO E GIOVANNI BLAEV, in Theatro Orbis terrarum, sive Atlante novo, Parte 3. nella Toscana.

Pictores insignes, quorum Princeps fuit IOTHUS Artis reductor, silentio prœtereo.

LXIII. 1655 ANDREA SCOTO d’Anversa della Compagnia di Giesù, Italiæ Libro I in Florentia Sanctæ Mariæ Novellæ:

Verum mortuorum Claustrum, et Fratrum Capitulum videre non omittas, architectonicè enim et pictura ita excellit, ut cuique admirationi sit; ac velim cures, ut ex illis Fratribus unus aut alter tibi imaginem IOANNIS CIMABUE indicet, qui anno 1200. Picturam in Italia restituere cœpit, cum tot annis ante Grecis Pictoribus usi fuissent, à quo, velut à primario Italo fonte, Pictores omnes emanarunt à Bararborum in Italiam adventu.

LXIV. 1656 LORENZO BEYERLINCK, nel Teatro della Vita Umana, stampato in Lione, in verbo Pictores.

ZOTUS Florentinus etc. in Pictura satis prœclarus fuit.

LXV. 1657 FRANCESCO SCANNELLI da Forlì, nel suo Microcosmo della Pittura a 4. fa menzione degli Scrittori di Pittura, Giorgio Vasari, Raffael Borghini, e Giovampaolo Lomazzo, e si sottoscrive alle loro sentenze con queste parole.

Siccome non tralasciano gli Scrittori mentovare, non mancano anche del pari ridurre alla memoria l’origine, e vero rinascimento all’Italia di questa nuova fenice, che mediante gl’ingegni della Toscana stimasi dalla maggior parte regenerata.

LXVI. 1666 FELIBIEN Franzese, ne’ suoi Trattenimenti sopra le vite e opere de’ Pittori.

Voilà l’estat où estoit l’Italie aù commencement de l’année 1240 quand CIMABUE vint aù monde, le quel estant né pour restablir la Peinture, que les desordres & le guerres en avoient bannie, prit cependant naissance dans le temps des plus grands desordres dont l’Italie ait esté jamais affligée. Comme c’est le premier de tous les Peintres qui a remis au jour un Art si illustre, c’est avec raison qu’on peut le nommer le Maistre [p. 24] de tous ceux qui ont paru depuis ce temps-là. Il estoit d’une noble famille de Florence. Poi soggiugne: Et déroboit les heures de ses leçons pour voir travailler certains Peintres grossiers & ignorans, que ceux qui gouvernoient dans Florence avoient fait venir de Grece, & qui peignoient la Chapelle de l’illustre famille de Gondi, qui est dans l’Eglise de sancta Maria novella. Pymandre m’interrompant, Est-ce, me dit-il qu’il y avoit encore dans la Grece des successeurs de ces grand Peintres dont vous m’avez parlé? C’estoit bien en effet, luy repartis-je, les successeurs de ces fameux Peintres Grecs, mais il y avoit entre les derniers & les premiers la mesme difference, qui se trouvoit entre l’état déplorable où estoit alors ce païs-là, & l’etat florissant où il avoit esté du temps des Zeuxis & des Appelles. C’est-à-dire que ces derniers Peintres dont je parle, n’estoient que les miserables restes de ces grands hommes. Cependant comme si c’eust esté une fatalité à l’Italie de ne pouvoir posseder la Peinture, que par le moyen des Grecs, ce furent eux qui l’y apporterent pour la seconde fois, & qui dés l’an 1013. firent à Florence & en plusieurs autres lieux des Ouvrages de Mosaïque & de Peinture.

Che recato in nostro Idioma vuol dire,

Ecco lo stato, nel quale era l’Italia al principio dell’anno 1240. quando CIMABUE venne al Mondo; il quale essendo nato per istabilire la Pittura, la quale i disordini e le guerre ne avevano bandita, ebbe i suoi natali in questo mentre, nel tempo delle più gran turbolenze, dalle quali era stata già mai afflitta l’Italia: siccome questi è il primo fra tutti i Pittori, che à rimesso alla luce un’Arte tanto illustre; così con ragione si può chiamare il Maestro di tutti quei che sono venuti doppo questo tempo. Egli era d’una nobil famiglia di Fiorenza etc. Poi soggiugne: Egli rubava l’ore delle sue lezzioni, per veder lavorare alcuni Pittori grossolani ed ignoranti, che quei che governavano in Fiorenza, avevan fatto venire di Grecia, che dipignevano la Cappella dell’illustre famiglia de’ Gondi, che è nella chiesa di S. Maria Novella. Pimandro interrompendomi; puol’ essere, mi disse egli, che vi fussero ancora nella Grecia successori di questi gran Pittori, de’ quali m’avete parlato? Questi eran ben’ in effetto, io gli risposi, i successori di quei famosi Pittori Greci: ma vi correva, tra gli ultimi ed i primi, la medesima differenza, che si trova tra lo stato deplorabile, mel quale era allora quel Paese, e lo stato florido nel quale era stato a tempo degli Zeusi e degli Apelli. Voglio dire, che questi ultimi Pittori, de’ quali io parlo, non erano, che i miserabili avanzi di quei grand’uomini: fra tanto come se fusse stata una fatalità all’Italia di non poter posseder la Pittura, che per mezzo de’ Greci, furono essi quei che ve la portarono per la seconda volta, e che doppo l’anno 1013. fecero a Firenze, ed in molt’altri luoghi dell’opere di Musaico, e di Pittura.

Fin qui il FELIBIEN. E avverta il Lettore in questo luogo, che il moderno [p. 25] autore, già tante volte mentovato, per avvalorar suo sentimento, lasciando di far menzione di ciò che disse il Felibien nel luogo sopra notato, lo cita per sé in un altro luogo, nel quale egli non disse mai ciò che esso Autore vuol ch’ei dica, né contradisse a sé stesso, ma asserì quel che veramente fu vero, che gl’Italiani non sono stati i primi inventori della Pittura, e che innanzi, che Cimabue e Giotto incominciassero a far riviver quest’arte, nel fioritissimo Regno della Francia ella si praticava, non punto inferiormente a quello che si faceva in Italia; perché torno a dire, che verissima cosa è che in ogni parte d’Europa avanti a Cimabue, e Giotto si dipigneva, ma alla Greca e Gotica maniera.

1672 GIO. PIETRO BELLORI nel suo bel Libro delle Vite de’ Pittori, Scultori e Architetti moderni, Parte I. a 19.

Ma perché le cose giù in terra non serbano mai uno stato medesimo; e quelle, che son giunte al sommo, è forza di nuovo tornino a cadere con perpetua vicissitudine, l’Arte che da CIMABUE e da GIOTTO, nel corso ben lungo d’anni 250. erasi a poco a poco avanzata, tosto fu veduta declinare, e di Regina divenire umile e volgare.

Lo stesso BELLORI, alludendo a questa verità, da nessuno fin quì, fuor che dal confutato Autore, potiamo dire essere stata controversa, dice così.

Fiorenza, che si vanta esser Madre della Pittura, e’l Paese tutto di Toscana, per gli suoi Professori gloriosissimo, taceva già senza laude di pennello, e gli altri della squola Romana, non alzando più gli occhi a tanti esempi etc.

1674 LUIGI SCARAMUCCIA celebre Pittore della Città di Milano, nel suo bel Libro intitolato le Finezze de’ Pennelli Italiani a 82.

Viddero insieme coll’antichissima Chiesa molte pitture a fresco della mano di CIMABUE Fiorentino, e di GIOTTO suo discepolo; ove ebbero adito i nostri Pellegrini di discorrere di quei tempi andati, ne’ quali ancor bambina avvolta in fasce, se ne stava la Pittura, per dover poscia, doppo il corso di 440. anni in circa, divenir gigantessa ne’ nostri giorni.

1675 Monsignore GIUSEPPE MARIA SUARES Vescovo già di Vasone, onore delle Lettere, nell’Epistola all’Eminentissimo Cardinal Barberino:

IOCTUS autem, etc. cognomento Bindonius è Patris Bindonis nomine, Pictor insignis, Franc. Petrarchæ memoratus, picturis suis illustravit Ecclesiam Assisiens. etc.

1677 CONTE CARLO CESARE MALVASIA, ragionando di Franco Bolognese,

Franco, del quale non posso che parlare con un poco più di rispetto, come quello che venne giudicato a quei tempi uguale ad ogn’altro, anche all’istesso GIOTTO etc.

Di questa egualità però non porta egli autorità d’alcuno Scrittore.

1677 Il medesimo MALVASIA, nella vita del Francia bolognese, che fiorì nel 1490. cioè anni 190. doppo Giotto a 39. così dice.

Si come allo spuntar del sole, che co’ dorati raggi il rinassente giorno dipigne, si ascondono mortificate le Stelle; così all’apparire de’ nuovi colori, che per l’illustre mano del Francia in Bologna, e di Pietro in Perugia, l’Italico Cielo cotanto abbellirono, tacquero vergognosi i più rinomati pennelli de’ passati Vitali, de’ Dalmasij, e d’ogni altro non solo fu fermato il grido, ma dello stesso GIOTTO i tanto celebrati seguaci, a questi due astri di prima grandezza, anzi Luminari maggiori, furon forzati cedere i loro antichi splendori.

Con che dice egli più a favor di Giotto, di quello che si desidera, perché par ch’e’ voglia inferire, che fino a quel tempo in che fioriva il Francia, cioè dugento anni durasse a vivere la maniera di Giotto (al quale e a’ di lui seguaci, con tali parole egli dà il primo luogo d’eccellenza) mentre sappiamo che la maniera di questi tali cominciò ad essere abbandonata fino a ottanta anni in circa, innanzi a quel tempo, e migliorata tanto l’Arte per le mani del celebratissimo Masaccio Fiorentino.

[p. 26] Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così.

Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge. E pure l’opere di Buffalmacco Fiorentino, Discepolo d’Andrea Tafi, furon tanto peggiori di quelle di Giotto, quanto [p. 27] sono oggi, stetti per dire, le pitture di Giotto inferiori a quelle de’ miglior Maestri moderni: perché là dove quelle di Giotto ritengono anche nel nostro tempo un non so che di decoroso e di grave, e per conseguenza di bello e di dilettevole; quelle di Buffalmacco appena si posson vedere senza riso. Tanto che, dirò io, se nulla vale questo mio argumento, grande bisogna che sia la forza dell’opinione, e che due volte furon quei Secoli infelici, una per la scarsezza che era allora degli uomini di valore nelle bell’Arti, e l’altra per l’ottusità non meno di coloro che per le più nobili operazioni elessero Giotto Fiorentino, che degli altri, i quali con tali Encomij scrissero di lui, lasciando indietro tanti Artefici di gran lunga migliori di quello che egli si fosse. Ma perché non posso io a verun patto indurmi a credere contro ciò che io medesimo, nel confronto che ò fatto d’innumerabili pitture, che si facevano avanti a Cimabue e a Giotto, con altre di lor mano, per la Toscana ed altri luoghi d’Italia, per ciò né punto né poco mi sottoscrivo a quanto seguita a dir l’Autore, cioè che le sue nominate antiche pitture GIÀ COMINCINO A FAR RIMANER BUGIARDO CHI SCRISSE, CHE ALLORA, CHE PELL’INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE; anzi affermo colla sentenza universale di tutti i Secoli, anzi di tutti gli anni che son corsi da Cimabue fino a’ presenti tempi, e di tutti i gravissimi Autori, e de’ migliori Professori dell’Arte, e col testimonio dell’opere medesime, che verissima, anzi indubitata cosa fu, ed è, CHE ALLORA CHE PER LO INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE, nulla curando quanto per dar questa gloria alla propria Patria à scritto nel nostro secolo il Ridolfi Pittore, ed il Mancini Medico, per attribuirla anch’egli alla sua; perché per quanto si raccoglie dagli scritti del primo, egli non vidde l’opere di Giotto, e di Cimabue, né seppe mai ciò che di loro fu scritto dagli antichi Autori; ed in quegli del secondo, toltone una gran passione contro il Vasari, ed un soverchio affetto alla Patria, nulla se ne cava che aggiunga valore, alla sua propria, e pura asserzione.

Fino a quì m’è piaciuto di ragionare di Cimabue, e di Giotto; e del primo mi è bastato il dire, ch’egli diede miglioramento alla goffa maniera Greca, che ne’ suoi tempi per tutti a quel modo il dipignere si costumava. Giotto poi ò io trattato come un Restauratore della Pittura, e attribuendogli quelle lodi ch’ei merita: anzi facendo come eco all’unite voci di tanti grand’uomini, e valenti litterati, ed Artefici nobili, che in sua vita, e dopo di lui fino a oggi pe’ tempi fiorirono; mi son contentato di dichiararlo, che che in contrario se ne dica il prementovato Autore, il buono e sovrano Maestro del suo tempo nell’Arte della Pittura, da sé restaurata ed ampliata.

Era mia intenzione il fermarmi quì, ma perché l’Autore non sò a che proposito supponendo questa opinione tenersi da alcuni per certa, e così dirsi, e affermarsi da loro, cioè essere stato Giotto, non com’io diceva Restauratore della Pittura, ma inventore, tenta con suoi argomento d’abbatterlo, mi pare di passare avanti un poco più, ed essere in obbligo di mettermi a difender Giotto (la di cui virtù e valore sarà al cuor mio sempre venerabile) ancora in ciò, affermando potersi a ragione e con verità dire, esser egli Inventore, giacché questo medesimo Autore da me sopraccitato vuol ch’ei non sia, e ne porta per ragione che innanzi a lui era chi dipingeva, e a suo parere ragionevolmente, benché in altri luoghi quelle pitture chiami GOFFE E INSULSE. Ora inventore essere alcuno d’alcuna cosa puossi intendere in due modi, o quando egli primo primo ritrova, ovvero quando aggiugnendo a’ principij, che [p. 28] per lo più riescon deboli e rozzi, dà del suo una singolar perfezione, bellezza, e valor notabile, perché quel piccolo e fievol lume, che egli ebbe questo secondo da quei primi, che gli andarono innanzi, mostrando così un tal poco la strada, vien poi dal molto chiaro di sua sopravvegnente virtù coperto talmente che non si par più, e più non si vede; e così intervenne ad Archelao, come racconta Laerzio nelle vite de’ Filosofi, che ancor’ egli avessi prima di Socrate dell’onesto disputato, e di quel ch’è giusto, ed anche intorno alle leggi; non si disse poi molto di lui, ma a Socrate tutta la gloria si diede dell’esser primo ritrovatore di quella parte di Filosofia, che appartiene a’ costumi, essendone stato solamente perfezionatore. Le parole di Laerzio son queste nella vita di Archelao, che così le porta nella sua traduzione Ambrogio Camaldolese Fiorentino:

Porrò Socrates, quòd hic ab illo sumpta propagaverit, invenisse putatus est;

e Cicerone molto bene lo disse nelle Tusculane.

Socrates primus philosophiam revocavit e Cœlo.

E già che ò in mano questo Autore, cioè Diogene Laerzio, mi piace recar da lui a questo proposito un altro segnalato esempio di Platone, il quale perché abbellì molto il Dialogo, e lo ridusse a quella perfezzion che si vede; fe’ sì, che non si parlasse più di quei primi che ritrovarono quella sorte di componimento, ma egli solo portò quivi il vanto, e passò tutti nella gloria e negli ornamenti del favellare, e perciò meritamente ne fu acclamato per inventore. Ma sarà meglio il por quì le stesse parole dell’Autor medesimo recate in latino dallo stesso Ambrogio:

Dialogos itaque primum Zenonem Eleatem scripsisse ferunt, Aristoteles in primo de Poetis Alexamenum Stireum sivè Seium, sicut et Phavorinus in Commentarijs tradit: cœterum Plato, meo quidem iudicio, id genus expolivit, adhuc alioquin rude, atque perfecit; ita non solum ornatæ et expolitæ orationis, verum et ipsius inventionis dignissime sibi primatum vindicat.

Gaio Velleio Paterculo nel Libro primo delle Storie, facendo un nobilissimo Elogio ad Omero, fra l’altre belle lodi gli da questa, d’esser stato nell’opera sua, e primo Autore e perfettissimo.

Neque quemquam, alium (sono sue parole) cuius operis primus auctor fuerit in eo perfectissimum, præter Homerum et Archilochum, reperiemus;

e pure avanti a lui aveva detto Cicerone nel Bruto;

Nec dubitari debet, quin fuerint, ante Homerum, Poetæ:

il che fu poi da Eusebio confermato nel decimo Libro della Preparazione Evangelica, dove dice che appresso i Greci scrissero avanti a Omero, Lino, Filamone, Iamira, Anfione, Museo, Demodoto, Epimenide, Aristeo, e molti altri. Ora per tornar laonde partimmo; chi chiamasse, o Cimabue o Gioto molto meglio, ritrovatori della Pittura, non errerebbe gran fatto, anzi per lui giudicherei che fosse reso al merito il suo dovere; ritrovatori intendendo non assolutamente e nel primiero significato, che è il mostrar cosa che più non sia vista il primo; ma nel secondo, perciocché essi furono i primi a dar lume e crescer perfezzione all’Arte, che poi di mano in mano in così alto pregio salì, e cotanto chiara ed onorata divenne: né è vero che’l Vasari tenesse già mai, che al tempo di questi due, e innanzi ancora, stesse il Mondo senza pitture e Pittori, come in moltissimi luoghi dell’Opera di lui si riconosce: né la Cristiana Religione mai fu senza l’immagini da venerarsi su gli Altari, e nelle Chiese, il culto delle quali ebbe il cominciamento suo, fino da’ tempi Apostolici; poiché si à da Nicero Callisto citato dal Baronio al primo Tomo degli Annali, che S. Luca [p. 29] oltre all’altre immagini, un Salvadore, e una nostra Donna dipinse, con cui eccitava i popoli alla devozione, e gli convertiva a Dio miracolosamente. E non mi si fa credibile che quest’uso cotanto utile e necessario, sia mancato mai del tutto per alcun tempo; ma dico bene ch’ei corse la medesima fortuna dell’altre liberali e belle Arti; le quali, se bene patirono alcun naufrafio, e furon vicine al sommergersi, non si spensero affatto, e per bontà di Dio anche nelle cieche età si trovarono ingegni, che tennero vivi per quanto fu in loro i miseri avanzi della poco meno che morte professioni. E così, innanzi che Cimabue e Giotto fossero al Mondo, si dipigneva nel Mondo: ma Cimabue scoperse, e Giotto finì di trovare una così nuova, e bella, e non più dagli uomini d’allora veduta maniera, che le pitture usate fino a quel dì parvero ch’ogni altra cosa fossero che pitture. Laonde non deve a chi che sia apportar maraviglia, quando udisse o leggesse darsi questo titolo a Giotto d’inventore della Pittura; perché la migliorò di tanto, e tanto vi aggiunse con la sua dotta ed agil mano, che si può dire che di quest’Arte perfezzionata da esso mirabilmente, non solo egli fosse Maestro, ma Padre; giacché tutta sua fattura si vede esser’ ella: e questo anche dimostra chiaro l’essere egli come s’è detto stato quasi per tutta l’Europa chiamato, ed in lavori sì nobili adoperato; la sua maniera come nuova e graziosa, abbracciata studiosamente da tutti gli intendenti Artefici per lungo tempo; il pubblico grido ch’egli ebbe dal Mondo tutto, in vita e doppo, che potè tanto che scura ne divenne la fama di Cimabue, e solo egli fu nominato e celebrato; e finalmente il vivo testimonio dell’opere sue fra tutte l’altre di que’ tempi maravigliose, conferma tutto ciò, le quali infinite essendo, e per tanti luoghi sparse non à tutte potuto lacerare il tempo talmente che non resti luogo di vedere, che il giudizio degli uomini di quell’età, e delle susseguenti ancora non fu vano, come l’Autor vuole nato da affezzione, o da IPERBOLICO INGRANDIMENTO.

Plus licuit nulli pingere, nec melius,

non potè dir meglio né più veramente d’un gran Pittore qual fu Giotto, un grande altresì e giudicioso Litterato come ognun sà essere stato il Poliziano.

Trovimisi un altro che in quel tempo, e per più Secoli prima di lui, sia maggiormente lodato, e che di esso se ne dica così altamente, ed io allora confesserò quello, e non Giotto, essere stato ne’ suoi tempi il primo e sovranissimo Maestro della Pittura: anzi non pur questa lode, ma volentieri anche gli attribuirò quell’altra, che con tanta verità e grazia attribuisce a Giotto il Poliziano, e gli altri tutti, che per lui la spenta buona maniera del Disegno, e della Pittura, cominciasse a rivivere al Mondo. E perch’egli è proprio de’ grand’uomini l’essere ancora discreti, Giotto medesimo che à goduto senza turbazione il possesso di questa gloria per quattro Secoli, credo che si starà in pace, e sarà contento di cedere il luogo, se gli sia messo innanzi da alcuno qualche altro Pittore, che intorno a’ suoi tempi, o poco prima, o poco doppo, non dico superiore, ma gli sia stato eguale, ed abbia avuto pari nominanza e fama. E frattanto io, al quale non è ancor venuto a notizia che a puro uomo e solo, sia stato liberale il Cielo di tutto il conoscimento, e di tutto il sapere, di tutte le notizie, ch’egli à compartito a tutti gli altri insieme, me ne starò nella mia buona fede, di credere che quello che’l moderno Autore predetto in tal particolare s’è messo a scrivere, contro l’uniforme sentenza di sì grand’uomini, e contro tutto ciò che’l fatto medesimo dimostra, non faccia maggior prova, di quel che se stato scritto non fosse: e se egli, dopo di ciò, di nuovo scriverà, io mi protesto avanti a tutto il Mondo, che per non cadere nel solenne errore, di tenermi da tanto, da poter’ io solo pigliar l’armi, non dico in offesa, ma eziandio in difesa d’un Esercito poderoso di Letterati e Maestri dell’Arte, stato per quattro interi secoli venerabile ad ogni penna, io mai più non scriverò.

[p. 30] ANDREA TAFI

PITTOR FIORENTINO

Della Squola di CIMABUE. Nato 1213, morto 1294.

In quella infelice età, nella quale la bell’Arte del Disegno più tosto condannata a morirsi affatto sotto la tirannìa di alcuni goffissimi Artefici Greci, o d’altra nazione, che esposta a fare alcuna pompa di sua bellezza alla vista degli uomini miseramente giaceva già da gran tempo; dico circa gli anni di nostra salute 1213. nacque Andrea Tafi Fiorentino; e conciossiacosaché non fusse mai la Madre Natura scarsa dal canto suo, e restìa in somministrare agli uomini anche nell’età più grosse alcun talento, col quale, e coll’aiuto d’una lodevole industria potessero quelle cose apprendere, che son più giovevoli all’umana conversazione; diede ella a costui un genio non ordinario agli esercizi di questa bell’Arte; ma contuttociò poco poteva egli profittare, mentre non pure i Popoli di quei tempi, avvezzi a non veder’ altro modo, che quel goffissimo che allora per ognuno si teneva; ma eziandio gli stessi Professori, non passando più là coll’ingegno di quelle a che arrivava la rozza mano, s’eran formati un gusto tanto infelice, quanto dimostrano oggi le poche lor pitture che son rimaste, credendosi che né più, né meglio si potesse far di quello che essi facevano. Che però il Tafi conosciuto sé stesso e le gran difficultà dell’Arte, desiderando pure di procacciarsi nome fra gli uomini, deliberò d’attaccarsi dove potè il meglio, dico allo studio del Musaico, pittura che per ragion della materia di che è composta, è la più durevole d’ogn’altra; sperando per così dire, fondar sua gloria, più nella durevol materia, che nell’ingegnoso artifizio. Per tal’ effetto non solo si portò alla Città di Venezia, per veder l’opere de’ Maestri, che operavano di musaico, nella Chiesa di S. Marco; fra’ quali era Apollonio Greco uomo assai rinomato in quel modo di dipignere; ma cercando tutte le vie, di pigliar con loro, e con Appollonio in particulare, dimestichezza; seppe così bene diportarsi, e con doni, e con promesse, che il condusse alla Città di Firenze sua Patria; e ne cavò il segreto di cuocere i vetri del musaico, e far lo stucco per commettergli. Acquistata ch’egli ebbe ragionevol pratica in quella sorte di lavoro, operando sempre con Appollonio, è probabile che molte opere fussero loro date a fare da’ nostri Cittadini; ma egregia veramente fu quella, che all’uno, e l’altro insieme fu assegnata dell’antichissimo, e mai a bastanza lodato Tempio di S. Giovanni, stato edificato da’ Fiorentini, fino nel tempo dell’Idolatria, con disegno d’alcuni eccellenti Maestri Romani, come si dice, in onore del falso Dio Marte. In questo, cioè nella parte di sopra della Tribuna, fecero uno spartimento, che stringendo da capo appresso alla lanterna, andavasi allargando fino in su’l piano della cornice di sotto; e la parte più alta divisero in cerchi di varie storie. Nel primo, come ben avvertì il Vasari, rappresentarono i Ministri ed Esecutori della volontà divina, cioè gli Angeli, gli Arcangioli, i Cherubini, i Serafini, le Potestadi, i Troni, e le Dominazioni. Nel secondo grado espressero le più maravigliose opere di Dio fatte nel Mondo, da che creò la luce fino [p. 31] al diluvio. Nel giro che è sotto a questo grado, che allarga l’otto facce della Tribuna, figurarono fatti di Ioseffo, e de’ suoi fratelli. Sotto questi, in altretanti vani di grandezza simile, fecero vedere storie della Vita di Giesù Cristo, dalla sua incarnazione nell’utero di Maria sempre Vergine, fino alla sua gloriosa ascesa al Cielo. Seguono appresso i fatti della Vita di S. Gio. Batista, dall’apparizione dell’Angelo a Zaccheria, fino alla morte, e sepoltura: opera, che per la sua gran vastità, e per lo buon modo di commettere il musaico, merita molta lode; benché per quello che al disegno, al colorito, & ad ogn’altra buona qualità dell’arte appartiene, si possa con verità dire, ch’ella non abbia in sé parte alcuna che buona sia, né che punto si discosti da quella goffa, e al tutto spiacevole maniera de’ Greci. Fecesi egli aiutare in quest’opera a Gaddo Gassi assai miglior maestro di lui; onde non è gran fatto che vi si riconoscano, da chi bene osserva, l’ultime cose di non tanta mala maniera, quanto le prime. Cominciano intanto intorno all’anno 1260. a risplendere in Firenze l’opere di Cimabue, e secondo quello che da più luoghi dello stesso Vasari si ricava, e che si riconosce da ciò che il Tafi operò di poi, è nata comune opinione, che egli, o s’accostasse a lui, o ne ricevesse i precetti migliori dell’arte, o si vero si mettesse a studiare di proposito le sue opere; perch’egli è certo, che da lì innanzi egli migliorò alquanto l’antica maniera, tenendosi sempre in su’l fare di Cimabue: e lasciato Appollonio, o pur lasciato da lui, o per morte, o per suo ritorno a Venezia, cominciò a operar da sé, e condusse pure di musaico la gran figura del Cristo alta sette braccia, che fino a oggi benissimo conservata si vede in essa Tribuna di S. Gio. in quella parte ch’è sopra l’Altar maggiore, della qual opera ricevette gran lode, e stima. In questo luogo mi conviene correggere il detto d’un moderno Scrittore, che parlando di questa figura dice così:

Fece poi egli solo il Cristo d’altezza di sette braccia, che è sopra la Cappella maggiore, nella qual’ opera fece quel magnifico spropositone, d’effigiargli una mano a rovescio: ma si deve nondimeno compatire, perché il disegno era allor rozzo, e rinascente di fresco, e non aveva ancor ripreso il vigor d’oggi giorno. Fin qui l’Autore, il quale nell’affermar tal cosa molto s’ingannò, perché qualunque Professore di quest’arti, che osserverà quella mano, chiaramente riconoscerà non esser’ ella altrimenti stata fatta a rovescio, ma a diritto; anzi con molto ingegnoso avvedimento dell’Artefice; il quale nel dipinger che fece con gran diligenza la mano destra del Signore sedente in trono, quasi in atto di giudicare il Mondo, fece vedere di essa mano destra la parte di dentro aperta, dimostrante la piaga, quasi invitando a sé l’Anime giuste; e così essendo essa destra mano veduta dalla parte interiore, vedesi altresì il dito grosso della medesima nella parte di sopra. Volendo poi il Pittore dimostrar la sinistra in positura di scacciare dalla sua presenza i Reprobi, che si scorgono da quella banda nell’eterne pene, la fece vedere aperta sì; ma non dalla parte di dentro, com’aveva fatto la mano destra; ma dalla parte di fuori; quasi che con essa volesse quelli togliere dalla propria faccia; nel qual caso doveva fare, siccome fece, il dito grosso veduto nella parte inferiore. Con tale invenzione fece egli conoscere ciò che alla pittura sarebbe per altro stato impossibile a mostrare, cioè che le mani erano dalle ferite dall’una all’altra parte trapassate, & insiememente spiegò il suo bel concetto, di far fare alla mano sinistra, uficio di discacciare i Presciti; ed alla destra, d’invitare i Giusti, a godere il frutto di sua passione. Che poi la mano sinistra, che è quella che dall’Autore è stata creduta a rovescio, sia fatta vedere dalla parte di fuori, la destra dalla parte di dentro, il conosce il professore dell’arte; perché, dove la destra ha il pollice dalla parte di sopra il muscolo o monte del pollice eminente su la [p. 32] palma, la quale chiaramente si vede incavata, le piegature degli articoli inclinate all’indietro; la mano sinistra à il pollice dalla parte di sotto, che non à muscolo o monte, ma sta appiccato al carpo della mano in veduta dalla parte di fuori; e questa parte di fuori non è incavata, ma gonfia; né si vedono le piegature delle dita, ma le nocca; e’l d’intorno di esse dita volge per lo contrario di quello della destra: poteva ben dire questo Scrittore, che uno sbattimento oscuro, che à questa sinistra mano dalla parte di sopra, non sia luogo suo; ma qualcosa convien perdonare a quel Secolo infelice.

Io ò fin qui parlato delle pitture di questo Tempio, al quale ò io dato nome dell’antichissimo Tempio di S. Gio., ma non vorrei perciò che il mio Lettore credesse, ch’io tenessi per fermo, come si trova da molti essere stato scritto, anche ne’ Secoli passati, che esso Tempio, mancato che fu il culto degl’Idoli, e toltane la statua del falso Dio, che in forma d’un Cavaliere armato per entro il medesimo, come si dice, si vedeva sopra d’un’alta colonna esposto, fusse subito al Precursore S. Giovambattista, come particolarmente ne lasciò scritto Gio. Villani nella sua Storia, e Dante nella Commedia; giacché io non ò per indubitata tale opinione; ma ciò dissi per non mi opporre così di subito alla autorità di tanti; stimando io per altro cosa assai probabile, che questo Tempio, cioè la Chiesa, o vogliamo dire Oratorio di S. Gio. di Firenze, fusse avanti al seicento di nostra salute intitolata in S. Salvadore, e non in S. Giovambattista: e perché non so come scorrendo per l’antiche storie mi son venute fatte sopra di ciò alcune reflessioni, mi conceda chi legge, ch’io con una breve digressione le porti in questo luogo; non già per dar sentenza in tale particulare, ma per accennar qualcosa di ciò che si potrebbe dire in contrario; lasciando però a’ più eruditi d’antichità il darne intero giudizio.

Primieramente, che la Chiesa, o Oratorio di S. Giovanni, stato per prima come si dice Tempio di Marte, sia stato sempre il Domo, la Cattedrale, o la Chiesa Maggiore, o Vescovile di Firenze, avanti che fosse fabbricata S. Maria del Fiore, è cosa certa, e notissima.

Secondo, che nella primitiva Chiesa, o Cristianità, la Chiesa Cattedrale si dedicasse al Salvatore, ad imitazione di quella di Laterano, fatta da S. Silvestro, non à dubbio: perché tutte le Chiese si dedicano a Dio in onore de’ Santi, la quale usanza di dedicarle in onor de’ Santi è posteriore alla prima detta, come è noto per le storie Ecclesiastiche.

Terzo, che il Corpo di S. Zanobi, dalla Basilica Ambrosiana detta di S. Lorenzo, fosse portato alla Cattedrale, lo dice il pitaffio della colonna che è su la piazza di S. Giovanni.

DUM DE BASILICA SANCTI LAURENTII AD MAJOREM ECCLESIAM FLORENTINAM CORPUS SANCTI ZENOBII FLORENTINORUM EPISCOPI FERETRO PORTARETUR &c.

Quarto, che questa Cattedrale fusse intitolata in S. Salvadore, è chiaro per cinque testimonianze, cavate dalla Vita di S. Zanobi, scritta da S. Simpliciano Vescovo, successor di S. Ambrogio. Questa è nella Libreria di S. Lorenzo al Banco 27 in un Libro in cartapecora, il cui titolo è:

Vitæ Sanctorum Patruum Incerti Authoris:

alla pagina 129, dove si parla delle Reliquie portate a Firenze da S. Zanobi:

Trigesimo autem die Sanctorum Corpora, quæ supra diximus, in Majori Ecclesiæ Sancti Salvadoris sollicitè condidit.

[p. 33] Secondo, nel miracolo degl’indemoniati dicesi, che S. Zanobi commosso a pietà delle preghiere della Madre loro,

Secum lacrymis in orationem dedit, prostratusque ante Vexillum Sanctæ Crucis, in eadem Basilica Sancti Salvatoris, ab hora diei prima, usque in horam tertiam jacuit.

Terzo, e dove si dice, che San Zanobi, con Sant’Ambrogio, diedero sepoltura a Sant’Eugenio defunto:

Tunc Sancti Dei Ambrosius et Zenobius, tulerunt Corpus ejus, et honorificè sepelierunt intra Civitatem, in Majori Ecclesia, quæ dicitur Sancti Salvadoris.

Quarto, e trattandosi della sepoltura data a san Crescenzio, si dice:

Cuius Corpus Sanctus Zenobius, iuxta Eugenium, honorificè recondit in eadem Basilica Sancti Salvatoris.

Quinto, e della Traslazione di san Zanobi si dice:

Cuius etiam Corpus, quinto anno dormitionis eius, translatum fuit VII Kal. Feb. de Basilica Ambrosiana ad Maiorem Ecclesiam quæ supra dicitur Salvatoris.

Per lo contrario si potrebbe rispondere, che il Razzi, ne’ Santi e Beati Toscani, alla Vita di S. Zanobi, par che voglia che questa Chiesa di S. Salvadore sia quella dell’Arcivescovado, il che non puol’ essere, perché essa Chiesa allora non era in piedi; anzi dove è il Palazzo, e la stessa Chiesa, era la piazza del Domo, o della Cattedrale; perché il Tempio da noi ora detto di S. Giovanni, in antico aveva la sua porta principale, dove è ora il Coro. Dalla furia del popolo fu portata la cassa del Santo a toccar l’olmo, che era dove ora è la colonna. Potrebbe anche esser detto, che dal Borghino si ricava, che i Canonici del nostro Domo; siccome si son detti di S. Giovanni, e di S. Reparata, non mai si son detti di S. Salvatore, ma si risponde collo stesso Borghino, ch’egli intende di parlare dal mille in quà; ecco le sue parole;

Ma i Canonici, i quali anno per proprio lor titolo di S. Giovanni, e piglisi tutto questo discorso da quattrocento anni indietro; così si può dire de’ Vescovi; perché notizie particulari, di come s’intitolassero i detti Vescovi, e Canonici, non si anno dal 600 in là.

E lo stesso Borghino non nega affatto che la Cattedrale si chiamasse S. Salvadore.

A tutto ciò si aggiunga, che la devozione di S. Giovambattista cominciò ne’ Longobardi ad esser grandissima intorno all’anno 600. Veggasi il Baronio all’anno 616. che dal Rinaldi compendiato, dice così.

Agilulfo Rè de’ Longobardi si muore, avendo regnato 26 anni: e succedegli Adavaldo Figliuolo suo maggiore, che rimase in guardia e tutela di Teodolinda Reina Madre: a tempo de’ quali Principi (dice Paolo Diacono Scrittore delle cose Longobardesche) si restaurarono Chiese, e fecesi donazioni a luoghi pij. È assai famosa la loro liberalità verso la Basilica di S. Giovambattista fabbricata in Monza dalla medesima Reina, mentre che Agilulfo ancor vivea. E dal punto che Teodolinda gli fece ricchissimi doni, cominciarono i Longobardi a invocare in tutte le loro azzioni S. Giovanni, pregandolo, che porgesse loro aiuto in virtù di Cristo Redentore, ed erano Vincitori delli Avversarj loro. Tutto questo Paolo Diacolo Lib. 4. Cap. 22. in veteri editione.

Lo stesso Baronio, all’anno 659. num. 4.

Nel qual tempo Rodoaldo Rè de’ Longobardi è tratto a fine etc. e regnò (come [p. 34] dice Paolo Diacono lib. 4. Cap. 49. e 50. novæ editionis) cinque anni, e sette dì. Al tempo del quale non si trova esser succeduta altra cosa degna di nota, se non che la Reina sua Moglie fabbricò in Pavia a simiglianza di Teodolinda una Basilica in onore di S. Giovambattista, adornandola a maraviglia d’oro e d’argento, e dotandola di ricche rendite.

Finalmente Firenze non era allora disfatta o disabitata, com’è stata opinione di alcuno; ma era in essere, e sottoposta al dominio de’ Longobardi, e facilmente prese per Protettore S. Giovambatista, che era il Protettore divenuto della nazione dominante; e dedicogli la Chiesa Cattedrale, presa forse l’occasione di qualche restaurazione, ch’ella abbia avuto di bisogno: e che e’ sia vero che i Fiorentini facevano tutto quello che vedevano esser di genio de’ Rè Longobardi loro Signori, si vede chiaro, secondo il Borghino; poiché edificaron la Chiesa di S. Piero in Ciel d’oro, ad imitazione d’una edificata, con real magnificenza, dal Rè Liomprando, sotto questo nome in Pavia.

Tornando ora alle notizie del Tafi, dalle quali pur troppo mi sono dilungato; egli avendo sì grand’opere condotto, non solamente si acquistò gran fama nella sua Patria; ma fu con grande onorevolezza ristorato e premiato. Fu poi chiamato a Pisa, e nella Tribuna principale del Domo aiutò a Fra Jacopo da Turrita dell’Ordine di S. Francesco, insieme con Gaddo Gaddi, a fare gli Evangelisti, ed altre cose, pure di Musaico; perché lo stesso Fra Jacopo che di compagno gli divenne discepolo, riportò miglioramento nell’Arte sua. Puossi applicare all’opere e fama di questo Artefice quello del nostro Poeta allor che disse parlando di Cimabue suo Maestro:

O vana gloria dell’umane posse,

Con poco verde in su la cima dura,

Se non è giunta dall’etadi grosse!

perché al comparir che fecero poi le pitture del famosissimo Giotto, restarono le sue, dico in quanto a quello che al disegno appartiene, di niun pregio e valore; ma ciò dico non ostante sarà sempre memorabile costui, per essere stato il primo che introducesse nella nostra Patria il Musaico, e che anche assai lo megliorasse, con mettere i pezzi in piano; cosa tanto necessaria a quell’Arte: onde si puole affermare, ch’egli in tal magistero aprisse la strada di far bene allo stesso Giotto, e a tutti gli altri che anno operato dipoi, fino a’ nostri tempi, ne’ quali ell’è ridotta al sommo di sua perfezzione.

[p. 35] ARNOLFO

DI LAPO, OVVERO DI CAMBIO

SCULTORE E ARCHITETTO DA COLLE DI VALDELSA

Discepolo di CIMABUE. Nato 1232, morto 1300.

AVENDO io fra le notizie di Cimabue, il primo che megliorasse l’Arte del Disegno, in parte fatto vedere lo stato infelice, in che ella si trovava a’ tempi suoi, e fino da più Secoli avanti; ed essendo Arnolfo di cui ora intendo di ragionare, stato similmente il primo, che con la scorta del miglior disegno di Cimabue suo Maestro, in cominciasse a dar qualche miglioramento all’Architettura; sarà bene, che prima d’inoltrarmi a parlar di lui, io dica alcuna cosa della medesima Arte, e degli Artefici, che avanti ad esso operavano; acciò si veda, con quanta egualità di cammino si sieno sempre avanzate queste belle professioni, a proporzione del miglioramento, che di tempo in tempo à fatto il Disegno. Era l’Architettura fin dagli antichissimi tempi stata in Toscana trasportata, ed usata per qualche tempo da quei Rè nelle loro sontuose Fabbriche e Sepolcri, sebbene non con tanta leggiadrìa, quanta in Grecia; ma in quel modo, e con quell’Ordine, che Toscano si appella. Fece ancor’ essa poi coll’altre Arti naufragio; onde i Maestri, che doppo l’usarono per più Secoli fino ad Arnolfo, condussero l’opere loro, tutto che grandi e dispendiosissime, con Ordine barbaro, senza modo regola e ornamento. Basterà solamente per ora il mio intento il far menzione dell’opere d’alcuni pochi, di quei che operavano in quegli ultimi Secoli infelici, e più vicini a’ tempi di esso Arnolfo, a fine che più rilevante si riconosca la differenza ed il miglioramento nell’opere di lui. Furono dunque avanti ad Arnolfo molti Architetti in Italia, e fra i più rinomati ebbe luogo un certo Buono, che in Ravenna edificò molte Chiese; fondò in Napoli Castel Capuano e Castel dell’Uovo; ed in Venezia a tempo del doge Morosini circa al 1155. il Campanile di S. Marco. Ordinò con suo modello dell’anno 1166. la Chiesa di S. Andrea di Pistoia, lavorando di sua mano sopra di essa un Architrave pieno di figure di quella Gottica maniera. Accrebbe in Firenze la Chiesa di S. Maria Maggiore allor fuor delle Mura. Fabbricò in Arezzo il Palazzo de’ Signori, la Torre per la campana, ed altri edificj per l’Italia. Vi fu ancora un Guglielmo che si dice Tedesco, il quale, con un certo Buonanno Scultore, si disse aver fondato l’anno 1174. il Campanile del Domo di Pisa. Un Marchionne Aretino, che nel 1216. finì la Pieve, e Campanile d’Arezzo. Un tal Fuccio Fiorentino, che in Firenze fabbricò con suo disegno la Chiesa di S. Maria sopr’Arno del 1229. e in Napoli finì il Castello di Capoana, poi della Vicherìa, e Castel dell’Uovo. Finalmente un certo Maestro Iacopo, dal Vasari supposto di nazione Tedesco, che per abbreviatura, o corrottela del nome, Maestro Lapo fu chiamato: questi disse il Vasari che fusse il Padre di Arnolfo, ma forse con errore; poiché io trovo in uno spoglio dell’eruditissimo Borghino di più memorie tratte dalle Riformagioni [p. 36] di Firenze, che’l nostro Arnolfo fu figliuolo di un certo Cambio, e non di Lapo. Ma volendo camminare col supposto del Vasari, è da avvertire che forse non fu vero, che Iacopo fosse Tedesco come esso Vasari affermò; perché Arnolfo preteso suo Figliuolo fu da Colle di Toscana, trovandosi nell’Archivio delle Riformagioni al Libro di Provvisioni della Città segnato K, dell’anno 1299 e 1300. che i Priori, e Gonfaloniere, riconosciuto Arnolfo da Colle Capomaestro del lavoro, e opera di S. Reparata, Chiesa Maggiore della Città di Firenze, per il più celebre e valoroso uomo, che fosse in edificazioni di Chiese, che tali appunto son le parole ivi notate, perciò sotto dì primo d’Aprile 1300, l’assolverono da tutti i carichi e gravezze della Città. Potrebbesi però dire per lo contrario, che il preteso Padre suo Lapo, per altro di nazion Tedesco, si fosse in Colle stanziato, e quivi avesse avuto Arnolfo. Comunque sia la cosa, questo Lapo, doppo la morte del Patriarca S. Francesco, fece il modello della grande Chiesa d’Ascesi, e del Palazzo di Poppi in Casentino. Fondò in Firenze l’anno 1218. le pile del Ponte alla Carraia, che allora si disse il Ponte nuovo. Con suo modello fecesi la Chiesa di S. Salvatore del Vescovado, e quella di S. Michele a Piazza Padella, poi detto Bertelli, che oggi si dice dagli Antinori. Diede il modo di scolar l’acque della Città, e fu il primo che vi facesse lastricar le strade, che per avanti s’ammattonavano. Fu anche fatto con suo disegno il Palazzo degli Anziani, Ufizio cominciato in Firenze l’anno 1250, che servì poi pel Potestà, oggi pel Bargello.

Ma venendo ad Arnolfo, doppo aver egli bene appresa da Lapo suo Padre l’Arte dell’Architettura, ed essersi molto approfittato nel Disegno appresso Cimabue, divenne il migliore di quanti altri Maestri fossero stati avanti a lui per più Secoli. Diede egli il disegno per il terzo e ultimo cerchio delle Mura di Firenze l’anno 1284. per la Loggia e Piazza de’ Priori l’anno 1285. e per una parte della Chiesa di Badia; e fu anche fabbricato con suo modello il Campanile della medesima, finito poi del 1330. Fondò l’anno 1294. la Chiesa di S. Croce, i primi Chiostri, ed il Convento. Per l’Arte di Callimala l’anno 1293. incrostò di marmi il Tempio di S. Giovanni, levatone prima l’ornato di Macigni, ed alcuni Sepolchri, che gli erano attorno, parte de’ quali fece porre dalla Compagnia di S. Zanobi verso la Canonica: Diede il disegno per i Castelli di Scarperìa in Mugello, e di Castelfranco in Valdarno, fatto edificare da’ Fiorentini insieme con altro (al quale fu dato nome di Castel S. Giovanni) l’anno 1295. contro la potenza di due Famiglie che si trovavano allora in quella parte del Valdarno di sopra, cioè Pazzi e Ubertini, per timore che quelle in processo di tempo alcun favore non prestassero a i Grandi di dentro. E giacché io son venuto a parlare di queste due Castella fabbricate con disegno d’Arnolfo, non devo io lasciar di porre in questo luogo una memoria appartenente non meno alla materia di che si tratta, che ad alcune nobili famiglie Fiorentine, gli antenati delle quali trovo che furono eletti alla soprintendenza di sì grand’Opera. Il primo fu Cione di Ruggierino Minerbetti, l’altro Segna di Buono, dal quale la Famiglia de’ Segni; ma perché del 1300. Cione gravemente infermò; acciocché quel lavoro non si arrestasse, o con assistenza d’un solo non andasse in lungo; lo stesso Cione per istrumento rogato Ser Buonaccorso Facciuoli da Firenze, alli 21. d’Aprile di quell’anno, sostituì in suo luogo Ser Petraccolo dall’Ancisa, Notaio e Cancellier de’ Priori e del Gonfaloniere di Giustizia; e fu questi quel Ser Petraccolo di Ser Parenzo di Ser Garzo dall’Ancisa, che fu Padre del celebratissimo Poeta Francesco Petrarca; ed ecco le parole dello strumento.

Cione olim Domini Ruggierini Minerbetti Officialis electus, una cum Segna Boni per Priores Artium et Vexilliferum Iustitiæ, ad promovendum, et sollicitandum, et fieri facendum Castra, quæ de novo ædificantur, et fiunt in partibus Vallis Arni pro [p. 37] Comuni Florentiæ, cum ipse officio præesse non possit, ac præsens, propter imminentem infirmitatem, qua gravatur: ideo ser Petraccolum de Ancisa Notarium Scribam dictorum Officialium ibidem præsentem, loco sui posuit, et ordinavit, committens sibi omnem suam auctoritatem, et talem quam habet ex vigore electionis factæ de eo, quousque eum revocaverit.

Che il Padre del Petrarca fosse Scriba, o Cancelliere delle Riformagioni, l’Abate Gammurini, nella sua Storia Genealogica delle Famiglie Toscane & Umbre, lo prova con vari beneficj da esso fatti a Messer Simone da Perugia stato Potestà a Firenze del 1297. e che lo stesso fosse Figliuolo di ser Parenzo di ser Garzo dall’Ancisa, si à da una Lettera del medesimo Petrarca, scritta a Giovan Boccaccio, citata dal medesimo Gammurrini, dove soggiugne d’esser nato in Arezzo nell’esilio del Padre in Kalende d’Agosto all’Aurora l’anno del signore 1304. Ò io avuto notizia di questo contratto dal Dottor Giovanni Renzi soggetto che per le sue ottime qualità, particolarmente per l’affetto alle buone Arti, a tutti è caro, e merita ogni lode.

Tornando ora all’opere d’Arnolfo; fu parto del suo ingegno il Modello ed Architettura della gran Chiesa di S. Maria del Fiore, incominciatasi a edificare in luogo, dove per avanti era una Chiesa dedicata a S. Reparata; e fu posta la prima pietra di questo Edifizio, nel giorno della Natività di Maria Verg. l’anno 1295. o come altri vogliono 1294. benché il Vasari e’l Bocchi dichino del 1298. nel qual’anno avvenne, che trovandosi i Fiorentini in stato d’alcuna quiete dei passati disturbi, determinarono di fabbricare, col modello di lui, proprio Palazzo al supremo Magistrato del Popolo, il quale per avanti era solito ragunarsi in private case della Famiglia de’ Cerchi, che si dice erano dietro a S. Brocolo, ma di vero dietro a S. Romolo, errore preso nelle prime Stampe di Giovan Villani per la vicinità delle lettere, e per l’antico modo di scrivere, che si vede ne’ MSS. di que’ tempi: e ciò fecero non tanto per maggior decoro del medesimo quanto per assicurarlo maggiormente per l’avvenire da’ tumilti de’ Nobili e Potenti; ed è quel che fino a’ nostri tempi si vede nella piazza del Granduca. Erano presso al sito dove il Palazzo edificar si dovea, state le case degli Uberti ed altri Ribelli della Ghibellina fazione, le quali i Fiorentini avevan disfatte, e fattane piazza: e perché vivissimo era tuttavia lo sdegno che conservava il Popolo contro quella famiglia, vollero per ogni modo che nell’edificazione del Palazzo, non punto si toccasse il suolo, dove già furono esse case; onde fu necessario il farlo molto vicino alla Chiesa di S. Pietro Scheraggio; anzi niente curandosi l’incessanti opposizioni d’Arnolfo, fu a tal cagione determinato ch’e’ si dovesse fondare e murare fuor di squadra, come seguì; mostrando, ciò non ostante, questo Architetto quanto e’ valesse nel dispor bene una Fabbrica anche in così strana congiuntura. In oltre operò egli per modo, che nel bel mezzo di quello avesse luogo l’antica Torre de’ Foraboschi, detta allora della Vacca; quale riempì con tal materia, e così forte, ch’e’ fu poi facile il murarvi sopra, il maraviglioso Campanile che vi si vede. Operò anche di Scultura; e in Roma ad istanza di Pandolfo Ipotecorvo fece la Cappella di marmo, dov’era ‘l Presepio di nostro signore Gesù Cristo, e la Cappella con il Sepolcro di Bonifazio VIII. in S. Pietro, e vi lasciò scritto il proprio nome. Diede principio nella Chiesa di S. Maria Maggiore alla Sepoltura di Onorio III. di Casa Savella col ritratto dello stesso Pontefice, quali non finì, e fu poi riposto nella Cappella di Musaico in S. Paolo con il ritratto di Giovan Gaetano Abate di quel Monasterio: Altre molte Sculture, Disegni, e Modelli, fece Arnolfo per molte altre Fabbriche per la Toscana, che per brevità si lasciano, bastandoci le dette fin quì, per dare una tale quale cognizione di questo Artefice. Ultima opera di questo Artefice [p. 38] fu il modello di un bel ponte d’un arco solo, che poi dicesi dopo sua morte, cioè dopo il 1300 fu edificato sopra ‘l fiume dell’Elsa, dove è la Porta del Borgo di Spugna, alla quale metton le strade di Firenze e Siena, che vanno a Colle e a Volterra, che si chiama il Ponte a Spugna. E finalmente pervenuto all’età di circa 68. anni, passò da questa all’altra vita nell’anno di nostra salute 1300.

In un Libro delle Riformagioni segnato N. 1357. trovasi essere stata data la Cittadinanza ad Alberto Scultore di figure di marmi & a Guiduccio, l’uno e l’altro figliuoli d’Arnolfo.

Ne’ tempi di questo Artefice erano in Firenze i Frati Predicatori, che nel Convento di S. Maria Novella, coll’esempio e colla predicazione facevano straordinario frutto, e gran conversioni di gente al divin servizio; onde non solo moltissimi giovani chiari per nobiltà, ma altri in gran numero esercitati in ogni sorte di Scienza, e nelle buone Arti, lasciando il Mondo, abbracciavano quello istituto. Fra questi ve n’ebbe molti, i quali siccome io trovo nella Cronica manoscritta di quel Convento, furono eccellenti in Architettura, forse anche Discepoli di Arnolfo, o suoi imitatori, secondo quello che mostrano l’opere loro; tali furono un certo Fra Ristoro, e un Fra Sisto Fiorentini Conversi di quell’Ordine, i quali con lor disegno, doppo il diluvio del 1264. rifabbricarono gli due antichi Ponti della Carraia e di S. Trinita; e l’anno 1279. diedero principio alla gran fabbrica della Chiesa di Santa Maria Novella, come altrove

s’è accennato; la quale sotto il governo di diversi gravissimi Padri di quel

Convento, per lo spazio di circa settent’anni tuttavia accrescendosi,

finalmente, al tempo che ne aveva la cura Fra Jacopo Passavanti

celebre Scrittore, restò finita poco dopo il 1350. Secondo

ciò che scrive l’Autore della nominata Cronaca, questi

medesimi Fra Ristoro e Fra Sisto edificarono le

volte inferiori del Palazzo Vaticano; poi

nella medesima Città di Roma finirono

la vita; il primo dell’anno

1283. ed il secondo sei anni

di poi.

Vi fu ancora un Fra Giovanni da Campi, che

molte e molte fabbriche fece in Firenze

per diversi Cittadini, ed ebbe an

cor’ esso parte nell’edificazione

della nuova Chiesa

di Santa Maria Novella

Questi

nello

stesso Convento diede fine

al corso delli anni

suoi l’Anno

1339.

[p. 39] DECENNALE II.

DEL SECOLO I.

DAL MCCLXX. AL MCCLXXX.

GADDO GADDI

PITTOR FIORENTINO

Discepolo di CIMABUE. Nato 1239. morto 1312.

Fu questo Artefice uno di coloro, che fin da’ tempi di Cimabue, si diedero all’Arte della Pittura, seguendo per un pezzo interamente la maniera de’ Greci: Costui però, quantunque ne’ suoi principj non punto megliorasse quel modo di fare, contuttociò operava con un po’ più di diligenza e d’amore, di quello che essi facevan vedere nell’opere loro; ma come quegli che s’era grandemente invaghito del suo mestiero, si diede a praticare assai domesticamente collo stesso Cimabue, dal quale andò di giorno in giorno ricavando tali precetti, che megliorò molto l’antico suo modo di fare; ciò che pure, come s’è mostrato, avevan fatto altri Maestri, che anche prima che Cimabue si facesse conoscere per quel ch’egli era col suo nuovo stile, avevano in quella grossa età tenuto grado d’eccellenza. Giunto dunque che fu Gaddo a tal segno di miglioramento, fu da Andrea Tafi meno esperto di lui, adoperato in aiuto, a finir la grand’opera di Musaico della Tribuna di S. Giovanni; con l’occasione del qual lavoro, avendo egli preso maggior pratica, e acquistata miglior maniera, gli furon poi dati a fare pur di Musaico i Profeti che si veggono intorno a quel Tempio ne’ quadri sotto le finestre; e poi gli fu ordinata l’opera di Musaico nella Chiesa di S. Maria del Fiore nel mezzo tondo sopra la porta maggiore, ove figurò la coronazione di Maria Vergine, che pur’ oggi vi si vede; opera che non pure fu d’onore a lui, ma alla Città stessa, perché ebbe lode del più bel Musaico che si fosse veduto fino a quel tempo in Italia. Dice il Vasari che l’anno doppo l’incendio della Chiesa e Palazzi di Laterano, cioè del 1308. egli fu chiamato a Roma da Clemente V. dove nella nominata Chiesa gli furon date a finire alcune opere cominciate da Fra Jacopo da Turrita, coll’altre cose che si diranno appresso. È però da avvertire che in ciò erra il Vasari, supponendo il detto incendio seguìto l’anno 1307. mentre la verità è, ch’e’seguì ne’ tempi di Niccola IV. e pare anche ch’e’dovesse dire ch’e’non fusse chiamato a Roma, ma che per ordine di quel Papa e’ fosse fatto andare a Roma, a finir quell’opere; perch’e’non si sà che Papa [p. 40] Clemente V, che fu creato in Perugia l’anno 1305. essendo egli in Francia, stesse mai a Roma, avendo là trasportata la Sede, & in Avignone. La verità però si crede essere, che non Clemente V. ma Niccola IV. lo chiamasse a Roma, dove gli fece finire la Tribuna cominciata da detto Fra Jacopo da Turriti in S. Giovanni Laterano, che ebbe suo fine l’anno 1292. doppo appunto seguita la morte di Niccola IV, mancato nel 1291. e Papa Clemente V. fu poi creato nel 1305. Comunque fosse la cosa, oltre avere egli dato fine in Roma ai mentovati lavori, operò nella Cappella Maggiore di S. Pietro, e per la Chiesa ancora; e aiutò a finire alcune Storie della facciata di S. Maria Maggiore. Portatosi in Arezzo, lavorò per i Signori di Pietra Mala; dipoi chiamato a Pisa fece nel Duomo, sopra la Cappella dell’Incoronata, un’Assunzione di Maria Vergine, con la figura di Giesù Cristo. Era costui in ogni sua opera diligentissimo, e tornato a Firenze sua Patria, si messe, come per riposo, a lavorare di Musaico alcune piccole tavolette colle guscia dell’uova. Fece anco molto in Pittura, e si veddero di sua mano assai tavole per le Chiese di Firenze e dello Stato. Pervenuto finalmente ch’egli fu all’età di 73. anni fece da questa all’altra vita passaggio l’anno 1312. e nella Chiesa di S. Croce, fu onorevolmente sepolto. Di questo Gaddo fu figliuolo Taddeo Gaddi, pure anch’esso Pittore, e degnissimo Discepolo di Giotto. E di Taddeo nacque Agnolo altro rinomato Pittore de’ suoi tempi. Quali poi doppo costoro siano state le glorie di questa Famiglia, sentiamolo dalla celebre Storia delle Famiglie Nobili Fiorentine, e della Nobiltà de’ Fiorentini di Piero di Giovanni Monaldi Manoscritto originale nella Libreria del Serenissimo Granduca Cosimo III Nostro Signore, ed eccone le parole.

La Famiglia de’ Gaddi, così detta da Gaddo famoso Pittore, vien gradita con due del numero de’ Signori, cioè il primo nel 1437, si chiamò Agnolo di Zanobi, e l’ultimo nel 1505. fu Taddeo d’Agnolo. Fu questa Familia illustrata da Niccolò, e Taddeo, ambidue degnissimi Cardinali della Romana Chiesa, Girolamo Vescovo di Cortona, Giovani Cherico Apostolico Ambasciatore del Concilio di Trento; Francesco Dottor di legge Oratore al Duca d’Urbino, Luigi fatto Cavaliere da Papa Leon Decimo; Agnolo Cavaliere Sprondoro e Senatore Fiorentino, Sinibaldo ancor lui dello stesso Senato, di cui nacque Niccolò Cavaliere e Senator Fiorentino di maravigliose ricchesse; il quale fabbricò quella ricchissima Cappella di prezziosi marmi Orientali nella vaghissima Chiesa di S. Maria Novella. L’arme loro si trova una grande dorata Croce, la quale riempie tutto il campo nel cilestre luogo; anno avuto nove signori, il primo nel 1437. Senatori quattro; si estinse in Luigi d’Agnolo, e si propaginò per così dire in Cammillo Pitti, che ebbe l’eredità, e prese il Cognome, doppo la morte di Luigi, per il testamento del Cavaliere Niccolò suo Zio.

[p. 41] FRA JACOPO DA TURRITA

PITTORE A MUSAICO

Discepolo d’ANDREA TAFI fioriva circa’l 1280.

Fu la Patria di questo Artefice Turrita terra molto riguardevole di Valdi Chiana in quella parte che appartiene allo Stato di Siena fra’ confini del Perugino, e del Sanese. Vestì l’abito del Patriarca S. Francesco, attese a dipignere a Musaico, e pare che’l Vasari, che alcune poche cose scrisse di lui così alla sfuggita, fusse di parere ch’egli imparasse l’arte da Andrea Tafi, al che non contraddice in tutto la sua maniera, benché questa poco si distingua da quella che tenevano i Greci prima che Cimabue di tanto la megliorasse, avendo in sé più durezza, e peggior disegno; né si rende anche ciò inverosimile per sapersi che lo stesso Tafi andasse a dargli aiuto nell’opere ch’e’ fece in Pisa, come appresso si dirà. Fra gli altri suoi lavori veggonsi, sino a’ nostri tempi assai ben conservati i Musaici nella Scarsella dopo l’Altar Maggiore nel Tempio di S. Giovanni di Firenze. Essendo stato chiamato a Roma lavorò alcune cose nella Maggior Cappella di S. Gio. Laterano, e in quella di S. Maria Maggiore, quali per la sua sopravvegnente morte rimasero imperfette, e furono finite poi da Gaddo Gaddi. Nella Tribuna Principale del Domo di Pisa, fece alcune opere di Musaico coll’aiuto d’Andrea Tafi, e dello stesso Gaddo, con la quale occasione migliorò alquanto la sua maniera; ma perché o fusse per qualche tempo dismesso quel lavoro o per qual si fusse altra cagione, non essendo quelle alla morte di fra Jacopo rimaste finite, fu dato loro compimento da un Discepolo del Gaddi chiamato Vicino l’anno 1321. In un Manoscritto d’un Autore di questo secolo trovo essersi coll’occasione di demolirsi la Chiesa di S. Pietro in Roma ritrovato che per mano dello stesso fra Jacopo fusse fatto il Musaico per la Sepoltura di Papa Bonifazio VIII. vivente ancora esso Pontefice che regnò fino al 1303. e si crede fusse questa l’ultima opera sua, perché o poco prima di detto Anno 1303. conforme è parere d’Autori diversi, egli finì di vivere.

DECENNALE III.

DEL SECOLO I. DALL’ANNO MCCLXXX. AL MCCXC.

GIO. PISANO Scultore, e Architetto discep. di GIOTTO, nato del 1320.

Nelle note fatte a Cimabue, e ad Arnolfo si è già mostrato in qual posto si trovasse ne’ tempi loro la Pittura, ed Architettura, e quanto poi queste ricevessero di perfezione da’ nominati Maestri per cagione del miglior disegno; quello stesso, e forse più può dirsi della Scultura, la quale in que’ tempi era ridotta a tale stato, che le statue come disse il Vasari, e tuttavia si conosce oggi dalle goffe, e sproporzionate figure, che facevano quelli antichi Maestri, ritenevano più della Cava, che del Naturale. Uno di questi fu l’altre volte nominato Fuccio Fiorentino, il quale nella Chiesa d’Ascesi scolpì il Sepolcro della Regina di Cipri, ed essa sedente sopra un [p. 42] Leone; altri molti in Romagna, Lombardia, ed altrove, tutti collo stesso gusto, e debolissima maniera d’operare. Fu poi Niccola Pisano Padre di Gio. del quale ora facciamo menzione, che alquanto migliorò la maniera, e fino all’anno 1231 fece l’arca di S. Domenico in Bologna, col modello di quella Chiesa, e gran parte del Convento, del Palazzo degli Anziani in Pisa, oggi contenuto nel bellissimo Convento dell’Illustrissima e Sacra Religione di S. Stefano Papa, e Martire, e del Campanile di S. Niccola di bella invenzione; fu fatta con suo disegno la Chiesa di S. Jacopo in Pistoia, e quella del Santo in Padova. Nel tempo che in Firenze con sua Architettura si fabbricava in su la piazza del Duomo la piccola Chiesetta della Misericordia, fece egli una Vergine di marmo piccola, che tuttavia si vede nella facciata di fuori di essa Chiesetta, le quali figure poste a confronto di quelle che fece poi Gio. suo figliuolo, imitando l’opere di Giotto, mostrano quanto esso col suo buon disegno, e maniera accrescesse di perfezione all’arte della Scultura. Del medesimo Niccola fu ancora invenzione l’accrescimento della fabbrica del Duomo di Siena, e Tempio di S. Giovanni di quella Città, e intagliò ancora il Pergamo dove si canta il Vangelio in essa Chiesa del Duomo: In Firenze poi diede il disegno per la Chiesa di S. Trinita, accrebbe il Duomo di Volterra, intagliò il Pergamo di S. Gio. in Pisa, e per varie Città d’Italia fece altre opere. Ebbe esso Andrea un suo Discepolo detto Maglione, che dell’anno 1254. fece la Chiesa di S. Lorenzo di Napoli, finì il Piscopio, e vi intagliò alcuni Sepolcri.

Venendo ora a Gio.: questi avendo avuti i principj da Niccola suo Padre, doppo aver fatte molte opere di quella maniera Gottica, e ordinate più fabbriche, e fra queste il grand’edifizio del Campo Santo di Pisa cominciato l’anno 1278. che restò finito nel 1283. diede’l disegno del Castel nuovo di Napoli, della facciata del Duomo di Siena, e di molte altre fabbriche per l’Italia. Venuto a Firenze per veder l’opere di Giotto, scolpì la Madonna che in mezzo a due Angeli si vede sopra la seconda porta di S. Maria del Fiore verso la Canonica, e intagliò il Battisterio di S. Gio., ed in Pistoia il Pergamo della Chiesa di S. Niccola: Nella medesima Città fu fatto con suo disegno il Campanile di S. Jacopo che restò finito l’anno 1301. Se si considera fra l’opere da quest’Artefice fatte in Firenze la mentovata Immagine di Maria Vergine posta sopra la porta di S. Maria del Fiore si conosce in essa tanto miglioramento dall’altre figure che per avanti fatte avea, e tanto della maniera di Giotto, che non resterà dubbio alcuno, ch’egli è per l’imitazione di quel Maestro, ed anche per i precetti se ne potesse doppo tanti anni d’esercizio nell’arte della Scultura chiamar Discepolo, ne è cosa al tutto incredibile, e nuova che un esercitato Maestro si faccia talv olta discepolo d’un altro tanto maggiore di lui, ogni qualvolta ne abbia ricevuti i migliori insegnamenti, e la totale trasmutazione delle proprie abilità in altre affatto più ragguardevoli. Così Persio non isdegnò di Confessarsi Discepolo di Cornuto per aver sotto la disciplina di lui (quel che così difficile si esperimenta) deposti gli antichi vizi del primo operare, e condotto sé stesso in istato lodevolissimo, e perfetto, e più propriamente nel caso nostro Apelle già famoso nell’arte, si portò a Sicione tiratovi dalla fama di Panfilio, e di Melanzio, e con loro s’acconciò, e lavorò sopra la celebre tavola di Melanzio, in cui era dipinto Aristrato tiranno di Sicione sopra il trionfal carro della vittoria. Finalmente scolpì Gio. nella Città di Perugia nella Chiesa de’ Frati Predicatori la Sepoltura di Papa Benedetto Nono, e quella di Niccolò Guidalotti Vescovo di Recanati institutore della Sapienza nuova di quella Città: in Pisa il Pergamo grande del Duomo, da mandritta verso l’altar maggiore, al quale diede compimento l’anno 1320. fu sua invenzione la Cappella dove si conserva la Sacra Cintola della gran Madre di Dio nella Città di Prato in Toscana, l’accrescimento di quella Chiesa, ed il Campanile: e vedonsi anche di sua mano altre opere di Scultura, e [p. 43] d’Architettura per l’Italia. Morì finalmente in età decrepita nella Città di Pisa l’anno 1320. e nel Campo Santo gli fu data Sepoltura.

UGOLINO SANESE Pittore, discep. di Cimabue, nato 1349.

Studiò quest’Artefice da Cimabue, del quale per una certa sua ostinazione sempre volle tener la maniera, lasciando quella di Giotto, che vidde tanto applaudita ne’ suoi tempi. Dipinse per tutta Italia molte cappelle, e tavole, e in Firenze per l’Altar maggiore di S. Croce, e S. Maria Novella fece due tavole; fu colorita da lui la divota Immagine del pilastro nella loggia alla Piazza d’Orsan Michele in detta Città, per mezzo della quale Immagine poco doppo fece Iddio tanti miracoli, che concorrendovi Popoli infiniti in breve fu quella loggia ripiena di contrassegni di ricevute grazie. Onde poi fu la detta Immagine abbellita di ricchissimi, e dispendiosi ornamenti, e tuttavia si onora dal concorso di tutta la Città; ma di questo particolare si parlerà altrove. Un moderno Autore Toscano per altro letterato in un suo discorso di Pittura che lasciò manoscritto riprese il Vasari dell’aver detto, che Ugolino fusse discepolo di Stefano Fiorentino, e la ragione di quel rimprovero disse essere, perché fatto il computo de’ tempi della vita dell’uno, e dell’altro, trovava che Ugolino fusse più vecchio di Stefano, deducendo da questo impossibilità di potergli essere stato scolare. Lasciando io ora da parte questa ragione, che a mio parere nulla strigne, io trovo che il Vasari nell’edizione del 1568 p. p. a c. 143 dice molto chiaramente, e tassativamente afferma, che Ugolino fusse sì bene ne’ tempi di Stefano, ma non già che fusse suo discepolo, e poco appresso che il Maestro suo fusse Cimabue; onde io non ho mai saputo capire, come il detto Autore possa essersi ingannato in cosa tanto manifesta. Pervenne Ugolino all’età decrepita, e finalmente nell’anno 1349 o 1339. come un altro afferma passò all’altra vita, e in Siena sua Patria fu sepolto.

MARINO BOCCANERA Architetto Genovese, fioriva del 1273.

Diede saggio di suo valore in questi tempi Marino Boccanera Architetto Genovese, il quale come attesta Raffaello Soprani, e dice cavarlo dagli antichi annali di Genova, nell’anno 1283. diede principio alla gran fabbrica dell’antico Molo, il quale fondò con grossi, e duri macigni per larghezza poco meno della stessa muraglia, cavati dalle vicine montagne, con bell’arte condotti dal Monte al Mare, ed in esso sommersi, i quali per lo corso di molti anni agitati dall’impeto dell’onda venissero talmente a stabilirsi, e fra di loro a congiugnersi, che poi facil cosa fusse il potervi alzar sopra con sicurezza quella gran fabbrica. Il citato Autore attribuisce a questo Artefice anche l’opera della Darsena, che era stata cominciata fino l’anno 1215, e quella del Mandracchio cominciata del 1276. per sicuro ricetto delle Navi, siccome anche pensa ch’e’ facesse altri maravigliosi edifici, e acquidotti, di che però non si à indubitata certezza. Accrebbe costui dell’anno 1300. notabilmente il Porto, cavando in profondità di quindici piedi; la lunghezza di 115. cubiti di spiaggia, e nell’anno seguente l’accrebbe verso la Chiesa di S. Marco un’altra volta, cavando nella spiaggia un altro fosso della lunghezza e profondità medesima dell’antedetta; né altro abbiamo di questo nobile ingegno, se non che per lo suo valore e’ divenne caro alla sua Patria, e dipoi uscriono di sua famiglia Uomini d’ogni affare, i quali dalle penne di vari Scrittori son celebrati.

[p. 44] DECENNALE IV.

DEL SECOLO I. DAL MCCXC. AL MCCC.

GIOTTO DI BONDONE

PITTORE, SCULTORE E ARCHITETTO FIORENTINO

Discepolo di CIMABUE nato 1276. 1336.

Giotto di Bondone Pittore, Scultore, e Architetto Fiorentino ebbe i suoi natali, siccome io trovo in antiche scritture, in un luogo detto il Colle nel Contado di Vespignano poco distante dalla Città di Firenze. La prima applicazione di lui fu il pascolare gli armenti del Padre suo; ma perché da natura fu maravigliosamente inclinato all’arte del Disegno; nel tempo che le sue pecorelle pascolavano non poteva contenersi dal disegnare o quelle, o altre cose, che se gli presentavano alla vista, o che gli somministrava la fantasia. Volle il Cielo, che a gran cose destinato l’avea, che Cimabue, il più celebre Maestro, che per molti secoli avanti avesse usato pennello, passando per suoi affari per quelle parti, in lui s’imbattesse in tempo ch’egli alcuna cosa disegnava; onde maravigliato a gran segno del genio del fanciullo, il ricercò se e’ volesse seco venirsene a Firenze per apprender l’arte; il figliuolo, che costumatissimo era, accettò l’invito, quando che fusse stato di gusto del Padre, al quale chiestolo Cimabue, e ottenutolo, seco a Firenze il condusse. Diedesi Giotto con la direzione di tal Maestro fervorosamente a studiare, e in breve fece profitto così maraviglioso, che affermare si può, ch’e’ fusse quel solo Pittore, a cui a gran ragione deesi lode d’aver migliorata, anzi ridotta a nuova vita l’arte della Pittura già quasi estinta, essendo che e’ mostrasse alcun principio del modo di dar vivezza alle teste con qualch’espressione d’affetti, d’amore, d’ira, di timore, speranza, e simili; s’accostasse alquanto al naturale nel piegar de’ panni, e scoprisse qualcosa dello sfuggire, e scortare delle figure, e una certa morbidezza di maniera, qualità al tutto diverse da quelle che per avanti avea tenuto il suo Maestro Cimabue, per non parlar più dell’in tutto dure e goffe usate da’ Greci, e da loro imitatori. Così dunque egli aperse largo campo a’ suoi molti discepoli, e a chi poi loro successe d’andar sempre migliorando il modo dell’operare, fin che s’è ridotto finalmente all’ultimo della sua perfezione. Il Vasari, o pure lo stampatore della sua storia, pare che errasse nel dire l’anno 1276. esser seguito il natale di quest’artefice, tanto più che è chiaro appresso di me non aver egli avuta notizia di quanto io trovo di lui, e d’alcune circostanze dell’opere sue fatte nella Città di Roma; come ora son per dire. Nell’Archivio di S. Pietro in Vaticano in un libro intitolato Martirologio foglio 83. si trova la seguente memoria venuta a mia cognizione prima per nota ritrovata nella mai a bastanza celebrata libreria de’ manoscritti originali, e spogli del già Carlo della nobilissima famiglia degli Strozzi Senator Fiorentino; poi per riscontro avutone della medesima Città di Roma; e finalmente per aver trovato essere stata accennata dal Torrigio nel suo libro delle sacre grotte Vaticane, al Capitolo 5. siccome da altri moderni Autori: IACOBUS GAETANI DE STEPHANESCHIS DIAC. CARD. SANCTI GEORGII

ALBERO

DELL’AGNAZIONE E COGNAZIONE DI GIOTTO DI BONDONE PITTORE

BONDONE da Vespignano

Rogito di ser Francesco di Buoninsegna da Vespignano 17. Febbr. 1325. In Arch. Fior.

GIOTTO Pittore 1336

mona CIUTA di Lapo GIOVANNI

di Pela del popolo di dal Cischio

S. Reparata di Firenze.

Rogito di ser Filippo Contruccini di maestro

Buono da Pupigliano. In arch. fior.

FRANCESCO Pittore CATERINA A RICCO LUCIA a PIERO CHIARA promessa a Zuccherino

Descritto nella Compa Lapo Pittore del Popolo

gnia de’ Pittori di Firenze di S. Michel Visdomini. Ex rog. Ser Maes. Fran Coppino di Guiduccio da Pilerciano

l’anno 1351. E si dice Dal protoc. di Ser Filippo Franc. Pagni co dal Borgo Protoc. di Ser Franc. Di Buoninsegna da

Francesco del maestro Contruccini. In Arch. Fior. de Vispign. a S. Lorenzo Vespognano. 17. Febb. 1335.

Giotto: e ne parla il Vasari In pubblico di Mugello. Notisi come questi Coppini da Pilerciano

P. 1. ult. Ediz. a 113. Arch. Flor. Prot. di Ser son degli ammoniti l’anno 1375.

Protoc. di Ser Filippo Die 2. Febb. An. Zuccheri detti dal Borgo a San Lorenzo.

Contruccini di Maestro 1337. del qua dal Cischio

Buono da Pupigliano le è fatta men In Archivio. NICCOLA

citato altrove in quest’Albero zione sotto il Flor. Dal d. Protoc. dei d. ser Franco 1329. D.

. nome di D. Bi Fran. & Niccola fratres & filij Giotti

ce Pinzochera. Bondonis de Colle Comm. Vespignani,

fuerunt confessi se recepisse mutuò &c.

Trovasi d. Niccola nominato in altri

strumenti ancora.

D. BI E Pinzochera BONDONE. Prete FRANCESCO ZUCCHERI

Dal Protoc. I. in carta reale di ser Pagno vocato Dal d. Protocollo del d. ser Franc. Dal lib. de’ Prot.

da Vespignano. DONATO D. Iuncta Plebanus s. Cresci de di Ser Benedetto

Franciscus filius Giotti q. Bondonis Maciuolo nomine D. Francisci Episc. Flor. di maestro Martin.o

Pictoris, qui hodie moratur Vespignani, Dal Protocollo di ser induxit in tenutam Priorie s. Martini de In Arch. Flor

emancipatus a d. suo patre, & ut Filippo Contruccini. In Vespignano discretum virum D. Franciscum 115. del 1330.

procurator d. Giotti sui patris, donat Arch. Flor. mag. Giotti Pictoris; l’anno 1329. Zucchero di Gio

D. Bici pinzocheræ filiæ d. Giotti quod 1347. die 21. Martij Dotus Dallo stesso Protoc. l’anno 1329. dal Cischio bandito

dam podere & terras in pp. S. Michaelis fil. q. Giotti Bondonis Actum in Com. Vespignani l.d. dal Col. dal Comune in

de Agione l. d. Colle 1318. Pict. De Colle pp. le. D. Franciscus Prior Ecclesie s. Martini danari e persona

Dal Protoc. di Ser Franc. Di Pagno da Plebis s. Casciani de de Vespignano, & filius Giotti q. chiede i suoi beni

Vespignano In Arch. Fior. Padule, constituit suum. Bondonis d.l. de Colle, uti Procurator. feudali.

Die secundo Febb. 1337. Ind. 6. Cum. Procur. Dinum olim sui patris, una cum Zuccherino q. Cop

D. Bice Pinzochera Ord. S. Mariæ Luti pp. s. Reparate pini de Pilerciano, dant in affectum quod dam podere

Novellæ de Flor. & filia olim Giotti special. ad faciendum in l.d. Colle, quod erat & eidem Giotto & Zuccherino

Bondonis Pictoris, inter alia quæ in suis sibi restitui omnia per indivisum. Actum ibid. 1329. D. Franc. Prior s.

codicillis disposuit, reliquit de bonis suis, sig. istr. contractus Michaelis de Vespignano, & filius Giotti Bondonis

pro anima q. Giotti patris sui, libras. imbreviat. & script. de Colle, ut procurator sui Patris, dat in affictum

quinquaginta f. distribuendas ad sensum ad d. Donatum ut. quoddam petium terræ in populo S. Michaelis de

& voluntatem D. Luciæ eius sororis heredit non d. Giotti vel. Aglioni. Actum in Com. Vespignani 1331.

& filiæ d. q. Giotti, & filiæ D. Ciutæ. Suo pertinent. à quibuscum Franciscus filius Giotti Pictoris populis s. Marie Nov.

uxoris d. q. Giotti, uxoris nunc Leffi. Notarijs & per de Florentia, ut procurator d. sui patris,

Martinocchi de Vespignano. Quæ D. sonis, penes quas dd. vendit quoddam Casolare l.d. Pesciuola. D. Ciuta

Lucia, sibi et fidei suæ commissa scripture fuerint; & uxor d. Giotti consentit.

adimplere, pro salute et remedio animæ d. specialit. omnia & singula

Giotti elegit & nominavit ad dd. instrumenta rogata

Legata recipienda, pauperes, & gata per Ser Guiduccium olim Ser Lotti Not. Flor. & ad fieri faciendum à

legatarios infrascriptos &c. D. Procon. & Consulib. Artis ladic. & Notar. Civit. Flor. preceptum d.

Notarij restituen. Ex Ser Franc. Pagni de Vespignano

BARTOLO Pittore ANASTASIA a MATTEO Ser DONATO

Da un Lib. di Livelli e di Antonio Porci Da un rogo di Ser

Affitti de’ RR. Monaci di dal Cischio Lanaiuolo. Simone di Giunta di

Cestello di Fir. 1333. Rogo di Ser Ciriaco Vresta nel Castel

Cont. 51 del già Simone mad. PAOLA a Ser ANTONIO Notaio Fior. di Vicchio del 1397.

di Ianni dal Borgo. del popolo Mona Francesca

STEFANO Pittore a S. Lor. nel Da un protoc. di di San Lorenzo. del già Gilio di

Fece la Madonna di 1413. del quale Ser Gio. di Ser Lo Rogo di Ser Lorenzo Durazo de’ Risaliti,

Campo Santo di Pisa. è fatto menzione. renzo Buti da Pa di Ser Giovanni 1376. e moglie di Domenico

Da un Lib. di Livelli e sotto il nome di m. vanico 1376. Gio. di Pagno e Ugolino di Dino abitante

Affitti de’ RR. Monaci di Genna moglie di Donato Tani Citt. Fior. Arbitri fra oggi nel pp. di S. Quirico

Cestello di Fir. 1333. Iacoppi Rogo di Ser Frosino Nuti Ant. Zuccheri in suo nome e di a Oliveto, riceve

Cont. 51. Dalla Volpaia 4. Luglio 1400. Mad. Paola sua moglie figl. del già per suo legittimo

Nel pp. di s. Felicita, in casa Giovan Bondone vocato Donato del già maestro mondualdo ser

di Tommaso Corbinelli. Giotto da una, e Iacopo di Biagio Donato di Zucchero

Matteo del già Antonio Porcini Lanaiuolo del pp di s. del S. Iacopo del Poggio del Co: di da Vespignano a

Lorenzo di Fir. fa test. e instituisce suoi eredi universali Vespignano di Mugello, oggi del pop. di S. costituir procuratori.

Antonio e Cristofano suoi figliuoli, a’ quali sostituì ser Reparata di Fir. lor collega, lodano in certa Lettera di Ser Donato

Donato di ser Antonio Zuccheri dal Cischio Cittadino differenza d’una Casa posta in via, quæ to di Zucchero da

Fiorentino, e Francesco di Nuto d. Poggino Maestro olim dicebatur Cafaggio, hodieverò del. Vespignagno a costituir

di pietre. Cocomero. Lodo pronunziato da ser. Ant. del procuratori.

Zucchero del pp. di s. Lorenzo fra Panino Lettera di Ser Donato

Ughetti e Bartolo suo Nipote. In Filza d’Atti Zuccheri a Bartolommeo

Dell’Arc. di Fir. 1360 Ser Ant. Zuccheri dal Bernardo al Cischio;

Cischio fu Attuaio in quella Corte. 1353. in casa i Ross.i.

CRISTOFANO ANTONIO mad. GEMMA a DONATO Iacoppi dal Ser DONATO da Vespignano

Del 1438. Antonio di Cischio mad. Bartolommea Guidotti.

Matteo Porcini si riconosce debitore Rogo di Ser Ciriaco del già Simone di Ianni dal Di questo Donato da Vespignano di Francesco di Gio. Rucellai. Scrittura in Borgo a S. Lorenzo nel 1413. nel pp. di San Donato. Circa il 1400. Ser Donato Giannini

casa Rosselli. Paola Vedova del già Antonio Zuccheri pp. così scrive. Ser Tomaso di Ser

Rogo di Ser Ciriaco del già Simone di Ianni di S. Donato al Cischio di Mug. figliola del Francesco Masi Vece Proconsolo di Ser

Dal Borgo a S. Lorenzo nel 1413. citato Donato del Maestro Giotto Pittore di Firenze Lorenzo da Lutiano, e’ Consoli

sotto il nome di mad. Gemma moglie di legò a Antonio suo Nepote &c. Instituì Eredi commissono a me Donato Giannini le’

Donato. Universali mad. Gemma sua figliuola e moglie mbreviature di Ser Antonio Zuccheri,

Copia di Scritta di vend. che fa Antonio di Donato Iacoppi di d. pp. per una parte, e di Ser Donato suo figliuolo, carta per

Porcini a Ser Buonaccorso di e per l’altra metà Antonio di Matteo Porcini mano di Ser Nofri di Ser Piero Camarlingo

Piero Buonaccorsi Not. Fior. di più suo Nipote di mad. Nastasia sua Sorella. dell’Arte, e dierono sentenza ch’io

beni a 25 Ott. 1427. pivvicassi una procura di mess. Luca di

Scittura in casa i Rosselli. Pepo Montebuoni. A dì 10. di nov. rendei

la commessione di esse imbreviature a Ser

Pagolo di Piero Bartolomei, come volle ser

Zucchero. Nel 1401. ricogniz. di debito fatto

a Baldassarre di Niccolò Macigni Cittad. Fior.

da ser Bartolo Giannini, e vi è nominato Tommaso

Guidotti Legnaiuolo Padre di mad. Bartolomea

Donna di ser Donato di ser Antonio

Zuccheri.

Rogo di ser Frosino Nuti citato sotto il nome d’Anastasia

Porcini.

[p. 45] MATHEI VRRINI CARD. ARCHIPRESB. S PETRI BONIFACII PAPÆ VIII. NEPOS, NICOLAI PAPÆ III. PRONEPOS, ET ROTÆ AUDITOR, ET SACRÆ BASILICÆ VATICANÆ CANONICUS, a Bonifatio VIII de anno 1295. Canonicus declaratus de Vaticana Basilica, cuius Canonicatum quamdiù vixit retinuit optime meritus Naviculam S. Petri de anno 1298. eleganti musaico faciendam curavit per manus IOCTI celeberrimi Pictoris, pro quo opere florenos 2220. persolvit, ut ex libro antiquo Benefactorum fol. 87. sub his verbis: Obijt sanctæ memoriæ Iacobus Gaetanus de Stephaneschis Sancti Georgij Diaconus Cardinalis Canonicus noster, qui nostræ Basilicæ multa bona contulit, nam tribunam eius dipingi fecit, in quo opere quingentos auri florenos expendit. Tabulam depictam de manu IOCTI super eius Basilicæ sacrosanctum altare donavit, quæ octingentos auri florenos constitit. In paradiso eiusdem Basilicæ de opere musaico historiam qua Christus B. Petrum Apostolum in fluctibus ambulantem dextera ne mergeretur erexit per manus eiusdem singularissimi Pictoris fieri fecit, pro quo opere 2200. florenos persolvit, et multa alia, quæ enumerare esset longissimum qui supradictus Cardinalis obiit Avenione anno 48. sui Cardinalatus 1342. delatus ad Urbem est, et in hac Basilica in Sacello S. Laurentij, et Sergij Martyrum sepultus.

Non parrebbe dunque verisimile che Giotto nascesse del 1286. ma molti anni prima, perché apparirebbe impossibile, che essendosi egli (come dice il Vasari) di dieci anni in circa, cioè dell’anno 1286. o poco più posto ad imparar l’arte da Cimabue, che allora era d’anni 46., nel corso di dieci in dodici anni, cioè dall’86. in circa sino al 1298. e fino alla sua età di anni 21. in circa, avesse imparata l’arte, e fattovi tanto profitto, che avesse potuto fare non solo la nominata opera in Roma, ma l’infinite ancora, che pone il Vasari ch’egli avesse fatte prima di queste in essa Città, in Firenze, in Ascesi, e altrove, come si dirà appresso; il che volendo aver per vero, pare che bisognerebbe dire, che il natale di Giotto fusse potuto seguire circa’l 1265. o altro simil tempo, avanti all’asserto dal Vasari anno 1276. Ma se consideriamo ciò che dal detto d’alcuni Comentatori di Dante, coetaneo, e amicissimo di Giotto fu scritto, pare che a maggior gloria di questo artefice si potrà aver per vera l’asserzione del Vasari, cioè che Giotto facesse quell’infinito numero di pitture prima della Navicella in molto tenera età. Dice dunque Alessandro Vellutello nella Vita di Dante (ch’e’ prese di pianta da quella che scrisse Lionardo Bruni d’Arezzo) come il Divino Poeta fu de’ Priori della Repubblica Fiorentina l’anno 1300., e che da questo suo Priorato nacque il suo esilio, il quale seguì pochissimo doppo. Benvenuto da Imola antico Commentatore afferma, che Giotto ancor giovane assai, nella Città di Padova ricevesse Dante in Casa sua propria, come abbiamo accennato in altro luogo. Se dunque, come dice il Vasari, era Giotto in Padova non prima del 1316. e secondo l’Imolese egli era in quel tempo assai giovane, non parrebbe che sopra il detto del Vasari dell’esser seguito il natale di Giotto del 1276. rimanesse alcun dubbio, e conseguentemente ch’egli (tanto fu il sapere anche negli anni più verdi) facesse quelle grandi opere, nel che mi rimetto a’ più eruditi di tali antichità. Non sarebbe dunque vero che Giotto (come soggiugne il med. Vasari) fusse stato chiamato a Roma a far le nominate opere da Papa Benedetto IX. da Treviso, essendo quelle, come s’è detto, state fatta del 1298. in tempo di Bonifazio VIII., e Papa Benedetto IX regnò per mesi otto, e giorni sei degli anni 1303 e 304. Questa notizia fa conoscer chiaro l’errore del Vasari, seguitato da Felibien francese ne’ suoi Trattenimenti lib. primo, e non [p. 46] meno quello del Co. Carlo Cesare Malvasia, dove nella vita di Franco Bolognese a 14 dice: Franco, del quale non posso che parlare con un poco più di rispetto, come quello che venne giudicato a que’ tempi eguale ad ogni altro anche allo stesso Giotto, quando non mandò Benedetto IX. a riconoscer l’opera di quelli a Firenze, e a levarlo, che da Bologna ancora non si facesse venir questo Franco. Or quì si contenti il Lettore, che quantunque mio intento sia nel portar le notizie degli Artefici l’andar ristringendo al possibile le cose, che da altri furon dette, ora ch’io debbo trattare d’un tal’ Uomo, a cui queste belle arti tanto sono obbligate, io mi discosti alquanto da quello, ch’io mi proposi, e in ciò che all’opere di lui appartiene, io racconti in ristretto non solo tutto quello, che il Vasari, che ne tessé la Vita, ma eziandio altri buoni Autori prima, e doppo di lui ci lasciarono scritto, acciò resti tanto più viva al mondo la memoria di colui, il quale seppe in breve giro d’anni fare così alti progressi, che poté guadagnarsi il nome di proprio discepolo della Natura, e Padre dell’Arte medesima. Tra le prime opere dunque, che facesse Giotto furono alcune storie nella Cappella maggiore della Badia di Firenze, oggi distrutte per cagion di nuova muraglia, e la tavola medesima, la quale si tenne da que’ Monaci in tanta venerazione, che fino al 1570 non ne fu levata, benché l’Arte in quel tempo fusse giunta all’ultima perfezione, e perciò opere di gran lunga migliori vi si fussero potute collocare. Dipinse poi a fresco la Cappella del Palazzo del Podestà di Firenze, dove ritrasse al naturale il Divino Poeta Dante Alighieri, ser Brunetto Latini di esso Dante Maestro, e M. Corso Donati. Nella Chiesa di S. Croce dipinse quattro Cappelle; nella prima delle tre, che sono tra la sagrestia, e la Cappella maggiore fece per M. Ridolfo de’ Bardi la vita di S. Francesco, e ne’ volti d’alcuni Frati, che quivi rappresentò in atto di piagnere, espresse sì vivamente il dolore della morte del Patriarca, che fu tenuta cosa di maraviglia. Nell’altra di Casa Peruzzi figurò storie della vita di San Gio. Battista, il ballo d’Erodiade con bella vivezza, e spirito, ancora vi dipinse due storie di San Gio. Evangelista, cioè la resurrezzione di Drusiana, e quando il Santo fu rapito in Cielo; nella terza per la famiglia de’ Giugni dedicata a’ SS. Apostoli, figurò i martirj d’alcuni di loro; in un’altra Cappella dalla parte di là dall’Altar maggiore de’ Tolosini, e Spinelli, colorì storie della vita di Maria Vergine, nelle quali superò sé stesso. Per la Cappella de’ Baroncelli dipinse la tavola dell’Incoronazione di M. V. con gran numero d’Angioli e di piccole figure: In questa scrisse egli il suo nome con lettere d’oro col millesimo, e considerato il tempo, la bella maniera di quest’opera (come bene avverte il Vasari) si conosce senz’altre dimostrazioni essere stato con gran ragione attribuito a Giotto la bella gloria di Restauratore dell’Arte. Altre pitture fece in questa Chiesa, e nel Convento, che si lasciano per brevità, e veggonsi benissimo conservate negli armadi della sagrestìa le molte, e belle storie di figure piccole della vita di Cristo, e di San Francesco. Operò nella Chiesa de’ Padri del Carmine, e nel Palazzo di Parte Guelfa, dove ritrasse il Pontefice Clemente IV. institutore di quel Magistrato. Fu poi chiamato in Ascesi da fra Gio. della Marca allora Generale de’ Francescani, per dar fine all’Opere incominciate dal suo Maestro. Nel portarsi a questa volta convennegli fermarsi in Arezzo, dove dipinse la Cappella di S. Francesco nella Pieve, e un S. Francesco, e S. Domenico in un pilastro. Giunto in Ascesi nella Chiesa di sopra sotto il Corridore che attraversa le finestre dai due lati della medesima Chiesa dipinse trentadue storie della vita e fatti del patriarca S. Francesco, sedici per parte. Qui mi convien replicare che Giotto in queste opere mostrò più che in ogni altra fatta fino allora con quanta verità egli potesse dirsi vero restauratore dell’Arte della Pittura, attesoche per pittura non s’intende come l’altre volte citato moderno Autore, del quale aviamo parlato nell’Apologia nell’avvilire il merito di questo grand’Uomo, [p. 47] e di Cimabue suo maestro à mostrato di credere; cioè qualsivoglia cosa dipinta o in tela, o in muro; ma si bene il mestiere, o vogliam dire Arte della Pittura, le qualità della quale sono il disegno, il colorito, l’invenzione, l’espressione degli affetti, con altre simili, ed in somma l’imitazione di tutte le cose naturali, ed artificiali; queste son quelle qualità che a questa bell’Arte danno l’essere, e la vita, e senza le quali ella sarebbe non altro che un’ombra dell’Arte, e non l’Arte stessa. Ora diciamo, che questo singolarissimo Artefice in quelle storie, più che in ogni altra opera sua fatta per avanti scoprì tanto, anzi tanto s’inoltrò nella pratica di queste eccellenze, che fece stupire tutta quella età; avvenga che possa dirsi che egli in esse storie tutte insieme l’accompagnasse, e di più vi aggiugnesse una certa bella varietà, e d’arie di teste, e d’abiti, e di concetti, che non mai s’immaginò quel secolo potersi da mano d’Uomo tant’oltre arrivare. Avvenne poi, che per essere quelle in luogo che già fu consacrato dall’attual presenza del P. S. Francesco, dove tutta la Cristianità concorre tirata da divozione, si spargesse in un subito per tutto il mondo così gran fama del nostro Artefice, che dall’innanzi gli convenne arricchire di sue opere moltissime parti d’Europa, come siamo ora per dire. Finito le 32 storie. della Chiesa di sopra, si portò Giotto a dipignere in quella di sotto, dove nelle facciate dalle bande dell’altar maggiore nella superior parte dipinse diverse non meno pellegrine, che divote invenzioni, per simboleggiare le molte, e rare virtù del Santo, siccome ancora gli quattro angoli della volta di sopra; né io mi estendo in descrivere tali cose, essendo ciò da altri Vasari stato fatto, dirò solo che in una di esse fece il ritratto di sé stesso molto al vivo. Sopra la porta di sagrestia colorì un’Immagine di S. Francesco, la quale poi da’ periti è stata sempre molto stimata. Partitosi d’Ascesi, fece ritorno a Firenze dove per la Città di Pisa dipinse la figura dello stesso Santo stimatizzato, che riuscì maravigliosa in ogni sua parte, ma singolarmente per averlo figurato nel Monte della Vernia in un paese pieno d’alberi, e massi simigliantissimi al vero, cose tutte che giunsero in quell’età interamente nuove in Pittura. Erasi appunto in quella Città finita di alzare la bella fabbrica del Campo Santo, onde a Giotto, come a sovranissimo Maestro furono allogate per dipignerle alcune delle gran facciate di dentro, ed egli vi dipinse a fresco sei storie di Giob. Quest’opere che riuscirono maravigliose gli procacciarono tanta fama, che Papa Bonifazio VIII, e non Papa Benedetto IX. da Treviso (come erroneamente afferma il Vasari, seguìto dal Malvasia, e da altri) volendo far dipignere alcune cose in S. Pietro, mandò a posta in Firenze un suo Gentiluomo per riconoscer Giotto, e l’opere sue, ed allora mostrò egli con quel circolo tirato perfettamente con mano quella spiritosa avvedutezza, onde nacque poi il tanto usato proverbio: Tu sei più tondo che l’O di Giotto. Andatosene a Roma in servizio di quel Pontefice, dipinse a fresco in S. Pietro, l’Angelo di sette braccia sopra l’organo, ed altre molte pitture fece, che oggi non più si veggono, e similmente una Vergine, che poi nel rifondarsi le nuove mura fu levata di luogo, ed altrove trasportata. Fu poi da quel Papa pubblicato l’anno Santo per lo futuro anno 1300., e siccome nota il Torrigio, essendosi accorto il Cardinale Jacopo Stefaneschi Nipote di Bonifazio, e pronepote di Niccola III, d’una certa forse semplicità, per non dire superstizione di molti pellegrini, che per i tempi visitavano quella sacra Basilica, che nell’arrivare alle porte di S. Pietro avanti che entrassero in Chiesa si voltavano verso Oriente quasi che adorassero il Sole, volle levar questa usanza, con far sì ch’e’ si facesse orazione ad una sacra Immagine, onde a Giotto fece far di Musaico da quella parte, verso la quale i Pellegrini solevano volarsi, ed inginocchiati facevano orazione, la tanto rinomata navicella. Di questa o superstizione, o semplicità parla oltre al Torrigio, Marco Attilio Serrano nel libro de septem Urbis Ecclesijs, dove cita [p. 48] S. Leone Papa, che di tale abuso sgrida i Cristiani del suo tempo. E quì nota Lettore, che non arreca alcuna contradizione ciò che intorno al luogo dove fu posta la Navicella, dice il Torrigio, il sapersi secondo l’addietro citata notizia esistente nell’Archivio di S. Pietro, ch’ella fusse fatta nel Paradiso della stessa Basilica, perché per la parola Paradiso si piglia ancora l’atrio, e portico della Chiesa, come nella Cronica Cassinese citata dal Magri alle parole IN PARADISO ECCLESIÆ tumulari rogavit; anzi per mio avviso fu vero che da detto Portico di S. Pietro fu dato agli altri portici, e atrj delle Chiese tal denominazione di Paradiso, vedendosi nel Baronio all’anno 483 num. 5. che appresso alla Chiesa di S. Pietro era in quel tempo un luogo ameno, che è quanto dir Paradiso, secondo i Gramatici, nel quale può essere che fusse fondato il Portico; e che questo ritenendo per sé l’antico nome di Paradiso, il comunicasse poi in tempo a tutti gli altri portici, e atrj di Chiesa. Tornando ora alla Navicella, rappresentò Giotto in tale opera la storia narrata da’ Vangelisti, quando Pietro, doppo avere il Signore nel deserto tra Betsaida, e Tiberiade pasciuto le Turbe, ascendenti al num. di 5000 Uomini co’ cinque pani, e due pesci, (e forzati i Discepoli ed entrare nella di lui barchetta, la quale nella sopravvegnente sera per i contrari venti dalle fortunose onde fu agitata) vedendo circa la quarta vigilia della notte venire in sul mare Giesù, domandò di potere per suo ordine egli ancora camminare sopra l’acque, come seguì; ma nel sentir poi rinforzare il vento, temendo, e per la paura cominciando già a sommergersi, gridò Signore salvatemi, e subito si sentì preso dalla sua divina mano, e dirsi: Uomo di poca fede, perché dubitatasti? Tutto questo fu espresso da Giotto secondo la storia; ma in oltre, secondo il mistero, appresso a questa finse alcuni Demoni in similitudine di venti, che con soffi gagliardi pare che procurino di sommergere essa Nave, figurata per la santa Chiesa, da Cristo condotto al porto di salute. Veggonsi dall’una all’altra parte di essa fra le nubi i quattro Vangelisti; ed ella illustrata da alti splendori mostra, che nel continuo urtar dell’onde, se bene alcuna volta sembra di titubare, e vacillare, non mai però si sommerge. Figurò un Pescatore sopra uno scoglio in atto di pescare, che poi fu guasto dal tempo. Miravasi questa opera già nel Paradiso, o Atrio di quella Basilica, come abbiamo detto. Quando da Paolo V. fu trasportata nel muro sopra le scale, e ciò fu a’ 24. d’Agosto 1617. con assistenza di Marcello Provenzale da Cento, che in oltre rifece di sua mano la figura del Pescatore, con altre in aria, e restaurolla in alcuni luoghi; il nome del Maestro in essa si leggeva coll’iscrizione di quel Pontefice; ma perché esposta in tal luogo all’inclemenza dell’aria s’andava consumando, Urbano VIII. fecela trasportare dentro la Chiesa, sopra la porta maggiore, e ciò fu a’ 12. di Giugno 1639 con altra iscrizione del nome del Maestro, che la dipinse, e del Pontefice, che la trasportò. Doppo fu da Innocenzio X. fatta ricondurre nel luogo di prima, dove da Paolo V. era stata collocata. Avendo poi Alessandro VII. fatti i nuovi Portici, la fece levare. Giaceva questa opera degnissima ridotto all’ultimo del suo vivere, e già a poco a poco s’era andata consumando, quando da Clemente X. di santa memoria, per mano d’Orazio Manetti Sabino fu fatta ristaurare, o per dir meglio del tutto rifare, per collocarla, col disegno del Cav. Lorenzo Bernini Scult. Pitt. e Archit. singolariss. sopra la porta di mezzo, entrando nel Portico nell’interior parte, che appunto è veduta in faccia dalla porta grande nell’uscire di S. Pietro. Fu anche opera di Giotto, oltre a quanto ne a scritto il Vasari, un libro di bellissime miniature, donato già alla sagrestia di S. Pietro dal nominato Cardinale Stefaneschi, con istorie del Testamento vecchio, e prospettive; e perch’e’ fu maraviglioso nel far figure piccole in pittura e miniatura, potè tale arte ad altri comunicare, come in più luoghi di quest’opera ci occorrerà far vedere. Onde accrescendosi il gusto di tal modo d’operare, insorsero poi doppo la [p. 49] quali morte di Giotto alcuni grand’Uomini in simile nobilissima facoltà, tra’ quali uno fu circa all’anno 1360 (di cui il Vasari non fa menzione) il Monaco dell’Isole d’oro, dell’antichissima, e nobilissima famiglia Cibo, Uomo di santa vita, che scrisse i fatti del Re d’Aragona Conte di Provenza, i quali libri di sua mano scritti ornò di bellissime miniature corrispondenti alle storie, e gli donò alla Regina Consorte del medesimo Re. Similmente scrisse l’ufizio di M. Vergine, che ornato di figure di sua miniatura, donò alla stessa Regina. Scrisse ancora le vite de’ Poeti Provenzali, e un libro spirituale, intitolato Fiori di varie scienze, e dottrine, in cui predisse la grandezza di Casa Cibo, e suo governo della Chiesa Cattolica; ma di lui parleremo avanti. Essendo poi seguita la morte di Bonifazio VIII. e doppo quella di Benedetto IX. di lui successore, Clemente V. che fu creato doppo di lui condusse Giotto in Avignone, dove fece molte bellissime opere in tavola, e a fresco, come ancora in molti luoghi della Francia; delle quali avendo riportato rimunerazioni e guadagni eguali al merito suo, l’anno 1316. fece ritorno alla Patria carico di ricchezze e d’onore; portò seco il ritratto di quel Pontefice, del quale fece dono a Taddeo Gaddi suo discepolo. Poco dipoi fu per opera de’ SS. della Scala condotto a Padova, dove s’era poco avanti fabbricata la Chiesa del Santo, e vi dipinse una bellissima cappella. In questo tempo e’ ricevette in Casa sua il nostro Poeta Dante, come di sopra s’è accennato, quindi passò a Verona, e in quella Città ritrasse M. Cane della Scala, e per un suo Palazzo fece molte belle pitture, e una tavola per la Chiesa de’ frati di S. Francesco. Nel tornarsene poi alla Patria fu da’ SS. Estensi fermato in Ferrara, e quivi dipinse nel lor Palazzo, e nella Chiesa di S. Agostino. Fu poi per opera di Dante fatto venire a Ravenna, luogo del suo esilio, dove per li SS. da Polenta gli fece fare alcune storie a fresco intorno alla Chiesa di Di lì passò ad Urbino, e in quella Città pure operò. Tornò ad Arezzo, dove da Pietro Saccone gli fu fatto dipignere in un pilastro della Cappella maggiore del Vescovado un S. Martino. Alla Badia di S. Fiore colorì un gran Crocifisso in legno, e poi fu di ritorno in Firenze. In questa sua Patria nel Monastero delle Donne di Faenza (che era dove è oggi la Fortezza da basso, e poi fu trasportata quell’osservanza fuori della porta alla Croce, e oggi si chiama il Monastero di S. Salvi) dipinse molte cose a tempera, ed a fresco. Venuto l’anno 1321. si portò a Lucca; quivi ad istanza di Castruccio dipinse per la Chiesa di S. Martino una tavola, dove figurò un Cristo in aria, e quattro Santi Protetori di quella Città. E fu opinione fino nel passato secolo ch’egli ancora vi facesse il disegno del Castello, e Fortezza della Giusta. Tornossene poi a Firenze, donde per opera di Carlo Rè di Calavria fu fatto andare a Napoli al servizio del Rè Ruberto suo Padre, e quivi dipinse nel real Chiesa di S. Chiara alcune Cappelle con istorie del vecchio, e nuovo Testamento, e dell’Apocalisse; ed è fama che ciò facesse con invenzione e concetto statogli mandato dallo stesso Dante Alighieri. Dipinse in Castel dell’uovo la Cappella, e in una sala, che poi fu rovinata per fare il Castello, siccome ancora nell’Incoronata fece molte opere, e ritratti di famosi Uomini, e con essi il suo proprio. Andatosene a Gaeta nella Chiesa della Nunziata fece alcune storie del Testamento nuovo, col proprio ritratto suo, ed un gran Crocifisso. Ritornato a Roma, dopo d’essersi trattenuto alcuni giorni, se ne passò a Rimini; e a petizione del Sig. Malatesta fece nella Chiesa di S. Francesco moltissime pitture a fresco, le quali a cagione della nuova fabbrica di quella Chiesa furono di poi mandate a terra. Nel Chiostro colorì storie della B. Michelina, che riuscirono le più belle opere ch’e’ facesse mai. Fuori della porta della Chiesa di S. Cataldo, dipinse un S. Tommaso d’Aquino in atto di leggere a’ suoi Frati. Tornossene a Ravenna, dove pure fece altre opere. Poi venuto di nuovo a Firenze per la Chiesa di S. Marco dipinse il gran Crocifisso in campo d’oro sopra’l legno, [p. 50] e l’altro simile per la Chiesa di S. Maria Novella, per la quale fece ancora altri lavori. Venuto l’anno 1327. fece il disegno, e modello per la sepoltura di Guido Tarlati da Pietra Mala, Vescovo, e Signore d’Arezzo. Nella Chiesa d’Ognissanti di Firenze, che fu già de’ Frati Umiliati, era dipinta di mano di Giotto una Cappella, e quattro tavole, fra le quali una ve n’era dov’egli aveva rappresentato la Morte di Maria Vergine con gli Apostoli intorno, e Cristo suo Figliuolo in atto di ricever l’anima di lei, opera, che non solo era da tutti gli Artefici molto lodata, ma fino lo stesso Michelagnolo Buonarroti affermava la proprietà di questa storia dipinta non poter essere più simile al vero di quel ch’ella era. In Casa i Cerchi posta a pie del Ponte Vecchio nell’antica torre de’ Rossi si conserva di man di Giotto in un loro oratorio il ritratto della B. Umiliana della stessa Nobilissima Famiglia de Cerchi; ed è da sapersi in questo luogo, come il Corpo di questa Beata fin dall’anno 1313 dall’antica, e piccola Chiesa di S. Croce disfatta e incorporata nella gran basilica dello stesso nome, che al presente si vede, era stato traslatato in una Cassa nella Cappella de’ Cerchi, detta la Cappella di Frate Arrigo posta nel Chiostro sotto la libreria, il quale Frate Arrigo, che fu di lei fratello, e terziario di S. Francesco, frabbricò, o vero lasciò i danari per fabbricare essa Cappella; e dice Monsignor Francesco del Senatore Gio. Venturi Vescovo di S. Severo, ch’ella vi stette fino alla gran piena del 1557 nel qual tempo fu tolta da quel luogo basso e cavatone le reliquie furon riposte in vari reliquari di legno dorato, e trasportato in Chiesa fra l’altre reliquie de’ Santi che vi si conservano, con le quali già era rinchiusa in una testa d’argento fatta fino dugento anni prima la di lei veneranda testa. Con tal’occasione dunque fu trovato in esso Sepolcro o Cassa il nominato ritratto di mano di Giotto, che da’ Cerchi fu condotto in essa lor Casa. Questo ritratto da chi ora tali cose scrive fu agli anni passati più volte ricopiato in piccola proporzione tenendosi ne’ panni (quanto le fu possibile senza scostarsi dall’originale) alla più morbida maniera moderna. Una di queste copie si degnò tener per sé la Serenissima G. Duchessa Vittoria, e l’altra stata mandata a Roma fu da Alberto Clouet intagliata in rame, con la seguente iscrizione. Effigie della B. Umiliana de’ Cerchi Vedova Fiorentina terzaria di San Francesco copiata da una di Giotto esistente nell’oratorio domestico de’ medesimi Cerchi. Ma sopra ogni altra opera, che veder si possa di mano di questo Artefice è degno di memoria un quadro, che ancora ne’ presenti tempi, cioè doppo il corso di 350. anni ottimamente conservato si vede in Casa gli Eredi di Alessandro del Nero nobil Fiorentino, e Barone Romano, cioè quello stesso quadro, del quale fa menzione M. Francesco Bocchi nel suo libro delle bellezze di Firenze. Vedesi in esso fatta di molto buona maniera una mezza figura di proporzione grande quanto il naturale, che rappresenta una bella femmina, ed un’altra d’un vecchio, che pare con una certa avidità, e gelosia insieme la stia guardando; e questo è fatto tanto al vivo, che è veramente uno stupore, ed io ho riconosciuto nell’effigie, attitudine, e vestimento di questo vecchio quella appunto di Corso Donati chiarissimo Cittadino di questa mia Patria, coetaneo dello stesso Giotto: dico quella stessa effigie che da Cristofano dell’altissimo Pittor Fiorentino per lo Serenissimo Gran Duca Cosimo I. fu dipinta pel vero ritratto di Corso nel museo della Real Galleria. Né io ho voluto lasciare di notare questa particolarità, per avvivar la notizia stata grande tempo sepolta, ignota ancora agli stessi padroni del quadro, di chi fusse il soggetto rappresentato da Giotto in quel meraviglioso ritratto.

Non si fermò la virtù di questo grand’Uomo ne’ soli termini della Pittura, perché fu ancora eccellentissimo Architetto, e Scultore; né di ciò alcuno si maravigli, perché procedendo tutte queste belle arti da un solo principio, che è il disegno, è forza, che chi ha ottimo gusto nel primo, lo abbia ancora in ognuna di quelle cose che ad esso [p. 51] appartengono. Molte furono l’opere d’Architettura che si fecero con disegno di Giotto; ma vaglia per tutto il maraviglioso Campanile di Firenze, il quale con suo modello ebbe cominciamento l’anno 1334. anzi che essendo in questa sua Patria tenuta costante opinione, come dicono molti Autori antichi, e moderni, ch’egli fusse il primo che in simil facultà avesse allora il mondo, come tale non solo fu aggregato alla Cittadinanza Fiorentina, ma ancora fu con molto onorato stipendio fermato in Firenze per soprastare, e intendere alle fabbriche, mura, e fortificazioni della Città, e del comune, e particolarmente a quella della Chiesa di S. Reparata che si nomina il Duomo. Ch’egli fusse ancora Scultore attesta il Vasari averlo lasciato scritto Lorenzo Ghiberti, come testimonio di veduta d’alcuni modelli di rilievo, i quali asseriva aver fatti Giotto per una parte di quelle storie di marmo di basso rilievo, dove nella parte più bassa del soprannominato Campanile sono rappresentati i principi di tutte le Arti. Soggiunse il medesimo che questa maravigliosa torre, che spiccandosi dal suolo, da ogni parte isolata s’innalza fino a braccia 144. doveva ella secondo il modello di Giotto aver sopra di sé per finimento una punta, ovvero piramide quadra, alta braccia 50. ma perché questo modo di finire teneva alquanto dell’antica maniera, non anno mai i moderni Architetti consigliato che si faccia. Oltre alle notate di sopra molte altre pitture fece Giotto dopo il 1334. nella Città di Firenze per lo pubblico, e per diverse Chiese, mentre si tirava avanti la grand’opera del Campanile. Poi tornossene a Padova, dove dipinse molte Cappelle, e tavole; ma non già il luogo dell’Arena, come scrisse il Vasari, perché questo aveva egli dipinto in gioventù, come aviamo mostrato col detto dell’Imolese antico Comentatore di Dante, Se ne andò a Milano, e quivi pure fece gran prove del suo valore, e volle il Cielo che questa nobilissima Città fusse degna di cogliere gli ultimi frutti di questa nobil pianta, perché non prima se ne fu egli tornato alla Patria, che assalito da non so qual gravissima infermità, con universal dolore de’ suoi Cittadini, e di tutti gli Artefici, fece passaggio da questa all’altra vita l’ottavo giorno di Gennaio del 1336. e con l’onore dovuto alla memoria d’Uomo sì glorioso, fu nella mentovata Chiesa di S. Reparata sepolto, privilegio (che secondo quello scrisse Ferdinando Leopoldo del Migliore, parlando di Giotto nella sua da ogn’uno desideratissima opera della Firenze Illustrata, ch’egli pur’ora va stampando) fu riputato per singolarissimo, perché a nessuno davasi in tal Chiesa sepoltura, che non fusse stato oltremodo benemerito del comune. Sopra il luogo del corpo suo, che è dalla banda sinistra entrando in Chiesa, fu posto allora una lastra di marmo a simiglianza d’un mattone. Erra qui Filippo da Bergamo nel suo supplimento alla Cronache all’anno 1342. dicendo esser seguita la morte di Giotto in Avignone, doppo aver dato principio all’opera delle storie de’ Martiri per Papa Benedetto XI. altrimenti detto XII. essendo la verità, che esso Pontefice ebbe volontà di chiamar Giotto a far quelle opere, ma non l’effettuò, non per causa della propria morte, ma di quella di Giotto, seguita in tempo di suo Pontificato l’anno già detto; e questo è noto per infinite scritture, e per attestato di molti Autori, ma eccone un’altra prova indubitata. Nel pubblico Archivio Fior. ne’ rogiti di ser Francesco di Pagno da Vespignano a’ 15. Settembre 1335. che al modo Fiorentino mesi 16. prima della sua morte esso Giotto presente al Contratto, accettò un’obbligazione a suo favore di Puccio di Pacio da S. Michele a Aglioni di Mugello; e per rogito del medesimo ser Francesco poi a’ 2 Febbraio 1337. Lucia sua figliuola eseguisce i legati di Bice sua sorella per l’anima di Giotto suo Padre defunto. Tale dunque fu la fine di questo grande Artefice. Dipoi per opera del Magnifico Lorenzo de’ Medici fu in essa Chiesa di S. Reparata posta in memoria di lui l’effigie sua scolpita per mano di Benedetto da Maiano Scultore allora molto celebrato, co’ seguenti versi composti dal grande Agnolo Poliziano.

[p. 52] Ille ego sum IOCTUS per quem Pictura extinta revixit

Cui tam recta manus tam fuit, et facilis.

Naturæ deerat nostræ quod defuit arti

Plus licuit nulli pingere nec melius.

Miraris Turrim egregiam sacro ære sonantem

Hæc quoque de modulo crevit ad astra meo.

Denique sum Ioctus quid opus fuit illa referre

Hoc nomen longi Carminis instar erit.

Fu Giotto uomo molto onorato, e da bene non punto vanaglorioso del saper suo, onde ricusava d’esser chiamato Maestro, e con tutto, che la celebre penna di Giovanni della Casa attribuisse ciò a superbia, io riflettendo a quanto sia proprio degli Uomini veramente virtuosi il conoscere ciò che manca loro, per arrivare a quel sommo che ad essi fa desiderare la capacità, e chiarezza de’ propri intelletti, poco o nulla stimando il già acquistato sapere, mi sottoscriverei al parere del Boccaccio, che nel darcene quella notizia, non punto dimostrò di temere così fatta opinione. Fece Giotto acquisto di roba assai, e nel mugello, ond’egli trasse i natali, comperò alcune possessioni; e come ch’e’ fusse ingegnosisimo, ebbe anche il pregio di ottimo ragionatore, e fu assai pronto e arguto nelle risposte, e ne’ motti. Io in questo luogo per sollevare alquanto l’animo di chi legge, ne recherò alcuni de’ molti, che di lui raccontar si potrebbono. Narra il già nominato Benvenuto da Imola nel suo Comento sopra la Commedia di Dante, che mentre Giotto dipigneva in Padova una Cappella, dove già era l’Anfiteatro, pervenne esso Dante in quella Città, e che per essere a Giotto molto amico, fu da lui in casa amorevolmente ricevuto, dove a prima vista s’incontrò in alcuni figliuoletti di Giotto, e vedutogli più che ordinariamente brutti, cioè in tutto, e per tutto simili al Padre, il quale quanto fu più bello nell’animo, tanto fu deforme nel volto. Disse a Giotto: Egregio Maestro, io molto mi maraviglio, che avendo voi fama costante per lo Mondo di non aver pari nell’Arte della Pittura, così belle facciate ad altri le figure, ed a voi medesimo sì brutte: alche Giotto sorridendo rispose: (per usar le parole dell’Autore): Quia pingo de die, sed fingo de nocte: risposta, che a Dante molto piacque, non già perché nuovo tal concetto gli arrivasse, avendosi ancora un simile ne’ Saturnali di Macrobio: ma per vederlo rinato dall’ingegno di tant’Uomo. Dipignendo in Napoli per quel Re, egli medesimo bene spesso si portava al luogo dove Giotto operava, non tanto per lo diletto di vederlo dipignere, quanto per sentire i suoi ragionamenti. Una volta gli disse il Re: Giotto, s’io fussi te, ora ch’e’ fa sì gran caldo, io lascerei un poco stare il dipignere: Il simile farei io, rispose Giotto, s’io fussi voi. Racconta il Vasari, che il medesimo Re richiedesse un giorno Giotto, ch’e’ dipignesse il suo Reame. Giotto gli dipinse un Asino imbastato, che teneva a’ piedi un altro basto nuovo, e fiutandolo faceva sembiante di desiderarlo, e in su l’uno, e l’altro basto era la Corona reale, e lo scettro della potestà; e che domandato Giotto dal Re di quello, che cotal pittura significasse, rispose: Tali i sudditi suoi essere, e tale il Regno, nel quale ogni giorno nuovo Signore si desidera. Fin qui il Vasari. Taccio, per non allungarmi l’ingegnosa burla del Palvese fatta da Giotto a quel Grossolano; ma non voglio lasciar di dire ciò che racconta Franco Sacchetti nelle sue 300. novelle manoscritte nella Libreria di S. Lorenzo, valendomi delle parole proprie dell’Autore, che sono le seguenti. Come sa chi è uso a Firenze, sa che ogni prima Domenica del mese si va a S. Gallo, e Uomini, e Donne in compagnia vanno lassù a diletto più che a perdonanza. Mossesi Giotto una di queste Domeniche con sua brigata [p. 53] per andare, ed essendo nella via del Cocomero alquanto ritirato, dicendo una certa novella, passando certi porci, e uno di quelli correndo furiosamente diede tra le gambe a Giotto in sì fatta maniera, che Giotto cadde in terra, il quale aiutatosi e da sé, e da’ compagni, levatosi, e scuotendosi, né biastemmò i porci, né disse verso loro alcuna parola; ma voltatosi a’ compagni, mezzo sorridendo disse loro: Oh non anno ei ragione, che ò guadagnato a’ miei dì colle setole loro migliaia di lire, e mai non diedi loro una scodella di broda. Gli compagni udendo questo cominciarono a ridere; dicendo, che rilieva a dire: Giotto è Maestro d’ogni cosa, mai non dipignesti tanto bene alcuna storia, quanto tu ai dipinto bene il caso di questi porci, &c. Fin qui il Sacchetti. Questa vivacità di spirito ritenne egli fino all’ultima età, ed era già vecchio, come notò il mentovato Giovanni Boccaccio, quando con quel bello e arguto motto, che è noto, si difese dalle beffe di M. Forese da Rabatta, ritorcendole contro il beffatore medesimo; e tanto mi basta aver detto intorno a ciò. Di più è da sapersi, che il Vasari nella vita che scrisse di questo grande Artefice mostrò di non avere avuta notizia di molte altre essenziali cose intorno alla persona di lui, e particolarmente ch’egli avesse moglie, e figliuoli, e altri particolari più minuti; e perché io fui sempre di parere che ogni picciolissima appartenenza a memorie degli Uomini celebratissimi, debba aversi in gran pregio, e massimamente nel molto antico; perciò stimo che non dispiacerà, che io quì faccia nota d’alcune cose, che per le degne fatiche del Capit. Cosimo del già Orazio della nobil famiglia della Rena eccellentissimo Antiquario sono state ultimamente ritrovate, e delle quali esso medesimo mi à data cognizione, e d’altre ancora, ch’io stesso o ritrovato simili a queste. Nell’Archivio Generale di S. A. S. in un Protocollo di ser Filippo Contuccini di Maestro Buono da Pupigliano, si trova fatta menzione d’una tale M. Ciuta di Lapo, di Pela del Popolo di S. Reparata di Firenze, moglie del già Maestro Giotto di Bondone Pittore, e similmente di Francesco suo, e di detto Giotto Pittore figliuolo, e d’un Bondone chiamato Donato altro lor figliuolo, di Chiara, Caterina, e Lucia figliuole del medesimo Giotto, e d’essere stata maritata essa Caterina ad un tal Ricco di Lapo Pittore nel Popolo di S. Michele Visdomini. Il detto Francesco è quel Francesco del Maestro Giotto, che il Vasari parte I. a 131. disse d’aver trovato descritto, siccome ancora io l’ò trovato nell’antico libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, e disse essere stato discepolo di esso Giotto, ma non saperne altro ragionare, come quello che non ebbe notizia, che Giotto avesse figliuoli, e fra essi un Francesco; e quelle parole del Maestro Giotto, per quel ch’io m’avviso, sono espressive di figliuolanza, anzi che di disciplina. Il mentovato Ricco ebbe due figliuoli, l’uno, e l’altro Pittori, uno fu Bartolo, e l’altro Stefano; e di questi pure si trova fatta menzione in un libro di livelli, e d’affitti de’ RR. Monaci di Cestello di Firenze dell’anno 1333. al contratto num. 51; ed è molto probabile, che questo Stefano sia quello Stefano Fiorentino, del quale a suo luogo si parlerà tra’ Discepoli di Giotto, che dipinse la Madonna del Campo Santo di Pisa, e morì poi l’anno 1350., e che meglio operò del Maestro suo. Della Chiara, altra figliuola di Giotto, ò io poi trovato quanto si à in un Protocollo di ser Francesco di Buoninsegna da Vespignano, esistente nell’Archivio Fiorentino agli 17. di Febbraio 1325 e dice così: GIOCTUS Pictor quondam Bondonis pro se, et sua filia promisit Coppino quondam Guiduccij de Pilerciano facere, et curare ita, et taliter, quod Chiara ejus filia consentiat in Zuccherinum filium dicti Coppini tanquam in suum virum, actum etc. in Plebe S. Cassiani de Padule. Della Lucia si legge in un Protocollo nel medesimo Archivio di ser Antonio Zuccheri da Cischio: Domina Lucia quondam GIOTTI Pictoris Uxor Petri quondam Magistri Franchi de Burgo [p. 54] ad S. Laurentium de Muscello. Di Bice, cioè Beatrice altra sua figliuola Pinzochera dell'’Ordine di S. Domenico, ne’ rogiti di ser Franco di Pagno da Vespignano 2 Febbr. 1337. in Archivio Flor. Di Bondone detto Donato altro figliuolo di Giotto si trova in altro Protocollo di ser Gio. di ser Lorenzo Buti da Pavanico nel 1376. Domina Paula filia quondam Bondoni vocati Donati, quondam magnifici GIOTTI, Uxor ser Antonij Zuccheri Notarij Florentini. E trovo ancora memorie d’altri figliuoli di Giotto maschi, e femmine; ma per non rendere il mio discorso soverchiamente prolisso col racconto de’ nomi della parentela di Giotto, e per aprir la strada agli studiosi di nostre antichità di seguitare, e compire quel poco, che in tal materia a me fin quì è riuscito di ritrovare, provo il tutto per via d’albero in fine di queste notizie. Sarà bene ora per ultimo il dire alcuna cosa sopra l’etimologia del nome del nostro Giotto. È dunque da sapere, come nella Città di Firenze, e forse altrove, era molto praticato in que’ tempi il dividere, accrescere, o mozzare, o in altro modo variare, e corrompere quasi ogni nome proprio delle persone, o fusse vizio popolare, o lo facessero per vezzi, o per abbreviatura del dire, egli è certo, che infiniti nomi si trovano o corrotti, o in tutto e per tutto mutati; dico di que’ medesimi, de’ quali per mille indubitate testimonianze si fanno i nomi interi: e perché quest’uso, o abuso che e’ si fusse non ha lasciato di portare alla posterità molta confusione, il nominato Gentiluomo, dico il Capit. Cosimo della Rena, doppo aver veduto ogni Archivio pubblico, e privato, e stetti per dire quanto poteva in questa Patria vedersi, si è applicato a compilare un’operetta, con la quale sciogliendo questo fastidiosissimo enigma, arrecherà chiarezza, e facilità maggiore a chi per l’avvenire ricercherà per l’antiche memorie; e per condurci al proposito nostro, eccone un saggio. Il nome di Ciuta significava Ricevuta, Chiello era detto per Rustichello, Bindo per Aldobrandino, Bese per Borghese, Buto per Bonaiuto, Bonsi per Bonsignore, Duti per Dietaiuti, Drada per Gualdrada, Minuccio tre volte corrotto, prima Iacopo ch’era il vero nome, poi Iacomo, in poi Iacomuccio finalmente Minuccio. Per Cuccio s’intendeva Francesco, per Cocco Niccolò, per Ghigo Federigo, per Ghirigoro Gregorio, per Chimenti Clemente, per Cece Cesare, e Ciriaco, ed il nome di Angelo si diceva con duplicata corruttela Angiolotto, e poi Giotto, e questo fu il nome del nostro Artefice, che non per Giotto, né per Angiolotto, ma per Angelo fu nominato; e fu quello, che per quanto permessero que’ tempi, si potè veramente chiamare un vero Angelo della Pittura.

L’amore ch’io porto a quest’Arti, e per conseguenza a Giotto, a cui esse tanto sono obbligate, à fatto sì che io questo stesso anno, che dò fuori le presenze notizie, viaggiando per 18. miglia di strada, mi sia voluto portare a veder con gli occhi propri quel Paese, che partorì al mondo un sì grand’Uomo, e ciò fece ancora a fine di poterne dare in questo luogo qualche notizia, già che il Vasari non mostrò d’avere di esso la cognizione che io ò ritrovato in molte antiche scritture, parte delle quali io noterò nell’albero del medesimo Giotto.

Dico dunque, che in quella parte del Mugello, che passato il Borgo a S. Lorenzo si estende verso Levante, è il Paese, o vogliamo dire Villaggio detto il Colle. È questa una molto vaga Collina nel Comune di Vespignano Potesteria di Vicchio; anticamente si sarebbe detto nel Popolo di S. Piero in Padule, ma oggi è compresa in quello della Pieve di S. Casciano, perché asseriscono, che essendo o franata, o rovinata per cagione del fiume di Muccione l’antica Chiesa di S. Piero in Padule, ne fusse trasportata la cura alla nominata Chiesa di S. Casciano. Questa amenissima Collinetta, avendo suo principio a tramontana alla falda dell’Appennino, fra il luogo detto Aglioni [p. 55] da ponente, e la nominata Pieve da levante, va dolcissima declinando verso mezzo giorno, finché termina in una vastissima, e fertilissima pianura, che dicano il Piano del Colle, la quale anche per non poco spazio la cigne da Levante. Dalla destra à il fiume della Pesciola, e da sinistra quello di Muccione, che nella parte più alta di verso l’Appennino è chiamato il fiume di Gattaia. Sopra questa Collina si vedono a’ nostri tempi molte case abitate da’ lavoratori di terre, alcune delle quali però, per quanto mostra la loro struttura, furono anticamente fortissime Torri, e poi demolite in gran parte furon ridotte a forma d’ordinarie abitazioni. Vedesi però una di queste Torri fatta di pietre quadre, chiamata la Torre di Romagnano, alla quale sono state congiunte alcune stanze per uso di lavoratori, e questa si è conservata quasi intatta, ed è il luogo appunto dove la Collina incomincia a pigliare il nome di Colle. Questo vago monticello finalmente fu la patria del nostro grande Artefice, luogo che per vaghezza di posto, salubrità dell’aria, fertilità del terreno, e per altre sue qualità può chiamarsi un de’ più degni che abbia la bellissima Valle del Mugello, ma la maggiore delle sue glorie si è l’essere stato Patria di Giotto.

ODERIGI D’AGOBBIO

MINIATORE, CHE FIORÌ CIRCA IL MCCVC.

E si tien per fermo che fusse della Scuola di CIMABUE.

Reputasi difficile il discorrere delle cose, che non son del Paese di colui che scrive, stante che per la distanza de’ luoghi ha moralmente dell’impossibile il poter essere di quelle così bene informato, come chi n’è Paesano: più difficultoso si rende il trattar dell’antiche a cagione della lontananza de’ tempi che le oscura, e sopra tutto incredibil difficoltà apporta quando di ciò che si vuole scrivere pochissime, e recondite memorie si trovano. Consideri ora il mio Lettore a quali cimenti mi sia trovato nel compilar la vita dell’eccellente Miniatore Oderigi da Gobbio; perché oltre al non essere egli di questa Città, né di questi nostri tempi, così piccola è la memoria, e così rare le notizie, che di lui abbiamo trovate nella sua Patria, e nel gran numero d’Autori antichi, e moderni, e fra l’infinite memorie antiche manoscritte, le quali per l’effetto d’andare ordinando questa nostra operetta abbiamo con molta fatica riconosciute, e scorse, che non ci ha recato maraviglia che il Vasari così per passaggio potesse solo dir di lui, di chi e’ fu amico, dove operò, e d’avere una reliquia, un miserabile avanzo de’ suoi pennelli; onde se non fusse stata la tromba sonora del Divino Poeta Dante, il quale ne’ suoi versi lasciò di quest’Uomo così onorata memoria chiamandolo l’onor di Gobbio, e l’onor dell’arte del miniare, appena si saperebbe chi ei fusse. Il perché se circa quel poco che si dirà di lui cioè intorno alla Scuola dond’egli uscì, al tempo in cui fiorì, all’opere, e a’ discepoli ch’e’ lasciò, non vedrassi scorrere francamente la penna, ma quasi andar tentoni, mendicando per così dire, le prove, doverò io per le sopraccennate cagioni venir scusato, e compatito.

Non è dubbio adunque che Oderigi nativo della non men nobile, che antica Città di Gobbio della Provincia dell’Umbria fusse un eccellente Miniatore de’ suoi tempi, e che [p. 56] si studiasse di sormontare gli altri Professori suoi Coetani, giacché in questo concordano tutti coloro, che di lui fanno ricordanza; perché ciò chiaramente si cava dal Testo di Dante, quando finge trovarlo nel primo girone del Purgatorio a sodisfare alla colpa di vanagloria commessa nell’aspirare alla maggioranza di suo mestiere per acquistarsi fama nel Mondo: eccovi i versi del Poeta.

O dissi a lui non sè tu Oderigi

L’onor d’Agobbio, e l’onor di quell’arte

Ch’aluminare è chiamata in Parigi.

Frate diss’egli più ridan le carte

Che pennelleggia Franco Bolognese,

L’onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ben non sarei stato si cortese

Mentre ch’i’ vissi, per lo gran disio

Dell’eccellenzia, ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;

Et ancor non sarei qui, se non fusse,

Che possendo peccar mi volsi a Dio.

Oh vanagloria dell’umane posse!

Con poco verde in su la cima dura

Se non è giunta dall’etadi grosse.

Credette Cimabue nella Pittura

Tener lo campo, et ora à Giotto ‘l grido

Sicche la fama di colui oscura, etc.

Operò questo Oderigi, come riferisce il Vasari, nella Città di Roma, ove (condottovi per ciò dal Papa) miniò molti libri per la Libreria di Palazzo, che sono in gran parte oggi consumati dal tempo, e nel mio libro de’ disegni antichi (soggiugne lo stesso Autore) sono alcune reliquie di man propria di costui, che in vero fu valent’Uomo. Ma di chi ei fusse Discepolo nel disegno, e da chi l’Arte apprendesse del miniare, e lo stimolo d’avanzarsi sopra delli altri suoi simili professori, vien passato sotto silenzio: laonde ad effetto di rintracciare cosa cotanto astrusa, son forzato a farmi alquanto dalla lontana. Suppongasi dunque primieramente, che dalla professione del disegno non solamente son nate quelle tre celebri sorelle Architettura, Pittura, e Scultura, ma tutte l’altre derivate da esse; onde non essendo altro l’arte del miniare che una tal sorte di pittura, il miniare è stato sempre al pari del dipignere, ed à corso la medesima fortuna di quello o prospera, o avversa; or siccome avanti a Cimabue si Architettava, si Scolpiva, e si Dipigneva, ma goffamente così ancora si Miniava sul modo stesso. Quando poi migliorò il disegno per le mani di lui, e di quei della sua Scuola ubbidienti all’intelletto, già risvegliato a più nobile idea di quella, che i Maestri suoi coetanei, e dell’età superiore avevano tenuta, migliorò altresì l’Architettura, la Scoltura, e la Pittura, come s’è detto, e megliorò in conseguenza la Miniatura: perché poteron i Maestri del disegno, i quali per l’Italia si ritrovavano, sollevarsi verso la perfezione, mentre il miglioramento dell’Arte, da riconoscersi nell’operato, non era più ristretto dentro alle mura di Firenze, ma già s’era sparso coll’opere di Cimabue per tutta l’Italia. Adunque in quella maniera, che tanti altri di già Professori del disegno, ed allievi de’ Greci divennero seguaci della maniera di Cimabue, e di Giotto suo discepolo, e miglior Maestro, solo col veder nelle lor’ opere una certa luce di migliore [p. 57] operare; così potette avvenire a Oderigi, quando anche volessimo presupporlo Miniatore, prima che Cimabue s’acquistasse la fama di aver di gran lunga superati nel disegno i Pittori Greci suoi Maestri, e contemporanei. Né temo mi si opponga che in quella guisa che Cimabue avanzò i suoi Maestri, senz’aver chi la via dimostrasse di migliorare, fuori del suo natural talento; così Oderigi s’avanzasse sopra degli altri miniatori di sua età senza imparar dall’opere di quello: perché tengo per fermo non tanto dall’opere, quanto dall’operare, anzi dalla propria voce di questo nuovo Maestro, apprendesse o l’arte, o’l miglioramento. Per arrivar felicemente a questo punto di grande importanza per lo mio intento, è bene di procedere passo passo.

Attesta il Vasari d’aver nel suo libro de’ disegni antichi alcune cose piccole di mano di Cimabue fatte a modo di minio; nelle quali (come che oggi forse paiono anzi goffe, che altrimenti) si vede quanto per sua opera acquistasse di bonta il disegno: così egli. Sappiamo in oltre, che questo primo lume della nuova maniera di dipignere fu condotto da Cimabue fuori di Firenze, e per l’Italia circa il 1260. essendo che siccome abbiamo mostrato nelle notizie della vita di lui, egli avanti al regnare di Papa Clemente IV. fusse chiamato ad Assisi Città d’ Umbria a dipignere nella Chiesa di S. Francesco: Sicché poteronsi vedere Cimabue, e Oderigi, sendo Gobbio non lontano gran cosa da Assisi, ma se io dirò che più tosto Oderigi venisse a Firenze per mettersi sotto la disciplina d’un Uomo così celebre, conciossiaché le pitture da lui fatte in Pisa, e in Lucca l’avessero reso chiaro per tutta Italia, non errerei gran fatto; il motivo che ò di tenere anche ciò per fermo è la triplicata amicizia, che passò tra Oderigi, Giotto, e Dante, la quale, come quella che fu di attual presenza, siccome proveremo dipoi, venne necessariamente prodotta dalle medesime cagioni, cioè tempo, studi, e luogo, che dettero loro occasione di conversare insieme. Quanto alla prima, vissero questi tre nel medesimo tempo: Di Giotto, e di Dante è notissimo, e di Oderigi lo dice apertamente il Vasari; mentre che insinua, ch’egli fu in Roma a miniare per la libreria del Papa, nel tempo stesso, che Giotto d’ordine del medesimo Pontefice era quivi venuto a fare le sue famose pitture. Quanto alla seconda, erano tutti e’ tre della medesima nobilissima professione, perché si leggono di esso Dante appresso Lionardo Bruni della Città d’Arezzo Segretario della Repubblica Fiorentina queste precise parole degli studi di quel gran Poeta: E DI SUA MANO EGREGIAMENTE DISEGNAVA. Quanto alla terza, furono tutti e’ tre nella Bottega di Cimabue, perché tutti e’ tre appresero l’arte dal medesimo Maestro. E di vero, per quanto a Giotto appartiene, la cosa è spianata. Di Dante, e da chi altri diremo noi, ch’egli apprendesse l’egregio suo disegnare se non da Cimabue, unico allora in Firenze per l’eccellenza del dipignere? D’Oderigi poi mi si rende quasi per indubitato, per la seguente ragione, quella maggiormente aggiugnendo alle congruenze fin qui addotte, ed a quelle, che io dipoi addurrò. Siccome dalle fattezze, dalle inclinazioni, e da’ costumi ritraggono la somiglianza de’ loro genitori i figliuoli naturali; e così e non altrimenti addiviene negli allievi d’ogni professione, che sono i figliuoli, per così dire, artificiali; perché non solo le fattezze, cioè la maniera d’operare, esprimono il Maestro, che loro insegnò, ma ancora i costumi, i concetti, l’opinioni, e l’usanze medesime, che ebbe quello in proprio, avendole imbevute con la disciplina, che da esso impararono, secondo quel nostro volgare proverbio, che a chi usa andar col zoppo, si appicca di quel modo di camminare. In quella nobilta di concetto, che ebbe Oderigi, come abbiamo accennato, d’acquistare il primo vanto in sua professione, e rendersi famoso, e glorioso alla posterità, chi non vede espressa la somiglianza di Cimabue, del quale a gran ragione potè dire l’Autore dell’Epitaffio, del suo sepolcro

[p. 58] Credidit ut Cimabos picturæ castra tenere

Sic tenuit, etc.

Il che in particolare ci viene esplicato da quel Comentatore di Dante riferito dal Vasari, e da noi altrove riportato colle sue stesse parole, mentre in sostanza vuole che Cimabue fusse il più nobile, o vogliamo dire il più conosciuto, e famoso fra quei del mestiero ne’ suoi tempi, e perciò così schivo, e sdegnoso d’ogni difetto, che se da sé stesso, o per altrui accorgimento si fusse avveduto di qualcheduno, benché minimo, guastava tutta la Pittura, rifacendola di bel nuovo; usanza praticata a’ dì nostri dal non mai abbastanza celebrato Pietro Berrettini da Cortona, che più volte si trovò a disfare le sue nobili Pitture, fin che tornassero senza quel che offendeva il suo delicatissimo gusto. Ma questa somiglianza e di mano, e di concetti, e di costumi non si acquista da colui, che per pochi giorni conversa nella squola di qualche Professore, ma da chi usa l’altrui consuetudine per lungo tempo, come son que’ che si pongono sotto la direzione del maestro quasi fin da’ primi anni: che però è da credere, che Oderigi lungamente frequentasse la stanza, e la pratica di Cimabue, e per conseguenza lungamente dimorasse sotto il di lui magistero, e così venisse ad acquistare la familiarità e dimestichezza ch’egli ebbe con Giotto, e con Dante, che dal medesimo maestro apprendevano il disegno. Aggiugne per ultimo, che Dante obbligato dall’arte ad imitare necessariamente il costume delle Persone introdotte a parlare nel suo divino Poema nell’invettiva contro l’umana gloria posta in bocca di Oderigi, non averebbe esemplificato in fatti di Persone Fiorentine allor viventi, se Oderigi non fusse dimorato a Firenze, o almeno non avrebbe espressi quelli esempi con termini tali, che facessero apparire (siccome fanno veramente) che Oderigi medesimo molto bene le conoscesse, e l’avesse quivi praticate. Eccovi l’invettiva.

Oh vanagloria dell’umane posse

Con poco verde in su la cima dura

Se non è giunta dall’etadi grosse.

Credette Cimabue nella Pittura

Tener lo campo, et or’ à Giotto ‘l grido,

Sicché la fama di colui oscura.

Così à tolto l’uno all’altro Guido

La Gloria della Lingua: e forse è noto

Chi l’uno, e l’altro caccierà di Nido.

E più sotto nove versi.

Colui che del cammin sì poco piglia

Dinanzi a me Toscana sonò tutta,

Ed ora a pena in Siena sen bisbiglia.

Ond’era Sire quando fu distrutta

La rabbia Fiorentina, che superba

Fu a quel tempo siccom’ora è Putta.

So che non mancherà chi dica, che in tanta scarsezza di notizie, più sicure e più certe d’un antico Valentuomo, come fu Oderigi, facilmente si potrebbe credere, che la cosa fusse passata come fin’ora abbiamo rappresentato, supposta l’amicizia reciproca tra Giotto, Dante, e Oderigi. Ma quantunque si ricavi dal Vasari, che furono amici di Giotto e Dante, e Oderigi; donde si deduce poi, mi dirà alcuno, che tra questi [p. 59] due ultimi passasse amicizia, e amicizia tale, che anzi familiarità, che conoseenza dir si potesse? Non da altri dico io, che dall’istesso Dante; perciocché volendo dimostrare come s’introducesse a riconoscerlo, finge che camminando sopra la prima Cornice del Monte del Purgatorio, trovasse anime, che piegate sotto a gravissimi pesi, andassero chine chine per quel Verone, purgando il vizio di superbia, e vanagloria; e che mentre gli parlava Omberto Aldobrandeschi de’ Conti di S. Fiore fusse riconosciuto, e chiamato da Oderigi, come apparisce ne’seguenti versi.

Et un di lor (non questi che parlava)

Si torse sotto’l peso, che l’impaccia.

E videmi, e conobbemi, e chiamava

Tenendo gli occhi con fatica fisi

A me che tutto chin con loro andava.

E che a questa voce voltatosi Dante, e conosciuto, che chi lo chiamava era suo amico, con allegrezza esclamando

Oh dissi lui, non sè tu Oderisi? etc.

Sicché s’egli finge d’essere stato veduto, e riconosciuto, e chiamato per nome da Oderigi, ed altresì d’aver lui riconosciuto l’amico già defunto, certo è che fra di loro mentre vivevano passò tal dimestichezza, e familiarità, quale suol passar tra coloro, che per lunga consuetudine diventano amici. E usò il Poeta quest’Artifizio d’essere raffigurato da tulle quelle Persone di già morte, che in vita erano state sue conoscenti e dimestiche; ed eccone la prova. Di M. Brunetto Latini suo Maestro dell’umane lettere, dice:

Così adocchiato da cotal famiglia

Fui conosciuto da un che mi prese

Per lo lembo, e gridò qual maraviglia?

In persona di Capocchio da Siena, che si dice essere stato suo Compagno nelli studi della natural Filosofia, parla cosi

Aguzza ver me l’occhio,

Sicché la faccia mia ben ti risponda.

E vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,

Che falsai li metalli con Alchimia,

E ti dee ricordar, se ben t’adocchio

Com’io fui di natura buona Scimia.

Di Casella singular Professore di Musica, e suo caro amico, che fra molte anime era, scrive

Io vidi una di lor trarresi avante

Per abbracciarmi con sì grande affetto,

Che mosse me a far lo simigliante.

Di Nino Visconti Pisano Giudice di Gallura in Sardigna stato ancor egli suo grande amico, dice

E vidi un che mirava

Pur me, come conoscer mi volesse.

Tempo era già che l’Aer s’annerava;

Ma non sì ché tra gli occhi suoi, e miei

[p. 60] Non dichiarasse ciò che pria serrava.

Ver me si fece, ed io ver lui mi fei,

Giudice Nin gentil quanto mi piacque

Quando ti vidi non esser tra rei?

Nullo bel salutar tra noi si tacque, etc.

E di Forese Donati suo vicino ed Affine, si legge

Ed ecco dal profondo della testa

Volse a me gli occhi un ombra, e guardò fiso,

Poi gridò forte: qual grazia m’è questa?

Ed in Persona di Piccarda Sorella di esso Forese, così discorre

Io fui nel Mondo Vergine Sorella,

E se la mente tua ben mi riguarda

Non mi ti celerà l’esser più bella.

Ma riconoscerai ch’io son Piccarda, etc.

E finalmente pure in Persona di Carlo Martello Rè d’Ungheria, con cui egli aveva familiarissimamente conversato, dice

La mia letizia mi ti tien celato,

Che mi raggia d’intorno, e mi nasconde

Quasi animal di sua seta fasciato.

Assai m’amasti, ed avesti ben onde;

Ché s’io fussi giù stato, i’ ti mostrava

Di mio Amor più oltre che le fronde, etc.

E tanto mi basti aver detto per conto del suo Maestro. Passiamo ad esso a dire alcuna cosa del tempo in che precisamente Oderigi fiorì.

Certo è, che egli visse intorno al 1300. ma se ei lo trapassasse, e non v’arrivasse rendesi appresso delli scrittori assai dubbioso: perché se sussistesse l’asserzion del Vasari, il qual vuole, ch’egli operasse in Roma per Papa Benedetto VIIII. da Treviso, che sedè nella Cattedra di S. Pietro dal 304. al 305. questo Artefice sarebbe fiorito dopo il 1300. ma perché il medesimo Vasari vuole che nello stesso tempo lavorasse Giotto le sue Pitture in Roma chiamatovi dal medesimo Pontefice Benedetto VIIII. quando la verità è, che Giotto fu chiamato a Roma da Bonifazio VIII. antecessore di Benedetto VIIII. come abbiam chiaramente mostrato nelle notizie di esso Giotto, viene in conseguenza che Oderigi fiorisse avanti al 1300. Presupposto, ch’egli fusse in Roma a miniar per lo Papa, quando Giotto vi fu chiamato dal medesimo a dipignere, il che successe circa l’anno 1209. ma che l’anno 1300. solennissimo, e degno di venerazione per l’universal giubbileo detto volgarmente l’Anno Santo, e Oderigi non fusse vivo, ce ne fa ampia fede lo stesso Dante, mentre finge d’averlo trovato il medesimo Anno cominciato già di tre mesi nel purgatorio. È notissimo fra gli espositori della Commedia che’l Poeta figura d’avere avuta la maravigliosa visione dello Inferno, Purgatorio, e Paradiso nel principio della Primavera del 1300. ne’ giorni ultimi della Settimana Santa, il che dimostrano a lungo con varie prove, ch’io lascio per brevità in gran parte, contento solo di dedurlo da tre capi. Il primo dal tempo, nel quale seguì lo smarrimento del Poeta dentro d’un’ oscura Selva, il quale smarrimento afferma egli che seguì

Nel mezzo del cammin di nostra vita.

Questa metà della vita umana è l’Anno trentacinquesimo dalla nascita dell’Uomo, [p. 61] come Dante stesso prova nel suo amoroso convivio, e ne aviamo per riprova ch’egli nacque l’Anno 1265. il quale sottratto dal 1300. ci dà il 35. Il secondo dal computo della rovina d’alcune parti dello’nferno seguita nella morte di Cristo, e sua discesa colaggiù, in questi versi posti in bocca di Malacoda Demonio

Ier più oltre cinque ore che quest’otta

Mille dugento con sessantasei

Anni compier, che quì la via fu rotta.

Poiche a mille dugento sessantasei aggiunti li 34. della vita di Cristo, sommano 1300. E terzo finalmente dalla menzione del Giubbileo universale, che i comentatori dicono comprendersi in que’ versi, dove parlando dell’Angiolo condottiere dell’Anime al Purgatorio, dice

Veramente da tre mesi egli à tolto

Chi ha voluto entrar con tutta pace.

In oltre è da avvertire, che il Poeta parla delle persone, e de’ fatti che furono avanti al 1300. in un modo, e di quelle doppo detto Anno in un altro; di queste, e de’ loro fatti discorre per modo di predizione, cioè che altri antivedendole glie le predice, ma delle prime per modo di narrazione, o istorico racconto, come già succedute.

Donde si cava un’altra considerazione, ed è ch’ei non pose d’aver veduto, o sia nello Inferno, o sia nel Purgatorio, o sia nel Paradiso alcuno spirito che non fusse già trapassato all’altra vita prima del 1300. slontanandosi solo da questa legge prescrittasi una sola volta, la dove tratta de’ Traditori de’ loro Benefattori, posti nella Ghiacciaia detta la Tolomea, nella quale per poter porre alcune persone che ancor vivevano nel millesimo del 300. le quali però avevano per avanti commessa tale scelleratezza, si vale d’una bella finzione poetica, che mirabilmente gli serve per lo senso allegorico, e morale, dimostrando, come dice S. Bernardo, che l’ingratitudine secca il fonte della pietà, mentre il Poeta per esprimerci l’impenitenza, e ostinazione di sì fatti scellerati, finge essere animati da un Demonio, e l’anima loro subito commesso lo esecrabile delitto, finge essere sprofondata nello’nferno, come in persona d’uno di essi fa dire

Cotal vantaggio à questa Tolomea,

Che spesse volte l’Anima ci cade

Innanzi c’Atropos mossa le dea.

E più sotto due versi.

Sappi che tosto che l’Anima trade

Come fec’io il corpo suo gli è tolto

Da un Demonio, che poscia’l governa

Mentre che’l tempo suo tutto sia volto.

Ella ruina in si fatta Cisterna.

Se dunque nel principio della Primavera del 1300. finge Dante di trovar Oderigi nel Purgatorio, già egli era trapassato all’altra vita, o sul finire dell’Anno antecedente, o su’l bel principio di quello presente, ne è improbabile ch’egli morisse in Roma, mentre faceva le miniature per la libreria; che però gli fa dire lo stesso Poeta

Di tal superbia qui si paga il fio:

Et ancor non sarei qui, se non fosse,

Che possendo peccar mi volsi a Dio.

E così viene a rispondere a una certa obiezione che si poteva fare ad Oderigi, cioè, come [p. 62] era possibile, che essendo morto così di fresco si trovasse con gli altri Spiriti nel Purgatorio, mentre era vissuto sempre con quella vana appetenza di essere reputato il migliore fra quei di suo mestiere; stante che secondo un’altra finzione del Poeta, l’anime, che per negligenza o trascuraggine indugiano a ravvedersi de’ loro vizi al capezzale, son condannate a star fuori del Purgatorio entro un suo immaginato, e finto luogo, e a dimorarvi tant’anni quanti vissono, in pena della procrastinata penitenza.

Concludiamo adunque per le ragioni allegate, senza altre che allegar si potrebbero, che verissima cosa essendo, che dalla Professione del disegno le belle arti d’Architettura, Scultura, e Pittura, son derivate. Che l’Arte del Miniare specie di pittura camminasse in bontà sempre mai di pari passo con la stessa pittura. Che al tempo di Cimabue, e da esso medesimo si usasse l’Arte del Miniare. Ch’egli portasse per l’Italia il miglioramento del dipingere fino dal 1260. in circa. Che fra Oderigi, Giotto, e Dante passasse la da noi provata amicizia, e che quella fra Dante, e Oderigi fusse di vera, e attual presenza, e per lunga consuetudine, e che questa non potesse essere stata usata, che in Firenze, e anche in riguardo al tempo, e Professione dell’uno, e dell’altro, che nella Scuola di Cimabue; ed in oltre (cosa che pur ora mi sovviene) che la maniera di miniare di Oderigi, come si ha dalle stesse parole del Poeta, fusse ne’ suoi tempi riputata buona sì, ma in verità non arrivasse a gran segno quello che poi ne’ tempi pure di Giotto usò Franco Bolognese Discepolo di Oderigi: che è quanto dire, che dall’una all’altra fusse la differenza, che era tra quella di Cimabue, e quella di Giotto da ognuno in quel tempo usata; io non temo punto di affermare, che Oderigi fusse veramente Scolare di Cimabue, o che da esso almeno egli apprendesse miglioramento del disegno, e del miniare.

Delli allievi lasciati in tal Professione da Oderigi noi non troviamo farsi menzione se non del nominato Franco da Bologna, come più particolarmente diremo nelle notizie di lui, il quale arrivò tant’oltre in suo sapere, e di tanto superò il Maestro, che il tante volte citato Poeta ne’ sopra allegati versi lo fa lodare allo stesso Oderigi in questa forma.

Frate diss’egli, più ridon le carte,

Che pennelleggia Franco Bolognese,

L’onore è tutto or suo, e mio in parte.

E dice ch’ e’ partecipa dell’onor di Franco, perch’egli fu suo allievo, come bene ci spiegò il Vellutello nel suo Comento: sendo verissima cosa, che il sapiente figliuolo è la gloria del Padre: e ridonda in onore de’ Genitori, e del Maestro il sapere de’ figliuoli, e de’ discepoli. Io anche ardirei d’affermare, che lo essere il medesimo Franco stato chiamato a Roma a lavorare di minio (se bene riuscì anche buon Pittore) ne’ tempi, che v’era Giotto, fusse per opera di Oderigi suo Maestro, acciò gli fusse in aiuto, come suo discepolo, siccome da Giotto vi era stato chiamato, o condotto Simon Memmi; o pure ch’e’ vi fusse chiamato finir quel lavoro, che per morte non potè tirare avanti Oderigi; cosa che pure successe a Giotto, quando si portò ad Assisi a dar compimento alle Pitture della Chiesa di S. Francesco, tralasciate dal suo Maestro Cimabue, e vediamo a’ giorni nostri frequentemente intervenire in simiglianti casi.

Egli è ben vero ch’io non ho mai saputo rinvergare da quale Scrittore abbia tratto l’Autore delle Vite de’ Pittori Bolognesi queste parole: Franco del quale non posso che parlare con un poco più di rispetto, come quello che venne giudicato a que’ tempi eguale ad ogni altra anche all’istesso Giotto, quando non mandò [p. 63] Benedetto Nono a riconoscer l’opera di quelli a Firenze, et a levarlo, che da Bologna ancor non si facesse venir questo Franco per servirsene a dipigner non solo, ma a miniare i volumi stessi della libreria Vaticana, come che si sottile e fina operazione da verun’altro non bene usata, altro sapere ricercasse, altra diligenza di che trovavansi provvisti gli artefici di que’ tempi.

Se questo Autore à cavato dal Vasari, del quale porta poi immediatamente alcune proprie parole, protestandosi di non trovare di Franco essere stata fatta alcuna menzione, né dal Baldi, né meno nella Biblioteca Bolognese, pare a me avere egli errato due volte, la prima col medesimo Vasari, dove disse, che Giotto, Oderigi, e Franco fussero chiamati a Roma dal Pontefice Benedetto IX., il che non fu così, e noi l’abbiamo concludentemente provato: col far vedere, che Benedetto IX. fu creato Papa doppo che costoro avevano fatte l’opere in Roma, che dice il Vasari, che e’ facessero; à errato anche da per sé stesso, restando insussistente la di lui asserzione, Che si sottile, e fina operazione (intende egli del miniare) da verun altro non fusse ben’usata, mentre sappiamo, che Giotto primo Maestro della Pittura, possedè in grado eccellente quella del miniare, operando cose maravigliose, che pure fino a’ nostri tempi si veggono, come s’è dimostrato nelle di lui notizie; e se bene il Vasari non fece menzione delle miniature di Giotto, non disse però mai cosa contraria.

[p. 64] NOZZO DI PERINO

DETTO CALANDRINO

Si crede Discepolo d’ANDREA TAFI, fioriva del 1300.

Si maraviglierà forse alcuno, che fra tanti Pittori nobili, e famosi per l’arte loro, de’ quali ò intrapreso a parlare, io dia luogo anche a Calandrino, quasi che porti il pregio del trattar di lui particolarmente, che a dir vero fu Uomo, più per le sue Fanciullaggini ridicoloso, che per lo valore nel suo mestiere ammirabile. Ma pure perché niente è nell’antichità dispregievole affatto, e della quale non torni talvolta in acconcio il far memoria; e anche perche se ben si considera la nostra natura è sopra modo curiosa, e vaga di novità, e non solo le aggrada il vedere, e l’udire una gran bellezza, una grande eccellenza, ma le nuove, e le stravaganti maniere ancora ci rivolgono a loro, porgendoci non ordinario diletto, ed ammirazione: però se io ora non potrò lodare Caladrino nell’artifizio della pittura, e nella profondita dell’ingegno, il suo medesimo nome, il quale ormai è ito in proverbio, e che vien celebrato dal nostro leggiadro favoleggiatore, fa che non sia fuor di proposito il narrare alcune poche cose della sua semplicità, e stranezza di natura, la quale l’à fatto famoso; e se il Greco Poeta per render più vaghi i suoi canti non recusò di mescolar fra gli Eroi il suo Tersite, non meno brutto, e scontraffatto di corpo, che strano di costumi, penso che non sara imputato a me il dar luogo tra Uomini di gran valore nell’arte, e di maniere aggradevoli anche a costui. Di questo Pittore adunque, del quale per abbellire le sue novelle fece, come aviamo accennato, sì frequente menzione il nostro Giovanni Boccaccio, non sarebbe appresso di me la notizia del vero nome, se non ne avesse aiutato la varia lettura d’antichissime scritture pubbliche di que’ tempi. Trovasi nell’Archivio Fiorentino in un Rogito di Ser Grimaldo di Ser Compagno da Pesciuola del 1301. Nozzus vocatus Calandrinus Pictor quondam Perini Populi Sancti Laurentii testis, e non si può dubitare che non sia questi colui, del quale ora si ragiona, trovandosi oltre al nome tutte le qualità contenute in tali parole verificate nella persona di lui; il soprannome di Calandrino, la Professione di Pittore, ed il luogo di sua abitazione, che fu nel Popolo di S. Lorenzo, dicendo il nominato Autore nella giornata ottava novella terza: Calandrino senza arrestarsi venne a Casa sua, la quale era vicina al canto alla Macina (il che non puole avverarsi se non di luogo contenuto nel Popolo di S. Lorenzo) il quale è così chiamato da una grande, e grossa Macine, che fino al presente tempo si vede in uno delli Angoli degli edifizi delle due contrade, che son da ponente, e mezzo giorno; volendosi ora sapere ciò che significasse il nome di Nozzo, e di Perino, l’uno e l’altro tronco e corrotto, vedasi quanto aviamo detto verso il fine delle notizie di Giotto intorno all’antica usanza, che fu nella Città di Firenze di mozzare, e corrompere fino ad una, dua, e tre volte i nomi propri delle persone, e così [p. 65] trovasi il nome di Giovanni (che fu il proprio di Calandrino) esser detto Giannozzo, e poi con duplicata corrottela Nozzo, e quel di Piero si diceva Pero, pronunziato con l’E largo, e Pierino, che poi si diceva Perino. Circa al tempo, nel quale e’ visse, e operò nell’arte sua, già aviam mostrato che del 1301. egli era Pittore; e vien confermato dal detto dello stesso Boccaccio nella citata Novella, alle parole: Fu ancora non e gran tempo un Dipintore chiamato Calandrino. La parola, non è gran tempo, deve referirsi al tempo, nel quale fingonsi raccontate le Novelle, che fu per la peste del 1348., il che fa anche credere, ch’e’ vivesse fino a pochi anni avanti il 1348., e così ch’egli avesse lunga vita; perché nella giornata nona Novella quinta è fatto di dire a lui stesso quando era innamorato, io non son vecchio com’io vi paio; e nella stessa in altro luogo fa dire il Boccaccio alla stessa Donna di lui arrabbiata per gelosia: Vecchio impazzato, etc. ecco bello innamorato; or non ti conosci tu tristo? non ti conosci tu dolente? che premendoti tutto non uscirebbe tanto sugo, che bastasse ad una salsa. E sappiamo, ch’egli operò con Bruno e Buffalmacco, che visse fino al 1340.; ed io trovo pure nel nominato Archivio in un protocollo di ser Lando d’Ubaldino da Pesciuola, che rogò dal 1318 al 1339. che Domenico di Nozzo detto Calandrino prese moglie l’anno 1320. ed eccone le parole. Domina Margarita filia quondam Baldi Iunctæ Stamaioli Populi Sancti Remisij Uxor Dominici quondam Nozij vocati Calandrini Pictoris Populi, & Burgi Sancti Laurentij de Florentia; sicché se un suo filiuolo del 1320. già si accasava, cosa assai evidente sarà, che del 1301. Calandrino fusse già accasato, e forse anche di qualche tempo; ed avendo egli poi operato con Buffalmacco, non resta dubbio, ch’e’ non giungesse alla vecchiaia. Chi fusse il Maestro di Calandrino nell’arte della Pittura non è noto, stimo io però assai probabile, ch’egli uscisse dalla squola stessa, della quale era uscito l’inseparabil compagno suo Buffalmacco, che fu quella d’Andrea Tafi; e ciò mi persuade a credere non solamente la stretta amicizia, e continua pratica ch’egli ebbe con esso lui, ma l’avergli anche aiutato molto nell’opere; non essendo cosa né insolita, né impropria che un Pittore procuri al possibile di pigliare in suo aiuto Maestri, che abbino la propria scuola, e maniera;

quanto a’ lavori di Calandrino, il citato Autore non fa menzione, che d’un solo, e fu quello che ora diremo. Era in que’ tempi in Firenze un ricco Cittadino chiamato Niccolò Cornacchini, che fra l’altre sue possessioni una ne avea in Camerata, Villaggio poco lontano dalle mura dalla parte di tramontana. Sopra questa fece egli fare un orrevole e bel casamento, e volendo poi far dipignere molte stanze del medesimo, a due Pittori Bruno, e Buffalmacco ne diede la cura, i quali perciò, perché il lavoro era molto, seco aggiunsero e Nello, e’l nostro Calandrino. Questo, secondo che si può dedurre dal racconto della Novella, dovette in quel luogo per assai tempo esercitar l’arte sua, né si ha notizia d’altri suoi lavori; e ciò non tanto perché il tempo, ch’è scorso da ch’egli operava, fino a questa nostra età, che sono poco meno di 400. anni, può da per sé stesso quelli aver distrutto, ma perch’egli eran di quella goffa maniera, che si usava in quell’infelice secolo dagl’imitatori de’ Greci, come era stato il Tafi, e doppo di lui Buffalmacco, mi fo a credere, che le stesse Pitture non abbian data grande occasione a coloro, che son venuti dipoi di molto averle in rispetto; onde sia toccato loro l’esser le prime a cedere il luogo all’altre più moderne. Venendo ora ad altri particolari di Calandrino, i quali da più luoghi pure del Boccaccio ò raccolti, dico ch’e’ fu Uomo semplice, e di nuovi costumi, di grossa pasta, avaro, e che volentieri beveva quando altri pagava; usò praticare il più del tempo con i già notati due Dipintori Bruno, e Buffalmacco, Uomini sollazzevoli molto, ma per altro avveduti, e sagaci, li quali con esso usavano; perciocché [p. 66] de’ suoi modi, e della sua semplicità sovente gran festa prendevano, ed a questi aggiunse un altro lor compagno pur Dipintore, che fu il soprannominato Nello. Ebbe per moglie una bella, e valente Donna, parente dello stesso Nello, chiamata Tessa, nome tronco di Contessa, che gli voleva bene, ma lo faceva stare a segno, usando con lui, com’e’ si suol dire, il pettine, e’l cardo. La semplicità di costui à dato luogo al proverbio, o dettato, che dice: FARE ALTRUI CALANDRINO; e vuol dire, dare ad intendere cose impossibili, e voler che li sij creduto, come fu fatto a questo tale, al quale davano ad intendere i suoi compagni le più strane cose del mondo; ed io per dar qualche notizia maggiore del soggett ne accennerò alcuna così sommariamente, lasciando luogo a chi volesse sentirne le particolarità più minute, e più curiose di leggerle nel Decamerone, dove con mirabile eloquenza sono raccontate. Un Giovane chiamato Maso del Saggio maravigliosamente piacevole, e di be’ ritrovamenti, avendo alcune cose inteso della semplicità di costui, trovatolo un dì nella Chiesa di S. Giovanni, e vedutolo stare attento, e riguardar le Dipinture e gli intagli del tabernacolo, che era sopra l’Altare di quella Chiesa, statevi poste non molto tempo avanti, accordatosi con un compagno, pensò di prendersi diletti di lui, con fargli credere alcuna nuova cosa, e diedegli ad intendere d’essere stato in quel Paese, che volgarmente chiamasi la Cuccagna, da lui nominato Bengodi, descrivendogli tutte le delizie di quel luogo: sicché se fusse stato più vicino d’Abluzi, ch’e’ stimava per avventura un Paese, che fusse, come si suol dire, di là dal Mondo, Calandrino si sarebbe cimentato d’andarvi, tanto lo credeva vero. Non men grossa fu quella, che gli fece credere, che quando le macini fatte di macigno di Settignano, e di Montisci si fussero portate al gran Soldano d’Egitto legate in anella prima di forarle, se ne saria cavato gran tesoro, perché in quel paese erano assai più stimate, che gli Smeraldi, de’ quali là avevan montagne più alte, che Montemorello. Gli persuase, che in Mugnone torrente contiguo alla Città si trovasse una pietra nericcia di colore chiamata Elitropia, che rende invisibile chi la tiene addosso; onde egli invaghitosi di questa pietra, per adempire con l’aiuto di quella un cattivo pensiero suggeritogli dalla sua avarizia, d’andare invisibile a pigliar danaro alle tavole de’ Cambiatori, che moltissimi ne erano allora in Firenze, ne volle far consapevoli alcuni Pittori poveri Uomini come lui suoi amici, cioè i già nominati Bruno, e Buffalmacco, i quali come che fossero invitati al lor giuoco, seppero così bene reggere il lazzo, che vi seguirono cose troppe belle, finché avendogli coloro dato ad intendere, ch’e’ l’aveva trovata, e che già s’era fatto loro invisibile, egli se ne tornò a casa, dove fu scoperto dalla moglie; ma egli fondato sopra quella vana opinione del volgo, che le femmine ad ogni cosa faccian perdere la sua virtù, arrivò anche a credere ch’ella l’avesse fatta perdere all’Elitropia, ch’e’ si credeva d’aver addosso. Un’altra volta questi suoi buoni compagni l’andarono a trovare in una sua Villuccia (in tempo, ch’e’ v’era solo) non molto lontana da Firenze, ch’egli aveva auta in dote dalla Tessa sua moglie, con animo di restarsi a cena da lui, e anche passarsi con esso, e alla sue spese qualche giornata. Al loro arrivo per mostrarsi un buon massaio, o come noi oggi diremmo un buono Economo, fecegli Calandrino di subito vedere un porco, ch’egli aveva morto in sul suo podere; ma per quel che toccò alla cena, per la sua solita taccagneria invitogli così alla trista, ch’e’ non vi vollero stare, e in quel cambio pensarono al modo di rubargli il porco, il che venne loro ben fatto. E dipoi con un bizzarro strattagemma seppero così ben fare, che diedero ad intendere a lui d’esser’ egli stesso stato quello che a sé medesimo l’avesse rubato; e di più riuscì loro con due paia de’ suoi capponi farsi pagare l’invenzione. Era seguita la morte d’una Zia di Calandrino, che gli aveva lasciato dugento lire di piccioli contanti, quando egli impazzando dietro a que’ danari [p. 67] diedesi a far disegni per quelli impiegare in beni stabili, e da li innanzi non si scopriva vendita di beni, alla quale egli non s’affacciasse, e come s’egli avesse avuto da spendere dieci mila scudi, non lasciava aver quiete a’ Sensali, perché gli aiutassero a conseguir l’intento, tenevane poi mercato, il quale sempre si guastava quando al prezzo del Podere si perveniva; ma Bruno, e Buffalmacco con gli altri suoi compagni avrebbon pur voluto, che que’ danari ad altro uopo servissero che a comprar terreno, e tuttavia il rimproveravano per lo pensiero, ch’e’ si prendeva di far co’ suoi procaccio di terra, quasi che avesse a far pallottole, e frattanto pensavano ogni modo di cavargliene qualcuno da dosso. Una volta a tale effetto gli diedero ad intendere ch’egli era ammalato, e poi accordatisi con M. Simone Medico gli fecion credere d’esser pregno, e doppo che si furon presi il gusto, che lor parve di questa beffe, l’infermo con una finta medicina guarì, e spregnò, ed essi si goderon col Medico, e roba, e danari, che s’eran fatti dare per quella cura: mentre Calandrino, al quale pareva d’aver avuto una buona derrata d’esser campato di quel male, ne rimase allegro, e a’ compagni più obbligato, che mai. Accennerò per ultimo una solennissima bischenca, che fecion costoro al povero Calandrino per pigliarsi gusto di lui, altrettanto artifiziosa, quanto sconvenevole; e fu la seguente. Lavorava egli con essi loro nella nominata villa di Camerata per Niccolò Cornacchini, dov’era solito Filippo di lui figliuolo menare una rea femmina; costei un giorno appressandosi a Calandrino, più per curiosità di vedere un uomo stravagante, e brutto, che per alcuna affezione, gli fissò gli occhi addosso, ed esso a lei, e così vecchio come egli era diedesi a credere, che ella fusse di sé fortemente innamorata, di che accortasi la scaltra Donna per farsi beffe di lui seguitò a guardarlo, prorompendo talvolta in qualche sospiro: finché egli imbarcò. E perché a lungo andare non potè la cosa rimaner nascosta, a Nello, e agli altri, non occorre dire a che sorte di commedia con questa sua nuova melensaggine fusse dato argumento; ma per venire alle brevi fu portata la bisogna per modo che avendolo essi fatto venire a segreto e famigliare discorso con la Niccolosa, che tal’era il nome della femmina, quale essi gli avevan dato a credere ch’ella fusse la Consorte di Filippo, fu fatta comparire la Tessa sua Moglie, la quale coltolo d’improvviso come si suol dire in fragranti, non solamente gli fece un solenne rabbuffo, ma ben pelato, e graffiato ch’ella l’ebbe, lo caricò di molte percosse, mentre fra le risa d’ognuno si preparava l’ultimo atto della Commedia, che fu che Calandrino per aver tentato di far cosa ingiuriosa al Cornacchini nella sua da sé creduta moglie, per non incorrere in qualche disgrazia, si dovesse partir della Villa per non mai più tornare al lavoro, siccome seguì. E questo è quanto mi è paruto dover raccontare per dar qualche notizia di costui, che per la sua quasi non più udita goffezza, non già per lo suo valore nell’arte, dette materia che non solo parlassero di lui gli primi Scrittori di quella sua età, ma che per quattro quasi interi secoli se ne sia conservata viva la memoria fra gli Uomini, come aviamo altra volta accennato.

[p. 68] AGOSTINO, E AGNOLO

SANESI

Discepoli di GIO. DI NICCOLA PISANO, fiorivano del 1300.

Furono gli Antenati di questi Artefici Professori d’Architettura, essendo che si trovi, che fino dell’anno 1190. reggendo il governo di Siena lor Patria i tre Consoli, fusse data con loro disegno l’ultima perfezione a Fontebranda, e poco doppo sotto lo stesso governo alla Dogana di quella Città, ed altri edifici; questi però, de’ quali ora intendiamo parlare, cioè Agostino, e Agnolo, avendo apprese le belle arti da Gio: di Niccola Pisano, migliororono molto coll’operar loro la maniera degli Antenati. Agostino l’anno 1308. nel reggimento de Nove eresse nella sua Patria il Palazzo de’ medesimi Nove in Malborghetto, ed insieme con Agnolo suo Fratello fece fece la facciata del Duomo. Nel 1321. diedero principio questi due all’edificazione della Porta Romana, che rimase finita del 1325. Fecero similmente la Porta a Tufi racchiudendovi il Borgo, ch’era fuori della Porta a S. Agata. Il medesimo anno 1325. cominciarono a fabbricare la Torre di Piazza, che ebbe sua fine del 1344. e similmente la Chiesa, e Convento di S. Francesco, alla quale con gran solennità fu posta la prima Pietra con intervento del Cardinal di Gaeta Legato del Papa, del mese di Marzo 1326. Operarono anche assai di Scultura, e fra l’altre cose con disegno di Giotto, scolpirono il Sepolcro di Guido Signore, e Vescovo d’Arezzo nella Cappella del Sacramento del Vescovado di detta Città. Dice il Vasari, che costoro l’anno 1329. scolpirono nella Chiesa di S. Francesco di Bologna una tavola di marmo, e lo stesso anche afferma il Gherardacci; ma Anton Masini dice essersi dipoi trovate scritture autentiche nel Convento di que’ padri, dalle quali apparisce, che quel lavoro fusse fatto non altrimenti da Agostino, e da Agnolo Sanesi, ma da Iacopo, e Pietro Paolo Veneziani; e soggiugne questo Autore, che essi Agostino, e Agnolo fussero Architetti della Fortezza alla Porta di Galliera; nel che ci rimettiamo alla verità.

INDICE

DELLE COSE NOTABILI.

A

Adorazione de’ simolacri proibita al popolo d’Isdraele a car. 2.

Antermo antico Scultore 3.

Apollodoro antico Pittore 3.

Apelle antico Pittore 3.

Albero della casa di Cimabue 7.

Apologia a pro delle glorie della Toscana per l’assertiva del Vasari, ed onore di Cimabue, e Giotto Fiorentini 8.

Archilao prima di Socrate disputò del giusto e dell’onesto, e intorno alle leggi, con tutto ciò a Socrate fu dato l’onore d’esserne stato il primo ritrovatore 28.

Autori, che appresso i Greci scrissero avanti a Omero 28.

Avanti a Giotto si dipigneva nel Mondo 29.

Andrea Tafi, sua vita 30. Opere 31. il perché introducesse in Firenze il musaico e lo migliorasse 34. Si crede Maestro di Calandrino 65.

Apollonio Greco Pittore a Musaico 30. A Firenze 30. insegna al Tafi cuocere i vetri e far lavoro per il musaico a 30. sue opere in S. Gio. di Firenze 30.

Aidulfo Re de’ Longobardi 33.

Adualdo Re de’ Longobardi 33.

Arnolfo di Lapo Scultore e Architetto. vita 28.

Amicizia tra Oderigi, Giotto, e Dante 57.

Amicizia tra Calandrino, Bruno, e Buffalmacco 65.

B

Borgo allegri perché così detto 4.

Buono antico Architetto 35.

Brunetto Latini Maestro di Dante 59.

Badia di S. Fiore 49.

Benvenuto da Imola Comentatore di Dante 52.

C

Cimabue. vedi Gio: de Cimabuoi.

Chiesa di S. Maria Novella 3. Descrizione del Tempio antico 4. Si pone la prima pietra della nuova fabbrica 4.

Cappella de’ Gondi detti del palazzo in S. M. Novella lasciata in piedi nella rovina della Chiesa vecchia 4.

Cardinal Latino Domenicano pone la prima pietra della nuova Chiesa di S. M. Novella 4.

Chiesa di S. Ciriaco d’Ancona 5.

Cimabue, e Giotto Fiorentini, i primi che doppo i moderni Greci dessero miglioramento al disegno e alla pittura 8.

Comento di Dante di Piero suo figliuolo nella Libreria di S. Lorenzo del Sereniss. G.D. 10.

Altro Comento del 1334. 11.

Altro Comento con gli argomenti delle due Cantiche fatti da M. Gio. Boccaccio in essa Libreria 12 Chiose latina sopra il Purgatorio, e’l Paradiso di Dante in d. Libr. 12 Dell’Imolese 12. Di Francesco di Bartolo da Buti 13 Del Landino 15. Altro Comento manoscritto d’Antonio Altoviti in detta Libreria a 15.

Cennino Cennini da Colle di Valdelsa Pittore, discepolo d’Agnol Gaddi 12.

Cimabue, e Giotto come possano dirsi meglio ritrovatori che ristauratori della Pittura 28.

Cristiana Religione non mai fu senza immagini da venerarsi su gli altari 28.

Culto dell’immagini quando ebbe principio 28.

Chiese si dedicano a Dio in onore de’ Santi 32. Uso di dedicarle 32.

Chiesa di S. Gio. era già la Cattedrale, o Chiesa maggiore, o Vescovale di Firenze 32.

Chiesa di S. Lorenzo Basilica Ambrosiana 32.

Chiesa di S. Pietro in Ciel d’oro antichissima in Firenze 34.

Campanile di S. Marco di Venezia quando cominciato a edificare 35.

Chiesa di S. Andrea di Pistoia 35.

Chiesa di S. Maria Maggiore in Firenze 35.

Campanile del Duomo di Pisa quando fondato, e da chi 35.

Chiesa di S. Salvadore del Vescovado 36.

Chiesa di S. Michele Bertelli detto degli Antinori 36.

Campanile di Badia quando edificato 36.

Chiesa di S. Croce in Firenze, e i primi Chiostri quando edificati 36.

Castelli di Scarperia in Mugello, di Castelfranco, e S. Gio: quando edificati 36.

Chiesa di S. Maria del Fiore in Firenze 37.

Case delli Uberti, e altri ribelli disfatte 37.

Campo santo di Pisa quando cominciato a edificare, e da chi 42.

Cappella dove si conserva la sacra Cintola in Prato, da chi inventata, con altre fabbriche di quella Chiesa 42.

Capocchio da Siena 59.

Casella professore di musica 59.

Carlo Martello Re d’Ungheria 60.

Clemente V. condusse Giotto in Avignone 49.

Carlo di Re di Calavria fece andar Giotto a Napoli in servizio del Re Ruberto suo Padre 49.

Casa de’ Cerchi posta a piè del Ponte vecchio, e sua erudizione 50.

Calandrino, e sue notizie 64.

Il Cardinal di Gaeta Legato del Papa in Siena 68.

D

Dibeno antico Scultore 2.

Demofilo antico Pittore 3.

S. Domenico Patriarca 3. a Firenze 4.

Detto di moderno Autore contro un’opera d’Andrea Tafi, confutato 31.

Darsena, e Mandrocchio di Genova da chi, e quando edificati 43.

Dante Poeta Fiorentino, de’ Priori 45. suo esilio 45. ricevuto da Giotto in casa sua nella Città di Padova 49. dipinto da Giotto 46.

E

Enos figliuolo di Set fece alcune immagini 2.

Epitaffio sopra il sepolcro di Cimabue 6.

Esenzioni concesse in Firenze ad Arnolfo Architetto 36.

Etimologia del nome di Giotto 54.

F

Fidia antico Scultore 3.

S. Francesco Patriarca, sua immagine al vivo di mano di Cimabue in S. Croce di Firenze.

Fede necessaria anche nelle cose mondane 16.

Figura del Cristo fatto dal Tafi nella volta di S. Gio: ed errore preso da moderno Autore in condannarla 31.

Figura del falso Dio Marte già nell’antico Tempio che oggi è il Tempio di S. Gio: 32.

Fuccio Fiorent. Architetto, fabbrica in Firenze la Chiesa di S. Maria sopr’arno 35. altre sue opere 41.

Franco Bolognese discepolo d’Oderigi 62.

Filippo da Bergamo, e suo errore nel Supplimento alle Cronache circa alla morte di Giotto, con prove, ed erudizione 51.

G

Gige Lidio Pittore antico in Egitto 3.

Gio: de’ Cimabue detto Cimabue Pittore, nasce nel 1240. 3 Notizie di sua vita 3 sue opere 45. muore l’anno 1300. 6.

B. Gio: da Salerno dodici de’ suoi frati abita in Ripoli fuor di Firenze 3. Nella Città di Firenze in S. Pancrazio 4 in S. Paolo 4.

Greci Pittori in Firenze 4.

Giotto discepolo di Cimabue 4.

Giorgio Vasari scrittore delle vite de’ Pittori a 8.

Guido Guinicelli 10.

Guido Cavalcanti 10.

Gaddo Gaddi in aiuto del Tafi nell’opere della volta di S. Giovanni 31.

Guglielmo dicesi Tedesco Architetto 35.

F. Gio: da Campi dell’ordine de Predic. Archit. 38.

Gaddo Gaddi Pittor Fiorent, sua vita 39.

Gaddi nobil famiglia Fiorent, suo principio, fine, e quasi risorgimento nella nobil famiglia de’ Pitti 48.

Gio: Pisano Scultore, e Archit. sua vita 41.

Giotto di Bondone Pittore, Scultore, e Architetto Fiorentino, sua vita 44.

I

Idoli di Labam rubati dalla bella Racchele 2.

Inventore d’alcune cose quale, e come possa dirsi 27.

F. Iacopo da Turrita dell’ord. di S. Franc. Pittore a musaico 34 sua vita 41.

F. Iacopo Passavanti celebre scrittore dell’ordine de Predicat. 38.

Immagine di Maria Verg. nel pilastro della loggia alla piazza a’ Orsanmichele da chi dipinta 43.

Iacopo Stefaneschi Cardinale 45.

Il primo lume di dipingere fu condotto da Cimabue fuor di Firenze e per l’Italia circa il 1260 57.

Istoria della Beata Umiliana de’ Cerchi 50.

Il Campanile di Firenze ebbe cominciamento col modello di Giotto l’anno 1334, e sua erudizione 51.

L

S. Luca Vangelista nel giorno della sua festa si pone la prima pietra della Chiesa di S. Maria Novella 4.

S. Luca. Altare a lui dedicato nella Capp. de Gondi dipinta da Greci maestri di Cimabue 4.

S. Luca con alcune immagini di Cristo e di Maria da sé dipinte converte l’anime a Dio 29.

Lapo Antonio Architetto dicesi Tedesco 36.

Lastricare le strade in Firenze quando ebbe principio e da chi 36.

Loggia, e Piazza de’ Priori quando edificata 36. Lorenzo de’ Medici nella Chiesa di S. Reparata fece scolpire in memoria di Giotto la sua effigie per mano di Benedetto da Maiano, con i versi composti del Poliziano 51. e 52.

M

Moltiplicità di pareri offusca la chiarezza delle scienze 2.

Michelagnolo Buonarroti, suo parere sopra la pittura, e scultura 2.

Mela, e Micciade antichi Scultori 3.

Margaritone Pittore, Scultore e Archit. Aretino 5. il primo che incominci a coprire le tavole di tela per dipingervi sopra 5. sue opere 5.

Marino Boccanera Architetto Genovese sua vita, e opere 43.

Molo antico di Genova da chi, e quando edificato 43.

Monastero delle Donne di Faenza era dove oggi è la fortezza da basso 49.

Monaco dell’isole d’oro dell’antichissima, e nobilissima famiglia Cibo, sue opere 49.

Morte di Giotto in Firenze l’anno 1336. 51.

Moglie e figliuoli di Giotto a 53. e 54.

Maso del Saggio, e sua piacevole istoria circa Calandrino 66.

N

Nino Re degli Assiri fa scolpire un’immagine di Belo suo Padre 2.

Nesea amico pittore 3.

Nella primitiva Chiesa s’intitolava la Cattedrale in S. Salvadore 32.

Niccola Pisano sue opere 42.

Navicella di Giotto dipinta a musaico in S. Pietro di Roma 48. quello che sia seguito in tempo di questa opera 48.

Nozzo di Perino detto Calandrino, e sue recondite notizie 64.

Nino Visconte Pisano Giudice di Gallura in Sard. 59.

Notizie d’Oderigi d’Agobbio 55.

Niccolò Cornacchini ricco Cittadino in Firenze 65.

Notizie d’Agostino e Agnolo Sanesi discepoli di Gio di Niccola Pisano 68.

O

Onorio III. dà a’ Frati di S. Domenico la Chiesa di S. Maria Novella 4.

Opinioni male adattate al vero di quanto danno sieno alla letteratura 9.

Omberto Aldobrandeschi de’ Conti di S. Fiore 59.

P

Proemio dell’Opera 1.

Pittura, e Scultura sono una cosa stessa 2. lor divisione da che proceda 2. Procedono dallo stesso principio che è il disegno 2. Dall’Egitto in Italia, e poi in Grecia 3. periscono 3. risorgono in Toscana 3.

Plastica del primo Uomo 2.

Prassitele antico Scultore 3.

Pirro antico pittore in Grecia 3.

Polignoto Ateniese antico Pittore in Corinto 3.

Parrasio antico pittore 3.

Protogene antico pittore 3.

Pitture de’ Greci in S. Maria Novella 4.

Palazzo de’ Governatori d’Ancona 5.

Provvisione ottenuta nel Consiglio della Città di Firenze a favor di Giotto 10.

Platone ebbe lode d’essere stato il primo, che riducesse il Dialogo a perfezione 28.

Palazzo de’ Sig. in Arezzo, e Torre della Campana 35.

Ponte alla Carraia quando fondato, e da chi 35.

Palazzo delli Anziani in Firenze e da chi edificato 36. servì poi pel Podestà, oggi pel Bargello 36.

ser Petraccolo dell’Ancisa padre del Petrarca 36.

Ponte alla spugna sopra il fiume dell’Elsa quando edificato, e da chi 38.

Persio si fa chiamare discepolo di Cornuto 42.

Paradiso si piglia per atrio, e portico di Chiesa, avvertimento dell’Autore intorno a ciò 48.

Pietro Berrettini da Cortona 58.

Papa Benedetto IX da Treviso 60 e 63.

Papa Bonifazio VIII. 60.

Q

Qualità delle Pitture, Sculture e Architettura ne’ secoli barbari 3.

Quadro singolare di Giotto in casa gli Eredi d’Alessandro del Nero Nobil Fiorentino, e Barone Romano, con tutta l’istoria.

R

Re Carlo il vecchio d’Angiò fratello di S. Luigi, a Firenze 4.

Ricordo nell’antichissimo libro de’ Benedattori della Vaticana Basilica 11.

Redoardo Re de’ Longobardi 33.

F. Ristoro e F. Sisto conversi Domenicani, antichi Architetti loro opere, e morte 38.

Rogito di ser Grimaldo di ser Compagno da Pescivola circa il vero nome di Calandrino 64.

Rogito di Lando d’Ubaldino da Pescivola, esprime qual fusse la moglie di Calandrino 65.

S

Sciro antico scultore 3.

Sepultuari di Francesco Segaloni, e Stefano Rosselli 6.

Sepoltura degli Uomini della famiglia di Cimabue nel Cimitero vecchio di S. Croce 6.

S. Simpliciano Vescovo successore di S. Ambrogio 32.

Segna di Buono, da questo la nobil famiglia de’ Segni 36.

Semplicità, o superstizione di molti pellegrini, che fino all’anno 1300 visitavano la Basilica di S. Pietro 47. Simone Memmi 62.

Strane beffe, che i Compagni fanno a Calandrino 67.

T

Timante antico Pittore 3.

Toscana, della quale è fatta menzione in molte parti di quest’Opera.

Tempio di S. Giovanni 31 e 32. Ragioni dell’Autore per le quali si possa dire, che esso Tempio fusse avanti al 600 intitolato in S. Salvatore, contro il detto di gravi Autori 32.

Teodolinda Regina de’ Longobardi 33. Fabbrica una Basilica in onore di S. Gio: Battista.

Terzo, e ultimo cerchio delle mura di Firenze, quando edificato 36.

Torre de’ Foraboschi, oggi il Campanile di Piazza 37.

Turrita Terra di Valdichiana 41.

Taddeo Gaddi discepolo di Giotto 49.

V

Vicino antico Pittore a musaico 41.

Ugolino Sanese sua vita 43.

Ugolino Sanese, sua vita 43.

Vari detti, e sentenze di Giotto 52 e 53.

Z

Zeus antico Pittore 3.

S. Zanobi Vescovo 32.

Traslazione del suo corpo 32. sua Vita scritta da S. Simpliciano Vescovo successore di S. Ambrogio manoscritte nella Libreria di S. Lorenzo del Sereniss. Gran Duca 32. Trasportato dalla Furia del Popolo a toccar l’Olmo, che miracolosamente fiorì 33.

LAUS DEO.

Con il contributo di