NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3 (1728)

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Nell’orto di quella casa vi eran piante di fichi con altri frutti, ed alcune viti; queste pure voleva, che vivessero a modo loro, e guai a quello, che gli avesse ragionato di zappar la terra attorno, o potarle. Diceva egli che le cose della natura dovevansi lasciar custodire a lei senza farvi altro, e così i tralci delle viti ricoprivano la terra, ed i rami de’ frutti erano talmente moltiplicati, che quell’orto era diventato una ben densa boscaglia. Come in questo, così in ogni altra cosa era di umore al tutto contrario agli altri uomini, e tirava i discorsi a certi sensi, che era un gusto il sentirlo. Aveva grande invidia a coloro, che muojono per mano della Giustizia; perché parevagli una bella cosa l’andare alla morte vedendo tant’aria, e l’esser accompagnato da tanto popolo, e da tanti, che pregan per te; altrimenti che starsene racchiuso nell’oscurità di una camera, e di un proprio letto. E moltissimo stimava poi l’uscir di questo mondo ad un tratto, senza cadere in mano de’ medici, e degli speziali, i quali odiava come la peste, perché diceva, che fanno i malati morire di fame, di sete, e di sonno, e gli ammazzano con mille martirj. Aveva a noja il piagner de’ ragazzi, il tossir degli uomini, il sonar delle campane, ed infino il cantar de’ Frati; né gustava altro, che di veder piovere, come si suol dire, a ciel rotto, con questo però, che coll’acqua non fossero venuti tuoni, o baleni, perché era tanto pauroso de’ fulmini, che più non si può dire; in tali tempi si rinvolgeva nel ferrajuolo, e serrati gli usci, e le finestre della camera si cacciava in un canto della medesima, finché passava quel temporale. Ma perché gli uomini di così fatta natura, coll’avanzarsi nell’età, sogliono dar sempre in peggio; condussesi finalmente Piero già ottogenario a stato di tanta fastidiosaggine, che era venuto a noja non che agli altri a sé medesimo: e non voleva, che i suoi giovani gli stessi attorno, sicché restò senza ajuto e conforto alcuno, e come quello, che per lungo corso di vita si era assuefatto a far sempre qualche cosa nell’arte sua, si poneva alcuna volta a dipignere, ma perché aveva il parletico, non poteva, e mentre si adirava con una mano, che non voleva tenergli fermi i pennelli, da quell’altra cadevagli la mazza, o la tavolozza de’ colori: ed il vederlo borbottare, e far forza per iscaponir quel male, era cosa veramente degna di riso, e di compassione. Altre volte entrava in gran collera colle mosche, e tanto s’infastidiva, che fino l’ombra gli dava noja. Finalmente vissuto così solo, e male in arnese della persona, per qualche tempo, una mattina fu trovato morto a pié di una scala della sua casa l’anno 1521.

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