Per l’assertiva di Giorgio Vasari Aretino, ed onore di CIMABUE e GIOTTO Fiorentini.
Avevamo scritto fin quì; e tanto ci bastava, per dare alcun cenno di ciò che noi in quest’opera intendevamo di mostrare: quando (essendosi già per diverse vie pubblicato il nostro concetto) del corrente anno 1677. è venuto alle pubbliche stampe, un Libro di moderno Autore, nel quale, mentre si danno molte e belle notizie d’alcuni veramente eccellentissimi Pittori di sua Patria, con dimostrazione di collera implacabile si parla di Giorgio Vasari , che pure possiamo dire che fusse il primo, il quale ne’ secoli più vicini aprisse agli studiosi ed amatori delle buone Arti, il bel campo di tesser le vite degli eccellenti Artefici, tutto che in alcuna cosa, come fa la più parte di coloro che molto scrivono, s’ingannasse, o pure fusse da altri ingannato.
In oltre con sì poca onorevolezza, anzi con tanto avvilimento si discorre degli antichi Pittori Fiorentini, dico di Cimabue e di Giotto , i primi che doppo i moderni Greci dessero miglioramento al Disegno ed alla Pittura, siccome ancora di altri da loro derivati; che io a prima vista (credendo certo, che il soverchio calore con che ne vengon portate l’invettive, la credenza e l’affetto de’ Lettori toglier dovesse) pensai non esser d’uopo il dire, benché minima cosa in lor difesa, e di tutto quello ancora che a gloria di loro fin qui è stato scritto: ma poi fra me stesso ripensando, stimai volere ogni giustizia, che non tanto per render giusto tributo d’ossequio e d’amore alla mia Patria ed a’ miei Cittadini, quanto per dimostrar di far quella stima che meritano gli scritti di un per altro dotto Autore, e non disprezzare i colpi della sua penna (quali io credo vibrati da altra mano) io alcuna cosa scriva di quel ch’io sento in simil particolare. Dissi colpi vibrati da altra mano, perch’egli è noto, che qualunque per ingegnoso e dotto che sia, il qual piglia a scrivere di alcun’Arte, nella quale egli stesso, come sua propria non si sia lungamente esercitato, potrà ben far mostra della capacità del suo intelletto in quanto spetta alla Storia e suo ornato; ma in ciò che alla professione appartiene, gli è necessario il valersi alquanto dell’altrui notizia; e quel ch’è più, il sottoscriversi sovente agli altrui pareri. Quindi è che veggonsi bene spesso andar per le stampe, siccome appunto nel caso nostro addiviene, mescolate fra bellissime notizie e dotte erudizioni, opinioni e pareri, tanto contrarj al comun sentimento de’ pratici ed eccellenti Professori
delle medesime Arti, che toltone tutto ciò che anno in sé di troppo immoderato affetto alle Patrie loro, poco o nulla poi vi rimane di sustanza, onde cavar si possa un ben sicuro e fondato ammaestramento. Non lasciano però tali opinioni alcuna volta, e per lo valore e credito di coloro che le scrivono, e per l’imperizia di molti che leggono, di far gran danno agl’intelletti, facendo loro concepire in sé stessi sentimenti dalla buona e vera intelligenza di tali cose pur troppo lontani. Né l’ottima intenzione di chi scrisse, molto giova a questo male; in quella guisa appunto, che poco rilieva al danno di chi è colpito da una pietra, l’esser’ella stata avventata da mano nimica, o da per sé stessa da alto caduta. Il perché, non credo io, che mi si potrà ragionevolmente ascrivere a mancanza quel poco, che in sola difesa della verità, e per mantener vivi al Mondo i belli attributi della mia Patria, io sono ora per dire.
E lasciando da parte i supposti e le conghietture portate dall’Autore, quali io giudico non rilevanti per l’effetto di provar concludentemente sua intenzione; fermandomi per ora in ciò ch’ei disse, che quel di Dante Credette CIMABUE nella pittura Tener lo campo ed ora ha GIOTTO il grido