Filippo Baldinucci, Vocabolario toscano dell'arte del disegno (1681)
Lemma - Dorare
Distendere, e appiccare l'oro in sù la superficie di che che sia.. Mettere a oro, adoperando per attaccarlo il bolo; e ciò si fa col coprir prima di gesso da oro la cosa da dorarsi, aggiugnendovi sopra il bolo macinato, e temperato con chiara d'uovo; il quale doppo ch'è secco si bagna leggiermente con acqua, e così bagnato vi si posa sopra la foglia dell'oro, la quale tenacemente appiccandosi ad esso, facilmente si brunisce, e lustra, dopo che sia lasciata bene asciugare. Questo modo di dorare, usasi comunemente sul legno.. Mettere l'oro sopra la superficie delle figure, o altro lavoro di metallo ben lustro, e grattabugiato, il che fanno a forza di fuoco, e argento vivo in questa maniera. Pigliano il metallo, o sia argento,
o rame, o bronzo, o ottone, e in un calderotto di rame lo fanno bollire, con acqua, sal comune, e gruma di botte, per quanto faccia di bisogno, secondo la qualità e grandezza del lavoro; qual bollitura con tali ingredienti à forza di levargli quella pelle di sudiciume, ch'e' potesse avere attorno; e questo lo chiaman bianchire. Lavanlo poi in una catinella con acqua chiara, servendosi d'un mazzetto, o sia pennello di setole di porco; poi con la grattabugia lo vanno stropicciando, e rilavando in acqua chiara, ed asciugandolo con panni bianchi, finchè si riduca ben lustro. Ciò fatto, pigliano acqua forte da partire, e con lo strumento detto avvivatoio, pigliano a vicenda gentilmente di essa acqua forte, e dell'argento vivo, e lo posano sopra il lavoro, spargendovelo con le setole; e questo dicono , che è una disposizione necessaria, acciocch'e' pigli l'oro, che per altro non vi si attaccherebbe: e l'acqua forte, in questo caso serve, per far che l'argento vivo, con cui s'avviva, si distenda ed appicchi. Piglian poi oro fine, e battuto a gran sottigliezza, e fattone minutissimi pezzi, l'inquocono dentro una ferraccia: piglian poi un coreggiuolo di terra, e lo fanno rosso di fuoco, in esso infondon l'oro con argento vivo (per ogni danaro d'oro otto danari d'argento vivo) e lascianvelo stare finchè si liquefaccia; allora lo gettano in acqua fresca, in cui viene a fare un certo corpo, simile ad un'unguento: poi con le setole lo distendono in sul lavoro avvivato, finchè sia ben coperto per tutto, ponendolo a otta a otta sopra 'l fuoco, e stropicciandolo con le setole tante volte, quante bisognano, finchè l'argento vivo si consumi, ed il lavoro rimanga giallo. Usano in questa maestranza uno strumento che'e' chiamano , che è un piatto di legno di più grandezze (e talvolta una cassetta che à lo stesso nome, e serve per lavori grandi) per posarvi il dorato, avendola prima coperta in fondo con frustagno o canavaccio, perchè il legno toccando esso dorato caldo lo macchia; e serve ancora tale strumento, per ricever quelle polveri d'oro che cadono nel setolare. Volendo poi fare, che l'oro dato sopra 'l metallo, pigli un profondo colore, fanno in questo modo. Pigliano cera gialla, matita rossa, fior di pietra, salgemma, e verderame, ne fanno al fuoco un composto, poi scaldato bene il lavoro, con un pennello di setole, velo distendon sopra; e doppo quattro o cinqu'ore, l'ardono al fuoco, e lo spengono in orina di maschio, o aceto, o vino, lo grattabugiano pulitamente, lo risciacquano in acqua fresca, l'asciugano e col fuoco e con panni caldi; e questo dicono il primo colore. Gli danno poi il secondo colore, pigliando verderame, salnitro, sale armoniaco, e fior di pietra; distendono questo secondo composto in sul dorato, l'ardono finchè questa materia cominci un poco a bollire, e diventi ben nera, lo spengon'in orina, e altro che sopra, e l'asciugano nel modo detto. Gli danno anche il terzo ed ultimo colore in questo modo: infondono in un calderotto di rame tant'acqua, quanta abbisogni, perchè il dorato rimanga coperto, con un terzo d'orina di maschio, sal comune, gruma di botte, e zolfo nuovo, e fannolo bollire finchè pigli il colore, lo cavano, e mettono in acqua fresca ben pulita, setolandolo bene, l'asciugano al fuoco, lo stropicciano con bianchi panni; e resta finito il lavoro, che rimane d'un color d'oro bellissimo ed acceso. Quest'operazioni, per lo maneggiar che ricercano dell'argento vivo, e per i fumi e male evaporazioni che' manda fuori, son dannosissime alla sanità degli Artefici; che però usano in lavorando tener guanti di frustagno foderati di canavaccio, e una sorte di berretta chiamata buffa, con cui resta loro coperto tutto il capo, il collo, la gola, il mento, le gote, e le narici, restando solo una certa apertura quanto fa lor di bisogno per l'uso degli occhi. Singulare in questa maestranza fu, nel Secolo passato, un certo Martino di Matteo Scjvente d'Augusta, che serviva il Sereniss. Granduca nella real Gallería di Firenze. Essendo poi l'Anno 1600. a' 27. di Gennaio alle 4. ore di notte, caduti, come si disse allora, quattro fulmini in un tempo stesso, sopra la gran Cupola di S. Marìa del Fiore, e fattane cadere, con quasi la metà della pergamena, la bella palla di metallo, la quale stiacciata come se fusse stata di cera, cadde nella pubblica via, rimpetto alla porta del
fianco dalla parte de' Servi: ed essendo, dopo tale accidente, stata essa palla ridotta a ben'essere, a Martino fu dato l'ordine di dorarla. Questi avendo un Fratello alla Patria chiamato Tobbìa, anch'egli valoroso in simili materie, il chiamò a Firenze; e insieme con esso, dorò la gran palla: e ciò seguì dentro a quel serraglio appunto, che ancor'oggi si vede dietro alla Chiesa, al fianco della medesima, dirimpetto alla piazza delle pallottole e case de' Guadagni. Questo Tobbìa si fermò anch'esso in Firenze al servizio de' Serenissimi in Gallería, nella quale fu sempre impiegato ne' più degni lavori. Lasciò un Figliuolo chiamato Iona Scjvente, che oggi vive, nello stesso impiego, uomo che alla bontà della vita, ed esemplarità de' costumi, à congiunto in modo straordinario il talento in simil facoltà. Questi agli anni a dietro dorò il gran Vaso di metallo, alto circa sei braccia, che fu posto sopra il Campanile della Chiesa de' Padri Benedettini nella Città d'Arezzo.. Mettere a oro sopra mordente: e si fa a quel lavoro, che non si può, o non si vuol brunire, o lustrare, coprendo la cosa da dorarsi con mordente, in vece di bolo; il qual mordente, per esser di sua natura untuoso e viscoso, senza interposizione d'altra materia, riceve e tiene stabilmente la foglia d'oro. Questa doratura à un certo splendore grasso (e non acceso, come quella brunita) simile alla lucentezza del puro getto del metallo.. Mettere a oro cosa, che non s'abbia a brunire, sopra materia detta orminiaco. V. Orminiaco.