Nominativo - Vignola

Numero occorrenze: 5

Vocabolario

1681

Prospettiva

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Prospettiva
f. Scienza che dimostra le tre ragioni del vedere, la diritta, la riflessa, e la rifranta; nella diritta si comprende la cagione degli effetti, che fanno le cose visibili mediante i raggi posti per dritto; la riflessa la ragione del risalimento, e riverbero de' raggi, che si fa, come dalli specchi piani, concavi, ritorti, rovesci, ed altre figure; la rifranta dà la ragione delle cose, che appariscono per mezzo d'alcuna cosa lucida, e trasparente, come sotto l'acqua, per lo vetro, sopra le nuvole; e questa prospettiva si chiama
prospettiva de' lumi naturali
, speculativa, e parte essenzialissima della filosofia, perchè il suo soggetto e la luce giocondissima alla vista, e all'animo umano. Barbaro sopra il primo di Vitruvio.
Prospettiva
detta da' Greci Scenographia, parte essenzialissima della Pittura. Questa (secondo ciò che ne scrive Pietro Accolti nel suo Libro intitolato l'Inganno dell'occhio) è una rappresentativa sezione della piramide visiva. Questa prospettiva è quella, secondo lo stesso Autore, e secondo ciò che noi pure ne intendiamo, alla quale unitamente sta appoggiata la ragione del disegno, e la maravigliosa operazione del pennello, nelle proporzionate intensioni d'ombre, e di lumi. Leonardo da Vinci, nel suo Trattato di Pittura, disse: che il Giovane che vuole alla Pittura applicare, dee prima d'ogni altra cosa imparar Prospettiva, per le misure d'ogni cosa. Fra Ignazio Danti ne' suoi Comentarj sopra le due regole di Prospettiva del Vignola disse: l'Arte della Prospettiva esser quella che ci rappresenta in disegno in qualsivoglia superficie tutte le cose nello stesso modo, che alla vista ci appariscono; o veramente quella che si fa nella comune sezione della piramide visuale, e del piano che la taglia.

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Nato 1507, morto 1573. In questi tempi fu pienissimo, per così dire, il mondo tutto, dell’ottima fama del celebre prospettivo e architetto, Jacopo Barozzi da Vignola, terra nobile del Milanese. Questi, non solo per le opere sue egregie, ch’ei condusse, in ciò che all’architettura appartiene; ma eziandio per li suoi dotttissimi scritti di simili facultadi, meritò non solo, che il tanto celebre Mattematico Egnazio Danti, Religioso dell’Ordine de’ Predicatori, eletto Vescovo d’Alatri, dopo la morte di lui, volgesse ogni applicazione, non pure a pubblicare colle stampe a proprie spese, i suoi Trattati, con impiegare il proprio intelletto in ridurgli anche più godibili, coll’aggiunta di chiarissime dimostrazioni; ma eziandio, ch’egli medesimo obbligasse la propria penna a distendere una esattissima Narrazione della vita, dell’opere e dell’altre singolarissime qualitadi o doti, che l’animo di lui adornarono. Dovendo io adunque in questo luogo far menzione d’un uomo sì celebre, sono andato fra me stesso pensando, s’io dovessi contentarmi di compendiare, quanto dallo stesso Frate Egnazio fu scritto, il tutto riducendo al mio solito periodo, qualunque esso si sia, o oscuro o melenso. Ma considerando da una parte, non esser giusta cosa il privare, o punto o poco, la posterità della notizia di tante e assai nobili doti di sì gran virtuoso: e dall’altra riflettendo alla dignità del soggetto, che esse notizie scrisse e pubblicò; mi son risoluto a far cosa, che io non mai, o rarissime volte feci nel descrivere i fatti di molti celebri uomini: mi son risoluto, dico, di copiare distintamente di parola in parola, quanto lo stesso Danti nel 1583, dieci anni appunto dopo la morte del Barozzi, scrisse e pubblicò a principio dell’opera, che intitolò Le due Regole della Prospettiva Pratica di Mess. Jacomo Barozzi da Vignola, con i Commentarj del R. P. Egnazio Danti dell’Ordine de’ Predicatori, Mattematico dello studio di Bologna. Dice egli dunque così. Coloro, che sono ascesi a quei gradi d’eccellenza, che la scala degli onori di questo mondo s’ha in ogni maniera di virtù e di scienza prescritti per supremi, quasi sempre vi sono stati guidati dalla Natura per asprissime e faticosissime strade. E questo fa ella per avventura, per mostrare a quelli, che son nati negli agi e nutriti nelle delizie, che altri, che la virtù non ha parte alcuna di sublimare altrui a così fatti gradi, e che difficilissimo, e quasi impossibile sia il poterci altramente arrivare. Di che se ne sono in ogni tempo veduti infiniti esempi, tra i quali al presente è rarissimo questo del Barozzi; imperciocché avendosi ella proposto di sublimarlo nei primi gradi dell’eccellenza della nobilissima Arte dell’Architettura e della Prospettiva, ridusse Clemente suo padre a sì estrema necessità, che gli convenne, per le discordie civili, abbandonare Milano sua patria, dove egli era nato di sì nobile famiglia, ed eleggere per sua stanza Vignola, Terra, che per essere capo del Marchesato, e però convenevolmente nobile e di civili abitatori ripiena. Dove nel 1507 il dì primo d’Ottobre, gli nacque Jacomo suo primo figliuolo, di madre Tedesca, figliuola di un principal condottiere di fanterie. E perché in quello esilio della patria non pareva che potesse aver luogo tanta felicità, che Clemente lo vedesse indirizzato, come desiderava; appena vide gli anni dell’infanzia di lui, che passò di questa a miglior vita. Rimaso Jacomo senza padre, e fuor della patria, avendo in quella tenera età l’animo ardentissimo alla virtù, si trasferì subito a Bologna, per attendere alla pittura. Ma accorgendosi poi di non fare in essa molto profitto, così per non avere quella buona istituzione, che a così difficile arte fa di mestiere: come anco per aver occupato quasi tutto il tempo nel disegno delle linee, dove maggiormente si sentiva inclinato, si voltò quasi del tutto agli studj dell’Architettura e della Prospettiva. Nella quale, senza veruno indirizzo, riuscì da sé stesso di tanta eccellenza, che con la vivacità dell’ingegno suo ritrovò queste bellissime e facilissime regole, che ora vengono in luce, colle quali si può con molta facilità, e con usarvi pochissima, o niente di pratica, ridurre in disegno qualsivoglia difficil cosa: invenzione nel vero degna dell’ingegno suo, ed alla quale nessuno arrivò mai nel pensiero prima di lui. Avendosi dunque in quest’arte acquistato nome di valent’uomo, ebbe occasione in Bologna di mostrare il valor suo, e di farvi molte cose di pregio: tra le quali furono grandemente stimati i disegni che fece per Mess. Francesco Guicciardini, il quale essendo allora Governatore di quella città, gli mandò a Firenze per fargli lavorare di tarsia da eccellenti maestri. E sapendo il Barozzi, che non bastava il leggere solamente quei precetti, che lasciò scritti Vitruvio Pollione, intorno all’Architettura; ma che oltre a ciò, bisognava vederli osservati in atto nelle vive reliquie degli antichi edificj; si trasferì a Roma, come in luogo particolarmente per qualità e numero di essi chiarissimo e famosissimo. Ma perchè bisognava pure procurare intanto il vivere per sé e per la famiglia; esercitava talvolta la pittura, non levando però mai l’animo dall’osservazioni dell’anticaglie. In quel mentre essendo stata instituita da molti nobili spiriti un’Accademia d’Architettura, della quale erano principali, il Signor Marcello Cervini, che poi fu Papa, Monsignor Majfei, ed il Signore Alessandro Manzuoli. Lasciò di nuovo la pittura, ed ogni altra cosa: e rivolgendosi in tutto a quella nobile esercitazione, misurò e ritrasse per servizio di quei Signori tutte l’antichità di Roma: donde si partì l’anno 1537 essendo stato condotto in Francia dall’Abate Primaticcio, eccellentissimo Pittor Bolognese, a i servizi del Re Francesco I; il qual volendo fare un palazzo e luogo di delizia di tal eccellenza, che agguagliasse la grandezza del generoso animo suo, e di superare con quella fabbrica tutti gli altri edificj, che per l’addietro fossero stati fatti da qualsivoglia Principe del mondo; Volle, ch’egli gli facesse i disegni e modelli di essa, i quali poi non furono del tutto messi in esecuzione per cagione delle guerre più che civili. Contuttociò fece a quel Re molti altri disegni di fabbriche, che furono messi in opera, e particolarmente i disegni e cartoni di prospettiva, dove andavano istorie del Primaticcio, che nel Palazzo di Fontanablò furono dipinti; facendo nel medesimo tempo gettare di metallo molte statue antiche, le quali erano state formate in Roma, la più parte d’ordine suo. Ma non avendo potuto effettuare il tutto compiutamente, per essere stato costretto quel Re a rivolger l’animo a cose maggiori, se ne ritornò a Bologna, chiamato e pregato strettamente dal Conte Filippo de’ Peppoli, Presidente di San Petronio, per farlo attendere a quella fabbrica, intorno a i disegni della quale si occupò fino all’anno 1550, non avendo quasi potuto farvi altro per le molte competenze, che si trovò di persone, le quali non sapevano cercar fama, se non con opporsi, affinché l’opera non camminasse avanti: vizio naturale d’alcuni, che conoscendo l’imperfezione loro, non possono vedere, se non con gli occhi pregni d’invidia, arrivar altri dove essi possono solamente col temerario ardir loro avvicinarsi; ma non poté però operar tanto questa sciocca emulazione, che finalmente non si conoscesse il valor suo, e l’altrui malignità. Perciocchè essendo stati chiamati Giulio Romano, nobilissimo Pittore e Architetto, e Cristefano Lombardi, Architetto del Duomo di Milano, a dar giudicio sopra quei disegni: vedutili e consideratili maturamente, approvarono quei del Vignola, con pubblica scrittura, per eccellentissimi sopra tutti gli altri. In quel medesimo tempo, oltre a molt’altre cose, fece un Palazzo a Minerbro, pel Conte Alamanno Isolano, con ordine e disegno molto notabile e maraviglioso. Fece la casa del Bocchio, seguitando l’umore del padrone di essa: e condusse con incredibil fatica, il Canale del Navilio dentro Bologna, dove prima non arrivava se non tre miglia appresso.

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Creato poi Giulio III se ne venne a Roma, dove era stato chiamato da quel Pontefice. Col quale aveva tenuto servitù, mentre era stato Legato in Bologna: e per ordine di esso tirò avanti, oltre all’altre fabbriche, quella del Palazzo della sua Vigna fuor della Porta del Popolo; la quale finita poi insieme colla Vita del Pontefice, si ritirò a’ servigi del Cardinale Farnese, pel quale, sebbene fece molte cose, la principale nondimeno fu il Palazzo di Caprarola, accomodato così bene al sito, che di fuori è di forma pentagona, di dentro il Cortile e le Loggie sono circolari, e le stanze riescono tutte quadrate, con bellissima proporzione, e talmente spartite, che per le comodità, che negli angoli sono cavate, non vi sta alcuna particella oziosa: e quel che è mirabile, le stanze de’ padroni sono talmente poste, che non veggiono officina nessuna, né esercizio sordido: il che ha fatto ammirarlo da chiunque l’ha veduto, pel più artificioso e più compitamente ornato e comodo Palazzo del mondo: ed ha con desiderio tirato a vedere le maraviglie sue da lontane parti, uomini molto giudiciosi, come fu per esempio Monsignor Daniel Barbaro, persona molto esquisita nelle cose dell’architettura, il quale mosso dalla gran fama di questo Palazzo, per non se ne andare preso alle grida, venne apposta a vederlo: e avendolo considerato a parte a parte, e inteso minutamente dallo stesso Vignola l’ordine di tutti i membri di sì compita macchina, disse queste parole: Non minuit, immo magnopere auxit præsentia famam; e giudicò, in quel genere e in quel sito, non potersi fare cosa più compita. E nel vero, questa fabbrica, più di tutte l’altre opere sue, l’ha fatto conoscere per quel raro ingegno, che egli era, avendo in essa sparsi gli antichissimi capricci, e mostrando particolarmente la grazia dell’arte in una scala a lumaca, molto grande, la quale girandosi sulle colonne Doriche, col parapetto e balaustri colla sua cornice, che gira con tanta grazia e tanto unitamente, che par di getto, e vien con molta grazia condotta fino alla sommità: e in simigliante maniera son fatti anco con grand’arte e maestria, gli archi della loggia circolari. Né contentandosi il Barozzi d’essersi immortalato colla stupenda architettura di quella fabbrica, volle anche mostrare in essa qualche saggio delle sue fatiche di prospettiva, tra le belle pitture di Taddeo e Federigo Zuccarj; onde avendo fatto i disegni di tutto quello, che in simil materia occorrevavi, colorì molte cose di sua mano: tra le quali se ne veggiono alcune molto difficili, e di lungo tempo a farsi assegnatamente con regola, non vi mettendo punto di pratica, come sono le quattro colonne Corinte ne’ cantoni d’una sala, talmente fatte, che ingannano la vista di chiunque le mira; e il maraviglioso sfondato della camera tonda. Fece oltre a ciò pel detto Cardinale la pianta e il graziosissimo disegno della facciata della Chiesa del Gesù alla Piazza degli Altieri, che oggi si vede stampata. Egli cominciò a piantare in Piacenza un Palazzo tale e di sì nobil mole, che io, che ho veduto i disegni e l’opera cominciata, posso affermare di non aver veduto mai, in simil genere, cosa di maggiore splendore, per averla in guisa ordinata, che le tre Corti, del Duca, di Madama e del Principe, vi potessero abitare agiatamente con ogni sorte di decoro e d’apparato regio. Lasciò per non so che anni a guida di questa fabbrica Jacinto suo figliuolo, dandogli i disegni talmente compiti con ogni particolare, che potevano bastare per condurre sicuramente l’opera all’ultima perfezione. E questo fece egli per l’amore, ch’e’ portava all’arte, e non perché non conoscesse Jacinto suo figliuolo attissimo a supplire a molte cose da per sé stesso; che egli volle porre in carta, non perdonando a fatica alcuna, in modo, che avanti, che si partisse, non operasse di sua mano tutto quello che era possibile a fare. Aveva poco prima fatto in Perugia una molto degna e ornata cappella nella Chiesa di San Francesco; ed alcuni disegni di altre fabbriche, fatte a Castiglion del Lago, e a Castel della Pieve, ad istanza del Signore Ascanio della Cornia. Veggionsi di sua invenzione in Roma la graziosa Cappella fatta per l’Abate Riccio in Santa Caterina de’ Palafrenieri del Pontefice, in Borgo Pio, i disegni della quale ha messo poi in opera Jacinto. Furono fatti da lui, in diversi luoghi d’Italia, molti palazzetti, molte cappelle, ed altri edificj pubblici e privati: tra li quali sono particolarmente la Chiesa di Marzano, quella di Sant’Oreste, e quella di Santa Maria degli Angeli d’Ascesi, che pure da lui fu ordinata e fondata, la quale poi da Galeazzo Alessi e da Giulio Danti, mentre visse, fu seguitata. Nel Pontificato di Pio IV fece in Bologna il Portico e la facciata de’ Banchi, dove si scorge con quanta grazia egli seppe accordare la parte nuova colla vecchia. Ed essendo poi, per la morte del Buonarroti, eletto Architetto di San Pietro, vi attese con ogni maggiore diligenza, fino all’estremo di sua vita. Frattanto, essendo il Barone Bernardino Martiniano, arrivato alla Corte di Spagna, per alcuni suoi negozj, fu favorito da quel Re, che lo conobbe per uomo intendentissimo nelle Mattematiche e nelle tre parti dell’Architettura, di conferir seco alcuni suoi pensieri in materia di fabbriche, ed in particolare della gran Chiesa e Convento, che faceva fare all’Escuriale in onore di San Lorenzo: dove avendo il Barone avvertito molte cose, e scoperti con molta chiarezza diversi mancamenti; ridusse quel Re a soprasseder così grand’impresa, finch’egli mandato da Sua Maestà per tutta Italia a cercar disegni dai primi architetti, fosse capitato a Roma per portargli nelle mani del Vignola, per cavar poi da lui un disegno compitissimo, del quale potesse appieno soddisfarsi, conforme a quello si prometteva dall’eccellenza di esso, e dalla lealtà e candidezza d’animo che scorgeva in lui: e così tornando poi alla Corte, con mostrare d’avere usata intorno a sì fatto negozio tutta la diligenza, che conveniva. Venuto dunque il Barone in Italia, ebbe in Genova disegni da Galeazzo Alessi, in Milano da Pellegrino Tebaldi, in Venezia dal Palladio, e in Fiorenza un disegno pubblico dall’Accademia del Disegno, ed un particolare di forma ovale, fatto da Vincenzio Danti, per comandamento del Granduca Cosimo; la copia del quale S.A.S. mandò in Spagna nelle proprie mani del Re, tanto le parve bello e capriccioso. N’ebbe anco in diverse città tanti altri, che arrivarono fino al numero di XXII, de’ quali tutti (non altrimenti, che si facesse Zeusi, quando dipinse Elena Crotone nel Tempio di Giunone, traendola dalle più eccellenti parti d’un eletto numero di bellissime Vergini)ne formò una il Vignola di tanta perfezione e tanto conforme alla volontà del Re, che ancorché il Barone fosse di difficile contentatura, e d’ingegno esquisitissimo, se ne sodisfece pienamente, e indusse il Re, che non meno se ne compiacque di lui, a proporli, come fece, onoratissime condizioni, perché andasse a servirlo. Ma egli, che già carico di anni, si sentiva molto stanco delle continue fatiche di quest’arte difficilissima, non volle accettare l’offerte; parendogli anco di non si poter contentare di qualsivoglia gran cosa, allontanandosi da Roma, e dalla magnificentissima fabbrica di San Pietro, dove con tanto amore s’affaticava. Giunto all’anno 1573, essendogli stato comandato da Papa Gregorio XIII che andasse a Città di Castello per vedere una differenza di confini tra il Granduca di Toscana, e la Santa Chiesa; sentendosi indisposto, conobbe manifestamente esser giunto alla fine del viver suo. Ma non restando però d’andare allegramente a far la santa obedienza, s’ammalò, e appena riaute le forze, se ne tornò a Roma: dove essendo stato introdotto da Nostro Signore, fu da sua Beatitudine trattenuto più d’un’ora spasseggiando, per informarsi di quel ch’egli riportava, e per discorrer seco intorno a diverse fabbriche, che aveva in animo di fare, e che ha dipoi fatte a memoria eterna del nome suo. E finalmente licenziatosi per andarsene la mattina a Caprarola, fu la notte sopraggiunto dalla febbre: e perché egli s’era prima predetta la morte, si pose subito nelle mani di Dio: e presi divotamente i Santissimi Sagramenti con molta religione, passò a miglior vita il settimo giorno dal principio del suo male, che fu agli 7 di Luglio 1573, essendo in quello estremo visitato, con molta carità ed affetto continuamente, da molti Religiosi suoi amici, e particolarmente dal Tarugi, che con affettuosissime parole l’inanimì sempre fino all’ultimo sospiro. Ed avendo lasciato molto desiderio di sé e delle sue virtù, contuttocché Jacinto suo figliuolo gli ordinasse esequie modeste e convenevoli al grado suo, passarono contuttociò i termini della mediocrità, per cagione del concorso degli artefici del disegno, che lo accompagnarono alla Rotonda, con onoratissima pompa; quasiché ordinasse Iddio, che siccome egli fu il primo architetto di quel tempo, così fosse sepolto nella più eccellente fabbrica del mondo. Lasciò Jacinto suo figliuolo più erede delle virtù e dell’onoratissimo nome paterno, che delle facultà, che s’avesse avanzate; non avendo mai voluto né saputo conservarsi pure una particella di denari, che gli venivano in buon numero alle mani: anzi era solito di dire, che aveva sempre domandato a Iddio questa grazia, che non gli avesse né da avanzare, né da mancare: e vivere e morire onoratamente, come fece dopo d’aver passato il corso di sua vita travagliatissimo, con molta pazienza e generosità di animo, ajutato a ciò grandemente dalla complessione, e da una certa naturale allegrezza, accompagnata da una sincera bontà, con le quali bellissime parti si legò in amore chi lo conobbe. Fu in lui maravigliosa liberalità, e particolarmente delle fatiche sue, servendo chiunque gli comandava con infinita cortesia, e con tanta sincerità e schiettezza, che per qualsivoglia gran cosa non averebbe mai saputo dire una minima bugia; dimanieraché la verità, di che egli faceva particolarissima professione, risplendeva sempre tra l’altre rare qualità sue, come preziosissima gemma, nel più puro e terso oro legata. Onde resterà sempre nella memoria degli uomini il nome suo; avendo anco lasciato scritto a’ posteri le due opere, non mai abbastanza lodate: quella dell’Architettura, nella quale non fu mai da veruno de’ suoi tempi avanzato; e questa della Prospettiva, colla quale ha trapassato di gran lunga tutti gli altri, che alla memoria de’ nostri tempi siano pervenuti. Fin qui il Danti.

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Ma perché niuna cosa venga a mancare, in quanto appartiene alla notizia della bella Opera delle due regole di Prospettiva, lasciata dal Vignola alla sua morte, ci è paruto bene il notare, in questo luogo pure, copia della Lettera, che a Frate Egnazio dell’anno 1580 fu scritta da Jacinto Barozzi, figliuolo di Jacopo, la quale aggiunta all’alto concetto, ch’egli ebbe di lui, fu al Danti impulso bastante per far quanto ei fece intorno all’opera medesima, e poi di consegnarla, per comun benefizio, alle pubbliche stampe: ed è quella, che segue. Molto Reverendo Padre, Mess. Ottaviano Marchesini, Architetto di Nostro Signore, compatriotto, e d’amicizia derivata fin da’ padri nostri, e per conseguenza molto informato della maggior parte de’ miei affari, mi scrive, che al desiderio, ch’io ho, che camminino in luce quelle fatiche, già fatte da mio padre mentre visse, in materia della Prospettiva pratica, ora s’apparecchia comodissima occasione; poiché V. S. Molto Reverenda, per servigio pubblico, non si sdegnerà di mettervi quella spesa, che a me di presente sarebbe di qualche scomodo: e di più darle quella chiarezza, che a me, senza dubbio conosco che sarebbe impossibile, per trovarmi occupatissimo nella servitù di questi miei Signori, e m’ha accennato tanto oltre della cortesia di V. S. Molto Reverenda, che senza pensarvi più (reputando questa per vocazione del Signore Iddio) mi risolvo fra poche settimane venire a Roma: e quivi le dirò tutto il parer mio con ogni chiarezza, dandole il Libro di mio padre di b. m. il quale vedrà molto differente da quella copia, che il Signor Cavalier Gaddi dette a V.S. avendolo io trascritto di mia mano in compagnia di mio padre, poco avanti ch’e’ passasse a miglior vita: ed in somma verrò poi risolutissimo di fare quanto piacerà a V.S. Molto Reverenda, alla quale reverentemente bacio la mano, pregandole sanità e contento. Di Sermoneta, il dì 11 gennaio 1580. Di V.S. Molto Reverenda Affezionatissimo Servitore Jacinto Barozzi.

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F Facciata della Chiesa del Gesù disegno del Vignola 324. Fatti miracolosi, accaduti per zelo di giustizia 145. Il Fattore Pittore 240. Figure di terracotta dello Spedale degl’Innocenti e de’ Convalescenti 131. Fra Filippo di Tommaso Lippi 100. Varietà del Vasari nel formare la di lui nascita 101. Si vestì Frate del Carmine 102. Lascia l’abito di età di 17 anni; e messosi in mare per suo spasso, fu fatto schiavo de’ Barbareschi, e stette 17 mesi in catena, e come poi riscattòsi. Sue molte opere. Sua cattiva morte 103. Fonte di Palazzo vecchio 119. Francesco di Francesco Floris Pittore 350. I suoi scolari furono sopra cento 351. Francesco Francia Pittore 155. Fu amicissimo di Raffaello, e mandogli il suo ritratto 156. Francesco Fiorentino Pittore 95. Francesco Granacci Pittore. Fu molto stimato da Michelagnolo 212. Sua morte 213. Francesco Martini Scultore 106. Francesco Melzo Milanese, Miniatore 157. Francesco, detto Pesello 120. Colorì molti cassoni di battaglie, d’animali e d’altro all’usanza de’ suoi tempi 121. Abate Francesco Primaticcio. Fu mandato in Francia a Francesco II 266. Francesco di Simone Scultore 139. Francesco Torbido, detto il Moro 286. Francesco d’Ubertino, detto il Bacchiacca 290. Il Franciabigio 235. Frans Crebbe 305. Frans Floris Pittore 342. Sue opere 343. Fu velocissimo nell’operare 343. Qualità detestabili della sua moglie 344. Come sia burlata dal cognato. Si diede a bere esorbitantemente, e quello che dicevasi pubblicamente di lui a questo conto 344. Bevute straordinarie e incredibili. Morte del medesimo 345. Frans Minnerbroes 304. Frans Verbeech 304.

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