Nominativo - Venere

Numero occorrenze: 3

Vocabolario

1681

Ordine d'Architettura

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Ordine d'Architettura
. Quella proporzionata disposizione, che dà l'Artefice alle parti dell'edificio, mediante la quale ciascheduna ritiene il suo sito in quella grandezza, che si ricerca, conforme al fine, che si prescrive il medesimo Artefice. Dicesi anche simetría, che è quanto dire disposizione a misura: e benchè sotto questo termine Ordine, s'intendano le disposizoni delle particulari stanze, che alla natura di qualsivoglia abitazione si convengono; contuttociò pare, che in pratica, per non sò qual proprietà o eccellenza, solo agli ornamenti di essi edifizi s'appropri questa voce: ed in questo modo presa pare si possa dire, che l'Ordine d'Architettura è un concerto o componimento di varie parti proporzionate fra di loro; le quali annesse, a guisa di membra, formano un corpo intero, in cui si vede leggiadría e bellezza, atta a soddisfare l'occhio di chi le mira. Gli Ordini adunque (così presi) dell'Architettura son diversi, e la loro differenza consiste nella diversità delle proporzioni, che possono con ottima regola trovarsi nelle loro parti principali, e nel numero, e diversità delle medesime parti. De' molti Ordini d'Architettura, che dagli antichi furono ritrovati, e posti in uso, solo cinque sono dagli ottimi Artefici stati approvati, cioè il Toscano, il Dorico, lo Ionico, il Corinto, e 'l Composito, de' quali a suo luogo; avvertendo, che anno preso tali denominazioni da' popoli, che o ne furono gli inventori, o ne frequentarono l'uso. Usano in valersi gli Architetti di questi Ordini nella struttura degli edifizij (come dice un moderno Autore) secondo la qualità di ciascuno, nel modo, che tiene la Natura nella produzione degli alberi, la quale gli fa rozzi, e grossi nel piede, nelle parti più alte più sottili, e nella sommità più ornati; che però servonsi prima del Toscano, o del Dorico, come più massicci e robusti degli altri, sopra questi alzano lo Ionico, e finalmente il Corinto, o 'l Composito, che sono i più delicati, ed ornati di tutti gli altri.
Ordine Attico
, altrimenti dicesi
Ordine Bastardo
, che non segue la proporzione degli altri Ordini: usasi per lo più nelle parti superiori degli edifizi.
Ordine Bastardo
. V. Ordine Attico.
Ordine Composito
o
Ordine Composto
, detto da alcuni ancora
Ordine Italico
, o
Ordine Latino
. Uno de' cinque ordini dell'Architettura, del quale Vitruvio non fece particolar menzione: è un composto degli altri quattr'Ordini, cioè Dorico, Ionico, Corinto, e Toscano; onde sortisce il nome di composito, o composto. Fu alcuna volta usato dagli antichi, e si adopera molto fra' moderni: è, siccome il Corinto, al quanto più gracile degli altri tre. La sua colonna, con la base e capitello, è per dieci volte la sua grossezza.
Ordine Composto
. V. Ordine Composito.
Ordine Corinto
. Uno de' cinque Ordini d'Architettura, che fu molto in pregio appresso i Romani, essendosene valuti per lasciar nelle fabbriche alcuna memoria di loro stessi, come mostrano l'arco di Pola, le spoglie del Tempio della Pace, e 'l Panteon. Questo, conforme ancora si è detto del Composito, è alquanto più gracile degli altri tre: ed è la sua colonna, con la base e capitello, per dieci volte la sua grossezza.
Ordine Dorico
. Uno de' cinque Ordini d'Architettura il più massiccio e più forte, che avessero i Greci, e meglio collegato degli altri Ordini; e se ne servirono i Romani ne' Templi de' loro falsi Dei, con più o meno intaglio o lavoro, secondo la qualità del Dio a cui era dedicato. Con quest'Ordine fecesi in Firenze la fabbrica de' Magistrati, detta degli Uffizij con architravi spianati sopra le colonne. In quest'Ordine la lunghezza della colonna è otto volte la sua grossezza: ed usasi ancora alcuna volta insieme col Corinto, e Composito, in uno stesso edificio.
Ordine Gottico
. Dicesi quel modo di lavorare tenuto nel tempo de' Goti, di maniera Tedesca, di proporzione in niuna cosa simile a' cinque buoni Ordini d'Architettura antichi; ma di fazzione in tutto barbara, con sottilissime colonne, e smisuratamente lunghe, avvolte, e in più modi snervate, e poste l'una sopra l'altra, con un'infinità di piccoli tabernacoli, e piramidi, risalti, rotture, mensoline, fogliami, animali, e viticci, ponendo sempre cosa sopra cosa, senza alcuna regola, ordine, e misura, che vedersi possa con gusto.
Ordine Ionico
. Uno de' cinque Ordini d'Architettura, alquanto più svelto del Dorico, fatto dagli antichi ad imitazione degli uomini, che son fra 'l tenero e 'l robusto, però messonlo in opera in fabbriche dedicate ad Apolline, a Diana, e a Bacco, e talora a quelle di Venere. È Ordine leggiadrissimo, come mostrano le fabbriche fatte con esso dagli antichi, e da' moderni. Questo, insieme col Dorico, è alquanto più robusto del Corinto, e del Composito, ma non quanto il Toscano. La lunghezza della sua colonna, con la base e capitello, per nove volte la sua grossezza.
Ordine Rustico
Ordine Toscano
. Uno de' cinque Ordini d'Architettura, più nano, e di maggior grossezza degli altri Ordini, e più semplice nelle modanature, ne' capitelli, e nelle base, e altri suoi membri. Chiamasi Toscano, perchè mentre dalla Grecia s'introdusse l'Architettura in Italia (come dice Daniel BarbaroLib. 4. cap. 70.) ebbe il suo primo stato nell'Etruria, da i Rè della quale fu usato nelle loro fabbriche. Se ne valsero ancora i nostri antichi, per far porte, finestre, ponti, castelli, e torri da Città, e da campagna, porti di Mare, fortezze: e perchè il più robusto, anche fra tutti gli altri il più durevole. In quest'Ordine la lunghezza della colonna, con la base e suo capitello, è per sette volte la sua grossezza, misurata nel vivo dell'imoscapo, o ratta da piede.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 276

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Fin qui son parole del Cellini, il quale, dopo aver raccontato diversi altri casi, occorsi alla sua propria persona in Parigi, segue a parlare in questa forma: Non avendo io ancora ripreso il fiato da quello inestimabil pericolo, che ella me ne messe due a un tratto innanzi. In termine di tre giorni mi occorse due casi; a ciascuno de’ quali fu la vita mia sul bilico della bilancia. Questo si fu, che andando io a Fontanablò a ragionar col Re, che mi aveva fatto scrivere una lettera, per la quale voleva, che io facessi le stampe delle monete di tutto il suo Regno: e con essa lettera mi aveva mandati alcuni disegnetti, per mostrarmi parte della voglia sua; ma ben mi dava licenza, che io facessi tutto quello, che a me piaceva; io aveva fatti nuovi disegni, secondo il mio parere, e secondo la bellezza dell’arte. Così giunto a Fontanablò, uno di que’ Tesaurieri, che avevano commissione dal Re di provvedermi, che si chiamava Mons. della Fa, subito mi disse: Benvenuto, il Bologna Pittore ha avuto dal Re commissione di fare il vostro gran Colosso: e tutte le commissioni, ch’egli ci aveva dato per voi, tutte ce le ha levate, e datecele per lui. A noi ha saputo grandemente male, e ci è parso, che questo vostro Italiano molto temerariamente si sia portato verso di voi, perché voi già avevate avuta l’opera per virtù de’ vostri modelli e delle vostre fatiche. Costui ve la toglie, solo per favore di Madama di Tampes: e sono ormai dimolti mesi, ch’egli ha avuta tal commissione, e ancora non s’è veduto, che e’ dia ordine a nulla. Io maravigliato dissi: Come è egli possibile, che io non abbia mai saputo nulla di questo? Allora mi disse, che costui l’aveva tenuta segretissima, e che e’ l’aveva avuta con grandissima difficultà, perché il Re non gliene voleva dare; ma la sollecitudine di Madama di Tampes, solo gliene aveva fatta avere. Io sentitomi a questo modo offeso, e a così gran torto, e veduto tormi un’opera, la quale io mi avevo guadagnata colle mie gran fatiche, dispostomi di far qualche gran cosa di momento coll’arme, difilato andai a trovare il Bologna, che era in camera sua e ne’ suoi studi. Fecemi chiamar dentro, e con certe sue lombardesche accoglienze, mi domandò qual buona faccenda m’aveva condotto quivi. Io dissi, una faccenda buonissima e grande. Quest’uomo commesse a’ suoi servitori, che portassero da bere, e disse: Prima che noi ragioniamo di nulla, voglio, che noi beviamo insieme, che così è ’l costume di Francia. Allora io dissi: Messer Francesco, sappiate, che que’ ragionamenti, che noi abbiamo da fare insieme, non richieggono il bere in prima, forse dopo si potria bere. Cominciai a ragionar seco dicendo: Tutti gli uomini, che fanno professione d’uomo da bene: fanno l’opere loro in modo, che per quelle si conosce, quelli essere uomini da bene, e facendo il contrario, non hanno più tal nome. Io so, che voi sapevi, che il Re m’aveva dato da fare quel gran Colosso, del quale s’era ragionato diciotto mesi; e né voi né altri mai s’era fatto innanzi a dir nulla sopra ciò; per la qual cosa, colle mie gran fatiche, io m’ero mostro al Re, il quale piaciutigli i miei modelli, questa grande opera aveva dato a fare a me, e son tanti mesi, che non ho sentito altro; solo questa mattina ho inteso, che voi l’avete avuta, e toltala a me, la qual opera io me la guadagnai co’ miei maravigliosi fatti, e voi me la togliete solo colle vane vostre parole. A questo il Bologna rispose e disse: O Benvenuto, ognun cerca di fare il fatto suo in tutti i modi che si può: se il Re vuol così, che volete voi replicare altro? gettate via il tempo, perché io l’ho avuta spedita, ed è mia. Or dite voi ciò che volete, ed io v’ascolterò. Dissi così: Sappiate, Mess. Francesco, ch’io avrei da dirvi molte parole, per le quali, con ragion mirabile e vera, io vi farei confessare, che tali modi non s’usano, quali son cotesti, che voi avete fatto e detto, infra gli animali razionali; però verrò con brevi parole al punto della conclusione, ma aprite gli orecchi, e intendetemi bene, perch’ella importa. Costui si volle rimuovere da sedere, perché mi vidde tinto in viso e grandemente cambiato. Io dissi, che non era ancor tempo di muoversi, che stesse a sedere, e che m’ascoltasse. Allora io cominciai dicendo così: Messer Francesco, voi sapete, che l’opera era prima mia, e che a ragion di mondo egli era passato il tempo, che nessuno ne doveva più parlare. Ora io vi dico, che mi contento, che voi facciate un modello, ed io, oltre a quello che ho fatto, ne farò un altro: dipoi lo porteremo al nostro gran Re: e chi guadagnerà per quella via il vanto d’aver operato meglio, quello meritamente sarà degno del Colosso; e se a voi toccherà a farlo, io deporrò tutta questa grande ingiuria, che voi m’avete fatto, e benedirovvi le mani, come più degne delle mie, d’una tanta gloria. Sicché rimanghiamo così, e saremo amici, altrimenti noi saremo nimici: e Dio, che ajuta sempre la ragione, ed io che le fo strada, vi mostrerei in quanto grande errore vi foste. Disse Mess. Francesco: L’opera è mia, e dappoich’ella m’è stata data, io non vo’ mettere il mio in compromesso. A cotesto io rispondo, Mess. Francesco, che dappoiché voi non volete pigliare il buon verso, quale è giusto e ragionevole, io vi mostrerò quest’altro, qual sarà come il vostro, che è brutto e dispiacevole. Vi dico così, che se io sento mai in modo nessuno, che voi parliate di questa mia opera, io subito v’ammazzerò come un cane; e perché noi non siamo né in Roma, né in Bologna, né in Firenze, qua si vive in un altro modo. Se io so mai, che voi ne parliate al Re o ad altri, io v’ammazzerò ad ogni modo. Pensate qual via voi volete pigliare, quella prima buona ch’io dissi, o quell’ultima cattiva ch’io dico. Quest’uomo non sapeva né che si dire, né che si fare: ed io ero in ordine per far più volentieri quell’effetto allora, che mettere altro tempo in mezzo. Il detto Bologna non disse altre parole che queste: Quando io farò le cose, che dee fare un uomo da bene, io non avrò una paura al mondo. A questo io risposi: Bene avete detto; ma facendo al contrario, abbiate paura, perché ella v’importa: e subito mi partii da lui, e andarmene dal Re, e con Sua Maestà disputai un gran pezzo la faccenda delle monete, nella quale noi non fummo molto d’accordo; perché essendo quivi il suo Consiglio, lo persuadevano, che le monete si dovesser fare in quella maniera di Francia, siccome elle s’eran fatte fino a quel tempo: a’ quali io risposi, che Sua Maestà m’aveva fatto venir d’Italia, perché io le facessi opere, che stessero bene; e che se Sua Maestà mi comandasse in contrario, a me non comporteria l’animo mai di farle. A questo si dette spazio per ragionare un’altra volta, e subito io me ne tornai a Parigi. Fin qui il Cellini, e più abbasso segue a dire. L’altro giorno venne a Parigi il Bologna apposta, e mi fece chiamare da Mattio del Nasaro: andai, e trovai il detto Bologna, il quale, con lieta faccia mi si fece incontro, pregandomi, che io lo volessi per buon fratello, e che mai più parlerebbe di tale opera, perché e’ conosceva benissimo che io avevo ragione. Dipoi segue a dire. Mentre, che quest’opera si tirava innanzi, io compartivo certe ore del giorno, e lavoravo in sulla Saliera e quando sul Giove, per esser la Saliera lavorata da molte e più persone, che io non avevo comodità per lavorare sul Giove, di già a questo tempo io l’avevo finita di tutto punto. Era ritornato il Re a Parigi, e io l’andai a trovare, portandogli la detta Saliera finita, la quale, siccome ho detto di sopra, era in forma ovata, ed era di grandezza di due terzi di braccio in circa, tutta d’oro, lavorata per virtù di cesello: e siccome io dissi, quando avevo ragionato del modello, avevo figurato il Mare e la Terra, a sedere l’uno e l’altro, che s’intramettevano fra di loro le gambe a guisa del mare, che frammette certi rami fra la terra, e la terra fra ’l mare. Così propriamente aveva dato loro quella grazia: al Mare aveva posto nella mano destra un Tridente, e nella sinistra una Barca sottilmente lavorata, nella quale si metteva la salina. Erano sotto a questa figura quattro cavalli marini, che sino al petto e le zampe dinanzi erano di cavallo, e tutta la parte dal mezzo indietro, era di pesce. Queste code di pesce con piacevol modo s’intrecciavano insieme: in sul qual gruppo sedeva in bella attitudine il detto Mare, che aveva intorno molte sorti di pesce e altri animali marittimi: l’acqua era figurata con le sue onde, dipoi era benissimo smaltata del suo proprio colore. Per la Terra avevo figurato una bellissima donna, col corno della sua dovizia in mano, tutta ignuda come un maschio. Nell’altra sua sinistra mano avevo fatto un tempietto d’ordine Ionico, sottilissimamente lavorato, e in questa avevo accomodato il pepe. Sotto questa femmina avevo fatti i più belli animali, che produca la terra: e i suoi scogli terrestri avevo parte smaltati, e parte lasciati d’oro. Avevo dipoi posata e investita quest’opera in una base d’ebano nero, d’una certa accomodata grossezza, con un poco di goletta, nella quale avevo compartito quattro figure d’oro, fatte di più che mezzo rilievo, e figuratovi la Notte e ’l Giorno, l’Aurora e la Sera: e quattro altre figure della medesima grandezza, fatte pe’ quattro Venti principali. In questo tempo il Bologna Pittore sopraddetto, dette ad intendere al Re, ch’egli era bene, che Sua Maestà lo lasciasse andare fino a Roma, e gli facesse lettere di favore, per le quali egli potesse formare di quelle belle prime anticaglie, cioè il Laocoonte, la Cleopatra, la Venere, il Comodo, la Zingana e l’Apollo. Queste veramente sono le più belle cose, che sieno in Roma: e diceva al Re, che quando Sua Maestà avesse dipoi vedute quelle maravigliose opere, allora saprebbe ragionare dell’arte del Disegno; perché tutto quello, che egli aveva veduto di noi moderni, era molto discosto dal ben fare di quegli antichi. Il Re fu contento, e fecegli tutti i favori, che egli domandò. Così andò nella sua malora questa bestia, non gli essendo bastato la vista di far colle sue mani a gara meco. Prese quel Lombardesco tale espediente: e contuttoché egli benissimo l’avesse fatte formare, gliene riuscì tutto contrario effetto, da quello che s’era immaginato: la qual cosa si dirà dipoi a suo luogo.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1550. Tra i Discepoli di Giulio Romano riuscì d’ottimo talento Gio. Batista Mantovano, che attese alla Scultura, e all’intaglio in rame, come mostrano le carte uscite dalle stampe, fra le quali è una Vergine, che ha la Luna sotto i piedi, e il figliuolo in braccio; e similmente alcune teste armate di cimiero all’antica; evvi ancora una carta di un Marte armato, che siede sopra un letto, e Venere, che sta allattando un Cupido, il quale graziosamente rimira. Veggonsi ancora alcune carte dove è un Capitano di bandiera a piede ed uno a cavallo: e due altre grandi, ove è figurato l’incendio di Troja e altre molte. Usò quest’artefice segnar le sue carte colle lettere I.B.M. Fiorì anche ne’ medesimi tempi Enea Vico da Parma, anch’egli valente intagliatore, il quale intagliò buona quantità d’opere del Rosso, la Leda di Michelagnolo, e la storia della Juditta, da lui dipinta nella Cappella, il ritratto del Bandinello, con molte invenzioni e disegni del medesimo: siccome ancora ad istanza di Cecchino Salviati, la bella storia della Conversione di San Paolo, con gran numero di figure e cavalli; similmente i ritratti del Signor Giovanni de’ Medici, di Cosimo il Granduca suo figliuolo, dell’Imperador Carlo V d’Arrigo Re di Francia, del Bembo, dell’Ariosto, del Gello Fiorentino, del Domenichi, e di molti altri uomini de’ suoi tempi, di Laura Terracina, del Doni, del Morosino ed altri. Datosi poi agli studj dell’antichità, diede alle stampe più libri di medaglie d’Imperadori e loro mogli, co’ rovesci di esse medaglie. Fece un albero di tutti gl’Imperadori, che fu molto lodato. Portatosi poi a’ servigj di Alfonso II Duca di Ferrara, fece a quel Principe l’albero de’ Marchesi e Duchi di quella casa, appresso la quale viveva del 1568 in grande onore e stima.

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