Nominativo - Vasari

Numero occorrenze: 138

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Doveavansi fare alcune Pitture nell’antica Chiesa per entro la Cappella, che stata di diverse famiglie, poi fu ed è della nobil famiglia de’ Gondi detti del Palazzo, la qual Cappella, nell’accrescimento predetto, fu lasciata in piedi, e dedicatovi l’Altare a S. Luca. Quegli che dovevano operare, erano alcuni Maestri Greci, per tal’ effetto a Firenze chiamati; e già s’erano essi posti a tal lavoro, quando il nostro Giovanni , che da natura era a quell’Arte forte inclinato, divertendo da quelli studj a’ quali il Padre obbligato l’aveva, sempre con que’ Maestri trattenendosi, non poteva saziarsi di vedergli dipignere; e fra tanto non frammetteva tempo, nel quale egli alcuna cosa in disegno a loro imitazione non operasse. Di ciò avvedutosi il Padre purtroppo, e conosciuta la costanza del Figliuolo in non voler’ altro fare; fu necessitato sottrarlo allo studio delle Lettere e a quello del Disegno, sotto la scorta di que’ maestri in tutto e per tutto dedicarlo. Avanzavasi a gran passi il giovane negli studi dell’Arte, in cui fece tanto profitto, che in breve tempo quella goffa maniera Greca, in modo migliorò, che si può sicuramente e col consenso di tutti i più pratici di quell’antichità e dell’Arte della Pittura, affermare, che ella per le mani di quest’uomo già cominciasse a dare apertissimi segni di dover ben presto risorgere a nuova vita; il che poi ebbe suo effetto per gli studj del famosissimo Giotto di lui Discepolo. Molte furono l’opere di Cimabue fatte in Firenze , e fra queste la gran tavola di Maria Vergine nostra Signora, con Angeli attorno, che tuttavia oggi si vede nella Cappella de’ Rucellai nella medesima Chiesa di S. Maria Novella . Attesta il Vasari degnissimo Scrittore delle vite de’ Pittori, aver letto in alcuni ricordi di Pittori antichi, che per non essersi in que’ tempi veduta opera di maggior grandezza e bellezza, fosse con gran festa a suon di trombe, e con solennissima processione portata dalla casa alla Chiesa; anzi che nel tempo che Cimabue in un luogo allora fuor delle mura di Firenze , vicino a porta S. Pietro la dipigneva; passando per detta Città il Rè Carlo il Vecchio d’Angiò , i Fiorentini in tal luogo il condussero, e feciongli vedere tale immagine, non ancora da alcuno stata veduta. Afferma ancor’egli che tale fosse il concorso, e così grande la festa che di ciò fece il devoto popolo, che fino da quel tempo ricevette quel luogo, che oggi è compreso dentro alle mura della Città, il nome che fino al presente conserva di Borgallegri ; e ciò seguì nel tempo che il nominato Carlo d’Angiò fratello di S. Luigi, venne in Toscana per favorire il partito de’ Guelfi contro i Ghibellini, dopo d’essere stato da papa Clemente IV. incoronato Rè di Sicilia e di Gerusalemme, e dopo d’aver vinto Manfredi a Benevento .

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A’ PAESANI DEL VASARI RESTATI FORSE NELLA PITTURA PIÙ INFELICI L’AVER POTUTO ADATTARSI, E CHE LO STESSO VASARI E’ SEGUACI DI LUI DA INTERESSATI SCRITTORI DI QUELLA STESSA NAZIONE, POCHI E POETICI DETTI TOGLIENDO, E CON IPERBOLICO INGRANDIMENTO ESAGERANDO, SI TRASSE DIETRO DE’ SUCCESSIVI AUTORI, CON LA FACILE CREDENZA, UNA COMUNE OPINIONE. E astraendo adesso da’ detti del Vasari e de’ suoi seguaci, cercherò di far vedere se tale stimata dall’Autore opinione, sia nata prima o dopo agli scritti dello stesso Vasari , e quando; e se da’ soli parziali e paesani di lui, o da altri; e se le parole del divin Poeta, sieno da’ più dotti interpetrate per iperboliche esagerazioni. Che però son per notare in questo luogo le sentenze d’una minima parte degl’infiniti Autori antichi e moderni; e quel che è più, d’insignissimi professori di pittura Italiani ed Oltramontani, che pur’ ora mi sovvengono aver fin da que’ primi tempi, e fino a’ presenti giorni di ciò fedelmente scritto; affinché vegga il Mondo, contro quanti Scrittori, contro quante e quali autorità (per togliere alla Toscana la bella gloria d’aver ella, o sia per le mani di Cimabue , o sia per le mani di Giotto miglior Maestro di lui, l’uno e l’altro Fiorentini, dato alla bell’Arte del Disegno e della Pittura miglioramento, e quali ridottala a nuova vita) si sia questo per altro erudito ingegno fatto Autore. Se poi ciò veduto vorrà la letteraria Repubblica credere; e dalle autorità, che siamo per addurre, vorrà trar conseguenza, CHE NON SOLO (come egli scrisse) L’IGNARA PLEBE, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE; resterà tuttavia a gloria della Toscana il vivo testimonio dell’opere di Cimabue e di Giotto , dalle quali, e da quelle goffissime de’ moderni Greci e loro imitatori da esso addotte, che pur’ ancora vivono; potrà chiunque abbia occhi eruditi al bisogno, restar difeso dall’erroneità di così nuova e così strana opinione. E lasciando ora da parte l’inscrizione che fu posta sopra la sepoltura di Cimabue nella Chiesa di S. Maria del Fiore fino negli antichi tempi; Credidit ut CIMABOS picturae castra tenere; Sic tenuit. Verum nunc tenet astra poli, M’incomincerò dalla sentenza I. 1310 Del divino POETA DANTE , tanto diversamente dal suo vero senso dall’Autore interpretrata; Credette CIMABUE nella pittura Tener lo campo ed ora ha GIOTTO il grido. Egli è certo secondo i precetti dell’Arte, che non poteva il divin Poeta, parlando quì per similitudine, e in materia morale de’ due celebratissimi uomini Guido Guinicelli e Guido Cavalcanti , valersi di Cimabue e di Giotto , quando egli non già seriamente e da senno, ma solo per iperbolica esagerazione gli avesse potuti, in genere di lor mestiere, chiamare uomini di non ordinario valore e fama.

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IV. 1334 Un COMENTATORE di Dante citato dal Vasari nella vita di Cimabue che scrisse nel tempo che Giotto viveva, e dieci o dodici anni doppo la morte di esso Dante, cioè intorno agli anni di Cristo 1334. dice parlando di Cimabue queste proprie parole. Fu Cimabue di Firenze Pintore nel tempo di l’Autore molto nobile di più che uomo sapesse, e con questo fue sì arrogante etc. Il medesimo Comentatore citato dallo stesso Vasari: Fu ed è Giotto fra li Dipintori il più sommo della medesima Città di Firenze, le sue opere il testimoniano a Roma a Napoli a Vignone a Firenze a Padova, e in molte parti del mondo: e soggiunge il Vasari, il qual comento è oggi appresso il Molto Reverendo Don Vincenzio Borghini Priore degl’Innocenti. V. 1340 in circa Il veracissimo Scrittore delle Storie Fiorentine GIOVANNI VILLANILibro XI. 692, parlando del Campanile del Duomo di Firenze, dice così: Provveditore della detta opera di S. Reparata fue fatto per lo comune, Maestro GIOTTO nostro Cittadino, il più sovrano Maestro stato in dipintura, che si trovasse al suo tempo, e quelli che più trasse ogni figura e atti al naturale. VI. 1342 In un RICORDO nell’antichissimo LIBRO de’ benefattori della Vaticana Basilica fog. 87. del quale anche vien fatto menzione nel Libro intitolato anonimoMartirologio esistente nell’Archivio di S. Pietro in Vaticano à fog. 83: citato da più Autori, quale noi pure porteremo intero nella vita di Giotto, si legge fra l’altre cose. Tabulam depictam de manu IOCTI super eius Basilicæ sacrosantum Altare donavit, octingentos auri florenos constitit. In Paradiso eiusdem Basilicæ de opere musaico historiam, qua Christus B. Petrum Apostolum influctibus ambulantem, dextera, ne mergeretur, erexit, per manus eiusdem singularissimi Pictoris fieri fecit, pro quo opere 2200. florenos persoluit etc.

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Venghiamo adesso a far nota d’alcuni pochi Autori fra’ molti, che sono stati NEL SUO PASSATO E PRESENTE SECOLO, cioè di alcuni di quegli che prima del Vasari, e doppo anno scritto; e veggiamo, se per ragione della propria autorità, e della propria professione, meritino appresso al mondo tanta fede, ch’e’ non si possa più dire che essi CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIANSI LASCIATI PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE. XXX. 1503 Fra IACOPO FILIPPO da Bergamo, nel Supplimento alle Croniche , Libro 6. ove parla di Firenze, dice: Florentia autem, cum omnium Italiæ civitatum flos nuncupetur, et præter pulchritudimen et civium urbanitatem, viros quoque in omni genere virtutum præstantionres habuit: in primis quidem theologos, et philosophos, ac poetas, Franciscum Petrarcham, et Dantem, et Accursum Iurisconsultorum principem, qui ius civile primus explanavit, et IOCTUM Pictorem celeberrimum, qui antiquam pingendi Artem nobilissimam reddidit etc. Et libro 13. ad annum Christi 1342. ZOTUS denique Florentinus plæclarissimi in Pictura ingenij vir, qui superioribus diebus antiquam longo tempore pingendi Artem nobilissimam reddidit, hisdem temporibus eam ob rem in precio existens; cum à Benedicto Pontifice in Avenionem, ad pingendum Martyrum historias ingenti precio statutum fuisset, morte præventus, rem omisit. XXXI. 1530 Monsignor GIOVANNI della CASA, nel Galateo. Per la qual cosa si potrebbe per avventura dire, che GIOTTO non meritasse quelle commendazioni ch’alcun crede, per aver’ egli rifiutato d’esser chiamato Maestro, essendo egli non solo Maestro, ma senza alcun dubbio singular Maestro secondo quei tempi. XXXII. 1534 Il TRADUTTORE del Supplemento delle Croniche di F. IACOPO FILIPPO da Bergamo Lib. 6. dove parla di Firenze, e de’ Fiorentini più rinomati GIOTTO Dipintore nobilissimo, e singolare, el quale ritrovò l’Arte antica della Pittura. E Lib. 13. all’anno 1342. ZOTO Fiorentino nella Pittura celeberrimo, e singolare, non solo in questi tempi, ma per molti anni innanti: per la qual cosa, essendo per tutt’el Mondo famoso fu chiamato da Benedetto in questa età Papa, che andasse a Vignone, per dipingere l’Istorie de’ Martiri; e fu condotto con grandissimo prezzo, dove infermandosi, poich’ebbe principiato, morì, e lasciò tal’ opera totalmente imperfetta. XXXII. 1530 MICHELAGNOLO BUONARRUOTI, citato dal Vasari, parlando d’una Tavolina a tempera ch’era nel tramezzo della Chiesa d’Ognissanti, dipinta da Giotto con infinita diligenza (dove era la morte di Maria Vergine cogli Apostoli attorno, e con un Cristo, che in braccio l’anima di lei riceveva) era solito dire, che la proprietà di tale Storia dipinta non poteva esser più simile al vero di quel ch’ell’era. XXXIV. 1535 Messer FRANCESCO ALUNNO da Ferrara , nella Fabbrica del Mondo. Pittori celebrati da’ nostri Poeti, CIMABUE e GIOTTO Fiorentini etc. CIMABUE Fiorentino, che ne’ suoi tempi ottenne l’onore e primo luogo nella Pittura, tanto che GIOTTO venne tale, che’l vinse e superò. GIOTTO Latine Iochtus, ebbe un ingegno di tanta eccellenza, che niuna cosa della Natura, madre di tutte le cose, e operatrice col continuo girar de’ Cieli, fu, che egli, con lo stile, e con la penna, e col pennello, non dipignesse così simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse.

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XXXV. 1540 ALESSANDRO VELLUTELLO Lucchese, Commentatore di Dante. E il poeta, in persona d’Oderisi, ne assegna due esempi, il primo di CIMABUE, il quale fu nello Pittura tenuto eccellentissimo, e nondimeno fu poi vinto da GIOTTO, che molto tempo dopo lui rilusse. XXXVI. 1546 BENEDETTO VARCHI nelle Lezzioni fatte nell’Accademia Fiorentina sopra la maggioranza e nobiltà dell’Arti: Disputa prima. Qual sia più nobile la Scultura, o la Pittura: dice queste parole. Ben’è vero, che nissuna Arte fu trovata e compiuta, o in un medesimo tempo, o da un solo, ma di mano in mano, e da diversi; perché sempre si va o aggiugnendo, o ripulendo, o quello che manca, o quello che è rozzo e imperfetto; e perciò disse Dante, non meno veramente, che con giudizio, nell’undecimo Canto del Purgatorio:Credette CIMABUE nella pittura Tener lo campo, ed ora ha GIOTTO il grido. Sicché la Fama di colui oscura. Fin quì questo gravissimo Autore, il quale (per quanto io veggio) non credette, che Dante avesse ciò detto POETICAMENTE ESAGERANDO CON IPERBOLICO INGRANDIMENTO. Lo Stesso, alla Disputa seconda, Potremmo addurre infiniti altri esempi, sì di molte altre città, e sì massimamente di Firenze, dove la Pittura già spenta rinacque. XXXXII. 1550 GIORGIO VASARI nella prima edizione della sua Opera, e specialmente nella vita di Cimabue e di Giotto in molti luoghi afferma quanto s’è provato. XXXXII. 1550 FLEANDRO ALBERTI Bolognese, nell’ Etruria Mediterranea. Vi fu GIOTTO Fiorentino, che fu il primo a svegliare i Pittori all’Arte del dipignere, ed in fino ad oggi in più luoghi d’Italia vedesi le pitture di lui fatte con grande artifizio. XXXIX. 1553 Messer MARCO GUAZZO, Cronica. Non solo in questo tempo, ma per molt’anni andati fu Zotto Fiorentino nella Pittura singolare. XL. 1567 L’eruditissimo Messer GIOVAMBATTISTA ADRIANI nella Lettera scritta a Giorgio Vasari, dove a lungo tratta de’ più eccellenti Artefici antichi, di Pittura, Bronzo e Marmo, non solo si sottoscrive a’ detti del Vasari, ma dà loro gran lode. Essa lettera và aggiunta al secondo, ed ultimo Volume della terza parte dell’Opera del GIORGIO VASARI, in data delli 8. di Settembre 1597. ma fu error di Stampa, che doveva dire 1567.

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XLI. 1568 Il Citato VASARI, ne’ Proemj de’ suoi Libri nella seconda edizione; e specialmente in quello delle Vite, Parte I a 85. Ma tempo è di venire oggi mai alla Vita di CIMABUE; il quale, siccome dette principio al nuovo modo di disegnare, e di dipingere, così è giusto e conveniente, che lo dia ancora alle Vite. XLII. 1570 F. ONOFRIO PANVINIO Eremitano, erudito Investigatore dell’antichità Romane, nell’ Opera Latina intitolata: De præcipuis urbis Romæ sanctioribusque Basilicis. IOCHTUS egegius suo tempore Pictore multas in ea picturas miri operis fecit. Lo stesso Autore parlando della Basilica Constantiniana. Inter aulam, quam salam Concilij vocant, et hanc, quam supra descripsi, porticum, est alia porticus oblonga etc. in cuius fine occidentem versus, est pulpitum marmoreum à Bonifacio VIII. factum, totum ferè depictum, emblematibus ornatum; pulpitum extra Concilij aulam porrectum est totum è lateribus è marmore factum, picturæ pro temporum conditione elegantissimæ, existimantur CIMABOVIS egregij Pictoris manu factæ, qui primus Italiæ picturam, post antiquos, restituit. XLIII. 1580 TEODORO ZUINGERO, nell’Opera intitolata: Theatrum Vitæ Humanæ, Basileæ per Sebastianum Enrich Petri. Zotus Florentinus in Pictura satis præclarus fuit. XLIV. 1581 GIOVANNI BARDI, nella sua Cronica universale, Parte 3. a 420, tra’ più segnalati uomini che fiorissero nel Mondo l’anno 1336. mette Giotto Fiorentino Pittore, e per moltissimi anni avanti e doppo non fa menzione d’altri Pittori. XLV. 1583 VINCENZIO BORGHINI ne’ suoi Ragionamenti dell’Armi delle famiglie Fiorentine a 33 dice così: GIOTTO non meno ingegnoso e piacevole nella familiar conversazione, che sommo Maestro in quel tempo nella Pittura. XLVI. 1584 RAFFAELLO BORGHINI nel suo Riposo a 288. Quando come volle Iddio l’anno 1240. nacque in Firenze della nobil famiglia de’ CIMABUOI, per ritornare in luce la Pittura, GIOVANNI cognomato CIMABUE. Il medesimo a 297. parla di GiottoIo ho favellato delle cose di GIOTTO alquanto a lungo perch’egli fu veramente quello, che ritornò in luce la Pittura.

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E pure l’opere di Buffalmacco Fiorentino, Discepolo d’Andrea Tafi, furon tanto peggiori di quelle di Giotto, quanto sono oggi, stetti per dire, le pitture di Giotto inferiori a quelle de’ miglior Maestri moderni: perché là dove quelle di Giotto ritengono anche nel nostro tempo un non so che di decoroso e di grave, e per conseguenza di bello e di dilettevole; quelle di Buffalmacco appena si posson vedere senza riso. Tanto che, dirò io, se nulla vale questo mio argumento, grande bisogna che sia la forza dell’opinione, e che due volte furon quei Secoli infelici, una per la scarsezza che era allora degli uomini di valore nelle bell’Arti, e l’altra per l’ottusità non meno di coloro che per le più nobili operazioni elessero Giotto Fiorentino, che degli altri, i quali con tali Encomij scrissero di lui, lasciando indietro tanti Artefici di gran lunga migliori di quello che egli si fosse. Ma perché non posso io a verun patto indurmi a credere contro ciò che io medesimo, nel confronto che ò fatto d’innumerabili pitture, che si facevano avanti a Cimabue e a Giotto, con altre di lor mano, per la Toscana ed altri luoghi d’Italia, per ciò né punto né poco mi sottoscrivo a quanto seguita a dir l’Autore, cioè che le sue nominate antiche pitture GIÀ COMINCINO A FAR RIMANER BUGIARDO CHI SCRISSE, CHE ALLORA, CHE PELL’INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE; anzi affermo colla sentenza universale di tutti i Secoli, anzi di tutti gli anni che son corsi da Cimabue fino a’ presenti tempi, e di tutti i gravissimi Autori, e de’ migliori Professori dell’Arte, e col testimonio dell’opere medesime, che verissima, anzi indubitata cosa fu, ed è, CHE ALLORA CHE PER LO INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE, nulla curando quanto per dar questa gloria alla propria Patria à scritto nel nostro secolo il Ridolfi Pittore, ed il Mancini Medico, per attribuirla anch’egli alla sua; perché per quanto si raccoglie dagli scritti del primo, egli non vidde l’opere di Giotto, e di Cimabue, né seppe mai ciò che di loro fu scritto dagli antichi Autori; ed in quegli del secondo, toltone una gran passione contro il Vasari, ed un soverchio affetto alla Patria, nulla se ne cava che aggiunga valore, alla sua propria, e pura asserzione. Fino a quì m’è piaciuto di ragionare di Cimabue, e di Giotto; e del primo mi è bastato il dire, ch’egli diede miglioramento alla goffa maniera Greca, che ne’ suoi tempi per tutti a quel modo il dipignere si costumava. Giotto poi ò io trattato come un Restauratore della Pittura, e attribuendogli quelle lodi ch’ei merita: anzi facendo come eco all’unite voci di tanti grand’uomini, e valenti litterati, ed Artefici nobili, che in sua vita, e dopo di lui fino a oggi pe’ tempi fiorirono; mi son contentato di dichiararlo, che che in contrario se ne dica il prementovato Autore, il buono e sovrano Maestro del suo tempo nell’Arte della Pittura, da sé restaurata ed ampliata.

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Ora per tornar laonde partimmo; chi chiamasse, o Cimabue o Gioto molto meglio, ritrovatori della Pittura, non errerebbe gran fatto, anzi per lui giudicherei che fosse reso al merito il suo dovere; ritrovatori intendendo non assolutamente e nel primiero significato, che è il mostrar cosa che più non sia vista il primo; ma nel secondo, perciocché essi furono i primi a dar lume e crescer perfezzione all’Arte, che poi di mano in mano in così alto pregio salì, e cotanto chiara ed onorata divenne: né è vero che’l Vasari tenesse già mai, che al tempo di questi due, e innanzi ancora, stesse il Mondo senza pitture e Pittori, come in moltissimi luoghi dell’Opera di lui si riconosce: né la Cristiana Religione mai fu senza l’immagini da venerarsi su gli Altari, e nelle Chiese, il culto delle quali ebbe il cominciamento suo, fino da’ tempi Apostolici; poiché si à da Nicero Callisto citato dal Baronio al primo Tomo degli Annali, che S. Luca oltre all’altre immagini, un Salvadore, e una nostra Donna dipinse, con cui eccitava i popoli alla devozione, e gli convertiva a Dio miracolosamente. E non mi si fa credibile che quest’uso cotanto utile e necessario, sia mancato mai del tutto per alcun tempo; ma dico bene ch’ei corse la medesima fortuna dell’altre liberali e belle Arti; le quali, se bene patirono alcun naufrafio, e furon vicine al sommergersi, non si spensero affatto, e per bontà di Dio anche nelle cieche età si trovarono ingegni, che tennero vivi per quanto fu in loro i miseri avanzi della poco meno che morte professioni. E così, innanzi che Cimabue e Giotto fossero al Mondo, si dipigneva nel Mondo: ma Cimabue scoperse, e Giotto finì di trovare una così nuova, e bella, e non più dagli uomini d’allora veduta maniera, che le pitture usate fino a quel dì parvero ch’ogni altra cosa fossero che pitture. Laonde non deve a chi che sia apportar maraviglia, quando udisse o leggesse darsi questo titolo a Giotto d’inventore della Pittura; perché la migliorò di tanto, e tanto vi aggiunse con la sua dotta ed agil mano, che si può dire che di quest’Arte perfezzionata da esso mirabilmente, non solo egli fosse Maestro, ma Padre; giacché tutta sua fattura si vede esser’ ella: e questo anche dimostra chiaro l’essere egli come s’è detto stato quasi per tutta l’Europa chiamato, ed in lavori sì nobili adoperato; la sua maniera come nuova e graziosa, abbracciata studiosamente da tutti gli intendenti Artefici per lungo tempo; il pubblico grido ch’egli ebbe dal Mondo tutto, in vita e doppo, che potè tanto che scura ne divenne la fama di Cimabue, e solo egli fu nominato e celebrato; e finalmente il vivo testimonio dell’opere sue fra tutte l’altre di que’ tempi maravigliose, conferma tutto ciò, le quali infinite essendo, e per tanti luoghi sparse non à tutte potuto lacerare il tempo talmente che non resti luogo di vedere, che il giudizio degli uomini di quell’età, e delle susseguenti ancora non fu vano, come l’Autor vuole nato da affezzione, o da IPERBOLICO INGRANDIMENTO. Plus licuit nulli pingere, nec melius, non potè dir meglio né più veramente d’un gran Pittore qual fu Giotto, un grande altresì e giudicioso Litterato come ognun sà essere stato il Poliziano.

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Dice il Vasari che l’anno doppo l’incendio della Chiesa e Palazzi di Laterano, cioè del 1308, egli fu chiamato a Roma da Clemente V, dove nella nominata Chiesa gli furon date a finire alcune opere cominciate da Fra Jacopo da Turrita, coll’altre cose che si diranno appresso. È però da avvertire che in ciò erra il Vasari, supponendo il detto incendio seguìto l’anno 1307, mentre la verità è, ch’e’ seguì ne’ tempi di Niccola IV.

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Fu la Patria di questo Artefice Turrita, terra molto riguardevole di Valdi Chiana in quella parte che appartiene allo Stato di Siena, fra’ confini del Perugino e del Sanese. Vestì l’abito del Patriarca San Francesco, attese a dipignere a Musaico, e pare che Vasari, che alcune poche cose scrisse di lui così alla sfuggita, fusse di parere ch’egli imparasse l’arte da Andrea Tafi, al che non contraddice in tutto la sua maniera, benché questa poco si distingua da quella che tenevano i Greci prima che Cimabue di tanto la megliorasse, avendo in sé più durezza, e peggior disegno; né si rende anche ciò inverosimile per sapersi che lo stesso Tafi andasse a dargli aiuto nell’opere ch’e’ fece in Pisa, come appresso si dirà.

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Fu la Patria di questo Artefice Turrita, terra molto riguardevole di Valdi Chiana in quella parte che appartiene allo Stato di Siena, fra’ confini del Perugino e del Sanese. Vestì l’abito del Patriarca San Francesco, attese a dipignere a Musaico, e pare che Vasari, che alcune poche cose scrisse di lui così alla sfuggita, fusse di parere ch’egli imparasse l’arte da Andrea Tafi, al che non contraddice in tutto la sua maniera, benché questa poco si distingua da quella che tenevano i Greci prima che Cimabue di tanto la megliorasse, avendo in sé più durezza, e peggior disegno; né si rende anche ciò inverosimile per sapersi che lo stesso Tafi andasse a dargli aiuto nell’opere ch’e’ fece in Pisa, come appresso si dirà.

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Scultore, e Architetto discep. di GIOTTO, nato del 1320. Nelle note fatte a Cimabue, e ad Arnolfo si è già mostrato in qual posto si trovasse ne’ tempi loro la Pittura, ed Architettura, e quanto poi queste ricevessero di perfezione da’ nominati Maestri per cagione del miglior disegno; quello stesso, e forse più può dirsi della Scultura, la quale in que’ tempi era ridotta a tale stato, che le statue come disse il Vasari, e tuttavia si conosce oggi dalle goffe, e sproporzionate figure, che facevano quelli antichi Maestri, ritenevano più della Cava, che del Naturale.

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Onde poi fu la detta Immagine abbellita di ricchissimi, e dispendiosi ornamenti, e tuttavia si onora dal concorso di tutta la Città; ma di questo particolare si parlerà altrove. Un moderno Autore Toscano per altro letterato in un suo discorso di Pittura che lasciò manoscritto riprese il Vasari dell’aver detto, che Ugolino fusse discepolo di Stefano Fiorentino, e la ragione di quel rimprovero disse essere, perché fatto il computo de’ tempi della vita dell’uno, e dell’altro, trovava che Ugolino fusse più vecchio di Stefano, deducendo da questo impossibilità di potergli essere stato scolare.

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Lasciando io ora da parte questa ragione, che a mio parere nulla stringe, io trovo che il Vasariedizione del 1568 p. p. a c. 143 dice molto chiaramente, e tassativamente afferma, che Ugolino fusse sì bene ne’ tempi di Stefano, ma non già che fusse suo discepolo, e poco appresso che il Maestro suo fusse Cimabue; onde io non ho mai saputo capire, come il detto Autore possa essersi ingannato in cosa tanto manifesta. Pervenne Ugolino all’età decrepita, e finalmente nell’anno 1349 o 1339, come un altro afferma, passò all’altra vita, e in Siena sua Patria fu sepolto.

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Non parrebbe dunque verisimile che Giotto nascesse del 1286, ma molti anni prima, perché apparirebbe impossibile, che essendosi egli (come dice il Vasari) di dieci anni in circa, cioè dell’anno 1286 o poco più, posto ad imparar l’arte da Cimabue, che allora era d’anni 46, nel corso di dieci in dodici anni, cioè dall’86 in circa sino al 1298 e fino alla sua età di anni 21 in circa, avesse imparata l’arte, e fattovi tanto profitto, che avesse potuto fare non solo la nominata opera in Roma, ma l’infinite ancora, che pone il Vasari ch’egli avesse fatte prima di queste in essa Città, in Firenze, in Ascesi, e altrove, come si dirà appresso; il che volendo aver per vero, pare che bisognerebbe dire, che il natale di Giotto fusse potuto seguire circa’l 1265 o altro simil tempo, avanti all’asserto dal Vasari anno 1276.

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Ma se consideriamo ciò che dal detto d’alcuni Comentatori di Dante, coetaneo, e amicissimo di Giotto fu scritto, pare che a maggior gloria di questo artefice si potrà aver per vera l’asserzione del Vasari, cioè che Giotto facesse quell’infinito numero di pitture prima della Navicella in molto tenera età. Dice dunque Alessandro Vellutello nella Vita di Dante (ch’e’ prese di pianta da quella che scrisse Lionardo Bruni d’Arezzo) come il Divino Poeta fu de’ Priori della Repubblica Fiorentina l’anno 1300, e che da questo suo Priorato nacque il suo esilio, il quale seguì pochissimo doppo.

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Benvenuto da Imola antico Commentatore afferma, che Giotto ancor giovane assai, nella Città di Padova ricevesse Dante in Casa sua propria, come abbiamo accennato in altro luogo. Se dunque, come dice il Vasari, era Giotto in Padova non prima del 1316, e secondo l’Imolese egli era in quel tempo assai giovane, non parrebbe che sopra il detto del Vasari dell’esser seguito il natale di Giotto del 1276 rimanesse alcun dubbio, e conseguentemente ch’egli (tanto fu il sapere anche negli anni più verdi) facesse quelle grandi opere, nel che mi rimetto a’ più eruditi di tali antichità.

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Non sarebbe dunque vero che Giotto (come soggiugne il med. Vasari) fusse stato chiamato a Roma a far le nominate opere da Papa Benedetto IX da Treviso, essendo quelle, come s’è detto, state fatta del 1298 in tempo di Bonifazio VIII, e Papa Benedetto IX regnò per mesi otto, e giorni sei degli anni 1303 e 304.

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Questa notizia fa conoscer chiaro l’errore del Vasari, seguitato da Felibien francese ne’ suoi Trattenimenti lib. primo, e non meno quello del Co. Carlo Cesare Malvasia, dove nella vita di Franco Bolognese a 14 dice: Franco, del quale non posso che parlare con un poco più di rispetto, come quello che venne giudicato a que’ tempi eguale ad ogni altro anche allo stesso Giotto, quando non mandò Benedetto IX a riconoscer l’opera di quelli a Firenze, e a levarlo, che da Bologna ancora non si facesse venir questo Franco.

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Or quì si contenti il Lettore, che quantunque mio intento sia nel portar le notizie degli Artefici l’andar ristringendo al possibile le cose, che da altri furon dette, ora ch’io debbo trattare d’un tal’ Uomo, a cui queste belle arti tanto sono obbligate, io mi discosti alquanto da quello, ch’io mi proposi, e in ciò che all’opere di lui appartiene, io racconti in ristretto non solo tutto quello, che il Vasari, che ne tessé la Vita, ma eziandio altri buoni Autori prima, e doppo di lui ci lasciarono scritto, acciò resti tanto più viva al mondo la memoria di colui, il quale seppe in breve giro d’anni fare così alti progressi, che poté guadagnarsi il nome di proprio discepolo della Natura, e Padre dell’Arte medesima.

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Nell’altra di Casa Peruzzi figurò storie della vita di San Gio. Battista, il ballo d’Erodiade con bella vivezza, e spirito, ancora vi dipinse due storie di San Gio. Evangelista, cioè la resurrezzione di Drusiana, e quando il Santo fu rapito in Cielo; nella terza per la famiglia de’ Giugni dedicata a’ SS. Apostoli, figurò i martirj d’alcuni di loro; in un’altra Cappella dalla parte di là dall’Altar maggiore de’ Tolosini, e Spinelli, colorì storie della vita di Maria Vergine, nelle quali superò sé stesso. Per la Cappella de’ Baroncelli dipinse la tavola dell’Incoronazione di M. V. con gran numero d’Angioli e di piccole figure: In questa scrisse egli il suo nome con lettere d’oro col millesimo, e considerato il tempo, la bella maniera di quest’opera (come bene avverte il Vasari) si conosce senz’altre dimostrazioni essere stato con gran ragione attribuito a Giotto la bella gloria di Restauratore dell’Arte.

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Finito le 32 storie della Chiesa di sopra, si portò Giotto a dipignere in quella di sotto, dove nelle facciate dalle bande dell’altar maggiore nella superior parte dipinse diverse non meno pellegrine, che divote invenzioni, per simboleggiare le molte, e rare virtù del Santo, siccome ancora gli quattro angoli della volta di sopra; né io mi estendo in descrivere tali cose, essendo ciò da altri Vasari stato fatto, dirò solo che in una di esse fece il ritratto di sé stesso molto al vivo. Sopra la porta di sagrestia colorì un’Immagine di S. Francesco, la quale poi da’ periti è stata sempre molto stimata. Partitosi d’Ascesi, fece ritorno a Firenze dove per la Città di Pisa dipinse la figura dello stesso Santo stimatizzato, che riuscì maravigliosa in ogni sua parte, ma singolarmente per averlo figurato nel Monte della Vernia in un paese pieno d’alberi, e massi simigliantissimi al vero, cose tutte che giunsero in quell’età interamente nuove in Pittura.

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Erasi appunto in quella Città finita di alzare la bella fabbrica del Campo Santo, onde a Giotto, come a sovranissimo Maestro furono allogate per dipignerle alcune delle gran facciate di dentro, ed egli vi dipinse a fresco sei storie di Giob. Quest’opere che riuscirono maravigliose gli procacciarono tanta fama, che Papa Bonifazio VIII, e non Papa Benedetto IX da Treviso (come erroneamente afferma il Vasari, seguìto dal Malvasia, e da altri) volendo far dipignere alcune cose in S. Pietro, mandò a posta in Firenze un suo Gentiluomo per riconoscer Giotto, e l’opere sue, ed allora mostrò egli con quel circolo tirato perfettamente con mano quella spiritosa avvedutezza, onde nacque poi il proverbio: Tu sei più tondo di quel di Giotto.

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Doppo fu da Innocenzio X. fatta ricondurre nel luogo di prima, dove da Paolo V. era stata collocata. Avendo poi Alessandro VII. fatti i nuovi Portici, la fece levare. Giaceva questa opera degnissima ridotto all’ultimo del suo vivere, e già a poco a poco s’era andata consumando, quando da Clemente X. di santa memoria, per mano d’Orazio Manetti Sabino fu fatta ristaurare, o per dir meglio del tutto rifare, per collocarla, col disegno del Cav. Lorenzo Bernini Scult. Pitt. e Archit. singolariss. sopra la porta di mezzo, entrando nel Portico nell’interior parte, che appunto è veduta in faccia dalla porta grande nell’uscire di S. Pietro. Fu anche opera di Giotto, oltre a quanto ne a scritto il Vasari, un libro di bellissime miniature, donato già alla sagrestia di S. Pietro dal nominato Cardinale Stefaneschi, con istorie del Testamento vecchio, e prospettive; e perch’e’ fu maraviglioso nel far figure piccole in pittura e miniatura, potè tale arte ad altri comunicare, come in più luoghi di quest’opera ci occorrerà far vedere.

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Onde accrescendosi il gusto di tal modo d’operare, insorsero poi doppo la quali morte di Giotto alcuni grand’Uomini in simile nobilissima facoltà, tra’ quali uno fu circa all’anno 1360 (di cui il Vasari non fa menzione) il Monaco dell’Isole d’oro, dell’antichissima, e nobilissima famiglia Cibo, Uomo di santa vita, che scrisse i fatti del Re d’AragonaConte di Provenza, i quali libri di sua mano scritti ornò di bellissime miniature corrispondenti alle storie, e gli donò alla Regina Consorte del medesimo Re. Similmente scrisse l’ufizio di M. Vergine, che ornato di figure di sua miniatura, donò alla stessa Regina. Scrisse ancora le vite de’ Poeti Provenzali, e un libro spirituale, intitolato Fiori di varie scienze, e dottrine, in cui predisse la grandezza di Casa Cibo, e suo governo della Chiesa Cattolica; ma di lui parleremo avanti.

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Ch’egli fusse ancora Scultore attesta il Vasari averlo lasciato scritto Lorenzo Ghiberti, come testimonio di veduta d’alcuni modelli di rilievo, i quali asseriva aver fatti Giotto per una parte di quelle storie di marmo di basso rilievo, dove nella parte più bassa del soprannominato Campanile sono rappresentati i principi di tutte le Arti. Soggiunse il medesimo che questa maravigliosa torre, che spiccandosi dal suolo, da ogni parte isolata s’innalza fino a braccia 144, doveva ella secondo il modello di Giotto aver sopra di sé per finimento una punta, ovvero piramide quadra, alta braccia 50; ma perché questo modo di finire teneva alquanto dell’antica maniera, non anno mai i moderni Architetti consigliato che si faccia.

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Oltre alle notate di sopra molte altre pitture fece Giotto dopo il 1334. nella Città di Firenze per lo pubblico, e per diverse Chiese, mentre si tirava avanti la grand’opera del Campanile. Poi tornossene a Padova, dove dipinse molte Cappelle, e tavole; ma non già il luogo dell’Arena, come scrisse il Vasari, perché questo aveva egli dipinto in gioventù, come aviamo mostrato col detto dell’Imolese antico Comentatore di Dante.

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Dipignendo in Napoli per quel Re, egli medesimo bene spesso si portava al luogo dove Giotto operava, non tanto per lo diletto di vederlo dipignere, quanto per sentire i suoi ragionamenti. Una volta gli disse il Re: Giotto, s’io fussi te, ora ch’e’ fa sì gran caldo, io lascerei un poco stare il dipignere: Il simile farei io, rispose Giotto, s’io fussi voi. Racconta il Vasari, che il medesimo Re richiedesse un giorno Giotto, ch’e’ dipignesse il suo Reame. Giotto gli dipinse un Asino imbastato, che teneva a’ piedi un altro basto nuovo, e fiutandolo faceva sembiante di desiderarlo, e in su l’uno, e l’altro basto era la Corona reale, e lo scettro della potestà; e che domandato Giotto dal Re di quello, che cotal pittura significasse, rispose: Tali i sudditi suoi essere, e tale il Regno, nel quale ogni giorno nuovo Signore si desidera. Fin qui il Vasari.

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Questa vivacità di spirito ritenne egli fino all’ultima età, ed era già vecchio, come notò il mentovato Giovanni Boccaccio, quando con quel bello e arguto motto, che è noto, si difese dalle beffe di M. Forese da Rabatta, ritorcendole contro il beffatore medesimo; e tanto mi basta aver detto intorno a ciò. Di più è da sapersi, che il Vasari nella vita che scrisse di questo grande Artefice mostrò di non avere avuta notizia di molte altre essenziali cose intorno alla persona di lui, e particolarmente ch’egli avesse moglie, e figliuoli, e altri particolari più minuti; e perché io fui sempre di parere che ogni picciolissima appartenenza a memorie degli Uomini celebratissimi, debba aversi in gran pregio, e massimamente nel molto antico; perciò stimo che non dispiacerà, che io quì faccia nota d’alcune cose, che per le degne fatiche del Capit. Cosimo del già Orazio della nobil famiglia della Rena eccellentissimo Antiquario sono state ultimamente ritrovate, e delle quali esso medesimo mi à data cognizione, e d’altre ancora, ch’io stesso o ritrovato simili a queste. Nell’Archivio Generale di S. A. S. in un Protocollo di ser Filippo Contuccini di Maestro Buono da Pupigliano, si trova fatta menzione d’una tale M. Ciuta di Lapo, di Pela del Popolo di S. Reparata di Firenze, moglie del già Maestro Giotto di Bondone Pittore, e similmente di Francesco suo, e di detto Giotto Pittore figliuolo, e d’un Bondone chiamato Donato altro lor figliuolo, di Chiara, Caterina, e Lucia figliuole del medesimo Giotto, e d’essere stata maritata essa Caterina ad un tal Ricco di Lapo Pittore nel Popolo di S. Michele Visdomini.

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Il detto Francesco è quel Francesco del Maestro Giotto, che il Vasari parte I. a 131. disse d’aver trovato descritto, siccome ancora io l’ò trovato nell’antico libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, e disse essere stato discepolo di esso Giotto, ma non saperne altro ragionare, come quello che non ebbe notizia, che Giotto avesse figliuoli, e fra essi un Francesco; e quelle parole del Maestro Giotto, per quel ch’io m’avviso, sono espressive di figliuolanza, anzi che di disciplina. Il mentovato Ricco ebbe due figliuoli, l’uno, e l’altro Pittori, uno fu Bartolo, e l’altro Stefano; e di questi pure si trova fatta menzione in un libro di livelli, e d’affitti de’ RR. Monaci di Cestello di Firenze dell’anno 1333. al contratto num. 51; ed è molto probabile, che questo Stefano sia quello Stefano Fiorentino, del quale a suo luogo si parlerà tra’ Discepoli di Giotto, che dipinse la Madonna del Campo Santo di Pisa, e morì poi l’anno 1350., e che meglio operò del Maestro suo.

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L’amore ch’io porto a quest’Arti, e per conseguenza a Giotto, a cui esse tanto sono obbligate, à fatto sì che io questo stesso anno, che dò fuori le presenze notizie, viaggiando per 18. miglia di strada, mi sia voluto portare a veder con gli occhi propri quel Paese, che partorì al mondo un sì grand’Uomo, e ciò fece ancora a fine di poterne dare in questo luogo qualche notizia, già che il Vasari non mostrò d’avere di esso la cognizione che io ò ritrovato in molte antiche scritture, parte delle quali io noterò nell’albero del medesimo Giotto.Dico dunque, che in quella parte del Mugello, che passato il Borgo a S. Lorenzo si estende verso Levante, è il Paese, o vogliamo dire Villaggio detto il Colle. È questa una molto vaga Collina nel Comune di Vespignano Potesteria di Vicchio; anticamente si sarebbe detto nel Popolo di S. Piero in Padule, ma oggi è compresa in quello della Pieve di S. Casciano, perché asseriscono, che essendo o franata, o rovinata per cagione del fiume di Muccione l’antica Chiesa di S. Piero in Padule, ne fusse trasportata la cura alla nominata Chiesa di S. Casciano.

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Consideri ora il mio Lettore a quali cimenti mi sia trovato nel compilar la vita dell’eccellente Miniatore Oderigi da Gobbio; perché oltre al non essere egli di questa Città, né di questi nostri tempi, così piccola è la memoria, e così rare le notizie, che di lui abbiamo trovate nella sua Patria, e nel gran numero d’Autori antichi, e moderni, e fra l’infinite memorie antiche manoscritte, le quali per l’effetto d’andare ordinando questa nostra operetta abbiamo con molta fatica riconosciute, e scorse, che non ci ha recato maraviglia che il Vasari così per passaggio potesse solo dir di lui, di chi e’ fu amico, dove operò, e d’avere una reliquia, un miserabile avanzo de’ suoi pennelli; onde se non fusse stata la tromba sonora del Divino Poeta Dante , il quale ne’ suoi versi lasciò di quest’Uomo così onorata memoria chiamandolo l’onor di Gobbio, e l’onor dell’arte del miniare, appena si saperebbe chi ei fusse. Il perché se circa quel poco che si dirà di lui cioè intorno alla Scuola dond’egli uscì, al tempo in cui fiorì, all’opere, e a’ discepoli ch’e’ lasciò, non vedrassi scorrere francamente la penna, ma quasi andar tentoni, mendicando per così dire, le prove, doverò io per le sopraccennate cagioni venir scusato, e compatito.

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Non è dubbio adunque che Oderigi nativo della non men nobile, che antica Città di Gobbio della Provincia dell’ Umbria fusse un eccellente Miniatore de’ suoi tempi, e che si studiasse di sormontare gli altri Professori suoi Coetani, giacché in questo concordano tutti coloro, che di lui fanno ricordanza; perché ciò chiaramente si cava dal Testo di Dante, quando finge trovarlo nel primo girone del Purgatorio a sodisfare alla colpa di vanagloria commessa nell’aspirare alla maggioranza di suo mestiere per acquistarsi fama nel Mondo: eccovi i versi del Poeta. O dissi a lui non sè tu Oderigi
L’onor d’Agobbio, e l’onor di quell’arte
Ch’aluminare è chiamata in Parigi.
Frate diss’egli più ridan le carte
Che pennelleggia Franco Bolognese,
L’onore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sarei stato si cortese
Mentre ch’i’ vissi, per lo gran disio
Dell’eccellenzia, ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio;
Et ancor non sarei qui, se non fusse,
Che possendo peccar mi volsi a Dio.
Oh vanagloria dell’umane posse!
Con poco verde in su la cima dura
Se non è giunta dall’etadi grosse.
Credette Cimabue nella Pittura
Tener lo campo, et ora à Giotto ‘l grido
Sicche la fama di colui oscura, etc.
Operò questo Oderigi, come riferisce il Vasari, nella Città di Roma, ove (condottovi per ciò dal Papa) miniò molti libri per la Libreria di Palazzo, che sono in gran parte oggi consumati dal tempo, e nel mio libro de’ disegni antichi (soggiugne lo stesso Autore) sono alcune reliquie di man propria di costui, che in vero fu valent’Uomo.

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Attesta il Vasari d’aver nel suo libro de’ disegni antichi alcune cose piccole di mano di Cimabue fatte a modo di minio; nelle quali (come che oggi forse paiono anzi goffe, che altrimenti) si vede quanto per sua opera acquistasse di bontà il disegno: così egli. Sappiamo in oltre, che questo primo lume della nuova maniera di dipignere fu condotto da Cimabue fuori di Firenze, e per l’Italia circa il 1260. essendo che siccome abbiamo mostrato nelle notizie della vita di lui, egli avanti al regnare di Papa Clemente IV. fusse chiamato ad Assisi Città d’Umbria a dipignere nella Chiesa di S. Francesco: Sicché poteronsi vedere Cimabue , e Oderigi, sendo Gobbio non lontano gran cosa da Assisi, ma se io dirò che più tosto Oderigi venisse a Firenze per mettersi sotto la disciplina d’un Uomo così celebre, conciossiaché le pitture da lui fatte in Pisa , e in Lucca l’avessero reso chiaro per tutta Italia, non errerei gran fatto; il motivo che ò di tenere anche ciò per fermo è la triplicata amicizia, che passò tra Oderigi, Giotto , e Dante, la quale, come quella che fu di attual presenza, siccome proveremo dipoi, venne necessariamente prodotta dalle medesime cagioni, cioè tempo, studi, e luogo, che dettero loro occasione di conversare insieme.

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Pagina 57

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Quanto alla prima, vissero questi tre nel medesimo tempo: Di Giotto , e di Dante è notissimo, e di Oderigi lo dice apertamente il Vasari ; mentre che insinua, ch’egli fu in Roma a miniare per la libreria del Papa, nel tempo stesso, che Giotto d’ordine del medesimo Pontefice era quivi venuto a fare le sue famose pitture. Quanto alla seconda, erano tutti e’ tre della medesima nobilissima professione, perché si leggono di esso Dante appresso Lionardo Bruni della Città d’Arezzo Segretario della Repubblica Fiorentina queste precise parole degli studi di quel gran Poeta: E DI SUA MANO EGREGIAMENTE DISEGNAVA.

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Siccome dalle fattezze, dalle inclinazioni, e da’ costumi ritraggono la somiglianza de’ loro genitori i figliuoli naturali; e così e non altrimenti addiviene negli allievi d’ogni professione, che sono i figliuoli, per così dire, artificiali; perché non solo le fattezze, cioè la maniera d’operare, esprimono il Maestro, che loro insegnò, ma ancora i costumi, i concetti, l’opinioni, e l’usanze medesime, che ebbe quello in proprio, avendole imbevute con la disciplina, che da esso impararono, secondo quel nostro volgare proverbio, che a chi usa andar col zoppo, si appicca di quel modo di camminare. In quella nobiltà di concetto, che ebbe Oderigi, come abbiamo accennato, d’acquistare il primo vanto in sua professione, e rendersi famoso, e glorioso alla posterità, chi non vede espressa la somiglianza di Cimabue , del quale a gran ragione potè dire l’Autore dell’Epitaffio, del suo sepolcro Credidit ut Cimabos picturæ castra tenere / Sic tenuit, etc. Il che in particolare ci viene esplicato da quel Comentatore di Dante riferito dal Vasari, e da noi altrove riportato colle sue stesse parole, mentre in sostanza vuole che Cimabue fusse il più nobile, o vogliamo dire il più conosciuto, e famoso fra quei del mestiero ne’ suoi tempi, e perciò così schivo, e sdegnoso d’ogni difetto, che se da sé stesso, o per altrui accorgimento si fusse avveduto di qualcheduno, benché minimo, guastava tutta la Pittura, rifacendola di bel nuovo; usanza praticata a’ dì nostri dal non mai abbastanza celebrato Pietro Berrettini da Cortona, che più volte si trovò a disfare le sue nobili Pitture, fin che tornassero senza quel che offendeva il suo delicatissimo gusto.

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Ma quantunque si ricavi dal Vasari, che furono amici di Giotto e Dante, e Oderigi; donde si deduce poi, mi dirà alcuno, che tra questi due ultimi passasse amicizia, e amicizia tale, che anzi familiarità, che conoseenza dir si potesse? Non da altri dico io, che dall’istesso Dante; perciocché volendo dimostrare come s’introducesse a riconoscerlo, finge che camminando sopra la prima Cornice del Monte del Purgatorio, trovasse anime, che piegate sotto a gravissimi pesi, andassero chine chine per quel Verone, purgando il vizio di superbia, e vanagloria; e che mentre gli parlava Omberto Aldobrandeschi de’ Conti di S. Fiore fusse riconosciuto, e chiamato da Oderigi, come apparisce ne’seguenti versi. Et un di lor (non questi che parlava)
Si torse sotto’l peso, che l’impaccia.
E videmi, e conobbemi, e chiamava
Tenendo gli occhi con fatica fisi
A me che tutto chin con loro andava.

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Certo è, che egli visse intorno al 1300. Ma se ei lo trapassasse, e non v’arrivasse, rendesi appresso delli scrittori assai dubbioso: perché se sussistesse l’asserzion del Vasari, il qual vuole, ch’egli operasse in Roma per Papa Benedetto VIIII da Treviso, che sedè nella Cattedra di S. Pietro dal 304. al 305., questo Artefice sarebbe fiorito dopo il 1300. Ma perché il medesimo Vasari vuole che nello stesso tempo lavorasse Giotto le sue Pitture in Roma chiamatovi dal medesimo Pontefice Benedetto VIIII, quando la verità è, che Giotto fu chiamato a Roma da Bonifazio VIII, antecessore di Benedetto VIIII, come abbiam chiaramente mostrato nelle notizie di esso Giotto, viene in conseguenza che Oderigi fiorisse avanti al 1300. Presupposto, ch’egli fusse in Roma a miniar per lo Papa, quando Giotto vi fu chiamato dal medesimo a dipignere, il che successe circa l’anno 1209.

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Se questo Autore à cavato dal Vasari, del quale porta poi immediatamente alcune proprie parole, protestandosi di non trovare di Franco essere stata fatta alcuna menzione, né dal Baldi, né meno nella Biblioteca Bolognese, pare a me avere egli errato due volte, la prima col medesimo Vasari, dove disse, che Giotto, Oderigi, e Franco fussero chiamati a Roma dal Pontefice Benedetto IX., il che non fu così, e noi l’abbiamo concludentemente provato: col far vedere, che Benedetto IX. fu creato Papa doppo che costoro avevano fatte l’opere in Roma, che dice il Vasari, che e’ facessero; à errato anche da per sé stesso, restando insussistente la di lui asserzione, Che si sottile, e fina operazione (intende egli del miniare) da verun altro non fusse ben’usata, mentre sappiamo, che Giotto primo Maestro della Pittura, possedè in grado eccellente quella del miniare, operando cose maravigliose, che pure fino a’ nostri tempi si veggono, come s’è dimostrato nelle di lui notizie; e se bene il Vasari non fece menzione delle miniature di Giotto, non disse però mai cosa contraria.

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Dice il Vasari, che costoro l’anno 1329. scolpirono nella Chiesa di S. Francesco di Bologna una tavola di marmo, e lo stesso anche afferma il Gherardacci; ma Anton Masini dice essersi dipoi trovate scritture autentiche nel Convento di que’ padri, dalle quali apparisce, che quel lavoro fusse fatto non altrimenti da Agostino, e da Agnolo Sanesi, ma da Iacopo, e Pietro Paolo Veneziani; e soggiugne questo Autore, che essi Agostino, e Agnolo fussero Architetti della Fortezza alla Porta di Galliera; nel che ci rimettiamo alla verità.

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A
Adorazione de’ simolacri proibita al popolo di Isdraele a car. 2.
Antermo antico Scultore 3.
Apollodoro antico Pittore 3.
Apelle antico Pittore 3.
Albero della casa di Cimabue 7.
Apologia a pro delle glorie della Toscana per l’assertiva del Vasari, ed onore di Cimabue, e Giotto Fiorentini 8.
Archilao prima di Socrate disputò del giusto e dell’onesto, e intorno alle leggi, con tutto ciò a Socrate fu dato l’onore d’esserne stato il primo ritrovatore 28.
Autori, che appresso i Greci scrissero avanti a Omero 28.
Avanti a Giotto si dipigneva nel Mondo 29.
Andrea Tafi, sua vita 30. Opere 31. il perché introducesse in Firenze il musaico e lo migliorasse 34. Si crede Maestro di Calandrino 65.
Apollonio Greco Pittore a Musaico 30. A Firenze 30. insegna al Tafi cuocere i vetri e far lavoro per il musaico a 30. sue opere in S. Gio. di Firenze 30.
Aidulfo Re de’ Longobardi 33.
Adualdo Re de’ Longobardi 33.
Arnolfo di Lapo Scultore e Architetto. vita 28.
Amicizia tra Oderigi, Giotto, e Dante 57.
Amicizia tra Calandrino, Bruno, e Buffalmacco 65.

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Due segnalati Novellatori Fiorentini anno parlato di tal maestro. Il primo, e’l principale fu Messer Gio: Boccaccio suo coetaneo, e Franco Sacchetti, il quale benché, così di stile, come di tempo si possa dire inferiore, non è però, che per la curiosità degli accidenti, e per la natural maniera del descrivergli nella lingua del suo tempo, non riesca grazioso, e di diletto, particolarmente a chi gode di simili antichità; laonde mi fo lecito per gli curiosi di queste, di portare in fine di questa narrazzione le proprie parole di esso, come stanno appunto ne’ testi a penna della famosa Libreria di S. Lorenzo, giacché il Vasari ne riferì la sustanza senza obligarsi alle parole, in cui consiste tal volta la maggior grazia di queste novelle antiche.

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Dipinse in oltre Buffalmacco nella Chiesa di S. Petronio di Bologna le storie de’ Voltoni nella Cappella de’ Bolognini l’Anno 1329. le quali per quello, che era stato veduto in pittura fino a quel tempo in essa Città, furono avute in tanto pregio, che furono loro fatti ripari, e defensivi per quelle sottrarre a’ pericoli, e danni delle pioggie, come attesta Cherubino Gherardacci Eremitano nella sua storia di Bologna. Resta tuttavia di sua mano assai ben conservata una Imagine di Maria Vergine col Bambino, ed un S. Gio: Batista, e S. Antonio in un Andito fra la Chiesa, e la Casa della Parrocchiale di S. Stefano a Calcinaia, luogo sei miglia presso di Firenze di sopra alla strada Pisana, ed è quella pittura stessa, nella quale il Pittore volendo mostrare la bizzaria, o pazzia, che vogliamo dire del suo cervello fece quanto racconta il Vasari nella Vita di lui, ed io taccio per meglio.

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Finalmente perché rare volte accade, che simili huomini di buon tempo, si dieno a pensare a tutto ciò che col crescere dell’età, e col mancar delle forze è per succeder loro, nel fine si condusse costui dopo i gran guadagni, fatti ne più verdi anni, in tanta povertà, che trovandosi privo d’ogni aiuto, aggravato da infermità, nello Spedale di Santa Maria Nuova finì miseramente i giorni suoi, e nel luogo detto fra l’ossa, Cimiterio de’ Miserabili. Fu dato al suo corpo sepoltura secondo’l Vasari l’Anno 1340. lo però ritrovo, che Buonamico Cristofani (cioè di Cristofano) detto Buffalmacco, fu descritto nell’antico libro degli huomini della Compagnia de’ Pittori l’Anno 1351. onde fa di mestiero il dire, che egli molto sopravvivesse a quel che dice il Vasari.

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Ne sia chi dica, che le cose, ch’ei raccontò di costoro, fossero pure invenzioni per abbellimento de’ suoi Scritti, perché non solo sappiamo noi di certo per molti indubitati riscontri, che furono al mondo questi tali uomini, de’ quali ei parlò, che egli non averìa nominati in cose tali, s’elle non fossero state vere, ma io stesso ricercando fra l’antiche Scritture, ho ritrovato essere anche verissime alcune delle più minute circostanze, che egli ci propone ne’ suoi racconti, come potrà nelle notizie, che ho dato di Calandrino, ciascheduno vedere a suo piacimento. Or perché di Buffalmacco, del quale diffusamente anche scrisse il Vasari, ho ragionato quanto basta a luogo suo; Venendo ora a questi due; Bruno di Giovanni, e Nello di Dino, dico; ch’io tengo per cosa assai probabile, ch’egli uscissero della Scuola del Tafi, e ciò mi persuade non solo il continovo operar, ch’e’facevano con Buffalmacco, che forse a cagione di tenere essi la propria maniera sua gli volle a lavorar sempre seco, ma anche la continova e stretta amicizia, e pratica, che sempre passò, fra di loro; se non volessimo dire ch’egli avessero imparata l’arte da lui; ma questo però non è punto probabile, perché dice il Boccaccio, che Bruno e Buffalmacco erano soliti lavorare nel Munistero delle Donne di Faenza, e se vogliamo credere al Vasari, egli afferma che le Pitture di Buffalmacco in quel Munistero fossero delle prime opere, ch’ei facesse; onde non potevan costoro operar nel medesimo luogo, e tempo con lui ancor principiante, ed essere suoi Discepoli.

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Tornandosene poi Bruno con Buffalmacco a Firenze, dipinse nella Chiesa di Santa Maria Novella ad istanza di Guido Campese, allora Contestabile de’ Fiorentini, una Storia di san Maurizio, e suoi Compagni martirizzati per la Fede di Giesù Cristo, la quale Storia fece in una facciata larga quanto è lo spazio fra le due colonne; in questa ritrasse esso Guido tutto armato, e dietro a lui molt’uomini d’arme pure armati al modo antico, mentre Guido sta genuflesso in atto d’adorazione d’una Imagine di Maria Vergine, e appresso a lui San Domenico, e Sant’Agnese. Condusse egli tutta quest’opera di sua mano, ma però con disegno, ed invenzione di Buonamico; da questa attesta il Vasari d’aver cavato molte invenzioni d’armadure, che usavano in quei tempi, e servitosene nella Sala di Palazzo Vecchio.

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Discepolo di Giotto. Di questo Artefice non aviamo altra notizia se non quanta ne lasciò il Vasari, cioè a dire, che egli uscisse della Scuola di Giotto, e ch’egli dipignesse nella sua Patria la Cappella dell’Altar maggiore nella Chiesa di San Domenico.

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Non fu meno valoroso nel gettare di bronzo; onde avendo Giotto fatto un bellissimo disegno d’una delle Porte di San Giovanni con istorie della vita del Santo: fu ordinato a lui il farla di bronzo. Ciò fu sotto il Governo del Gonfaloniere Peruzzi l’Anno 1331. contro a ciò che pare abbia creduto il Vasari, e diedela finita del 1339. Fu allora quest’opera, come cosa in quella età creduta d’impareggiabile bellezza, posta alla porta del mezzo di quel Tempio, finché da Lorenzo Ghiberti furon fatte l’altre, e quella levata, e posta alla porta, che è rimpetto al Bigallo, dove è fino al presente. Operò parimente molto d’Architettura, particolarmente dopo la morte d’Arnolfo, e di Giotto. Fu fatto con suo disegno il Castello di Scarperia in Mugello per timore, che si aveva allora in Firenze della venuta dell’Esercito Imperiale.

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Fioriva del 1330. Gio: Villani nella sua Storia scrive, che nell’anno 1332. (per usare le sue proprie parole) un sottile maestro di Siena per suo artifizio fece suonare la gran Campana del Popolo di Fiorenza, che era stata diciassette anni, che niuno avea saputo farla suonare alla distesa, essendo dodici uomini, ed acconciolla, che due la potevano muovere, e poi mossa un solo la suonava a distesa, e pesa più di diciassettemila libbre, ed egli ebbe trecento fiorini d’oro. Il Vasari nella vita di Simon Memmi ci lasciò scritto, che questo artefice si chiamò Neroccio, e ch’egli fosse cugino dello stesso Simone, ciò che non si ha nel Villani. Lo stesso nome li da il Tommasi citato da Isidoro Ugurgieri.

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Discepolo di Simon Memmi, fioriva del 1325. Questo pittore, che dal VasariLe Vite fu detto fratello di Simon Memmi, aiutò lo stesso Simone a dipignere il Capitolo di Santa Maria Novella di Firenze, e in altre opere. Dipinse a fresco nella Chiesa di Santa Croce. Fece una tavola a tempera, che allora fu posta all’Altare maggiore della Chiesa di santa Caterina di Pisa; e in san Paolo a Ripa d’Arno fuori della stessa Città colorì molte cose, e fra queste una tavola per l’Altar maggiore, ove figurò Maria Vergine, san Piero, e san Paolo, e altri Santi; e una simile ne mandò a san Gimignano terra di Toscana. Nel chiostro di san Domenico di Siena dipinse a fresco una Vergine in trono col Figliuolo in braccio, e due Angeli, che gli presentano fiori, san Pietro, e san Paolo, e san Paolo, e san Domenico; e sotto a quest’opera scrisse uno di quei versi lionini, dietro a’ quali tanto si dierono da far gl’ingegni di quei secoli. Lippus me pinxit Memmi, rem gratia tinxit. Un moderno autore asserisce, ch’egli finisse la gran pittura della coronazione di Maria Vergine stata incominciata da Simon Memmi sopra la porta di Camolia e da lui lasciata imperfetta, siccome ancora dice non aversi per vero dagli antiquari di quella Città, ch’egli fosse fratello di Simone, trovandosi quello figliuolo di Martino, e questo figliuolo di Memmo, e non della famiglia de’ Memmi. Oltre a quanto si è notato di sopra, fece quest’artefice molte opere in diverse Città, e luoghi, e particularmente nel Vescovado d’Arezzo, e in san Francesco di Pistoia, e usò scrivere in esse il nome suo con questo grosso latino; Opus Memmi de Senis me fecit, tacendo il suo nome, come attesta il VasariLe Vite.

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Discepolo di Giotto, nato 1300., e secondo il Vasari ? 1350. Ebbe Taddeo i principj nell’arte della pittura da Gaddo Gaddi suo padre, dipoi postosi sotto la disciplina di Giotto, dal quale era stato tenuto al battesimo: stette con lui ventiquattro anni, e dopo la morte di esso Giotto restò fra’ più eccellenti maestri. Nella Cappella della Sagrestia di santa Croce in Firenze fece alcune storie di Santa Maria Maddalena, e nelle Cappelle di essa Chiesa, e nel Convento. In altre Chiese della Città operò assai, tenendo sempre la maniera del suo maestro Giotto con alquanto di meglioramento nel colorito; ma fra le più belle opere, che a’ nostri tempi si vedono di sua mano in pittura sono le storie a fresco nel Capitolo di santa Maria Novella fatte rincontro a quelle di Simon Memmi stato suo condiscepolo sotto Giotto, e suo amicissimo; perché essendo stato allogato quel gran lavoro a esso Taddeo, egli contento della facciata sinistra, e di tutta la volta, lasciò l’altre tre facciate a Simone. Taddeo dunque spartì la volta in quattro spazzi, secondo gli andari di essa; nel primo fece la Resurrezione del Signore; nel secondo lo stesso Signore, che libera san Pietro dal naufragio; nel terzo figurò l’Ascensione di Cristo; e nell’ultimo la Venuta dello Spirito santo. In quest’opera fece vedere in belle attitudini alcuni Giudei, i quali pare che anelino di entrare in quel Santuario. Nella facciata poi dipinse le sette scienze, ovvero arti liberali co’ nomi di ciascuna e sotto, alcune figure a quelle appropriate; cioè sotto alla Grammatica Donato scrittore di essa; sotto la Rettorica una figura, che ha due mani a’ libri, e una terza mano si trae di sotto il mantello, e se la tiene appresso alla bocca, quasi in atto di far silenzio, costume antichissimo de’ dicitori prima di principiare l’orazione, e l’abbiamo anche in Iuditta al Capit. 13; e sotto la Logica Zenone Eleate; sotto l’Arimmetica è Abramo, il quale antichissimo tra Caldei si dice, siccome dell’Astronomia ritrovatore; la Musica ha Tubalcaino, che batte con due martelli sopra l’ancudine; la Geometria ha Euclide, che ne diede gli stromenti; l’Astrologia, Atlante, che per essere valentissimo Astrologo fu da’ Poeti favoleggiato, ch’egli cogli omeri suoi il Cielo sostentasse. Sono dall’altra parte sette virtudi, tre teologiche, e quattro che si dicono cardinali, ciascheduna ha sotto le sue figure; e nella figura d’un Pontefice è ritratto al naturale Papa Clemente V. vedevisi san Tommaso d’Aquino, che in tutte quelle virtù fu singolare, che ha sotto alcuni Eretici, ed appresso sono Mosè, Paolo, Gio: Evangelista, e altre figure, opera veramente, per quei tempi stupenda; onde non senza ragione disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia, che va innanzi al suo comento sopra Dante: Grandissima arte appare in Taddeo Gaddi.

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Molte furon l’opere di questo gran maestro fatte per l’Italia in pittura, le quali per brevità si tralasciano. Errò il Vasari in dire, che Taddeo morisse del 1350. essendosi riconosciuto da un Libro segnato E 4. a 66. esistente nella Gabella de’ Contratti di Firenze, che esso Taddeo Gaddi pittore fu Arbitro nel 1352. in alcune differenze. Trovasi di più in un Protocollo di ser Giovanni di Gino da Prato nell’Archivio Fiorentino l’anno 1383. fatta menzione d’una tale Madonna Francesca figliuola del già Albizzo Ormanni, moglie del già Taddeo Gaddi del popolo di S. Pier maggiore. Dirò ancora, per aggiugner notizia della Casa di Taddeo Gaddi, aver ritrovato come un figliuolo di Taddeo, per nome Zanobi, che abitò a Venezia, sotto dì 27. Giugno 1400. per rogito di ser Dionigi, detto Nigi di ser Giovanni Tucci da san Donato in poggio, fece suo Testamento, nel quale si fa menzione di Caterina del già ser Donato del Ricco Aldighiori sua moglie, di Francesca, e Filippa figliuole d’Agnolo Gaddi sue nipote, e di Giovanni, e Niccolò suoi nipoti, e s’instituiscono eredi universali con fidecommisso TaddeoLorenzo, e Agnolo suoi figliuoli con più sostituzioni.

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Discepolo di Andrea Pisano. Era opinione ne’ tempi del Vasari, che questo Tommaso, oltre all’essere stato discepolo d’Andrea, gli fosse stato anche figliuolo; vedesi intagliato il suo nome, e d’Andrea in un mezzo rilievo nel Convento di san Francesco di Pisa, dove egli rappresentò Maria Vergine con altri santi. Opera di sua architettura fu la parte estrema del Campanile di essa Città, dove sono le campane.

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Della Scuola di Pietro Laurati. Il Vasari, che alcune poche cose scrisse d’Ambrogio Lorenzetti Pittor Sanese, non diede notizia di chi egli fosse stato maestro nell’arte della pittura; ne io ho mai potuto ritrovarlo; ben è vero, che se si considera la maniera, che tenne questo artefice, non si può dubitare, ch’ella non sia quella stessa, che praticò, e insegnò il famosissimo Giotto; ed è da sapersi, che quantunque non sia a nostra notizia, che Ambrogio per un corso di molti anni venisse mai a Firenze, dove potesse ricevere da Giotto i precetti dell’arte, ne tampoco ch’egli lo seguitasse in altre Città; con tutto ciò sappiamo, che subito che Pietro Laurati degnissimo discepolo dello stesso Giotto, che non solo fu suo grande imitatore, ma anche in alcune cose lo superò, subito dico che Pietro cominciò a dar saggio di suo operare nella Città di Siena sua patria, si svegliarono talmente gl’ingegni, che molti maestri in brevi partorì quella nobil Città a queste arti, i quali discostandosi dall’antica maniera de’ Greci, e di Cimabue, e avanzandosi ancora sopra quella dello stesso Giotto, furon poi impiegati in opere chiarissime, e singulari. Uno di costoro, credo io, ne penso ingannarmi, cioè uno di quegli, che uscirono dalla Scuola di Pietro, e ne appresero la maniera, fu Ambrogio Lorenzetti, il quale fattosi pratico nell’arte, dipinse nel chiostro de’ Frati Minori di sua patria molte cose, che furono in quel tempo tenute in gran pregio; siccome anche nello Spedaletto detto di Monna Agnesa alcune tavole.

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Discepolo di Taddeo Gaddi, fioriva del 1350. Questo Iacopo, che fu cognominato Iacopo di Casentino, ebbe per sua patria Prato vecchio Castello di quel tenitorio, il quale potea dirsi celebre in quei tempi per quel Donato eccellente grammatico, a quale sono indirizzate più lettere del Petrarca, intitolandolo egli Apenninigena, e poi nel suo PetrarcaTestamento de Prato Veteri, ma molto più celebre ne’ tempi susseguenti, anzi felicissimo per esserne uscita la casa del dottissimo uomo Cristofano Landini, il di cui corpo conservasi al Borgo alla Collina, non molto lungi da esso Castello, per lo spazio ormai di circa 300. anni incorrotto, e mostrasi per maraviglia. Della famiglia di esso Landino, dice il Vasari, che fusse questo Iacopo da Prato vecchio, detto di Casentino, del quale ora siamo per parlare. Costui adunque fece in Firenze la pittura a fresco del Tabernacolo de’ Tintori da Sant’Onofrio sul canto delle mura dell’orto loro, rincontro a San Giuseppe, e di quello della Madonna di Mercato vecchio, colla tavola dell’Altare ivi eretto.

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Essendosi a tempo di questo pittore ridotte a termine le volte della loggia d’Or San Michele, fece in esse in campo azzurro oltramarino sedici figure, che rappresentano alcuni Patriarchi, e Profeti, ed i primi delle Tribù; e nelle faccie di sotto, e ne’ pilastri, molti miracoli di Maria Vergine. Operò in Prato vecchio sua patria, nel Castello di Poppi, ed in molte Chiese d’Arezzo. L’anno 1354. ricondusse con suo disegno sotto le mura d’Arezzo l’acqua, che viene dalle radici del poggio di Pori, braccia 300. vicino alla Città, che al tempo de’ Romani fu condotta al Teatro, che fu chiamata allora Fonte Guizzianelli, di poi per corrottela di nome Fonte Veneziana. Dice il Vasari, ed io medesimo ho riconosciuto, che a tempo di questo Iacopo, cioè l’anno 1349. ebbe principio in Firenze la Compagnia, e Fraternita de’ Pittori, perché i maestri, che allora vivevano, così della vecchia maniera Greca, come della nuova di Cimabue, ritrovandosi in gran numero, e considerando che le arti del disegno avevano in Toscana, anzi in Firenze propria avuto il loro rinascimento, crearono la detta Compagnia sotto il nome, e protezione di santo Luca Evangelista, si per render nell’Oratorio di quella lodi e grazie a Dio, si anche per trovarsi alcuna volta insieme, e sovvenire così nelle cose dell’anima, come del corpo, chi secondo i tempi ne avesse avuto dibisogno; la qual cosa è anche per molte arti in uso in Firenze.

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Il primo Oratorio di questi artefici fu la Cappella maggiore dello Spedale di santa Maria nuova, stata loro concessa dalla famiglia de’ Portinari. Fin qui il Vasari; e trovasi nell’antico libro di detta Compagnia, che Iacopo di Casentino fu uno de’ primi due Consiglieri di quella: Siccome ancora trovasi notato per uno de’ fratelli nel 1373. Matteo Iacopi di Casentino dipintore, che io stimerei fosse stato figliuolo del nostro Iacopo; è però da avvertire, che la parola dipintore si vede ivi d’altra mano. Dando fine adunque alla notizia di Iacopo, dico come a questi, ed a Giovanni da Milano suo condiscepolo nella scuola di Gaddo Gaddi, esso Gaddo nel suo morire raccomandò Giovanni, e Agnolo suoi figliuoli a fine che essi seguitassero a fargli camminare secondo i precetti dell’arte, che esso aveva loro insegnata. Venne in pensiero, già che il Vasari nel dar notizia dell’accennata fondazione in Firenze della Compagnia de’ Pittori se la passò alquanto strettamente, di dirne alcuna cosa di più in questo luogo: Ma già che noi troviamo, ch’ell’ebbe suo principio nel 1349. abbiamo stimato miglior consiglio il lasciar per ora tale assunto, per farne poi nel Decennale ove cade esso anno 1349. una diffusa narrazione.

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Ne’ tempi di costui operarono altri discepoli d’Agostino, e Agnolo; tali furono Iacobello, e Pietro Paolo Veneziani, che in san Domenico di Bologna fecero la sepoltura di marmo per Messer Giovanni da Lignano Dottor di leggi l’anno 1383. e’l Pesarese, che in sua patria fece la Chiesa di san Domenico, e la porta di marmo, colle tre figure, dico, Iddio Padre, san Giovan Batista, e san Marco; ed osserva il Vasari, che questi, ed altri discepoli de’ sopra notati Agostino, e Agnolo, che tutti operarono d’una stessa maniera, si sparsero talmente per l’Italia, che tutta l’empierono di loro architetture, e sculture, delle quali molte e molte rimangono fino al presente tempo.

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ANTONIO dal Vasari detto VENEZIANO PITTORE

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Discepolo d’Agnolo Gaddi, Nato 1310 ? 1348. Questo pittore, secondo che io trovo nell’antiche Vite de’ Pittori manuscritte nell’altre volte mentovata Libreria de’ manuscritti originali, e spogli de’ signori Strozzi, era veramente Fiorentino, e non Veneziano, come credette il Vasari , ed anco fu cognominato Antonio da Siena, e per alcun tempo ancora Antonio da Venezia ; ciò fu a cagione dell’essersi egli molto trattenuto in quella Città. Fu buon pittore, e perché in quei suoi tempi, ne’ quali era già la maniera di Giotto tanto stimata per tutta Europa , egli bene l’aveva appresa da Agnolo di Taddeo Gaddi , che aveva operato nella Città di Venezia ; fu nella stessa Città chiamato, e molto adoperato in opere a fresco, e a tempera. Finalmente da quella Signoria gli fu dato a dipignere una delle facciate della Sala del Consiglio, ma a cagione d’invidia, e di mali uffizj di quei professori gli convenne quindi partire, e tornare alla sua Patria Fiorenza . In essa dunque fece alcune pitture a fresco nel chiostro di Santo Spirito , e in santo Stefano . Operò nel Campo santo di Pisa dipignendo storie del Beato Ranieri, incominciate già da Simon Sanese ; e fra esse quella della morte, e sepoltura di quel Beato, nelle quali rappresentò alcuni ciechi, e indemoniati con altri infermi, e fra questi un idropico, tutti in atto d’essere miracolosamente sanati per li meriti di quel santo; le quali figure espresse così al vivo, e con tanta invenzione, che furono in quel secolo avute in istima non ordinaria; ne fu meno lodata una nave fluttuante fra le tempeste del mare, nella quale con pensieri appropriati al vero figurò lo sbigottimento de’ naviganti, e le molte, e varie azioni fatte da marinari per sottrarsi dall’imminente pericolo del naufragio.

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Discepolo di Iacopo di Casentino. Da un Luca Spinelli , che nella cacciata de’ Ghibellini partì di Firenze , andandosene ad abitare in Arezzo , nacque Spinello , perciò detto Aretino. Questi fino dalla fanciullezza col solo aiuto della natura, e dell’inclinazione al disegno, fecesi quasi ragionevol pittore. Occorse intanto che Iacopo di Casentino ad Arezzo si portasse, e che alcune cose quivi dipignesse; onde a quello accostatosi Spinello , fece co’ suoi precetti tanto profitto, che in breve l’avanzò di gran lunga, ed acquistossi gran nome: che perciò avvenne ch’egli fosse chiamato a Firenze , e fussegli dato molto da operare nell’arte sua. Dipinse per le Chiese di Santa Maria Novella , del Carmine , e di Santa Trinita . In santa Maria Maggiore colorì la Cappella principale con istorie della Madonna, e di sant’Antonio Abate; ed ancora dipinse la storia della sacrazione di detta Chiesa fatta da Papa Pelagio; che così si legge nella inscrizione, ch’è nel muro a man destra del Coro all’entrare, e non da Papa Pasquale, come scrisse il Vasari .

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ANDREA DI JACOPO Altrimenti di CIONE ORGAGNA. detto dal VasariORGAGNA. SCULTORE, E ARCHITETTO FIORENTINO.

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Discepolo d’Andrea Pisano, nato 1320, ? 1389. Attese Andrea Orgagna ne’ suoi principj, come ci lasciò scritto il Vasari, all’arte della scultura, dipoi datosi con grande applicazione al disegno colla scorta di Agnol Gaddi, e di Bernardo suo fratello divenne pittore; ed io trovo ch’egli si matricolò per pittore non prima che l’anno 1358. sicché non pare che errasse punto il Vasari in farcelo per qualche tempo scultore, poi pittore: egli è però vero ch’egli trovasi descritto al libro della Compagnia de’ Pittori sotto nome d’Andrea di Cione, o Cioni del popolo di san Michele Bisdomini fino del 1350. al qual numero vedesi essere stato aggiunto di diverso carattere il numero di 19. Aiutò Bernardo l’anno 1350. a dipignere la Cappella maggiore di santa Maria Novella della nobil famiglia de’ Ricci richiestone dal Padre Fra Iacopo Passavanti Religioso di quell’Ordine de’ Predicatori, uomo di gran bontà, e dottrina, che allora viveva in quel Convento, assistendo alla gran fabbrica della nuova Chiesa. Occorse poi a’ 20. d’Aprile del 1358. che in uno strano temporale cadde un fulmine sopra il campanile di essa Chiesa, il quale, oltre all’avere spezzata in più parti una figura d’un Angelo di ferro di braccia quattro, il quale con un braccio steso girando attorno un gran palo pure di ferro, dimostrava i venti, a guisa d’una simile figura, che si vede in Vitruvio, e fatto del palo un arco, corse di repente in essa Cappella maggiore, e talmente abbronzò, percosse, e guastò quelle pitture, che elle rimasero in istato di non potersi più godere, e passato un intero secolo è statasi la Cappella sempre così; finalmente ad istanza di Giovanni Tornabuoni fu di nuovo dipinta dal celebre pittore Domenico del Grillandaio.

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Colorì poi, come a suo luogo si dirà, Andrea insieme col nominato Bernardo suo fratello la gran Cappella degli Strozzi nella medesima Chiesa, nella quale (come anche a’ presenti tempi si riconosce) rappresentò da una parte la gloria de’ Beati, e dall’altra figurò l’Inferno, e questo dispose secondo l’invenzione del divino Poeta Dante. Io trovo nell’insigne Libreria de’ manoscritti, e spogli dell’altre volte nominato senatore Carlo Strozzi, al libro segnato let. G a 18. che l’Orchagna ad istanza di Tommaso di Rossello Strozzi dipignesse per detta Cappella anche la tavola, della cui allogagione lo stesso Tommaso fece un ricordo, che quantunque alquanto informe si riconosca, è tale appunto quale a lui bastò per aiuto di sua memoria in ordine alle varie circostanze, e patti di essa allogagione; contuttociò penso che sarà caro al mio lettore, che io lo porti in questo luogo tolto a verbo a verbo, siccome nel citato libro trovasi registrato. Qui aperesso saranno scri parte, et Andrea vocato orchangniaAndrea vocato orchangnia Chio Tommaso di Rossello detto ho dato a dipignere al d. altare la quale è fatta per l’altare de. in Santa Maria novella di lalgezza di braccia v. sol. I. quivi, o intorno dela dipigniere il detto Andreaà colore fine maesteriò, et oro; ariento, et ogni altra veramente de mettere in tutta la tavola ciuori fogl. solamente le colone da lato de’ mettere ariento donella ditta tavola, et quante figure che per me tam. dare compiuta, et dipinta la detta tavola d’ogni suo. ma. tricento cinquanta quattro a venti mesi, et questo di li demo. avenisse che il detto Andrea no ci desse compiuta, et dipinta mi de dare pe ogni settimana che più la penasse a diping: secondo parrà alla descrettione di detti Arbitri scritti qui et suo maesterio, oro, , colori et ogn’altra cosa fior. cc. si et in tal modo, che meno se ne venisse se ne de stare al giudizio et Carlo delli Strozzi, et frate Iacopo di Andrea cose la facesse ne venisse più del sopradetto prezzo dobbiamo stare al giudizio Paolo, Carlo, e frate Iacopo. Fin qui il ricordo di Tommaso di Rossello Strozzi. Col quale anche fassi vedere assai manifesto l’errore preso dal Vasari, e da un moderno, che l’ha seguitato, chiamando quest’Artefice Andrea Orgagna, quando veramente egli dicevasi Andrea Orcagna; ed io n’ho un altro attestato per quanto leggesi nell’antico manoscritto nella Libreria di san Lorenzo, dico delle Novelle di Franco Sacchetti, la dove nella novella 136. si dice E fra l’altre questione mosse uno che aveva nome l’Orcagna, il quale fu capomaestro dell’Oratorio di nostra Donna d’Orto san Michele, qual fu il maggior maestro di dipignere, che altro che sia stato da Giotto in fuori, ec.

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Datosi poi agli studj d’architettura, fece in quegli si gran progressi, che in breve potè con suo modello edificare la bellissima loggia de’ Signori, al presente detta de’ Lanzi nella piazza di essa Città di Firenze, e la gran fabbrica della Zecca; non è già vero che egli, come scrisse il Vasari, nella facciata di quella loggia intagliasse tutti e sette gli ornamenti, e figure di marmo di mezzo rilievo rappresentanti le sette virtù teologiche, e cardinali, perché io trovo negli antichi libri di ricordanze del Provveditore dell’Opera di S. ReparataStieri di Francesco degli Albizzi, che le quattro virtù cardinali furono intagliate da un certo Iacopo di Piero circa agli anni 1368. come io nelle Notizie di lui ho narrato, non ostante tutto cio, che da altri, seguitando il Vasari, è stato erroneamente scritto, ma di questo errore del Vasari, e d’altri dopo di lui parleremo in fine dalla presente narrazione.

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Soggiugneremo per ultimo, che lo scrittor moderno, di cui parlammo pur dianzi, ha creduto equivoco del l’aver affermato, che la sacra imagine di Maria Vergine ornata da questo tabernacolo fosse fatta per mano d’Ugolino Sanese, dandone per ragione solamente, che essendo Ugolino morto del 1349. ed essendo l’imagine stata dipinta del 1284. non gli pareva verisimile che in quel tempo, cioè del 1284. Ugolino avesse potuto essere ben instrutto in pittura, che potesse avere una tal opera dipinta; e che la maniera s’avvicinava più alla Greca, che a quella che allora usavasi in Firenze; e finalmente, che l’immagine è sopra legno, e’l dice fosse fatta da Ugolino nel pilastro. Ma sebbene si considera, non averà più luogo il dubbio del soprannominato autore, prima, perché il Vasari nella sua prima edizione dice, che Ugolino morì non già nel 1349. ma nel 1339. e tanto nella prima, che nella seconda edizione afferma, che Ugolino morisse in eta decrepita; sicché fatto bene il conto, egli nel 1284. potè essere in età di 30. o 35. anni almeno, e conseguentemente nel più bello del suo operare, e così potè aver fatta quella, ed altre megliori opere. Secondariamente dice il Vasari nella prima edizione, e nella seconda ancora a lettere apertissime, che Ugolino operò di maniera greca, anzi che tale antica maniera greca volle egli sempre ostinatamente tenere, non ostante che da molti pittori del suo tempo, e dallo stesso Giotto s’operasse d’assai miglior maniera: sicché per questo stesso dobbiamo dire, che la pittura è mano d’Ugolino. Che poi ella sia sopra legno, o sopra muro non l’abbiamo noi voluto riscontrare, bastandoci che sia la vera sustanza, che è, che la pittura è della maniera d’Ugolino Sanese, e non d’altri, poco importando ch’ella sia sopra legno, o sopra muro, e forse potè essere che lo Stampatore dell’opera del Vasari in luogo di dire, fece l’imagine di Nostra Donna per un pilastro della loggia, ec. dicesse, in un pilastro; e quando anche avesse così detto il Vasari, troviamo ancora, che il medesimo, e con lui molti di coloro, che hanno scritte Vite di Pittori, anno usato dire, fece una tavola nella tal Chiesa, e non per questo s’intende che la tavola fosse fatta in quella Chiesa, ma per quella Chiesa, non nella tal Cappella, ma per quella Cappella, cioè, che doveva andare in quella Chiesa, o Cappella; così l’aver detto il Vasari, Ugolino fece la Nostra Donna nel pilastro, non ci toglie il poter credere ch’egli volesse dire, che Ugolino avesse sopra tavola fatta l’imagine, per rapportarsi, e situarsi poi nel pilastro: onde il dubbio, par che si riduca ad una mera cavillazione.

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Tornando ora all’Orcagna, fu costume di questo artefice lo scrivere il suo nome nell’opere, e perché la sua abilità nella pittura si riconoscesse nella scultura, e nella pittura quella, ch’egli aveva alla scultura, ne’ marmi scriveva Andreas pictor faciebat, e nelle pitture Andrea sculptor faciebat. Molte furon l’opere che fece Andrea sopra tavole a tempera per diverse Chiese di Firenze, ed altre sue tavole furon mandate al Papa in Avignone, avendone anche lasciate molto imperfette, le quali furon finite dopo sua morte da Bernardo suo fratello. Furon discepoli d’Andrea Orcagna nella pittura Bernardo Nello di Gio: Falconi Pisano, che dipinse molte tavole nel Duomo di Pisa; e Tommaso di Marco fiorentino, che fra l’altre opere fece l’anno 1392. una tavola, alla quale in sant’Antonio di Pisa fu dato luogo nel tramezzo. Dicemmo di sopra, e dicemmo bene, che errò il Vasari, affermando che tutte le figure delle virtù teologiche, e cardinali, che si veggono nella facciata della loggia de’ Lanzi fossero fatte da Andrea Orcagna; mentre io trovo, che le quattro cardinali furono opera d’un tal Iacopo di Piero. Ora io considero, che lo stesso Vasari nella Vita d’Andrea Orcagna afferma, ch’egli ebbe, oltre a Bernardo, un altro fratello chiamato Iacopo, che attese, ma con poco profitto, alla scultura, e non ci da contezza se non d’alcune poche opere fatte da costui, e così pare che a prima vista si potrebbe dubitare, se il Vasari, non avendo fatto conto di questo suo Iacopo, come quegli che non fusse valuto moltissimo in scultura, che però avesse supplito alla sua debolezza il fratello Andrea, fosse venuto a dire, che quelle figure fossero state intagliate da Andrea, con tutto che vi avesse avuta mano Iacopo, col disegno però, e assistenza d’Andrea; ma ciò non potiamo noi

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dire, perché per molte scritture sommamente autentiche, e vere, sappiamo ch elle furon fatte, non da uno Iacopo di Cione, ma da uno Iacopo di Piero, come più chiaramente nelle Notizie di esso Iacopo di Piero dimostreremo; e tanto basti intorno all’errore del Vasari. Tornando ora ad Andrea, essendo egli finalmente al sessantesimo anno di sua età pervenuto, fu colpito dalla morte l’anno 1389. Vissero, ed operarono in Firenze ne’ tempi di questo artefice assai maestri in scultura, e pittura, che s’impiegarono nel lavoro del maraviglioso Convento della Certosa, fabbricato pure in quei tempi due miglia fuori della Città per ordine di Messer Niccola Acciaiuoli Gran Siniscalco del Reame di Napoli, e di Sicilia, i nomi de’ quali maestri non c’è ancora riuscito di ritrovare; ed i molti sepolcridi quei della detta nobil famiglia degli Acciaiuoli, che tuttavia vi si veggono ne’ sotterranei, ed altrove fatti di lor mano, fanno conoscere fino a qual segno giugnesse il lor valore, secondo ciò che in que’ tempi concedere potevano.

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Questo Bartolommeo, secondo il Vasari, di casa Bologhini, o pure della nobil famiglia de’ Bolgarini, come in un suo manoscritto lasciò notato Monsig. Giulio Mancini, imparò l’arte di Pietro Laurati degnissimo discepolo di Giotto, e suo grand’imitatore. Colorì in Santa Croce di Firenze una tavola, che fu posta su l’altar della Cappella di San Silvestro, e lavorò assai in Siena sua patria, dove in una tavola fece il ritratto di Pietro suo Maestro, e dipinse ancora in altri luoghi d’Italia.

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Iacopo di Piero scultore, che fiorì circa al 1360. o fosse perché avesse imparata l’arte da Andrea Orcagna (com’è assai verisimile, giacché l’Orcagna in quei tempi era nella Città di Firenze in concetto di maestro singolarissimo, ed a lui per lo più tutto l’opere più degne raccomandavansi) o fosse perch’egli ne avesse studiata, o del tutto presa la maniera; onde le cose dell’uno poco o non punto da quelle dell’altro si distinguessero; diede al certo materia a coloro, che dopo gran tempo anno scritto, cioè a dire al Vasari, ed a chi ne moderni tempi l’ha seguitato, di credere, ed affermare, che alcune opere molto nobili da lui condotte fossero parte degli scarpelli del medesimo Orcagna. Tali furono le quattro statue di mezzo rilievo rappresentanti le quattro virtù teologiche, che furon poste sopra la bellissima loggia de’ Signori, detta oggi la loggia de’ Lanzi in Piazza del Granduca, architettata pure con vaga, magnifica, ed in quei secoli quasi non mai più usata maniera, dal medesimo Andrea Orcagna, al quale i soprannominati scrittori attribuirono con queste, anche tutte l’altre, delle quali pure lasciamo luogo a quello che ne sia la verità. Per confermazione dunque di quanto io dico, e per dimostrare ad evidenza l’errore e del Vasari, e degli altri, sappiasi, come io trovo fra l’antiche scritture dell’Opera di Santa Maria del Fiore in un libro di ricordanze del Provveditore Stieri di Francesco degli Albizzi dell’anno 1367. quanto appresso Iacobo Pieri magistro pro manifactura virtutum cardinalium pro loggia Dominorum Priorum et Vexilliferi Flor 2. sol. I. I. Ed in altro libro del 1384. Die 3. Augusti stantiaverunt Iacobo Pieri intagliatori pro parte solutionis duarum figurarum, quas intagliat cum figura videlicet una cum Figura fidei, et alia cum figura Spei pro ponendo ad Loggiam DD. Priorum Flor. 30 auri. Ed appresso Die 22. Novembris Iacobo Pieri intagliatori, qui facit figuram Fidei pro loggia Dominorum Priorum videlicet pro integra solutione dicte figure. E di più Iacobo Pieri magistro et predicto in prestantia super Angelum quem celat pro loggia dicta Flor. 10 auri, Ancora vi si legge Iacobo Pieri Sculptori, che fabbrica due figure d’Angeli di marmo da porsi sopra la porta dell’Udienza de’ Signori in Palazzo per prezzo di dette figure in tutto Fior. 25. Ed inoltre Iacobo Pieri Scarpellatori, pro complimento sue mercedis, et salarij cuiusdam imaginis Angeli cum Psalterio in lapide marmoreo, per eum sculpte pro dicta Opera Flor. 25. auri. Ed ancora Iacobo Pieri pro parte solutionis sue mercedis cuiusdam imaginis Angelice de marmore per eum sculpte dicte Opere, cum Cinnamillis. Ed è da credere, che le figure degli Angeli scolpite per l’Opera, fusser collocate nella facciata di Santa Maria del Fiore, quella che nel passato secolo, com'è notissimo, fu demolita.

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Discepolo di Pietro Cavallini, fioriva circa il 1350. Opere della mano di questo pittore furono in Pistoia sua patria alcune poche cose, che non si guadagnarono gran pregio; ne altro aviamo di lume di tale Artefice, ma non perciò aviamo voluto lasciare di farne questa Notizia, giacché il Vasari ancora nel fine della vita di Pietro Cavallini suo maestro ne fece anch’esso alcuna menzione.

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Si crede discepolo di Giotto, nato … . ? …. Io non dubito punto di dover dar luogo fra coloro, che uscirono della scuola del famosissimo Giotto, a Tommaso di Stefano Fortunatino, come a quegli, che non solo visse, ed operò ne’ medesimi tempi di lui, ma ne seguitò, per quanto potè giungere suo intendimento, interamente la maniera. Dipinse costui per la nobil famiglia de’ Gucci Tolomei una tavola, che allora fu posta sopra l’altare dell’antica loro Cappella di santo Stefano al Ponte vecchio, e oggi vedesi nella villa del Boschetto, o della Quercia a Legnaia di Baccio Maria Avvocato del Collegio de’ Nobili, Matteo, e Gio: Maria, tutti figliuoli di Neri di essa nobil famiglia de’ Gucci Tolomei, Gentiluomini, che per integrità di costumi, e per altre doti, che adornano gli animi loro, sono da tutti stimatissimi. Questa tavola, ch’è di legname in forma gottica, è divisa in tre partimenti, con loro frontespizj ad angoli acuti. Nel partimento di mezzo è Maria Vergine fra due Angeli, che si stringe al seno il Figliuolo Giesù, e nella parte più bassa sono rappresentate con diadema, a guisa di sante, otto virtù, le tre teologali, le quattro cardinali, e la verginità. Nel partimento da man destra è san Bastiano legato al palo, mentre più soldati gli avventano saette, e gli Angeli, che si veggono in aria gli apprestano la corona del martirio. Sonovi due uomini, uno coronato, che forse rappresenta lo ‘mperadore, e l’altro vestito in abito dottorale antico soppannato di vaio, che credesi ritratto al vivo di persona di quella casa, che la tavola fece dipignere, giacché si riconosce essere fatto dal naturale. Nel partimento sinistro è san Michele Arcangelo, che accompagnato da molte altre figure d’Angeli, caccia dal Cielo Lucifero rappresentato in un grande, e spaventoso dragone fra moltitudine di suoi seguaci, altri in terra caduti, altri in aria in atto di cadere; nelle quali figure, per quello che potè quell’età comportare, si scorgono attitudini risolute, e grand’invenzione. Nella superior parte di questo partimento è l’Eterno Padre in atto di comandare all’Arcangelo quell’azione, e da una parte è l’Aquila, che sostiene cogli artigli una cartella, e quella è figurata per lo Evangelista san Giovanni, e la visione dell’Apocalisse, per cui fu rivelato tal mistero: e tutta la pittura è in campo dioro. Finalmente sopra una tavola di legname rapportata sopra essa tavola nella parte più bassa, si veggono scritte le seguenti parole: Dipinse Tommaso di Stefano Fortunatino de’ Gucci Tolomei. Questa memoria adunque, che ci ha data cognizione di quest’artefice, del quale noi non troviamo esser mai stata fatta ricordanza, ci fece avvertiti che il Vasari, che nella vita di Tommaso di Stefano, detto Giottino, fece menzione dell’antica pittura a fresco della Cappella, di cui sopra abbiamo parlato, ch’è allato alla porta del fianco dipinta da esso Giottino, se la passò senza far menzione della tavola, o pure coll’aver detto, che Giottino dipinse la Cappella intera, intese di dire, che sua ancora fosse stata la tavola; ma a noi, non solo per la nota antedetta è costato, ch’ella fosse di mano del Fortunatino, ma avendo fatto il conto degli anni della vita di Giottino a confronto del tempo, nel quale, in ordine al testamento di Paolo di Filippo, di Filippo, di Bene de’ Gucci Tolomei, che fu de’ Priori l’anno 1378. essa Cappella fu fondata, troviamo, che già aveva Giottino finito il corso de’ giorni suoi; e tanto basti aver detto di tale artefice.

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Discepolo d’Agnolo Gaddi. Essendo notissimo a ciascheduno, che ha veduto quel tanto ch’io promessi nel principio di questa mia Operetta di Notizie de’ Professori del disegno, da Cimabue primo rerestauratore dell’arte della pittura in qua, che fu di far menzione di lui, e di tutti gli artefici, che dopo di esso, e del suo tanto rinomato discepolo Giotto avevanla con lode professata, non doverà parere strano, se talvolta vedrà, che fra le antichissime Notizie ritrovatesi da me a costo di non ordinaria fatica, io forzato da necessità, averò dato luogo a taluna di quelle, che ci furon lasciate da altri scritte conciosiache possa ben conoscere ognun, che abbia in sé principio di discretezza, che tanto, e non meno è duopo il fare, a chi prese per assunto di compilare un’opera universale, e che il non aver talora da accrescere, o da correggere quanto da altri fu detto, non dee ritenere altri dal valersene a suo bisogno, che si riduca (siccome nel caso mio) a fare di molte parti un bel tutto, in quella guisa appunto che si loda quell’architetto, che per costruire, e adornare una gran fabbrica, si vale di materie infinite, che a lui non costarono ne pure un colpo di martello, purché egli con dare ad ogni materia il suo luogo, sia pervenuto all’intento di condurre l’edificio a fine di comodo, e vaghezza. Questo appunto convien fare ora in gran parte a me nel dar notizia di Cennino da Colle di Valdelsa , cioe a dire del valermi di quella, che ce ne lasciò il Vasari nella vita d’ Agnolo Gaddi , anzi voglio che mi si conceda, che io qui di parola in parola tutto quello trascriva, che esso Vasari ne lasciò scritto di lui, procurando d’illustrarlo alquanto con ciò che a me è riuscito di ritrovare dipoi. Dice egli dunque così Imparò dal medesimo Agnolo Gaddi la pittura Cennino da Colle di Valdelsa , il quale, come affezionatissimo dell’arte, scrisse in un libro di sua mano i modi del lavorare a fresco, a tempera, a gomma, e a colla; ed in oltre, come si minia, e come in tutti i modi si mette d’oro, il qual libro è nelle mani di Giuliano Orefice Sanese eccellente maestro, e amico di quest’arti, e nel principio di questo suo libro trattò della natura de’ colori, così minerali, come di cave, secondo che imparò da Agnolo Gaddi suo maestro, volendo poi, che forse non gli riuscì, imparare a perfettamente dipignere, sapere almeno le maniere de’ colori, delle tempere, delle colle, e dell’ingessare, e da’ quali colori dovemo guardarci, come dannosi nel mescolargli, ed in somma molti altri avvertimenti, de’ quali non fa bisogno ragionare, essendo oggi notissime tutte quelle cose, che costui ebbe per gran secreti, e rarissime in que’ tempi. Non lascierò già di dire, che non fa menzione, e forse non dovevano essere in uso, d’alcuni colori di cave, come terre scure, il cinabrese, e certi verdi in vetro. Si sono similmente ritrovate poi la terra d’ombra, che è di cava, il giallo santo, gli smalti a fresco, e in olio, ed alcuni altri verdi, e gialli in vetro, de’ quali mancarono i pittori di quell’età.

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Trattò finalmente de’ musaici, del macinare i colori a olio per far campi rossi, azzurri, verdi, e d’altre maniere, e de’ mordenti per mettere d’oro, non già per figure. Oltre l’opere, che costui lavorò in Fiorenza col suo maestro, è di sua mano sotto la loggia dello Spedale di Bonifazio Lupi una Nostra Donna con certi Santi di maniera si colorita, ch’ella si è infino a oggi molto bene conservata. Questo Cennino da Colle di Valdelsa nel primo capitolo di detto suo libro, parlando di sé stesso, dice queste proprie parole. Cennino da Colle di Valdelsa fui informato in nella detta arte dodici anni da Agnolo Gaddi da Firenze mio maestro, il quale imparò la detta arte da Taddeo suo padre, el quale fu battezzato da Giotto , e fu suo discepolo anni ventiquattro, el quale Giotto rimutò l’arte del dipignere di Greco in Latino, e ridusse al moderno, e l’ebbe certo più compiuta, che avesse mai nessuno. E seguita a dire il Vasari Queste sono le proprie parole di Cennino da Colle di Valdelsa , al quale parve, siccome fanno grandissimo benefizio quegli, che di Greco traducono in Latino alcuna cosa, a coloro che il Greco non intendono, che così facesse Giotto in riducendo l’arte della pittura, d’una maniera non intesa, ne conosciuta da nessuno (se non, se forse per goffissima, a bella, facile, e piacevolissima maniera intesa, e conosciuta per buona da chi ha giudizio, e punto del ragionevole) quali tutti discepoli d’ Agnolo Gaddi , gli fecero onore grandissimo. Fin qui il Vasari .

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Ora io mi persuado, che chiunque leggerà quanto io ho portato in questo luogo, dico ciò che già fu scritto da Cennino da Colle di Valdelsa nel suo libro, poi ricopiato dal Vasari , subito sarà preso da forte dubbio, di come fosse possibile, che il Cennino da Colle di Valdelsa avesse notato fra gli altri suoi allora secreti di pittura, quello del macinare i colori a olio, già che lo stesso Vasari nella vita d’ Antonello da Messina dice, essere stato inventato quel modo di colorire da Giovanni da Bruggia , poi insegnato a Ruggieri ad Aus , poi lo fa pervenire in Antonello da Messina , e poi in Domenico da Venezia , in che pare ch’egli consumasse tant’anni, che non sia più luogo a credersi, che Cennino da Colle di Valdelsa ne’ suoi tempi, ne la Toscana, ne l’Italia potesse averne avuto il primo barlume, non ch’egli avesse potuto impararlo, e scriverlo nel suo libro. . Questo dubbio per certo a me non venne mai, come quegli, che chiaramente riconobbi colla traduzione di quanto scrisse Carlo Vanmander pittor Fiammingo in suo idioma, parlando di Giovanni, e Euberto Eich pittori di Bruggia, dico di Giovanni Eich, che è quello stesso Giovanni, di cui parlò esso Vasari, chiamandolo Giovanni da Bruggia: che il Vasari nel ritrovamento di questo segreto, siccome de’ passaggi, che gli fece fare d’uno in un altro artefice, non ebbe notizia de i tempi appunto, potè forse credere, siccome fu in verità, che il segreto fosse stato ritrovato fra’l 1400. e’l 1440. il che si deduce dall’ordine, ch’ei tenne in dar luogo alle vite de’ suoi pittori; e se pure di tal tempo non ebbe alcuna cognizione, almeno l’ordine de’ tempi, come sopra, dati alle vite de’ suoi professori, non contraddice a quello, nel quale io trovo essere occorsa tale novità, cioè circa al 1410. e così fatto il conto del tempo, che potè sopravvivere al 1400. il nostro Cennini; che poterono essere trenta, quaranta, e anche cinquant’anni, e più (giacché non sappiamo altro de’ suoi principj, se non ch’è fosse discepolo per dodici anni d’Agnol Gaddi, che morì nel 1387.) torna molto bene, che quell’invenzione, avendo già dopo il 1410. fatto suo corso in Italia, e Toscana, ed essendo pervenuta in Cennino Cennini, fosse stata potuta esser notata da lui nel suo libro, e anche praticata; e tanto basti aver accennato a fine di togliere ogn’ombra di difficultà in cosa di tanto rilievo per la notizia delle cose dell’arti nostre, riserbandomi a dar di tutto un più chiaro, e distinto ragguaglio nelle Notizie della vita di Giovanni, e Euberto Eich, tolta dalla sopra nominata Fiamminga traduzione, siccome d’altronde, e posta nel Secolo 3. dal 1400. al 1500. nel primo Decennale.

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Io aveva già tutte queste cose scritte, quando dall’eruditissimo Dottor Antonio Maria Salvini Accademico della Crusca, Lettor pubblico di lettere Greche nello Studio di Firenze, mi fu data notizia, che il libro del Cennino da Colle di Valdelsa , quello stesso, di cui parla il Vasari , che in suo tempo era nelle mani di Giuliano Orefice Sanese , capitato, non si sa quando, alle mani dei Sereniss. si trovasse fra altri antichissimi manoscritti nella Libreria di san Lorenzo , ed in luogo appunto, ove difficilissimo saria stato il rinvenirlo a chi a caso non vi fosse abbattuto, già che egli è legato in un volume, ov’è un’antica traduzione di Boezio, con altre cose, e fra queste alcune delle figure delle Profezie dell’Abate Giovacchino al Banco 78. Codice 24. onde io portatomi in essa Libreria, ravvisai tanto, che soprabbondantemente basta per approvare quanto il Vasari, ed io medesimo scrissi, cioè che la cognizione del nuovo modo di dipignere a olio, venuta ad esso Cennino, fu appunto fra’l 1410. e’l 1440. già che egli la nota come segreto saputo da pochi nel 1437. in cui egli scrisse quel libro, dicendo al Capitolo 89. Innanzi che più oltre vada, ti voglio insegnare a lavorare d’olio in muro, o in tavola, che l’usano molto i Tedeschi (intendendo per Tedeschi anche i Fiamminghi) e conclude, che ciò debba farsi cocendo l’olio della semenza del lino; ed è anche da notarsi, che il Cennino qui non fa menzione se non di muro, e di tavole, con che si conferma ciò che per altro è tanto risaputo, che moderno sia per le pitture a olio l’uso delle semplici tele. Vedesi ancora da esso libro, che il Vasari, o fosse lo Stampatore della sua storia, ove trascrisse le parole Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa, dopo quest’ ultima lasciò la parola nato, onde abbiamo che Cennino nascesse veramente a Colle di Valdelsa. Fra l’altre cose, che di passaggio osservai nel far menzione di quella pietra, con cui disegnasi, che noi diciamo matita, egli gli da nome di Lapis Amatito, conforme alla sua vera origine di Lapis Hœmatitos, quasi pietra di color sanguigno; e dove degli acquerelli per disegnare ragiona gli chiama talvolta con nome di acquerelle, che secondo me è il proprio, come che altro non siano gli acquerelli, che acqua naturale alquanto alterata, o tinta con poco colore, onde non lascia perciò d’essere più acqua, che altra cosa.

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Avendo questo artefice inteso, che nella Città di Firenze l’Arte de’ Mercatanti di Callimala voleva dare a fare una delle porte di san Giovanni, ancor’esso se ne venne alla nostra patria, e sapendo che a colui doveva allogarsi, che nel fare una delle storie, che la dovevano abbellire, averebbe data maggior sodisfazione; si pose con ogni studio a fare la sua, la quale condusse con tanto artifizio, e con si bel pulimento, che non ha dubbio alcuno, che suo sarebbe stato quel gran lavoro, se egli non avesse avuto tre gran concorrenti, Donatello, il Brunellesco, e’l Ghiberti. Scrive il Vasari, ch’egli scolpisse di sua mano quella bella Vergine Assunta, che si vede nella mandorla, ch’è sopra la porta del fianco di santa Maria del Fiore dalla parte de’ Servi, opera per certo bellissima; ma noi abbiam provato assai concludentemente nella Notizia della vita di Nanni d’Antonio di Banco discepolo di Donatello, che quella scultura non fu altrimenti fatta per mano di Iacopo della Quercia, ma dello stesso Nanni di Banco; onde fu errore del Vasari, seguitato poi da fra Isidoro Ugurgieri nel suo libro delle Pompe Sanesi, e da altri, che ultimamente anno scritto sopra simili materie.

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E credami il mio Lettore, che io non mai avrei saputo a me stesso persuadere, che al Vasari fosse venuto preso un tale equivoco in cosa tanto singulare, di sua professione, e anche possiamo dire allora non antichissima; ne mai mi sarei opposto a tale sua asserzione se io non avessi cavato le prove contrarie da antiche scritture originali, e d’ogni eccezione maggiori, come ciascheduno, che voglia, potrà nelle accennate Notizie di Nanni d’Antonio di Banco a suo tempo riconoscere. Molte altre opere fece Iacopo della Quercia, il quale finalmente carico d’anni, e pieno d’onore per la sua rara virtù fece da questa all’altra vita passaggio in Siena sua patria, l’anno di nostra salute 1418. e nel Duomo di quella Città fu al suo cadavero data sepoltura.

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Discepolo di Spinello Aretino. nato … circa al 14 Prima di pormi a parlare di questo artefice, desidero che sappia il mio Lettore, che nello intraprendere ch’io feci il carico di mandare alla luce Notizie di Professori del disegno, fin da quei primi tempi, ne’ quali incominciò quest’arte a rivivere, io mi proposi fra gli altri un fine molto principale, che fu di mostrare per ordine di tempi, il come, e per chi l’arte medesima, lasciata la goffezza antica, si andasse a poco a poco portando all’ultimo di sua perfezione; il che non credetti potere effettuare, se non per mezzo d’una dimostrazione per via d’albero, da quei primi maestri incominciando, e successivamente procedendo a’ discepoli loro, e quindi a’ derivati da questi, fino ne’ tempi nostri. Or siccome io a tale oggetto indirizzai mia intenzione, così posso affermare di non aver mai provato maggior difficoltà nella ricerca, che ho fatta poi sempre per le antichissime memorie, e per gli scritti di varj autori, che il ritrovar materie, che assicurar mi potessero il camino per l’ordine cronologico, quasi unico requisito della buona storia, ma particolarmente di quella ch’io mi resi a compilare. Conciosiacosaché mi sia venuto fatto bene spesso in ciò che si vede dato alle stampe, il ritrovare tali, e tante contradizioni a quello, che nell’antiche, e autentiche scritture si legge, ch’io sto per dire, che più agevol cosa sarebbe stata a me il ripigliar le materie da capo con poco, o non punto di ricerca di quello ch’è stato scritto, che il fare sopra dello stesso studio di sorta alcuna. Uno degli antichi artefici adunque, nel ritrovamento delle cui notizie m’è convenuto molto stentare, è stato Lorenzo di Bicci, quegli del quale ora debbo ragionare; e perché costui fu ne’ suo’ tempi uomo di gran valore nella pittura, vuole ogni dovere, che nel parlar di lui io m’affatichi in far comparire quelle verità, che intorno al tempo del suo vivere, ed operare, da altri furon trascurate, o per meglio dire, in tutto intorbidate, e confuse. Dice il Vasari, che Lorenzo di Bicci, che fu discepolo di Spinello Aretino, ebbe il suo natale l’anno 1400. e che in ciò egli abbia preso un gravissimo errore, quando non mai con altro pur troppo chiaro si dimostra con altri detti dello stesso Vasari, come ora vedremo. Dice egli, che Spinello stato suo maestro mancasse di vita circa al 1400.; come poteva dunque Lorenzo, nato secondo quest’autore del 1400. imparar tra le fasce l’arte del dipignere da Spinello, al quale già aprivasi la sepoltura; il perché, dico io, credasi al Vasari, come professore di pittura, ciò ch’ei ci disse, cioè, che Lorenzo di Bicci fu discepolo dell’Aretino, perché oltre a qualche riscontro o di tradizione, o d’altra qualsifosse cosa, potè egli esserne stato fatto certo, e particolarmente perché all’occhio suo erudito non potè portare inganno la maniera stessa dell’uno, e dell’altro maestro.

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Dicasi però contro a quello che il Vasari scrisse, che il natale di Lorenzo, come stato discepolo dell’Aretino, seguì molto avanti al 1400. Dice il Vasari, che Donatello, giovanetto di poca età, aiutò a Lorenzo a dipignere la storia dell’Assunzione di Maria Vergine accanto all’altra storia del san Tommaso, ch’egli avea dipinta nella facciata del convento di santa Croce in su la piazza, e che quella restò finita del 1450. e qui credasi pure al Vasari quanto all’avere avuto in sua scuola da giovanetto il celebre scultore Donatello, perché nel modo del panneggiare dello stesso Donatello scorge ognuno, che bene intende un non so che della scuola del maestro, benché ridotto a perfezione assai maggiore, e perché lo stesso Vasari, il quale molto ben conobbe persone, ch’esso Donatello avevano assai ben conosciuto, e praticato, non disse cosa inverisimile; onde noi in tutto e per tutto alla sentenza di lui ci soscriviamo; ma non potè già esser vero, che Donatello aiutasse a Lorenzo nella storia dell’Assunta finita dell’anno 1450. ne tampoco del san Tommaso, che aveva avuta sua fine del 1418. perché Donatello essendo nato dell’anno 1383. l’anno 1450. era in età di 67. anni, e del 1418. avevane 35. e così bisogna dire, ch’egli da giovanetto frequentasse la scuola di Lorenzo, e gli fosse in aiuto dell’opere prima del 1400. nel qual tempo se Lorenzo era già pittore, e operava, come potremo noi fermare il suo natale del 1400. Ma lasciamo da parte le contradizioni, che si riconoscono nella storia del Vasari, e le conietture, che quindi resultano, e diciamo che egli non è altrimenti vero, che Lorenzo nascesse del 1400. perché del 1375. già egli esercitava l’arte, ed eccone l’indubitate prove. Io trovo in un Libro delle prestante di questa Città in Camera FiscaleLaurentius Biccij pictor Florenum unum, et sol. 5. ed in altro Laurentius Biccij pictor florenum unum, sol. 3. dan. 8. In un libro degli Operai di santa Maria del Fiore, a’ 22. giorni di Novembre 1386. leggesi quanto segue appresso. Operarii, etc. Deliberaverunt etc. quod Laurentius Bicci pictor qui picturis ornavit figuras Fidei et Spei sitas in facie loggie Platee Dominorum versus orientalem plagam habeat, et habere possit pro dictis picturis, auro, coloribus, eius labore, et ceteris computatis in totum F. 90. aurei et non ultra. Inoltre in un Protocollo di Ser Guido di Ser Salvi, di Ser Francesco Bonini esistente in Archivio Fiorentino io trovo, che Lorenzo del 1398. già aveva moglie, della quale si fa menzione con queste parola Domina Lucia filia quondam Angeli IoannisPopuli sancti Simonis Uxor Laurentii Bicci pictoris Populi sancti Florentii. con che pare, che resti interamente provato il nostro assunto contro il Vasari.

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Questo pittore adunque imparò l’arte da Spinello Aretino, il quale cominciò a fiorire circa l’anno 1330. e finì di vivere, come sopra accennammo, del 1400. Dipoi il Vasari, camminando sempre in sul falso supposto, che Lorenzo nascesse lo stesso anno 1400. dice, che Giovanni de’ Medici, detto di Bicci vedendo il profitto, ch’egli faceva nelle buone arti, gli diede a dipignere, mentre era ancora giovanetto, nella sala della casa vecchia de’ Medici, murato che fu il Palazzo grande, che poi restò a Lorenzo fratello carnale di Cosimo Vecchio, una gran copia di uomini illustri, che fino a’ tempi dello stesso Vasari vi si vedevano assai bene conservati; e questo pure dobbiamo noi concedere al Vasari quanto al fatto, ma non quanto al tempo perché fatto il confronto con ciò che si è detto di sopra, si trova che ciò non potè seguire che avanti al 1400. E tanto basti aver detto intorno a qualche sbaglio, ch’è stato preso dall’autore nominato.

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Tornando ora al nostro pittore, ebbe egli nella sua prima età, come ci lasciò scritto lo stesso Vasari, gran desiderio di comparire nella sua patria non altrimenti che perfetto, e però volle scapriccirsi intorno alle difficultà dell’arte, impiegando buona parte degli anni suoi in dipignere in campagna, dove egli si faceva a credere, che le prime sue cose non fossero per esser considerate almeno da ognuno, così per la minuta, e vennegli ben fatto; conciosiacosache oltre all’avere egli assai megliorata la propria maniera, acquistasse tanta pratica nel colorire a fresco, e tanta facilità, che fermatosi poi in Firenze, gli potesse riuscire il condurre in essa forse più opere di quante mai ve ne avesse fatte qualsifosse altro pittore stato avanti a lui. Fra quelle, che si veggono fino a questo tempo di sua prima maniera fuori di Firenze è il tabernacolo posto sopra’l ponte a Scandicci in su la Greve fuori della porta a san Friano; e un’intera facciata sotto un portico a Cerbaia coll’immagine di Maria sempre Vergine, e di molti altri santi. In esso monte dunque, detto Monte Giovi, è la Chiesa di santo Romolo a Campestri nel Piviere di san Cresci a Valcava, fabbrica di piccola, ma di antichissima struttura, forse davanti al mille, per quanto si ha da più segni, ed è volta a Levante, e Ponente. In questa Chiesa all’Altar maggiore è una tavola con tre spazzi, ornata a colonnette al modo Gottico; nel primo spazio della quale è Maria Vergine con Gesù Bambino; nel partimento destro è santo Romolo, e san Giovan Batista; e nel sinistro san Gio: Evangelista, e sant’Antonio; a pie della tavola è la predella con istorie di piccole figure di fatti di santo Romolo, il tutto condotto con amore, benché della prima maniera di Lorenzo di Bicci: né è da tacersi, che ne’ piedistalli delle colonnette destra, e sinistra vedonsi della stessa mano le armi de’ Roti antichi nobili, stati potenti in quelle parti, detti talora da Campestri, e da Monte Giovi, e da Ghireto, opere state ordinate a Lorenzo intorno al 1380. da uno di essi Roti, che credesi essere stato Antonio figliuolo di Rota, il quale Rota io trovo assai rinomato in scritture di quegli antichi tempi, e fu figliuolo di Chele di Rota, di Scherano, di Rota, di Brunetto.

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Vi colorì ancora il Deposito di finto marmo per lo Cardinale Corsini, primo Arcivescovo della nostra Città, che sopra vi si vede dipinto al naturale; e quello ancora non lungi da questo per Fra Luigi Marsilj Agostiniano, famoso Teologo. E fu gloria singolare di Lorenzo di Bicci l’essere stato il primo, che in quella nobilissima Chiesa facesse vedere sue pitture. Portatosi ad Arezzo, dipinse per i Monaci Olivetani storie di san Bernardo nella maggior Cappella di lor Chiesa, e già accingevasi a dipignere il Chiostro con istorie della vita di san Bernardo, quando sopraggiunto da grave infermità gli convenne tornare a Firenze, lasciando che Marco da Montepulciano suo discepolo la dipignesse in cambio suo, siccome fece male, e goffamente. Tornato ch’egli fu alla primiera salute, dipinse in patria la storia di Maria Vergine Assunta, che pure oggi vediamo benissimo conservata nella sopradetta facciata del Convento di santa Croce, e con questa, che fu al certo la miglior opera, che partorisse il suo pennello, *benché egli fosse già decrepito, e non di 60. anni in circa, come affermò il Vasari*, diede fine alle sue opere, ed al suo vivere circa l’anno di nostra salute 1450. dopo aver insegnata l’ arte a due suoi figliuoli, cioè Bicci, e Neri, de’ quali a suo luogo ragioneremo. Devesi a questo artefice non poca lode per lo grande operare, ch’ei fece, e per essere anche stato sempre simile a sé stesso negli ottimi precetti dell’arte, per quanto però poteva estendersi il modo di fare Giottesco, il quale, siccome da principio fu preso da lui, e migliorato alquanto in disegno, arie di teste, ed in una certa maggioranza di maniera, fu anche sempre mantenuto; in questo però dell’aver sempre voluto tener forte quella maniera non fu lodevole, perché già negli ultimi tempi di lui avendo veduto la nostra Città il miglioramento, che faceva l’arte del dipignere, mediante le nobili fatiche di Masaccio, e de’ suoi imitatori, aveva fatte in ogni sua parte, averebbe potuto ancora esso migliorare la sua maniera; e pure essendo lungamente vissuto fra i maestri di quei due secoli del 1300. e 1400. volle rimanere l’ultimo, che essa maniera Giottesca praticasse, e più tosto restare fra di loro in minore stima, che abbandonarla giammai; dal che ad evidenza si riconosce quanto difficil cosa sia, anche agli uomini assennati, l’emendare in vecchiaia quegli errori, che in un ben lungo corso di vita si presero a praticare, e Quæ pueri didicere, senes perdenda fateri.

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Discepolo d’Antonio Veneziano, nato 1354. ? 1403. Questo artefice, il quale io trovo essere stato descritto fra gli uomini della Compagnia de’ Pittori dell’anno 1387. con nome di Gherardo Starna. Dipinse in Firenze nella Chiesa di santa Croce la Cappella de’ Castellani con storie di sant’Antonio Abate, e di san Niccolò Vescovo. Andatosene poi in Ispagna, fece molte opere per la Maestà di quel Rè, d’onde tornato alla patria, dipinse nel Carmine la Cappella di san Girolamo con bella invenzione; vedesi in questa fra gli altri il santo vicino a morte lasciar memorie a’ suoi discepoli, altri in atto di ascoltarle, altri di scriverle con gran vivezza, e spirito. Vedesi ancora di mano di quest’artefice fino al presente in Firenze nella facciata del Palazzo di parte Guelfa, oggi detto il Magistrato della Parte, un san Dionigi Vescovo con due Angeli, e sotto di quello è ritratta la Città di Pisa. Ebbe ne’ suoi tempi per tutta Italia fama di gran pittore, ed in vero che Gherardo è stato un degno stipite della pittura, essendo che da esso derivasse Masolino da Panicale, e da lui Masaccio, ed altri maestri, che poi non solo condussero l’arte a gran perfezione, con gettare i primi fondamenti della bella maniera moderna, ma la dilatarono tanto, mediante i loro discepoli, ch’ella ha poi riempiuto tutto il mondo. Passò da questa all’altra vita lo Starnina, che così lo chiama il Vasari, seguendo l’uso Fiorentino d’usare diminutivi de’ nomi proprj, o soprannomi, come credo io che fosse quello di Starna dell’anno 1403. ed è probabile, che lasciasse buone facultà, giacché io trovo ad un Libro delle prestanze dell’anno 1634. in Camera Fiscale, che i figliuoli, ed eredi di Gherardo di Iacopo dipintore, e Mona Zanobia lor madre furon prestanziati in Fior. 3. e sol. 10. somma assai ragionevole in quei tempi.

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Discepolo d’Agnol Gaddi, fioriva circa il 1384. Di costui non abbiamo altra notizia, se non quanta ne lasciò scritta il Vasari, cioè, ch’egli fu Discepolo d’Agnolo Gaddi Pittore Fiorentino, e molto esercitò l’arte sua in opere a fresco a Città di Castello, ed in san Francesco d’Urbino.

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E Empoli Terra di Toscana. Eremo di Camaldoli 56. Errore di Scrittor Francese 26. Errore del Vasari intorno al tempo nel quale fu fatta da Andrea Pisano la prima porta di bronzo del Tempio di S. Giovanni 32. Intorno alla morte di Gaddo Gaddi 37. Intorno alla Sagrazione della Chiesa di S. Maria Maggiore 56. Errore del medesimo, e d’un moderno intorno al casato di Andrea Orcagna 64. Intorno alle figure della Loggia de’ Lanzi 65. 71. Errore d’un moderno intorno all’Imagine di M. Vergine in Or S. Michele 67. Errore del Vasari, e di Fra Isidoro Ugurgieri, e d’altri intorno all’Imagine di Maria Vergine di marmo, ch’è sopra la porta del fianco del Duomo dalla parte de’ Servi 96. Facciata della Chiesa di santa Croce da chi dipinta, e quando 97. 100. Facciata della Chiesa di santa Maria nuova da chi dipinta 100. Festa di sant’Anna, Madre della Gran Madre di Dio in Firenze si solennizza come Pasqua, si corre il palio di panno lucchesino, e fannosi altri divoti ufici, perché 60. Filippo Rossuti pitt. *sua vita* 9. Abate Filippo Titi scrittore 10. Figure delle Profezie dell’Abate Giovacchino nella Real Libreria di S. Lorenzo 93. Fortezza di Firenze d. la fortezza da basso 12. Figure della Loggia de’ Signori in Firenze 41. Fonte nella Città d’Arezzo 43. Fortificazioni d’Arezzo fatte dal Granduca Cosimo I 44.

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S Sala del maggior Consiglio di Venezia, anticamente dipinta di verde a chiaro scuro 79. Sagrazione della Chiesa di S. M. Nuova dedicata a S. Egidio, da chi fatta 100. Sagrazione della Cattedrale Fiorentina 100. Sangimignano Terra di Toscana 34. pitture per quelle Chiese 84. 95. San Ranieri Pisano 4. Sebeto pitt. sue opere 83. Sepolcro di Mess. Cino da Pistoia da chi fatto 32. Sepoltura di Papa Alessandro V. in Bologna 107. Sepoltura della moglie di Paolo Guinigi in S. Martino di Lucca 96. Scale della Villa del Poggio a Caiano da chi fatte, e con qual disegno 34. Scarperia Castello in Toscana 32. da chi fatte, e perché 32. Scipione Ammirato Istorico 55. Serafino Serafini pitt. Modanese 110. D. Silvestro Monaco Camaldolese miniat. 61. Simon Memmi sua vita 3. suo ritratto 4. il primo che levasse l’uso di dipignere in un sol campo storia sopra storia 5. sua morte in Avignone, contro ciò che dice il Vasari 5. brutta effigie di lui descritta dal Petrarca 5. 36. 55. Simon da Villa antico Medico burlato 27. Simone, e Iacopo Davanzi loro vita 83. Simon Roti nobile Fiorentino Sergente Generale di Battaglia del Sereniss. Granduca Ferdinando II. 99. Sollazzino pitt. 69. Spedale della Scala di Siena 31. Spedal Grande di Siena 39. Spedale di Monna Agnesa di Siena 39. Spinello Aretino pitt. 56. Statue della facciata del Duomo da chi fatte 32. 107. Statue del Campanile di Firenze 107. Stefano pitt. Fiorentino sua vita 33. *Muore 1350.* 34. Stefano Veronese pitt. 79. Stieri di Francesco degli Albizzi Provveditore dell’Opera del Duomo 40. 71.

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Nato nel 1378. ? circa il 1455. Dovendo io ora parlare di Lorenzo Ghiberti, uno de’ più singulari artefici, che sorgessero al Mondo fino in que’ primi tempi, ne’ quali la città di Firenze, mediante il valore del celebre Masaccio, cominciò a dare i primi saggi dell’ottima maniera del disegnare e colorire, che poi nella medesima città e altrove fece sì gran progressi: e considerando, che il Vasari, il quale di questo eccellente maestro tessé un lungo racconto, non solo sbagliò in molte cose, dicendone una per un’altra; ma ancora, forse ingannato da chi gli diede notizie, molte ne portò, che’l tempo e l’antiche scritture hanno fatto scoprire non vere; io mi farò lecito in questo luogo (oltre a quanto appartiene al mio assunto, che è di parlar degli artefici e dell’opere loro) l’andar discoprendo gli equivochi del nominato Autore, particolarmente in quella parte, che s’aspetta alla nobiltà della famiglia di Lorenzo, suo proseguimento e durata fino a’ nostri tempi: cose tutte, che dal Vasari non sono state dette senza gravi errori; e pure sono il più bel pregio, che accompagnar possa un uomo di gran virtù, come fu il nostro Lorenzo.

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Or nel 1496. io trovo, che Vettorio, figliuolo del nostro Lorenzo, aveva una casa nel Popolo di S. Michel delle Trombe, ovvero in Palchetto: ed è quella, che è presso alla cantonata, rimpetto allo Spezial della Croce, e risponde in su la piazza di detta Chiesa di S. Michele in Palchetto, oggi detta di Santa Elisabetta, dalla Congrega che vi risiede: e sopra la porta di essa casa, che risponde nel corso, si vede in pietra molto antica l’arme de’ Ghiberti: e di questa casa si fa menzione in uno strumento di Manceppazione, fatta dal nominato Vettorio di Lorenzo del suo figliuolo Cione: e altresì in un Lodo tra detto Vettorio da una, e Buonaccorso, Francesco, Ghiberto, e Cione suoi figliuoli dall’altra, dato del 1496. da Antonio Covoni, e Cosimo di Lorenzo Rosselli il Pittore: la qual casa, come mostrano i confini, è quella stessa, che redarono i nominati fratelli Ghiberti dell’antica famiglia. Ora non pare inverisimile, che essendo questi de’ medesimi beni, che possedevano gli antichi, e tenendo le medesime armi di casa Ghiberti, tutti fossero degli antichi. Si potrebbe aggiugnere a quanto s’è detto, che il ramo di quelli, che noi chiamiamo Ghiberti antichi, si spegnesse nella persona d’una tale Agnoletta, figliuola di Papi Ghiberti, e Moglie d’Ottaviano Altoviti, della quale io trovo fatta menzione ne’ due strumenti suddetti, e ne’ libri domestici di Lorenzo Ghiberti; perché le case antiche de’ Ghiberti sulla piazza di S. Michele in Palchetto, eccetto quella che fu di Vettorio, come sopra son passate negli Altoviti, e in essi si conservano al presente. Favorisce anche questa opinione, che quel ramo rimanesse spento in Agnoletta, il vedersi che questo Papi fu de’ Priori nel 1435, e dopo detto tempo non si vede più alcuno di loro aver goduto tale uficio. Questo però non toglie né punto né poco la probabilità e quasi evidenza, che resulta dalle scritture sopra citate, che essendosi anche spento quel ramo, non ne furono restati altri, de’ quali fosse continovata la famiglia, che produsse il nostro Lorenzo, e i descendenti da esso: la quale partitasi dalla città, si fusse condotta a Pelago dove avendo in tempo smarrito l’antico casato de’ Ghiberti, si fusse ridotta in quel Cione, che noi mostreremo a suo luogo, che fu il Padre di Lorenzo. Favorisce anche non poco questa proposizione, cioè quanto io leggo nell’accuratissimo Priorista originale di Giuliano de’ Ricci, il quale nel tomo VIII. che contiene il Quartiere S. Gio: a c. 116. dopo aver fatta menzione della famiglia de’ Ghiberti, quella di cui fa menzione il Villani, e poi il Verino, che restò in Firenze senza volersene partire dopo la rotta dell’Arbia; e dopo aver notati tutti gli uomini che in essa città di Firenze dal 1319. al 1398. avevano goduti i primi onori, fa menzione di Lorenzo Ghiberti con queste parole: Lorenzo di Cione o di Bartoluccio Ghiberti messe su una delle Porte di metallo della chiesa di S. Gio: Batista a dì 23 d’Aprile 1424. non faccia difficoltà quello, che scrisse il Vasari pittore Aretino nella vita di Lorenzo Ghiberti predetto, circa alla diversità del tempo e d’altri particolari, perché sì in quella come in tutte l’altre vite, ec. E qui segue il Ricci a diffondersi molto in altri errori del Vasari, de’ quali per ora non è luogo per me a parlare, per non appartenere alle notizie del Ghiberti: e tanto basti intorno a tal questione.

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Dice poi il Vasari, che Buonaccorso fu figliuolo di Lorenzo: in che pure s’inganna; perché di Lorenzo di Cione nacque Vettorio, e di Vettorio questo Buonaccorso. Dice, che Vettorio figliuolo di Buonaccorso fu l’ultimo della famiglia, la quale in esso rimase estinta: che pure è grave errore; perché Vettorio padre di Buonaccorso, e figliuolo di Lorenzo di Cione, ebbe altri tre figliuoli, cioè Ghiberto, Cione, e Francesco: e questo Francesco fu padre di Vettorio, del quale nacque Ghiberto, Gio: e Felice di Ghiberto Vettorio, Gio: Francesco, e Lorenzo: e di Felice, Francesco, e Lorenzo, padre d’Anna Maria, e Beatrice, oggi maritate nelle nobili case de’ Ricci, e Berardi, come più largamente mostreremo coll’Albero di questa famiglia in fine di queste notizie, cavato da antiche e autentiche Scritture. E questo ancora basti aver detto in proposito degli errori, presi dal Vasari, nel parlare di questa nobil casa, alla quale per certo non abbisogna il cercare altri onori per gl’antichi tempi, per rendersi più illustre, di quelli, che le diede lo stesso Lorenzo con la sua virtù, aggiunti all’essersi ella abilitata a godere de’ primi onori della città fino dal 1375. goduti poi dallo stesso Lorenzo, come a suoi luogo diremo.

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Or venendo a parlare della persona di lui, dice il Vasari, che Lorenzo Ghiberti fu figliuolo di Bartoluccio Ghiberti, o di Cione, altrimenti detto Bartoluccio Ghiberti: l’una e l’altra delle quali cose è detta con errore; perché il padre di Lorenzo fu Cione Ghiberti, che non mai fu chiamato Bartoluccio: e Bartoluccio non fu padre di Lorenzo, il che più espressamente si mostrerà avanti. Bartoluccio dunque putativo, e non vero padre di Lorenzo fu, un orefice, che disegnò ragionevolmente, e in grado di molta eccellenza esercitò l’arte sua. A costui ajutò Lorenzo in sua fanciullezza per qualche tempo in quel mestiere, non lasciando però, per l’affetto ch’egli aveva alla scultura, d’esercitarsi sovente in modellare e gettare piccole figurine di bronzo. Poi invaghitosi sopra modo della Pittura, ad essa si diede: né io dubito punto, che ciò non fosse sotto l’indirizzo di Gherardo dello Starnina, notizia, che fra gli Autori non si trova. E la ragione del mio credere è; perché avendo esso Lorenzo potuto poco imparare da Bartoluccio in materia di disegno: e conoscendosi chiaramente la sua prima maniera del panneggiare, e attitudini delle figure esser le medesime appunto di Masolino da Panicale, e d’altri discepoli del medesimo Gherardo: e non avendo io saputo trovare, che altri allora in Toscana tenessero tal maniera in tempo di potergli esser maestri, toltone Lorenzo di Bicci, che operava del 1386. quantunque il Vasari lo dicesse nato del 1400. e benché questi ancora per ragione del tempo, e di qualche somiglianza di maniera gli avesse potuto insegnare egli, siccome aveva fatto Donatello di lui coetaneo; io però stimo più verisimile ch’egli uscisse della squola di Gherardo. Lasciata dunque alla benignità del Lettore il prestar quella fede che gli piace a tal mia asserzione, dico, che Lorenzo dopo aver fatto molto profitto nella Pittura, si portò insieme con un altro Pittore a Rimini, dove a Pandolfo Malatesti dipinse una Tavola. Tornossene poi dopo la peste del 1400. a Firenze, per aver sentito, che l’Arte de’ Mercatanti disegnava di far gettar di bronzo le rimanenti porte del Tempio di San Giovanni, in conformità di quello, che era stato fatto d’un’altra simil porta tanto tempo avanti, con disegno di Giotto, da Niccola Pisano; e che perciò aveva mandato a chiamare, oltre a’ Fiorentini, i primi maestri d’Italia; a ciò si risolvè, stimolato da Bartoluccio, e per desiderio che aveva di cimentarsi ancor esso con loro a fare un modello, siccome fece. Furono i maestri, che in termine d’un anno, in conformità dell’ordine avuto, fecero i modelli, il Brunellesco, Donatello, Jacopo della Quercia, Niccolò d’Arezzo suo discepolo, Francesco di Valdambrina, Simone da Colle, detto de’ Bronzi, ed esso Lorenzo: e questo si portò così bene, che Donato e’l Brunellesco, i migliori di tutti, si dichiararono di non aver luogo in quell’opera, ma che solo a Lorenzo ella si dovesse dare, non ostante che appena avesse egli compito il XXII. anno dell’età sua. Né fu gran fatto, che’l modello di Lorenzo, al parere di questi grandi uomini, e di 34. cittadini, stati chiamati, riuscisse tanto superiore in bontà a quelli degli altri; perché Bartoluccio, uomo di buon gusto, e Lorenzo medesimo, senza fidarsi della propria abilità dello studio e delle fatiche durate per far bene, usarono, nel tempo che e’ lo lavorava, d’introdurre, a vederlo e a dire lor parere, quanti e forestieri e Fiorentini gli davano alle mani, che di tal professione punto intendessero: arte, che rare volte è usata anche da coloro, che pure per iscarsezza di lor giudizio più d’ogn’altro far lo dovrebbero: e quindi addiviene, che tanti pochi pervengono agli ultimi segni d’eccellenza nelle professoni loro.Aveva io già scritto fin qui, quando mi venne sotto occhio il bel frammento di Manoscritto antico, esistente nella tanto rinomata Libreria del già Senator Carlo Strozzi, in cui molte notizie si danno di Filippo di Ser Brunellesco dal compilator di esso, che afferma aver veduto e parlato al Brunellesco medesimo: e dove de i modelli fattisi per le porte di San Giovanni egli ragiona, porta alcune particolarità minute intorno al medesimo suggetto, state notate da me nella vita di esso Filippo: alle quali, oltre a quanto io ho detto qui, rimetto per brevità e per maggiore informazione il mio Lettore.

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Ma tempo è ormai di ripigliare il filo dell’Istoria, e parlare delle altre opere di questo grande artefice, colle quali egli abbellì non poco la patria nostra, ed accrebbe a sé stesso gloria immortale. Fece egli dunque anche l’altra bella figura di bronzo del S. Stefano per l’Arte della Lana, che fu collocato nell’ultimo Pilastro: e altre bellissime cose condusse circa a questi medesimi tempi, d’oro e d’argento, ed orificeria, nella quale fu singolarissimo, come appresso diremo, seguendo in ciò quanto ne lasciò scritto il Vasari co’ seguenti periodi. Mentre che l’opere di Lorenzo ogni giorno accrescevan fama al nome suo, lavorando e servendo infinite persone, così in lavori di metallo come d’argento eoro; capitò nelle mani a Giovanni, figliuolo di Cosimo de’ Medici, una cornjuola assai grande, dentrovi lavorato d’intaglio in cavo, quando Apollo fa scorticare Marsia; la quale, secondoché si dice, serviva già a Nerone imperatore per suggello. Ed essendo pe’l pezzo della pietra, ch’era pur grande, e per la maraviglia dell’intaglio in cavo, cosa rara; Giovanni la diede a Lorenzo, che gli facesse intorno d’oro un ornamento intagliato: ed esso penatovi molti mesi, lo finì del tutto; facendo un’opera non men bella d’intaglio a torno a quella, che si fusse la bontà e perfezione del cavo in quella pietra: la quale opera fu cagione, ch’egli d’oro e d’argento lavorasse molte altre cose, che oggi non si ritrovano. Fece d’oro medesimamente a papa Martino un bottone, che egli teneva nel piviale, con figure tonde di rilievo, e fra esse, gioje di grandissimo prezzo; cosa molto eccellente: e così una Mitera maravigliosissima di fogliami d’oro straforati, e fra essi molte figure piccole, tutte tonde, che furon tenute bellissime; e ne acquistò, oltre al nome, utilità grande dalla liberalità di quel Pontefice.

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Resterebbe a narrare il tempo, nel quale il nostro Lorenzo fece da questa all’altra vita passaggio; ma non essendo a noi venuta fin qui tal notizia, diremo solamente, che il , che asserì, ch’e’ morisse in età di 64. anni, anche in ciò prese errore; perché quando non volessimo credere per indubitato, ch’egli nascesse nel 1378. sarebbe forza il dire, che fusse seguita la sua morte del 1442. ed io ho trovata fra l’altre volte nominate scritture, fatta menzione del testamento fatto da lui del mese di Novembre 1455. onde viene indubitata conseguenza, che egli non di 64. anni, ma forse ancor di più di 77. finisse di vivere. Il ritratto di questo grande artefice, fatto al naturale, si vede nel mezzo della sua bellissima porta di bronzo, che corrisponde alla Cattedrale, appresso a quello di Bartoluccio, suo putativo padre, il quale è rappresentato in figura d’un assai più vecchio di Lorenzo, nella banda della parte destra, e quello di Lorenzo dall’altra parte. Buonaccorso Ghiberti, figliuolo di Lorenzo, e suo discepolo, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, rimase dopo di lui, applicato pure alla statuaria e al getto: e fu quegli, a cui toccò a finire e gettare il maraviglioso ornamento di bronzo di quella Porta del Tempio di S. Gio. che è rimpetto alla Misericordia: il modello di cui, insieme col fregio, aveva il padre lasciato in buonissimo termine. Nel quale lavoro esso Buonaccorso si portò si bene, che quando non mai per altro, per quest’opera solamente egli si meritò il nome d’uomo singolarissimo in quest’arti: e fece conoscere, che quantunque assai presto egli finisse di vivere, ben si puote affermare, che coll’essere a lui mancata la vita in verde età, non gli fusse però mancato il merito di dovere sempre vivere nella memoria de’ posteri. Soggiunge il Vasari, che Buonaccorso ebbe un figliuolo, che si chiamò Vittorio, e che egli attese alla scultura: e in Napoli nel Palazzo del Duca di Gravina fece alcune teste, che furon poco lodate; mercé che più attese egli a godere e spendere prodigamente il ricco patrimonio lasciatogli da’ suoi antenati, che alle fatiche di quest’arti: che attendendo anche all’architettura, fu nel tempo di Paolo III condotto in Ascoli, per architetto d’alcune fabbriche: e che una notte un suo servitore, affine di levargli il danaro, crudelmente lo scannò. La verità però si crede essere, che qui il Vasari pigli errore, scambiando Buonaccorso da Vittorio: e che Vittorio fusse il figliuolo di Lorenzo, che fece l’ornamento di bronzo: e Buonaccorso di quello, che andò a Napoli figliuolo di Vittorio; essendoché non si trova mai, per quanto possa essere venuto fin qui a mia notizia, che Lorenzo Ghiberti lasciasse alcun’figliuolo con nome di Buonaccorso; ma si trova bensì, che fusse suo figliuolo un Vettorio, il quale ebbe due mogli, e fu padre di un Buonaccorso. Primieramente in un libro di permute del Monte di Firenze 1463. si trova Maddalena di Antonio di Ser Gio. Buonajuti, moglie di Vittorio di Lorenzo Ghiberti: e da’ Protocolli di Ser Domenico d’Antonio da Figline 1464. Maria Smeralda di Mess. Francesco Marchi, moglie di Vettorio di Lorenzo di Cione Ghiberti. E quanto a Buonaccorso nell’altre volte citato Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, esistente nella Libreria de’ MS. de’ SS. Strozzi, si trova un ricordo, come Vettorio di Lorenzo di Bartolo, che fa le porte, dà a colorire e disegnare un modello d’una spalliera, che di nuovo s’ha a fare per la ringhiera de’ Signori, a esso Neri di Bicci. Del 1483. si trova ne’ Protocolli di Ser Domenico di Gio. GuiducciBuonaccursus Victorii Laurentii Cionis Ghiberti: e nel 1503. si trova, che Buonaccorso di Vittorio di Lorenzo Ghiberti, alias di Bartoluccio, scultor di bronzo, fa testamento, rogato Ser Agnolo da Cascese, il che si ha da’ Repertorj de’ fidecommissi esistenti nell’Archivio Fiorentino. Trovasi poi, che di questo Buonaccorso nacque un altro Vettorio; onde par che si potrebbe dire col Vasari, che questo fusse quel figliuolo di Buonaccorso, che andò a Napoli: nel qual caso però non sarebbe mai vero, che Buonaccorso fusse figliuolo di Lorenzo, ma di Vittorio: e se l’ornamento della porta fu finito da un figliuolo di Lorenzo, questo fusse Vittorio Padre di Buonaccorso, e non Buonaccorso, che fu figliuolo di Vittorio: se non volessimo dire, che di Lorenzo nascesse un altro Buonaccorso, del che non si ha alcun riscontro. Credesi dunque, che erri il Vasari: tanto più, che soggiunge poi egli medesimo, che in Vittorio rimanesse estinta la famiglia de’ Ghiberti; il che non è vero; perché molti furono i descendenti del primo Vittorio, figliuolo di Lorenzo di Cione, come dimostra la seguente descendenza. Ed anche errò lo stesso Vasari, in quanto disse del Padre di Lorenzo, come s’ è mostrato chiaramente nelle notizie della vita di lui, sicché non è, se non cosa probabile, che in quanto appartiene alle notizie di questa Casa, il Vasari, come di cosa non appartenente alla profession sua ed al suo principale intento, cercasse poca informazione. E da un antico libro de’ Morti dell’Arte degli Speziali, spogliato nel libro RR. 1239. in Archivio Strozzi, apparisce Lorenzo di Vittorio di Bartoluccio 16. Maggio 1484. in S. Croce. Trovasi, che Vettorio di Lorenzo di Cione ebbe due mogli: la prima Maddalena d’Antonio di Ser Gio. Bonajuti, della quale ebbe Buonaccorso: la seconda fu la Smeralda di Francesco Marchi, della quale ebbe un Francesco, e Ghiberto, che fu Monaco, e un Cione: e Buonaccorso ebbe un figliuolo, che fu Vittorio, che non sappiamo, che avesse figliuoli: e la stirpe si continuò in Francesco. E tali notizie s’hanno da un Lodo, dato da Antonio di Luigi Covoni, e da Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli a’ 5. d’Ottobre 1496. fra Buonaccorso, Francesco, e Cione, figliuoli di Vittorio di Lorenzo di Cione, ne’ quali da tre fratelli erano state compromesse alcune differenze: e di tal Lodo si rogò Ser Agnolo di Ser Alessandro da Cascese: A Buonaccorso toccò la maggior parte degli stabili, i bronzi, i libri, e gl’intagli, e per usar le parole del Lodo: omnes masseritias, ut vulgo dicitur, da andare in Ufizio, ovvero in Birreria, prout Banderie, Sopraveste, Targette, Spade, Chappello, et alia similia, atta ad exercitia predicta que sunt ad presens d. Victorij, con carico di prestarle a’ fratelli all’occasione.

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Era in que’ primi lor tempi la città di Bruggia abbondantissima di ricchezze, per la gran copia de’ mercanti di diverse nazioni che vi si trovavano, de’ gran negozj che vi si facevano, e commercio che aveva con tutte le parti del Mondo: maggiore al certo di quelli di qualsivoglia altra città di Fiandra. E perché è proprio delle buone arti, quivi piantar loro fortuna, ove più abbondano le ricchezze, a cagione dell’esser quivi bene ricompensate; il nostro Giovanni lasciata la patria, se n’andò ad abitare in essa città di Bruggia, quivi essendosi formata una maniera assai diligente, quantunque alquanto secca, con un modo di panneggiare tagliente, soverchiamente occhiuto, più con pieghe artifiziate, che naturali, quella appunto, che in quelle parti è stata tenuta poi, benchè con miglioramento, per qualche secolo, che anche si riconobbe in Alberto Duro, Luca d’Olanda, e altri celebri maestri. Si acquistò gran fama, ed in somma fu primo, che ne’ Paesi bassi avesse grido d’eccellente Pittore. Fece in Bruggia moltissime opere sopra tavole con colla e chiara d’uovo, che portarono la fama del suo nome in diverse parti, dove furono mandate. Aveva quest’artefice congiunta all’altre sue abilità una ingegnosa maniera d’investigare modi di colori diversi: e perciò molto s’esercitava nelle cose d’alchimia, finchè sortì di trovare il bel modo e la nuova invenzione di colorire a olio: e andò la cosa, come ora siamo per raccontare. Era suo costume l’adoperar sopra i quadri, dipinti a colla e chiara d’uovo, una certa vernice di sua invenzione, che dava molto gusto, per lo splendore, che ne ricevevano le pitture; ma quanto era bella dopo esser secca, tanto era difficile e pericolosa a seccarsi. Occorse una volta, circa l’anno 1410. (tanti anni avanti al tempo notato dal Vasari), che Giovanni aveva fatta una tavola con lungo studio e gran fatica: e avendole dato di vernice, la pose a seccare al sole; ma perché le tavole di legname non erano bene appiccate insieme, e perché il calor del sole in quell’ora era troppo violente, le tavole nelle commettiture si apersero in diversi luoghi. Allora Giovanni preso da gran collera, nel vedere in un punto d’aver persa la fatica e’l lavoro, giurò di voler per l’avvenire cercar modo, che non gli avesse più il sole a far quel giuoco: e presa gran nimistà con quella sorte di vernice, diedesi a cercarne una, che da per sé stessa immantenente si seccasse, senza il sole, dentro alle proprie stanze di casa sua. Provò e riprovò molti olj, rage, e altre naturali e artificali cose: e finalmente venne in chiara cognizione, che l’olio del lino, e quello delle noci, eran quelli, che più d’ogn’altra cosa da per sé stessi seccavano. Con essi faceva bollire altre materie, finché venne a ritrovare questo bello e util modo, resistente all’acqua e a ogni colpo, che rende i colori assai più vivi, e più facili a mescolarsi fra di loro, e distendersi: invenzione, che ha tanto abbellito il Mondo. Prese Giovanni da ciò molta allegrezza, e con gran ragione: e dando poi fuori opere in tal maniera lavorate, non si può dire quanto si facesse glorioso in quelle parti, e dovunque erano mandati i suoi quadri. Fino dall’Italia andarono artefici, solamente per vedere essa nuova invenzione: e dice il nominato Vanmander, che di tal novità fecesi maggior rumore, che quando l’anno 1354. da Bertoldo Schivvartz, Monaco di Danimarca, fu trovata la polvere da bombarda. Seguitò Giovanni a dipignere a olio, insieme con Uberto suo fratello, tenendo il segreto molto occulto: né volle da quel tempo in poi esser più veduto dipignere, e quantunque tanto in quelle parti, quanto poi in Italia, ognuno potesse a suo talento sentir l’odore delle tele, da lui dipinte; in riguardo però d’un certo fortore, che mandan fuori i colori mescolati con quell’olio, non fu mai alcuno, che potesse rinvergare, che quella mestura fosse quello, ch’ella era. Fintantoché, dopo un gran corso d’anni, Antonello da Messina, andando a Bruggia, ne imparò il modo, e lo portò in Italia, come diremo al luogo suo. Molte furono l’opere de’ due fratelli, quantunque il valore di Giovanni quello d’Uberto di gran lunga eccedesse: la maggior parte delle quali furono nella città di Ghent, dove nella Chiesa di S. Giovanni fecero ad istanza del Conte di Fiandra Filippo di Charlois, figliuolo del Conte Giovanni Digion, una gran tavola, nella quale rappresentarono una Vergine coronata dall’eterno Padre, con Giesù Cristo, che tiene in braccio la Croce, e gran copia d’Angeli in atto di cantare: nello sportello a mano destra fecero Adamo ed Eva, e nel volto d’Adamo appariva assai bene espresso un gran terrore, per la ricordanza del trasgredito precetto: e nell’altro sportello fecero una Santa. Dipinsero ancora in essi sportelli i ritratti de’ due Conti soprannominati, a cavallo, e i ritratti di loro medesimi: quello d’Uberto, il più vecchio, a mano destra, e quello di Giovanni a mano sinistra, ancora essi a cavallo, vicino al Conte Filippo, ch’era allora conte di Borgogna: appresso al quale erano, massimamente Giovanni, in grande affetto e stima, tanto che scrive il mentovato autore, esser fama, che Giovanni per lo grande ingegno suo fusse fatto suo Consigliere segreto, sendo a tutti noto, ch’egli ne fosse trattato con dimostrazioni eguali a quelle, che si leggono d’Alessandro ad Apelle. Nella predella della tavola dipinsero a colla un Inferno con assai belle invenzioni; ma avendo questa dato alle mani di alcuni ignoranti, che la vollero lavare, rimase quasi in tutto guasta. La tavola venne in tal venerazione appresso i popoli, che non mai si aprivano gli sportelli, se non ne’ giorni di gran feste, o a’ forestieri: e a tal faccenda erano deputate persone apposta, che in tale occasione si guadagnavano gran mance: e quando si mostrava ad alcuno, vi si affollavano talmente le persone, che talora seguivano disordini. Erano in essa tavola sopra 300. figure, tutti ritratti al naturale, niuno de’ quali s’assomigliava all’altro: e in somma fu quest’opera in que’ primi tempi il miracolo di quelle parti.

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Ma tornando al nostro Lippo , conciofussecosaché non mai fusse scarsa la Regina de’ Cieli nel ricompensare i ricevuti servigj, in tempo occorse, che tanto si accrescesse la devozione e lo spirito di questo buon uomo, che finalmente si sentì chiamare a stato più perfetto; onde lasciato il secolo, si rese religioso nella Religione de’ PP. di S. Martino: e in essa si diede a tale osservanza, che dal giorno ch’egli v’entrò, fino alla sua morte, la quale fece santamente in quell’abito, non mai volle dipignere per interesse di danaro; trattenendosi nondimeno in fare alcune immagini di essa Vergine, del Signore, e di altri Santi, per propria devozione, e per donare a persone divote: e talvolta anche, per ubbidire a’ precetti del superiore, ne fece alcun’altra, come sarebbe a dire in una muraglia alcune storie a fresco, d’Elia Profeta, e simili. Scrivono di quest’artefice non punto più largamente il Bacci, il Zante, il Cavazzoni, il Baldi, il Bumaldo e’l Masini citati dal Malvasia: e il Vasari ne fa menzione nella vita di Lippo Fiorentino , che fu coetaneo del medesimo Lippo . Altre opere scrivono che facesse il Dalmasi, e fra queste una Madonna in un pilastro, l’anno 1407. un’altra immagine di Maria Vergine co’ Santi Sisto e Benedetto, sopra la porta di San Procolo , dalla parte di fuori. la Maddalena, che lava i piedi al Signore nella casa del Fariseo, dentro alla Chiesa di S. Domenico , che è fama che fosse la prima opera, ch’egli in pubblico facesse: una Madonna con Gesù Bambino, dipinta in sull’asse, sotto il portico de’ Bolognini da S. Stefano : un’altra dalla Chiesa Parrocchiale di S. Andrea nel muro della Casa de’ Bandini: una Vergine di grandezza quanto il naturale, nel muro del Collegio di Spagna, rincontro alla casa de’ Marescotti, sotto la quale si leggono queste parole: Ave Mater Dei, et Speciosissima Virgo: e questa si dice una di quelle, che avuto riguardo al secolo in cui fu fatta, piaceva a Guido Reni . Infinite altre, per così dire, ne dipinse questo divoto artefice nella medesima città di Bologna, per le case de’ privati cittadini, per li Monasterj e luoghi pubblici, e per diversi villaggi, che ancora si veggono: e molte anche sono state distrutte dal tempo, e rovinate in occasione di nuove fabbriche; gran parte però di quelle che si veggono oggi, son da’ popoli tenute in gran venerazione. Il nominato Malvasia fa un catalogo d’alcuni, che dice fossero discepoli di esso Lippo : e fra questi, par che metta certi nomi di Pittori, che nel titolo di questa vita si vede aver distinti da’ Discepoli, dicendo che fiorirono dal 1400. al 1500. in che ci rimettiamo al vero. Tali sono un Antonio Leonello, detto da Crevalcuore, Gio. Antonio, Cesare, Claudio, Bettino, Anchise Baronio, Antonio Piffalo, Guardino, Pietro de’ Lianori, Giacomo Danzi, de’ quali, perché soggiugne l’autore, che attesero ad imitare la goffa maniera greca, non è luogo a parlare. Soggiugne ancora, altri esservene stati di miglior maniera, de’ quali alcuna cosa diremo a suo tempo. Fa anche menzione nel nominato catalogo, d’un Michel di Matteo, d’un , d’un Severo, d’un Ercole da Bologna, d’un Alessandro Orazj, d’un Benedetto Boccadilupo, d’un Beltramino Bolognese, de’ quali porta egli poche notizie, per lo più alquanto dubbie, e quanto alle persone, quanto al tempo di loro operare, e d’altro, che però non mi è d’uopo l’affaticarne il lettore. Ancora fa menzione d’un Orazio di Jacopo, che dice operasse del 1445., e che facesse il ritratto di s. Bernardino nel Convento de’ PP. dell’Osservanza. A questi aggiugne la Beata Caterina da Bologna, che dipinse, alcune devote immagini, a quali tutti intende egli dar luogo fra’ discepoli di Lippo .

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Discepolo di Lorenzo Ghiberti , nato ... ? ... Ebbe questo Pittore i suoi principj nell’arte da Spinello Spinelli suo padre, che fu discepolo di Jacopo di Casentino: poi condotto a Firenze, donde Luca suo nonno si era partito per causa di discordie civili, dal famoso Lionardo Bruni Aretino, scrittore della Storia Fiorentina, s’accomodò con Lorenzo Ghiberti , ove in compagnia di Masolino da Panicale , e d’altri valorosi giovani di quella scuola, fece gran profitto nel disegno, dando alle sue figure molta sveltezza: e fu il primo, che nel lavorare a fresco, lasciasse di dare sopra la calcina una certa tinta verde, sopra la quale erano stati soliti Giotto , con gli altri antichi pittori, di velare le loro figure con alcune tinte a foggia d’acquerelli, e con rossetti di color di carne, e chiariscuri. Fu buon coloritore a tempera e a fresco, ponendo i chiari e gli scuri a i lor luoghi: e piacendoli molto la maniera che tenne poi il nominato Masolino , quella sempre procurò di seguitare. Dipinse molto in Arezzo sua patria, e particolarmente nel Duomo vecchio: nella Chiesa e Spedale di San Cristofano, nella quale lavorò una cappella a fresco: e in S. Bernardo de’ Monaci di Montuliveto, due cappelle da’ lati della porta principale. Predicando in Arezzo San Bernardino da Siena a istanza del medesimo, e per i Religiosi del suo Ordine fece il modello della Chiesa di Sargiano, e nell’Oratorio delle Grazie presso a detto luogo edificato, ove era una fontana, a cui si facevano molte ribalderie, fatta perciò demolire dal Santo, dipinse una Vergine, che tiene sotto il suo manto il popolo Aretino. Innumerabili altre opere fece in detta città, moltissime delle quali più non si vengono in oggi. Dice il Vasari, che Parri avesse un fratello chiamato Forzore, orafo, che fece la Cassa de’ Santi Martiri Laurentino e Pergentino che si conservano in detta città: ed io ho memoria, tratta da antico Manoscritto della Libreria Strozzi, segnato di numero 285. che detto Forzore aveva un figliuolo, che per l’avolo ebbe nome Spinello, e che dipinse la Sagrestia di San Miniato al Monte presso a Firenze; la qual pittura l’istesso Vasari attribuisce al vecchio Spinello; onde per salvare l’una e l’altra autorità, è d’uopo dire, che ambedue gli Spinelli vi abbiano operato, per essere stati, per la lunga vita del vecchio, coetanei, e insieme professori e maestri di pittura.

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Discepolo di Lorenzo di Bicci, nato 1383, ? 1466._ Siccome nelle già scritte notizie, e in quelle singolarmente, che il cominciamento sono di questa storia, abbiamo abbastanza parlato de’ famosi ingegni di Cimabue e Giotto , per opera de’ quali a nuova vita risorse l’estinta nobil arte della Pittura, così ogni ragion vuole, che dichiamo alcuna cosa fra le molte, che potrebbero dirsi, e che ottimamente ha detto il Vasari di colui, che mercè il suo nobile e spiritoso talento restituì il già perduto essere alla bella arte della Scultura: e questi fu Donato, detto comunemente Donatello , il quale in questa nostra patria di Firenze nato da Niccolò di Betto di Bardo l’anno di nostra salute 1383. e fino dalla sua fanciullezza fu allevato, comecché molto spiritoso fosse, con molta cura, da Ruberto Martelli Gentiluomo Fiorentino, e de’ belli ingegni ottimo discernitore e liberalissimo Mecenate: appresso al quale libero dal nojoso pensiero, che il bisogno di sovvenire alle proprie necessità suole apportare, poté darsi con gran fervore al disegno, nel quale s’approfittò con Lorenzo di Bicci pittore, e ad esso ajutò a dipignere, essendo ancora di tenera età. Si diede poi alla scultura, alla quale era così portato dal genio, che fino ne’ primi anni scolpì molte figure tanto belle, che lo fecero tenere per singulare in tal professione: e fu il primo, che non solamente uscisse in tutto dalla maniera vecchia, che pure avevanlo fatto altri avanti a lui, ma che facesse opere perfette, e di esquisito valore, emulando mirabilmente la perfezione degli antichi scultori Greci, e dando alle sue figure vivezza e verità mirabile. Fu ancora il primo, che ponesse in buon uso l’invenzione delle storie ne’ bassorilievi, ne’ quali fu impareggiabile. Sono in Firenze di sua mano moltissime opere di scultura: e fra queste è maravigliosa una statua, rappresentante l’Evangelista San Marco, che per essere calva, è detta lo Zuccone, posta in uno de’ lati del campanile del Duomo , dalla parte della piazza, con tre altre figure di braccia cinque, molto belle. Sopra la porta del medesimo campanile, è un Abramo con Isac: sotto la Loggia de’ Lanzi è una Juditta di bronzo con Oloferno, della quale esso tanto si compiacque, che vi pose il suo nome con queste parole: Donatelli opus. Trovasi fra le Scritture di casa Strozzi, in un Volume intitolato Memorie spettanti a’ Laici, a car. 457. che quest’opera della Juditta stette in casa di Piero de’ Medici fino all’anno 1495. nel qual tempo fu collocata sulla Ringhiera del Palazzo de’ Signori, e nel 1504. esserne stata levata e posta in terra, e in suo luogo essere stato posto il Gigante di Michelagnolo, che così chiamavasi la figura del David: e la statua della Juditta, in processo di tempo, ebbe luogo nella suddetta Loggia. Fu anche opera delle mani di Donato la tanto rinomata statua del San Giorgio: siccome ancora quella del San Piero, e del San Marco Evangelista, tutte di marmo, che si veggono nelle facciate dell’ Oratorio d’Orsanmichele, detto anticamente Orto San Michele. Trovasi essergli stata allogata questa statua del San Marco da’ Consoli dell’Arte de’ Linajuoli a’ 3. di Aprile dell’anno 1411 e che costasse il marmo fiorini ventotto.

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Ebbe Donatello molti Discepoli nell’arte, che riuscirono eccellenti maestri, e tali furono: ANTONIO DI MATTEO DI DOMENICO GAMBERELLI, detto ANTONIO ROSSELLINO DAL PROCONSOLO Fiorentino, il quale molto nell’arte della Scultura si segnalò. Costuì fece in Firenze nella Chiesa di Santa Croce la sepoltura di Francesco Nori, e sopra a questa una Vergine di bassorilievo. In San Miniato al Monte, poco fuori della città di Firenze, è di sua mano la sepoltura del Cardinale di Portogallo, opera bellissima e di maravigliosa invenzione, finita l’anno 1459. ed io trovo in antiche scritture, essergli stata data a fare detta sepoltura per prezzo di Fiorini quattrocento venticinque, di lire quattro e soldi cinque il fiorino: e dalle medesime ho trovato il nome del padre e avo, ed il casato di esso Antonio. La parola dal Proconsolo, deriva dal posto ove egli teneva sua bottega, vicino ad un luogo così in Firenzenominato; perché in esso luogo era la Residenza del Magistrato de’ Giudici e Notai, ed altri Magistrati del Proconsolo, che è quegli, che nel detto Magistrato tiene il primo posto. Scolpì Antonio pel Duca Malfi una simil sepoltura per la sua Donna: e in Napoli una tavola della Natività di Cristo. E si vede ancora nella Pieve di Empoli in Toscana un San Bastiano di marmo, bellissimo di proporzione, di mezzo naturale. Furono le opere di questo maestro lodate dal Buonarroto: e fino al presente son tenute in gran pregio: e ciò non tanto per la vaghezza e grazia, che diede alle teste, ma per la delicatezza, con che si vede lavorato il marmo: per la morbidezza e leggiadria de’ panni, e per ogni altro più bel precetto dell’arte statuaria, che si vede così bene osservato nell’opere sue, che veramente arrecano stupore: e se alcuna fede prestare si deve essere al proverbio volgare, cioè: Che ogni Artefice sé stesso ritrae, non saprei dire in chi più avverato egli si fosse, che nel Rossellino, il quale fu da natura dotato di un animo così ben composto, e all’eccellenza nell’arte sua ebbe aggiunte qualitadi tanto singolari di modestia e di gentilezza, che fu da tutti, non che amato e riverito, in certo modo adorato. ANTONIO FILARETE, Scultore e Architetto Fiorentino, dicesi pure essere stato Discepolo di Donatello , insieme con Simone fratello di Donato medesimo; ma comunque si fosse la cosa, non pervenne quest’artefice di gran lunga a quel segno, a cui altri giunsero di quella scuola: anzi essendogli stata data a fare ne’ tempi di Eugenio IV. insieme con Simone soprannominato, il getto della Porta di San Pietro in Roma; egli in quella si portò così ordinariamente, che biasimo, anzi che lode guadagnò a sé stesso. Furono fattura d’Antonio alcune sepolture di marmo nella medesima Chiesa, dipoi state distrutte. Scrive il Vasari, che il Filarete, condotto a Milano dal Duca Francesco Sforza, vi desse il disegno del bello Spedale de’ Poveri, detto lo Spedale Maggiore, e di tutti gli edificj, che lo accompagnano, per servizio degl’Infermi e degl’Innocenti fanciulli, fondato, come egli dice, del 1457. e asserisce cavarlo da ciò, che ne scrisse lo stesso Filarete in un suo libro di materie di Architettura, che ei fece in tempo, che tale opera si conduceva, il qual libro poi l’anno 1464. dedicò al Magnifico Piero di Cosimo de’ Medici. E in vero parmi gran cosa, che in ciò abbia il Vasari preso errore: e contuttociò, il Canonico Carlo Torre nel suo ritratto di Milano, dato alle stampe nel 1674 attribuisce il disegno e invenzione di quella fabbrica a Bramante; sopra la quale contrarietà di pareri non sono ora io per dare giudizio. Fu anche la Chiesa maggiore di Bergamo fatta con disegno di Antonio, il quale finalmente portatosi a Roma, giunto che fu all’età di anni cinquantaquattro, in detta città pagò il debito alla Natura. BERTOLDO Fiorentino, pure suo Discepolo, imitò talmente la maniera del maestro, che dopo la morte di lui ebbe a finire tutti i lavori, che di mano di quel grand’uomo eran rimasi imperfetti in Firenze: e particolarmente finì e rinettò i due bellissimi Pergamidi metallo, che si veggono nell’Ambrosiana Basilica. DESIDERIO Scultore da Settignano, villa vicino a Firenze, ebbe nella sua prima età da Donato i principj dell’arte, e dopo la morte di lui, datosi, come era costume suo, a studiare a tutto suo potere le opere del defunto maestro, in breve si portò ad un altissimo grado di perfezione. Scolpì in marmo le belle figure di bassorilievo, ed altre di tondo rilievo della Cappella del Santissimo Sacramento nella Chiesa di San Lorenzo di Firenze, e fra queste fece un Gesù Bambino, il quale, come cosa rarissima, fu poi levato di luogo, per posarlo sopra all’Altare solamente nelle Feste della Natività di Cristo: e in cambio di quello fu posto sopra il Tabernacolo del Santissimo un simile bambino, fatto da Baccio da Montelupo. Lo stupendo lavoro del basamento, che regge la statua di bronzo di Donato, rappresentante il giovanetto David, la quale si conserva nella Real Galleria, fu delle prime opere della mano di Desiderio. Vedonsi in esso alcune arpie con certi viticci, così bizzarri e sì bene intesi, che sono cosa di maraviglia, anche a’ primi dell’arte. È di suo intaglio il bel sepolcro della Beata Villana in Santa Maria Novella. Per le Monache delle Murate intagliò una piccola Immagine di Maria Vergine sopra una Colonna. Fu opera del suo scarpello, nella Chiesa di Santa Croce, e similissima a quelle di Donato suo maestro, il maraviglioso sepolcro di Carlo Marsuppini: ed in terra appiè del detto sepolcro intagliò una gran lapida per Messer Giorgio, famoso Dottore Segretario della Signoria di Firenze, con un bellissimo bassorilievo, ove esso Messer Giorgio è ritratto al naturale: e fu opera sua un’Arme, che si vede nella facciata della casa de’ Gianfigliazzi, dove è intagliato un Lione, cosa che in quel genere non può essere più bella. Veggonsi di questo grande uomo molti bassirilievi per le case de’ nostri cittadini, e tutti di straordinaria bellezza. Morì finalmente di età di anni vent’otto, lasciando abbozzata una Santa Maria Maddalena Penitente, che poi fu finita da Benedetto da Majano, e oggi si vede nella Chiesa di Santa Trinita de’ Padri Vallombrosani. Ebbe questo Scultore un dono singolarissimo dal cielo di condurre le opere sue, e particolarmente le teste, con tanta grazia e leggiadria, che non solo non si riconosce in esse alcuno stento o difficoltà, ma veggonsi fatte con tanta tenerezza, che maggiore non potrebbe essere, s’elle non fossero non di marmo, ma di cera: e l’arie sono tanto vezzose, che rapiscono gli occhj de’ riguardanti: e certo, che se la morte non avesse reciso il filo della vita di lui in età così immatura, avrebbe egli senza dubbio, al pari di ogni altro grande uomo, arricchita la patria e il mondo di opere singularissime, e quasi dissi divine.

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Nato 1387, ? 1455. Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio , il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale , tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino , e poi di Masaccio . Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciboriodi legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciboriod’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito.

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Non so se avanti o dopo di aver condotta quest’opera, dipinse il buono artefice tutta la facciata del Capitolo del suo Convento di San Marco, ove figurò il Calvario, col Signore, Crocifisso fra i due Ladroni, Maria Vergine a piè della Croce, e Santa Maria Maddalena: e vi fece ancora più figure intere di Santi, stati nella Chiesa Cattolica, valendosi di una certa licenza, usata talvolta da’ pittori, per dimostrare la continova memoria avutasi a quel Sacrosanto Mistero di nostra Redenzione degli stessi Santi, non già per far credere altrui, che i medesimi ritrovati si fossero in tal tempo e in tal luogo a quel fatto. Sotto a questa grande opera dipinse, in un lungo fregio, diciassette teste con busto, con cui volle rappresentare Santi e Beati di sua Religione; tali sono: San Domenico Fondatore dell’Ordine, il Beato Buoninsegna Martire, il Beato Remigio da Firenze, il Beato Niccola Provinciale, il Beato Giordano secondo Maestro dell’Ordine, Santo Antonino Arcivescovo di Firenze, il Beato Ugo Cardinale, postillatore della Bibbia, il Beato Innocenzio V. Papa, il Beato Benedetto XI. Papa, il Beato Gio. Domenico Fiorentino Cardinale, il Beato Pietro Parute Patriarca Jerosolimitano, il Beato Alberto Magno Alemanno, San Raimondo terzo Maestro dell’Ordine, il Beato Claro di Firenze Provinciale Romano, San Vincenzio Ferrero di Valenza Predicatore, ed il Beato Bernardo martire. Ma io nel dar questa notizia mi sento tacciare dal mio lettore di poco accurato, in ciò che a Cronologia appartiene, mentre io ho nominato fra’ Santi e Beati, ritratti in quel fregio dal nostro pittore, quello di Santo Antonino Arcivescovo di Firenze, mentre noi sappiamo, che la morte di questo seguì alli 2. di Maggio del 1459. che è quanto dire circa quattro anni dopo che il Beato Fra Giovanni Angelico se n’era andato al cielo: e così era stata fatta la pittura in tempo, che Antonino Santo sì, ma non morto né Canonizato, reggeva ancora la Chiesa Fiorentina. Or sappiasi, che io pure nel mettere insieme queste notizie, nel riscontrare i tempi da indubite scritture, come è mio solito, diedi d’occhio a sì fatta implicanza: ed a principio ne fui in gran pensiero; onde mi posi ad osservar di nuovo la pittura stessa, la quale pure, e per la maniera e per gli antichi scritti, sappiamo esser di mano di tale artefice e non d’altri: e venni in chiara cognizione, che la figura, che quì rappresenta Santo Antonino (benché a primo aspetto, siccome fanno anche altre delle teste ivi dipinte da questo pittore, per essere con barba rasa, di età grave, ed asciutta in volto, veduta così in astratto, tanto quanto arieggi quel Santo) non fu però dipinta per Santo Antonino, ma per altro Santo di quell’Ordine. Scrissi poi in tempo, che la medesima figura (per mano di chi non ci è noto, e secondo quello che mostra l’antichità del colore, crediamo che fosse poco dopo la Canonizazione del Santo) che quei Padri, desiderosi di aver fra quei grand’uomini anche la memoria di Santo Antonino, fecero ricoprire a tempera il campo fatto a fresco, ove era scritto il nome dell’altr’uomo di loro Religione, del quale antico nome traspajono ancora fra certi azzurretti alcune lettere: e sopra l’abito fecero accomodare il Pallio Arcivescovale, vi fecero aggiugnere gli splendori e diadema e nuove lettere, che lo qualificassero per esso Santo Antonino: e questo affermiamo essere verissimo, perché oltre al vedersi chiaro da chi attentamente considera la diversità de’ due benché antichi coloriti, lo scoprimento del più antico, a cagione della consumazione del più moderno, che come fatto a tempera, è stato meno costante dello a fresco: la diversità del carattere nuovo, benché fatto ad imitazione del vecchio, che contengono le altre figure: ed il comparire ancora che fanno alcune delle antiche lettere, ha poi chiarito il tutto, quanto basta per potersene da noi raccontare il vero. Ed io ho voluto dare di tutto questa notizia, acciocché non rimangano a’ posteri nostri, in quanto appartiene alla storia, cose che confonder possano la mente degli studiosi di antichità, massimamente in ciò che tocca alle nostre arti ed agli artefici: siccome quella di che ora parliamo, confuse, anzi ingannò la mente del Vasari, il quale, senz’aver fatto tale riscontro, si lasciò portare a scrivere quanto appariva allora, e non quello che fu in verità, cioè, che il ritratto non fu a principio fatto pel Santo Antonino, ma di altro Santo o Prelato di quella Religione.

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Opera del suo scarpello furono anche i quattro Santi, che nella medesima facciata in un’altra nicchia si veggono, i quali egli condusse con gran diligenza; ma avendogli già del tutto finiti, si accorse, ch’eglino occupavano tanto luogo, che per modo veruno non potevano entrare nella nicchia, la quale appena tre ne capiva. Onde tutto confuso andossene a trovar Donato suo maestro, che ridendosi della sua inavvertenza, gli promesse, che quando egli si fosse contentato di fare una cena ad esso e a tutti i suoi giovani, averebbe egli rimediato di sua mano a quel male. A questa promessa Nanni respirò alquanto: e parendogli avere un buon mercato, subito si obbligò a quanto domandava. Donato allora fattolo partire dal luogo, si pose per alcuni giorni, con tutta la sua gente, attorno a quelle statue, alle quali scantonò mani e braccia: e soprapponendo l’una all’altra figura con bella avvedutezza, fece sì, che l’una all’altra, con una finta compressione nelle parti coperte da’ panni, desse luogo, in modo tale, che non rimanessero intaccate le membra: e perché una ve n’era, che aveva le spalle soverchiamente alte, l’abbassò, lasciando tanto di marmo, quanto fece di bisogno, per fare in esso apparire una mano, che finse che fosse passata sopra la destra spalla di essa figura dall’altra figura, che dietro ad essa rimaneva: e con questa bella maniera avanzò tutto quello spazio, che averebbe occupato il braccio di essa figura, che aveva finto restarle dietro, e del quale non fece vedere altro che essa mano. In ultimo, così ben congiunse l’una all’altra statua, che niuno si accorgerebbe mai, che fossero state scolpite con altra intenzione, che di farle stare in quel modo. Non è possibile a dire, quanto di ciò al suo ritorno godesse il povero Nanni, il quale a Donato ed a’ suoi giovani e garzoni adempì il promesso. Sono di mano di Nanni i mezzi rilievi, che si veggono sotto alla detta nicchia di essi Santi, dove apparisce uno Scultore, in atto d’intagliare un bambino, ed un Muratore con altre figure. Il santo Lò, che in altra facciata pure di Orsanmichele, fece fare l’Arte de’ Manescalchi, co’ mezzi rilievi sotto ad essa figura, tenne opinione il Vasari, che fosse di sua mano, e la maniera nol contradice.

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Io però mi son sempre molto maravigliato, come potesse lo stesso Vasari ingannarsi tanto, in dar giudizio di un’altra opera, forse la più bella, che mai facesse quest’artefice. Questa è l’istoria di mezzo rilievo, che rappresenta l’Assunzione di Maria Vergine, che si vede sopra quella porta laterale del Duomo di Firenze, che guarda verso la Santissima Nunziata. Disse il Vasari esser questa scultura stata fatta per mano di Jacopo della Quercia Scultore Senese, come nella Vita del medesimo Jacopo si legge: e pure egli qui s’ingannò, come ora io sono per mostrare. E prima piacemi lasciar da parte, che la maniera, che si scorge in quell’opera, non tanto a giudizio mio, che poco intendo, quanto de’ primi Maestri di questa Città, co’ quali di proposito ho consultato, non è punto lontana dal modo di operare di esso Nanni d’Antonio di Banco: e dirò solo, che molto diversamente da quello, che il Vasari scrisse, trovo io negli antichi libri dell’Opera di quella Chiesa, dove appariscono negli anni 1418. e 1421. più pagamenti fatti a esso Nanni, per intagliare le figure quivi descritte nelle proprie circostanze, che le qualificano per quelle stesse, senza che se ne possa dubitare: e mentre io scrivo queste cose, ho ritrovato nella tante volte nominata Libreria degli Strozzi, un Manoscritto in un libro minor di foglio, segn. num. 285. a car. 45. fra diverse memorie di Pittori e Scultori ed Architetti di quei tempi, la seguente nota. Nanni d’Antonio di Banco Fiorentino, ebbe lo stato nella città di Firenze per le sue virtù, morì giovane, che veniva valentissimo: fece la figura di S. Filippo di marmo nel pilastro di Orto S. Michele, e i quattro Santi in detto luogo, e sopra la porta di S. Maria del Fiore, che va alla Nonziata, un’imagine di nostra Donna bellissima. Nella facciata dinanzi di detta Chiesa, allato alla porta di mezzo verso i Legnajoli, uno de’ quattro Evangelisti, ed altri accanto. Sin qui son parole dell’accennata memoria. Io mi persuado poi, che chi soprintese a quella invenzione, per quanto si apparteneva alla storia, dubitasse, che ella non si confacesse così bene coll’antiche tradizioni, mercè dell’essere stato figurato appresso alla Vergine, in quell’atto di salire al Cielo, un solo Apostolo: e però stimasse bene accennarvene almeno alcuni altri, giacché si veggono sotto la mandorla, la quale contiene in sé quella storia. Due sole teste pure di mezzo rilievo, un vecchio e un giovane, quali appunto sogliono figurarsi San Pietro e San Giovanni, io stimo fossero fatti per Apostoli, non ostanteché fosse per errore nella partita, che appresso si noterà, scritto Profeti: e questi hanno un poco di busto, e mani strette al petto, in atto di adorare e riguardare essa Vergine, le quali teste furono fatte da Donatello. Quanto alla causa di essere state aggiunte esse teste, vaglia quanto può valere l’accennata mia opinione: siccome ancora dell’essere Apostoli o Profeti; ma quanto all’essere stati fatti da Donatello, eccone alcune testimonianze senza eccezione, che serviranno anche per prova concludente, che l’opera dell’Assunta fu fatta per mano di Nanni d’Antonio di Banco, e non di Jacopo della Quercia, come scrisse il Vasari, seguitato in tale errore da chiunque dopo di lui ha scritto. In un libro dell’Opera di Santa Maria del Fiore sopraccennato nell’anno 1418. al dì 28. di Giugno leggesi l’appresso Partita: A Gio. Ant. di Banco lastrajolo e intagliatore di marmo Fiorini 20. sopra le figure intagliate per lui per l’Opera da porsi sopra la porta di Santa Maria del Fiore verso la via de’ Servi. In altro luogo si trova: Donato Nicolai Betti Bardi Intagliatori, quos recipere debet pro duobus testis, sive capitibus Prophetarum per eum factis, et sculptis, et positis in historia facta per Joannem Antonii Banchi super janua dictæ Ecclesiæ (parla della Chiesa di Santa Maria del Fiore) Fiorini 6. E poi in altra carta: Die 21. Aprilis 1421. Joanni Antonii Banchi Intagliatori pro resto solutionis sibi fiendæ de historia marmoris sculpti et intagliati sub figura Beatæ Virginis Mariæ supra januam Annuntiatæ libb. 567. sol. 17. dan. 4. Ma per ultimo considerisi in ciò, che io sono ora per apportare, che il Vasari, in quanto egli scrisse in proposito di questa opera, si governò, non già co’ fondamenti dell’antiche scritture; ma con qualche relazione, che dovette averne poco sicura. E contro a quello, che egli medesimo credeva, e lasciò scritto di sua mano in tal particolare, che è quello appunto, che noi diciamo, che non da Jacopo della Quercia, ma da Nanni di Antonio di Banco fu fatto questo lavoro. Dico dunque, che in un libretto, grande quanto un foglio comune, grosso circa a un dito, chiamato Frammento di Vite di Pittori, che si conserva nella Libreria de’ Gaddi, nobil famiglia, della quale altrove abbiamo parlato, scritto di propria mano, che si dice di Giorgio Vasari, in cui egli incominciò a notare alcune cose appartenenti a’ Pittori, de’ quali poi egli scrisse le Vite, incominciando da Cimabue, si trovan queste parole: Nanni d’Antonio di Banco benefiziato fece la figura di S. Filippo di Marmo nel pilastro di Or S. Michele, e di S. Lò, quattro Santi, l’Assunzione di nostra Donna sopra la porta diS. Maria del Fiore, che va a’ Servi, ed uno de’ quattro Evangelisti nella faccia di detta Chiesa dinanzi verso i Legnajoli. Sin qui il Vasari.

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Io trovo, che fu costui adoperato anche in cose di Architettura dagli Operai di Santa Maria del Fiore, i quali a Filippo di Ser Brunellesco, a Gio: d’Antonio di Banco, e a Donato di Niccolò (che è Donatello) cittadini Fiorentini, fecero pagare in una volta scudi 45. da dividersi fra di loro, come loro parrà, per un modello della Cupola di Santa Maria del Fiore, murata con mattoni e calcina, senz’armadura, per esemplo, come per Deliberazione degli Operai dell’anno 1419. Il Vasari suddetto assegnò al mancare di costui l’anno 1430. cioè molti anni avanti quello del maestro suo Donatello; ma in questo ho io trovato in antiche scritture de’ Manoscritti di casa Strozzi, essere egli morto non nel 1430. ma nel 1421. Ma comunque si fosse la cosa, egli è certo, che la morte di questo artefice seguì con non poco dolore de’ suoi concittadini, per aver egli saputo congiugnere alla molta civiltà de’ proprj natali, un tratto amorevole e gentile, ad un vivere giusto e ben costumato, e possiamo anche dire, che in Firenze mancasse un grande amico a queste belle arti, dell’esercizio delle quali non ostanteché e’ fosse in ufizj e maneggi pubblici molto adoperato, egli sempre più di ogni altra cosa usò di gloriarsi.

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Nacque dunque questo celebratissimo Pittore di un molto onorato uomo, Notajo di professione, la quale in quel tempo era in Firenze molto riputata; onde coloro, che la professavano potevano essere abilitati per la Maggiore a tutti i principali ufizj della città. Il nome di lui fu ser Giovanni di Mone della famiglia de’ Guidi, detti altrimenti dello Scheggia, che traeva sua origine, ed avea sue possessioni nel Castello di San Giovanni nel Valdarno di sopra, Contado di Firenze. Il Vasari, che alcune poche cose scrisse di Masaccio, con evidente sbaglio affermò, che il natale di lui, che Tommaso fu chiamato al Battesimo, seguisse l’anno 1417. ma perché troppo sconcerto resulterebbe da tale asserzione a’ nostri scritti, in ordine all’affermare, chi gli fu maestro nell’arte, e chi da esso immediatamente l’apprese, il lasciar la sentenza del Vasari senza la dovuta correzione; perciò è necessario, che oltre a quanto abbiamo accennato nelle notizie della vita di Masolino di lui maestro, e siamo per dire in quella di Fra Filippo Lippi discepolo, procuriamo ancora con accurato esame d’investigare prima gl’inverisimili e le repugnanze, che insorgono dal detto Vasari, seguitato poi da Francesco Bocchi nel suo libro delle Bellezze di Firenze, e da quanti altri hanno preso da lui: e poi col testimonio indubitato di antiche e fedelissime scritture, venghiamo a dimostrarne il vero. Dice dunque il Vasari, che Masaccio nacque del 1417. il che per più ragioni non è né verisimile né vero. Primieramente ha fatto conoscer la maniera di Fra Filippo Lippi, e vien confermato ancora dal Vasari medesimo, che egli da giovanetto studiasse, e si facesse valente pittore sopra le opere del nostro Masaccio: e si è provato chiarissimamente, che il natale di Fra Filippo fu circa al 1400. e non del 1371. o del 1381. come dalla prima e seconda edizione della storia del medesimo Vasari variatamente si deduce. Come dunque avrebbe potuto Fra Filippo da giovanetto circa al 1417. che è quanto dire di sedici in diciassette anni, avere studiate le opere di Masaccio, se questi a quel tempo non avesse ancora incominciato a vivere al mondo, non che ad operare? Di più, io ho trovato nell’antico Libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, cominciato l’anno 1350. che Tommaso di ser Giovanni da Castel San Giovanni fu descritto in essa Compagnia del 1423. onde, secondo il detto del Vasari, sarebbe egli stato descritto nel numero de’ Pittori in età di sette anni, cosa al certo troppo improbabile: ed in un Libro di Matricole segn. G. esistente nel Magistrato dell’Arte de’ Medici e Speziali di questa città di Firenze, vedesi essersi Masaccio Matricolato come Pittore (costume di que’ tempi, oggi non più usato) con nome di Maso di ser Giovanni di Simone a’ 7. di Gennaio 1421. che sono appunto quattro anni dopo a quel tempo, che il Vasari assegna alla nascita del medesimo; quando egli allora, come si dimostrerà, era in età di diciannove anni. Ma per venire alle dimostrazioni della verità di questo fatto, è da sapersi, come nel Libro dell’Estimo di Camera Fiscale del 1427. Quartiere S. Croce, Piviere di Cavriglia, Comune di Castel San Giovanni di Valdarno di sopra, fra gli abitanti in Firenze, esso Tommaso diede sua portata, e disse di essere in età di anni venticinque, e Giovanni suo fratello di anni venti. Sicché fu il natale del nostro Tommaso l’anno 1402. e non il 1417. come il Vasari affermò.

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Fu anche opinione di molti, che nella medesima Chiesa, accanto alla porta, che metteva in Convento, fosse di mano di Tommaso la figura a fresco di un Santo in abito di Vescovo. Ma il Vasari tenne opinione, che ella fosse di mano di Fra Filippo suo discepolo. Molte altre opere fece Tommaso, finché stimolato da desiderio di vedere le pitture degli altri artefici de’ suoi tempi, e parte per provvedere colla mutazione dell’aria a qualche imminente pericolo di sua sanità, se ne andò a Roma, dove subito che fu gustata la sua bella e nuova maniera di operare, fu adoperato in diversi lavori di tavole per molte Chiese, le quali poi nelle turbolenze sopravvenute a quella città, per lo più si smarrirono. Ad istanza del Cardinale di San Clemente nella Chiesa di esso Santo, che anticamente fu abitazione de’ Frati di Santo Ambrogio ad Nemus, Ordine, che ebbe suo principio in una boscaglia poco lontana da Milano, e dipoi estinto ne fu data la Chiesa da Urbano VIII. a’ Frati Domenicani; dipinse Masaccio, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, seguito dall’Abate Filippo Titi, in una Cappella, la Morte in Croce di Cristo Signor nostro fra due Ladroni, ed alcune storie di Santa Caterina Vergine e Martire. Ma Giulio Mancini in un suo Trattato di Pittura, che va attorno manoscritto, attribuisce tale opera a Giotto: e dice cavarlo, non meno dalla maniera, che dal tempo, il quale si riconosce in alcuni versi, che asserisce aver letto egli medesimo, scritti a lettere d’oro, a mano sinistra della tribuna, del tenore che segue: Ex annis Domini elapsis mille ducentis Nonaginta novem Jacobus Collega minorum Hujus Basilicæ titulo pars cardinis alti Huic jussit fieri, quo placuit Roma Nepote Papa Bonifatius VIII ……… proles.

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

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Questo Melozzo è stato occasione a più di uno scrittore di questo secolo, di riprendere il Vasari, di avere sbagliato dal chiamare questo pittore Benozzo al chiamarlo Melozzo, quasiché non fossero due pittori; ma che questo fosse lo stesso con quello. Mi sono io maravigliato molto di così inconsiderata riprensione, e che non abbiano essi, o veduta o prestata fede alla protesta, che di ciò fa lo stesso Vasari nella Vita di Benozzo, dichiarandosi di avere avute notizie dell’uno e dell’altro, e l’uno dall’altro, con qualità molto proprie, distinguendo e particolarizzando, e riprendendo ancora alcuni, che al suo tempo così fatta leggerezza pubblicavano. Io pertanto desideroso di far nota la verità di questo fatto, ho voluto riconoscerla dall’antiche memorie, che nella città di Pisa si veggiono di esso Benozzo Fiorentino, ad esclusione di quanto si son dati a credere coloro, che in ciò hanno ripreso il Vasari: e quello, che impedito da altre applicazioni, non potei io medesimo fare; si compiacque far per me la pia e sempre gloriosa memoria del dottissimo Niccolò Stenone, il quale stato Eretico Luterano, poi in Firenze fattosi Cattolico, e divenuto esemplarissimo Sacerdote, finalmente fu fatto Vescovo di Hannovera nella Germania, vicino a Brunswick; il cui nome è notissimo al mondo. Questi dunque, dopo aver veduto il sepolcro di esso Benozzo nelCampo Santo di Pisa, me ne diede di propria mano la seguente relazione: Fui jeri a vedere l’inscrizione, della quale ella desidera sapere certe circostanze; e la trovai sopra la pietra, che cuopre il di lui sepolcro, il quale è nella parte Orientale dell’andito Settentrionale tra sei sepolcri o pietre sepolcrali, che poste l’una accanto all’altra, occupano il traverso dell’andito, il più vicino a quel muro, la di cui parte inferiore da esso è stata con pitture del Vecchio Testamento ornata sopra il piano dipinta da Jotto, se ben mi ricordo di quel che mi disse chi mi vi condusse; e per più prontamente trovare esso sepolcro, o per specificare maggiormente il di lui luogo, avendo risguardo alle di lui pitture, è appunto sotto quella parte dell’istoria di Joseppe, dove egli ha tutti i suoi fratelli intorno di sé, e sia per scoprirsi ad essi, sia per riprendergli. Ancora sotto l’inscrizione stanno le armi, che sono etc. L’inscrizione mandatami del medesimo è quella, che segue: HIC TUMULTUS EST BENOTII FLORENTINI QUI PROXIME HASPIXIT HYSTORIAS HU(N)C SIBI PISA NORUM DONAVIT HUMANITAS.M.CCCC.LXXVIII. Tengo anche appresso di me (mandatomi dallo stesso Stenone) il disegno dell’arme di Benozzo, che sotto l’inscrizione si vede, in cui vengono rappresentate due mazze incrocicchiate, e nella sommità di ciascuna è una palla assai grande, e sopra essa una piccola pallina, ed assomigliansi a due mazze ferrate o siano due scettri; dall’estremità loro pendono due filetti legati, che insieme verso la punta dello scudo si uniscono in forma di una legatura, e al capo di esso si vede come un rastrello di due denti, sotto de’ quali sono tre gigli. Di maniera tale, che quando non bastasse per far conoscere a’ moderni per falso questo loro supposto, e l’antichità della storia del Vasari, e l’autorità del medesimo, che ci assicura in Roma, in Firenze e in Pisa aver parlato con molti, che Benozzo e Melozzo conobbero e praticarono, pare, che non dovranno più recare in dubbio ciò che intorno a Benozzo pittor Fiorentino, fino a’ presenti tempi si riconosce per detta iscrizione, e quanto di lui e del Vasari e da noi è stato scritto.

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Della scuola di Masaccio, nato circa al 1406. ? circa al 1480. Il Vasari nella Vita di quest’artefice non espresse la circostanza dell’esser’egli stato discepolo di Masaccio; ma disse, che Bernadetto de’ Medici, che lo vide di buon genio nel continovo disegnare, ch’e’ faceva, e figure e animali, sgraffiando nelle mura colla punta del coltello, nel tempo, che il piccolo fanciullo attendeva a guardare gli armenti, lo condusse a Firenze, e lo pose ad imparare l’arte del dipingere da uno de’ migliori maestri, che in quel tempo operasse. In altro luogo poi della sua storia dice incidentemente, che Andrea si fece valent’uomo collo studio delle pitture di Masaccio. Ma perché l’assunto nostro si è di mostrare, per quanto ci sia possibile, la dependenza immediata de’ professori da altri professori, mediante i precetti, e la real comunicazione dell’arte da maestro a scolare, e non per via di studio dall’opere; non vogliamo noi lasciar di dire, quanto sappiamo intorno a tale particolare: e questo non pure, per non privare la nostra istoria di questa notizia, che più e meglio puote appagare la curiosità di chi legge; ma eziandio per far più chiaro il come e per chi la bell’arte del Disegno e della Pittura si andò fino dagli antichi tempi portando la sua perfezione: considerando ancora, che se noi volessimo, che ci bastasse il sapere, che il tale maestro studiò le opere del tale o del tale pittore, oltreché più vacuo, e meno utile sarebbe il nostro racconto, potremmo anche, contenendoci in tal modo, dare discepoli di Giotto gl’innumerabili pittori, che per un corso di più di cento anni per tutta l’Italia studiarono le opere di lui: e similmente di Masaccio, di Lionardo, di Raffaello, di Tiziano, del Correggio, di Michelagnolo, ed altri capi di scuola, tanti pittori, che senza mai aver veduti in volto i loro maestri, anzi tanti anni dopo la morte loro, mediante lo studio e imitazione di loro pitture, son riusciti grandi uomini. Per questo dunque abbiamo con grande assiduità applicato a porre in chiaro i fondamenti, pe’ quali tenghiamo per fermo, che Andrea del Castagno, che ne’ suoi tempi fu pittore celebratissimo, non solo avesse studiate le opere di Masaccio, ma ne fosse stato anche veramente discepolo. Primieramente si supponga, che fatto il conto della nascita di quest’uomo, e del tempo che visse, operò e morì, non resta alcun dubbio, che egli potesse cominciare ad imparare l’arte, allora appunto, che Masaccio era nel fiore dell’operare suo, cioè in età di anni venti, e circa all’anno 1420. Ed è chiaro, che in quel tempo niun pittore viveva in Firenze, al quale più propriamente si possa attribuire l’essergli stato maestro, che esso Masaccio; perché tutti gli altri o tenevano in gran parte l’antica maniera di Giotto, o altra troppo diversa da quella, che tenne Masaccio, ed Andrea. Secondariamente, pel molto esaminare che ho fatto la storia del Vasari, ho chiaramente conosciuto, che siccome il suo principal fine fu di dar notizia de’ fatti e opere de’ Pittori; così poco si fermò nel dar notizia de’ maestri loro, quantunque alcuna volta lo facesse incidentemente in ogni altra occasione fuori delle loro proprie vite. Ed ho anche osservato, che bene spesso nella vita di alcuno accenna, che il primo studiare fosse ne’ tempi di un tal maestro, senza dire, che sotto la disciplina di lui: il che poi si trova aver detto in altro luogo; sicché, supposto quanto sopra, e circa la maniera di Andrea, e circa il tempo e certezza, che dà il Vasari, che egli studiasse dall’opere di Masaccio, non può dirsi a mio credere, se non che egli fosse stato suo scolare. Al che aggiungasi, che avendo detto il Vasari, che esso Masaccio nascesse nel 1417. il che si è mostrato non esser vero, ma che bensì nel 1402. non poteva dire, che egli fosse stato maestro ne’ primi anni; e però è verisimile, che e’ lasciasse sotto una tal generalità la circostanza dell’aver’ egli da fanciullo imparato da uno più, che da un altro maestro: e solo spiegasse in altro luogo l’essenzialità dell’essersi fatto valente sopra le opere di Masaccio: il che è verissimo, e la maniera di Andrea il dimostra assai chiaramente.

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Fu Andrea dal Castagno bravo inventore, e bonissimo disegnatore, e gran prospettivo: trattò sempre sé stesso onoratamente, e nel vivere e nel vestire; ma restarono le buone parti sue oscurate molto in vita, a cagione di una natura iraconda, vendicativa, e invidiosa; ed in morte, come lasciò scritto il Vasari , con una vituperosa e non mai abbastanza detestata azione, fatta molto prima, che si riducesse alla fine del suo vivere, ed allora solamente saputasi, e fu la seguente. Era nel suo tempo in Firenze un tal Domenico da Venezia , pittore di buon nome, col quale egli aveva fintamente legata grande amicizia, affine di cavargli di mano la maestria del colorire a olio, che allora in Toscana non era da alcun altro praticata, né meno saputa, fuori che da Domenico , siccome gli riuscì di fare. Nel tempo dunque, che Andrea dipigneva entro lo Spedale di Santa Maria Nuova , come sopra accennammo, furono anche a Domenico allogati i lavori di alcune opere nello stesso Spedale di Santa Maria Nuova , dove all’uno ed all’altro furono date stanze per tal effetto. Ed è da sapersi, come Domenico , oltre agli applausi, che e’ riceveva in Firenze per la portata novella invenzione del colorire a olio, si andava sempre più inoltrando nel concetto di gran pittore per le belle opere, che giornalmente si vedevano uscire dalle sue mani. Questa cosa molto affliggeva l’invidioso Andrea , comecché in questa città aspirasse al potervi godere la prima lode; onde vinto da invidia, pensò, con detestabile tradimento, non potendo farlo altrimenti, levarselo d’intorno: e ben gli riuscì il mandare ad effetto il suo perverso pensiero, in questo modo. Continuava egli con Domenico le dimostrazioni di non ordinaria benevolenza: e una sera, che Domenico , che molto si dilettava di sonare il liuto, volle, come era costume suo, tor seco Andrea per condurlo agli usati passatempi di serenate; esso Andrea recusò di andare, dicendo doversi trattenere in camera per fare alcuni disegni: e Domenico se ne andò solo. Allora il traditore uscitosi di camera e dello Spedale segretamente, si pose ad aspettare il misero Domenico dietro ad un canto, poco distante dalla solita loro abitazione: e nel tornar, che Domenico faceva al suo riposo, corsegli addosso, e con alcuni piombi gli sfondò il liuto e lo stomaco in un tempo medesimo: poi percossagli fortemente la testa co’ medesimi piombi, e lasciatolo come morto, tornossene alla sua stanza, e si mise al suo lavoro. Intanto sentite da i serventi dello Spedale le grida di quel misero, accorsero con gran fretta: e riconosciuto che l’ebbero per esso, subito portarono la nuova a Andrea , il quale prorompendo in grandi grida, precipitosamente corse alla volta dello agonizzante compagno, e presolo fra le braccia, non cessava di gridare: O fratel mio: oimé fratel mio; mostrandosi in tutto e per tutto incapace di conforto; finché Domenico , che già era all’ultimo di sua vita arrivato, nelle braccia del suo amico, o per meglio dire, perverso traditore, diede fine al viver suo. Qui deve ammirarsi la profondità de’ Divini giudicj; imperciocché (cosa che rarissime volte addiviene) non mai per quanto poi visse Andrea , si scoprì questo delitto; e finalmente egli medesimo, come si è detto, giunto alla morte, che seguì circa l’anno 1477. nella sua età di anni 71. in circa, nello stesso Spedale di Santa Maria Nuova , ove gli furono fatte odiose esequie, e dove fu ancora egli seppellito: a chi assisteva al suo transito (forse perché di tal misfatto col tempo non fosse qualche innocente incolpato, o per altro buon fine, che egli il facesse) lo rivelò.

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Nato 1416. ?1484. Fu maestro ragionevole, ed operò molto a fresco e a olio. Nella città di Firenze vedesi di sua mano nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, la storia di San Filippo Benizj, in atto di pigliar l’abito della Religione: la qual opera non fu da esso interamente finita, come si dirà appresso. In S. Ambrogio dipinse tutta la Cappella del Miracolo, con ritratto di cittadini di que’ tempi, fra i quali Poliziano, e il Ficino, che mettono in mezzo Pico della Mirandola. Chiamato a Roma sotto Sisto IV. insieme con Sandro Botticelli, e Domenico Grillandai Fiorentini, Luca da Cortona, l’Abate di San Clemente, e Pietro Perugino, per dipignere nella Cappella del Palazzo, vi fece tre storie, cioè la sommersione di Faraone: la Predica di Cristo intorno al mare di Tiberiade: e l’ultima Cena, ove per supplire alla mancanza del suo talento, in confronto degli altri maestri, e rendersi degno di un bel premio, che aveva destinato il Papa a chi di loro meglio avesse operato, con ingegnosa astuzia sforzandosi di arricchire le sue opere con vivezze di colori, e tocchi d’oro in gran copia; sortì, per la poca intelligenza in cose di quell’arte, che aveva quel Pontefice, l’essere esso solo premiato in faccia di quei maestri, per altro migliori di lui, che di quel suo nuovo modo di operare di erano fino allora molto burlati. Tenne quest’artefice in tutte le opere sue la maniera di Alesso Baldovinetti; onde riconosciuti i tempi, ne’ quali l’uno e l’altro fiorì, e la gran diversità della sua da tutte l’altre maniere de’ maestri, che allora in Firenze operavano, pare che non possa dubitarsi, che egli non ne fosse stato scolare. Fece esso Cosimo molti allievi, e fra questi Mariotto Albertinelli, Fra Bartolommeo di San Marco, e Piero, detto Pier di Cosimo, che fu maestro del famoso Andrea del Sarto, dal quale derivarono molti valentissimi pittori. Trovasi esser’ egli figliuolo di Lorenzo di Filippo Rosselli del Popolo di San Michele Visdomini; e che venuto l’anno 1483. facesse testamento nella Sagrestia di San Marco, per rogito di Ser Benedetto da Romena, in cui confessata la Dote di Caterina di Domenico di Papi sua moglie, in somma di Fiorini 400. di suggello, lascia la medesima usufruttuaria di tutti i suoi beni. Dice il Vasari, che essendosi quest’artefice molto dilettato dell’Alchimia, a cagione di essa egli spendesse vanamente tanto, che di agiato ch’egli era, si condusse alla morte in istato di estrema povertà. Questo non pare, che punto si accordi con ciò, che nel nominato testamento si riconosce; perché trovansi fatti da esso assai legati di grosse somme di danari, a favore di suoi congiunti. Né par verisimile quanto lo stesso Vasari asserisce, che dopo di lui restasse un suo figliuolo; perché in questo tempo Cosimo non aveva figliuoli, che però instituì suoi eredi, dopo i figliuoli postumi e nascituri, Lorenzo e Francesco suoi fratelli, ed i figliuoli delli già defunti altri suoi fratelli Clemente, e Jacopo. Soggiunge poi lo stesso Vasari, che del 1484. seguì la morte di Cosimo: nel che piglia un gravissimo errore, perché io trovo, che lo stesso Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli pittore, insieme con Antonio di Luigi Covoni, l’anno 1496. a’ 5. d’Ottobre, cioè dodici anni dopo il tempo, che il Vasari assegna alla sua morte, diede un lodo fra Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti da una, e Buonaccorso, Francesco e Cione, figliuoli di esso Vittorio dall’altra, per rogo di Ser Agnolo di Ser Alessandro d’Agnolo da Cascese: e questo in autentica forma sopra carta pecorina si conserva appresso a Cristofano Berardi, Gentiluomo Fiorentino, Avvocato del Collegio de’ Nobili. Dice poi il Vasari, che la morte di Cosimo seguisse in tempo appunto, che egli nel Chiostro della Santissima Nonziata lavorava la storia a fresco del San Filippo Benizi, che riceve l’abito della Religione, come sopra si è detto, quale lasciò imperfetta. Fu il suo cadavero sepolto nella Compagnia del Bernardino in Santa Croce.

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Discepolo di Ruggieri di Bruges, fioriva circa il 1460. Non è a nostra memoria di aver trovato fra quanto ci lasciò scritto Carlo Van Mander Pittor Fiammingo, che e’ facesse menzione di questo Ans, siccome del suo maestro Ruggieri di Bruges, sappiamo aver fatto. Veggiamo però, che il Vasari nel suo trattato della pittura, al capitolo 21. laddove e’ parla del dipignere a olio, dice, che un tale Ans di Bruges, fosse discepolo di esso Ruggiero, e che facesse nello Spedale di Santa Maria Nuova di Firenze, pe’ Portinari, un piccolo quadro, che poi passò in mano del Serenissimo Granduca Cosimo I, e ancora una tavola, che fu posta nella Villa di Careggi della Serenissima Casa de’ Medici. Quivi ancora fa menzione di un certo Lodovico da Luano, cioè Lovanio, di Piero Crista, di Maestro Martino, e di un tal Giusto da Guanto, o vogliam dire da Gante, che fece la tavola della Comunione pel Duca d’Urbino, ed altre pitture: e similmente di Ugo di Anversa, che dipinse la tavola, che fino a’ nostri tempi si vede nella Chiesa di detto Spedale di Santa Maria Nuova nella facciata principale del Coro: tutti pittori, che egli dice, che si contassero fra’ primi, che dopo Giovanni da Bruggia, avessero incominciato a dipignere a olio, di alcuni de’ quali abbiamo noi a suo luogo fatto più diffuso racconto.

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Discepolo di Donatello. Nato 1432, ?1488. Dice il Vasari, che Andrea del Verrocchio si facesse valente in queste arti senza maestro alcuno; ma perché è impossibile a chi fa opere grandi e difficili (come fece il Vasari) l’aver di ogni cosa notizia intera, non è gran fatto, che non pervenisse a sua cognizione quello, che nel particolare di quest’uomo ha scoperto il corso di un secolo, quanto è, da che esso Vasari scrisse la sua storia, sino a questi tempi. Ho io dunque visto nell’altre volte nominata Libreria de’ Manoscritti originali degli Strozzi, un manoscritto antichissimo, contenente più vite di Pittori, Scultori, e Architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli. Fra’ discepoli di Donatello, del quale pure vi si legge la vita, dice, che uno de’ suoi primi, e non il minimo, fu Andrea del Verrocchio. Ed in un altro manoscritto, annesso a un libro minor del foglio, segn. num. 285. fra diverse memorie di Pittori, Scultori, e Architetti di quei tempi, si legge a c. 45. a tergo, fra altre cose, appartenenti alla vita di questo maestro Andrea del Verrocchio Fiorentino, ch’egli fu discepolo di Donatello: il che ancora tanto più si rende certo, quanto che afferma esso Vasari nella Vita di Donatello, che lo stesso Andrea lo ajutasse a lavorare il Lavamanedi marmo nella Sagrestia di S. Lorenzo. Fece dunque il Verrocchio la sepoltura della moglie di Francesco Tornabuoni nella Minerva di Roma: la maravigliosa sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici, che in San Lorenzo di Firenze è, fra la Cappella del Sacramento, e la Sagrestia: ed in Pistoja quella del Cardinale Forteguerra, finita poi da Lorenzo Fiorentino, perché alla morte d’Andrea era rimasa imperfetta. Fece pure in Firenze le statue di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga al Signore, situate nella facciata principale di Orsanmichele, in una nicchia, che fu fatta con disegno di Donatello suo maestro. Pesò il metallo di queste statue, per quanto io trovo in antiche memorie, libbre 3981. e ad Andrea furon dati in pagamento 476. Fiorini d’oro. Fu sua fattura il fanciullo di bronzo, che strozza il pesce, che oggi si vede nella fonte di Palazzo Vecchio. Gettò la palla della Cupola del Duomo di Firenze, la quale con applauso e festa grande, trovo che fu messa a suo luogo il dì 28. di Maggio del 1472. anni dieci in circa, dopoché restò finita la pergamena della Lanterna di essa Cupola, alla quale con gran solennità era stata posta l’ultima pietra a’ 25. d’Aprile 1461. Pesò la stessa Palla libbre 4368. ed è tale di grandezza, che può capire in essa staja 300. di grano, a misura di questa città di Firenze. Il nodo della medesima, gettato fu da Giovanni di Bartolo, e pesò lib. 1000. e può capirvi staja 21. e mez. di grano. Pesò la Croce libbre 791. il palo libbre 770. come da’ Libri dell’Opera di essa Chiesa si riconosce. Operò anche il Verrocchio alcuna cosa in pittura: e fra l’altre una tavola per le Monache di San Domenico in Firenze, ed una pe’ Monaci di San Salvi, nella quale figurò il Battesimo di Cristo. In questa l’ajutò Lionardo da Vinci suo discepolo, allora giovanetto, che vi colorì di sua mano un Angelo così bene, che vistolo Andrea, si conobbe nella pittura tanto inferiore al suo proprio discepolo, che dato bando a’ pennelli, tutto alla statuaria ed al gettò si applicò. Chiamato in ultimo a Venezia, fecevi il Cavallo per la statua di Bartolommeo da Bergamo. Fu quest’opera l’occasione della sua morte, per un mal di petto preso in gettarlo l’anno 1488. e della sua età 56. non ostante ciò si trova scritto nella seconda impressione della storia del Vasari, assolutamente per errore dello Stampatore, cioè del 1388. Il corpo di questo eccellente artefice fu da Lorenzo di Credi, altro suo discepolo amatissimo, condotto a Firenze, e nella Chiesa di S. Ambrogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione fatto seppellire. Fu Andrea il primo a mettere in uso il formar di getto le cose naturali, per poterle poi più facilmente studiare: e messe in pratica il far ritratti de’ defunti, formandogli di gesso, e poi gettandogli: e di quegli fatti a suo tempo se ne veggono fino in oggi moltissimi. Dee molto perciò il mondo a questo artefice; perché mediante tale suo ritrovamento si son conservate l’effigie di molti uomini Santi, ed altri Eroi: e con tale occasione si cominciarono ad esprimere in rilievo di stucchi, ed altra materia, figure quanto il naturale, in sembianza di coloro, che per qualche particolar grazia, ottenuta da Dio per mezzo della Santissima Nunziata di Firenze o altra Sacra Immagine, le offerivano in voto e per memoria della grazia; laddove anticamente usavansi alcune immagini di cera: ed erano in gran parte in Firenze, si può dire, a questo effetto, alcuni particolari mestieri, che per ordinario di altro non s’impacciavano, che di far di cera o ceri o boti, e coloro che gli esercitavano, chiamavansi Cerajuoli, citati dal Berni nel Sonetto. Chi vuol veder quantunque può natura. E dice così: Fugge da’ Cerajuoli, Acciocchè non lo vendin per un boto, Tant’è sottil, leggieri, giallo e voto, Comunche il Buonarroto Dipinge la Quaresima, o la Fame, Dicon, ch’e’ vuol ritrar questo carcame. E non è da tacere, che il primo, che offerì simili voti grandi di stucchi, fu la gloriosa memoria del Magnifico Lorenzo dell’augustissima Casa de’ Medici, che uno alla Santissima Nunziata, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via San Gallo, ed uno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli ne mandò, in testimonio di una segnalata grazia ottenuta, e tutti rappresentanti la propria persona sua.

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Discepolo d’Andrea del Verrocchio. Nato 1466, ? Dipinse questo maestro nella città di Firenze, e per molte città e luoghi d’Italia e fuora, e sempre eccellentemente, e di così buon gusto, e maniera, che meritò di aver per discepolo il gran Raffaello da Urbino, che preso il suo modo di operare, lo ritenne per qualche tempo. Veggonsi in Firenze di mano di Pietro molte belle opere: e fra queste, due tavole nella Chiesa delle Monache di Santa Chiara: due nella Chiesa vicino alla Porta a San Pier Gattolini, che fu de’ Padri Gesuati, Religione a’ tempi nostri rimasa soppressa. Per quelli fece anche bellissime pitture a fresco pel Convento di San Giusto fuori della porta a Pinti, che insieme con esso Convento furono disfatte l’anno 1529 per l’assedio di Firenze. Vedesi anche di sua mano una Pietà a fresco nella facciata del muro della Cappella della nobil famiglia degli Albizzi, dietro alla Chiesa di San Pier Maggiore, sopra una scala che porta in essa Chiesa, opera tanto bella, che nulla di più si può dire. Operò in Roma nel Palazzo Pontificio cose bellissime, che poi furon mandate a terra a tempo di Papa Paolo III, per far la facciata, dove il Divin Michelagnolo dipinse l’universal Giudizio. Colorì una gran volta in Torre Borgia: e nella Chiesa di San Marco una storia di due Martiri, che fu avuta in gran pregio. Fece per diversi mercanti moltissimi quadri, quali con molta propria utilità, e gloria di quest’artefice, mandarono in diverse parti del mondo. Dipinse una tavola per la Chiesa di San Francesco, ed una per quella di S. Agostino, ed altre per la città di Firenze. Né restò Perugia sua patria senza gran numero di bellissime sue opere, che per brevità si tralasciano. Scoperse il Perugino una sì vaga e nobile maniera, che essendo da tutti desiderata, furono moltissimi coloro, che di Francia, Spagna, Alemagna, ed altre Provincie d’Europa si portarono in Italia per apprenderla; onde fu, che ebbe discepoli infiniti: e fra questi, come si è detto, il gran Raffaello da Urbino. Pervenuto finalmente all’età di anni 78. finì la vita l’anno 1524. nel Castello della Pieve, dove fu onorevolmente sepolto. Fu Pietro molto avido del danaro, nel quale aveva gran fiducia; onde non è maraviglia, s’egli è vero quanto ne scrisse il Vasari, che egli fosse uomo di poca pietà, ed in materia di Religione, di opinione a modo suo.

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Se crediamo a ciò, che scrisse il Vasari, il soprannominato Giovanni ebbe tre figliuoli, Marco, Luc’Antonio, e Simone, i quali tutti morirono di peste l’anno 1527. Luca, e Girolamo attesero ancora essi alla Scultura: il primo operò d’invetriate diligentissimamente, e fu quello, che per ordine di Raffaello da Urbino fece i pavimenti delle Logge Papali, come ancora quelli di molte camere, ne’ quali espresse l’impresa di Papa Leone. Girolamo il secondo lavorò di marmo, di terra cotta, e di bronzo: e molto gli giovò per farsi un grand’uomo la concorrenza di Jacopo Sansovino, e del Bandinello. Fu poi condotto in Francia a’ servigj del Re Francesco, pel quale, come quegli che era universalissimo, fece molte opere, particolarmente a Marlì, luogo non molto lontano da Parigi. Lavorò molto di terra in Orleans; onde in breve divenne ricco. Qui il Vasari piglia un grand’equivoco, affermando, che nella persona di lui, che mancò in quelle parti, si spegnesse la casa della Robbia; perché questo Girolamo di Andrea, che di Maria Altoviti sua moglie ebbe un figliuolo chiamato Jacopo: ed un altro, che pure anch’esso ebbe nome Girolamo, il quale in Francia di Madama Luisa de Mathe ebbe tre figliuoli, cioè Andrea, che seguitando la milizia, pervenne al grado di Capitano, e non ebbe moglie: e Pier Francesco, che fu Scudiere della Maestà del Re, Signore di Bel Luogo, il quale di Madama Francesca Chovard ebbe Carlo Gran Consigliere del Gran Consiglio di Francia, che si sposò con Madama Diana Picart: e Girolamo Cavaliere e Scudiere del Re, Signore di Gran Campo, il quale pure di Madama Antonietta Grenier sua moglie non ebbe figliuoli. Di Carlo e di Diana Picart sua donna nacque Guido, che mancò in fanciullezza, e Francesca, che fu moglie di Carlo del Maestro, Signore di Gran Campo: e in questa Francesca ebbe in Francia sua fine la casa della Robbia; rinnovata però in Carlo, figliuolo di essa Francesca, e di Carlo del Maestro suo marito, il quale dal nominato Girolamo, Signore di Gran Campo, e maggior nato della famiglia della Robbia, fu chiamato a gran parti di sua eredità, con obbligo di pigliar l’insegne e’l casato. Vediamo adesso ciò, che seguì di essa famiglia in Firenze. Il nostro Andrea ebbe due fratelli, cioè Giano, e Simone. Di questo Simone nacque Filippo Isidoro Abate, e Luca, che fu di Consiglio l’anno 1519. e di questo un Lorenzo, padre fu di Luigi, il qual Luigi ebbe per consorte Ginevra Popoleschi, nata di Silvestro Popoleschi, e di Ginevra di Carlo Barberini, padre di Antonio Barberini, del quale Antonio nacque Maffeo, che fu papa Urbano VIII di gloriosa memoria. Il nominato Luigi della Robbia, figliuolo Lorenzo, ebbe dalla Ginevra Popoleschi molti figliuoli maschi, e femmine: fra i maschi fu Marco, poi Fra Gio. Domenico dell’Ordine de’ Predicatori, Vescovo di Bertinoro, Silvestro, poi D. Isidoro Abate, si crede Cassinense, che poi successe al fratello Gio. Domenico nel Vescovado di Bertinoro: e Lorenzo Canonico della Metropolitana di Firenze, poi Vescovo di Cortona, e finalmente di Fiesole, e Rettore del Seminario Fiesolano, che morì l’anno 1645. e in questo finalmente è restata estinta tale famiglia, la quale con tanto splendore e gloria, in Italia e in Francia si è mantenuta sopra 150. anni da quel tempo che il Vasari la diede per estinta: e viene anche oggi, per così dire, propaginata in Francia nella nobil famiglia del Maestro: ed ancora in Firenze, come ora siamo per dire, cioè, che lo stesso Luigi di Lorenzo della Robbia ebbe una sorella, chiamata Laldomine, maritata a Luigi Viviani nobil Fiorentino, della quale nacque un altro Luigi: e di questo due figliuoli, cioè Francesco Cavalier Priore della Religione di Santo Stefano Papa e Martire, primo investito del Priorato, instituito da Lorenzo della Robbia il Vescovo Fiesolano nel suo Testamento, coll’obbligo di portarne il casato della Robbia; e Donato Luigi Viviani, Avvocato del Collegio de’ Nobili, e Senatore Fiorentino, Gentiluomo, che per integrità, e dottrina è da tutti stimatissimo, dal quale io ho ricevuto parte delle notizie di questa Casa, della quale, per maggior chiarezza, porremo l’Albero appresso a questa Narrazione.

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Della scuola di Lorenzo Ghiberti, fioriva circa il 1490. Da un memoriale, che lasciò scritto Messer Francesco Albertini Prete Fiorentino, del quale si veggono copie in diverse librerie di questa città, si cava essere stato il vero nome e casato di quest’Artefice Bartolommeo Lupi; ma ch’egli fosse detto da Montelupo, per corruttela del cognome, altra notizia non si ha, che l’asserzione del Vasari. Diedesi questi, fino dagli anni più verdi, all’arte della Scultura; ma datosi più che d’uopo non era alle conversazioni degli amici, e da’ medesimi intorno a’ trastulli, che son proprj di quella età, fatto applicare, nulla profittò; finché cresciuti gli anni, e con quegli il giudizio, se non fu piuttosto il bisogno, si pose daddovero a studiar tanto, che avendo in breve recuperato il perduto tempo, fecesi in quell’arte assai pratico e spedito, onde si guadagnò il nome di valentuomo. Il Vasari non ci lasciò scritto da qual maestro il Montelupo avesse i precetti; ma ben lo dimostrano le opere sue, che egli fu della scuola di Lorenzo Ghiberti; e dopo avere io fatto un particolare studio sopra di esse, e da per me stesso, e coll’assistenza de’ primi professori di questi nostri tempi, mi pare di esserne venuto in assai chiara cognizione. È però vero, che essendo vissuto quest’artefice fino all’età di ottantotto anni, e di questi circa a cinquanta dopo la morte del maestro, e in tempo, che già erasi scoperta in Firenze, dal gran Michelagnolo Buonarroti, l’ottima maniera del panneggiare; non è gran fatto, che i panneggiamenti di Baccio si veggano alquanto più riquadrati, e per usare il termine, che comunemente si usa fra’ professori, alquanto più occhiuti, e meno appiccati alle carni, di quello che si riconoscono quelli di molti altri grand’uomini di quel secolo. Fra le prime cose, che egli operasse in Firenze, fu un’arme di Papa Leon X. in mezzo a due putti, che si vede in sulla cantonata del muro del Giardino delle case de’ Pucci sul canto di via de’ Servi. Dipoi fece per l’Arte di Por Santa Maria, la figura di San Giovanni Evangelista, di metallo, posta nella facciata dell’Oratorio di Orsanmichele, che fu stimata molto bella: ed io trovo, che furon dati a Baccio, per questo lavoro, fiorini 340. Si diede ad intagliare in legno, e fece molti Crocifissi, alcuni quanto il naturale, e alcuni più. Uno di questi vedesi sopra la porta del Coro di San Marco de’ Frati Predicatori: uno nella Chiesa di San Pier Maggiore: ed uno nel Monastero delle Murate. Un altro ne scolpì pe’ Monaci di Santa Fiora e Santa Lucilla, il quale posero sopra l’Altar maggiore della Chiesa della loro Badia d’Arezzo: e fecene poi altri in gran numero. Andatosene a Lucca, molto vi operò: e assai disegni diede per diverse fabbriche, e particolarmente per quella del Tempio di San Paolino, Avvocato di quella città, il quale poi fu anche con modello di lui edificato: ed altre cose fece il Montelupo. Finalmente, essendo nella stessa città di Lucca venuto a morte, nella medesima Chiesa di San Paolino fu data al suo cadavero sepoltura. Avendo lasciato un figliolo per nome Raffaello professore anch’egli di Scultura, e che superò molto nell’arte il genitore.

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Discepolo di Cosimo Rosselli, nato 1469, ?1517. In questi tempi nacque Fra Bartolommeo, che per corrottela del nome, fu chiamato Baccio, nella Villa di Savignano, vicino a Prato di Toscana: e pervenuto a competente età, essendo stato da’ parenti conosciuto assai inclinato alla Pittura, fu condotto a Firenze, dove vicino alla Porta a San Pier Gattolini gli fu data sua abitazione; che però per tutto il tempo ch’e’ visse al secolo, fu sempre chiamato Baccio dalla Porta. Accomodatosi all’arte appresso a Cosimo Rosselli, fece insieme con Mariotto Albertinelli, suo condiscepolo ed amicissimo, grande profitto; ma datosi poi a studiar le opere di Lionardo da Vinci, si formò quella bellissima maniera di dar rilievo e vivacità alle pitture, che non solo al più perfetto dell’arte esso medesimo condusse, ma che fu poi al Divino Raffaello da Urbino di gran lume, per migliorar l’antico modo appreso dal Perugino, ed arrivare al segno, al quale ei giunse. Quindi è, che lo stesso Raffaello fece poi di lui sì grande stima, che nel tempo ch’e’ si trattenne nella città di Firenze, parve che da esso non mai separar si potesse; anzi non isdegnò di essergli maestro ne’ buoni termini della Prospettiva, e intanto ricercarne i più apprezzabili precetti della grande ed ottima maniera di condurre le opere sue con grazia e morbidezza, fino allora non più riconosciuta in altro pittore: e diede gran testimonianza di questa grande stima lo stesso Raffaello, quando, dopo alcun tempo, impiegò il proprio pennello in Roma nel dar fine ad un’opera, cominciata da Fra Bartolommeo in quella città, e lasciata imperfetta. Onde, se a gran cagione ascrivesi a gloria d’Apelle il non essersi trovato Artefice, che raccomodasse la tanto celebrata sua Venere di Coo, detta Anadiome, cioè Emergente o Sorgente dal mare, dedicata poi da Augusto nel Tempio di Giulio Cesare, guasta nelle inferiori parti, onde fu poi da’ tarli corrosa ed in tutto disfatta; gloria maggiore può dirsi del nostro Fra Bartolommeo, l’essersi trovato un Raffaello, che non solo desse fine alla di lui opera, ma quella con la sua ingegnosa mano consegnasse all’eternità. Tornando ora al nostro Pittore, egli per qualche tempo si trattenne a dipignere in compagnia dell’Albertinelli, e talora da sé solo, Immagini di Maria Vergine con Gesù e d’altri Santi, delle quali fece moltissime a diversi cittadini. Poi dipinse a fresco la tanto celebrata storia del Giudizio Universale nell’antico Cimitero dello Spedale di Santa Maria Nuova, detto fra l’Ossa, che rimase imperfetta, e poi fu finita dall’Albertinelli, come alle notizie della Vita di lui si è detto. Erasi Baccio acquistato fama in Firenze, non solo di giovane valorosissimo nell’arte, ma di persona quieta e buona, e di grande applicazione al lavoro; ma quello che è molto più, di assai timorato di Dio, e di assiduo all’opere di pietà; onde per questa e per ogni altra simile cagione, beato si chiamava colui, che poteva aver dell’opere sue. Ma perché egli rivolgeva nell’animo suo più pensieri del cielo, che del mondo, poco incentivo gli abbisognò per risolversi a lasciare il secolo, e vestire abito religioso: e ciò, secondoché racconta il Vasari, del quale son proprie parole quelle che seguono, seguì nel modo, che appresso. Perchè trovandosi in questi tempi in S. MarcoFra Girolamo Savonarola da Ferrara, dell’Ordine de’ Predicatori, Teologo famosissimo: e continuando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione, che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui, e dimorava quasi continuamente in convento, avendo anche con gli altri Frati fatta amicizia. Avvenne, che continovando Fra Jeronimo le sue predicazioni, e gridando ogni giorno in pergamo, che le pitture lascive, e le musiche, e i libri amorosi, spesso inducono gli animi a cose mal fatte; fu persuaso, che non era bene tenere in casa, dove son fanciulle, figure dipinte di uomini e donne ignude: per il che riscaldati i popoli dal dir suo, il carnevale seguente, che era costume della Città far sopra le piazze alcuni capannucci di stipa, e altre legne, e la sera del martedì, per antico costume, arderle queste con balli amorosi, dove presi per mano un uomo e una donna, giravano cantando intorno certe ballate; fe’ sì Fra Jeronimo, che quel giorno si condusse a quel luogo tante pitture e sculture ignude, molte di mano di maestri eccellenti, e parimente libri, liuti e canzonieri, che fu danno grandissimo, ma particolare della pittura: dove Baccio portò tutto lo studio de’ disegni, che egli aveva fatto degl’ignudi, e lo imitò anche Lorenzo di Credi, e molti altri, che avevano nome di piagnoni; là dove non andò molto, per l’affezione, che Baccio aveva a Fra Jeronimo, che fece in un quadro il suo ritratto, che fu bellissimo, il quale fu portato allora a Ferrara, e di lì, non è molto, che egli è tornato a Fiorenza nella casa di Filippo d’Alamanno Salviati, il quale, per esser di mano di Baccio, l’ha carissimo. Levatesi poi contro al Padre le Parti contrarie, e’ seguitò nella presa di lui l’abbattimento del Convento di San Marco, che è noto al mondo, descritto da diversi Storici, e particolarmente dal Nardi nella sua storia. E questo, in tempo appunto, che Baccio si trovava per sua devozione in esso Convento; sentito il rumore, e appresso la morte seguita di alcuni dell’una e dell’altra parte, pel timore che ebbe di sé stesso, fece voto a Dio, se egli scampava da quel pericolo, di farsi Religioso di quell’Ordine: il che poi effettuò, vestendo l’abito del Patriarca San Domenico, nel Convento di Prato a’ 16. di Luglio l’anno 1500. E qui noti il Lettore, come Gio. Paolo Lomazzo nel suo Teatro della Pittura a 366 ver. 10. erra, dicendo, che Fra Bartolommeo fosse dell’Ordine di Santo Agostino. Vestito dunque che ebbe Baccio l’abito, per quattro anni interi, tutto dedito agli esercizj di religiosa perfezione, nulla volle mai operare in pittura, risoluto di perseverare in tal sua determinazione fino alla morte; se per altro la volontà di coloro, a’ quali era egli tenuto ubbidire, non l’avessero necessitato a dar qualche luogo all’antiche applicazioni. La prima opera, ch’egli facesse in istato di Religioso, fu la bella tavola di San Bernardo, in atto di scrivere, appresso alla Beatissima Vergine, col Bambino Gesù, e molti Angeli, per la Cappella di Bernardo del Bianco, nella Chiesa di Badia di Firenze. Dipinse poi le tre maravigliose tavole, che fino a’ presenti tempi si son venute e godute nel Convento di San Marco, che fu quasi continova abitazione di Fra Bartolommeo, in una delle quali è Maria Vergine, con San Gregorio, ed altri Santi, con più Angeletti, di così rara bontà, che fu parere di alcuni gran maestri, e fra questi, di Pietro da Cortona, che fra le più stupende opere di pittura, di che è piena la nostra città di Firenze, sia la più bella. In altra tavola, che fu posta rincontro a questa, colorì un’altra Vergine, con Gesù, e due Santi: e nell’altra finalmente la non mai abbastanza lodata, anzi impareggiabile figura del San Marco Evangelista, di cui è fama per tutta l’Italia e fuori. Di queste tre stupende opere del Frate, nel tempo che io queste cose scrivo, son rimase in essa Chiesa di San Marco le copie della prima, e dell’ultima, e il proprio originale della seconda, giacché gli originali dell’altre due sono venuti in potere del Serenissimo Principe Ferdinando di Toscana, che le conserva fra l’altre pitture di primo pregio, che l’Altezza Sua in gran numero possiede. Fece anche il Frate pel Re di Francia un’altra tavola con moltissime figure. Inventò egli il bel modo di fumeggiar le figure, col diminuir l’ombre e gli scuri in guisa, che ad una maravigliosa unione e accordamento tengono congiunto un gran rilievo: e di questa maniera, a cagione di esser dagl’invidiosi stato imputato di non saper fare le figure ignude, fece egli per la sua Chiesa di San Marco un bel San Bastiano, che riuscì di così dolce colorito, e tanto simile al naturale, che per iscandalo preso da alcuno in rimirarlo, se pure non fu un pretesto per farne esito con gran vantaggio, fu levato di luogo, e mandato in Francia. In Roma fece Fra Bartolommeo opere maravigliose: e colorì molti quadri per la città di Prato, di Lucca, e per altri luoghi, ed un’infinità di altri ne fece per nobili e civili persone. Volle sempre nel suo dipignere avere appresso di sé il naturale: e a tale effetto però erasi fatta fare una figura di legno quanto il vivo, la quale in ogni sua congiuntura egli snodava e volgeva a proprio piacimento: e quella copriva di panni per potergli a sua comodità imitare: costume stato poi usato dopo di lui (che di tale istrumento fu primo inventore) da moltissimi altri ottimi artefici. Ultimamente essendogli stato ordinato da Pier Soderini di far una tavola per la Sala del Consiglio, posevi le mani, disegnolla tutta, e colorilla in chiaroscuro, rappresentando in essa que’ Santi, nella solennità de’ quali aveva la città di Firenze avute Vittorie, e Protettori di essa città: in uno de’ quali, quasi presago di sua vicina morte, volendo, che restasse, oltre alla memoria gloriosa che avevangli guadagnata i proprj pennelli, anche quella di sua effigie, fece il ritratto al vivo del proprio volto. Quest’opera però, che diede segni di voler riuscire una delle più belle, che avessero mai partorite i suoi pennelli, diede non poca occasione a quella infermità, che fu l’ultima per lui, e quella, che lo privò di vita; perché avendola egli lavorata al lume di una finestra, per cui infondevasi nella stanza di suo lavoro un’aria grave e penetrante, fu assalito da un gran flussione catarrale, che a termine il ridusse di non potersi quasi muovere. Non giovarono, per suo scampo, rimedj di sorte alcuna; onde non andò molto, che avendoci aggiunto a’ suoi l’effetto di un poco di disordine, fatto in caricarsi alquanto lo stomaco di certe appetitose frutte, delle quali era amicissimo, dopo una febbre di quattro giorni, con gran dolore de’ suoi Frati, ma con dimostrazioni però da buono e santo Religioso, se ne morì in esso Convento di San Marco agli 8 d’Ottobre l’anno 1517. e in quella loro Chiesa aspetta il suo cadavero l’ultimo giorno. La nominata tavola così imperfetta, dipinta a chiaroscuro, fu posta dipoi nella Chiesa di San Lorenzo nella Cappella del Magnifico Ottaviano de’ Medici, dove ella è stata anch’essa fino al tempo, che io ne scrivo, sempre ammirata dagl’intendenti dell’arte: ed è pure anch’essa poi pervenuta in mano del già nominato Serenissimo Principe di Toscana, e nel regio appartamento di quell’Altezza, fra l’altre bellissime pitture, fa pompa di sua bellezza. Il Vasari in fine della Vita di Fra Bartolommeo della Porta dice, che alla di lui morte lasciò tutti i suoi Disegni a una sua scolara Monaca in Santa Caterina di Firenze. E quest’istessi sono presentemente nelle mani del Cav. Gabburri in Firenze al numero di 500. in circa, avuti dal medesimo Monastero, dopo averne ricavato questo lume dalla lettura del medesimo Vasari. Molti e molti però de’ detti Disegni si sono perduti.

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Ma avendo sentito celebrare i maravigliosi cartoni, fatti in Firenze da Michelagnolo Buonarroti e Lionardo da Vinci, de’ quali altrove si è parlato, lasciato ogni pensiero dell'operare, se ne venne a Firenze. Quivi fu molto onorato da Lorenzo Nasi e da Taddeo Taddei, il quale lo tenne in sua casa propria ed alla propria sua tavola per tutto il tempo che vi dimorò. Questo Taddeo Taddei fu erudito Gentiluomo, onde fu molto caro al Cardinal Bembo, con cui tenne lunga corrispondenza di lettere: e come si ha dalle medesime, fu solito favorirlo in ogni affare, che in questa nostra città andavagli alla giornata occorrendo, che avesse avuto bisogno dell'operar suo. Contrassevi ancora amicizia con Ridolfo del Grillandajo e Aristotile di San Gallo, co' quali praticò molto alla domestica. Si partì di Firenze molto approfittato nell'arte, lasciando in dono al Taddeo due bellissimi quadri di sua mano: uno de' quali ne' miei tempi non si è veduto in quella casa; e l'altro, che era di una bellissima Madonna con Gesù e San Giovanni, di circa a mezzo naturale, fu agli anni addietro, dagli eredi di Taddeo del senatore Giovanni Taddei, venduto a gran prezzo alla gloriosa memoria del Serenissimo Arciduca Ferdinando Carlo di Austria. In questo mentre seguì la morte del Padre e della madre di Raffaello, onde gli convenne tornare ad Urbino, dove fatti più quadri, di nuovo se ne andò a Perugia: e quivi, nella Chiesa de’ Servi, dipinse la tavola con Maria Vergine, San Giovambatista e San Niccola; e fece opere a fresco in San Severo, Chiesa de’ Camaldolesi, e in altre nella stessa città. Ma come quelli, che dotato di grandi idee non mai finiva nell’operar suo di piacere a sé stesso, desideroso di nuovi studj, se ne tornò a Firenze. Quivi studiò dalle pitture di Masaccio, senza perdere di vista quelle del cartone di Michelagnolo e di Lionardo. Fecevi anche stretta amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco, cognominato il Frate, al quale insegnò le buone regole della Prospettiva, riportandone egli il contraccambio di profondissimi precetti pel colorito: a seconda de’ quali operando poi Raffaello, fecesi poi quella mirabile maniera, che a tutti è nota. Nella stessa città di Firenze fece i cartoni per la pittura della Cappella de’ Baglioni; di San Francesco di Perugia e ritrasse più Gentiluomini e Gentildonne fiorentine; ed assai migliorato da quel ch’egli era, se ne tornò a Perugia, dove dipinse la mentovata Cappella de' Baglioni. Quindi partito, vennesene di nuovo a Firenze, e per la famiglia de' Dei condusse a ragionevole termine una tavola, che doveva esser posta nella loro Cappella di Santo Spirito; e un'altra tavola fece per la città di Siena. Fu poi, per opera di Bramante, celebre Architetto, chiamato a Roma da Papa Giulio II pel quale ebbe commissione di fare le belle opere, che poi ha ammirato il mondo. La prima fu la Camera della Segnatura, con bellissime invenzioni, nelle quali fece ritratti di più antichi savj. E qui è da fare riflessione ad uno sbaglio, che crediamo aver preso il Vasari nel descrivere questa storia; laddove dice, che rappresentasse i Teologi, quando accordano la Filosofia e l'Astrologia colla Teologia; il che oltre all’errore insussistente, viene ad essere ancor falso, perché quella non è altro che un Ginnasio, ovvero Scuola all’uso degli antichi Greci, ove i Filosofi ed ogni sorta di Accademici facevano loro luogo di ragunata, per trattenersi in ragionamenti de’ loro studj, e per divertirsi negli esercizj. Vitruvio descrisse la forma di questi Edifici pubblici al 5 libro cap. 11 e li nomina Sisti, Palestre, Essedre, secondo loro uso particolare, ch’egli dichiara. Palladio ancora, nel suo Trattato di Architettura, libro 3 cap. 21 più chiaramente ne parla; perciocché ne porge oculare dimostrazione, con un molto esatto disegno. Ora, come il più celebre e’l più nobile di tutti è stato quello di Atene; è molto verosimile, che Raffaello solo questo ponesse; e veramente non è quasi alcun savio ingegno, che non chiami quest'opera di questo Raffaello la Scuola d’Atene. Tornando ora alla storia, per tale inaspettata partita di Raffaello, restò la tavola de' Dei imperfetta; e in tale stato fu poi da Messer Baldassarre Turini da Pescia, posta nella Pieve della sua patria; ed un panno azzurro, che rimase non finito nella tavola di Siena, fu condotto a perfezione da Ridolfo del Grillandajo. Seguitò a dipignere la seconda Camera verso la Sala grande. Intanto successe il caso in cui Michelagnolo, nella Cappella, fece al Papa quel rumore o paura, per la quale fu necessitato a fuggirsi e a Firenze tornarsene; onde a Bramante fu data la chiave della Cappella. Il perché poté a comodo suo farla vedere a Raffaello, il quale, riconosciuto che ebbe la nuova e grande maniera, la profonda intelligenza dell’ignudo, il ritrovare e girar de’ muscoli negli scorti, e la mirabil facilità con che si veggono in quell'opera superate le più ardue difficoltà dell’arte, rimase stupito a segno, che parendogli fino allora non aver fatto nulla, posesi a far nuovi studj, e prese la gran maniera, che dipoi tenne sempre. Non ostante quanto poi dica uno assai moderno autore, che avendo con certe sue tradizioni, e coll’autorità di un tale scrittore di precetti di pittura, anch’esso non antico, tolto ad impugnare tuttociò, che intorno a tal miglioramento di Raffaello, sopra le opere del Buonarruoti, circa a novant’anni avanti a lui scrisse il Vasari, il quale egli tratta da uomo vulgare, passa poi con un certo suo paragone ad abbassare le nobilissime e non mai contese glorie del Divino Michelagnolo: e collo storcere un proprio detto di lui, in approvazione di una sentenza, che gli fu dichiaratamente contraria, e con alcune cose dire, e molte tacere, lo dà a conoscere quell’eccelso uomo, di gran lunga minore di quel ch’egli è; onde coll’una e coll’altra di queste sue opinioni, accusando altri di appassionato, sé medesimo, a mio credere, condanna.

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Fu Raffaello anche nell’opere di Architettura eccellentissimo; e fra’ molti disegni e modelli, ch’e’ fece per dimolte fabbriche, si annovera quello delle scale Papali e delle logge, cominciate da Bramante, e degli ornamenti di stucchi; e fece dipignere esse logge da Giulio Romano, da Gio. Francesco Penni, da Perin del Vaga, Pellegrin da Modana, Vincenzio da San Gimignano e Polidoro da Caravaggio, facendo capo dell’opera degli stucchi e delle grottesche Giovanni da Udine. Diede il disegno per la Vigna del Papa, di più case in Borgo, e di Santa Maria del Popolo; e con suo modello fu fabbricato, nella città di Firenze, in via di San Gallo, il bel palazzo di Giannozzo Pandolfini Vescovo di Troja. E perché era, mercé della sua virtù, divenuto molto ricco, fece per sé medesimo fabbricare, coll’assistenza di Bramante, in Roma, un bel palazzo in Borgo Nuovo. Pel Monastero di Santa Maria dello Spasimo di Salerno, fece la gran tavola del Cristo portante la Croce, altra volta nominata, la quale ben coperta e incassata, già si conduceva per mare al luogo suo, quando rottasi ad uno scoglio la nave, periti gli uomini e le mercanzie, quella sola si salvò; conciossiacosaché fosse portata nel mare di Genova, e quivi tirata a terra, senz’alcuna macchia o lesione fosse ritrovata: e parve in un certo modo, che’l mare, avvezzo a spogliare la terra de’ suoi più ricchi tesori, non osasse imbrattarsi di furto sì detestabile, col rapire una delle più ricche gioje, che’l mondo avesse. Finalmente dipinse Raffaello, di tutta sua mano, per Giulio Cardinal de’ Medici, che fu poi Clemente VII la stupenda tavola della Trasfigurazione di Cristo, per mandare in Francia, lasciando a finire per l’ultima cosa la faccia del Salvatore. Volle egli in quel Sacro Volto unire insieme ogni sua abilità, e fare, siccome fece, gli ultimi sforzi dell’arte. Non ebbe appena quella finita, che sopraggiunto dall’ultima infermità, non toccò più pennelli; ed invero non poté la mano di Raffaello assuefatta ad esprimere maraviglie, collocare altrove, che in simile oggetto, il non plus ultra delle divine opere sue. Ed io voglio qui raccontare la fine di quest'uomo degnissimo, colle stesse parole appunto, colle quali il Vasari la descrisse; acciocché con tal racconto abbia notizia il lettore di alcune circostanze, che, a mio credere, non pajono da tralasciarsi da noi in questo racconto. Dice egli adunque così: Avendo egli stretta amicizia con Bernardo Divizio, Cardinale di Bibbiena, il Cardinale l’aveva molti anni infestato per dargli moglie; e Raffaello non aveva espressamente ricusato di far la voglia del Cardinale; ma aveva ben trattenuto la cosa, con dire, di volere aspettare, che passassero tre o quattro anni; il qual termine venuto, quando Raffaello non se l’aspettava, gli fu dal Cardinale ricordata la promessa: ed egli vedendosi obbligato, come cortese, non volle mancare della parola sua: e così accettò per donna una nipote di esso Cardinale; e perché sempre fu malissimo contento di questo laccio, andò in modo mettendo tempo in mezzo, che molti mesi passarono, che’l matrimonio non consumò: e ciò faceva egli, non senza onorato proposito; perché avendo tanti anni servita la Corte, ed essendo creditore di Leone di buona somma, gli era stato dato indizio, che alla fine della Sala, che per lui si faceva, in ricompensa delle fatiche e delle virtù sue, il Papa gli avrebbe dato un Cappello rosso, avendo già deliberato di farne un buon numero, e fra essi qualcuno di manco merito, che Raffaello non era: il qual Raffaello attendendo intanto a’ suoi amori, così di nascosto, continuò fuor di modo i piaceri amorosi; onde avvenne, che una volta, fra l’altre, disordinò fuor del solito, perché tornato a casa con una grandissima febbre, fu creduto da’ Medici, che e’ fosse riscaldato; onde non confessando egli il disordine, che aveva fatto, per poca prudenza loro gli cavarono sangue, dimanieraché indebolito si sentiva mancare, laddove egli aveva bisogno di ristoro, perché fece testamento. E prima, come Cristiano, mandò l’amata sua fuor di casa, e le lasciò modo di vivere onestamente. Dopo divise le cose fra’ discepoli suoi, Giulio Romano, il quale sempre amò molto: Gio. Francesco Fiorentino, detto il Fattore; e non so chi Prete da Urbino, suo parente. Ordinò poi, che delle sue facultà in Santa Maria Rotonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove: e un Altare si facesse, con una statua di nostra Donna, di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo dopo la morte sua si elesse; e lasciò ogni suo avere a Giulio Romano e Gio. Francesco Fiorentino, facendo Esecutore del Testamento M. Baldassarri di Pescia, allora Datario del Papa. Poi, confesso e contrito, finì il corso della sua vita, il giorno medesimo che nacque, che fu il Venerdì Santo, d’anni 37, l’anima del quale è da credere, che come di sue virtù ha abbellito il mondo, così abbia di sé medesima adorno il cielo. Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione, che aveva finita pel Cardinal de’ Medici; la quale opera, nel vedere il corpo morto, e quella viva, faceva scoppiar l’anima di dolore a ognuno, che quivi guardava; la qual tavola, per la perdita di Raffaello, fu messa dal Cardinale a San Pietro a Montorio all’Altar maggiore, e fu poi sempre, per la rarità di ogni suo gesto, in gran pregio tenuta. Fu data al corpo suo quell’onorata sepoltura, che tanto nobile spirito aveva meritato, perché non fu nessuno artefice, che dolendosi, non piangesse, e insieme alla sepoltura non l’accompagnasse. Fin qui il Vasari.

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Discepolo di Cornelis Engelbrechtsen, nato 1494, morto 1533. Ne’ tempi, che nella città di Norimbergh e in tutta la Germania, già risplendeva il famoso Pittore, Scultore e Architetto Alberto Durer, e poco prima che egli incominciasse a dar fuori le maraviglie del suo artificioso bulino, nacque nella città di Leida l’eccellente pittore Luca: e ciò fu circa l’ultimo di Maggio o principio di Giugno del 1494. Suo padre si chiamò Huija Jacobsz, che in nostra lingua è lo stesso, che Ugo Jacobi, che fu anch’egli eccellente pittore. In questo fanciullo possiamo dire, che mostrasse la Natura il maggiore miracolo, che ella facesse giammai in alcun tempo vedere al mondo, in ciò che appartiene alla forza dell’inclinazione e del genio; perché avendo egli in puerizia atteso all’arte del disegno sotto gl’insegnamenti del padre, non prima fu giunto all’età di nove anni, che diede fuori graziosi intagli di sua mano, che andarono attorno senza la data del tempo, ma però fatti in quella sua tenera età: e come quegli, che non contento di quanto nell’arte apprese dal padre, desiderava di presto giugnere al più alto segno di eccellenza; si pose a studiare appresso di Cornelis Engelbrechtsen, del quale si è altrove parlato. Né è vero, per quanto ci avvisa Carlo Vanmander Fiammingo, quello, che disse il Vasari nelle poche righe, che egli scrisse di Luca, che egli per imparare bene l’arte, se ne uscisse della patria. Stavasi dunque il fanciullo in quella scuola, continuamente applicato a disegnare, consumando, non solo il giorno, ma le intere notti, senza mai pigliarsi altro trastullo o passatempo, che in cose di grande applicazione, appartenenti all’arte. Ma, come suole avvenire, che la Natura, benché troppo violentemente affaticata ne’ primi anni, talvolta pel vigore della gioventù, non dia in subito segni di molto risentirsene; ma coll’avanzarsi dell’età, e col crescere delle fatiche, in un tratto si dia per vinta; avvenne, che all’incauto Luca fossero brevi i giorni della vita, e che in que’ pochi non godesse egli sempre intera salute. Erano in quella sua tenera età le sue camerate mai sempre giovani di quel mestiere, Pittori, Intagliatori, Scrittori in vetro, e Orefici, co’ quali in altro non si tratteneva, che in istudiare e discorrere sopra le difficultà dell’arte. Di ciò era egli talvolta aspramente ripreso dalla madre, la quale per le soverchie fatiche, già lo vedeva correre a gran passi al totale disfacimento di sé stesso; ma non fu mai possibile il ritenerlo. Valevasi egli di ogni occasione, anche frivola, per mettersi a disegnare: e sempre faceva o mani o piedi, e quanto gli dava fra mano di più comodo, in ogni tempo e in ogni luogo. Or dipingeva a olio, ora a guazzo, ora in vetro, ora intagliava in rame, e in somma tutte l’ore del giorno, e bene spesso quelle della notte, erano a lui un’ora sola, destinata a una sola faccenda. Non fu prima arrivato all’età di dodici anni, che e’ dipinse in una tela a guazzo, una storia di Santo Uberto, che in quelle parti fu stimata cosa maravigliosa, e ne acquistò gran credito. Aveva egli fatto questo quadro pe’ Signori di Lochorst, i quali per rendere il fanciullo più animoso a operare, gli diedero tanti Fiorini d’oro, quanti anni egli aveva. A quattordici anni intagliò una storia, dove figurò Maometto, quando essendo ubriaco, ammazzò Sergio Monaco: e in essa pose la nota del tempo, che fu il 1508. Un anno dopo, cioè in età di 15 anni, intagliò molte cose; ma particolarmente per gli Scrittori, o vogliamo dire Pittori in vetro, fece otto pezzi della Passione di Gesù Cristo, cioè l’Orazione nell’Orto, la prigionia o cattura di esso nell’Orto, quando lo conducono ad Anna, la Flagellazione, la Coronazione, l'Ecce Homo, il Portar della Croce, la Crocifissione: e ancora una carta, dove figurò una tentazione di S. Antonio, al quale apparisce una bella donna: e tutti questi pezzi furono lodatissimi, perché erano bene ordinati con bizzarre invenzioni, prospettive, lontananze e paesi, e tanto delicatamente intagliati, che più non si può dire. Il medesimo anno intagliò la bella invenzione della Conversione di san Paolo, nella quale, come in ogni altra sua fattura, fece vedere gran diversità di ritratti, maestà di vestimenti e berretti, capelli, acconciature di femmine ed altri abbigliamenti all’antica, bellissimi, che son poi serviti di lume, anche agli stessi Pittori Italiani, per viepiù arricchire le opere loro: e molti colla dovuta cautela, ad effetto di coprire il virtuoso furto, se ne son serviti ne’ loro quadri. Nell’anno 1510 e della sua età il sedicesimo, intagliò la bella carta dell’Ecce Homo, con moltissime figure, nella quale superò sé stesso, particolarmente nella varietà delle arie delle teste e degli abiti, ne’ quali seppe far risplendere il suo bel concetto di far veder presenti a quello spettacolo diversi popoli e nazioni. Lo stesso anno intagliò il Contadino e la Contadina, la quale avendo munto le sue vacche, fa mostra di alzarsi, in che volle esprimere al vivo la stanchezza, che prova quella femmina nel rizzarsi da coccoloni, dopo essere stata lungamente a disagio in quel lavoro. Fece ancora l’Adamo ed Eva, i quali cacciati dal Terrestre Paradiso, malinconici e raminghi se ne vanno pel mondo. È Adamo coperto di una pelle, con una zappa in spalla, e porta il suo Caino sopra le braccia. Nello stesso tempo pure intagliò la femmina ignuda, che spulcia il cane, e molti altri bellissimi pezzi, de’ quali farò menzione a suo luogo, senza seguire l’ordine dei tempi, per non tediar il lettore; bastandomi l’averlo fatto fin qui, per mostrare, che Luca in età di sedici anni già aveva fatte opere meravigliose, e tali, che avevan messo in gran pensiero e gelosia lo stesso Alberto Duro, a cagione principalmente dell’aver Luca osservato ne’ propri intagli un certo modo di accordare così aggiustato, con un digradar di piani, e un tignere delle cose lontane, di tanta dolcezza, che a proporzione della lontananza, vanno dolcemente perdendosi di veduta, in quella guisa che fanno le cose naturali e vere; perfezione, alla quale Alberto stesso non era arrivato, benché per altro egli avesse miglior disegno di Luca. Onde il medesimo Alberto, a concorrenza di lui, si mise a dar fuori nuovi intagli, che furono i migliori, che e’ facesse mai: e perciò entrò fra di loro una tal virtuosa gara, che ogni volta che Alberto dava fuori intagliata una storia, subito Luca intagliava la medesima di altra propria invenzione.

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Nato 1479, morto 1554. È controversia fra alcuni intorno al luogo, onde questo artefice trasse i suoi natali. Vasari nella vita, ch’egli scrisse di lui, disse, che fu da Vercelli; e in quella, ch’egli scrisse di Mecherino nello stesso tempo, lo chiamò Gio. Antonio da Caravaggio. Isidoro Ugurgieri lo fa figliuolo di Jacopo Razzi, nativo di Vergelle, castelletto dello stato di Siena; e Monsignor Giulio Mancini in un suo Manoscritto lasciò notato, ch’egli fosse di un certo suo immaginato castello, chiamato Rivatero, perché in una denunzia, che si trova aver fatto il Soddoma al Pubblico di Siena l’anno 1531 di tutti i suoi beni, secondo l’ordine, che ne venne allora in quella città, egli scrisse Giovanni Antonio Soddoma di Bucaturo; avendo il detto Mancini, se pur non fu errore di chi copiò il suo manoscritto, letto in cambio di Bucaturo, Rivatero; o pure errò l’Ugurgieri, che notò la denunzia, scrivendo Bucaturo, in luogo di Rivatero: e di questa parola Bucaturo da nessuno è stato inteso il significato: ed io per me la stimo una delle solite leggierezze e buffonerie, che furon sempre inseparabili compagne di questo artefice. La verità però si è, che in Archivio della città di Siena, fra l’antiche scritture, si trova Magnicus eques Dominus Johannes Antonius de Razzis de Verzè Pictor, alias il Soddoma, per Rogo di Ser Baldassar Corte 1534. Sicché pare, che si possa concludere coll’Ugurgieri, che per la parola Verzè sia stato voluto significare il castello di Vergelle: e conseguentemente, che equivocasse il Vasari, il quale veggiamo avere equivocato altresì in farlo nativo di due luoghi, cioè di Vercelli e di Caravaggio, dicendo da Vercelli in luogo di Vergelle. Comunque si sia la cosa, dice lo stesso Vasari, che costui fu introdotto in Siena da certi mercanti, agenti delli Spannocchi; e che egli quivi si affaticò in studiare le opere di Jacopo della Fonte Scultore, altrimenti chiamato Jacopo della Quercia, le quali allora vi erano in gran pregio. Giovanni Antonio adunque fu così bene inclinato all’arte, e vi ebbe così buon gusto e disposizione, che dove e’ volle far bene, pochi poterono far meglio; ma come quegli, che ebbe ancora, e sempre nutrì in sé stesso lo spirito buffonesco, col quale era solito farsi largo con ogni condizion di persone, non seppe anche tenersi a segno nelle cose del mestier suo; onde lavorò bene, spesso senza studio o applicazione: in somma egli fece sempre tanto bene quanto volle, ma non moltissime furon quelle volte, che fu di tale umore. Operò in Roma, Volterra, Pisa, e, più che in altra città, in Siena, dove veggonsi, fra l’altre, alcune sue pitture di singolar bellezza, delle quali noi solamente faremo menzione, lasciando al Lettore il soddisfarsi dell’altre sopra quanto ne scrisse il Vasari. Primieramente per la Chiesa di San Francesco fece una tavola di un Cristo Deposto di Croce, colla Vergine Santissima tramortita: ed evvi un uomo armato, che voltando le spalle, fa vedere l’anterior parte nel lustro di una celata, che è quivi in terra. Per la Compagnia di San Bastiano in Camolia dipinse il bel Gonfalone, che usavan portare processionalmente, dove rappresentò la figura di San Bastiano legato all’albero. In San Domenico, alla Cappella di Santa Caterina da Siena, ove la sua Sacra Testa si conserva, dipinse due istorie, che tengono in mezzo il Tabernacolo, che contiene essa Testa: ed in quelle espresse fatti della medesima Santa, cioè: in una, a man destra, quando avendo ricevuto le stimate, giace tramortita, e questa riuscì di tanta bellezza, che essendo veduta da Baldassar Peruzzi, fecegli dire con grande asserzione, di non aver giammai veduto pittore, che così bene esprimesse l’affetto delle persone svenute e languenti, di quello, che il Soddoma aveva fatto. Siccome, secondo quello, che ci lasciò scritto l’altra volta nominato Mancini, Annibale Caracci, nel veder la tavola di San Francesco, ebbe anch’egli a dire, che il Soddoma, al certo, fra’ Pittori, fu di tanto buon gusto, che pochi de’ suoi pari eran soliti vedersi in quel genere. L’altra storia, dalla parte sinistra, non riuscì di tanta perfezione a gran segno. Lodatissima ancora fu una sua tavola dell’Adorazione de’ Magi, che fece per la Chiesa di Sant’Agostino: sopra una Porta della città, chiamata la Porta di San Viene, in un gran tabernacolo, dipinse a fresco la Natività del Signore, ed in questa istoria, nella persona di un vecchio, con un pennello in mano, ritrasse sé stesso. Sopra la porticella dipinse pure a fresco in un muro. Sopra la porta de’ Mariscotti dipinse un Cristo morto in grembo alla Madre, opera condotta a somma perfezione. Colorì molti quadri per Roma, e per diversi cittadini in Siena: e perché egli molto si dilettò di far ritratti al naturale, assai ne fece, che sarebbe lunga cosa il descrivere. Fu costui un di quelli ambiziosi cervelli, che vivendo capricciosamente, e lontano da’ modi degli altri uomini, ed in ogni cosa singolarizzandosi, pare che cerchino la gloria loro in non altro, che in farsi burlare; onde non è gran fatto, che egli, col governarsi a capriccio, e da persona poco assennata, si conducesse finalmente in tal miseria, che essendo venuto, per così dire, in odio anche a sé stesso, vecchio e povero, si condusse a morire allo Spedale: e ciò fu l’anno settantacinquesimo di sua età, e della nostra salute 1554. Furono discepoli del SoddomaBartolomeo Neroni Senese, detto per soprannome Maestro Riccio, che fu anche marito di una sua figliuola, ed erede di quel poco, che appartenente a quest’arti, rimase alla sua morte. Fu anche suo discepolo Girolamo, detto Giomo del Soddoma, che morì in giovanile età.

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GALEAZZO CAMPI, fu buon pittore, e operò di quella maniera, che noi dichiamo, antica moderna: dico di quella de’ primi tempi del Perugino, Giovanni Bellino e simili, che tenne alquanto del secco. Vedesi però di propria mano di quest’artefice il suo proprio ritratto, nella tanto rinomata Stanza de’ Ritratti de’ Pittori, nella Real Galleria del Serenissimo Granduca: il qual ritratto è condotto di assai buona maniera, e quasi in sul gusto, tanto rispetto all’attitudine, quanto rispetto al vestire del nostro Andrea del Sarto, il quale, nel tempo stesso, che fu fatta questa tal pittura, già si era reso celebre per tutta Italia e fuori. Nella deretana parte della tela si leggono in lettere antiche romane scritte le seguenti parole. Ego Galeazius Campi Annorum 53, si non me ipsum, quia homo dare, saltem imaginem meam a me elaboratam Julio Antonio, et Vincentio Antonio filiis meis reliqui pridie Idus Aprilis MDXXVIII. Dipinse egli per la Chiesa di San Sepolcro di Ferrara una tavola: e per quella di San Domenico di Cremona ne colorì un’altra, della quale fa menzione Francesco Scannelli da Forlì nel suo Microcosmo della Pittura. Il Vasari afferma, che egli dipignesse pure nella sua patria la facciata di dietro di San Francesco. Altre pitture condusse quest’artefice in essa città, le quali ne’ suoi tempi furono molto lodate; ma in processo di tempo sono state tolte di luogo, per collocarvene altre moderne. I tre figliuoli di lui già nominati, seguitarono la pittura, Antonio e Vincenzio Antonio riuscirono uomini di valore, e Antonio aggiunse alla pittura le umane lettere, come a suo luogo diremo.

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Fioriva circa il 1510. Ebbe questo Pittore i primi insegnamenti dell’arte dal Francia Bolognese; poi datosi a studiare le opere di diversi, nel vagare ch’ei fece per tutta l’Italia, si formò una maniera a modo suo, da tutte l’altre diversa, come quegli, che aveva anche un cervello così torbido, strano e fantastico, che non punto si confaceva con quello degli altri uomini. Usò egli studiare indifferentemente il buono e’l cattivo, forse a fine di ammassare gran materia, per aver molto da mettere in opera, e per sbrigarsi di ogni gran faccenda, come fu poi suo ordinario costume, e forse anche guidato da una certa sua strana opinione, che fossero degni di molto biasimo coloro, che nel suo tempo si davano allo studio della maniera di Raffaello; quasiché, com’egli diceva a ciascuno, non avesse dato la Natura tanto capitale da potersene fare una da sé, che fosse propria sua: quella poi procurando di accompagnare con una buona pratica nel disegno. Noi però non temiamo di affermare, che gli sortisse bensì il farsi una maniera di proprio capriccio, ma non già l’accompagnarla con buon disegno: e di ciò fanno fede i molti disegni di sua mano, che si trovano fra gli altri degli eccellentissimi pittori, ne’ Libri del Serenissimo di Toscana, raccolti dalla gloriosa memoria del Serenissimo Cardinale Leopoldo, ne’ quali vedesi campeggiare assai più il capriccio e la fantasticheria di quella mente, che la imitazione del vero. Moltissime furono le opere, che fece costui nella città di Bologna e fuori, a fresco e a olio; fra le quali si vede del buono e del meno buono, e anche del cattivo, forse (come di lui disse il Guercino) perch’egli ebbe i pennelli da tutti i prezzi; e forse ancora, perché simili stravagantissimi cervelli e di poca levatura, non mai stanno in un medesimo affetto, e per conseguenza in un medesimo gusto. Fra le sue migliori pitture si annoverano: una Madonna sotto il portico degli Ercolani in Galiera; una tavola nel Refettorio de’ Padri di Santa Maria Maggiore, dove figurò Maria Vergine col fanciullo in aria, e un Santo Vescovo, Santa Lucia e San Niccolò, in atto di donare le palle d’oro a tre fanciulle, le quali nella stessa tavola figurò inginocchioni. È similmente, avuta in conto di buona pittura, una facciata della Libreria di San Michele in Bosco, dove vedesi l’Eterno Padre, Gesù Cristo Crocifisso, e lo Spirito Santo in forma di colomba. Vi è Adamo genuflesso, con molte altre figure di Patriarchi e di altri Santi del Nuovo e Vecchio Testamento, e Dottori. Si portò ancora assai bene in alcune facciate di case, delle molte, che fece in Bologna, fra le quali bellissima fu una di chiaroscuro sulla piazza de’ Marsilj, dove sono assai spartimenti di storie, e un fregio di animali, che combattono fra di loro, condotti con gran fierezza ed artificio. Dipinse in Lucca storie della Croce e di S. Agostino nella Chiesa di San Fridiano, tutte piene di strani capricci, con molti ritratti d’uomini cospicui di quella città. Operò molto in Roma ed in altre città d’Italia. Il Vasari nello scrivere ch’e’ fece alcuna cosa di costui, si servì di notizie sì proprie, che veramente la fece da pittore, quanto da storico, avendo con poche parole dipinto un uomo di simil taglio, tanto al vivo, che pare propriamente, che nel leggere si vegga lui stesso; onde noi non abbiamo difficultà di portarle in questo luogo, tolte a verbo a verbo. Dice egli dunque così. Dipigneva Amico con ambedue le mani a un tratto, tenendo in una il pennello del chiaro, e nell’altra quello dello scuro. Ma quelch’era più bello e da ridere, si è, che stando cinto, aveva intorno intorno la correggia piena di pignatti pieni di colori temperati; dimodoché pareva il Diavolo di San Maccario con quelle tante ampolle: e quando lavorava con gli occhiali al naso, avrebbe fatto ridere i sassi, e massimamente se e’ si metteva a cicalare, perché chiacchierando per venti, e dicendo le più strane cose del mondo, era uno spasso il fatto suo. Verò è, che e’ non usò dir bene di persona alcuna, per virtuosa o buona ch’ella fosse, o per bontà che e’ vedesse in lei di natura o di fortuna. Fin qui il Vasari. Segue poi a dire, ch’egli ebbe gran rivalità con Bartolommeo da Bagnacavallo, a concorrenza del quale, ma alquanto peggio di lui, fece una storia della Vita di Cristo, cioè la Resurrezione; e veramente nell’invenzione di questa, quanto in ogni altra sua opera, campeggiò la stravaganza del suo cervello, avendo figurato i soldati impauriti, in pazze e strane attitudini. Ma quel ch’è peggio e molto reprensibile in chi dipinge sacre storie, fu l’aver figurato molti di essi stiacciati e morti dalla pietra del Sepolcro, caduta loro addosso, senza avere di questa particolar circostanza altro riscontro, che’l proprio capriccio. Attese Maestro Amico anche alla Scultura, e per la Chiesa di San Petronio fece un Cristo morto in braccio di Nicodemo. Giunto finalmente all’età di sessant’anni diede volta al cervello, della quale infermità poi si riebbe, se pure non fu vero quello che allora si disse, che questa fosse stata una finta pazzia.

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Originario di Firenze, pittore e architetto. Discepolo di Raffaello da Urbino, nato a Volterra l’anno 1481, morto 1536. Di questo singolarissimo Artefice, onore della città di Siena, e anche possiamo dire di Volterra e di Firenze, scrisse tanto Vasari con sì buone e sicure notizie, che a noi poc’altro riman da notare, se non quanto è necessario per l’assunto nostro, che è di soddisfare all’università dell’istoria, col dare anche di coloro, de’ quali fu da altri scritto, una sommaria informazione. E’ dunque da sapersi, come in quegli antichi, ne’ quali la nostra città era molto travagliata dalle civili discordie, un nobile cittadino di essa, chiamato Antonio Peruzzi, desideroso di quiete, si portò alla città di Volterra, dove fermò sua stanza, e l’anno 1480 si accasò. Di suo matrimonio nacque un figliuolo, che si chiamò Baldassarre, quegli, di cui ora parliamo, e di una figliuola, il cui nome fu Verginia. Occorse poi il caso del Sacco di quella città, a cagion del quale, al misero Antonio fu d’uopo, dopo aver perduto tutto il suo avere, partirsi: ed a Siena, con sua famiglia rifuggirsene, e quivi sua vita menare in gran penuria. Ma perché verissima cosa è, che bene spesso più giovano per una buona e virtuosa educazione de’ piccoli figliuoli, e per isvegliare in essi il desiderio delle virtù, le domestiche scomodità, o vogliamo dire una certa tal quale necessità di quello, che gli agi e la soverchia abbondanza non è solita fare; Baldassarre il fanciullo, che dotato era da natura di un bel genio a cose di disegno, per desiderio di sollevar sé stesso e la casa, diedesi prima alla pratica di persone dell’arte, e poi con tanto fervore agli studj della medesima, che poi poté fare gli altri progressi, che son palesi al mondo. Delle prime opere, che costui condusse in pittura, oltre ad alcune cose in Siena, fu una Cappelletta non lungi dalla Porta Fiorentina, nella nominata città di Volterra. Dipoi se ne andò a Roma, e fatta amicizia con Piero Volterrano, che operava colà per Alessandro VI Sommo Pontefice, si acconciò appresso di lui: poi stette con un ordinario pittore, che fu padre di Maturino, lavorando per esso; e finalmente avendo dato saggio di sé, cominciò ad esservi adoperato. Dipinse in Sant’Onofrio e in Santo Rocco a Ripa; poi fu condotto ad Ostia, dove in compagnia di Cesare da Milano, dipinse nel Mastio della Rocca, a chiaroscuro, storie militari de’ Romani antichi. Tornato a Roma, e incontratosi nel favore e protezione di Agostino Ghigi, poté, con suoi ajuti di costà, trattenersi a maggiori studj dell’arte sua, e particolarmente di cose di architettura, per le quali non gli fu di poco giovamento la concorrenza di Bramante, che in que’ tempi faceva gran figura. Molto ancora si applicò alla prospettiva; onde dipinse poi le belle cose, che si veggono di sua mano in Roma, toccanti tale facoltà: ed inventò le nobili prospettive per le commedie, che si fecero ne’ tempi di Papa Leone, le quali, per fuggir lunghezza, e perché da altri furono raccontate, tralascio. Avendo egli dipinta la facciata della casa di Messer Ulisse da Fano, con istorie di Ulisse, cominciò ad entrare in credito d’uomo singolare nella pittura; né minor gloria gli procacciò il bel modello, che egli fece di sua invenzione del Palazzo di Agostino Ghigi, il quale egli medesimo dipoi adornò al di fuori con istorie di terretta; siccome vi dipinse le prospettive della Sala, e le istorie di Medusa nella loggia in sul giardino: dove alcune cose condusse ancora Fra Bastiano del Piombo, della sua prima maniera; e dove fece anche il gran Raffaello da Urbino la Galatea rapita da i Marini. È di sua mano la facciata, dipinta a prospettive, della casa che fu di Jacopo Strozzi, per andare in Piazza Giudea. Dipinse per Ferrando Ponzetti o Puccetti, poi Cardinale, la Cappella nella Pace, con piccole istorie del Vecchio Testamento, ed alcune figure grandi; e per la medesima Chiesa condusse la bellissima storia di Maria Vergine nostra Signora, che sale al Tempio, e tennesi alla maniera di Giulio Romano e di Raffaello. Coll’occasione, che fu dato il bastone di Santa Chiesa al Duca Giuliano de’ Medici, dovendosi dal Popolo Romano fare il solenne apparato, fu a Baldassarre data incumbenza di fare uno de’ sei gran quadri, alto sette canne, e largo tre e mezzo, in cui rappresentò quando Giulia Tarpea fece il tradimento a’ Romani; e fece la prospettiva per la tanto celebre commedia, che allora fu recitata; ed anche infinite altre architetture e prospettive, le quali tutte cose furono stimate le migliori, che si fossero vedute in quelle feste. Per Francesco Bozzio, vicino alle case degli Altieri, dipinse la facciata con istorie di Cesare, nel fregio della quale ritrasse al vivo tutti i Cardinali allora viventi, e i dodici primi Imperadori. Chiamato a Bologna a fare il modello della facciata di S. Petronio, fu ricevuto nella casa del Conte Giovambatista Bentivogli, nella quale fece modelli, piante e profili bellissimi per quella fabbrica, operando ad oggetto di non rovinare il vecchio, ma di adattarlo con bella grazia alle sue nuove invenzioni. Mentre che egli si trattenne in quella casa, fece pel detto Conte Gio. Battista un maraviglioso disegno a chiaroscuro della Natività di Cristo, e visita de’ Magi, che poi fu da quel Signore fatto mettere in opera in pittura da Girolamo Trevigi; e oggi si conserva l’istesso disegno, come cosa rarissima, in Firenze dagli eredi del Conte Prospero Bentivogli, fra l’altre cose di gran pregio, che possiede quella nobilissima casa in simil genere, come quella che fu sempre amatrice di queste belle arti, siccome di ogni altra virtù. Fece similmente Baldassar Peruzzi, per la Chiesa di San Michele in Bosco, il disegno della Porta; e quello del Duomo di Carpi, nella qual città diede principio all’edificazione della Chiesa di San Niccola: e furono ancora con suo disegno fatte le fortificazioni della città di Siena. In Roma molte bellissime fabbriche furono fatte con suo modello, e molte ancora coll’assistenza di lui ebbero loro fine, che da altri erano state incominciate. Parve che al pari di sua virtù fosse questo artefice accompagnato dalla disgrazia; imperciocché piccioli furono per lui gl’infortunj, che detti abbiamo, a paragone di quei tanti, che gli convenne sostenere dipoi nel rimanente di sua vita. Trovavasi egli tuttavia in Roma l’anno 1527 quando occorse il fiero caso del crudele saccheggiamento; onde al povero Baldassarre, oltre alla prigionia in mano degli Spagnuoli, toccò a sostenere, per opera de’ medesimi, grand’ingiurie e strapazzi. Avendolo poi quegli riconosciuto per pittore e per uomo singolare, gli bisognò per guiderdone de i pessimi trattamenti, far loro il ritratto di Borbone stesso, che poc’anzi a costo della propria vita, scarsa ricompensa della di lui crudele malvagità, aveva fatto tanti danni, e posto in tante lagrime quella sempre gloriosa città. Fatto ch’egli ebbe il ritratto di Borbone, prese la strada per ritorno a Siena, dove, a cagione di nuova invasione, patita in quel viaggio da’ malandrini, o dagli sparsi soldati, giunse finalmente scalzo e ignudo; ma perché egli portava con seco sé stesso, e conseguentemente il gran nome acquistatosi in Roma, e la propria virtù, non gli mancò chi si tenesse a grand’onore di rimetterlo bene in arnese, e provvederlo decentemente in tanta sua calamità. Poi vi fu provvisionato dal pubblico; ma fermati che furono i rumori, e purgati i sospetti, egli se ne tornò a Roma, dove più che mai diedesi agli studj di architettura e delle mattematiche: e cominciò a scrivere un libro delle antichità di Roma, ed un Comento di Vitruvio, facendo luogo per luogo disegni e figure per espressione de’ concetti di quell’Autore. In questo tempo fece il disegno per un Palazzo de’ Massimi, da fabbricarsi in forma ovale, con un vestibolo di colonne doriche nella facciata dinanzi. Venuto finalmente l’anno 1536 e del nostro artefice il cinquantesimoquinto, trovandosi egli aggravato dalle molte fatiche, sopraggiunto da gravissime infermità, fece da quest’all’altra vita passaggio, e nella Chiesa della Rotonda, accompagnato il suo corpo da tutti i professori, fu sepolto presso al luogo, ove già al cadavere del gran Raffaello era stata data sepoltura. La morte di questo uomo singolare fu di estremo dolore agli intendenti, e di danno inestimabile alla città di Roma, a cagione delle grandi opere, particolarmente d’architettura, pubbliche e private, che doveano aver da lui incominciamento e fine: e molto ne patì la Basilica di San Pietro, per la cui terminazione egli era stato destinato da Paolo III in compagnia d’Antonio da San Gallo. Fu Baldassarre Peruzzi gran disegnatore, inventore maraviglioso, e molto imitatore della maniera di Raffaello . Veggonsi i suoi disegni, tocchi d’acquerelli a chiaroscuro con numero grandissimo di figure, e abbigliamenti nobili, nella raccolta della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana. Molti furono i discepoli di Baldassarri nella pittura e architettura, e fra questi un tal Francesco Senese, Virgilio Romano, Antonio del Rozzo, il Riccio, l’uno e l’altro Senesi, e Giovambatista Peloro architetto. Ricevette anche da Baldassarre buoni precetti di architettura, un certo Tommaso Pomarelli, cittadino di Siena, il quale talvolta operò in compagnia di lui: e dicesi, che al tempo di Pandolfo Petrucci, pensando i Senesi di fare un fosso, che doveva giugnere fino al mare, ed i portici della Piazza, ne fossero con invenzione del Petrucci delineate le piante dallo stesso Pomarelli: siccome quelle ancora del primo e secondo ricinto della medesima città. Ancora fu scolare del Peruzzi, Girolamo, detto Momo da Siena, che operò bene in pittura, del quale si videro molte cose in Roma, e particolarmente la Cappella della Trasfigurazione in Araceli, e un quadro sopra la porta della Sagrestia in sulla maniera di Raffaello : ed aveva anche dipinto dietro all’Altar maggiore nella Chiesa di San Gregorio: ed è certo, che se a questo artefice non avesse la morte troppo presto troncato il filo della vita, egli sarebbe pervenuto in quell’arte a gran segno. Cecco Sanese fu pure discepolo del Peruzzi, e fece in Roma l’Arme del Cardinale di Trani in Piazza Navona, ed altre opere.

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Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva circa il 1520. Uscì questo Pittore dalla scuola di Raffaello, e fecesi eccellente nelle prospettive, più che in altra cosa. Affermano i professori dello stato d’Urbino, esser di sua mano in essa città, nella Chiesa degli Zoccolanti, a man destra dell’Altar maggiore, una grande storia, con una bella prospettiva; e appresso diverse persone trovarsi altri quadri di prospettive. Il Vasari dice, che egli, nella stessa città, dipignesse la tavola della Chiesa di Santa Maria Dolabella. Questi fu quel Fra Bartolommeo da Urbino, che insegnò l’arte del disegno e della pittura a Bramante da Casteldurante, che riuscì poi singolarissimo architetto.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520. Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina di Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera. Stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti. A cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori.

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Or qui bisogna prima, che sappia il mio lettore, che costui dell’anno 1566, quattro anni avanti alla sua morte, che seguì poi in Firenze l’anno 1570, aveva scritte in gran parte di proprio pugno, un grosso e assai curioso volume di tutto il corso della sua vita, fino a quel tempo, il qual volume oggi si trova, fra molte degnissime e singolari memorie, nella Libreria degli Eredi di Andrea Cavalcanti, che fu Gentiluomo eruditissimo, e delle buone arti amico. Di questo manoscritto, parlando pure del Cellino, ne fece menzione il Vasari, ma il detto Vasari, che pure seppe essere al mondo quest’opera, per mio avviso, non la vide e non la lesse: perché se ciò fosse seguito, egli vi avrebbe trovata una certa maniera di parlare della propria persona sua; che io non so poi, come gli fosse potuto venir fatto il dire del Cellino, anche così in generale, tanto bene, quanto ei ne disse; se noi non volessimo credere, che ciò egli facesse, per rendergli bene per male, o veramente, perch’e’ n’avesse paura, perché egli era uomo delle mani, e di tal sorte di colore, come noi sogliamo dire, che fanno egualmente scuotere le acerbe e le mature; ma ciò sia detto per passaggio. Conclude adunque il Cellino in quell’opera, che questa sua venuta in Francia, e i gran lavori, ne’ quali egli fu subito impiegato, non furono di molto gusto del Primaticcio, che già appresso al Re si era guadagnato credito di primo virtuoso in queste arti; onde al Cellino toccò poi a cadere in molte disgrazie: ed ebbe anche a liberar sé stesso violentemente da non poche persecuzioni, che del continuo gli preparavano coloro, a cui premevano gli avvantaggi e di guadagno e di gloria del Primaticcio. Il racconto è curioso, e per la sincerità e semplicità, onde egli è portato, e per altri titoli ancora. Né io saprei meglio esplicare ciò che ei volle, se non col portare in questo luogo le stesse parole di Benvenuto; e perciò fare concedamisi l’incominciare che io farò alquanto dalla lontana, non tanto perché meglio s’intenda l’origine delle male sodisfazioni seguite fra questi due, quanto per dare, con tale occasione, diverse notizie di cose seguite in que’ tempi, degne di sapersi. Dice egli adunque così: Avendo fra le mani le suddette opere, cioè il Gioved’argento già cominciato, la detta Saliera d’oro, il gran Vaso d’argento, le dette due Teste di bronzo, sollecitamente in esse opere si lavorava. Ancora detti ordine a gettare la base del detto Giove, quale feci di bronzo, ricchissimamente piena d’ornamenti, infra’ quali ornamenti iscolpii, in bassorilievo, il ratto di Ganimede: dall’altra banda poi Leda e’l Cigno. Questa gettai di bronzo, e venne benissimo: ancora ne feci un’altra simile per porvi sopra la statua di Giunone, aspettando di cominciare questa ancora, se il Re mi dava l’argento da poter fare tal cosa. Lavorando sollecitamente, avevo messo di già insieme il Gioved’argento; ancora avevo messo insieme la Saliera d’oro, il Vaso era molto innanzi, le due Teste di bronzo erano già finite. Ancora avevo fatto parecchie operette al Cardinale di Ferrara: di più, un vasetto d’argento, riccamente lavorato, avevo fatto per donare a Madama di Tampes. A molti Signori Italiani, cioè il Sig. Piero Strozzi, il Conte d’Anguillara, il Conte di Pitigliano, il Conte della Mirandola, e molti altri, avevo fatte molte opere: e tornando il mio gran Re, come io ho detto, avendo tirate innanzi benissimo quelle sue, il terzo giorno venne a casa mia con molta quantità della maggior nobiltà della sua Corte, e molto si maravigliò delle tante opere, che io avevo innanzi e a così buon porto tirate; e perché era seco la sua Madama di Tampes, cominciarono a ragionare di Fontanablò. Madama di Tampes disse a Sua Maestà, ch’egli avrebbe dovuto farmi fare qualcosa di bello per ornamento della sua Fontanablò. Subito il Re disse: egli è ben fatto quel che voi dite, e adesso adesso mi voglio risolvere, che là si faccia qualcosa di bello; e voltatosi a me, mi cominciò a domandare quello, che mi pareva di fare per quella bella Fonte. A questo io proposi alcune mie fantasie, e ancora Sua Maestà disse il parer suo: dipoi mi disse, che voleva andare a spasso per quindici o venti giornate a San Germano dell’Aia, quale era dodici leghe discosto da Parigi: e che in questo tempo io facessi un modello per questa sua bella Fonte, con le più ricche invenzioni che io sapessi, perché quel luogo era la maggior ricreazione ch’egli avesse nel suo Regno; però mi comandava e pregava, ch’io mi sforzassi di far qualcosa di bello: ed io tanto gli promessi. Vedute che ebbe il Re tante opere sì innanzi, disse a Madama di Tampes: Io non ho mai avuto uomo di questa professione, che più mi piaccia, né che meriti più d’esser premiato di questo; però bisogna pensare di fermarlo, perch’egli spende assai, ed è buon compagnone, e lavora assai; onde è necessità, che da per noi ci ricordiamo di lui: il perché, se considerate, Madame, tante volte, quante egli è venuto da me, è quanto io son venuto qui, non ha mai domandato niente; il cuor suo si vede esser tutto intento all’opere, e bisogna fargli qualche bene presto, acciocché noi non lo perdiamo. Disse Madama di Tampes: Io ve lo ricorderò; e partironsi. Io mi messi in gran sollecitudine intorno all’opere mie cominciate: e di più messi mano al modello della Fonte, e con sollecitudine lo tiravo innanzi. In termine d’un mese e mezzo il Re tornò a Parigi: ed io, che avevo lavorato giorno e notte, l’andai a trovare, e portai meco il mio modello. Erano di già cominciate a rinnovarsi le diavolerie della guerra fra l’Imperadore e lui, dimodoché io lo trovai molto confuso: pure parlai col Cardinale di Ferrara, dicendogli, ch’io avevo meco certi modelli, i quali mi aveva commesso Sua Maestà: così lo pregai, che se e’ vedeva tempo di dir qualche parola, perché si potessero mostrare, credevo che il Re n’avrebbe preso molto piacere. Il Cardinale propose i modelli al Re, il quale venne subito dove essi erano. In prima io aveva fatto la porta del Palazzo di Fontanablò: e per alterare il manco ch’io potevo l’ordine della porta, che era fatta a detto palazzo, quale era grande e nana, di quella lor mala maniera Franciosa, la quale era poco più d’un quadro, e sopra esso un mezzo tondo stiacciato a uso di manico di canestro: e perchè in questo mezzo tondo il Re desiderava d’averci una figura, che figurasse Fontanablò; io detti bellissima proporzione al vano: dipoi posi sopra detto vano un mezzo tondo giusto, e dalle bande feci certi piacevoli risalti, sotto i quali, nella parte da basso, che veniva a corrispondenza di quella di sopra, posi un zocco, e altrettanto di sopra: e in cambio di due colonne, che mostrava che si richiedessero, secondo le modinature fatte di sotto e di sopra, avevo fatto un Satiro in ciascun de’ siti delle colonne. Questi era più che di mezzo rilievo, e con uno de’ bracci mostrava di regger quella parte, che tocca alle colonne: nell’altro braccio aveva un grosso bastone, con la sua testa ardito e fiero, qual mostrava spavento a’ riguardanti. L’altra figura era simile di positura, ma era diversa e varia di testa, ed alcune altre tali cose aveva in mano: una sferza con tre palle, accomodate con certe catene. Sebbene io dico Satiri, questi non avevano di Satiro altro, che certe piccole cornetta, e la testa caprina, tutto il resto era umana forma. Nel mezzo tondo avevo fatta una femmina, in bell’attitudine, a diacere. Questa teneva il braccio manco sopra il collo di un cervio, quale era una dell’imprese del Re: da una banda avevo fatto, di mezzo rilievo, certi caprioletti e porci cingnali, e altre selvaggine di più basso rilievo: dall’altra banda cani, bracchi e levrieri di più sorte, che produce quel bellissimo bosco, dove nasce la Fontana. Aveva dipoi tutta questa opera ristretta in un quadro oblungo: e negli angoli del quadro di sopra, in ciascuno, avevo fatta una Vittoria in basso rilievo, con quelle facelline in mano, come hanno usato gli antichi. Di sopra al detto quadro avevo fatta la Salamandra, propria impresa del Re, con molti ornamenti a proposito della detta opera, quale mostrava d’essere di ordine Jonico. Veduto il Re questo modello, subito lo fece rallegrare, e lo divertì da que’ ragionamenti fastidiosi, in ch’egli era stato più di due ore. Vedutolo io lieto a mio modo, gli scopersi l’altro modello, quale punto non aspettava, parendogli d’aver veduto assai opera in quello. Questo modello era grande più di due braccia, nel quale avevo fatto una fontana, in forma d’un quadro perfetto, con bellissime scale intorno, quali s’intrassegnavano l’una nell’altra, cosa che mai più non s’era veduta in quelle parti, e rarissimamente s’era veduta in queste. In mezzo a detta fontana avevo fatto un sodo, il quale si dimostrava un poco più alto della fontana; e sopra questo sodo avevo fatto, a corrispondenza, una figura ignuda di molta bella grazia. Questa teneva una lancia rotta nella mano destra, elevata in alto: e la sinistra teneva in sul manico una storta, fatta di bellissima forma: posava in sul piè manco, ed il ritto teneva in su un cimiere, riccamente lavorato: e in su i quattro canti della fontana avevo fatto in su ciascuno una figura a sedere, elevata con molte sue vaghe imprese per ciascuna. Cominciommi a domandare il Re, che bella fantasia era quella, dicendomi, che tutto quello, che avevo fatto alla porta, senza domandarmi di nulla, egli l’aveva inteso; ma che questo, sebbene gli pareva bellissimo, nulla non intendeva: e ben sapeva, ch’io non avevo fatto come gli altri sciocchi, che sebbene facevan cose con qualche poca di grazia, le facevano senza significato nessuno. A questo, messimi già in ordine, risposi che essendo piaciuto il mio fare, volevo bene, che altrettanto piacesse il mio dire. Sappiate, dissi, Sacra Maestà, che tutta quest’opera piccola è benissimo misurata a piedi piccoli, qual mettendo poi in opera, verrà di questa medesima grazia, che voi vedete. Quella figura di mezzo si è 54 piedi. A questa parola il Re fece grandissimo segno di maravigliarsi: ed io soggiunsi: Ell’è fatta per figurare lo Dio Marte: quest’altre quattro figure son fatte per Virtù, di che si diletta e favorisce tanto Vostra Maestà. Questa a man destra è figurata per la Scienza di tutte le lettere: vedete ch’ella ha il suo contrassegno, qual dimostra la Filosofia, con tutte le sue virtù compagne; quest’altra dimostra essere tutta l’Arte del disegno, cioè Scultura, Pittura e Architettura: quest’altra è figurata per la Musica, qual si conviene per compagnia a tutte queste scienze. Quest’altra, che si dimostra tanto grata e benigna, è figurata per la Liberalità, che senza lei non si può dimostrare nessuna di queste mirabili virtù. Questa statua di mezzo, grande, è figurata per Vostra Maestà istessa, quale è un Dio Marte, essendo Voi solo bravo nel mondo: e questa bravura Voi l’adoperate giustamente e santamente, in difesa della gloria Vostra. Appena egli ebbe tanta pazienza, che e’ mi lasciasse finir di dire, che levata gran voce, disse: Veramente io ho trovato un uomo secondo il cuor mio. E chiamò i Tesaurieri ordinarj, e gli disse, che mi provvedessero tutto quel che mi faceva di bisogno, e fosse grande spesa quanto si volesse: poi a me dette in sulla spalla colla mano, dicendomi: Mon Amy, che vuol dire, Amico mio; Io non so qual sia maggior piacere, o quello d’un Principe d’aver trovato un uomo secondo il suo cuore, o quello di quel virtuoso, d’aver trovato un Principe, che gli dia tanta comodità, ch’egli possa esprimere i suoi grandi e virtuosi concetti. Io risposi, che se era quello, che diceva Sua Maestà, era stata maggior ventura la mia. Rispose ridendo: Diciamo che ella sia eguale: e partimmi con grande allegrezza, e tornai alle mie opere. Volle la mia mala fortuna, ch’io non fui avvertito di fare altrettanta commedia con Madama di Tampes, che sapute la sera tutte queste cose, ch’eran corse dalla propria bocca del Re, le generò tanta rabbia velenosa nel petto, che con isdegno ella disse: Se Benvenuto mi avesse mostrato l’opera sua, m’avrebbe dato causa di ricordarmi di lui a suo tempo. Il Re mi volle scusare, ma nulla s’appiccò. Io che tal cosa intesi, ivi a quindici giorni, che girato per la Normandia a Rotano e Diepa, dipoi erano ritornati a San Germano dell’Aia; presi quel bel vasetto, ch’io avevo fatto a riquisizione della detta Madama di Tampes, pensando, che donandogliele, dovessi riguadagnare la sua grazia. Così lo portai meco; e fattole intendere per una sua nutrice, alla quale mostrai il vaso, ch’io l’avevo fatto per la sua Signora, e che io glielo volevo donare; la detta nutrice mi fece carezze smisurate, e mi disse, che direbbe una parola a Madama, la quale non era ancor vestita: e che subito detta, gliele metterebbe in camera. La Nutrice disse il tutto a Madama, la quale rispose sdegnatamente: Ditegli, che aspetti, io ho inteso.

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Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva nel 1520. Questo Pittore fece molti ritratti al naturale d’uomini singolari de’ suoi tempi, in Roma, in Bologna ed in altre, fra’ quali quello di Giulio III, di Monsignor di Fois, morto nella città di Ravenna, e di Massimiliano Sforza. Dipinse con maestro Biagio Bolognese, tutta la Chiesa di San Michele in Bosco, nella quale fece esso una tavola, che fu posta alla Cappella di San Benedetto. Dipoi colorì molte cose nella Cappella di mezzo della Chiesa di Santa Maria Maggiore; e nella Chiesa di San Giuseppe de’ Servi fuori di Bologna, dipinse la tavola dell’Altare maggiore, dove figurò lo Sposalizio di esso Santo, con Maria sempre Vergine. In Santa Colomba di Rimini, a concorrenza di Benedetto da Ferrara e di Lattanzio, colorì una tavola di Santa Lucia; e nella tribuna maggiore dipinse la Coronazione della Madonna, i dodici Apostoli, e’ quattro Evangelisti. Portatosi a Napoli, fece in Monte Oliveto la tavola de’ Magi, nella Cappella di Monsignor Vescovo Aniello, e in Sant’Aniello un’altra simile, con Maria Vergine, San Paolo e San Giovambatista: e nella medesima città fece molti ritratti al naturale. Aveva questo pittore, già pervenuto all’età di sessantanove anni, co’ suoi lavori, e coll’ajuto di un parco e austero vivere, messa insieme buona somma di danari, co’ quali tornatosi a Roma, fu da alcuni suoi finti amici, o vogliam dire veri nimici, consigliato, per custodia di quella sua cadente età, a pigliar moglie. Fecelo l’imprudente vecchio; ma non l’ebbe appena condotta a casa, che si avvide, come ne lasciò scritto il Vasari, essergli stata posta accanto per isposa una vituperosa meretrice, per opera e comodo di coloro, che avevano manipolato l’impiastro: di che accortosi il povero uomo, s’accorò tanto, che in brevi giorni di dolore si morì.

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Discepoli di Raffaello da Urbino, fiorivano nel 1525. Non mandò mai la Natura al mondo alcun lume di prima grandezza in qualsifosse arte o scienza, che essa non intendesse, per mezzo di quello, partorire altri splendori, in gran numero, per isgombrare da’ secoli presenti e da’ futuri ancora, le caligini dell’ignoranza, e farli godere della luce, che seco portano le operazioni lodevoli degli uomini virtuosi; onde non è maraviglia, che al risplender che fece in Roma, in tutta Italia e fuori, il valore nell’arte della Pittura del gran Raffaello da Urbino, ben presto si vedessero sorgere tanti e così eccellenti artefici, che ben si potea dire avventurato, non solo quel secolo e questo presente, ma altri ancora, a’ quali, per l’avvenire, la spietata tirannia del tempo, non toglierà così presto l’esser partecipi delle singolarissime opere loro. Uno di questi per certo fu il celebratissimo Pulidoro da Caravaggio di Lombardia , che si può dire, che fino dal ventre della madre portasse col genio l’abilità e, stetti per dire, in quest’arte la maestria medesima. Questi, nato di umilissimi parenti, astretto da povertà, fu necessitato ad esercitare fino all’età di diciotto anni il mestiere del manovale, in quel tempo appunto, che in Roma la sempre gloriosa memoria di Leon X faceva fabbricare le Logge. Nel cominciarsi poi quelle a dipignere da Giovanni da Udine e dagli altri, sotto la scorta di Raffaello, il giovanetto forte portato da natura, non poté contener-si di non dar fuori il gran genio, ch’egli aveva a quell’arte; e fatta amicizia con tutti que’ pittori, e più che ogni altro, con Maturino Fiorentino, tanto s’avanzò nell’intelligenza degli ottimi precetti di quella, che in pochi mesi diede di sé stesso non ordinario stupore, e in disegno e in invenzione avanzò tutti gli altri giovani di quella scuola. Era però il colorito, tanto del Caravaggio, quanto dell’inseparabile suo compagno e imitatore Maturino, non tanto vivace ed allegro, quanto quello degli altri loro condiscepoli: alla qual cosa avendo l’uno e l’altro fatta riflessione, e osservato, che Baldassarri da Siena aveva dipinte alcune facciate di case a chiaroscuro, deliberarono (pigliando strada più corta) lasciar le difficultà del colorito, e attenersi con grande studio a tutte l’altre parti della pittura, col rappresentar sempre l’opere loro solamente in chiaroscuri. Fatta questa deliberazione, fecero questi due una così stretta comunione e di volontà e d’opere e d’avere, che se non fosse stato poi il sacco di Roma, non avrebbe avuto forza per dividerla, altri che la stessa morte. La prima opera che facessero, fu una facciata, in essa città di Roma, a Monte Cavallo, rimpetto a San Silvestro, nella quale furono ajutati da Pellegrin da Modana, che era assai avanzato nella pratica, e diede loro grande animo. Un’altra ne fecero rimpetto alla porta del fianco di San Salvatore in Lauro. Dipinse una storia dalla porta del fianco della Minerva, e una facciata a Ripetta sopra Santo Rocco, dove fecero vedere una quantità di mostri marini, lavorati con grande artificio. Dieronsi poi a studiare l’antichità di Roma, che non restò cosa o sana o rotta ch’essa si fosse, che e’ non disegnassero; donde cavarono l’ottima maniera ed invenzione de’ chiaroscuri, che fecero poi, come può ciascuno riconoscere dall’opere medesime. Fecero sulla Piazza di Capranica una facciata colle Virtù Teologali, e un bel fregio sotto le finestre, con altri vaghi componimenti. In Borgo nuovo dipinsero una facciata a sgraffio: un’altra sul canto della Pace; una nella casa degli Spinoli verso Parione; una del trionfo di Cammillo, con un antico sacrificio vicino a Torre di Nona. Verso Sant’Angelo una bellissima facciata con la storia di Perillo, messo nel Toro di bronzo, da sé inventato; fecero in una casa della strada, che va all’immagine di Ponte; un’altra alla Piazza della Dogana, allato a Santo Eustachio, con bellissime battaglie: e in somma tante e tante ne dipinsero, che troppo lungo sarebbe il descriverle. Lavorarono nel giardino di Stefano del Bufalo, storie del Fonte di Parnaso: ed in altre case di nobili persone, fecero infinite pitture di camere, e fregi a fresco e a tempera; tantoché si può dire, in un certo modo, che non rimanesse in Roma casa, vigna, o giardino, dove questi due gran maestri non facessero opere. Occorse intanto lo strano caso del Sacco di Roma l’anno 1527 onde rifuggitosi ognuno, chi qua e chi là, Maturino ancor egli si fuggì, e poco dopo, a cagione, come si crede, de’ gran disagi patiti in quelle comuni miserie, sopraggiunto da morbo pestilenziale, nella stessa città di Roma finì i giorni suoi, ed in Santo Eustachio fu sepolto. Polidoro si portò a Napoli, dove pel poco gusto, ch’ei trovò in quella gente, delle cose di disegno e di pittura, a principio, poco ne mancò, che non si morisse di fame, essendosi fino condotto a lavorare a giornate con certi pittori: pe’ quali fece di sua mano, in Santa Maria della Grazia, nella Cappella maggiore, un San Pietro; e per un Conte dipinse una volta a tempera, una facciata, un cortile e logge, che tutte riuscirono opere meravigliose. In Sant’Angelo, allato alla Pescheria, fece alcuni quadri ed una tavola a olio. Ma vedendo finalmente non esser egli, e la propria virtù in quella città più che tanto ricevuta e stimata, se n’andò a Messina, dove gli fu dato molto da operare a olio, e fece gli archi trionfali, coll’occasione della passata di Carlo V dall’impresa di Tunis, e molte altre pitture. Desiderava egli vivamente di tornarsene a Roma, ritenuto da tal resoluzione solamente da una donna, che egli troppo teneramente amava. Ma in fine prevalendo in lui l’amor di Roma all’amor dell’amata, rotto ogni laccio, deliberò di colà portarsi; ma non già gli riuscì il veder Roma, perché fu sopraggiunto da una morte miserabile, se crediamo a quanto ne scrisse il Vasari con le seguenti parole: Levò dal Banco una buona quantità di danari, ch’egli aveva, e risoluto al tutto si partì. Aveva Pulidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a’ danari di Pulidoro, che a lui; ma per avergli così sul Banco, non poté mai porvi su le mani, e con essi partirsi; per lo che caduto in un pensiero malvagio e crudele, deliberò la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici dargli la morte, e poi partire i danari fra loro. E così sul primo sonno assalitolo, mentre dormiva forte, ajutato da coloro, con una fascia lo strangolò, e poi datogli alcune ferite, lo lasciarono morto: e per mostrar che essi non l’avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo, che o i parenti o altri, in casa l’avessero ammazzato. Diede dunque il garzone buona parte di danari a que’ ribaldi, che sì brutto eccesso avevan commesso, e quindi fattigli partire, la mattina piangendo, andò a casa un Conte, amico del maestro morto; ma per diligenza, che si facesse in cercar molti dì chi avesse cotal tradimento commesso, non venne alcuna cosa alla luce. Ma pure, come Dio volle, avendo la natura e la virtù a sdegno d’esser per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesse non ci aveva, dire, che impossibile era, che altri, che tal garzone l’avesse assassinato. Per lo che il Conte gli fece porre le mani addosso: e alla tortura messolo, senza che altro martirio gli dessero, confessò il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie infocate, per la strada, tormentato, e ultimamente squartato. Ma non per questo tornò la vita a Pulidoro, né alla Pittura si rese quell’ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era più stato al mondo; per lo che, se allora che morì, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta l’invenzione, la grazia e la bravura nelle figure, dell’arte, felicità della natura e della virtù, nel formare in un corpo così nobile spirito, e invidia ed odio crudele di così strana morte nel fato e nella fortuna sua: la quale, sebbene gli tolse la vita, non gli torrà per alcun tempo il nome. Furono fatte l’esequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina, e nella Chiesa Cattedrale datogli sepoltura l’anno 1543. Tale dunque fu l’infelice fine di questi due grandi artefici, i quali, per la gran virtù loro, meritano di rimaner per sempre nella memoria degli uomini. Furono Pulidoro e Maturino bravissimi nell’operare, come ben mostrano le loro pitture: e quantunque Maturino non fosse così efficacemente portato dal genio e dalla natura alle cose dell’arte, quanto Pulidoro; contuttociò, e colla pazienza e col lungo studio, e coll’imitazione dell’opere del compagno, si portò sì bene, che l’uno e l’altro insieme, condussero sempre le cose loro, senza che apparisse fra esse differenza alcuna. Furono i primi, che pel grande studio fatto sopra tutto l’antico, arrivassero ad esprimere eccellentemente gli abiti, le fisionomie, i sacrificj, i vasi, l’armi, ed ogni altro strumento sacro o profano, servendosi di essi con sì esatta osservanza degli antichi costumi, che hanno dato gran gusto, ed anche qualche lume agli eruditi. Il tutto poi si vede accompagnato con invenzione, varietà, nobiltà e disegno tanto eccellente, che già quasi in due secoli trascorsi, non si sono vedute pitture in Roma, che sieno state e sieno tuttavia tanto studiate da ogni nazione, quanto quelle di costoro, che veramente hanno mostrato agli amatori dell’arte, il modo di farsi universali in ogni sorte di lavoro: e ne vanno attorno infinite copie in istampa. Questa loro eccellenza però fu intorno a’ chiaroscuri, bronzi e terretta; perché nel colorito valsero tanto poco, che, quel che si vede in Roma di loro mano, che sono alcune poche cose, non punto gli distingue da ogni altro pittore. Ben è vero, che Pulidoro, nel tempo, ch’ei visse in Messina, ebbe tante occasioni di dipignere a olio figure colorite, che nell’ultimo della vita sua, avendovi già acquistata buona pratica, vi fece opere lodevoli: e fra l’altre fu stimata bellissima e di vago colorito, una tavola di un Cristo portante la Croce, con un gran numero di figure, appropriate alla storia, che fu l’ultima opera, che vi facesse; perché poco dopo egli, per giusto e occulto giudizio d’Iddio, fece l’infelice morte, che sopra abbiamo raccontato.

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Dopo, che il Morto da Feltro Pittore, ebbe fatti grandi studj per l’anticaglie e grotte della città di Roma, per segnalarsi, come fece, nel bel modo di dipignere grottesche, vennesene a Firenze. Ricevettelo nella propria sua casa Andrea Feltrini, che fino allora, sotto la disciplina di Cosimo Rosselli, aveva atteso alla pittura, ed a lungo andare avendo osservata la bizzarra e nuova maniera del Morto, talmente s’invogliò di quell’arte, che a quella in tutto e per tutto si diede; onde in breve tempo, non solo operò ottimamente di grottesche; ma quelle arricchì di molte e belle invenzioni. Incominciò a far le fregiature maggiori più copiose e piene, di maniera al tutto diversa dall’antica, accompagnandole con figure. Inventò capriccioso modo di dipignere le facciate delle case, che oggi si dice a sgraffio, quale io non saprei meglio descrivere, che colle proprie parole del Vasari; dice egli dunque. Costui cominciò a dar principio di far le facciate delle case e palazzi nell’intonacato della calcina, mescolata con nero di carbon pestato, ovvero paglia abbruciata, che poi sopra questo intonacato fresco dandovi di bianco, e disegnate le grottesche con quei partimenti, ch’ei voleva, sopra alcuni cartoni, spolverandogli sopra l’intonaco, veniva con un ferro a graffiar sopra quello, talmenteché quelle facciate venivano disegnate tutte da quel ferro, e poi raschiato il bianco de’ campi di queste grottesche, che rimaneva scuro, le veniva ombrando, o col ferro medesimo tratteggiando con buon disegno, tutta quell’opera con acquerello liquido, come acqua tinta di nero, andava ombrando, che ciò mostra una cosa bella, vaga e ricca da vedere. Fin qui il Vasari. Di questo modo dipinse egli in Firenze la facciata della casa de’ Gondi in Borgo Ognissanti, quella de’Lanfredini lung’Arno, tra’l Ponte a Santa Trinita e la Carraja verso Santo Spirito, quella de’ Sertini da San Michele di piazza Padella, oggi detta degli Antinori, quella già di Bartolommeo Panciatichi sulla piazza degli Agli, oggi de’ Ricci, e la facciata della Chiesa della Santissima Nunziata sopra il primo Chiostro. Fu Andrea molto adoperato in occasione di nozze e d’esequie, e d’ogni altra sorte d’apparato, e assai operò per la Serenissima Casa de’ Medici. Sono in Firenze, per le case de’ particolari, lavori finiti di sua mano, di fregiature, soffitte, cassoni, forzieri, e simili, tutti bellissimi. Fece con molta grazia, varietà e bellezza, disegni di ogni sorte di drappi e di broccati, che aggiunti alla nobiltà della materia ed eccellente maestria, con che si fabbricarono sempre nella città di Firenze simili cose, riuscirono desideratissimi per tutto il mondo. Fu però Andrea uomo tanto timoroso, che mai non volle pigliar lavoro sopra di sé, non bastandogli l’animo, dopo fatta l’opera, di farsi pagare, al contrario di tanti, e poi tanti, che dopo essersi fatti pagare, mai non lavorano, e piuttosto volle in bottega far la seconda, che l’ultima figura, benché in vita nel suo mestiere non avesse pari. Dalla medesima cagione derivò il conoscer che fece così poco la propria virtù, che potendo con poca fatica farsi ricco, contuttociò stando sempre al lavoro come un giumento, fecesi pagare scarsissimamente. Fu malinconico per natura, al che aggiunta l’incessante applicazione alle cose dell’arte, fu più volte in pericolo di esser per forza dell’umor malinconico, portato a male risoluzioni di sé, pur tuttavia volle Iddio ajutar la bontà di esso, perché fu sempre dagli amici e compagni assistito; finché ridottosi all’età di sessantaquattro anni gravemente infermatosi, se ne passò a vita migliore.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1540. Giulio Campi, ornamento e splendore della terza scuola di Lombardia, fu figliuolo di Galeazzo Campi, pittore ne’ suoi tempi assai lodato, dal quale imparò i principj dell’arte. Accenna il Vasari in alcune poche righe, che egli scrisse di lui, che egli si attenesse alla maniera del Sojaro, come migliore di quella di Galeazzo: e studiasse alcune tele, state dipinte in Roma da Francesco Salviati, per fare arazzi, che dovevano mandarsi a Piacenza al Duca Pier Luigi Farnese. Antonio Campi, fratello di Giulio e suo discepolo, e per conseguenza meglio informato del Vasari, nella sua Cronaca afferma, che egli imparasse l’arte da Giulio Romano: e questo dobbiamo credere esser la verità, benché possa essere anche molto vero, che egli dal padre avesse i principj. Soggiunge il Vasari, che egli ajutasse a Giulio nelle grandi opere nella città di Mantova, il che pure è assai probabile, perché si vedono alcune pitture del Campi, fatte col gusto di quel maestro. Dicesi, che le prime opere, che facesse Giulio sopra di sé, fossero alcune grand’istorie nel Coro della Chiesa di Sant’Agata di Cremona sua patria, nelle quali rappresentò il martirio di quella Santa, in cui si vede imitato grandemente il buon modo di dar tondezza alle figure, che tenne il Pordenone: è ancora in questa Chiesa una sua tavola a olio; e ancor giovane colorì tutta la Chiesa del Carmine fuori di Sonzino, terra del Cremonese. Dipinse in Santa Margherita storie a fresco della Vita di nostro Signor Gesù Cristo, nelle quali, com’io diceva, si scorge un nuovo so che della maniera di Giulio Romano. Colorì poi più facciate di case, insieme con Antonio e Vincenzio suoi fratelli minori. Fece alcuni quadri a olio, a’ quali, con altri di Bernardino Campi, fu dato luogo in certi spartimenti di stucchi messi a oro, nel Duomo nella Cappella del Santissimo, e una tela a tempera colla storia di Assuero, che servì per coperta dell’Organo: siccome ancora fece la pittura a olio dell’Altare di San Michele arcangelo. Vedesi una sua tavola in San Domenico; altre sue opere in Sant’Agostino, Chiesa degli Eremitani, ed in San Francesco; due tavole in San Lazzaro, luogo di sua sepoltura, come diremo: una tavola in Sant’Angelo, e due bellissime in Sant’Apollinari. Fuori della città di Cremona circa un miglio, è un Monastero, già de’ Monaci di San Girolamo, Religione oggi estinta: la Chiesa è d’una sola navata, con cappelle sfondate, con atrio, cupola e tribuna; il tutto fu dipinto per mano di tre artefici, che furono stimati i migliori, che avesse in quei tempi quella città, cioè Camillo Boccaccino, Bernardino, e’l nostro Giulio, il quale vi fece la tavola dell’Altare maggiore a olio, opera degnissima, per la gran copia di figure, e per altre sue nobili qualità: ed al parere de’ periti nell’arte, non è inferiore a molte di mano degli ottimi maestri Veneti. Furono dipinti anche da Giulio Campi nelle mezze lune, con quattro sacre istorie, i quattro Dottori della Chiesa, i fregi e prospettive: e in un altro partimento, dipinse la venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, figure bellissime, che essendo vedute di sotto in sù, fanno conoscere quanto valesse l’arte in costui: siccome una Vergine Annunziata, presso al finestrone, e alcuni fregi di putti. Luigi Scaramuccia, nel suo Libro delle Finezze de’ Pennelli Italiani, parlando di queste pitture, dice così. Subito si diedero a considerare l’opere famose de’ suddetti Campi, ma quelle di Giulio più distintamente riconobbero esser degne di maggiore reputazione di quelle degli altri due. Su le prime rifletterono sopra il volto della navata di mezzo, e viddero cose assai superbe; ma ne’ bracci della Croce, o lati che vogliam dire, della Cappella maggiore, di molto ebbero che considerare di più esquisito, e specialmente ne’ quattro spazi, ove rappresentati stanno i quattro Dottori della Chiesa, dello stesso Giulio, ne’ quali parve avesse fatto ogni sforzo; onde Girupeno molto ammirato se ne stava nell’esaminare una sì facile, ben fondata e maestrevole maniera: ed ebbe a dire esser tale, da potersi paragonare a qualsivoglia altra de’ Pittori Lombardi, da esso fino allora veduta: e per appunto gli fu riferto da un di que’ Monaci, che molti forestieri intendenti e pratici osservavano lo stesso: ed essere stati i Campi, in molte cose de’ principali Pittori, che s’imbevessero da senno il buon gusto del Correggio. Fin qui Luigi. È anche di mano del Campi in quella Chiesa la tavola de’ Santi Apostoli Filippo e Giacomo. In Mantova, nella Chiesa di San Pietro, rimodernata con disegno di Giulio Romano, dipinse il Campi la tavola della Cappella di San Girolamo. In Milano sono molti bellissimi parti dell’ingegno suo: nella Chiesa della Passione del Convento de’ Canonici Regolari è una tavola a olio di un Cristo Crocifisso, appresso la Vergine, con altre Marie, San Giovanni Evangelista, e Angeli attorno. In quella delle Monache di San Paolo, quattro storie della Conversione e altri fatti, nella quale opera fu ajutato da Antonio Campi suo fratello e discepolo. In Santa Caterina delle Monache Agostiniane, in una Cappella a man destra, è una tavola di Santa Elena. In quella del Monastero di Sant’Orsola delle Monache Francescane Scalze, il quadro dell’Altare maggiore, dov’è un Cristo morto. Nella Chiesa de’ Canonici Lateranensi, nell’ultima Cappella, una tavola a olio con Cristo in Croce, appresso la Vergine e San Giovanni: e negli archi son pure di sua mano, fatte a tempera, le Marie, in atto di andare al Sepolcro. Infinite altre opere fece egli per diversi luoghi vicini alla sua patria, oltre a gran numero di quadri, che furono portati in Ispagna, in Francia, ed in altre parti dell’Europa. Ebbe molti discepoli, e fra questi Vincenzio e Antonio suoi fratelli; de’ quali parleremo a suo luogo. Non è già vero, ch’egli fosse Maestro di Sofonisba Angosciola, e dell’altre sue sorelle, come accennò il Vasari nella vita di Benvenuto Garofalo; benché ella copiasse molti quadri di Giulio, come mostreremo nelle notizie di lei. Pervenuto finalmente, che fu quest’artefice in età assai matura, con gran dolore degli amatori dell’arte, se ne passò da questa all’altra vita nel mese di Marzo, l’anno 1572. Fu il suo corpo, con gran pompa, accompagnato, non solo da tutta la nobiltà di Cremona, ma ancora da Emanuel di Luna, Governatore di quella città, che l’avea grandemente amato: e afferma l’altre volte nominato Antonio Campi suo fratello nella sua storia, che questo, con gli altri Cavalieri, in quella pia azione, non potevano ritener le lagrime: e finalmente nella Chiesa di San Nazzario gli fu dato onorevole sepoltura. Fu questo nobile artefice valoroso nel dipignere a fresco, a olio, e a tempera, di bonissimo disegno, miglior colorito, e nelle figure grandi, e nel sottinsù conobbe pochi superiori a sé. Fu ancora buon architetto, e colorì bene architetture e prospettive, e in somma fu universalissimo in tutte le facoltà delle nostre arti.

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Discepolo di Jan Mandin, nato 1519, morto 1563. Pietro d’Arnoldo, che per la grande statura del suo corpo, tanto in Italia, che in Fiandra, fu detto Pietro Lungo. Nacque in Amsterdam l’anno 1519 i suoi parenti furono del paese di Purmer, luogo poco distante da quella gran città. Il padre suo, che abitò in Amsterdam, voleva tirarlo avanti pel suo mestiero, che era di fare le calze; ma la madre, che lo vedeva inclinato alla pittura, non volle mai acconsentire: e diceva al marito, che quando mai ella avesse creduto di condursi a vivere col filare, voleva ad ogni modo seguitare il genio del fanciullo, che era di fare il pittore; tantoché il marito, per aver pace con lei, si risolse a compiacerla. Il primo maestro di Pietro fu un certo Alart Claesser, che in quel tempo era de’ migliori pittori di Amsterdam, il quale anche ritraeva al naturale. Il giovanetto, fin dal principio de’ suoi studj, fu assai ardito nell’operare, e aveva la mano molto franca, il perché presto cominciò ad acquistare credito. Dicesi, che di diciassette o diciotto anni egli se n’andasse a Bossic in Annonia, per veder pitture di varj maestri, accompagnatovi con lettere del Governatore di Amsterdam. Di lì si portò ad Anversa, dove si mise a stare con un certo Jan Mandin di nazione Vallone. In questa città prese moglie, e entrò nella Compagnia de’ Pittori. Ebbe un genio particolare a dipignere cucine, e con ogni sorte d’arnesi e robe, appartenenti all’imbandire de’ banchetti: le quali cose, per la gran pratica, ch’egli aveva fatto fin da fanciullo nel maneggiare i colori, faceva parer vere. Ma fu anche assai valente in rappresentare in pittura ogni altro suo concetto. Per l’Altar maggiore nella Chiesa vecchia, o vogliamo dire della Madonna d’Amsterdam, fece una tavola ordinatagli dal Maestro de’ Cittadini, che era allora Jons Buyxt, uomo assai reputato, il quale, per la parte della Città, s’era trovato a dare il giuramento al Re Filippo. Nel mezzo di questa gran tavola aveva figurato il Transito di Maria Vergine, e gli sportelli seguitavano la storia; nella parte di fuori dipinse la Visita de’ Magi, con alcuni putti ben coloriti: e fu il costo di tutta quest’opera duemila scudi. Prese poi a fare la tavola dell’Altar maggiore della Chiesa nuova, per la quale era stato prima chiamato Michel Cocxie di Malines, che avendo veduta la bella tavola di Pietro, e sentito il prezzo della medesima, che a lui pareva poco, s’era licenziato, con dire, che chi aveva fatta quella, avrebbe fatta anche quest’altra. In essa dipinse la Natività del Signore, e ne’ quattro sportelli l’Annunciazione di Maria Vergine, la Circoncisione, i tre Magi, ed un’altra storia, e nel di fuori era la Decollazione di Santa Caterina. Questo bellissimo quadro fu poi insieme con altri rovinalo e guasto, quando distrutte furono le Sacre Immagini: e fino del 1604 si vedeva in Amsterdam il cartone grande quanto l’opera, maneggiato con tanta franchezza, che ben faceva conoscere di qual perfezione fosse stata la pittura. Pel Convento de’ Certosini a Delft, fece un Crocifisso, e negli sportelli la Natività del Signore, colla Visita de’ Magi, e di fuora i quattro Evangelisti. Un’altra simil tavola fece per la Chiesa nuova di Delft, e sopra gli sportelli la storia de’ Magi, l’Ecce Homo ed altri sacri misterj. Per Lovanio ed altri luoghi colorì molte belle tavole, delle quali in detto anno 1604 come attesta il Vanmander, rimanevano più di venticinque cartoni in casa di un certo Jaques Walraven. In Amsterdam erano anche più pezzi di quadri di figure quanto il naturale. Nella Corte d’Olanda, appresso un certo Claes, era la storia de’ Discepoli, che vanno in Emaus. In casa Jan Pietersz Reael, erano alcuni quadri di storie di Gioseffo. Cornelis Cornelisz pittore in Haerlem, aveva un quadro della storia di Marta. Era ancora in Noort nella parte d’Olanda verso Tramontana a Warmenhvysen una tavola da Altare, con un Crocifisso, dove fra le altre figure era molto lodata quella d’un Carnefice, il quale con un ferro rompeva le gambe ai Ladroni, e negli sportelli erano cose appartenenti alla storia. Questa bella opera, nel tempo della sollevazione del 1566 contuttoché dalla Donna di Sonne­veldt in Alckmaer ne fossero offerti 200 scudi, mentre il Popolo arrabbiato la conduceva fuori di Chiesa, per farla in pezzi, fu da’ contadini calpestata e infranta co’ piedi, finché si ridusse in minute parti: ed invero fu una gran disgrazia del povero Pietro il condursi a vedere quasi tutte le più bell’opere sue rovinate da quella gente. Di queste egli spesso si doleva amaramente, vedendo d’aver quasi perduto insieme con esse nel mondo la memoria del proprio nome: e nel trovarsi, ch’e’ faceva spesso con quella mala brigata, ne fece talora così gran rammarico, che si vide più volte in pericolo di farsi ammazzare. Pervenuto finalmente questo valentuomo all’età di sessanta sei anni, nel giorno de’ due di Giugno del 1563 pagò il comune debito della Natura. Fu quest’artefice uomo rozzo di tratto e d’aspetto; onde è, che se non fosse stata la sua virtù, sarebbe egli stato poco stimato. Tenne un modo di vestire tanto abbietto, che si trovò alcune volte chi, coll’occasione dell’ordinargli alcun lavoro andava alla sua bottega, credendolo un macinatore di colori, o altra vile persona, gli domandò dove fosse il maestro. Per ordinario si fece pagar poco le sue opere. Non ebbe gran pratica in far figure piccole, ma bensì nelle molto grandi, ove consistono le maggiori difficoltà dell’arte. Fu buon prospettivo, ornò benissimo le sue figure, fece bene i panni e gli animali. Gran parte de’ suoi quadri furono comprati da Jacob Raeuwaert: ed una bellissima cucina, dov’egli aveva ritratto al naturale il suo secondo figliuolo, in età di piccolo bambino, ebbe un tal Ravert in Amsterdam. Di Pietro Lungo trovo aver fatta una breve menzione il Vasari nella seconda e terza parte, per notizia avuta di lui, com’egli scrisse, da Gio. Bologna da Dovai, e da Gio. Strada, con queste precise parole. Pietro Aersen, detto Pietro Lungo, fece una tavola con sue ale nella sua patria d’Amsterdam, dentrovi la nostra Donna, ed altri Santi, la quale tutt’opera costò 2000 scudi. Di questo Pietro ne rimasero tre figliuoli: il primo de’ quali fu Pieter Pietersz, il quale fu gran pittore, e imitò assai la maniera di suo padre e maestro, e fu solito far molto dal naturale, come quegli, a cui poche occasioni si presentarono di far quadri grandi. Morì in Amsterdam d’età di anni sessantadue l’anno 1603 lasciando di sé gran fama, non tanto pel valore nell’arte della pittura, quanto per l’eloquenza e dottrina sua, avendo atteso anche alle lettere. Il secondo fu Aert Pietersz, uomo, che fino dalla sua gioventù operò bene in pittura, e fu molto pratico in far ritratti al naturale, sebbene ebbe ancora buonissima abilità nelle istorie. Dirick Pietersz, più giovane otto anni d’Aert, fu anch’egli discepolo del padre, e operò a Fontanablò in Francia. Questi nell’ultima guerra avanti al 1610 fu ammazzato. Pieter il primo lasciò un figliuolo, che fu ancora egli pittore, e seguì la maniera del padre.

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Discepolo di Raffaello da Urbano, fioriva nel 1535. Questo Pittore, che per l’antica origine, che ebbero gli avi suoi dal Castello di Bagnacavallo, fu comunemente detto il Bagnacavallo, da giovanetto sotto la disciplina di Francesco Francia fu molto studioso dell’arte del disegno, onde riuscì assai ragionevol maestro, anche avanti al tempo, ch’egli in Roma si ponesse a stare con Raffaello da Urbino. Non è fra gli autori, che ne scrivono, chi non lo metta fra’ discepoli di Raffaello; conciossiacosaché egli sentendo il grido, che per tutto il mondo correva di quel nuovo Apelle, desideroso di farsi perfetto nell’arte, si portò a Roma, e ad esso accostandosi, ne riportò una maniera molto dolce, franca e di buon disegno; e da indi in poi tale sempre se la mantenne, procurando al possibile di accostarsi al modo dello stesso Raffaello. Tornatosene a Bologna, dipinse nella Chiesa di San Petronio, a concorrenza di Girolamo da Cotignola, d’Innocenzio da Imola, e di maestro Amico, alcune storie della Vita di Cristo e di Maria Vergine, e a San Michele in Bosco dipinse pure la Cappella di Ramazzotto, Capo di Parte. In Romagna ne colorì una simile. Nella Chiesa di S. Jacopo fece una tavola per Messer Annibale del Corello, nella quale figurò la Crocifissione di Cristo, con gran numero di figure, e nel mezzo tondo di sopra rappresentò il Sagrifizio d’Abramo. Nella Chiesa de’ Monaci Camaldolesi, che l’anno di nostra salute 440 fu fondata da San Petronio, in luogo detto Pontediferro, dove al parer d’alcuni storici, ebbe i suoi primi fondamenti la città di Bologna, dipinse il Bagnacavallo la tavola de’ Santi Titolari di quella Chiesa, che si vede nella prospettiva del Coro; e nella Confraternita di Santa Maria del Baracane tre quadri a fresco, ne’ quali rappresentò tre misterj della Passione del Signore, cioè il Portar della Croce, la Crocifissione e la Deposizione del medesimo. Nella mentovata Chiesa di San Petronio è il luogo della miracolosa immagine della Madonna della Pace, per abbellimento del quale molti de’ migliori pittori, che fossero in Bologna ne’ tempi di questo artefice, fecero opere a fresco, e furono Amico Aspertini, Biagio Pupini, Jacopo Francia, Girolamo da Treviso e’l nostro Bartolommeo, il quale vi colorì l’Annunciazione di Maria Vergine e la Natività di Cristo. Ed è da sapersi, come questa sacra immagine, che è di rilievo, era già dalla parte di fuori del muro di essa Chiesa, verso il Palazzo de’ Notai. Occorse l’anno 1405 che un tale Scipione degli Eretimi, di professione soldato, avendo un giorno fatta gran perdita di danaro nel giuoco, mosso da grande ira, sfoderò il pugnale, e si lanciò per tirare un colpo a quella immagine, e due dita d’un piede del fanciullo Gesù, che essa tiene in braccio, fece cadere in terra. Appena ebbe egli commesso l’enorme sacrilegio, che lo colse l’ira d’Iddio, e cadde a terra come morto. Intanto sopravvenendo la Corte, fu fatto prigione, e poco dopo condannato alla morte; ma quella Madre di Misericordia, compatendo a quell’infelice, mentr’egli stava in quel frangente, gli ottenne un tal conoscimento, congiunto ad un intenso dolore e contrizione del fallo suo, che ricorrendo con lagrime di cuore, non potendo col corpo accostarsi all’immagine, e fatto voto di digiuno in continuo cilizio e orazione, restò non meno libero allora dall’accidente del male, che poi dalla sentenza della morte. Fu poco dopo l’immagine stessa trasferita nel luogo, dove oggi si trova, facendo tuttavia innumerevoli grazie e miracoli. Il medesimo Scipione poi tutto si dedicò al servizio della sua liberatrice; appresso a quel simulacro a perpetua testimonianza del miracolo e del proprio dolore, fecesi ritrarre in iscultura, in quell’atto appunto, nel quale cadde in terra nel commettere il gran delitto: e tal ritratto fece porre dal lato destro di quell’altare. Tornando ora al nostro proposito, moltissime furono l’opere, che fece nella città di Bologna e suo territorio il Bagnacavallo, e per molti Principi e Signori d’Italia, che lunga cosa sarebbe il far di tutte particolar menzione; perché fra’ pittori del suo tempo fu egli in quella città riputato eccellentissimo, non senza invidia degli altri, e particolarmente di maestro Amico Aspertini. Merita questo pittore molta lode, particolarmente per un singolar talento, ch’egli ebbe in dipignere immagini devote di Maria Vergine: e per la vaga maniera, che ebbe nel colorire i putti, forse molto superiore a quella d’altri maestri de’ suoi tempi, avendo dato loro gran tenerezza e grazia; onde tanto quelle, che questi, son poi state copiate, per istudio, dagli altri singolarissimi artefici di quella città: e Guido Reni era solito affermare, d’aver tolta la bella morbidezza, colla quale egli coloriva i bambini, dall’opere di lui. Finalmente essendo egli pervenuto all’età di cinquantotto anni, menati con lode di valentuomo, e di persona d’ottima vita e costumi, fu sopraggiunto dalla morte. Molti autori hanno scritto di questo veramente degno professore, e particolarmente il Vasari, il Bumaldo, lo Scannelli, il Masini, ed in ultimo un altro moderno autore, il quale, dopo aver copiato nel suo libro a verbo a verbo la vita del Bagnacavallo, scritta dal nominato Vasari, volendo pure al suo solito (come dir si suole) appiccarla con esso in qualche cosa, si rammarica di lui aspramente, dicendo, ch’egli abbia caricato troppo, e fatta brutta fisionomia al ritratto, che fra gli altri, per abbellimento del suo libro, egli pose di esso, a principio della vita di lui: cosa in vero molto graziosa a chi per pratica degli scritti di questo autore, conosce il poco affetto, o molta avversione, ch’egli ha avuta al Vasari. Ma che dirà egli, quando e’ saprà, che quasi tutti i bellissimi ritratti, posti nel suo libro delle Vite de’ Pittori del Vasari, fra’ quali è quello del Bagnacavallo, dall’autore predetto biasimato, non furono né disegnati, né intagliati dal Vasari, ma da altro professore, come noi a suo luogo mostreremo?

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Discepolo di Battista del Moro, fioriva nel 1560. Fu questo Pittore figliuolo dello stesso Batista d’Agnolo Veronese, detto il Moro, dal quale ancora apprese la buona maniera del colorire a olio e a fresco; onde fu al medesimo di non ordinario ajuto nelle molte opere, che fece in Verona, Mantova e Venezia, ed in quelle particolarmente fatte pel Signor Cammillo Trevisano nel suo bel Palazzo di Murano. Quando mancasse quest’uomo al mondo, non è a nostra notizia; attesta però il Vasari, che esso insieme col padre ancora vivesse ne’ tempi, che egli scrisse la sua storia, che fu dell’anno 1568.

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Discepolo di Tiziano, nato ..., morto 1546. Il Vanmander, Pittor Fiammingo, che alcuna cosa scrisse dell’eccellente Pittore Gio. Van Calcker, afferma di non saper conoscere, fra quanti pittori furono ne’ Paesi Bassi, nel passato secolo, chi più si conformasse all’ottima maniera Italiana, di quel che facesse Gio. Van Calcker. Nacque questo artefice nel paese di Gleef, nella città di Calcker sotto l’Elettore di Brandemburgh, e non è noto da chi egli imparasse i principj dell’arte. Questo è certo, che quest’uomo circa’l 1536 fortemente s’invaghì d’una fanciulla, figliuola d’un mal uomo sanguinario e micidiale, di professione oste, che abitava in Dordrecht prima città d’Olanda, la casa del quale era aperta ad ogni disonestà; e di questo anche ci si porgerà congiuntura di parlare nelle notizie della vita di Henskert Pittore: ed avendola rapita al padre, se la condusse a Venezia, dove fermatosi d’abitazione, si fece discepolo del gran Tiziano da Cador. Il citato Vanmander dice, che Gio. si trasformò tanto nella maniera di quel sublime artefice, che molte opere di lui non punto si distinguevano da quelle di Tiziano; anzi egli afferma, che il Goltzio, del cui giudizio, dice egli, di far gran conto, gli raccontò una volta, che trovandosi in Napoli, gli furon dati a vedere certi ritratti, i quali egli subito giudicò di mano di Tiziano: e i pittori, che erano presenti, bene informati del fatto, tutti ad una voce gli dissero, ch’egli aveva ben giudicato; perché quella era veramente la maniera di quel grand’uomo, benché e’ non gli avesse dipinti esso Tiziano, ma Gio. Van Calcker suo degnissimo discepolo. Il Vasari ebbe cognizione di quest’artefice in Napoli: e non poteva darsi a credere, come fosse riuscito ad uno Oltramontano l’avanzarsi a tanta eccellenza nella maniera d’Italia, e si valse di lui in quello, che più abbasso siamo per dire. Fu in oltre il Van Calcker maraviglioso nel disegnare di gesso e di pastello, e colla penna operò egregiamente con bellissimi e franchissimi tratti. Questi fu, e non Tiziano, che disegnò gli undici pezzi di carte grandi di Notomia d’Andrea Versalio, le quali poi furon ritratte in minor foglio, e intagliate in rame dal Valverdo, che scrisse pure di Notomia dopo il Versalio: e questi fu finalmente quegli, che disegnò quasi tutti, ed i migliori ritratti di Pittori, Scultori e Architetti d’Italia, che messe nel suo libro delle Vite de’ Pittori di Giorgio Vasari, tanto belli e con mano tanto ardita e maestrevole lavorati, che è universale opinione, che più non possa farsi in quel genere: e per conseguenza questi è quello, e non il Vasari, del quale doveva rammaricarsi il Malvagia, per aver, com’e’ disse, troppo caricato il ritratto, che veramente è bellissimo, del suo Bagnacavallo, come abbiamo nelle notizie della vita di lui accennato. Era ancora quest’ottimo professore in giovenile età, e prometteva di sé avanzamenti maggiori nell’arte, quando, trovandosi egli nella città di Napoli l’anno 1546 fu colto dalla morte.

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A Aertgen di Leiden Pittore. Opere sue, e quasi sempre fece quadri di devozione 348. Agnolo di Donnino, e sue opere 120. Agostino della Robbia 67. Alberto Duro Pittore, Scultore, Architetto, e Intagliatore 161. Sue opere in intaglio 163. Sue pitture 165. Morte del medesimo 167. Qualità personali 168. Lodava e non biasimava mai l'opere degli altri 169. Alberto Ouvvater, cioè dell’Acqua, Pittore 114. Aldegraef Intagliatore e Pittore 307. Alessandro Filipepi, detto Sandro Botticelli, e sue opere 137. Alesso Baldovinetti Pittore 63. Errore del Vasari intorno al suo nascimento. Fu discepolo di Paolo Uccello 87. Altare d’Argento e Candellieri di San Giovanni, da chi fatti 116. Altobello Inclone Pittore 199. Amico Aspertino. Sfuggiva l’imitazione di Raffaello. Fu uomo stravagantissimo 233. Andrea del Bresciano 227. Andrea dal Castagno fu discepolo di Masaccio 91. Opere sue a fresco, demolite per ignoranza di chi le fece distruggere 92. Misfatto enorme, fatto da Andrea poco avanti la morte 94. Andrea Contucci Scultore assiste alla restaurazione della Santa Casa 292. Andrea Feltrini 287. Andrea Luigi Pittore 185. Luca della Robbia Scultore 130. Sua norte e sepoltura. Suo ritratto bellissimo da Andrea del Sarto nel piccolo chiostro della Santissima Nunziata 131. Sua genealogia e descendenza 132. Andrea Morenello 232. Andrea del Sarto 201. Va in Francia 204. Sue opere. Vedi per tutto il disteso di sua vita. Ultima sua opera. Sua morte 206. Andrea del Verrocchio Pittore e Scultore e Architetto. Fu scolare di Donatello 118. Operò anche in pittura, e sue opere. Abbandona la pittura, e si dà alla scultura e al getto, e perché. Fu l’inventore di gettare le cose natural, per potersele meglio studiare. Sua morte 119. Angiolo Poliziano e suo componimento nel chiostro di S. Maria Novella 63. Ans di Bruges Pittore 115. Ansano di Piero da Siena Pittore 98. Anselmo Cammei 329. Antonio del Cerajolo 264. Antonio Filarete. Fu grande Scultore, e fece molte opere, e fu gentilissimo e modestissimo 40. Antonio Gamberelli, detto Antonio Rossellino, e sue opere 39. Antonio del Pollajuolo Pittore, Scultore e Architetto. Fu prima valoroso orefice. Lavorò molto sopra l’Altare d’argento di San Giovanni. Fece molte altre opere d’oro e d’argento, tra le quali i candellieri grandi di argento pel medesimo Altare 116. Attese poi allá pittura, e superò Pietro suo maestro. Sue opere. Fece il San Cristofano nella facciata della Chiesa di S. Miniato fra le Torri 117. Morì in Roma, e sua sepoltura 118. Anton Semino Pittore 219. Anton Semino 231. Arme di Leone X sul canto di via de’ Servi sopra le case de’ Pucci 147.

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F Facciata della Chiesa del Gesù disegno del Vignola 324. Fatti miracolosi, accaduti per zelo di giustizia 145. Il Fattore Pittore 240. Figure di terracotta dello Spedale degl’Innocenti e de’ Convalescenti 131. Fra Filippo di Tommaso Lippi 100. Varietà del Vasari nel formare la di lui nascita 101. Si vestì Frate del Carmine 102. Lascia l’abito di età di 17 anni; e messosi in mare per suo spasso, fu fatto schiavo de’ Barbareschi, e stette 17 mesi in catena, e come poi riscattòsi. Sue molte opere. Sua cattiva morte 103. Fonte di Palazzo vecchio 119. Francesco di Francesco Floris Pittore 350. I suoi scolari furono sopra cento 351. Francesco Francia Pittore 155. Fu amicissimo di Raffaello, e mandogli il suo ritratto 156. Francesco Fiorentino Pittore 95. Francesco Granacci Pittore. Fu molto stimato da Michelagnolo 212. Sua morte 213. Francesco Martini Scultore 106. Francesco Melzo Milanese, Miniatore 157. Francesco, detto Pesello 120. Colorì molti cassoni di battaglie, d’animali e d’altro all’usanza de’ suoi tempi 121. Abate Francesco Primaticcio. Fu mandato in Francia a Francesco II 266. Francesco di Simone Scultore 139. Francesco Torbido, detto il Moro 286. Francesco d’Ubertino, detto il Bacchiacca 290. Il Franciabigio 235. Frans Crebbe 305. Frans Floris Pittore 342. Sue opere 343. Fu velocissimo nell’operare 343. Qualità detestabili della sua moglie 344. Come sia burlata dal cognato. Si diede a bere esorbitantemente, e quello che dicevasi pubblicamente di lui a questo conto 344. Bevute straordinarie e incredibili. Morte del medesimo 345. Frans Minnerbroes 304. Frans Verbeech 304.

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L Lambert Lombardus 303. Lazzaro Calvi 247. Libri Corali, miniati dal B. Fra Gio. Angelico 46. Libro dell’Evangelio di San Giovanni, conservasi nella Cappella di Palazzo Vecchio 57. Lippo Dalmasi. Fu discepolo di Vitale. Apprese il nome di Filippo delle Madonne per le molte che ne faceva 31. Quello che dice il Malvasia delle Madonne di Lippo. Quello che dicesse Guido Reni, e quale fosse il suo parere. Preparazione, che faceva Lippo quando doveva dipingere una madonna, pel rispetto che le portava. Reflessione dell’Autore intorno alla pietà, che dovrebbe usare un pittore nel fare tali immagini. Poi si fa Religioso 32. Scrittori intorno ai fatti di Lippo. Immagini e altre pitture fatte da Lippo 33. Lodovico Jans Vandembus 242. Lorenzo Ghiberti. Si chiama anche Nencio di Bartoluccio 1. Errori presi dal Vasari circa la vita di questo grand’uomo. Persone della famiglia di Lorenzo Ghiberti, che hanno goduto 2. Sepoltura e case della sua Famiglia 2. e 3. Fa da principio la professione del pittore, e fece una tavola a Rimini. Maestri, che fecero i modelli delle porte di San Giovanni. Prezzo di dette porte. Fa la prima porta 5. Statua di San Giovambatista d’Orsanmichele. Fece molte statue e getti di bronzo. Operò anche di musaico. Statua di San Matteo 6. Strumento dell’allogagione della detta statua 7. Statua di Santo Stefano d’Orsanmichele 11. Gli sono allogate le pitture degli occhi della Cupola di Santa Maria del Fiore 12. Fece molte belle cose pel Pontefice Eugenio IV. Fa la terza porta di San Giovanni, bellissima. Si leva la porta d’Andrea Pisano, e vi si mette la sua. Lode di Michelagnolo Buonarroti di dette porte. Impiega nella fattura di queste porte Lorenzo anni quaranta 15. Fu dato per compagno al Brunellesco nella fabbrica della Cupola 18. Accusa data a Lorenzo per via di tamburazione 20. Ebbe un figliuolo, chiamato Vittorio, che terminò l’ornato delle porte di San Giovanni: non Bonaccorso, come dice il Vasari 22. Morte di Lorenzo Ghiberti 21. Fra Lorenzo Mereno 232. Lorenzo Vecchietti 289. Luca Cornelisz de Kocck 221. Luca Gassel pittore 309. Luca di Leida pittore e scultore 177. Fece molte opere in disegno di età di dodici anni 178. Gara di Luca e di Alberto nell’intagliare in rame 179. Viaggi di Luca. Infermità e morte 183. Luca della Robbia scultore. Discepolo di Lorenzo Ghiberti. Fu inventore delle figure in terra invetriate e colorite 65. Sue opere 66. Sua famiglia. Sua morte non si sa in che tempo seguisse 67.

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R Raffaello da Urbino 171. Viene a Firenze. Regala a Taddeo Taddei, Gentiluomo Fiorentino, de’ suoi be’ quadri. Ritorna a Urbino. Ritorna a Firenze, e studia sopra l’opere di Michelagnolo e di Lionardo, e fa grande amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco 172. Dipigne in Perugia una Cappella a casa Baglioni. Ritorna a Firenze, e dipigne per la famiglia de’ Dei. È chiamato a Roma, e dipigne per Giulio II le tanto famose stanze. Sbaglio preso dal Vasari circa alla pittura della Signatura. Ammira l’opere di Michelagnolo, e da esse impara l’ottima sua maniera. Si riprende un autore, che impugna ciò 173. Prende il buon colorito da Fra Bartolommeo di San Marco. Opere sue bellissime. Lode dell’autore, di Raffaello 174. Qualità personali di lui, rarissime 176. Ritratto d’Luca della Robbia, fatto da Andrea del Sarto 203. Ritratto di S. Antonino del Capitolo de’ Padri di San Marco, come sia stato fatto 44. Ritratto di Dello Pittore Fiorentino, nel chiostro di S. Maria Novella 64. Ritratto di marmo d’Andrea del Sarto nel chiostro della Santissima Annunziata 206. e 207. Ritratto di Tommaso Moro, di mano di Gio. Hoobeen in Roma 319. Ryckaert Aesrtz 218. Rogier Vandervveyde Pittore 144. Miracolo, che si racconta nella vita di questo pittore. Sue opere molto stimate. Sua morte. Lasciò giusto il suo a’ poveri 145. Ruggiero di Bruggia Pittore 153.

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