Fioriva circa al 1500.
Trovasi, che nell’anno 1511 entrò nella Compagnia de’ Pittori d’Anversa un certo
Giusto di Cleef, una delle Sette Provincie unite, il quale fu poi detto
Giuseppe Pazzo: il padre suo fu certo maestro
Willem di Cleef pittore, che pure entrò in essa Compagnia l’anno 1518.
Attesta il Vanmander, che questo Giusto, fu uno de’ migliori
coloritori, che avessero quelle parti ne’ suoi tempi: e che le opere sue erano tenute universalmente
in grandissima stima, perché le sue figure parevano di vera e viva carne: e anche aveva un bel modo
nel dipignere altre cose; ma la troppo eccedente stima ch’egli aveva di sé stesso, talmente l’acciecò,
che facendogli sempre credere, che le proprie pitture dovessero valere di gran lunga più di quelle di
ogni altro artefice di sua età, e che non vi fosse prezzo, che adeguar le potesse, fermandolo tuttavia
più in simile apprensione, fecelo talvolta quasi delirare; onde ne acquistò fra gli amici e professori,
nome di pazzo.
Avvenne una volta, in tempo che Filippo II Re di Spagna si maritò con
Maria Regina d’Inghilterra, che Giusto si portò da quella
Maestà, affine di darle alcune cose di sua mano: e perché ciò gli venisse meglio effettuato, si accostò
prima ad un pittore del Re chiamato Antonis Moro, pregandolo di assistenza e d’ajuto.
Questi gli promise di fare ogni opera, affinché le opere sue venissero ad avere adito alla persona del Re;
ma portò il caso, che in quel medesimo tempo fossero d’Italia mandati in quelle parti molti quadri di
diversi insignissimi maestri, e particolarmente di Tiziano, i
quali, avendo conseguito da quel Monarca quel gradimento e stima, che loro si conveniva, fecero sì, che il
Moro non pure poté fargli vedere le opere di Giusto, ma né meno
poté passare alcuno ufficio a lui favorevole.
Questo stravagantissimo cervello diede allora in grandi smanie; ma assai più dopo ch’egli ebbe vedute
le pitture di Tiziano, parendogli, che queste, poste a confronto colle sue, nulla valessero.
Presela col Moro, e molto con parole il maltrattò, dicendogli, che non meritava d’aver a fare
ufficio di proporre a sua Maestà pitture di un sì gran maestro, quale era egli: e giunse tant’oltre con le
invettive, e tanto uscì dai termini della civiltà e del dovere, che il Moro, fattosi vivo,
e gettatosegli alla vita, gli mise addosso tanta paura, che il vile Giusto rifugiatosi sotto
una tavola, non osò più far parole; tantoché il Moro, veduta tal sua vigliaccheria, si partì,
lasciandolo in quel posto medesimo. Stato ch’egli fu così un poco, rodendoselo la rabbia, diede mano a fare sì
fatti spropositi.
Prese della vernice di trementina, e con quella invetriandosi il berettino e’l vestito, se n’andò per la città,
facendosi vedere per le pubbliche strade. Inoltre, avendo fino a quel tempo fatte diverse pitture in tavola a
particolari persone, procurò di riaverle in mano, con pretesto di volerle migliorare: e ritoccandole in ogni parte,
in cambio di migliorarle, quasi del tutto le guastò, con dolore e danno de’ padroni. Andò poi crescendo talmente
in lui la frenesia, che a’ parenti ed amici fu necessario il rinchiuderlo. Era di mano di costui l'anno 1604 appresso
Melchior Wyntgis in Middelborgh, una immagine di Maria Vergine, e dietro era
un bel paese dipinto da Joachim Patenier.
In Amsterdam, appresso Sion Lus, era un Bacco assai bello, al quale aveva fatto
i capelli canuti, discostandosi in ciò dalla comune de’ Poeti, che a Bacco, come donatore dell’allegria, danno una
perpetua gioventù, e fra questi Tibullo:
Solis aeterna est PhoeboBacchoque iuventus.
ma, per mio avviso, volle il pittore con tale canizie significare, esser proprio delle cadenti età il molto bere:
o forse ancora, che il soverchio, presto riduce l’uomo a suo fine. Non è noto il tempo della morte di
Giusto, il quale, non ha dubbio, che non sia stato un valoroso artefice, e tale, che meritò, che il
Lansonio facesse in lode di lui alcuni versi, da’ quali pare che si raccolga, che egli avesse un figliuolo
della stessa professione; e sono i seguenti.
JUSTO CLIVENSI ANTVERPIANO PICTORI
Nostra nec Artifices inter, te Musa silebit,
Belgas, Picturae non leve Juste decus.
Quam propria, nati tam felix arte fuisses,
Mansisset sanum si misero cerebrum.