Nominativo - Schoorel

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Nato 1495, morto 1560. In un Villaggio, dello Schoorel, vicino ad Alckmaer nell’Olanda, nacque l’anno 1495 al primo di Agosto Jan, che dal nome della patria, fu cognominato Schoorel; ed era ancora piccolo giovanetto, quando perduti per morte i proprj genitori, rimase alla cura di altri parenti ed amici, i quali fino all’età di quattordici anni nella città d’Alckmaer lo fecero attendere alla lingua Latina. Ma il fanciullo non poteva resistere a un naturale impulso, che del continuo l’accendeva di desiderio d’imparar l’arte del disegno: e non vedeva mai una pittura, ch’e’ non s’ingegnasse di copiarla in quel modo, che poteva fare allora un suo pari, che non mai aveva veduto matitatojo o pennello. Il simile faceva di altre cose naturali: e con un certo suo coltello o temperino, conduceva nel legno alcuni fantocci di rilievo, che avuto riguardo alla tenera sua età, erano degni di lode. Per questo era egli diventato lo spasso di tutti i suoi compagni di scuola, i quali, com’è solito di quell’età, si pigliavano tanto gusto di lui, ch’e’ non se gli potevan mai togliere d’attorno. Seguitando dunque il fanciullo tal suo divertimento, andò la cosa tant’oltre, che i parenti di lui l’applicarono a quell’arte, sotto la disciplina di Willem Cornelisz, ragionevol pittore di Haerlem, il quale lo prese con patto di tenerlo solamente tre anni: e quando lo Schoorel non avesse perseverato a star con lui tutto quel tempo, dovessero i parenti dare al pittore una tal convenuta ricognizione. Fecesi scrittura, la quale il maestro ripose in una sua borsa di cuojo. In processo di tempo divenne il pittore assai geloso col giovanetto Scoorel, per qualche utilità, che da esso riportava: e tuttavia stava con timore ch’e’ non si partisse di casa sua; che però assai frequentemente, nel tornar che faceva a casa briaco; perch’egli era uomo molto dedito al bere, minacciava il fanciullo, dicendogli: Schoorel tu fai che io ti porto in tasca, però non te ne andare, perché se tu te ne vai ti farò vedere quel che io saprò fare ai tuoi parenti; tantoché venuto a noja questo continuo rimprovero al figliuolo, una sera d’inverno, che tirava gran vento, cavata destramente la scritta di quella borsa, se ne andò sopra un ponte di legno, e fattone mille pezzi, diede loro la via sopra l’acqua, sperando, che col non trovarsi più quel foglio, sarebbe una volta anche finito quel chiasso, siccome seguì; perché il maestro avendo perduta la carta, dipoi non si arrisicava più a parlare; ma non per questo lo Schoorel, che fino da quell’età era di animo assai ragionevole e discreto, si partì dal maestro. Diedesi egli dunque molto da senno allo studio dell’arte, e fino i giorni festivi, quando non istava aperta la bottega, se ne andava fuori della città, disegnando vedute, boscaglie ed ogni altra cosa che alla campagna se gli rappresentava, che fosse curiosa, e come noi usiamo dire, pittoresca; come quegli che operava, secondo un occulto dettame della natura e interno gusto, che lo portavano all’ottimo: ed era il disegnar suo di una maniera al tutto diversa dagli altri pittori; onde non è maraviglia, che egli poi cresciuto in età e in studio, dopo essere stato in Italia, portasse in quelle parti un sì bel fare, che fu detto comunemente di lui, essere stato egli quello, che faceva la guida, e portava la lanterna agli altri artefici. Venne intanto la fine di tre anni, che doveva stare con Willem Cornelisz, quando egli licenziatosi da esso cortesemente, si portò in Amsterdam, appresso un tale Jacob Cornelisz, gran disegnatore e vago coloritore. Quegli veduti i talenti del giovane, lo ricevé con dimostrazione di stima, e posegli amore da figliuolo: ed ogni anno, per il suo lavoro, davagli molti danari, permettendogli ancora in certi tempi il fare alcune cose per sé: e così lo Schoorel aveva qualche danaro. Aveva questo suo maestro una bellissima figliuola di dodici anni, nella quale pareva, che la natura avesse riposti tutti i suoi doni, tanto di spirito, quanto di bellezza. Di questa il giovane s’invaghì, ed ella corrispondeva a lui. Non poté però quest’amore far sì, che egli, per desiderio di perfezionarsi più nell’arte, non lasciasse quell’abitazione e’l maestro; tantopiù che si persuase, che non mai gli sarebbe potuto riuscire l’averla per moglie, se e’ non si fosse fatto un gran valent’uomo: e così partitosi di lì, se ne andò a stare con un altro rinomato Pittore, chiamato Janniin di Mabuse, che stava al servizio di Filippo di Borgogna, vescovo di Utrecht; ma non gli fece però questa partenza dimenticar l’amore verso la figliuola del Cornelisz. E perché il Mabuse era sregolato nel vivere, e sempre stava negli alberghi e in sulle liti, e bene spesso conveniva a Schoorel pagare per esso, e anche mettersi in pericolo della vita, vi si trattenne pochissimo, e si partì alla volta di Colonia: e di là andò a Spira, dove trovò un Sacerdote, il quale faceva bene di architettura e pittura, da cui cercò d’imparar quell’arte: ed all’incontro fece egli a lui alcuni pezzi di quadri di sua mano. Di Spira se ne andò in Argentina, e di là a Basilea, e visitò tutte le stanze e scuole de’ Pittori, ben ricevuto da tutti e ben premiato de’ suoi lavori; perché oltre all’operar bene, e’ faceva più in una settimana, che altri in un mese; e però stando poco per luogo, contuttociò operava assai. Andò in Norimberga, città di Alemagna: e lì si trattenne alcun tempo appresso il famoso Duro, per desiderio di più imparare; ma perché in quegli anni aveva Lutero, colle sue false dottrine, cominciato a metter sottosopra tutte quelle parti, che per avanti se ne stavano nella Cattolica pace; Parendo a Schoorel, che Durero cominciasse alquanto ad intrigarsi ancora egli in quella causa, per tenersi lontano da’ pericoli, si partì di Norimberga, e se n’andò a Stiers in Carinzia, dove lavorò per alcuni Signori; e quivi se ne stava con un Barone, grande amator della pittura, il quale lo rimunerò, non solamente con doni e altre cose, ma arrivò a segno di volergli dare una sua figliuola per moglie, il che sarebbe stato un gran bene per lui. Ma l’amore, ch’ei conservava tuttavia a quella fanciulla d’Amsterdam, lo ritenne dall’accettare il gran partito; e piuttosto preso nuovo vigore, cercò di farsi tuttavia maggior uomo, acciocché tornando là, potesse poi averla per moglie. Di lì andò a Venezia, e vi prese conoscenza con alcuni pittori di Anversa, e particolarmente con un tal Daniel di Bamberga. Mentre ch’egli era in quella città, s’abbatté in un Religioso, nativo di Goude d’Olanda, uomo molto venerando, che era grande amatore dell’arte della pittura. Con questi fece stretta amicizia e familiarità: se n’andò in Gerusalemme, essendo egli allora in età di venticinque anni; prese con sé tutti gli arnesi da dipignere, e sulle navi faceva ritratti di diversi personaggi. Scriveva in un suo libro tutte le giornate del viaggio. In Candia, Cipro e altre provincie, disegnò paesi e vedute, piccole città, castelli e montagne. Arrivato a Gerusalemme, fece tosto amicizia col Guardiano del Convento di Sion, che appresso i Turchi era in gran considerazione. Con esso viaggiò per tutti que’ Santi luoghi. Vide il fiume Giordano, e tutti con la penna li disegnò, insieme co’ paesi, pe’ quali passava. Avrebbelo il Guardiano volentieri tenuto quivi un anno, ma non volle compiacerlo. Promesseli bene alla sua partenza di Gerusalemme, di far per lui un quadro nella nave, e mandargliele, siccome fece, e di Venezia gliele mandò: e fu la storia di San Tommaso, che pone le dita nel Costato di Cristo. Questo quadro fu posto nella Chiesa del Presepio di nostro Signore, dove fino dell’anno 1604 ancora si trovava, come deposero alcuni, che vennero da quelle parti. Aveva ancora dipinta dal vero, la stessa città di Gerusalemme, della quale poi si servì in qualche tavola, dove rappresentò storie Evangeliche, come sarebbe a dire: quando Cristo discende dal monte Oliveto verso la città; quando predica sopra lo stesso monte e simili. Ancora dipinse il Santo Sepolcro. Nel tornarsene alla patria, fece il proprio ritratto, e ritrasse alcuni Cavalieri Gerosolimitani. Due anni avanti, che’l Turco pigliasse la città di Rodi, si era egli nella medesima città trattenuto appresso il Maestro dell’Ordine de’ Teutonici, da cui ben trattato, fecevi la pianta e la situazione della città.

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Arrivato a Venezia, poco vi si trattenne, perché volle scorrere a vedere molte altre provincie d’Italia. Fermossi per qualche tempo in Roma, dove cominciò a disegnare tutto l’antico, tanto di figure, che di rovine, e l’opere di Michelagnolo e di Raffaello; onde fin d’allora crebbe il suo nome appresso di molti. Occorse intanto, che fu creato Papa il Cardinale d’Utrecht, che fu Adriano VI in tempo ch’egli era in Ispagna; ed essendosi porta occasione allo Schoorel di farsegli conoscere, acquistò tal grazia appresso di lui, che gli fu subito dato il maneggio di Belvedere. Quivi fece alcuni quadri per lo stesso Papa, ed il ritratto di lui al naturale, che fu portato a Lovanio, nel Collegio eretto dal medesimo Papa. Questo buon Pontefice, dopo aver regnato un anno e otto mesi in circa, si morì: onde Schoorel, dopo aver finite alcune pitture in Roma, se ne tornò alla patria. Arrivato a Utrecht, fu preso da gran dolore, perché gli fu data la nuova, che la figliuola del suo maestro d’Amsterdam era stata maritata ad un orefice; onde il povero giovane vide in un punto fallito ogni suo disegno, e perduta quasi ogni fatica, che a poco altro aveva egli indirizzata, che al fine di abilitarsi all’affettuazione delle tanto desiderate nozze. Stettesi in Utrecht con un certo Proposto di Oudemunster, chiamato Lochorst, uomo di corte e grande amatore dell’arte. Questi dipigneva a olio e a guazzo. Quivi lo Schoorel dipinse l’entrata di Cristo in Gerusalemme, colla città al naturale, e vi fece molte figure de’ fanciulli Ebrei ed altri, che stendono i rami e le vestimenta a’ piedi del trionfante Signore. Fu questa tavola, che aveva i suoi sportelli, collocata nella Chiesa Cattedrale, alla quale fu donata da’ parenti del Proposto di essa. In quel tempo seguì una sollevazione nella città, fra alcuni partigiani del Vescovo, e quelli del Duca di Gueldria; onde lo Schoorel, per fuggire il tumulto, se ne venne in Haarlem, dove dal Comandante dell’Ordine di San Giovanni, che si chiamava Simon Saen, grande amico de’ pittori, fu ben ricevuto e ben trattato. Per questi fece alcune opere, che fino dell’anno 1604 si trovavano in quel luogo: particolarmente una storia di San Giovanni che battezza, dove si vedevano bellissime figure di vaghi aspetti, un bel paese e molti ignudi per battezzarsi. Aveva egli già acquistata gran fama in quel luogo, quando si risolvè a pigliarvi casa; che però gli furono date a fare poi molte tavole per altari di quelle Chiese: ed una, che doveva servire per l’Altare maggiore della Chiesa vecchia di Amsterdam, in cui rappresentò un Crocifisso: dell’invenzione della quale tavola se ne vedeva un’altra, pure in Amsterdam, detto anno 1604. Fu poi chiamato a Utrecht da’ Signori del Collegio di Santa Maria, Chiesa fondata da Enrico V Imperatore, dove fece una tavola per la maggior Cappella, con quattro sportelli, il primo de’ quali doveva egli, come gli fu ordinato, dipignere per una prova. Ritrasse alcune persone al naturale: ne’ primi due sportelli figurò Maria Vergine, col Bambino e S. Giuseppe, lo ‘mperatore inginocchioni, in abito Imperiale, col Vescovo Conradus, pontificalmente vestito; ed altre persone vi ritrasse, che per comandamento dello ‘mperatore avevan fatto abbellire quella Chiesa; e vi era anche un bellissimo paese. I due altri sportelli tenne alcuni anni; intanto dipinse alcune tele a guazzo, grandi quanto erano i due sportelli: in una rappresentò il Sagrifizio d’Abramo, con un bel paese. Queste tele fece poi comprare, insieme con altre opere di Schoorel, il Re Filippo l’anno 1549 coll’occasione di trovarsi nella Fiandra, e di passaggio in Utrecht, e se le portò in Ispagna. Era di mano di costui, in Amsterdam, un Crocifisso con bellissimi sportelli, fatto nel miglior tempo. Gli sportelli fatti in Utrecht, e ancora una bella tavola in Goude, insieme con molte altre belle opere sue, furono l’anno 1566 rotte e abbruciate dalla plebe. A Marchien, bellissima Badia in Artesia, era una sua bella tavola, con San Lorenzo sopra la graticola: una dell’undicimila Vergini, con due sportelli; ed una con sei, dove aveva rappresentato il martirio di Santo Stefano. In Utrecht, nella Badia di S. Vaes, dietro all’Altar maggiore, era una tavola con un Crocifisso, con due sportelli. In Haarlem, appresso Geert Willemsz Scoterbosch, era un pezzo di quadro piccolo, dov’egli aveva rappresentato quando la Vergine offerse il Figliuolo nel Tempio nelle braccia di Simeone, con molte figure. Nella Frigia, in una Badia, chiamata Grootouwer, era una tavola della Cena del Signore, con figure al naturale, e le facce ancora degli sportelli dipinte. In Malines, tra Bruselles ed Anversa, era un Mercante, che avea corrispondenza a Roma, chiamato Willem Pieters, il quale collo Schoorel aveva contratta grande amicizia: fece egli per costui alcuni be’ pezzi di quadri. In Breda, pel Conte Enrico di Nassau, e Rene de Chalon, Principe d’Oranges, fece alcune opere. Fu poi chiamato dal Re di Francia Francesco I per andare al suo servizio, con gran promesse: ed ei ricusò, perché non volle mai obbligarsi nelle Corti; anzi una volta, che gli piacque raccomandare un certo architetto al Re di Svezia Gustavo, gli mandò col medesimo a donare una bella immagine della Madonna, di sua mano, la quale fu da quel Re tanto gradita, che non isdegnò lo scrivergli una lettera di proprio pugno in ringraziamento, inviandogliela accompagnata con un ricchissimo regalo, che fu un anello di gran valore, con altre simili cose e una slitta, con tutti i suoi arnesi pel cavallo: quella appunto, colla quale soleva sua Maestà andar sopra il diaccio, con un formaggio di Svezia di dugento libbre di quel peso, del nostro dugentosessantasei. Lo Schoorel ricevette la lettera; ma bensì aperta, per essere stata intercetta, e preso il regalo. Fu quest’artefice assai famigliare a tutti i Cavalieri della Fiandra, perché all’arte della pittura, aveva congiunto la musica e la poesia. Era buon rettorico, e componeva ben le commedie e canzoni. Tirò bene d’arco, e parlò molte lingue francamente, cioè la Latina, l’Italiana, Franzese e Tedesca, oltre alla sua nativa. Fu liberale del suo, di spirito allegro e vivace; ma giunto a una certa età, fu così tormentato dalla podagra, che divenne vecchio avanti il tempo. Finalmente pervenuto all’età di sessantasette anni, se ne andò a vita migliore l’anno 1560 a’ sei di Dicembre. Rimase di suoi discepoli il pittore di Filippo Re di SpagnaAntonio Moro, il quale, pel grande affetto, che gli portava, volle due anni avanti ch’egli morisse, cioè l’anno 1558 farne il ritratto, sotto il quale scrisse i seguenti versi: Addidit hic arti decus, huic ars ipsa decorem, Quo moriente mori est hæc quoque visa sibi.

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Discepolo di Jan Schoorel, nato 1498, morto 1574. In un povero villaggio d’Olanda, chiamato Hemskerck, nacque l’anno 1498 questo Martino, che poi dalla patria fu cognominato Hemskerck. Suo padre fu un tale Jacopo Willemsz, uomo di campagna, il cui ordinario mestiere fu il murar le case a’ contadini; ma bene spesso, per mancanza di lavoro, era chiamato da’ medesimi, in ajuto di loro faccende, fino a mugner le vacche. Martino, da piccolo fanciullo, si mise ad imparare il disegno appresso un tal Cornelis Willamsz, che fu padre di Lucas e di Floris, che pellegrinarono in Italia, studiarono in Roma e altrove, e riuscirono ragionevoli pittori. Il padre del fanciullo, che per avventura non passava più là coll’ingegno, non aveva in molta stima l’arte del dipignere; onde tolto il figliuolo da quel mestiere, lo prese in suo ajuto a murare, andar per opera a mugnere, e fare altre cose, di quelle, che usano di fare i contadini. Non è possibile a raccontare, fino a qual segno di dolore giugnesse il povero figliuolo, vedendosi richiamare da un’arte sì nobile, e di grandissimo suo genio, a stato e servigio di tanta viltà, e da lui tanto odiato; onde, deliberò fra sé stesso, di cercare occasione di romperla col padre, per poter poi, con alcuno apparente pretesto, levarsi da quello improprio lavoro; e un giorno, nel tornare che ei faceva da una stalla, dov’egli aveva munte alcune vacche, portando il vaso del latte sopra la testa, nel passar vicino ad un albero, procurò, a bello studio, che’l vaso percotesse in uno de’ rami; onde il vaso cadde a terra, e il latte si sparse sul terreno. Veduto ciò il padre, non solo lo sgridò bestialmente, ma preso un legno, gli corse dietro per percuoterlo; ma il giovanetto, che era ben in gambe, fuggendo come il vento, tosto gli sparì di vista. Per quella notte non tornò a casa, standosi, come poté il meglio, in una capanna di fieno. La mattina, quando ei credette che’l padre fosse andato al lavoro, se ne tornò a casa; e fattosi dare alla madre alcune cosette da mangiare, e certi pochi quattrini, se ne partì. In quella giornata passò a Haarlem e Delft, e quivi si fermò, e posesi di nuovo all’arte del dipignere appresso un certo Jan Lucas. Diedesi il giovane tanto di proposito a studiare, che in breve tempo acquistò molto. Ma avendo poi intesa la fama, che dappertutto correva dell’eccellente pittore Jam Schoorel, per la bella maniera di dipignere, ch’egli aveva portato d’Italia, tanto si adoperò, che e’ trovò modo di esser ricevuto in Haarlem, sotto la sua disciplina. Quivi con altrettanta diligenza seguitò i suoi studj, finché apprese sì bene quel bel modo di operare, che le cose di Martino, quasi non più si distinguevano da quelle di Schoorel; onde egli, come fu detto allora, forte ingelosito del discepolo, procurò con bella maniera di levarselo d’attorno. Allora Martino, pure in Haerlem, andò a stare in casa un certo Pieter Janfopsen, dove soleva abitare un tal Cornelis Vanberensteyn. In questa casa fece diverse pitture, e fra l’altre un Sole e la Luna, in una stanza dalla parte del letto; e uno Adamo ed Eva, tutti ignudi, grandi quanto il naturale, le quali opere gli guadagnarono, appresso al padrone di quella casa, grande amore e stima. Quindi partitosi, se n’andò a stare in casa un tale Joos Cornelisz orefice, dove fra’ molti lavori, fece una tavola, in cui rappresentò Santo Luca, che dipigne Maria Vergine al naturale, col figliuolo Gesù in braccio, nella quale pure tenne la maniera di Schoorel: e appresso al Santo Luca figurò un poeta coronato, con che fu creduto volesse significare l’amicizia, che dee essere fra la Pittura e la Poesia. Eravi ancora un Angelo, in atto di tenere in mano una torcia: l’attitudine di Maria Vergine, e l’azione del Santo, erano espresse tanto al vivo, che e’ non si poteva dir più; e la tavolozza de’ colori pareva veramente, che uscisse fuori del quadro. Era Martino, quando fece questa bella opera, in età di trentaquattro anni, come appariva notato nella medesima. Di questa tavola fece egli un dono alla Compagnia de’ Pittori, perché avendo già deliberato di partirsi da Haerlem per venire in Italia, volle lasciarvi di sé quella memoria. Questo quadro, fino al 1604 era stato conservato da Ouericheyt di Haarlem, nella corte del Principe. Partitosi dunque d’Haarlem, per desiderio di far maggiori studj, e di veder le opere de’ gran maestri, viaggiò molto per l’Italia, e finalmente si fermò in Roma, dove trattenuto in casa di un Cardinale, vi fece molte cose. Quivi disegnò tutto l’antico, tanto di statue, quanto di edificj e rovine, e tutte l’opere del gran Michelagnolo. Occorse un giorno, mentre che egli era fuori a disegnare, che un giovane Italiano entrato furtivamente in camera sua, gli rubò due bellissime tele colorite, di che egli prese grande afflizione: poi avuti buoni indizj, colle buone diligenze ch’ei fece, riebbe il suo. Questo accidente però fu cagione, che egli non seguitasse a stare in Roma, almeno per qualche tempo di più, com’era suo pensiero; perché sospettando, che dagli amici e parenti del ladro, non gli venisse fatto alcuno affronto, e perché si trovava anche avere avanzato qualche danaro, ebbe per bene il partirsene, e pigliare il viaggio verso la patria, essendo stato in Roma tre anni. Portò con sé una lettera di raccomandazione di un giovane, che egli aveva lasciato in Roma, grande amico suo e del padre, indirizzata a Delft: e giunto a questo luogo, si fermò a casa in un di quegli alberghi, che in quelle parti servono per raddotto di male femmine, dove si faceva mercato di ogni furfanteria: e di questo particolarmente era padrone quell’uomo sanguinario, di cui parlammo nelle notizie della vita di Giovanni Fiammingo. Era in esso albergo una infinità di assassinamenti di poveri viandanti, a’ quali era tagliata la gola, e spogliati di panni e danari: erano i loro cadaveri sepolti in una fossa, che poi fu trovata piena di corpi morti; tantoché una figliuola di questo grande assassino, per non veder più una così abominevole crudeltà, e perché all'incontro l’affetto paterno non le lasciava scoprire tali delitti, fu, per così dire, sforzata a sfuggirsi col nominato Giovanni a Venezia, come dicemmo. Voleva pure l'Hemskerck alloggiare in quel luogo, da lui non conosciuto per quel ch’egli era; tantopiù, che da un amatore dell’arte, a cui per avventura era diretta la lettera di raccomandazione, chiamato Pieter Jacobsz, era a ciò confortato; ma come volle la buona sorte sua, in quell’istante se gli presentò pronta occasione d’imbarco, ed egli se ne partì la medesima sera del suo arrivo a Delft. Tornato a casa, già aveva lasciata la prima maniera di Schoorel, ma però al giudizio della maggior parte de’ pittori, non aveva megliorato. Fu alcuno de’ suoi discepoli, che una volta gli disse, esser l’opinione de’ Professori, ch’egli operasse meglio in sulla maniera di Schoorel, che quando tornò di Roma; ma egli si era tanto invaghito del modo di fare Italiano, che non fece di ciò alcun conto.

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Di questo artefice era nella corte del Principe, nella gran Sala, una tavola della Natività di Cristo, ed una della Visitazione de’ Magi, dov’egli aveva fatti moltissimi ritratti, e fra questi il suo proprio: e di fuori la Nunziata, e nella figura dell’Angelo, sopra la veste di sotto, aveva lavorato in suo ajuto un certo Jacob Rawuaert, che allora era suo discepolo, come egli medesimo raccontò a Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che tali cose ci lasciò scritto. Nella Chiesa vecchia d’Amsterdam erano di sua mano due sportelli doppj, dov’era dipinta la Passione e la Resurrezione di Cristo. La tavola di mezzo rappresentava un Crocifisso, e fu opera di Schoorel. Nella città d’Alcmaer era l’anno 1604 di mano di Martino una tavola dell’Altar maggiore della Cattedrale, dentro la quale era il Crocifisso, e negli sportelli, nella parte di dentro, la Passione, nel di fuori la storia di San Lorenzo. In Delft erano ancora molte sue opere nella Chiesa vecchia e nuova: nella Chiesa di S. Aech, era una tavola d’Altare de’ tre Magi, nella parte di mezzo della quale aveva dipinto uno de’ Re, e ne’ due sportelli gli altri due: nel di fuori aveva figurata la storia del Serpente a chiaroscuro. Di quest’opera ebbe egli per pagamento un’annua entrata di cento fiorini; perché, come quello che era uomo timoroso, e sempre ebbe paura (come noi sogliamo dire) che non gli mancasse il terreno sotto, si studiò sempre di farsi entrate per durante la sua vita. Nel Villaggio di Eertswout nella Horthollandia, all’Altar maggiore, era una tavola ornata d’intaglio, con due sportelli doppj dentro era la Vita di Gesù Cristo, e di fuori la Vita di San Bonifazio. A Medemblick era ancora di sua mano una tavola alla Altar maggiore. Pel Signore d’Arsendelft fece due sportelli da altare, in uno la Resurrezione, e nell’altro la salita del Signore al Cielo. Nell’Haya, città, dove abitava il Principe d’Oranges, nella Chiesa grande, in una Cappella del Signore Arsendelft, fece moltissime opere con molti ritratti al naturale: e fra quelle l’Universal Giudizio, con gli altri Novissimi, cioè la Morte, l’Inferno e’l Paradiso, con gran copia d’ignudi. Nelle quali opere si fece ajutare al nominato Jacob Rawuaert suo discepolo, al quale diede per mercede, contando, tante doble, finché il pittore disse, basta. Ebbe Paurxe Kempenaer, e poi Melchior Wyntgs, un quadro lungo, dove aveva rappresentato un Baccanale, che si vede alla stampa, e fu una delle migliori opere, ch’ei facesse dopo il suo ritorno da Roma. Appresso Aernort di Berensteyn, era un bel Paese, con una lontananza, dove si vedeva San Cristofano. E veramente fu quest’artefice universale, e operò bene in ogni cosa; intendeva bene l’ignudo: e fu sì buono inventore, che si può dire, in certo modo, che egli empiesse il mondo di sue invenzioni: e mostrano le opere sue, non essergli mancata ancora una buona pratica nelle cose d’architettura. Non è così facile a raccontare la gran quantità di stampe, che sono uscite dalle sue opere, intagliate da Dirick Volckersz Coornhert: e sopra queste lo stesso Dirick si fece valentuomo, perché operò co’ precetti e assistenza del stesso Martino, benché Martino da per sé stesso non intagliasse. Questo Dirick fu uomo spiritosissimo, e faceva di sua mano quanto e’ voleva. Fra l’altre cose, che egli intagliò, furono le storie de’ fatti dello ‘mperadore; ma quella, dove il Re fu fatto prigione, fu intagliata da Cornelio Bos, alcun tempo dopo il suo ritorno di Roma. Ma tornando a Martino, egli prese per moglie una bellissima fanciulletta, chiamata Maria Jacobs Coning Docater, che vuol dire, Maria di Jacopo figliuolo di Re: e per onorare questo matrimonio, i Rettori di quella patria, recitarono, nel giorno delle nozze, una bellissima commedia, ma dopo diciotto mesi questa giovane si morì. Tre o quattro anni dipoi l’Hemscherck dipinse gli sportelli della tavola, che era nella casa del Principe in Haerlem, dove rappresentò la strage degl’Innocenti. Dipoi prese un’altra moglie attempata, non bella, né d’assai, ma molto ricca di roba e danari, benché più abbondante di voglie, a cagion delle quali convenne a Martino far molte spese. Pervenne questo buono artefice all’età di sessantasei anni: e finalmente l’anno 1574 al primo di Ottobre lasciò la presente vita, dopo essere stato ventidue anni Operajo della Chiesa d’Haerlem: e nel tempo che la città fu assediata dagli Spagnuoli, erasi, con licenza del Consiglio, trattenuto in Amsterdam, in casa un tale Jacob Rawuaert. Fu il suo cadavero sepolto nella Chiesa Cattedrale in una Cappella dalla parte di Tramontana. Aveva egli in sua vita fatto buona ricchezza, per aver guadagnato assai, e non avere avuto figliuoli; onde prima di morire fece bellissime limosine, e lasciò alcuni terreni, le rendite de’ quali volle, che dovessero servire per annue doti di fanciulle da maritarsi, con che quelle dovessero andare a fare alcune nuziali cirimonie nella Chiesa, dov’egli fosse sepolto, il che fu eseguito. A Hemskerk, sul cimitero, sopra il luogo dov’era stato sotterrato il padre suo, morto in età di settant’anni, ordinò, che si ponesse una piramide, fatta a foggia di sepolcro, di pietra turchina, sopra la quale fosse il ritratto dello stesso suo padre, con una iscrizione in Latino e in Fiammingo idioma. Eravi un puttino ritto sopra alcune ossa di morto, in atto di appoggiare il sinistro piede ad una torcia accesa, ed il destro ad una testa di morto, con una iscrizione che diceva, COGITA MORI. Sopra questo era l’arme sua, cioè una mezz’Aquila da man destra, e dalla sinistra un Lione, e per di sotto a traverso, un Braccio nudo, con una penna o pennello nella mano. Nella parte superiore del braccio era un’alia, ed il gomito posava sopra ad una tartaruga; con che volle forse esprimere il pittore l’avviso d’Apelle, di non dovere l’artefice essere o troppo lento o troppo veloce nell’operare suo; e perché e’ volle che sempre vivesse questa memoria di suo padre, obbligò al mantenimento di essa il medesimo luogo, al quale egli aveva lasciati i terreni, sottopena di dovergli restituire ogni qualvolta e’ fosse mancato nella dovuta custodia di esso. Fu Martino, come abbiamo detto, uomo timorosissimo, e per paura di non perdere quanto aveva, o fosse per incendio o per furto o per altra cagione, usò di tener sempre cucito ne’ suoi vestiti gran quantità di doble. Dalla stessa causa addiveniva, che egli nel tempo della Festa maggiore della sua patria, per la quale usavansi fare grandissime sparate, per desiderio di vederle, e non esser colpito, se ne andava in cima alla torre. Fu anche valentissimo in disegnar di penna. Restarono due ritratti di lui medesimo, fatti a olio, che l’anno 1604 conservava Jaques Vanderherck suo nipote, ma grandissima quantità di sue belle opere, dopo la resa d’Haerlem, furono prese dagli Spagnuoli, con pretesto di volerle comprare, e mandare in Ispagna: ed altre in quella resa, furono del tutto rovinate e guaste, dimodoché può dirsi, che la Fiandra in poco tempo ne rimanesse del tutto spogliata.

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Discepolo di Cornelis Engelhechtsz, fioriva nel 1540. Aertgen di Leiden, cioè Arnoldo di Leida, venne alla luce in detta città di Leida in Fiandra l’anno 1498. Il padre suo esercitò l’arte della lana, alla quale tenne il figliuolo fino all’età di diciotto anni, a cagion di che acquistò il nome di Arnoldo lanajuolo; ma perché da molti chiari segni si conosceva, che non a quell’arte, ma al disegno l’aveva la natura destinato, fu l’anno 1516 tolto a quell’esercizio, e posto ad imparar la Pittura appresso di Cornelis Engelbrechtsz, sotto la disciplina del quale, ajutato dal genio e dall’essere ormai fuor di fanciullo, in brevissimo tempo cominciò a dipignere a olio e a tempera assai ragionevolmente, e a fare opere da sé medesimo. Da principio prese una maniera simile a quella di Cornelisz Engelbreehtsoon, che fu maestro del suo maestro; ma avendo poi veduto il modo di fare di Schoorel, cercò di mutarla, e seguitare la sua, come anche quella di Hemskercken, per quello che apparteneva all’architettura. Delle migliori opere ch’ei facesse, furono tre quadri fatti in Leida per Jan Geritz Buytewega, i quali colorì maravigliosamente. In uno era figurato un Crocifisso, co’ due Ladroni, la Vergine coll’altre Donne e San Giovanni, e sotto la Croce la Maddalena. Nell’altro un Cristo portante la Croce, con gran quantità di figure, in atto di seguitare quella funesta processione, e Maria Vergine, con San Giovanni e l’altre devote donne. Nel terzo rappresentò Abramo quando conduce fuori il figliuolo col fascio delle legne per fare a Dio il gran Sacrificio. Era l’anno 1604 in casa la vedova di Gio. Wassenaer, già maestro de’ Cittadini, prima carica del Magistrato, e Tesoriere dello Stato di Leida, un quadro della Natività del Signore. In casa un tale Joan Adriaensz Knotter erano alcune tele dipinte a guazzo, dov’egli aveva figurata Maria Vergine, con alcuni Angeli, in atto di cantare: e in casa di Jan Dirichsz di Monfort una tavola del Giudizio universale, co’ portelli, sopra i quali aveva il Goltzio fatto dipignere un quadro a olio, benché assai guasto dal tempo, in cui egli aveva dipinta la sommersione di Faraone nel Mar Rosso, ed eranvi molte cose degne d’esser vedute; ma particolarmente faceva bella mostra la gran varietà d’abiti, berrette e turbanti di quella gente. Disegnò questo pittore assai per un certo Scrittore in vetri, o vogliamo dire Pittore in vetri, chiamato Claes Chryvers, che noi diremmo in nostra lingua Niccolò Scrittore, e per altri di simil mestiere: e per varie provincie, e per varj luoghi di quelle parti fece molte opere. Fu suo costume, fin da’ primi anni, di non voler mai più far paesi, né cose morali, né favole, ma solamente quadri e tavole di devozione, e storie del vecchio e nuovo Testamento: e in questo suo modo di fare tirò avanti i suoi allievi. Fu stimatissimo dagli artefici del suo tempo, particolarmente pel buon modo, ch’egli aveva d’ordinar le figure: e per la grand’invenzione: a cagione di che il celebre Pittore Francesco Floris, coll’occasione d’essere chiamato a Delft a fare un Crocifisso, partendosi d’Anversa si portò a Leida per visitarlo, e veder le opere sue. Arrivato in Leida, domandò dell’abitazione di lui, che era una piccola casuccia, in luogo abiettissimo, vicino alle mura della città, e mezza rovinata. Giuntovi non vel trovò; onde per non perder la gita, pregò i suoi giovani scolari, che dappoiché egli, per veder l’opere del loro maestro era venuto tanto di lontano, si contentassero d’introdurlo nella stanza dov’egli lavorava. Quelli lo condussero in una stanza di sopra a tetto molto bassa e male in essere, che era quella appunto dove Arnoldo stava a dipignere. Il Floris vide le pitture: e poi preso un pezzo di carbone da que’ giovani, disegnò sopra il muro, per quanto teneva la grandezza del medesimo, un Santo Luca colla testa del bue, e l’arme della Compagnia de’ Pittori: e si partì, andandosene al suo albergo. Tornato, che fu Arnoldo, e sentito quanto era occorso, senza saper chi fosse stato il forestiero, salì sopra, e al primo vedere del bel disegno, disse: Colui, che ha fatto sì bella cosa, non può essere altri, che Francesco Floris. Sentito poi, ch’egli era venuto apposta per visitarlo, come quello ch’era d’animo assai composto, ed aveva sé stesso in poca o in niuna stima, restò forte confuso, che un maestro di quell’essere fosse venuto a trovarlo per vedere l’opere sue. Per la medesima cagione non aveva né meno ardire d’andare a cercar del Floris; onde fu necessario, ch’egli medesimo lo mandasse a chiamare: ed avutolo a sé, gli fece grande istanza, che se ne venisse con esso lui in Anversa, promettendogli grandi occasioni, e che non gli sarebbono state pagate le belle opere sue a prezzi tanto miserabili, quanto egli, con vergogna dell’arte e gran danno di sé stesso, se le faceva pagare in Leida. E non diceva cosa lontana dal vero; perché oltre al non essere Arnoldo punto avido del guadagno, occorreva per lo più, che quando alcuno gli veniva a ordinare un lavoro, prima di cominciarne il trattato, lo conduceva alla taverna: e nel più bello della tavola ne moveva il discorso, e si stabiliva uno scarso prezzo alla pittura da farsi. Non volle Arnoldo a verun patto lasciarsi persuadere dal Floris: e ringraziatolo della cortese offerta, gli diede per risposta, che più stimava egli la sua povertà, che la grandezza d’ogni altro: e così il Floris se ne tornò in Anversa, e Arnoldo se ne rimase in Leida, con gran disgusto del Floris, che avendo adocchiato in quest’artefice una gran facilità nell’inventare, con altre buone parti, aveva disegnato valersene, con utile, nelle sue grandi occasioni. Fu usanza di questo pittore, di non lavorar giammai il giorno di Lunedì: e in quel cambio andavasene all’osteria con tutti i suoi giovani, benché per altro e’ non fosse punto disordinato nel bere. Vi si trovava bene spesso anche fra settimana, e dopo cena con un certo suo strumento di fiato, chiamato la traversa, che egli si dilettava di sonare, fosse pure qual’ora si volesse, e l’aria scura quanto mai potesse essere, senza punto tornare a casa, dove anche in quell’ore era cattiva tornata, se ne andava suonando per la città: la quale usanza gli partorì molte disgrazie, ed in ultimo gli costò la vita. Due volte cadde nell’acqua, con pericolo d’annegarsi: e una notte da un briaco, che era anche suo amico e pittore, fu sfregiato nel viso. Occorse finalmente, che un giorno dopo desinare Arnoldo uscì di casa con un ricco cittadino di Leida, chiamato Quirinck Claesz, per andare a riscuotere certi danari di un bel quadro, in cui egli aveva rappresentato la sentenza di Salomone: e fece tanto tardi, che gli convenne tornarsene assai di notte. Nel camminare a quel grande scuro, fu sopraggiunto da stimolo di corporali necessità; onde egli cavatasi la giubba, la posò sopra un muro d’un fosso, chiamato Vollers Graft, e poco da lungi soddisfece al bisogno. Volle poi, per quanto si comprese, andare a ripigliar la sua giubba, ma per la grande oscurità, prese la strada verso una certa apertura di un muro, che faceva sponda al fosso: e volendo andar più avanti, cadde nell’acqua, dove miseramente morì affogato: e ciò fu l’anno 1564 della sua età sessantasesimosesto. Il nominato quadro del Giudizio di Salomone, per quanto ne lasciò scritto il Vanmander, ancora si ritrovava in Delft l’anno 1604.

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