Nominativo - Rosso

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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E poco dipoi Laurentio Ioannis Ambrogi Magistro intagli ex causa mutui pro laborerio unius quadronis marmi albi in quo sculptum est figura unius Prophete et pro laborerio alterius quadronis per eum incepti laborans pro uno alio Propheta. E notisi che in quei tempi nel parlarsi di figure intagliate, o dipinte per la parola Profeti intendevansi anche Apostoli. Alcune delle figure, delle quali in questo luogo io fo menzione, ed ho anche ragionato nelle Notizie appartenenti ai tempi antecedenti, furon poi collocate nella facciata ne i luoghi, che fino a oggi si riconoscono in un disegno fatto a penna, ed acquerelli con maravigliosa accuratezza per mano, come io credo, di Bernardino Poccetti, fino nel tempo appunto, che dovette restar concluso di demolire essa facciata (stata in piedi circa a 200 anni) per fabbricarla di nuovo col buon ordine moderno. Questo disegno, che fino a oggi si conserva nell’Opera di Santa Maria del Fiore, o per causa dell’umidità, o per altra qualsifosse cagione, avendo assai patito, già incominciava in alcune parti quasi a non iscorgersi piu, quando agli anni passati, acciocché non mai si perdesse la memoria d’una così bella, e suntuosa antichità, fu dall’accurata diligenza di Lionardo della nobil famiglia de’ Buonarroti Simoni, Provveditore dell’Opera, fatto copiare puntualissimamente per mano di Alessandro Nani; e la copia, insieme coll’antico originale fece egli riporre nella Guardaroba della medesima Opera, dove al presente si trova. Oltre a quanto si riconosce nell’accennato disegno, ho io anche ritrovato il Decreto, che fu fatto per la situazione di esse figure, che si legge nello stesso Libro di deliberazioni del 1396. ed è quello che segue Die 20. Novembris deliberaverunt quod in facie anteriori Ecclesie Sancte Reparate in tabernaculis vacuis in columnis marmi ibidem existentibus ponantur, et murentur figure marmoree, que facte sunt in dicta Opera, videlicet sancti Barnabe, sancti Victorij, cum eorum Angelis ex utraque parte iuxta dictas figuras. Fu ancora circa questi medesimi tempi fino a dopo il 1400. e operò in Firenze un certo Nanni di Bartolo, del quale si trova nel citato libro questa memoria Nanni Bartoli Intagliatori vocato Rosso quos recipiet pro parte solutionis unius figure marmoris mictende in Campanile dicte Ecclesie.

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A questo io mi vestii di pazienza, la qual cosa m’è difficilissima; pure ebbi pazienza infino dopo il suo desinare: e venuta poi l’ora tarda, la fame mi cagionò tanta ira, che non potendo più resistere, mandatole devotamente il canchero nel cuore, di quivi mi partii, e me n’andai a trovare il Cardinal di Lorena, e gli feci presente del detto vaso, raccomandandomi solo, che e’ mi tenesse in buona grazia del Re. Disse, che e’ non bisognava, e quando fosse bisogno, che lo farebbe volentieri. Dipoi chiamato un suo Tesauriere, gli parlò nell’orecchio. Il detto Tesauriere aspettò ch’io mi partissi dalla presenza del Cardinale, dipoi mi disse: Benvenuto, venite meco, ch’io vi darò da bere un bicchier di buon vino: al quale io dissi, non sapendo quello che si volesse dire, di grazia: Monsignor Tesauriere, fatemi donare un sol bicchier di vino e un boccon di pane, perché io veramente mi vengo meno; perché sono stato da questa mattina a buon otto, fino a quest’ora che voi vedete, alla porta di Madama di Tampes, per donarle quel vasetto d’argento dorato, e tutto gli ho fatto intendere; ed ella per istraziarmi sempre, mi ha fatto dire, che io aspettassi. Ora m’era sopraggiunta la fame, e mi sentivo mancare, e siccome Iddio ha voluto, ho donato la roba e le fatiche mie, a chi molto meglio le meritava: e non vi chieggo altro, che un poco da mangiare, che, per essere io alquanto colleroso, m’offende il digiuno di sorte, che mi faria cadere in terra svenuto. In tanto tempo, quanto io penai a dir queste parole, era comparso il mirabile vino, ed altre delizie da far colazione, tantoché io mi ricriai molto bene, e riavuti gli spiriti vitali, m’era uscita la stizza. Il buon Tesauriere mi porse 100 scudi d’oro, a’ quali io feci resistenza di non gli volere in modo nessuno. Andollo a riferire al Cardinale, il quale dettogli gran villanie, gli comandò che me gli facesse pigliare per forza, e che non gli andasse più innanzi altrimenti. Il Tesauriere venne a me crucciato, dicendo, che mai più era stato gridato per l’addietro dal Cardinale: e volendomegli dare, perché gli feci altra resistenza, mi disse, che me gli avrebbe fatti pigliar per forza. Io presi i danari, e volendo andare a ringraziare il Cardinale, mi fece intendere per un suo Segretario, che sempre ch’egli mi poteva far piacere, che me ne farebbe di buon cuore: e io me ne tornai a Parigi la medesima sera. Il Re seppe ogni cosa, e dettero la baja a Madama di Tampes, il che fu causa di farla maggiormente invelenire a far contro di me, dove io portai gran pericolo della vita mia, come si dirà a suo luogo; sebbene molto prima io mi dovevo ricordare della guadagnata amicizia del più virtuoso, del più amorevole, e del più domestico uomo da bene, che mai io conoscessi al mondo: questi si fu Mess. Guido Guidi, eccellente Dottore Medico, e nobil cittadino Fiorentino. Per gl’infiniti travagli, postimi innanzi dalla perversa fortuna, l’avevo alquanto lasciato indietro, ch’io mi pensavo per averlo di continuo nel cuore, che e’ bastasse; ma avvedutomi poi, che la mia vita non istava bene senza lui, in que’ miei maggior trovagli, perché mi fosse di ajuto e conforto, lo menai al mio castello, e quivi gli detti una stanza libera per sé: così ci godemmo insieme parecchi anni. Ancora capitò il Vescovo di Pavia, cioè Monsignor de’ Rossi, fratello del Conte di San Secondo. Questo Signore io levai di sull’osteria, e lo messi nel mio Castello, dando ancora a lui una stanza libera, dove benissimo stette accomodato co’ suoi servitori e cavalcature, per di molti mesi. Ancora altra volta accomodai Mess. Luigi Alamanni co’ figliuoli, per qualche mese. Pur mi dette grazia Iddio, ch’io potessi far qualche piacere agli uomini grandi e virtuosi. Col sopraddetto Mess. Guido godemmo l’amicizia quanto io là stetti, gloriandoci spesso insieme, che noi imparavamo le virtù alle spese di così grande e maraviglioso Principe, ognuno di noi nella sua professione. Io posso dir veramente, che quello ch’io sia, e quanto di buono e bello io m’abbia operato, è stato per causa di quel Re. Avevo in questo mio castello un giuoco di palla da giuocare alla corda, del quale io traevo assai utile, mentreché io lo facevo esercitare. Erano in detto luogo alcune piccole stanzette, dove abitavano diverse sorte d’uomini, infra’ quali era uno Stampatore molto valente di libri. Questi teneva quasi tutta la sua bottega dentro nel mio castello: ed è quegli, che stampò quel primo bel libro di Medicina a Mes. Guido. Volendomi io servire di quelle stanze, lo mandai via, pur con qualche difficultà non piccola. Vi stava ancora un maestro di Salnitri: e perch’io volevo servirmi di queste piccole stanzette per certi miei buoni lavoranti Tedeschi, questo maestro non voleva diloggiare: ed io piacevolmente più volte gli avevo detto, ch’egli m’accomodasse delle mie stanze, perché me ne volevo servire per abitazione de’ miei lavoranti per servizio del Re. Quanto più umile parlavo, questa bestia tanto più superbo mi rispondeva. All’ultimo poi io gli detti per termine tre giorni, di che egli si rise, e mi disse, che in capo di tre anni comincerebbe a pensarvi. Io non sapevo, che costui era domestico servitore di Madama di Tampes, e se e’ non fosse stato, che quella causa di Madama di Tampes mi faceva un po’ più pensare alle cose, che prima io non faceva, l’avrei subito mandato via: ma volli aver pazienza que’ tre giorni, i quali passati che furono, presi Tedeschi, Italiani, e Francesi, colle armi in mano, e molti manovali, che io avevo, e in breve tempo sfasciai tutta la casa, e le sue robe gettai fuori del mio castello. E quest’atto, alquanto rigoroso, feci, perch’egli mi aveva detto, che non conosceva persona d’Italiano tanto ardita, che gli avesse mosso una maglia del suo luogo. Però dipoi il fatto costui arrivò, e io gli dissi: Io sono il minimo Italiano dell’Italia, e non t’ho fatto nulla appetto a quello che mi basterebbe l’animo di farti, e ch’io ti farò se tu parli un motto solo; e dissigli altre parole ingiuriose. Quest’uomo, attonito e spaventato, dette ordine alle sue robe il meglio che potette: dipoi corse a Madama di Tampes, e dipinse un Inferno: e quella mia gran nemica, tanto maggiore quanto ell’era, più eloquente e più d’assai lo dipinse al Re, il quale due volte, mi fu detto, si ebbe a crucciar meco, e dar male commessioni contro di me; ma perché Arrigo Delfino suo figliuolo, oggi Re di Francia, aveva ricevuti alcuni dispiaceri da quella troppo ardita Donna, insieme colla Regina di Navarra, sorella del Re Francesco, con tanta virtù mi favorirono, che il Re convertì in riso ogni cosa; il perché, col vero aiuto d’Iddio, io passai una gran fortuna. Ancora ebbi a fare lo stesso a un altro simile a questo, ma non gli rovinai la casa: ben gli gettai tutte le sue robe fuora, per la qual cosa Madama di Tampes ardì di dire al Re: Io credo, che questo diavolo una volta vi saccheggerà Parigi. A queste parole il Re adirato rispose a Madama, che facevo molto bene a difendermi da quella canaglia, che mi volevano impedire il suo servizio. Cresceva ognora maggior rabbia a questa crudel donna; onde chiamò a sé un pittore, il quale stava per istanza a Fontanablò, dove il Re stava quasi di continuo. Questo Pittore era Italiano e Bolognese, e per Bologna era conosciuto. Pel nome suo proprio si chiamava Francesco Primaticcio. Madama di Tampes gli disse, ch’egli dovrebbe domandare al Re quell’opera della Fonte, che Sua Maestà aveva risoluta a me, e ch’ella con tutta la sua possanza ne l’ajuterebbe: e così rimasero d’accordo. Ebbe questo Bologna la maggiore allegrezza ch’egli avesse mai, e tal cosa promesse sicura, contuttoch’essa non fosse sua professione; ma perch’egli aveva assai buon disegno, e s’era messo in ordine con certi lavoranti, i quali s’erano fatti sotto la disciplina del Rosso, Pittore nostro Fiorentino, veramente maravigliosissimo valentuomo; ciò che costui faceva di buono, l’aveva preso dalla mirabil maniera del detto Rosso, il quale era di già morto. Potettero tanto quelle argute cagioni, col grande ajuto di Madama di Tampes, e col continuo martellare giorno e notte, or Madama, ora il Bologna agli orecchi di quel gran Re, e quello che fu potente causa a farlo cedere, ch’ella ed il Bologna d’accordo dissono: Come è egli possibile, Sacra Maestà, che volendo, che Benvenuto faccia dodici statue d’argento, delle quali non ha ancora finita una faccia poi quest’altra opera? O se voi l’impiegate in una tanto grande impresa, è di necessità, che di quest’altre, che tanto voi desiderate, per certo voi ve ne priviate; perché cento valentissimi uomini non potrebbon finire tante grandi opere, quante questo valentuomo ha ordite. Si vede espresso, ch’egli ha gran volontà di fare, la qual cosa sarà causa, che a un tratto Vostra Maestà perda lui e l’opere, con molte altre simili parole. Avendo trovato il Re in buona tempera, esso gli compiacque di tutto quello che domandavano, e per ancora non s’era mai mostrato né disegni, né modelli di nulla di mano del Bologna.

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Altrove poi dice, così parlando del Re. Egli ritornò a Parigi, e l’altro giorno, senza che io l’andassi a incitare, da per sé venne a casa mia, dove fattomegli incontro, lo menai per diverse stanze, dove erano diverse sorte d’opere: e cominciando dalle cose più basse, gli mostrai molte quantità d’opere di bronzo: dipoi lo menai a vedere il Gioved’argento, e gliene mostrai come finito, con tutti i suoi ornamenti. Dipoi lo menai a vedere altre opere d’argento e d’oro, e altri modelli per inventare opere nuove. Dipoi alla sua partita, nel mio prato del castello, scopersi quel gran Gigante. E più appresso: Intanto con gran sollecitudine, io finii il Gioved’argento, colla sua base dorata, la quale io avevo posta sopra un zocco di legno: e in detto zocco di legno avevo commesso quattro pallottole pure di legno, le quali stavano più che mezze nascose nelle loro casse, in foggia di noce di balestra. Erano queste cose tanto gentilmente ordinate, che un piccolo fanciullo, facilmente per tutti i versi, senza fatica al mondo, mandava innanzi e indietro, e volgeva la detta statua. Avendola assettata a mio modo, andai con essa a Fontanablò, dove era il Re. In questo tempo il sopraddetto Bologna aveva portato di Roma le sopraddette statue, e l’aveva con gran sollecitudine fatte gettar di bronzo. Io che non sapevo nulla di questo, sì perché egli aveva fatta questa faccenda segretamente; e perché Fontanablò è discosto da Parigi quaranta miglia, però non avevo potuto saper niente. Facendo intendere al Re, dove e’ voleva ch’io ponessi il Giove; essendo alla presenza Madama di Tampes, disse al Re, che non vi era luogo più a proposito per metterlo, che nella sua bella Galleria. Questa si era, come noi diremmo in Toscana, una loggia, o sì vero androne: più presto androne si potria chiamare, perché loggie noi chiamiamo quelle stanze, che sono aperte da una parte. Era questa stanza lunga molto più di cento passi andanti, ed era ornata e ricchissima di pitture di mano di quel mirabile Rosso nostro Fiorentino: e fra le pitture erano accomodate moltissime parti di scultura, alcune tonde, altre di bassorilievo. Era di larghezza, di passi andanti, dodici in circa. Il sopraddetto Bologna aveva condotto in questa Galleria tutte le sopraddette opere antiche fatte di bronzo, e benissimo condotte: e l’aveva poste con bellissimo ordine elevate in sulle loro base; siccome di sopra ho detto. Queste erano le più belle cose tratte da quelle antiche di Roma. In questa detta stanza io condussi il mio Giove: e quando io vidi quel grande apparecchio, tutto fatto a arte, in da per me dissi: Questo si è come passare infra le picche: ora Iddio m’ajuti. Messolo al suo luogo, e quanto io potetti, benissimo acconcio, aspettai quel gran Re che venisse. Aveva il detto Giove, nella sua mano destra, accomodato il suo fulgore, in attitudine di volerlo tirare, e nella sinistra gli avevo accomodato il mondo. Infra le fiamme avevo con molta destrezza commesso un pezzo d’una torcia bianca. E perché Madama di Tampes aveva trattenuto il Re fino a notte per fare uno de’ due mali, o che egli non venisse, o sì veramente, che l’opera mia, o causa della notte si mostrasse manco bella: e come Iddio promette a quelle creature, che hanno fede in lui, ne avvenne tutto il contrario; perché fattosi notte, io accesi la detta torcia, che era in mano al Giove, e per essere alquanto elevata sopra la testa di detto Giove, cadevano i lumi di sopra, e facevano molto più bel vedere, che di dì non avrian fatto. Comparve il detto Re colla sua Madama di Tampes, colla Delfina sua figliuola, e col Delfino, oggi Re, col Re di Navarra suo Cognato, con Madama Margherita sua figliuola, e parecchi altri gran Signori, i quali erano istrutti apposta da Madama di Tampes, per dir contro di me. E veduto entrare il Re, feci spingere innanzi da quel mio garzone Ascanio, già detto, incontro al Re il detto Giove; e perché ancora era ciò fatto con un poco d’arte, quel poco di moto, che si dava a detta figura, la faceva parer viva: e lasciatomi alquanto dette figure antiche indietro, detti prima gran piacere agli occhi dell’opera mia. Subito disse il Re, questa è molto più bella cosa, che mai per nessun uomo si sia veduta: ed io, che pure me ne diletto e intendo, non avrei immaginato la centesima parte. Que’ Signori, che avevano a dire contra di me, pareva che e’ non si potesser saziare di lodare la detta opera. Madama di Tampes disse arditamente: Non vedete voi quante belle figure di bronzo antiche son poste più là, nelle quali consiste la vera virtù di quest’arte, e non in queste bajate moderne? Allora il Re si mosse, e gli altri seco, e data un’occhiata alle dette figure, e quelle per esser lor posto il lume inferiore, non si mostravano molto bene. A questo il Re disse: chi ha voluto disfavorir quest’uomo, gli ha fatto un gran favore.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1550. Tra i Discepoli di Giulio Romano riuscì d’ottimo talento Gio. Batista Mantovano, che attese alla Scultura, e all’intaglio in rame, come mostrano le carte uscite dalle stampe, fra le quali è una Vergine, che ha la Luna sotto i piedi, e il figliuolo in braccio; e similmente alcune teste armate di cimiero all’antica; evvi ancora una carta di un Marte armato, che siede sopra un letto, e Venere, che sta allattando un Cupido, il quale graziosamente rimira. Veggonsi ancora alcune carte dove è un Capitano di bandiera a piede ed uno a cavallo: e due altre grandi, ove è figurato l’incendio di Troja e altre molte. Usò quest’artefice segnar le sue carte colle lettere I.B.M. Fiorì anche ne’ medesimi tempi Enea Vico da Parma, anch’egli valente intagliatore, il quale intagliò buona quantità d’opere del Rosso, la Leda di Michelagnolo, e la storia della Juditta, da lui dipinta nella Cappella, il ritratto del Bandinello, con molte invenzioni e disegni del medesimo: siccome ancora ad istanza di Cecchino Salviati, la bella storia della Conversione di San Paolo, con gran numero di figure e cavalli; similmente i ritratti del Signor Giovanni de’ Medici, di Cosimo il Granduca suo figliuolo, dell’Imperador Carlo V d’Arrigo Re di Francia, del Bembo, dell’Ariosto, del Gello Fiorentino, del Domenichi, e di molti altri uomini de’ suoi tempi, di Laura Terracina, del Doni, del Morosino ed altri. Datosi poi agli studj dell’antichità, diede alle stampe più libri di medaglie d’Imperadori e loro mogli, co’ rovesci di esse medaglie. Fece un albero di tutti gl’Imperadori, che fu molto lodato. Portatosi poi a’ servigj di Alfonso II Duca di Ferrara, fece a quel Principe l’albero de’ Marchesi e Duchi di quella casa, appresso la quale viveva del 1568 in grande onore e stima.

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