Nominativo - Ricci

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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Discepolo d’Andrea Pisano, nato 1320, ? 1389. Attese Andrea Orgagna ne’ suoi principj, come ci lasciò scritto il Vasari, all’arte della scultura, dipoi datosi con grande applicazione al disegno colla scorta di Agnol Gaddi, e di Bernardo suo fratello divenne pittore; ed io trovo ch’egli si matricolò per pittore non prima che l’anno 1358. sicché non pare che errasse punto il Vasari in farcelo per qualche tempo scultore, poi pittore: egli è però vero ch’egli trovasi descritto al libro della Compagnia de’ Pittori sotto nome d’Andrea di Cione, o Cioni del popolo di san Michele Bisdomini fino del 1350. al qual numero vedesi essere stato aggiunto di diverso carattere il numero di 19. Aiutò Bernardo l’anno 1350. a dipignere la Cappella maggiore di santa Maria Novella della nobil famiglia de’ Ricci richiestone dal Padre Fra Iacopo Passavanti Religioso di quell’Ordine de’ Predicatori, uomo di gran bontà, e dottrina, che allora viveva in quel Convento, assistendo alla gran fabbrica della nuova Chiesa. Occorse poi a’ 20. d’Aprile del 1358. che in uno strano temporale cadde un fulmine sopra il campanile di essa Chiesa, il quale, oltre all’avere spezzata in più parti una figura d’un Angelo di ferro di braccia quattro, il quale con un braccio steso girando attorno un gran palo pure di ferro, dimostrava i venti, a guisa d’una simile figura, che si vede in Vitruvio, e fatto del palo un arco, corse di repente in essa Cappella maggiore, e talmente abbronzò, percosse, e guastò quelle pitture, che elle rimasero in istato di non potersi più godere, e passato un intero secolo è statasi la Cappella sempre così; finalmente ad istanza di Giovanni Tornabuoni fu di nuovo dipinta dal celebre pittore Domenico del Grillandaio.

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1686

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Mentre Andrea Orcagna attendeva ne’ primi tempi de’ suoi studj all’arte della scultura, questo Bernardo, che fu suo fratello, e seguace della scuola d’Agnol Gaddi, attese sempre a quella del dipignere; onde essendo poi venuto voglia ad Andrea, a fine di rendersi in queste belle facultà universale, di farsi anche pittore, gli fu di non poco aiuto al conseguimento dell’intento suo, e finalmente avendo Andrea fatto in quell’arte assai buon profitto, Bernardo se lo prese in aiuto, ed insieme con esso lui condusse quasi ogni sua opera. Fra queste fu la Cappella maggiore della famiglia de’ Ricci, e quella degli Strozzi in Santa Maria Novella, come si è detto nelle Notizie di esso Andrea. Similmente tutta la Cappella a fresco della famiglia de’ Cresci nella Nonziata a’ Servi; la facciata di fuori di Sant’Appolinare; e una tavola dell’incoronazione di Maria Vergine nella Chiesa di San Pier maggiore; gli fu anche in aiuto Andrea nelle facciate del Campo santo di Pisa, ma essendo Andrea stato chiamato a Firenze, dopo aver finite le sculture nella Madonna su la coscia del Ponte vecchio, rimaso Bernardo in Pisa, condusse da per sé stesso in detto Campo santo un Inferno secondo l’invenzione della Commedia di Dante, che fu poi l’anno 1530. Guasto, e racconcio dal Sollazzino Pittore; e perché Bernardo sopravvisse al fratello alcuni anni, gli toccarono a finire molte sue tavole, che alla morte di lui eran rimaste imperfette.

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1728

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Or nel 1496. io trovo, che Vettorio, figliuolo del nostro Lorenzo, aveva una casa nel Popolo di S. Michel delle Trombe, ovvero in Palchetto: ed è quella, che è presso alla cantonata, rimpetto allo Spezial della Croce, e risponde in su la piazza di detta Chiesa di S. Michele in Palchetto, oggi detta di Santa Elisabetta, dalla Congrega che vi risiede: e sopra la porta di essa casa, che risponde nel corso, si vede in pietra molto antica l’arme de’ Ghiberti: e di questa casa si fa menzione in uno strumento di Manceppazione, fatta dal nominato Vettorio di Lorenzo del suo figliuolo Cione: e altresì in un Lodo tra detto Vettorio da una, e Buonaccorso, Francesco, Ghiberto, e Cione suoi figliuoli dall’altra, dato del 1496. da Antonio Covoni, e Cosimo di Lorenzo Rosselli il Pittore: la qual casa, come mostrano i confini, è quella stessa, che redarono i nominati fratelli Ghiberti dell’antica famiglia. Ora non pare inverisimile, che essendo questi de’ medesimi beni, che possedevano gli antichi, e tenendo le medesime armi di casa Ghiberti, tutti fossero degli antichi. Si potrebbe aggiugnere a quanto s’è detto, che il ramo di quelli, che noi chiamiamo Ghiberti antichi, si spegnesse nella persona d’una tale Agnoletta, figliuola di Papi Ghiberti, e Moglie d’Ottaviano Altoviti, della quale io trovo fatta menzione ne’ due strumenti suddetti, e ne’ libri domestici di Lorenzo Ghiberti; perché le case antiche de’ Ghiberti sulla piazza di S. Michele in Palchetto, eccetto quella che fu di Vettorio, come sopra son passate negli Altoviti, e in essi si conservano al presente. Favorisce anche questa opinione, che quel ramo rimanesse spento in Agnoletta, il vedersi che questo Papi fu de’ Priori nel 1435, e dopo detto tempo non si vede più alcuno di loro aver goduto tale uficio. Questo però non toglie né punto né poco la probabilità e quasi evidenza, che resulta dalle scritture sopra citate, che essendosi anche spento quel ramo, non ne furono restati altri, de’ quali fosse continovata la famiglia, che produsse il nostro Lorenzo, e i descendenti da esso: la quale partitasi dalla città, si fusse condotta a Pelago dove avendo in tempo smarrito l’antico casato de’ Ghiberti, si fusse ridotta in quel Cione, che noi mostreremo a suo luogo, che fu il Padre di Lorenzo. Favorisce anche non poco questa proposizione, cioè quanto io leggo nell’accuratissimo Priorista originale di Giuliano de’ Ricci, il quale nel tomo VIII. che contiene il Quartiere S. Gio: a c. 116. dopo aver fatta menzione della famiglia de’ Ghiberti, quella di cui fa menzione il Villani, e poi il Verino, che restò in Firenze senza volersene partire dopo la rotta dell’Arbia; e dopo aver notati tutti gli uomini che in essa città di Firenze dal 1319. al 1398. avevano goduti i primi onori, fa menzione di Lorenzo Ghiberti con queste parole: Lorenzo di Cione o di Bartoluccio Ghiberti messe su una delle Porte di metallo della chiesa di S. Gio: Batista a dì 23 d’Aprile 1424. non faccia difficoltà quello, che scrisse il Vasari pittore Aretino nella vita di Lorenzo Ghiberti predetto, circa alla diversità del tempo e d’altri particolari, perché sì in quella come in tutte l’altre vite, ec. E qui segue il Ricci a diffondersi molto in altri errori del Vasari, de’ quali per ora non è luogo per me a parlare, per non appartenere alle notizie del Ghiberti: e tanto basti intorno a tal questione.

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1728

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Dice poi il Vasari, che Buonaccorso fu figliuolo di Lorenzo: in che pure s’inganna; perché di Lorenzo di Cione nacque Vettorio, e di Vettorio questo Buonaccorso. Dice, che Vettorio figliuolo di Buonaccorso fu l’ultimo della famiglia, la quale in esso rimase estinta: che pure è grave errore; perché Vettorio padre di Buonaccorso, e figliuolo di Lorenzo di Cione, ebbe altri tre figliuoli, cioè Ghiberto, Cione, e Francesco: e questo Francesco fu padre di Vettorio, del quale nacque Ghiberto, Gio: e Felice di Ghiberto Vettorio, Gio: Francesco, e Lorenzo: e di Felice, Francesco, e Lorenzo, padre d’Anna Maria, e Beatrice, oggi maritate nelle nobili case de’ Ricci, e Berardi, come più largamente mostreremo coll’Albero di questa famiglia in fine di queste notizie, cavato da antiche e autentiche Scritture. E questo ancora basti aver detto in proposito degli errori, presi dal Vasari, nel parlare di questa nobil casa, alla quale per certo non abbisogna il cercare altri onori per gl’antichi tempi, per rendersi più illustre, di quelli, che le diede lo stesso Lorenzo con la sua virtù, aggiunti all’essersi ella abilitata a godere de’ primi onori della città fino dal 1375. goduti poi dallo stesso Lorenzo, come a suoi luogo diremo.

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1728

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Dopo, che il Morto da Feltro Pittore, ebbe fatti grandi studj per l’anticaglie e grotte della città di Roma, per segnalarsi, come fece, nel bel modo di dipignere grottesche, vennesene a Firenze. Ricevettelo nella propria sua casa Andrea Feltrini, che fino allora, sotto la disciplina di Cosimo Rosselli, aveva atteso alla pittura, ed a lungo andare avendo osservata la bizzarra e nuova maniera del Morto, talmente s’invogliò di quell’arte, che a quella in tutto e per tutto si diede; onde in breve tempo, non solo operò ottimamente di grottesche; ma quelle arricchì di molte e belle invenzioni. Incominciò a far le fregiature maggiori più copiose e piene, di maniera al tutto diversa dall’antica, accompagnandole con figure. Inventò capriccioso modo di dipignere le facciate delle case, che oggi si dice a sgraffio, quale io non saprei meglio descrivere, che colle proprie parole del Vasari; dice egli dunque. Costui cominciò a dar principio di far le facciate delle case e palazzi nell’intonacato della calcina, mescolata con nero di carbon pestato, ovvero paglia abbruciata, che poi sopra questo intonacato fresco dandovi di bianco, e disegnate le grottesche con quei partimenti, ch’ei voleva, sopra alcuni cartoni, spolverandogli sopra l’intonaco, veniva con un ferro a graffiar sopra quello, talmenteché quelle facciate venivano disegnate tutte da quel ferro, e poi raschiato il bianco de’ campi di queste grottesche, che rimaneva scuro, le veniva ombrando, o col ferro medesimo tratteggiando con buon disegno, tutta quell’opera con acquerello liquido, come acqua tinta di nero, andava ombrando, che ciò mostra una cosa bella, vaga e ricca da vedere. Fin qui il Vasari. Di questo modo dipinse egli in Firenze la facciata della casa de’ Gondi in Borgo Ognissanti, quella de’Lanfredini lung’Arno, tra’l Ponte a Santa Trinita e la Carraja verso Santo Spirito, quella de’ Sertini da San Michele di piazza Padella, oggi detta degli Antinori, quella già di Bartolommeo Panciatichi sulla piazza degli Agli, oggi de’ Ricci, e la facciata della Chiesa della Santissima Nunziata sopra il primo Chiostro. Fu Andrea molto adoperato in occasione di nozze e d’esequie, e d’ogni altra sorte d’apparato, e assai operò per la Serenissima Casa de’ Medici. Sono in Firenze, per le case de’ particolari, lavori finiti di sua mano, di fregiature, soffitte, cassoni, forzieri, e simili, tutti bellissimi. Fece con molta grazia, varietà e bellezza, disegni di ogni sorte di drappi e di broccati, che aggiunti alla nobiltà della materia ed eccellente maestria, con che si fabbricarono sempre nella città di Firenze simili cose, riuscirono desideratissimi per tutto il mondo. Fu però Andrea uomo tanto timoroso, che mai non volle pigliar lavoro sopra di sé, non bastandogli l’animo, dopo fatta l’opera, di farsi pagare, al contrario di tanti, e poi tanti, che dopo essersi fatti pagare, mai non lavorano, e piuttosto volle in bottega far la seconda, che l’ultima figura, benché in vita nel suo mestiere non avesse pari. Dalla medesima cagione derivò il conoscer che fece così poco la propria virtù, che potendo con poca fatica farsi ricco, contuttociò stando sempre al lavoro come un giumento, fecesi pagare scarsissimamente. Fu malinconico per natura, al che aggiunta l’incessante applicazione alle cose dell’arte, fu più volte in pericolo di esser per forza dell’umor malinconico, portato a male risoluzioni di sé, pur tuttavia volle Iddio ajutar la bontà di esso, perché fu sempre dagli amici e compagni assistito; finché ridottosi all’età di sessantaquattro anni gravemente infermatosi, se ne passò a vita migliore.

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