Nominativo - Re Filippo

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Arrivato a Venezia, poco vi si trattenne, perché volle scorrere a vedere molte altre provincie d’Italia. Fermossi per qualche tempo in Roma, dove cominciò a disegnare tutto l’antico, tanto di figure, che di rovine, e l’opere di Michelagnolo e di Raffaello; onde fin d’allora crebbe il suo nome appresso di molti. Occorse intanto, che fu creato Papa il Cardinale d’Utrecht, che fu Adriano VI in tempo ch’egli era in Ispagna; ed essendosi porta occasione allo Schoorel di farsegli conoscere, acquistò tal grazia appresso di lui, che gli fu subito dato il maneggio di Belvedere. Quivi fece alcuni quadri per lo stesso Papa, ed il ritratto di lui al naturale, che fu portato a Lovanio, nel Collegio eretto dal medesimo Papa. Questo buon Pontefice, dopo aver regnato un anno e otto mesi in circa, si morì: onde Schoorel, dopo aver finite alcune pitture in Roma, se ne tornò alla patria. Arrivato a Utrecht, fu preso da gran dolore, perché gli fu data la nuova, che la figliuola del suo maestro d’Amsterdam era stata maritata ad un orefice; onde il povero giovane vide in un punto fallito ogni suo disegno, e perduta quasi ogni fatica, che a poco altro aveva egli indirizzata, che al fine di abilitarsi all’affettuazione delle tanto desiderate nozze. Stettesi in Utrecht con un certo Proposto di Oudemunster, chiamato Lochorst, uomo di corte e grande amatore dell’arte. Questi dipigneva a olio e a guazzo. Quivi lo Schoorel dipinse l’entrata di Cristo in Gerusalemme, colla città al naturale, e vi fece molte figure de’ fanciulli Ebrei ed altri, che stendono i rami e le vestimenta a’ piedi del trionfante Signore. Fu questa tavola, che aveva i suoi sportelli, collocata nella Chiesa Cattedrale, alla quale fu donata da’ parenti del Proposto di essa. In quel tempo seguì una sollevazione nella città, fra alcuni partigiani del Vescovo, e quelli del Duca di Gueldria; onde lo Schoorel, per fuggire il tumulto, se ne venne in Haarlem, dove dal Comandante dell’Ordine di San Giovanni, che si chiamava Simon Saen, grande amico de’ pittori, fu ben ricevuto e ben trattato. Per questi fece alcune opere, che fino dell’anno 1604 si trovavano in quel luogo: particolarmente una storia di San Giovanni che battezza, dove si vedevano bellissime figure di vaghi aspetti, un bel paese e molti ignudi per battezzarsi. Aveva egli già acquistata gran fama in quel luogo, quando si risolvè a pigliarvi casa; che però gli furono date a fare poi molte tavole per altari di quelle Chiese: ed una, che doveva servire per l’Altare maggiore della Chiesa vecchia di Amsterdam, in cui rappresentò un Crocifisso: dell’invenzione della quale tavola se ne vedeva un’altra, pure in Amsterdam, detto anno 1604. Fu poi chiamato a Utrecht da’ Signori del Collegio di Santa Maria, Chiesa fondata da Enrico V Imperatore, dove fece una tavola per la maggior Cappella, con quattro sportelli, il primo de’ quali doveva egli, come gli fu ordinato, dipignere per una prova. Ritrasse alcune persone al naturale: ne’ primi due sportelli figurò Maria Vergine, col Bambino e S. Giuseppe, lo ‘mperatore inginocchioni, in abito Imperiale, col Vescovo Conradus, pontificalmente vestito; ed altre persone vi ritrasse, che per comandamento dello ‘mperatore avevan fatto abbellire quella Chiesa; e vi era anche un bellissimo paese. I due altri sportelli tenne alcuni anni; intanto dipinse alcune tele a guazzo, grandi quanto erano i due sportelli: in una rappresentò il Sagrifizio d’Abramo, con un bel paese. Queste tele fece poi comprare, insieme con altre opere di Schoorel, il Re Filippo l’anno 1549 coll’occasione di trovarsi nella Fiandra, e di passaggio in Utrecht, e se le portò in Ispagna. Era di mano di costui, in Amsterdam, un Crocifisso con bellissimi sportelli, fatto nel miglior tempo. Gli sportelli fatti in Utrecht, e ancora una bella tavola in Goude, insieme con molte altre belle opere sue, furono l’anno 1566 rotte e abbruciate dalla plebe. A Marchien, bellissima Badia in Artesia, era una sua bella tavola, con San Lorenzo sopra la graticola: una dell’undicimila Vergini, con due sportelli; ed una con sei, dove aveva rappresentato il martirio di Santo Stefano. In Utrecht, nella Badia di S. Vaes, dietro all’Altar maggiore, era una tavola con un Crocifisso, con due sportelli. In Haarlem, appresso Geert Willemsz Scoterbosch, era un pezzo di quadro piccolo, dov’egli aveva rappresentato quando la Vergine offerse il Figliuolo nel Tempio nelle braccia di Simeone, con molte figure. Nella Frigia, in una Badia, chiamata Grootouwer, era una tavola della Cena del Signore, con figure al naturale, e le facce ancora degli sportelli dipinte. In Malines, tra Bruselles ed Anversa, era un Mercante, che avea corrispondenza a Roma, chiamato Willem Pieters, il quale collo Schoorel aveva contratta grande amicizia: fece egli per costui alcuni be’ pezzi di quadri. In Breda, pel Conte Enrico di Nassau, e Rene de Chalon, Principe d’Oranges, fece alcune opere. Fu poi chiamato dal Re di Francia Francesco I per andare al suo servizio, con gran promesse: ed ei ricusò, perché non volle mai obbligarsi nelle Corti; anzi una volta, che gli piacque raccomandare un certo architetto al Re di Svezia Gustavo, gli mandò col medesimo a donare una bella immagine della Madonna, di sua mano, la quale fu da quel Re tanto gradita, che non isdegnò lo scrivergli una lettera di proprio pugno in ringraziamento, inviandogliela accompagnata con un ricchissimo regalo, che fu un anello di gran valore, con altre simili cose e una slitta, con tutti i suoi arnesi pel cavallo: quella appunto, colla quale soleva sua Maestà andar sopra il diaccio, con un formaggio di Svezia di dugento libbre di quel peso, del nostro dugentosessantasei. Lo Schoorel ricevette la lettera; ma bensì aperta, per essere stata intercetta, e preso il regalo. Fu quest’artefice assai famigliare a tutti i Cavalieri della Fiandra, perché all’arte della pittura, aveva congiunto la musica e la poesia. Era buon rettorico, e componeva ben le commedie e canzoni. Tirò bene d’arco, e parlò molte lingue francamente, cioè la Latina, l’Italiana, Franzese e Tedesca, oltre alla sua nativa. Fu liberale del suo, di spirito allegro e vivace; ma giunto a una certa età, fu così tormentato dalla podagra, che divenne vecchio avanti il tempo. Finalmente pervenuto all’età di sessantasette anni, se ne andò a vita migliore l’anno 1560 a’ sei di Dicembre. Rimase di suoi discepoli il pittore di Filippo Re di SpagnaAntonio Moro, il quale, pel grande affetto, che gli portava, volle due anni avanti ch’egli morisse, cioè l’anno 1558 farne il ritratto, sotto il quale scrisse i seguenti versi: Addidit hic arti decus, huic ars ipsa decorem, Quo moriente mori est hæc quoque visa sibi.

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Discepolo di Jan Mandin, nato 1519, morto 1563. Pietro d’Arnoldo, che per la grande statura del suo corpo, tanto in Italia, che in Fiandra, fu detto Pietro Lungo. Nacque in Amsterdam l’anno 1519 i suoi parenti furono del paese di Purmer, luogo poco distante da quella gran città. Il padre suo, che abitò in Amsterdam, voleva tirarlo avanti pel suo mestiero, che era di fare le calze; ma la madre, che lo vedeva inclinato alla pittura, non volle mai acconsentire: e diceva al marito, che quando mai ella avesse creduto di condursi a vivere col filare, voleva ad ogni modo seguitare il genio del fanciullo, che era di fare il pittore; tantoché il marito, per aver pace con lei, si risolse a compiacerla. Il primo maestro di Pietro fu un certo Alart Claesser, che in quel tempo era de’ migliori pittori di Amsterdam, il quale anche ritraeva al naturale. Il giovanetto, fin dal principio de’ suoi studj, fu assai ardito nell’operare, e aveva la mano molto franca, il perché presto cominciò ad acquistare credito. Dicesi, che di diciassette o diciotto anni egli se n’andasse a Bossic in Annonia, per veder pitture di varj maestri, accompagnatovi con lettere del Governatore di Amsterdam. Di lì si portò ad Anversa, dove si mise a stare con un certo Jan Mandin di nazione Vallone. In questa città prese moglie, e entrò nella Compagnia de’ Pittori. Ebbe un genio particolare a dipignere cucine, e con ogni sorte d’arnesi e robe, appartenenti all’imbandire de’ banchetti: le quali cose, per la gran pratica, ch’egli aveva fatto fin da fanciullo nel maneggiare i colori, faceva parer vere. Ma fu anche assai valente in rappresentare in pittura ogni altro suo concetto. Per l’Altar maggiore nella Chiesa vecchia, o vogliamo dire della Madonna d’Amsterdam, fece una tavola ordinatagli dal Maestro de’ Cittadini, che era allora Jons Buyxt, uomo assai reputato, il quale, per la parte della Città, s’era trovato a dare il giuramento al Re Filippo. Nel mezzo di questa gran tavola aveva figurato il Transito di Maria Vergine, e gli sportelli seguitavano la storia; nella parte di fuori dipinse la Visita de’ Magi, con alcuni putti ben coloriti: e fu il costo di tutta quest’opera duemila scudi. Prese poi a fare la tavola dell’Altar maggiore della Chiesa nuova, per la quale era stato prima chiamato Michel Cocxie di Malines, che avendo veduta la bella tavola di Pietro, e sentito il prezzo della medesima, che a lui pareva poco, s’era licenziato, con dire, che chi aveva fatta quella, avrebbe fatta anche quest’altra. In essa dipinse la Natività del Signore, e ne’ quattro sportelli l’Annunciazione di Maria Vergine, la Circoncisione, i tre Magi, ed un’altra storia, e nel di fuori era la Decollazione di Santa Caterina. Questo bellissimo quadro fu poi insieme con altri rovinalo e guasto, quando distrutte furono le Sacre Immagini: e fino del 1604 si vedeva in Amsterdam il cartone grande quanto l’opera, maneggiato con tanta franchezza, che ben faceva conoscere di qual perfezione fosse stata la pittura. Pel Convento de’ Certosini a Delft, fece un Crocifisso, e negli sportelli la Natività del Signore, colla Visita de’ Magi, e di fuora i quattro Evangelisti. Un’altra simil tavola fece per la Chiesa nuova di Delft, e sopra gli sportelli la storia de’ Magi, l’Ecce Homo ed altri sacri misterj. Per Lovanio ed altri luoghi colorì molte belle tavole, delle quali in detto anno 1604 come attesta il Vanmander, rimanevano più di venticinque cartoni in casa di un certo Jaques Walraven. In Amsterdam erano anche più pezzi di quadri di figure quanto il naturale. Nella Corte d’Olanda, appresso un certo Claes, era la storia de’ Discepoli, che vanno in Emaus. In casa Jan Pietersz Reael, erano alcuni quadri di storie di Gioseffo. Cornelis Cornelisz pittore in Haerlem, aveva un quadro della storia di Marta. Era ancora in Noort nella parte d’Olanda verso Tramontana a Warmenhvysen una tavola da Altare, con un Crocifisso, dove fra le altre figure era molto lodata quella d’un Carnefice, il quale con un ferro rompeva le gambe ai Ladroni, e negli sportelli erano cose appartenenti alla storia. Questa bella opera, nel tempo della sollevazione del 1566 contuttoché dalla Donna di Sonne­veldt in Alckmaer ne fossero offerti 200 scudi, mentre il Popolo arrabbiato la conduceva fuori di Chiesa, per farla in pezzi, fu da’ contadini calpestata e infranta co’ piedi, finché si ridusse in minute parti: ed invero fu una gran disgrazia del povero Pietro il condursi a vedere quasi tutte le più bell’opere sue rovinate da quella gente. Di queste egli spesso si doleva amaramente, vedendo d’aver quasi perduto insieme con esse nel mondo la memoria del proprio nome: e nel trovarsi, ch’e’ faceva spesso con quella mala brigata, ne fece talora così gran rammarico, che si vide più volte in pericolo di farsi ammazzare. Pervenuto finalmente questo valentuomo all’età di sessanta sei anni, nel giorno de’ due di Giugno del 1563 pagò il comune debito della Natura. Fu quest’artefice uomo rozzo di tratto e d’aspetto; onde è, che se non fosse stata la sua virtù, sarebbe egli stato poco stimato. Tenne un modo di vestire tanto abbietto, che si trovò alcune volte chi, coll’occasione dell’ordinargli alcun lavoro andava alla sua bottega, credendolo un macinatore di colori, o altra vile persona, gli domandò dove fosse il maestro. Per ordinario si fece pagar poco le sue opere. Non ebbe gran pratica in far figure piccole, ma bensì nelle molto grandi, ove consistono le maggiori difficoltà dell’arte. Fu buon prospettivo, ornò benissimo le sue figure, fece bene i panni e gli animali. Gran parte de’ suoi quadri furono comprati da Jacob Raeuwaert: ed una bellissima cucina, dov’egli aveva ritratto al naturale il suo secondo figliuolo, in età di piccolo bambino, ebbe un tal Ravert in Amsterdam. Di Pietro Lungo trovo aver fatta una breve menzione il Vasari nella seconda e terza parte, per notizia avuta di lui, com’egli scrisse, da Gio. Bologna da Dovai, e da Gio. Strada, con queste precise parole. Pietro Aersen, detto Pietro Lungo, fece una tavola con sue ale nella sua patria d’Amsterdam, dentrovi la nostra Donna, ed altri Santi, la quale tutt’opera costò 2000 scudi. Di questo Pietro ne rimasero tre figliuoli: il primo de’ quali fu Pieter Pietersz, il quale fu gran pittore, e imitò assai la maniera di suo padre e maestro, e fu solito far molto dal naturale, come quegli, a cui poche occasioni si presentarono di far quadri grandi. Morì in Amsterdam d’età di anni sessantadue l’anno 1603 lasciando di sé gran fama, non tanto pel valore nell’arte della pittura, quanto per l’eloquenza e dottrina sua, avendo atteso anche alle lettere. Il secondo fu Aert Pietersz, uomo, che fino dalla sua gioventù operò bene in pittura, e fu molto pratico in far ritratti al naturale, sebbene ebbe ancora buonissima abilità nelle istorie. Dirick Pietersz, più giovane otto anni d’Aert, fu anch’egli discepolo del padre, e operò a Fontanablò in Francia. Questi nell’ultima guerra avanti al 1610 fu ammazzato. Pieter il primo lasciò un figliuolo, che fu ancora egli pittore, e seguì la maniera del padre.

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Discepolo di Bernaert di Bruselles, nato 1497, morto 1592. Nacque questo rinomato artefice nella città di Malines l’anno 1497. Cresciuto in età, fece sotto la disciplina di Bernaert di Bruselles, diligentissimi studj, per giugnere alla perfezione dell’arte del dipignere. Se ne venne poi in Italia; e in Roma studiò le opere di Raffaello, e nella Chiesa vecchia di San Pietro dipinse una Resurrezione. Operò in Santa Maria della Pace, ed in altri luoghi della stessa città. Tornossene poi alla patria, accasato con una donna di tanto suo genio, che godendo con essa una tranquillissima vita, poté, senz’alcun disturbo, attendere, a tutto suo piacere, alle cose dell’arte. Quella poi mancatagli, prese altra moglie, della quale non ebbe figliuoli. Fra le opere principalissime di questo artefice, fu una tavola da Altare nella Chiesa della Madonna di Halsembergh, tre leghe lontano da Bruselles, in cui aveva rappresentato un Crocifisso, con tanto artifizio e maestria, che molti amatori dell’arte concorrevano bene spesso a quella Chiesa, per vedere tale opera. Questa tavola fu poi, a tempo de’ tumulti di Fiandra, da un tal Thomas Werzy Mercante di Bruselles, portata in Ispagna (dove anche aveva portate molte altre belle cose di tal genere) e venduta pel Re Filippo al Cardinal Granvela. Era in Bruselles ancora di mano del Cocxie, nella Chiesa Cattedrale di Santa Giulia, una bellissima tavola, in cui era figurato il Transito di Maria Vergine, che pure fu venduta in Ispagna a gran prezzo. Ad un Altare di Santo Luca, attorno ad una tavola fatta da Bernardo suo maestro, aveva egli dipinto due sportelli, i quali, nel partir che fece di Fiandra il Duca Mattias, volle portar con sé come cose rarissime. Dipinse per la Chiesa Cattedrale d’Anversa la tavola di San Sebastiano. Similmente per la nominata Chiesa di S. Giulia in Bruselles una stupenda tavola della Cena di Cristo Signor nostro, e altre moltissime opere fece nel lungo corso di sua vita, colle quali divenne ricco: e fra gli altri beni, ch’egli acquistò nella città di Malines sua patria, furono tre bellissime case, anzi piuttosto tre gran palazzi. Ebbe questo artefice aveva una bella maniera di colorire, ed alle sue figure dava gran naturalezza, particolarmente quando erano immagini di Maria Vergine e de’ Santi. Nell’inventario non fu molto ricco. Erasi egli ajutato assai coll’opere Italiane, avendo anche posto in opera molte cose di Raffaello, sopra le pitture del quale egli aveva fatto tutti i suoi grandi studj. Onde quando Girolamo Cock messe alla stampa le stesse opere di Raffaello, il Cocxie si trovò in grandi angustie, vedendosi scoperte per non sue alcune maravigliose figure, delle quali egli s’era servito nella nominata tavola del Transito di Maria Vergine in S. Giulia a Bruselles. Giunto che fu Michele al novantesimoquinto anno della sua età, avendo poco avanti fatte alcune opere nella casa o palazzo della città, cadde da una scala, o da un ponte di tavole, dove forse egli s’era messo a fare alcuna cosa in pittura, e di tal caduta morì l’anno 1592.

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Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

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