Nominativo - Re

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Or qui bisogna prima, che sappia il mio lettore, che costui dell’anno 1566, quattro anni avanti alla sua morte, che seguì poi in Firenze l’anno 1570, aveva scritte in gran parte di proprio pugno, un grosso e assai curioso volume di tutto il corso della sua vita, fino a quel tempo, il qual volume oggi si trova, fra molte degnissime e singolari memorie, nella Libreria degli Eredi di Andrea Cavalcanti, che fu Gentiluomo eruditissimo, e delle buone arti amico. Di questo manoscritto, parlando pure del Cellino, ne fece menzione il Vasari, ma il detto Vasari, che pure seppe essere al mondo quest’opera, per mio avviso, non la vide e non la lesse: perché se ciò fosse seguito, egli vi avrebbe trovata una certa maniera di parlare della propria persona sua; che io non so poi, come gli fosse potuto venir fatto il dire del Cellino, anche così in generale, tanto bene, quanto ei ne disse; se noi non volessimo credere, che ciò egli facesse, per rendergli bene per male, o veramente, perch’e’ n’avesse paura, perché egli era uomo delle mani, e di tal sorte di colore, come noi sogliamo dire, che fanno egualmente scuotere le acerbe e le mature; ma ciò sia detto per passaggio. Conclude adunque il Cellino in quell’opera, che questa sua venuta in Francia, e i gran lavori, ne’ quali egli fu subito impiegato, non furono di molto gusto del Primaticcio, che già appresso al Re si era guadagnato credito di primo virtuoso in queste arti; onde al Cellino toccò poi a cadere in molte disgrazie: ed ebbe anche a liberar sé stesso violentemente da non poche persecuzioni, che del continuo gli preparavano coloro, a cui premevano gli avvantaggi e di guadagno e di gloria del Primaticcio. Il racconto è curioso, e per la sincerità e semplicità, onde egli è portato, e per altri titoli ancora. Né io saprei meglio esplicare ciò che ei volle, se non col portare in questo luogo le stesse parole di Benvenuto; e perciò fare concedamisi l’incominciare che io farò alquanto dalla lontana, non tanto perché meglio s’intenda l’origine delle male sodisfazioni seguite fra questi due, quanto per dare, con tale occasione, diverse notizie di cose seguite in que’ tempi, degne di sapersi. Dice egli adunque così: Avendo fra le mani le suddette opere, cioè il Gioved’argento già cominciato, la detta Saliera d’oro, il gran Vaso d’argento, le dette due Teste di bronzo, sollecitamente in esse opere si lavorava. Ancora detti ordine a gettare la base del detto Giove, quale feci di bronzo, ricchissimamente piena d’ornamenti, infra’ quali ornamenti iscolpii, in bassorilievo, il ratto di Ganimede: dall’altra banda poi Leda e’l Cigno. Questa gettai di bronzo, e venne benissimo: ancora ne feci un’altra simile per porvi sopra la statua di Giunone, aspettando di cominciare questa ancora, se il Re mi dava l’argento da poter fare tal cosa. Lavorando sollecitamente, avevo messo di già insieme il Gioved’argento; ancora avevo messo insieme la Saliera d’oro, il Vaso era molto innanzi, le due Teste di bronzo erano già finite. Ancora avevo fatto parecchie operette al Cardinale di Ferrara: di più, un vasetto d’argento, riccamente lavorato, avevo fatto per donare a Madama di Tampes. A molti Signori Italiani, cioè il Sig. Piero Strozzi, il Conte d’Anguillara, il Conte di Pitigliano, il Conte della Mirandola, e molti altri, avevo fatte molte opere: e tornando il mio gran Re, come io ho detto, avendo tirate innanzi benissimo quelle sue, il terzo giorno venne a casa mia con molta quantità della maggior nobiltà della sua Corte, e molto si maravigliò delle tante opere, che io avevo innanzi e a così buon porto tirate; e perché era seco la sua Madama di Tampes, cominciarono a ragionare di Fontanablò. Madama di Tampes disse a Sua Maestà, ch’egli avrebbe dovuto farmi fare qualcosa di bello per ornamento della sua Fontanablò. Subito il Re disse: egli è ben fatto quel che voi dite, e adesso adesso mi voglio risolvere, che là si faccia qualcosa di bello; e voltatosi a me, mi cominciò a domandare quello, che mi pareva di fare per quella bella Fonte. A questo io proposi alcune mie fantasie, e ancora Sua Maestà disse il parer suo: dipoi mi disse, che voleva andare a spasso per quindici o venti giornate a San Germano dell’Aia, quale era dodici leghe discosto da Parigi: e che in questo tempo io facessi un modello per questa sua bella Fonte, con le più ricche invenzioni che io sapessi, perché quel luogo era la maggior ricreazione ch’egli avesse nel suo Regno; però mi comandava e pregava, ch’io mi sforzassi di far qualcosa di bello: ed io tanto gli promessi. Vedute che ebbe il Re tante opere sì innanzi, disse a Madama di Tampes: Io non ho mai avuto uomo di questa professione, che più mi piaccia, né che meriti più d’esser premiato di questo; però bisogna pensare di fermarlo, perch’egli spende assai, ed è buon compagnone, e lavora assai; onde è necessità, che da per noi ci ricordiamo di lui: il perché, se considerate, Madame, tante volte, quante egli è venuto da me, è quanto io son venuto qui, non ha mai domandato niente; il cuor suo si vede esser tutto intento all’opere, e bisogna fargli qualche bene presto, acciocché noi non lo perdiamo. Disse Madama di Tampes: Io ve lo ricorderò; e partironsi. Io mi messi in gran sollecitudine intorno all’opere mie cominciate: e di più messi mano al modello della Fonte, e con sollecitudine lo tiravo innanzi. In termine d’un mese e mezzo il Re tornò a Parigi: ed io, che avevo lavorato giorno e notte, l’andai a trovare, e portai meco il mio modello. Erano di già cominciate a rinnovarsi le diavolerie della guerra fra l’Imperadore e lui, dimodoché io lo trovai molto confuso: pure parlai col Cardinale di Ferrara, dicendogli, ch’io avevo meco certi modelli, i quali mi aveva commesso Sua Maestà: così lo pregai, che se e’ vedeva tempo di dir qualche parola, perché si potessero mostrare, credevo che il Re n’avrebbe preso molto piacere. Il Cardinale propose i modelli al Re, il quale venne subito dove essi erano. In prima io aveva fatto la porta del Palazzo di Fontanablò: e per alterare il manco ch’io potevo l’ordine della porta, che era fatta a detto palazzo, quale era grande e nana, di quella lor mala maniera Franciosa, la quale era poco più d’un quadro, e sopra esso un mezzo tondo stiacciato a uso di manico di canestro: e perchè in questo mezzo tondo il Re desiderava d’averci una figura, che figurasse Fontanablò; io detti bellissima proporzione al vano: dipoi posi sopra detto vano un mezzo tondo giusto, e dalle bande feci certi piacevoli risalti, sotto i quali, nella parte da basso, che veniva a corrispondenza di quella di sopra, posi un zocco, e altrettanto di sopra: e in cambio di due colonne, che mostrava che si richiedessero, secondo le modinature fatte di sotto e di sopra, avevo fatto un Satiro in ciascun de’ siti delle colonne. Questi era più che di mezzo rilievo, e con uno de’ bracci mostrava di regger quella parte, che tocca alle colonne: nell’altro braccio aveva un grosso bastone, con la sua testa ardito e fiero, qual mostrava spavento a’ riguardanti. L’altra figura era simile di positura, ma era diversa e varia di testa, ed alcune altre tali cose aveva in mano: una sferza con tre palle, accomodate con certe catene. Sebbene io dico Satiri, questi non avevano di Satiro altro, che certe piccole cornetta, e la testa caprina, tutto il resto era umana forma. Nel mezzo tondo avevo fatta una femmina, in bell’attitudine, a diacere. Questa teneva il braccio manco sopra il collo di un cervio, quale era una dell’imprese del Re: da una banda avevo fatto, di mezzo rilievo, certi caprioletti e porci cingnali, e altre selvaggine di più basso rilievo: dall’altra banda cani, bracchi e levrieri di più sorte, che produce quel bellissimo bosco, dove nasce la Fontana. Aveva dipoi tutta questa opera ristretta in un quadro oblungo: e negli angoli del quadro di sopra, in ciascuno, avevo fatta una Vittoria in basso rilievo, con quelle facelline in mano, come hanno usato gli antichi. Di sopra al detto quadro avevo fatta la Salamandra, propria impresa del Re, con molti ornamenti a proposito della detta opera, quale mostrava d’essere di ordine Jonico. Veduto il Re questo modello, subito lo fece rallegrare, e lo divertì da que’ ragionamenti fastidiosi, in ch’egli era stato più di due ore. Vedutolo io lieto a mio modo, gli scopersi l’altro modello, quale punto non aspettava, parendogli d’aver veduto assai opera in quello. Questo modello era grande più di due braccia, nel quale avevo fatto una fontana, in forma d’un quadro perfetto, con bellissime scale intorno, quali s’intrassegnavano l’una nell’altra, cosa che mai più non s’era veduta in quelle parti, e rarissimamente s’era veduta in queste. In mezzo a detta fontana avevo fatto un sodo, il quale si dimostrava un poco più alto della fontana; e sopra questo sodo avevo fatto, a corrispondenza, una figura ignuda di molta bella grazia. Questa teneva una lancia rotta nella mano destra, elevata in alto: e la sinistra teneva in sul manico una storta, fatta di bellissima forma: posava in sul piè manco, ed il ritto teneva in su un cimiere, riccamente lavorato: e in su i quattro canti della fontana avevo fatto in su ciascuno una figura a sedere, elevata con molte sue vaghe imprese per ciascuna. Cominciommi a domandare il Re, che bella fantasia era quella, dicendomi, che tutto quello, che avevo fatto alla porta, senza domandarmi di nulla, egli l’aveva inteso; ma che questo, sebbene gli pareva bellissimo, nulla non intendeva: e ben sapeva, ch’io non avevo fatto come gli altri sciocchi, che sebbene facevan cose con qualche poca di grazia, le facevano senza significato nessuno. A questo, messimi già in ordine, risposi che essendo piaciuto il mio fare, volevo bene, che altrettanto piacesse il mio dire. Sappiate, dissi, Sacra Maestà, che tutta quest’opera piccola è benissimo misurata a piedi piccoli, qual mettendo poi in opera, verrà di questa medesima grazia, che voi vedete. Quella figura di mezzo si è 54 piedi. A questa parola il Re fece grandissimo segno di maravigliarsi: ed io soggiunsi: Ell’è fatta per figurare lo Dio Marte: quest’altre quattro figure son fatte per Virtù, di che si diletta e favorisce tanto Vostra Maestà. Questa a man destra è figurata per la Scienza di tutte le lettere: vedete ch’ella ha il suo contrassegno, qual dimostra la Filosofia, con tutte le sue virtù compagne; quest’altra dimostra essere tutta l’Arte del disegno, cioè Scultura, Pittura e Architettura: quest’altra è figurata per la Musica, qual si conviene per compagnia a tutte queste scienze. Quest’altra, che si dimostra tanto grata e benigna, è figurata per la Liberalità, che senza lei non si può dimostrare nessuna di queste mirabili virtù. Questa statua di mezzo, grande, è figurata per Vostra Maestà istessa, quale è un Dio Marte, essendo Voi solo bravo nel mondo: e questa bravura Voi l’adoperate giustamente e santamente, in difesa della gloria Vostra. Appena egli ebbe tanta pazienza, che e’ mi lasciasse finir di dire, che levata gran voce, disse: Veramente io ho trovato un uomo secondo il cuor mio. E chiamò i Tesaurieri ordinarj, e gli disse, che mi provvedessero tutto quel che mi faceva di bisogno, e fosse grande spesa quanto si volesse: poi a me dette in sulla spalla colla mano, dicendomi: Mon Amy, che vuol dire, Amico mio; Io non so qual sia maggior piacere, o quello d’un Principe d’aver trovato un uomo secondo il suo cuore, o quello di quel virtuoso, d’aver trovato un Principe, che gli dia tanta comodità, ch’egli possa esprimere i suoi grandi e virtuosi concetti. Io risposi, che se era quello, che diceva Sua Maestà, era stata maggior ventura la mia. Rispose ridendo: Diciamo che ella sia eguale: e partimmi con grande allegrezza, e tornai alle mie opere. Volle la mia mala fortuna, ch’io non fui avvertito di fare altrettanta commedia con Madama di Tampes, che sapute la sera tutte queste cose, ch’eran corse dalla propria bocca del Re, le generò tanta rabbia velenosa nel petto, che con isdegno ella disse: Se Benvenuto mi avesse mostrato l’opera sua, m’avrebbe dato causa di ricordarmi di lui a suo tempo. Il Re mi volle scusare, ma nulla s’appiccò. Io che tal cosa intesi, ivi a quindici giorni, che girato per la Normandia a Rotano e Diepa, dipoi erano ritornati a San Germano dell’Aia; presi quel bel vasetto, ch’io avevo fatto a riquisizione della detta Madama di Tampes, pensando, che donandogliele, dovessi riguadagnare la sua grazia. Così lo portai meco; e fattole intendere per una sua nutrice, alla quale mostrai il vaso, ch’io l’avevo fatto per la sua Signora, e che io glielo volevo donare; la detta nutrice mi fece carezze smisurate, e mi disse, che direbbe una parola a Madama, la quale non era ancor vestita: e che subito detta, gliele metterebbe in camera. La Nutrice disse il tutto a Madama, la quale rispose sdegnatamente: Ditegli, che aspetti, io ho inteso.

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A questo io mi vestii di pazienza, la qual cosa m’è difficilissima; pure ebbi pazienza infino dopo il suo desinare: e venuta poi l’ora tarda, la fame mi cagionò tanta ira, che non potendo più resistere, mandatole devotamente il canchero nel cuore, di quivi mi partii, e me n’andai a trovare il Cardinal di Lorena, e gli feci presente del detto vaso, raccomandandomi solo, che e’ mi tenesse in buona grazia del Re. Disse, che e’ non bisognava, e quando fosse bisogno, che lo farebbe volentieri. Dipoi chiamato un suo Tesauriere, gli parlò nell’orecchio. Il detto Tesauriere aspettò ch’io mi partissi dalla presenza del Cardinale, dipoi mi disse: Benvenuto, venite meco, ch’io vi darò da bere un bicchier di buon vino: al quale io dissi, non sapendo quello che si volesse dire, di grazia: Monsignor Tesauriere, fatemi donare un sol bicchier di vino e un boccon di pane, perché io veramente mi vengo meno; perché sono stato da questa mattina a buon otto, fino a quest’ora che voi vedete, alla porta di Madama di Tampes, per donarle quel vasetto d’argento dorato, e tutto gli ho fatto intendere; ed ella per istraziarmi sempre, mi ha fatto dire, che io aspettassi. Ora m’era sopraggiunta la fame, e mi sentivo mancare, e siccome Iddio ha voluto, ho donato la roba e le fatiche mie, a chi molto meglio le meritava: e non vi chieggo altro, che un poco da mangiare, che, per essere io alquanto colleroso, m’offende il digiuno di sorte, che mi faria cadere in terra svenuto. In tanto tempo, quanto io penai a dir queste parole, era comparso il mirabile vino, ed altre delizie da far colazione, tantoché io mi ricriai molto bene, e riavuti gli spiriti vitali, m’era uscita la stizza. Il buon Tesauriere mi porse 100 scudi d’oro, a’ quali io feci resistenza di non gli volere in modo nessuno. Andollo a riferire al Cardinale, il quale dettogli gran villanie, gli comandò che me gli facesse pigliare per forza, e che non gli andasse più innanzi altrimenti. Il Tesauriere venne a me crucciato, dicendo, che mai più era stato gridato per l’addietro dal Cardinale: e volendomegli dare, perché gli feci altra resistenza, mi disse, che me gli avrebbe fatti pigliar per forza. Io presi i danari, e volendo andare a ringraziare il Cardinale, mi fece intendere per un suo Segretario, che sempre ch’egli mi poteva far piacere, che me ne farebbe di buon cuore: e io me ne tornai a Parigi la medesima sera. Il Re seppe ogni cosa, e dettero la baja a Madama di Tampes, il che fu causa di farla maggiormente invelenire a far contro di me, dove io portai gran pericolo della vita mia, come si dirà a suo luogo; sebbene molto prima io mi dovevo ricordare della guadagnata amicizia del più virtuoso, del più amorevole, e del più domestico uomo da bene, che mai io conoscessi al mondo: questi si fu Mess. Guido Guidi, eccellente Dottore Medico, e nobil cittadino Fiorentino. Per gl’infiniti travagli, postimi innanzi dalla perversa fortuna, l’avevo alquanto lasciato indietro, ch’io mi pensavo per averlo di continuo nel cuore, che e’ bastasse; ma avvedutomi poi, che la mia vita non istava bene senza lui, in que’ miei maggior trovagli, perché mi fosse di ajuto e conforto, lo menai al mio castello, e quivi gli detti una stanza libera per sé: così ci godemmo insieme parecchi anni. Ancora capitò il Vescovo di Pavia, cioè Monsignor de’ Rossi, fratello del Conte di San Secondo. Questo Signore io levai di sull’osteria, e lo messi nel mio Castello, dando ancora a lui una stanza libera, dove benissimo stette accomodato co’ suoi servitori e cavalcature, per di molti mesi. Ancora altra volta accomodai Mess. Luigi Alamanni co’ figliuoli, per qualche mese. Pur mi dette grazia Iddio, ch’io potessi far qualche piacere agli uomini grandi e virtuosi. Col sopraddetto Mess. Guido godemmo l’amicizia quanto io là stetti, gloriandoci spesso insieme, che noi imparavamo le virtù alle spese di così grande e maraviglioso Principe, ognuno di noi nella sua professione. Io posso dir veramente, che quello ch’io sia, e quanto di buono e bello io m’abbia operato, è stato per causa di quel Re. Avevo in questo mio castello un giuoco di palla da giuocare alla corda, del quale io traevo assai utile, mentreché io lo facevo esercitare. Erano in detto luogo alcune piccole stanzette, dove abitavano diverse sorte d’uomini, infra’ quali era uno Stampatore molto valente di libri. Questi teneva quasi tutta la sua bottega dentro nel mio castello: ed è quegli, che stampò quel primo bel libro di Medicina a Mes. Guido. Volendomi io servire di quelle stanze, lo mandai via, pur con qualche difficultà non piccola. Vi stava ancora un maestro di Salnitri: e perch’io volevo servirmi di queste piccole stanzette per certi miei buoni lavoranti Tedeschi, questo maestro non voleva diloggiare: ed io piacevolmente più volte gli avevo detto, ch’egli m’accomodasse delle mie stanze, perché me ne volevo servire per abitazione de’ miei lavoranti per servizio del Re. Quanto più umile parlavo, questa bestia tanto più superbo mi rispondeva. All’ultimo poi io gli detti per termine tre giorni, di che egli si rise, e mi disse, che in capo di tre anni comincerebbe a pensarvi. Io non sapevo, che costui era domestico servitore di Madama di Tampes, e se e’ non fosse stato, che quella causa di Madama di Tampes mi faceva un po’ più pensare alle cose, che prima io non faceva, l’avrei subito mandato via: ma volli aver pazienza que’ tre giorni, i quali passati che furono, presi Tedeschi, Italiani, e Francesi, colle armi in mano, e molti manovali, che io avevo, e in breve tempo sfasciai tutta la casa, e le sue robe gettai fuori del mio castello. E quest’atto, alquanto rigoroso, feci, perch’egli mi aveva detto, che non conosceva persona d’Italiano tanto ardita, che gli avesse mosso una maglia del suo luogo. Però dipoi il fatto costui arrivò, e io gli dissi: Io sono il minimo Italiano dell’Italia, e non t’ho fatto nulla appetto a quello che mi basterebbe l’animo di farti, e ch’io ti farò se tu parli un motto solo; e dissigli altre parole ingiuriose. Quest’uomo, attonito e spaventato, dette ordine alle sue robe il meglio che potette: dipoi corse a Madama di Tampes, e dipinse un Inferno: e quella mia gran nemica, tanto maggiore quanto ell’era, più eloquente e più d’assai lo dipinse al Re, il quale due volte, mi fu detto, si ebbe a crucciar meco, e dar male commessioni contro di me; ma perché Arrigo Delfino suo figliuolo, oggi Re di Francia, aveva ricevuti alcuni dispiaceri da quella troppo ardita Donna, insieme colla Regina di Navarra, sorella del Re Francesco, con tanta virtù mi favorirono, che il Re convertì in riso ogni cosa; il perché, col vero aiuto d’Iddio, io passai una gran fortuna. Ancora ebbi a fare lo stesso a un altro simile a questo, ma non gli rovinai la casa: ben gli gettai tutte le sue robe fuora, per la qual cosa Madama di Tampes ardì di dire al Re: Io credo, che questo diavolo una volta vi saccheggerà Parigi. A queste parole il Re adirato rispose a Madama, che facevo molto bene a difendermi da quella canaglia, che mi volevano impedire il suo servizio. Cresceva ognora maggior rabbia a questa crudel donna; onde chiamò a sé un pittore, il quale stava per istanza a Fontanablò, dove il Re stava quasi di continuo. Questo Pittore era Italiano e Bolognese, e per Bologna era conosciuto. Pel nome suo proprio si chiamava Francesco Primaticcio. Madama di Tampes gli disse, ch’egli dovrebbe domandare al Re quell’opera della Fonte, che Sua Maestà aveva risoluta a me, e ch’ella con tutta la sua possanza ne l’ajuterebbe: e così rimasero d’accordo. Ebbe questo Bologna la maggiore allegrezza ch’egli avesse mai, e tal cosa promesse sicura, contuttoch’essa non fosse sua professione; ma perch’egli aveva assai buon disegno, e s’era messo in ordine con certi lavoranti, i quali s’erano fatti sotto la disciplina del Rosso, Pittore nostro Fiorentino, veramente maravigliosissimo valentuomo; ciò che costui faceva di buono, l’aveva preso dalla mirabil maniera del detto Rosso, il quale era di già morto. Potettero tanto quelle argute cagioni, col grande ajuto di Madama di Tampes, e col continuo martellare giorno e notte, or Madama, ora il Bologna agli orecchi di quel gran Re, e quello che fu potente causa a farlo cedere, ch’ella ed il Bologna d’accordo dissono: Come è egli possibile, Sacra Maestà, che volendo, che Benvenuto faccia dodici statue d’argento, delle quali non ha ancora finita una faccia poi quest’altra opera? O se voi l’impiegate in una tanto grande impresa, è di necessità, che di quest’altre, che tanto voi desiderate, per certo voi ve ne priviate; perché cento valentissimi uomini non potrebbon finire tante grandi opere, quante questo valentuomo ha ordite. Si vede espresso, ch’egli ha gran volontà di fare, la qual cosa sarà causa, che a un tratto Vostra Maestà perda lui e l’opere, con molte altre simili parole. Avendo trovato il Re in buona tempera, esso gli compiacque di tutto quello che domandavano, e per ancora non s’era mai mostrato né disegni, né modelli di nulla di mano del Bologna.

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