Nominativo - Quintino

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Fioriva nel 1515. Non è scarsa la comune Madre Natura in dispensar sovente le più belle doti dell’animo, anche a coloro, a cui toccò la misera sorte di nascere al mondo fra le oscurità de’ natali e fra le angustie della povertà; ma queste tali miserie per ordinario sono di troppo impedimento a’ loro fini: e quindi avviene, che tanti e tanti, che forniti di nobil genio, potrebbono avanzarsi nella perfezione di alcuna bella virtù, son forzati contuttociò a menar la vita loro fra le tenebre dell’ignoranza. Non è già questo in tutti mai sempre vero, perché trovasi alcuna volta taluno, che facendo gran forza a sé stesso, col molto faticare o soffrire, supera talmente tutte le difficultà, che gli oppone la miseria del suo natale, e la scarsezza del suo avere, che finalmente con grande onore si porta a quel segno, per cui la stessa fortuna l’abilitò. Questo appunto avvenne a Quintino Messis Pittore d’Anversa, il quale di un povero ferrajo, che egli era, arrivò ad essere uno de’ più celebri pittori, che avesse nel suo tempo la Fiandra. Nacque dunque Quintino nella città d’Anversa, di padre, come si crede, che faceva il mestiere del ferrajo, o vogliamo dire del fabbro. In questo stesso mestiere si esercitò egli fino all’età di venti, o come altri fu di parere, di trent’anni, alla quale tosto che fu pervenuto, fu assalito da una così grave infermità, che dopo avere in gran tempo e con grande stento, superato l’imminente pericolo della morte, rimase tanto consumato e debole di forze, ch’egli stimò non dovergli esser più possibile il ritornare alla gran fatica di maneggiare il ferro, che era la sua professione. Ma nientedimeno non potendo anche il suo spirito fermarsi a così grossi lavori, intraprese di coprire e di circondare di ferro un pozzo, che è vicino alla Chiesa maggiore d’Anversa, in cui fece apparire l’eccellenza del suo ingegno, per l’artificio e delicatezza della fattura; perché il ferro è così ben maneggiato, con una infinità di fogliami e d’ornamenti, che vi si veggono ancora, che fin da quel tempo giudicò il mondo avvantaggiosamente dell’Artefice, e conobbe, ch’egli era capace di altro impiego, che di quello, a cui egli s’applicava. Della stessa maniera fece un balaustro, che è a Lovanio: e forse avrebbe continovato in quel faticoso mestiero, se le proprie forze gliele avessero permesso. Il buon Quintino si affliggeva di ciò estremamente, non tanto pel danno proprio, quanto per la necessità e desiderio, ch’aveva d’alimentare co’ suoi sudori la propria madre, che era di cadente età, e molto si doleva con gli amici che lo visitavano: tra’ quali alcuno ve ne fu, che facendo reflessione, che appunto si avvicinava il Carnovale di quell’anno, nel quale era antica usanza in quella città, che coloro, che erano stati tocchi dalla lebbra, uscendo da uno spedale loro destinato, processionalmente se ne andassero con una candela di legno in mano, intagliata e ornata con varj ornamenti, dispensando a’ fanciulli per la strada alcune immaginette di Santi, stampate in legno, e miniate, sicché molte di queste immagini abbisognavano loro. Riflettendo, dico, a ciò uno de’ familiari di Quintino: e conoscendo il grande ingegno di lui, il consigliò, che dappoiché non poteva più faticar col martello, e’ si dovesse per l’avvenire applicare a quella sorta di lavoro di miniare que’ santini. Piacque a Quintino il consiglio: e non prima ebbe il suo male ceduto alquanto, ch’e’ si mise ad operare: e così bene gli riuscì, e con tanto suo genio, che in breve tempo s’accese di desiderio di passare alquanto più là: e datosi di proposito allo studio del disegno e della pittura, non andò molto, ch’egli cominciò ad operare bene, e poi meglio, e poi presto presto fecesi un valentuomo nell’arte. Che ciò fosse vero, l’attesta molto francamente Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, che in suo idioma scrisse di lui: e vi aggiugne una bella circostanza, la quale, forse più che la necessità del guadagno, spinse Quintino a mettersi alle gran fatiche, che e’ fece poi, per divenir’ eccellente in quel mestiero. Dice egli, che’l giovane, uscito del male, e datosi a miniare que’ santini, forse non abbandonando pell’affetto il mestiere del Fabbro, cominciò a vagheggiare una bella fanciulla, con animo di pigliarla per moglie. Ma forte gli strigneva il cuore la concorrenza, che avevano i suoi amori d’un altro giovane, che esercitava l’arte della pittura: all’incontro, la fanciulla, che molto più amava Quintino, che il Pittore, avrebbe pur voluto, che’l Pittore fosse stato Fabbro, ed il Fabbro Pittore, come quella; che essendo per avventura civilmente nata, aveva molta antipatia con quel mestiere tanto vile e basso. Una volta per parlar ch’ella fece domesticamente con Quintino, si dichiarò con esso, che allora ella avrebbe voluto essere sua moglie, quando di fabbro, ch’egli era, e’ fosse diventato un pittor valoroso; onde il povero giovane, forte intimorito, subito lasciata l’incudine e’l martello, si mise a far fatiche sì grandi nel disegnare, e nel dipignere, studiando giorno e notte, che in breve fece il profitto, che detto abbiamo. Questo successo venuto in tempo a notizia del celebre Poeta Lansonio , fu da lui cantato con alcuni spiritosi e dotti versi in quell’idioma Fiammingo.

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Moltissime poi furono le opere, che fece questo artefice: e fra l’altre rimase di sua mano in Anversa una bellissima tavola nella Chiesa della Madonna, e una nella Compagnia de’ Legnaiuoli o Ebanisti: e in questa era figurata la Deposizione della Croce di Cristo nudo, che si conosceva fatto dal naturale, e aveva maneggiato il colore a olio artificiosissimamente: le Marie e l’altre figure appartenenti alla storia, esprimevano tutti quegli affetti ed azioni, che si confacevano con quel misterioso fallo. In uno sportello, dalla parte di dentro, era San Giovanni nella Caldaja bollente, molto ben colorito: e se gli vedevano attorno alcune bellissime figure de’ ministri di giustizia a cavallo. Nell’altro sportello era la storia di Erodiade, che balla avanti ad Erode: le quali tutte vedute in lontananza, apparivano assai finite, ma nell’accostarsi si vedevan fatte di colpi e con assai buona franchezza, in che è maggiormente da ammirarsi l’ottima disposizione del pittore in pigliar quel modo sì franco, e quasi da niuno usato allora in quelle parti; mentre sappiamo, che ciò appena può venir fatto a coloro, che cominciarono a darsi al colorire fino dalla puerizia. Filippo II Re di Spagna, fece far gran pratiche, per aver questo quadro, offerendone gran danari; ma seppero gli uomini di quella Compagnia, con bella ed acconcia maniera, liberarsi da tale richiesta. Il medesimo quadro, per la grande stima, in cui era colà, fu nel tempo della destruzione delle immagini, conservato intatto. Finalmente l’anno 1577, nell’ultimo tumulto della città, fu dalla stessa Compagnia venduto: e Martino de Vos, celebre pittore, pell’amore, ch’e’ portava a quest’opera, passò tali uficj, e talmente si adoperò con chi faceva di bisogno, che quantunque fosse stato venduto ad altre persone, ne fu guasto il partito, e comprato il quadro da’ Signori della città, per prezzo di 1500 testoni di quella moneta, non volendo, che sì bella gioja si perdesse. Molte altre opere in quadri fece Quintino, che furono in diversi luoghi trasportate, e di tempo in tempo in case de’ particolari se ne son trovati de’ pezzi, che poi sono stati tenuti in gran venerazione. Fra questi uno ne aveva l’amatore dell’arte Bartolommeo Ferreris, in cui era una Madonna molto bella. Nel Gabinetto di Carlo I Re d’Inghilterra, erano di sua mano i ritratti di Erasmo e di Pietro Egidio, in un medesimo ovato: l’ultimo teneva una lettera, che Tommaso Moro, stato conoscente di tutti e due, gli avea scritto, siccome io trovo nel Felibien , Autore Franzese, ne’ suoi Ragionamenti, dove ancora son portati alcuni versi di Tommaso Moro, in lode di essi ritratti e del pittore. Appresso il Duca di Buchingan e’l Conte d’Arondel in Inghilterra, erano più ritratti di mano di Quintino. Appresso un Mercante d’Anversa, nominato Stenens , si vedevano di suo bei ritratti: e fra gli altri uno, che rappresenta un Banchiere colla sua donna, che contano e pesano danari, fatto l’anno 1514. Ve ne erano altri, ove son persone, che giuocano alle carte. Nella Chiesa di San Pietro di Lovanio, era una tavola di Sant’Anna: e coloro di quella città, che ne fanno gran conto, hanno sostenuto, che questo pittore era nato appresso di loro: onore, conteso loro da que’ d’Anversa. Ebbe Quintino un figliuolo, che fu anch’egli pittore e suo discepolo: di mano del quale era in Amsterdam, nella strada detta Waermoestraet, una pittura, nella quale si vedevano alcuni in atto di contar danari; ed altrove in Anversa erano altri quadri, pure di sua mano, tenuti in grande stima. Morì finalmente Quintino nella stessa città d’Anversa sua patria, l’anno 1529 e fu sepolto nella Certosa, presso le mura della città, nella quale, con intaglio di Tommaso Galle, fu dopo molti anni dato alle stampe il suo ritratto molto al naturale, fra quelli di altri celebratissimi Pittori Fiamminghi, sotto il quale si leggono i seguenti versi: Ante faber fueram Cyclopeus: ast ubi mecum Ex aequo victor coepit amare procus: Seque graves tuditum tonitrus post ferre silenti Peniculo objecit cauta puella mihi. Pictorem me fecit Amor: Tudes innuit illud Exiguus, tabulis quae nota certa meis. Sic ubi Vulcanum nato Venus arma rogarat, Pictorem e fabro, summe Poeta facis. L’ossa di quest’artefice, dopo cent’anni, furono ritrovate per opera di Cornelio Vander Geest, che aveva di sua mano una Vergine, che molto stimava, e fatte riporre a piè del campanile della Chiesa Cattedrale di nostra Donna d’Anversa: e sopra fecevi elevare l’immagine di Quintino, scolpita di marmo bianco, col seguente epitaffio: QUINTINO MATSYS INCOMPARABILIS ARTIS PICTORIS, AD MIRATRIX GRATAQUE POSTERITAS ANNO POST OBITUM SAECULARI MDCXXIX. E più basso è scritto sopra marmo nero in lettere d’oro: Connubialis amor de Mulcibre fecit Apellem.

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