Fioriva nel 1515.
Non è scarsa la comune Madre Natura in dispensar sovente le più belle doti dell’animo, anche a coloro, a cui toccò la misera sorte di nascere al mondo fra le oscurità de’ natali e fra le angustie della povertà; ma queste tali miserie per ordinario sono di troppo impedimento a’ loro fini: e quindi avviene, che tanti e tanti, che forniti di nobil genio, potrebbono avanzarsi nella perfezione di alcuna bella virtù, son forzati contuttociò a menar la vita loro fra le tenebre dell’ignoranza. Non è già questo in tutti mai sempre vero, perché trovasi alcuna volta taluno, che facendo gran forza a sé stesso, col molto faticare o soffrire,
supera talmente tutte le difficultà, che gli oppone la miseria del suo natale, e la scarsezza del suo avere, che finalmente con grande onore si porta a quel segno, per cui la stessa fortuna l’abilitò. Questo appunto avvenne a Quintino Messis Pittore d’Anversa, il quale di un povero ferrajo, che egli era, arrivò ad essere uno de’ più celebri pittori, che avesse nel suo tempo la Fiandra. Nacque dunque Quintino nella città d’Anversa, di padre, come si crede, che faceva il mestiere del ferrajo, o vogliamo dire del fabbro. In questo stesso mestiere si esercitò egli fino all’età di venti, o come altri fu di parere, di trent’anni, alla quale tosto che fu pervenuto, fu assalito da una così grave infermità, che dopo avere in gran tempo e con grande stento, superato l’imminente pericolo della morte, rimase tanto consumato e debole di forze, ch’egli stimò non dovergli esser più possibile il ritornare alla gran fatica di maneggiare il ferro, che era la sua professione. Ma nientedimeno non potendo anche il suo spirito fermarsi a così grossi lavori, intraprese di coprire e di circondare di ferro un pozzo, che è vicino alla Chiesa maggiore d’Anversa, in cui fece apparire l’eccellenza del suo ingegno, per l’artificio e delicatezza della fattura; perché il ferro è così ben maneggiato, con una infinità di fogliami e d’ornamenti, che vi si veggono ancora, che fin da quel tempo giudicò il mondo avvantaggiosamente dell’Artefice, e conobbe, ch’egli era capace di altro impiego, che di quello, a cui egli s’applicava. Della stessa maniera fece un balaustro, che è a Lovanio: e forse avrebbe continovato in quel faticoso mestiero, se le proprie forze gliele avessero permesso. Il buon Quintino si affliggeva di ciò estremamente, non tanto pel danno proprio, quanto per la necessità e desiderio, ch’aveva d’alimentare co’ suoi sudori la propria madre, che era di cadente età, e molto si doleva con gli amici che lo visitavano: tra’ quali alcuno ve ne fu, che facendo reflessione, che appunto si avvicinava il Carnovale di quell’anno, nel quale era antica usanza in quella città, che coloro, che erano stati tocchi dalla lebbra, uscendo da uno spedale loro destinato, processionalmente se ne andassero con una candela di legno in mano, intagliata e ornata con varj ornamenti, dispensando a’ fanciulli per la strada alcune immaginette di Santi, stampate in legno, e miniate, sicché molte di queste immagini abbisognavano loro. Riflettendo, dico, a ciò uno de’ familiari di Quintino: e conoscendo il grande ingegno di lui, il consigliò, che dappoiché non poteva più faticar col martello, e’ si dovesse per l’avvenire applicare a quella sorta di lavoro di miniare que’ santini. Piacque a Quintino il consiglio: e non prima ebbe il suo male ceduto alquanto, ch’e’ si mise ad operare: e così bene gli riuscì, e con tanto suo genio, che in breve tempo s’accese di desiderio di passare alquanto più là: e datosi di proposito allo studio del disegno e della pittura, non andò molto, ch’egli cominciò ad operare bene, e poi meglio, e poi presto presto fecesi un valentuomo nell’arte. Che ciò fosse vero, l’attesta molto francamente Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, che in suo idioma scrisse di lui: e vi aggiugne una bella circostanza, la quale, forse più che la necessità del guadagno, spinse Quintino a mettersi alle gran fatiche, che e’ fece poi, per divenir’ eccellente in quel mestiero. Dice egli,
che’l giovane, uscito del male, e datosi a miniare que’ santini, forse non abbandonando pell’affetto il mestiere del Fabbro, cominciò a vagheggiare una bella fanciulla, con animo di pigliarla per moglie. Ma forte gli strigneva il cuore la concorrenza, che avevano i suoi amori d’un altro giovane, che esercitava l’arte della pittura: all’incontro, la fanciulla, che molto più amava Quintino, che il Pittore, avrebbe pur voluto, che’l Pittore fosse stato Fabbro, ed il Fabbro Pittore, come quella; che essendo per avventura civilmente nata, aveva molta antipatia con quel mestiere tanto vile e basso. Una volta per parlar ch’ella fece domesticamente con Quintino, si dichiarò con esso, che allora ella avrebbe voluto essere sua moglie, quando di fabbro, ch’egli era, e’ fosse diventato un pittor valoroso; onde il povero giovane, forte intimorito, subito lasciata l’incudine e’l martello, si mise a far fatiche sì grandi nel disegnare, e nel dipignere, studiando giorno e notte, che in breve fece il profitto, che detto abbiamo. Questo successo venuto in tempo a notizia del celebre Poeta Lansonio , fu da lui cantato con alcuni spiritosi e dotti versi in quell’idioma Fiammingo.