Nominativo - Poliziano

Numero occorrenze: 6

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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XXV. 1476 BRANDOLINI, nella Storia di Messer POGGIO suo Padre, da lui tradotta In questo tempo si cominciò a fondare il Campanile di marmo di S. Liperata, e GIOTTO fu l’Architettore singular Maestro in quel tempo di Pittura. XXVI. 1480 BATISTA PLATINA Cremonese nella vita di Benedetto XI. IOCTUM Pictorem illa ætate egregium ad pingendas Martyrum historias in ædibus a se structis conducere in animo habuit. XXVII. 1490 VERINO de Illustratione Urbis Florentiæ lodato dal Poliziano e da altri celebri Autori chiamato Longaevus, dice …………… IOCTUS revocavit ab Orco Picturam ……………… XXVIII. 1493 LIBER CHRONICARUMper viam Epitomatis & Breviarij compilatus stampato in Norimberga da Antonio Koberger, Florentia, cum omni Italiæ Civitatum flos nuncupetur etiam prætaer pulchritudinem, et Civium urbanitatem viros quoque in omni genere virtutis prœstantiores habuit; Parla di diversi celebri uomini Fiorentini, e poi di Dante, del quale doppo aver detto alcune cose, così ragiona; Ille Florentinis parentibus Florentiæ natus obijt Ravennæ patria exul. E poi proseguisce coll’Elogio di Giotto del seguente tenore: Paulo post IOCTUM habuit Pictorem celeberrimum Apelli æquiparandum: habuit quoque Accursium Iurisconsultorum principem: etc. XXIX. 1500 MAFFEI detto il VOLTERRANO in Antropologiæ Libro XXI. de ijs qui in varijs Artibus claruerunt, pone in primo luogo fra’ Pittori Giotto, e dice così. In pictura ZOTHUS Florentinus anno etc. cuius opera per Italiam extant, plurima, præsertim Florentiæ, Romæ verò Navicula Petri fluctuantis. Da ciò che si è mostrato fin quì, potrà riconoscer l’Autore, quanto di sussistenza abbia in sé la massima da lui portata nell’Opera sua, CHE NON SOLO L’IGNARA PLEBE, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PRESENTE E DEL PASSATO SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE. Or quì vorrei che mi fosse detto (supponendo per vero che anche nelle cose mondane sia necessaria qualche fede) a chi avrebbe egli voluto che gli AUTORI DEL PASSATO E DEL PRESENTE SECOLO quella prestata avessero, per credere con qualche fondamento, che Cimabue e Giotto fossero stati grandi uomini, e i primi restauratori del Disegno e della Pittura. Se poi, quest’Autore vuole che la sua sola autorità a tutte l’altre prevaglia, fa di mestiere che egli a coloro faccia ricorso, che anno occhio da non saper vedere il contrario; perché, secondo quel poco di gusto ch’io possa aver acquistato in quest’Arte, nello spazio di presso a quarant’anni, ch’io ò per mio solo divertimento atteso a tutto ciò che a Disegno e Pittura appartiene, e per quanto mi è riuscito fin qui arrivare a conoscere, dopo un quasi continuo studio fatto per sedici anni in circa sopra le Pitture e Disegni degli antichi Maestri, ad effetto di potere, il meglio che a me fosse possibile, assistere all’ordinazione della maravigliosa raccolta di Disegni fatta dalla gloriosa memoria del Sereniss. Cardinal Leopoldo di Toscana, mentre pel Sereniss. Granduca Cosimo III. nostro Signore, se ne son formati i già tanto rinomati Libri, non saprei già mai altro dire, se non che verissimo fosse tutto ciò che di Cimabue e di Giotto fu da tante e così dotte penne lasciato scritto, e per conseguenza che quest’Autore che tanto le controverte, s’inganni all’ingrosso. Siccome è patente al senso l’altro sbaglio che si riconosce in quel suo DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, conciossiacosaché io abbia fin quì fatto vedere, che la sua penna in su la bella prima si è lasciata indietro due Secoli intieri, ed i migliori, con gli attestati in contrario di uomini di sì grand’essere, de’ quali io ò citata la minima parte.

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Ora per tornar laonde partimmo; chi chiamasse, o Cimabue o Gioto molto meglio, ritrovatori della Pittura, non errerebbe gran fatto, anzi per lui giudicherei che fosse reso al merito il suo dovere; ritrovatori intendendo non assolutamente e nel primiero significato, che è il mostrar cosa che più non sia vista il primo; ma nel secondo, perciocché essi furono i primi a dar lume e crescer perfezzione all’Arte, che poi di mano in mano in così alto pregio salì, e cotanto chiara ed onorata divenne: né è vero che’l Vasari tenesse già mai, che al tempo di questi due, e innanzi ancora, stesse il Mondo senza pitture e Pittori, come in moltissimi luoghi dell’Opera di lui si riconosce: né la Cristiana Religione mai fu senza l’immagini da venerarsi su gli Altari, e nelle Chiese, il culto delle quali ebbe il cominciamento suo, fino da’ tempi Apostolici; poiché si à da Nicero Callisto citato dal Baronio al primo Tomo degli Annali, che S. Luca oltre all’altre immagini, un Salvadore, e una nostra Donna dipinse, con cui eccitava i popoli alla devozione, e gli convertiva a Dio miracolosamente. E non mi si fa credibile che quest’uso cotanto utile e necessario, sia mancato mai del tutto per alcun tempo; ma dico bene ch’ei corse la medesima fortuna dell’altre liberali e belle Arti; le quali, se bene patirono alcun naufrafio, e furon vicine al sommergersi, non si spensero affatto, e per bontà di Dio anche nelle cieche età si trovarono ingegni, che tennero vivi per quanto fu in loro i miseri avanzi della poco meno che morte professioni. E così, innanzi che Cimabue e Giotto fossero al Mondo, si dipigneva nel Mondo: ma Cimabue scoperse, e Giotto finì di trovare una così nuova, e bella, e non più dagli uomini d’allora veduta maniera, che le pitture usate fino a quel dì parvero ch’ogni altra cosa fossero che pitture. Laonde non deve a chi che sia apportar maraviglia, quando udisse o leggesse darsi questo titolo a Giotto d’inventore della Pittura; perché la migliorò di tanto, e tanto vi aggiunse con la sua dotta ed agil mano, che si può dire che di quest’Arte perfezzionata da esso mirabilmente, non solo egli fosse Maestro, ma Padre; giacché tutta sua fattura si vede esser’ ella: e questo anche dimostra chiaro l’essere egli come s’è detto stato quasi per tutta l’Europa chiamato, ed in lavori sì nobili adoperato; la sua maniera come nuova e graziosa, abbracciata studiosamente da tutti gli intendenti Artefici per lungo tempo; il pubblico grido ch’egli ebbe dal Mondo tutto, in vita e doppo, che potè tanto che scura ne divenne la fama di Cimabue, e solo egli fu nominato e celebrato; e finalmente il vivo testimonio dell’opere sue fra tutte l’altre di que’ tempi maravigliose, conferma tutto ciò, le quali infinite essendo, e per tanti luoghi sparse non à tutte potuto lacerare il tempo talmente che non resti luogo di vedere, che il giudizio degli uomini di quell’età, e delle susseguenti ancora non fu vano, come l’Autor vuole nato da affezzione, o da IPERBOLICO INGRANDIMENTO. Plus licuit nulli pingere, nec melius, non potè dir meglio né più veramente d’un gran Pittore qual fu Giotto, un grande altresì e giudicioso Litterato come ognun sà essere stato il Poliziano.

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Trovimisi un altro che in quel tempo, e per più Secoli prima di lui, sia maggiormente lodato, e che di esso se ne dica così altamente, ed io allora confesserò quello, e non Giotto, essere stato ne’ suoi tempi il primo e sovranissimo Maestro della Pittura: anzi non pur questa lode, ma volentieri anche gli attribuirò quell’altra, che con tanta verità e grazia attribuisce a Giotto il Poliziano, e gli altri tutti, che per lui la spenta buona maniera del Disegno, e della Pittura, cominciasse a rivivere al Mondo. E perch’egli è proprio de’ grand’uomini l’essere ancora discreti, Giotto medesimo che à goduto senza turbazione il possesso di questa gloria per quattro Secoli, credo che si starà in pace, e sarà contento di cedere il luogo, se gli sia messo innanzi da alcuno qualche altro Pittore, che intorno a’ suoi tempi, o poco prima, o poco doppo, non dico superiore, ma gli sia stato eguale, ed abbia avuto pari nominanza e fama. E frattanto io, al quale non è ancor venuto a notizia che a puro uomo e solo, sia stato liberale il Cielo di tutto il conoscimento, e di tutto il sapere, di tutte le notizie, ch’egli à compartito a tutti gli altri insieme, me ne starò nella mia buona fede, di credere che quello che’l moderno Autore predetto in tal particolare s’è messo a scrivere, contro l’uniforme sentenza di sì grand’uomini, e contro tutto ciò che’l fatto medesimo dimostra, non faccia maggior prova, di quel che se stato scritto non fosse: e se egli, dopo di ciò, di nuovo scriverà, io mi protesto avanti a tutto il Mondo, che per non cadere nel solenne errore, di tenermi da tanto, da poter’ io solo pigliar l’armi, non dico in offesa, ma eziandio in difesa d’un Esercito poderoso di Letterati e Maestri dell’Arte, stato per quattro interi secoli venerabile ad ogni penna, io mai più non scriverò.

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L
S. Luca Vangelista nel giorno della sua festa si pone la prima pietra della Chiesa di S. Maria Novella 4.
S. Luca. Altare a lui dedicato nella Capp. de Gondi dipinta da Greci maestri di Cimabue 4.
S. Luca con alcune immagini di Cristo e di Maria da sé dipinte converte l’anime a Dio 29.
Lapo Antonio Architetto dicesi Tedesco 36.
Lastricare le strade in Firenze quando ebbe principio e da chi 36.
Loggia, e Piazza de’ Priori quando edificata 36.
Lorenzo de’ Medici nella Chiesa di S. Reparata fece scolpire in memoria di Giotto la sua effigie per mano di Benedetto da Maiano, con i versi composti del Poliziano 51. e 52.

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1728

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Nell’anno poi 1454. fa il seguente ricordo, che siccome dà materia a noi di accompagnarlo con qualche considerazione profittevole agli studiosi di nostra antichità, così sarà da noi copiato in questo luogo da verbo a verbo, e come egli lo scrisse. Ricordo, come questo dì 15. Agosto: lo Neri di Bicci dipintore, tolsi a metter d’oro, e dipignere uno tabernacolo di legname fatto all’antica, colonne da lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, di sotto uno imbasamento messo tutto d’oro fine: e nel quadro di detto tabernacolo, feci un Muisè e quattro animali de’ Vangelisti, e nel frontone Santo Giovanni Batista, e intorno al detto Muisè e animali fece gigli d’oro, e drento il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e uno altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze, il quale debbo fare a tutta mia ispesa, d’oro, d’azzurro, e ogn’altra cosa, accetto legname, e fatto, e posto in luogo dove ha stare, cioè nell’Udienza de’ Signori: e detti Signori, mi debbono dare per le sopraddette cose, cioèoro, azzurro, e mio maistero Fiorini cinquantasei d’accordo co’ detti Signori. Era Gonfaloniere Tommaso di Lorenzo Soderini, e per Artefice Marco di Cristofano Brucolo legnajuolo, e Antonio Torrigiani, e altri, i quali non conosco. Rendei il detto lavoro a dì 30. Agosto 1454. e a dì 31. di Agosto fu pagato, come a entrata di a 5. posta al libro di a 7. Voi notaste, o mio lettore, che il Bicci in questo suo ricordo, con brevità e schiettezza incidentemente ci lasciò scritti alcuni particolari, da’ quali facilmente s’induce un tal poco la cognizione della grande stima, in che furono appresso a i nostri padri quei venerabili volumi, chiamati le Pandette: e le altre cose ancora, che dovevano aver luogo in quel suo tabernacolo, o altro arnese, che noi dire vogliamo, fino a quei tempi. Ma perché poco fu qul ch’ei disse, non avendo egli preso per assunto il parlare di tali cose distintamente, e perché il fatto in sé stesso è degno di riflessione e di memoria, vuole ogni dovere, che io supplisca al difetto, illustrando in un tempo stesso il ricordo del pittore, e alcuna cosa dicendo del molto, che di così preziosi tesori può dirsi a gloria della patria nostra, e di qualunque, che già per un corso di più e più secoli a nostro pro e a benefizio del mondo tutto ce gli ha conservati. Doveva dunque il tabernacolo coll’arnese predetto, abbellito con fattura di Neri di Bicci, contenere in primo luogo il Libro delle Pandette. Questo Libro, che è di grandezza di foglio, e diviso in due Tomi, si chiama Pandette, che come voi sapete, propriamente vuol dire, che contiene tutto, e viene dalla voce Greca Pan, che significa Tutto, e da dechome, che vuol dire ricevo. Di questo nome di Pandette parla Angelo Poliziano nel suo Libro delle Miscellanee, Cap. 78., e dice così. In Pandectis istis, quas etiam archetypas opinamur: e più diffusamente nel Cap. 41. dicendo: Ch’egli è il Volume stesso de’ Digesti, ovvero Pandette di Giustiniano: e che egli è senza dubbio originale. Gli chiama Digesti, e in Latino diconsi Digesta, che vale cose digerite per ordine: e questo è il nome appunto, con cui chiama Vegezio i suoi libri de’ Re Militari. Di questo nome di Pandette s’era valso Plinio nella Lettera Dedicatoria a Vespasiano Imperatore della sua Storia Naturale; alloraché, volendosi in essa burlare de’ titoli speciosi e curiosi degli Autori Greci, messe fra gli altri quello di Pandette: e Aulo Gellio, che scrisse le Notti o le Veglie Attiche, in Latino disse: Sunt etiam qui Pandectas inscripserunt. Soggiugne poi il Poliziano, che questo Libro era allora nella Curia Fiorentina, che vuol dire nel Palagio de’ Priori: che dal Sommo Magistrato pubblicamente si conservava: e con gran venerazione (benché questo di rado, e ancora al lume di torce) si mostrava: e ch’è questo libro una inestimabile porzione delle spoglie e del bottino de’ Pisani, spesso citato da’ Giurisconsulti: ch’egli è scritto a lettere majuscole, senza spazj veruni tra parola e parola: e similmente senz’alcune abbreviature, e con certe parole, almeno nella Prefazione, come dall’Autore certamente, e che pensi e che generi, piuttosto che dallo scrittore o copista, fregate e cancellate, con iscrivervi sopra: che vi è una Epistola Greca, e ancora un bellissimo Greco Epigramma nel frontespizio. Confessa anche il Poliziano, che di leggere questo Volume, e di maneggiarlo comodamente, a lui solo era stata fatta copia, per opera e a cagione di Lorenzo de’ Medici, il quale (uomo principale della sua Repubblica) purché faccia, disse egli, cosa grata agli studiosi, fino a questi officj si abbassa. Le chiama il Poliziano, non più per gli aggiunti nomi loro antichi, che furono cioè, prima Amalphitanæ, perché a’ Pisani vennero di Amalfi nel Regno di Napoli, e poi Pisane; ma le chiama Fiorentine: e afferma, che in loro sono le parole pure e schiette, né come nell’altre piene di macchie e scabbiose. Fin qui dal Poliziano. Ed è da notarsi, come nel fine delle medesime Pandette si veggono scritte due fedi, una di Cristofano Landini, e l’altra del Poliziano medesimo, che attestano di reputarle originali. Questi veramente inestimabili Libri sono stati visitati da’ primi Letterati, che abbia pe’ tempi avuti il mondo. Lelio Torelli da Fano, Auditore di Ruota, ne’ tempi di Cosimo I. fece stampare in Firenze dal Torrentino esse Pandette, cavate dal proprio originale. Antonio Augustino, famoso Legista Spagnuolo, e Vescovo di Lerida, nel Libro delle Emendazioni e Opinioni, impetrò dallo stesso Cosimo I di poter servirsi dello stesso libro pel bisogno de’ suoi studj, ch’e’ fece qua: e vidde anche la famosa Libreria di San Lorenzo, e assai cose di propria mano notò. Questo dotto Autore chiama le Pandette Antichissimo Monumento della Ragione Civile. Dice ancora, che la stessa figura delle lettere apparisce per lo più vicina alla Romana e Greca antica scrittura: e soggiugne, che per fare questi suoi libri, adoperò le Pandette d’Angelo Poliziano, confrontate con queste Fiorentine. Sopra queste Pandette Teodoro Gronovio, quando fu agli anni passati a Firenze, fece alcuni confronti, e ne stampò un piccolo libro. Che poi questi Volumi, col rimanente di quello che accenna il soprannominato Neri di Bicci nel suo Ricordo, venissero di Costantinopoli, non è improprio, anzi necessario, col supposto, ch’elle siano originali, stante la residenza, che vi fece Giustiniano, e gli altri Imperadori Romani, dopo la traslazione della sede dell’Imperio, che fece Costantino, di Roma a Bizzanzio, detta Costantinopoli, o nuova Roma.E questo è quanto alle Pandette, le quali si conservano oggi, e fin da gran tempo, nella Guardaroba di Palazzo vecchio del Serenissimo Granduca, per entro uno degli Armadioni dell’argenteria e oreria, chiuse in una cassetta soppannata di velluto, ricchissimamente adornata al di fuori: né si lasciano vedere, per ordinario, se non a degnissime persone, e con assistenza continova de’ maggiori Ministri, fra i molti che sono deputati al governo della medesima Guardaroba.

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Nato 1416. ?1484. Fu maestro ragionevole, ed operò molto a fresco e a olio. Nella città di Firenze vedesi di sua mano nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, la storia di San Filippo Benizj, in atto di pigliar l’abito della Religione: la qual opera non fu da esso interamente finita, come si dirà appresso. In S. Ambrogio dipinse tutta la Cappella del Miracolo, con ritratto di cittadini di que’ tempi, fra i quali Poliziano, e il Ficino, che mettono in mezzo Pico della Mirandola. Chiamato a Roma sotto Sisto IV. insieme con Sandro Botticelli, e Domenico Grillandai Fiorentini, Luca da Cortona, l’Abate di San Clemente, e Pietro Perugino, per dipignere nella Cappella del Palazzo, vi fece tre storie, cioè la sommersione di Faraone: la Predica di Cristo intorno al mare di Tiberiade: e l’ultima Cena, ove per supplire alla mancanza del suo talento, in confronto degli altri maestri, e rendersi degno di un bel premio, che aveva destinato il Papa a chi di loro meglio avesse operato, con ingegnosa astuzia sforzandosi di arricchire le sue opere con vivezze di colori, e tocchi d’oro in gran copia; sortì, per la poca intelligenza in cose di quell’arte, che aveva quel Pontefice, l’essere esso solo premiato in faccia di quei maestri, per altro migliori di lui, che di quel suo nuovo modo di operare di erano fino allora molto burlati. Tenne quest’artefice in tutte le opere sue la maniera di Alesso Baldovinetti; onde riconosciuti i tempi, ne’ quali l’uno e l’altro fiorì, e la gran diversità della sua da tutte l’altre maniere de’ maestri, che allora in Firenze operavano, pare che non possa dubitarsi, che egli non ne fosse stato scolare. Fece esso Cosimo molti allievi, e fra questi Mariotto Albertinelli, Fra Bartolommeo di San Marco, e Piero, detto Pier di Cosimo, che fu maestro del famoso Andrea del Sarto, dal quale derivarono molti valentissimi pittori. Trovasi esser’ egli figliuolo di Lorenzo di Filippo Rosselli del Popolo di San Michele Visdomini; e che venuto l’anno 1483. facesse testamento nella Sagrestia di San Marco, per rogito di Ser Benedetto da Romena, in cui confessata la Dote di Caterina di Domenico di Papi sua moglie, in somma di Fiorini 400. di suggello, lascia la medesima usufruttuaria di tutti i suoi beni. Dice il Vasari, che essendosi quest’artefice molto dilettato dell’Alchimia, a cagione di essa egli spendesse vanamente tanto, che di agiato ch’egli era, si condusse alla morte in istato di estrema povertà. Questo non pare, che punto si accordi con ciò, che nel nominato testamento si riconosce; perché trovansi fatti da esso assai legati di grosse somme di danari, a favore di suoi congiunti. Né par verisimile quanto lo stesso Vasari asserisce, che dopo di lui restasse un suo figliuolo; perché in questo tempo Cosimo non aveva figliuoli, che però instituì suoi eredi, dopo i figliuoli postumi e nascituri, Lorenzo e Francesco suoi fratelli, ed i figliuoli delli già defunti altri suoi fratelli Clemente, e Jacopo. Soggiunge poi lo stesso Vasari, che del 1484. seguì la morte di Cosimo: nel che piglia un gravissimo errore, perché io trovo, che lo stesso Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli pittore, insieme con Antonio di Luigi Covoni, l’anno 1496. a’ 5. d’Ottobre, cioè dodici anni dopo il tempo, che il Vasari assegna alla sua morte, diede un lodo fra Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti da una, e Buonaccorso, Francesco e Cione, figliuoli di esso Vittorio dall’altra, per rogo di Ser Agnolo di Ser Alessandro d’Agnolo da Cascese: e questo in autentica forma sopra carta pecorina si conserva appresso a Cristofano Berardi, Gentiluomo Fiorentino, Avvocato del Collegio de’ Nobili. Dice poi il Vasari, che la morte di Cosimo seguisse in tempo appunto, che egli nel Chiostro della Santissima Nonziata lavorava la storia a fresco del San Filippo Benizi, che riceve l’abito della Religione, come sopra si è detto, quale lasciò imperfetta. Fu il suo cadavero sepolto nella Compagnia del Bernardino in Santa Croce.

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