Discepolo di Jan Schoorel, nato 1498, morto 1574.
In un povero villaggio d’Olanda, chiamato Hemskerck, nacque l’anno 1498 questo Martino, che poi dalla patria fu cognominato Hemskerck. Suo padre fu un tale Jacopo Willemsz, uomo di campagna, il cui ordinario mestiere fu il murar le case a’ contadini; ma bene spesso, per mancanza di lavoro, era chiamato da’ medesimi, in ajuto di loro faccende, fino a mugner le vacche. Martino, da piccolo fanciullo, si mise ad imparare il disegno appresso un tal Cornelis Willamsz, che fu padre di Lucas e di Floris, che pellegrinarono in Italia, studiarono in Roma e altrove, e riuscirono ragionevoli pittori. Il padre del fanciullo, che per avventura non passava più là coll’ingegno, non aveva in molta stima l’arte del dipignere; onde tolto il figliuolo da quel mestiere, lo prese in suo ajuto a murare, andar per opera a mugnere, e fare altre cose, di quelle, che usano di fare i contadini. Non è possibile a raccontare, fino a qual segno di dolore giugnesse il povero figliuolo, vedendosi richiamare da un’arte sì nobile, e di grandissimo suo genio, a stato e servigio di tanta viltà, e da lui tanto odiato; onde, deliberò fra sé stesso, di cercare occasione di romperla col padre, per poter poi, con alcuno apparente pretesto, levarsi da quello improprio lavoro; e un giorno, nel tornare che ei faceva da una stalla, dov’egli aveva munte alcune vacche, portando il vaso del latte sopra la testa, nel passar vicino ad un albero, procurò, a bello studio, che’l vaso percotesse in uno de’ rami; onde il vaso cadde a terra, e il latte si sparse sul terreno. Veduto ciò il padre, non solo lo sgridò bestialmente, ma preso un legno, gli corse dietro per percuoterlo; ma il
giovanetto, che era ben in gambe, fuggendo come il vento, tosto gli sparì di vista. Per quella notte non tornò a casa, standosi, come poté il meglio, in una capanna di fieno. La mattina, quando ei credette che’l padre fosse andato al lavoro, se ne tornò a casa; e fattosi dare alla madre alcune cosette da mangiare, e certi pochi quattrini, se ne partì. In quella giornata passò a Haarlem e Delft, e quivi si fermò, e posesi di nuovo all’arte del dipignere appresso un certo Jan Lucas. Diedesi il giovane tanto di proposito a studiare, che in breve tempo acquistò molto. Ma avendo poi intesa la fama, che dappertutto correva dell’eccellente pittore Jam Schoorel, per la bella maniera di dipignere, ch’egli aveva portato d’Italia, tanto si adoperò, che e’ trovò modo di esser ricevuto in Haarlem, sotto la sua disciplina. Quivi con altrettanta diligenza seguitò i suoi studj, finché apprese sì bene quel bel modo di operare, che le cose di Martino, quasi non più si distinguevano da quelle di Schoorel; onde egli, come fu detto allora, forte ingelosito del discepolo, procurò con bella maniera di levarselo d’attorno. Allora Martino, pure in Haerlem, andò a stare in casa un certo Pieter Janfopsen, dove soleva abitare un tal Cornelis Vanberensteyn. In questa casa fece diverse pitture, e fra l’altre un Sole e la Luna, in una stanza dalla parte del letto; e uno Adamo ed Eva, tutti ignudi, grandi quanto il naturale, le quali opere gli guadagnarono, appresso al padrone di quella casa, grande amore e stima. Quindi partitosi, se n’andò a stare in casa un tale Joos Cornelisz orefice, dove fra’ molti lavori, fece una tavola, in cui rappresentò Santo Luca, che dipigne Maria Vergine al naturale, col figliuolo Gesù in braccio, nella quale pure tenne la maniera di Schoorel: e appresso al Santo Luca figurò un poeta coronato, con che fu creduto volesse significare l’amicizia, che dee essere fra la Pittura e la Poesia. Eravi ancora un Angelo, in atto di tenere in mano una torcia: l’attitudine di Maria Vergine, e l’azione del Santo, erano espresse tanto al vivo, che e’ non si poteva dir più; e la tavolozza de’ colori pareva veramente, che uscisse fuori del quadro. Era Martino, quando fece questa bella opera, in età di trentaquattro anni, come appariva notato nella medesima. Di questa tavola fece egli un dono alla Compagnia de’ Pittori, perché avendo già deliberato di partirsi da Haerlem per venire in Italia, volle lasciarvi di sé quella memoria. Questo quadro, fino al 1604 era stato conservato da Ouericheyt di Haarlem, nella corte del Principe. Partitosi dunque d’Haarlem, per desiderio di far maggiori studj, e di veder le opere de’ gran maestri, viaggiò molto per l’Italia, e finalmente si fermò in Roma, dove trattenuto in casa di un Cardinale, vi fece molte cose. Quivi disegnò tutto l’antico, tanto di statue, quanto di edificj e rovine, e tutte l’opere del gran Michelagnolo. Occorse un giorno, mentre che egli era fuori a disegnare, che un giovane Italiano entrato furtivamente in camera sua, gli rubò due bellissime tele colorite, di che egli prese grande afflizione: poi avuti buoni indizj, colle buone diligenze ch’ei fece, riebbe il suo. Questo accidente però fu cagione, che egli non seguitasse a stare in Roma, almeno per qualche tempo di più, com’era suo pensiero; perché sospettando, che dagli amici e parenti del
ladro, non gli venisse fatto alcuno affronto, e perché si trovava anche avere avanzato qualche danaro, ebbe per bene il partirsene, e pigliare il viaggio verso la patria, essendo stato in Roma tre anni. Portò con sé una lettera di raccomandazione di un giovane, che egli aveva lasciato in Roma, grande amico suo e del padre, indirizzata a Delft: e giunto a questo luogo, si fermò a casa in un di quegli alberghi, che in quelle parti servono per raddotto di male femmine, dove si faceva mercato di ogni furfanteria: e di questo particolarmente era padrone quell’uomo sanguinario, di cui parlammo nelle notizie della vita di Giovanni Fiammingo. Era in esso albergo una infinità di assassinamenti di poveri viandanti, a’ quali era tagliata la gola, e spogliati di panni e danari: erano i loro cadaveri sepolti in una fossa, che poi fu trovata piena di corpi morti; tantoché una figliuola di questo grande assassino, per non veder più una così abominevole crudeltà, e perché all'incontro l’affetto paterno non le lasciava scoprire tali delitti, fu, per così dire, sforzata a sfuggirsi col nominato Giovanni a Venezia, come dicemmo. Voleva pure l'Hemskerck alloggiare in quel luogo, da lui non conosciuto per quel ch’egli era; tantopiù, che da un amatore dell’arte, a cui per avventura era diretta la lettera di raccomandazione, chiamato Pieter Jacobsz, era a ciò confortato; ma come volle la buona sorte sua, in quell’istante se gli presentò pronta occasione d’imbarco, ed egli se ne partì la medesima sera del suo arrivo a Delft. Tornato a casa, già aveva lasciata la prima maniera di Schoorel, ma però al giudizio della maggior parte de’ pittori, non aveva megliorato. Fu alcuno de’ suoi discepoli, che una volta gli disse, esser l’opinione de’ Professori, ch’egli operasse meglio in sulla maniera di Schoorel, che quando tornò di Roma; ma egli si era tanto invaghito del modo di fare Italiano, che non fece di ciò alcun conto.