Nominativo - Palladio

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Ma avendo sentito celebrare i maravigliosi cartoni, fatti in Firenze da Michelagnolo Buonarroti e Lionardo da Vinci, de’ quali altrove si è parlato, lasciato ogni pensiero dell'operare, se ne venne a Firenze. Quivi fu molto onorato da Lorenzo Nasi e da Taddeo Taddei, il quale lo tenne in sua casa propria ed alla propria sua tavola per tutto il tempo che vi dimorò. Questo Taddeo Taddei fu erudito Gentiluomo, onde fu molto caro al Cardinal Bembo, con cui tenne lunga corrispondenza di lettere: e come si ha dalle medesime, fu solito favorirlo in ogni affare, che in questa nostra città andavagli alla giornata occorrendo, che avesse avuto bisogno dell'operar suo. Contrassevi ancora amicizia con Ridolfo del Grillandajo e Aristotile di San Gallo, co' quali praticò molto alla domestica. Si partì di Firenze molto approfittato nell'arte, lasciando in dono al Taddeo due bellissimi quadri di sua mano: uno de' quali ne' miei tempi non si è veduto in quella casa; e l'altro, che era di una bellissima Madonna con Gesù e San Giovanni, di circa a mezzo naturale, fu agli anni addietro, dagli eredi di Taddeo del senatore Giovanni Taddei, venduto a gran prezzo alla gloriosa memoria del Serenissimo Arciduca Ferdinando Carlo di Austria. In questo mentre seguì la morte del Padre e della madre di Raffaello, onde gli convenne tornare ad Urbino, dove fatti più quadri, di nuovo se ne andò a Perugia: e quivi, nella Chiesa de’ Servi, dipinse la tavola con Maria Vergine, San Giovambatista e San Niccola; e fece opere a fresco in San Severo, Chiesa de’ Camaldolesi, e in altre nella stessa città. Ma come quelli, che dotato di grandi idee non mai finiva nell’operar suo di piacere a sé stesso, desideroso di nuovi studj, se ne tornò a Firenze. Quivi studiò dalle pitture di Masaccio, senza perdere di vista quelle del cartone di Michelagnolo e di Lionardo. Fecevi anche stretta amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco, cognominato il Frate, al quale insegnò le buone regole della Prospettiva, riportandone egli il contraccambio di profondissimi precetti pel colorito: a seconda de’ quali operando poi Raffaello, fecesi poi quella mirabile maniera, che a tutti è nota. Nella stessa città di Firenze fece i cartoni per la pittura della Cappella de’ Baglioni; di San Francesco di Perugia e ritrasse più Gentiluomini e Gentildonne fiorentine; ed assai migliorato da quel ch’egli era, se ne tornò a Perugia, dove dipinse la mentovata Cappella de' Baglioni. Quindi partito, vennesene di nuovo a Firenze, e per la famiglia de' Dei condusse a ragionevole termine una tavola, che doveva esser posta nella loro Cappella di Santo Spirito; e un'altra tavola fece per la città di Siena. Fu poi, per opera di Bramante, celebre Architetto, chiamato a Roma da Papa Giulio II pel quale ebbe commissione di fare le belle opere, che poi ha ammirato il mondo. La prima fu la Camera della Segnatura, con bellissime invenzioni, nelle quali fece ritratti di più antichi savj. E qui è da fare riflessione ad uno sbaglio, che crediamo aver preso il Vasari nel descrivere questa storia; laddove dice, che rappresentasse i Teologi, quando accordano la Filosofia e l'Astrologia colla Teologia; il che oltre all’errore insussistente, viene ad essere ancor falso, perché quella non è altro che un Ginnasio, ovvero Scuola all’uso degli antichi Greci, ove i Filosofi ed ogni sorta di Accademici facevano loro luogo di ragunata, per trattenersi in ragionamenti de’ loro studj, e per divertirsi negli esercizj. Vitruvio descrisse la forma di questi Edifici pubblici al 5 libro cap. 11 e li nomina Sisti, Palestre, Essedre, secondo loro uso particolare, ch’egli dichiara. Palladio ancora, nel suo Trattato di Architettura, libro 3 cap. 21 più chiaramente ne parla; perciocché ne porge oculare dimostrazione, con un molto esatto disegno. Ora, come il più celebre e’l più nobile di tutti è stato quello di Atene; è molto verosimile, che Raffaello solo questo ponesse; e veramente non è quasi alcun savio ingegno, che non chiami quest'opera di questo Raffaello la Scuola d’Atene. Tornando ora alla storia, per tale inaspettata partita di Raffaello, restò la tavola de' Dei imperfetta; e in tale stato fu poi da Messer Baldassarre Turini da Pescia, posta nella Pieve della sua patria; ed un panno azzurro, che rimase non finito nella tavola di Siena, fu condotto a perfezione da Ridolfo del Grillandajo. Seguitò a dipignere la seconda Camera verso la Sala grande. Intanto successe il caso in cui Michelagnolo, nella Cappella, fece al Papa quel rumore o paura, per la quale fu necessitato a fuggirsi e a Firenze tornarsene; onde a Bramante fu data la chiave della Cappella. Il perché poté a comodo suo farla vedere a Raffaello, il quale, riconosciuto che ebbe la nuova e grande maniera, la profonda intelligenza dell’ignudo, il ritrovare e girar de’ muscoli negli scorti, e la mirabil facilità con che si veggono in quell'opera superate le più ardue difficoltà dell’arte, rimase stupito a segno, che parendogli fino allora non aver fatto nulla, posesi a far nuovi studj, e prese la gran maniera, che dipoi tenne sempre. Non ostante quanto poi dica uno assai moderno autore, che avendo con certe sue tradizioni, e coll’autorità di un tale scrittore di precetti di pittura, anch’esso non antico, tolto ad impugnare tuttociò, che intorno a tal miglioramento di Raffaello, sopra le opere del Buonarruoti, circa a novant’anni avanti a lui scrisse il Vasari, il quale egli tratta da uomo vulgare, passa poi con un certo suo paragone ad abbassare le nobilissime e non mai contese glorie del Divino Michelagnolo: e collo storcere un proprio detto di lui, in approvazione di una sentenza, che gli fu dichiaratamente contraria, e con alcune cose dire, e molte tacere, lo dà a conoscere quell’eccelso uomo, di gran lunga minore di quel ch’egli è; onde coll’una e coll’altra di queste sue opinioni, accusando altri di appassionato, sé medesimo, a mio credere, condanna.

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Creato poi Giulio III se ne venne a Roma, dove era stato chiamato da quel Pontefice. Col quale aveva tenuto servitù, mentre era stato Legato in Bologna: e per ordine di esso tirò avanti, oltre all’altre fabbriche, quella del Palazzo della sua Vigna fuor della Porta del Popolo; la quale finita poi insieme colla Vita del Pontefice, si ritirò a’ servigi del Cardinale Farnese, pel quale, sebbene fece molte cose, la principale nondimeno fu il Palazzo di Caprarola, accomodato così bene al sito, che di fuori è di forma pentagona, di dentro il Cortile e le Loggie sono circolari, e le stanze riescono tutte quadrate, con bellissima proporzione, e talmente spartite, che per le comodità, che negli angoli sono cavate, non vi sta alcuna particella oziosa: e quel che è mirabile, le stanze de’ padroni sono talmente poste, che non veggiono officina nessuna, né esercizio sordido: il che ha fatto ammirarlo da chiunque l’ha veduto, pel più artificioso e più compitamente ornato e comodo Palazzo del mondo: ed ha con desiderio tirato a vedere le maraviglie sue da lontane parti, uomini molto giudiciosi, come fu per esempio Monsignor Daniel Barbaro, persona molto esquisita nelle cose dell’architettura, il quale mosso dalla gran fama di questo Palazzo, per non se ne andare preso alle grida, venne apposta a vederlo: e avendolo considerato a parte a parte, e inteso minutamente dallo stesso Vignola l’ordine di tutti i membri di sì compita macchina, disse queste parole: Non minuit, immo magnopere auxit præsentia famam; e giudicò, in quel genere e in quel sito, non potersi fare cosa più compita. E nel vero, questa fabbrica, più di tutte l’altre opere sue, l’ha fatto conoscere per quel raro ingegno, che egli era, avendo in essa sparsi gli antichissimi capricci, e mostrando particolarmente la grazia dell’arte in una scala a lumaca, molto grande, la quale girandosi sulle colonne Doriche, col parapetto e balaustri colla sua cornice, che gira con tanta grazia e tanto unitamente, che par di getto, e vien con molta grazia condotta fino alla sommità: e in simigliante maniera son fatti anco con grand’arte e maestria, gli archi della loggia circolari. Né contentandosi il Barozzi d’essersi immortalato colla stupenda architettura di quella fabbrica, volle anche mostrare in essa qualche saggio delle sue fatiche di prospettiva, tra le belle pitture di Taddeo e Federigo Zuccarj; onde avendo fatto i disegni di tutto quello, che in simil materia occorrevavi, colorì molte cose di sua mano: tra le quali se ne veggiono alcune molto difficili, e di lungo tempo a farsi assegnatamente con regola, non vi mettendo punto di pratica, come sono le quattro colonne Corinte ne’ cantoni d’una sala, talmente fatte, che ingannano la vista di chiunque le mira; e il maraviglioso sfondato della camera tonda. Fece oltre a ciò pel detto Cardinale la pianta e il graziosissimo disegno della facciata della Chiesa del Gesù alla Piazza degli Altieri, che oggi si vede stampata. Egli cominciò a piantare in Piacenza un Palazzo tale e di sì nobil mole, che io, che ho veduto i disegni e l’opera cominciata, posso affermare di non aver veduto mai, in simil genere, cosa di maggiore splendore, per averla in guisa ordinata, che le tre Corti, del Duca, di Madama e del Principe, vi potessero abitare agiatamente con ogni sorte di decoro e d’apparato regio. Lasciò per non so che anni a guida di questa fabbrica Jacinto suo figliuolo, dandogli i disegni talmente compiti con ogni particolare, che potevano bastare per condurre sicuramente l’opera all’ultima perfezione. E questo fece egli per l’amore, ch’e’ portava all’arte, e non perché non conoscesse Jacinto suo figliuolo attissimo a supplire a molte cose da per sé stesso; che egli volle porre in carta, non perdonando a fatica alcuna, in modo, che avanti, che si partisse, non operasse di sua mano tutto quello che era possibile a fare. Aveva poco prima fatto in Perugia una molto degna e ornata cappella nella Chiesa di San Francesco; ed alcuni disegni di altre fabbriche, fatte a Castiglion del Lago, e a Castel della Pieve, ad istanza del Signore Ascanio della Cornia. Veggionsi di sua invenzione in Roma la graziosa Cappella fatta per l’Abate Riccio in Santa Caterina de’ Palafrenieri del Pontefice, in Borgo Pio, i disegni della quale ha messo poi in opera Jacinto. Furono fatti da lui, in diversi luoghi d’Italia, molti palazzetti, molte cappelle, ed altri edificj pubblici e privati: tra li quali sono particolarmente la Chiesa di Marzano, quella di Sant’Oreste, e quella di Santa Maria degli Angeli d’Ascesi, che pure da lui fu ordinata e fondata, la quale poi da Galeazzo Alessi e da Giulio Danti, mentre visse, fu seguitata. Nel Pontificato di Pio IV fece in Bologna il Portico e la facciata de’ Banchi, dove si scorge con quanta grazia egli seppe accordare la parte nuova colla vecchia. Ed essendo poi, per la morte del Buonarroti, eletto Architetto di San Pietro, vi attese con ogni maggiore diligenza, fino all’estremo di sua vita. Frattanto, essendo il Barone Bernardino Martiniano, arrivato alla Corte di Spagna, per alcuni suoi negozj, fu favorito da quel Re, che lo conobbe per uomo intendentissimo nelle Mattematiche e nelle tre parti dell’Architettura, di conferir seco alcuni suoi pensieri in materia di fabbriche, ed in particolare della gran Chiesa e Convento, che faceva fare all’Escuriale in onore di San Lorenzo: dove avendo il Barone avvertito molte cose, e scoperti con molta chiarezza diversi mancamenti; ridusse quel Re a soprasseder così grand’impresa, finch’egli mandato da Sua Maestà per tutta Italia a cercar disegni dai primi architetti, fosse capitato a Roma per portargli nelle mani del Vignola, per cavar poi da lui un disegno compitissimo, del quale potesse appieno soddisfarsi, conforme a quello si prometteva dall’eccellenza di esso, e dalla lealtà e candidezza d’animo che scorgeva in lui: e così tornando poi alla Corte, con mostrare d’avere usata intorno a sì fatto negozio tutta la diligenza, che conveniva. Venuto dunque il Barone in Italia, ebbe in Genova disegni da Galeazzo Alessi, in Milano da Pellegrino Tebaldi, in Venezia dal Palladio, e in Fiorenza un disegno pubblico dall’Accademia del Disegno, ed un particolare di forma ovale, fatto da Vincenzio Danti, per comandamento del Granduca Cosimo; la copia del quale S.A.S. mandò in Spagna nelle proprie mani del Re, tanto le parve bello e capriccioso. N’ebbe anco in diverse città tanti altri, che arrivarono fino al numero di XXII, de’ quali tutti (non altrimenti, che si facesse Zeusi, quando dipinse Elena Crotone nel Tempio di Giunone, traendola dalle più eccellenti parti d’un eletto numero di bellissime Vergini)ne formò una il Vignola di tanta perfezione e tanto conforme alla volontà del Re, che ancorché il Barone fosse di difficile contentatura, e d’ingegno esquisitissimo, se ne sodisfece pienamente, e indusse il Re, che non meno se ne compiacque di lui, a proporli, come fece, onoratissime condizioni, perché andasse a servirlo. Ma egli, che già carico di anni, si sentiva molto stanco delle continue fatiche di quest’arte difficilissima, non volle accettare l’offerte; parendogli anco di non si poter contentare di qualsivoglia gran cosa, allontanandosi da Roma, e dalla magnificentissima fabbrica di San Pietro, dove con tanto amore s’affaticava. Giunto all’anno 1573, essendogli stato comandato da Papa Gregorio XIII che andasse a Città di Castello per vedere una differenza di confini tra il Granduca di Toscana, e la Santa Chiesa; sentendosi indisposto, conobbe manifestamente esser giunto alla fine del viver suo. Ma non restando però d’andare allegramente a far la santa obedienza, s’ammalò, e appena riaute le forze, se ne tornò a Roma: dove essendo stato introdotto da Nostro Signore, fu da sua Beatitudine trattenuto più d’un’ora spasseggiando, per informarsi di quel ch’egli riportava, e per discorrer seco intorno a diverse fabbriche, che aveva in animo di fare, e che ha dipoi fatte a memoria eterna del nome suo. E finalmente licenziatosi per andarsene la mattina a Caprarola, fu la notte sopraggiunto dalla febbre: e perché egli s’era prima predetta la morte, si pose subito nelle mani di Dio: e presi divotamente i Santissimi Sagramenti con molta religione, passò a miglior vita il settimo giorno dal principio del suo male, che fu agli 7 di Luglio 1573, essendo in quello estremo visitato, con molta carità ed affetto continuamente, da molti Religiosi suoi amici, e particolarmente dal Tarugi, che con affettuosissime parole l’inanimì sempre fino all’ultimo sospiro. Ed avendo lasciato molto desiderio di sé e delle sue virtù, contuttocché Jacinto suo figliuolo gli ordinasse esequie modeste e convenevoli al grado suo, passarono contuttociò i termini della mediocrità, per cagione del concorso degli artefici del disegno, che lo accompagnarono alla Rotonda, con onoratissima pompa; quasiché ordinasse Iddio, che siccome egli fu il primo architetto di quel tempo, così fosse sepolto nella più eccellente fabbrica del mondo. Lasciò Jacinto suo figliuolo più erede delle virtù e dell’onoratissimo nome paterno, che delle facultà, che s’avesse avanzate; non avendo mai voluto né saputo conservarsi pure una particella di denari, che gli venivano in buon numero alle mani: anzi era solito di dire, che aveva sempre domandato a Iddio questa grazia, che non gli avesse né da avanzare, né da mancare: e vivere e morire onoratamente, come fece dopo d’aver passato il corso di sua vita travagliatissimo, con molta pazienza e generosità di animo, ajutato a ciò grandemente dalla complessione, e da una certa naturale allegrezza, accompagnata da una sincera bontà, con le quali bellissime parti si legò in amore chi lo conobbe. Fu in lui maravigliosa liberalità, e particolarmente delle fatiche sue, servendo chiunque gli comandava con infinita cortesia, e con tanta sincerità e schiettezza, che per qualsivoglia gran cosa non averebbe mai saputo dire una minima bugia; dimanieraché la verità, di che egli faceva particolarissima professione, risplendeva sempre tra l’altre rare qualità sue, come preziosissima gemma, nel più puro e terso oro legata. Onde resterà sempre nella memoria degli uomini il nome suo; avendo anco lasciato scritto a’ posteri le due opere, non mai abbastanza lodate: quella dell’Architettura, nella quale non fu mai da veruno de’ suoi tempi avanzato; e questa della Prospettiva, colla quale ha trapassato di gran lunga tutti gli altri, che alla memoria de’ nostri tempi siano pervenuti. Fin qui il Danti.

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