Nominativo - Neri di Bicci

Numero occorrenze: 5

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Resterebbe a narrare il tempo, nel quale il nostro Lorenzo fece da questa all’altra vita passaggio; ma non essendo a noi venuta fin qui tal notizia, diremo solamente, che il , che asserì, ch’e’ morisse in età di 64. anni, anche in ciò prese errore; perché quando non volessimo credere per indubitato, ch’egli nascesse nel 1378. sarebbe forza il dire, che fusse seguita la sua morte del 1442. ed io ho trovata fra l’altre volte nominate scritture, fatta menzione del testamento fatto da lui del mese di Novembre 1455. onde viene indubitata conseguenza, che egli non di 64. anni, ma forse ancor di più di 77. finisse di vivere. Il ritratto di questo grande artefice, fatto al naturale, si vede nel mezzo della sua bellissima porta di bronzo, che corrisponde alla Cattedrale, appresso a quello di Bartoluccio, suo putativo padre, il quale è rappresentato in figura d’un assai più vecchio di Lorenzo, nella banda della parte destra, e quello di Lorenzo dall’altra parte. Buonaccorso Ghiberti, figliuolo di Lorenzo, e suo discepolo, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, rimase dopo di lui, applicato pure alla statuaria e al getto: e fu quegli, a cui toccò a finire e gettare il maraviglioso ornamento di bronzo di quella Porta del Tempio di S. Gio. che è rimpetto alla Misericordia: il modello di cui, insieme col fregio, aveva il padre lasciato in buonissimo termine. Nel quale lavoro esso Buonaccorso si portò si bene, che quando non mai per altro, per quest’opera solamente egli si meritò il nome d’uomo singolarissimo in quest’arti: e fece conoscere, che quantunque assai presto egli finisse di vivere, ben si puote affermare, che coll’essere a lui mancata la vita in verde età, non gli fusse però mancato il merito di dovere sempre vivere nella memoria de’ posteri. Soggiunge il Vasari, che Buonaccorso ebbe un figliuolo, che si chiamò Vittorio, e che egli attese alla scultura: e in Napoli nel Palazzo del Duca di Gravina fece alcune teste, che furon poco lodate; mercé che più attese egli a godere e spendere prodigamente il ricco patrimonio lasciatogli da’ suoi antenati, che alle fatiche di quest’arti: che attendendo anche all’architettura, fu nel tempo di Paolo III condotto in Ascoli, per architetto d’alcune fabbriche: e che una notte un suo servitore, affine di levargli il danaro, crudelmente lo scannò. La verità però si crede essere, che qui il Vasari pigli errore, scambiando Buonaccorso da Vittorio: e che Vittorio fusse il figliuolo di Lorenzo, che fece l’ornamento di bronzo: e Buonaccorso di quello, che andò a Napoli figliuolo di Vittorio; essendoché non si trova mai, per quanto possa essere venuto fin qui a mia notizia, che Lorenzo Ghiberti lasciasse alcun’figliuolo con nome di Buonaccorso; ma si trova bensì, che fusse suo figliuolo un Vettorio, il quale ebbe due mogli, e fu padre di un Buonaccorso. Primieramente in un libro di permute del Monte di Firenze 1463. si trova Maddalena di Antonio di Ser Gio. Buonajuti, moglie di Vittorio di Lorenzo Ghiberti: e da’ Protocolli di Ser Domenico d’Antonio da Figline 1464. Maria Smeralda di Mess. Francesco Marchi, moglie di Vettorio di Lorenzo di Cione Ghiberti. E quanto a Buonaccorso nell’altre volte citato Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, esistente nella Libreria de’ MS. de’ SS. Strozzi, si trova un ricordo, come Vettorio di Lorenzo di Bartolo, che fa le porte, dà a colorire e disegnare un modello d’una spalliera, che di nuovo s’ha a fare per la ringhiera de’ Signori, a esso Neri di Bicci. Del 1483. si trova ne’ Protocolli di Ser Domenico di Gio. GuiducciBuonaccursus Victorii Laurentii Cionis Ghiberti: e nel 1503. si trova, che Buonaccorso di Vittorio di Lorenzo Ghiberti, alias di Bartoluccio, scultor di bronzo, fa testamento, rogato Ser Agnolo da Cascese, il che si ha da’ Repertorj de’ fidecommissi esistenti nell’Archivio Fiorentino. Trovasi poi, che di questo Buonaccorso nacque un altro Vettorio; onde par che si potrebbe dire col Vasari, che questo fusse quel figliuolo di Buonaccorso, che andò a Napoli: nel qual caso però non sarebbe mai vero, che Buonaccorso fusse figliuolo di Lorenzo, ma di Vittorio: e se l’ornamento della porta fu finito da un figliuolo di Lorenzo, questo fusse Vittorio Padre di Buonaccorso, e non Buonaccorso, che fu figliuolo di Vittorio: se non volessimo dire, che di Lorenzo nascesse un altro Buonaccorso, del che non si ha alcun riscontro. Credesi dunque, che erri il Vasari: tanto più, che soggiunge poi egli medesimo, che in Vittorio rimanesse estinta la famiglia de’ Ghiberti; il che non è vero; perché molti furono i descendenti del primo Vittorio, figliuolo di Lorenzo di Cione, come dimostra la seguente descendenza. Ed anche errò lo stesso Vasari, in quanto disse del Padre di Lorenzo, come s’ è mostrato chiaramente nelle notizie della vita di lui, sicché non è, se non cosa probabile, che in quanto appartiene alle notizie di questa Casa, il Vasari, come di cosa non appartenente alla profession sua ed al suo principale intento, cercasse poca informazione. E da un antico libro de’ Morti dell’Arte degli Speziali, spogliato nel libro RR. 1239. in Archivio Strozzi, apparisce Lorenzo di Vittorio di Bartoluccio 16. Maggio 1484. in S. Croce. Trovasi, che Vettorio di Lorenzo di Cione ebbe due mogli: la prima Maddalena d’Antonio di Ser Gio. Bonajuti, della quale ebbe Buonaccorso: la seconda fu la Smeralda di Francesco Marchi, della quale ebbe un Francesco, e Ghiberto, che fu Monaco, e un Cione: e Buonaccorso ebbe un figliuolo, che fu Vittorio, che non sappiamo, che avesse figliuoli: e la stirpe si continuò in Francesco. E tali notizie s’hanno da un Lodo, dato da Antonio di Luigi Covoni, e da Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli a’ 5. d’Ottobre 1496. fra Buonaccorso, Francesco, e Cione, figliuoli di Vittorio di Lorenzo di Cione, ne’ quali da tre fratelli erano state compromesse alcune differenze: e di tal Lodo si rogò Ser Agnolo di Ser Alessandro da Cascese: A Buonaccorso toccò la maggior parte degli stabili, i bronzi, i libri, e gl’intagli, e per usar le parole del Lodo: omnes masseritias, ut vulgo dicitur, da andare in Ufizio, ovvero in Birreria, prout Banderie, Sopraveste, Targette, Spade, Chappello, et alia similia, atta ad exercitia predicta que sunt ad presens d. Victorij, con carico di prestarle a’ fratelli all’occasione.

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Ho io ancora ritrovato nella Libreria de’ Manoscritti originali e spogli, oggi degli Eredi del Senator Carlo Strozzi, Antiquario rinomatissimo, in un libro segnato I. I. 1231. a car. 561. quanto fu per mano di quel Cavaliere estratto da un Diario originale segnato D. che fu dello stesso Neri di Bicci, scritto dall’anno 1453. fino al 1473. il quale pure si conserva nella medesima Libreria: nel quale Diario, oltre a molti ricordi di cose famigliari di sua casa, e particolarmente de’ giovani, che sotto la di lui disciplina di tempo in tempo si ponevano, egli fu solito di notare le opere ch’e’ faceva; avere egli fatto nota di un Tabernacolo, dipinto in sulla strada maestra, che va da Firenze a Pisa, al Ponte a Stagno in sul Vingone, poco lungi dal Castello della Lastra, ove per Luca d’Andrea da San Colombano, dipinse l’anno 1453. una Vergine con più Santi da i lati, e nella volta altre figure. Ancora vi è notata l’opera, che egli condusse per la Chiesa di Santo Romolo di Firenze, stata già data a fare a Lorenzo suo padre, che dopo averla ingessata, si morì. Vi è anche il ricordo, come detta tavola fu stimata da Zanobi, che fu della nobilissima famiglia degli Strozzi, e dipinse in quei tempi con non ordinaria lode tavole da Altare, che si veggono fino al presente in diverse Chiese, e ancora altre opere fece lodatissime. Fu compagno dello Strozzi in fare detta stima Alesso Baldovinetti pittore celebre: e ciò fu nell’anno 1466. come altrove abbiamo detto. Essendomi poi, per molta bontà di Luigi Strozzi, figliuolo del già nominato Senator Carlo, Arcidiacono della Metropolitana Fiorentina, riuscito d’avere per alcuni pochi giorni in mia casa detto libro originale del Bicci: ne ho fra l’altre cose estratte alcune note, che per ragione di loro antichità io non istimo indegne di memoria: e sono le seguenti: Nota egli avere avuto di dota della Gostanza di Bernardo di Lottino sua moglie Fiorini trecentoquaranta di suggello, l’anno 1453. e stettegli mallevadore alla gabella Antonio Catastini suo Cognato. Dice avere un Podere, luogo detto a Capallo di Gangalandi. Dice avere a’ 3. di Luglio 1454. auto ordine da Bernardo di Lupo Squarcialupi, che sta a Poggibonzi, di fargli una tavola di Maria Vergine, con Giesù in collo, con un S. Francesco, S. Margherita, S. Jacopo e S. Bernardino, e nella predella alcune storiette: e tutto questo per prezzo di Fiorini cento: e poi soggiugne dopo alquanto tempo: Ricordo, come a’ 26. Aprile 1456. presi a dipignere per gli uomini della Compagnia della Disciplina di San Niccolò di Poggibonzi in Valdensa, una tavola da Altare, con una Vergine e nostro Signore in collo, e alcuni Santi allato, e di più istorie di S. Niccolò, due battuti, un per parte, tutta messa di oro. I Procuratori di detta Compagnia, che intervennono a farne il patto per Fiorini ducentosessanta, furono: Donato di Segna, Andrea di Nanni fabbro, Giovanni di ser Lucchese Bindi, Giampiero ispeziale, Bernardo di Lupo Isquarcialupi, Francesco di Niccolajo di Donato.

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Nell’anno poi 1454. fa il seguente ricordo, che siccome dà materia a noi di accompagnarlo con qualche considerazione profittevole agli studiosi di nostra antichità, così sarà da noi copiato in questo luogo da verbo a verbo, e come egli lo scrisse. Ricordo, come questo dì 15. Agosto: lo Neri di Bicci dipintore, tolsi a metter d’oro, e dipignere uno tabernacolo di legname fatto all’antica, colonne da lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, di sotto uno imbasamento messo tutto d’oro fine: e nel quadro di detto tabernacolo, feci un Muisè e quattro animali de’ Vangelisti, e nel frontone Santo Giovanni Batista, e intorno al detto Muisè e animali fece gigli d’oro, e drento il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e uno altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze, il quale debbo fare a tutta mia ispesa, d’oro, d’azzurro, e ogn’altra cosa, accetto legname, e fatto, e posto in luogo dove ha stare, cioè nell’Udienza de’ Signori: e detti Signori, mi debbono dare per le sopraddette cose, cioèoro, azzurro, e mio maistero Fiorini cinquantasei d’accordo co’ detti Signori. Era Gonfaloniere Tommaso di Lorenzo Soderini, e per Artefice Marco di Cristofano Brucolo legnajuolo, e Antonio Torrigiani, e altri, i quali non conosco. Rendei il detto lavoro a dì 30. Agosto 1454. e a dì 31. di Agosto fu pagato, come a entrata di a 5. posta al libro di a 7. Voi notaste, o mio lettore, che il Bicci in questo suo ricordo, con brevità e schiettezza incidentemente ci lasciò scritti alcuni particolari, da’ quali facilmente s’induce un tal poco la cognizione della grande stima, in che furono appresso a i nostri padri quei venerabili volumi, chiamati le Pandette: e le altre cose ancora, che dovevano aver luogo in quel suo tabernacolo, o altro arnese, che noi dire vogliamo, fino a quei tempi. Ma perché poco fu qul ch’ei disse, non avendo egli preso per assunto il parlare di tali cose distintamente, e perché il fatto in sé stesso è degno di riflessione e di memoria, vuole ogni dovere, che io supplisca al difetto, illustrando in un tempo stesso il ricordo del pittore, e alcuna cosa dicendo del molto, che di così preziosi tesori può dirsi a gloria della patria nostra, e di qualunque, che già per un corso di più e più secoli a nostro pro e a benefizio del mondo tutto ce gli ha conservati. Doveva dunque il tabernacolo coll’arnese predetto, abbellito con fattura di Neri di Bicci, contenere in primo luogo il Libro delle Pandette. Questo Libro, che è di grandezza di foglio, e diviso in due Tomi, si chiama Pandette, che come voi sapete, propriamente vuol dire, che contiene tutto, e viene dalla voce Greca Pan, che significa Tutto, e da dechome, che vuol dire ricevo. Di questo nome di Pandette parla Angelo Poliziano nel suo Libro delle Miscellanee, Cap. 78., e dice così. In Pandectis istis, quas etiam archetypas opinamur: e più diffusamente nel Cap. 41. dicendo: Ch’egli è il Volume stesso de’ Digesti, ovvero Pandette di Giustiniano: e che egli è senza dubbio originale. Gli chiama Digesti, e in Latino diconsi Digesta, che vale cose digerite per ordine: e questo è il nome appunto, con cui chiama Vegezio i suoi libri de’ Re Militari. Di questo nome di Pandette s’era valso Plinio nella Lettera Dedicatoria a Vespasiano Imperatore della sua Storia Naturale; alloraché, volendosi in essa burlare de’ titoli speciosi e curiosi degli Autori Greci, messe fra gli altri quello di Pandette: e Aulo Gellio, che scrisse le Notti o le Veglie Attiche, in Latino disse: Sunt etiam qui Pandectas inscripserunt. Soggiugne poi il Poliziano, che questo Libro era allora nella Curia Fiorentina, che vuol dire nel Palagio de’ Priori: che dal Sommo Magistrato pubblicamente si conservava: e con gran venerazione (benché questo di rado, e ancora al lume di torce) si mostrava: e ch’è questo libro una inestimabile porzione delle spoglie e del bottino de’ Pisani, spesso citato da’ Giurisconsulti: ch’egli è scritto a lettere majuscole, senza spazj veruni tra parola e parola: e similmente senz’alcune abbreviature, e con certe parole, almeno nella Prefazione, come dall’Autore certamente, e che pensi e che generi, piuttosto che dallo scrittore o copista, fregate e cancellate, con iscrivervi sopra: che vi è una Epistola Greca, e ancora un bellissimo Greco Epigramma nel frontespizio. Confessa anche il Poliziano, che di leggere questo Volume, e di maneggiarlo comodamente, a lui solo era stata fatta copia, per opera e a cagione di Lorenzo de’ Medici, il quale (uomo principale della sua Repubblica) purché faccia, disse egli, cosa grata agli studiosi, fino a questi officj si abbassa. Le chiama il Poliziano, non più per gli aggiunti nomi loro antichi, che furono cioè, prima Amalphitanæ, perché a’ Pisani vennero di Amalfi nel Regno di Napoli, e poi Pisane; ma le chiama Fiorentine: e afferma, che in loro sono le parole pure e schiette, né come nell’altre piene di macchie e scabbiose. Fin qui dal Poliziano. Ed è da notarsi, come nel fine delle medesime Pandette si veggono scritte due fedi, una di Cristofano Landini, e l’altra del Poliziano medesimo, che attestano di reputarle originali. Questi veramente inestimabili Libri sono stati visitati da’ primi Letterati, che abbia pe’ tempi avuti il mondo. Lelio Torelli da Fano, Auditore di Ruota, ne’ tempi di Cosimo I. fece stampare in Firenze dal Torrentino esse Pandette, cavate dal proprio originale. Antonio Augustino, famoso Legista Spagnuolo, e Vescovo di Lerida, nel Libro delle Emendazioni e Opinioni, impetrò dallo stesso Cosimo I di poter servirsi dello stesso libro pel bisogno de’ suoi studj, ch’e’ fece qua: e vidde anche la famosa Libreria di San Lorenzo, e assai cose di propria mano notò. Questo dotto Autore chiama le Pandette Antichissimo Monumento della Ragione Civile. Dice ancora, che la stessa figura delle lettere apparisce per lo più vicina alla Romana e Greca antica scrittura: e soggiugne, che per fare questi suoi libri, adoperò le Pandette d’Angelo Poliziano, confrontate con queste Fiorentine. Sopra queste Pandette Teodoro Gronovio, quando fu agli anni passati a Firenze, fece alcuni confronti, e ne stampò un piccolo libro. Che poi questi Volumi, col rimanente di quello che accenna il soprannominato Neri di Bicci nel suo Ricordo, venissero di Costantinopoli, non è improprio, anzi necessario, col supposto, ch’elle siano originali, stante la residenza, che vi fece Giustiniano, e gli altri Imperadori Romani, dopo la traslazione della sede dell’Imperio, che fece Costantino, di Roma a Bizzanzio, detta Costantinopoli, o nuova Roma.E questo è quanto alle Pandette, le quali si conservano oggi, e fin da gran tempo, nella Guardaroba di Palazzo vecchio del Serenissimo Granduca, per entro uno degli Armadioni dell’argenteria e oreria, chiuse in una cassetta soppannata di velluto, ricchissimamente adornata al di fuori: né si lasciano vedere, per ordinario, se non a degnissime persone, e con assistenza continova de’ maggiori Ministri, fra i molti che sono deputati al governo della medesima Guardaroba.

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Fa ora anche di mestieri, che da noi si dia alquanto d’illustrazione al rimanente di quello, che accennò il Bicci nel suo Ricordo. Dice egli: E nel quadro di detto Tabernacolo feci un Muisè, e quattro Animali de’ Vangelisti: e nel frontone santo Giovanni Batista: e intorno a detto Muisè e Animali, fece gigli d’oro, e dentro il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e un altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze etc. Or qui vede ogni persona, anche di mediocre intelligenza, che il Moisè, ch’ei dipinse in quel suo tabernacolo, e il dovere stare nell’Audienza de’ Signori, fu per alludere alle Pandette, le quali, come antico monumento della Ragione Civile, come bene le chiamò l’Augustino, dovevano aver luogo ove ragione si teneva, cioè nell’Audienza de’ Signori. L’Immagine del Precursore fu dipinta in prima fronte, per significare la Protezione, che tiene il Santo della Città e Stato Fiorentino: e’l bell’ornato de’ gigli d’oro, per mostrare, che il tutto apparteneva alla Fiorentina Repubblica e alla città stessa. Resta ora il dar notizia dell’altro Libro, che il Bicci dice che dovesse stare insieme colle Pandette, e con altre solennissime cose di Firenze. Dico dunque, come il Libro, di cui ei parlò, non poteva essere se non il Libro dell’Evangelio di San Giovanni, e quello stesso, che appresso si dirà. Ed evvi forse qualche apparenza di vero, che tale preziosissimo Libro dovesse stare nel luogo detto, per quello, che disse il Bicci, cioè, che nel tabernacolo rappresentò i quattro Animali, ne’ quali sappiamo, che i Santi Evangelisti vengono figurati. Se noi non volessimo però dire, che la figura del Moisè, con quella degli Animali, fosse fatta per rappresentare l’Antica e la Nuova Legge, e nulla più; ma ciò non pare, che abbia luogo, perché, o vogliasi fare l’allusione agli Evangelisti immediatamente, o alla Nuova Legge, la quale ci fu divulgata dagli Evangelisti, sempre noi ci portiamo alla ricordanza degli stessi Evangelisti. La verità però si è, che oggi, e fino da tempo immemorabile, nella Cappella dello stesso Palazzo, già intitolata di San Bernardo degli Uberti Vallombrosano: poi, e fino ad oggi, di San Bernardo di Chiaravalle, fra le insignissime Reliquie di Santi, si conserva un grosso Libro: e questo credesi senza dubbio quello del quale fa menzione il Bicci. Egli è un grosso Volume, di grandezza di foglio, scritto in cartapecora, contenente tutto l’Evangelio di San Giovanni, in lettera Greca tonda bellissima, la quale lettera è stata tutta da capo a fondo coperta coll’oro, stante l’opinione, che si ha della somma antichità di questo Libro; talché egli è stato sempre tenuto, e fino al presente tempo si tiene per lo vero e proprio originale dello stesso Santo Giovanni Evangelista. Dico finalmente, che l’altre, che chiama il Bicci solennissime cose di Firenze, altro non erano, a mio credere, che il proprio originale del Sacro Concilio Fiorentino, chiamato il Decreto dell’Unione fra la Chiesa Greca e la Latina, in Greco e in Latino, colle sottoscrizioni originali de’ Padri dell’una e dell’altra Chiesa: e l’altre Carte, che pure con esso si conservano, appartenenti agli Armeni e a’ Ruteni. E tanto ci basti aver detto in quanto appartiene alle Notizie di Neri di Bicci.

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Discepolo di Paolo Uccello, Nato intorno al 1380, viveva nel 1466. Ci conviene dar principio alle notizie di questo artefice, coll’accusar Giorgio in ciò, che appartiene alla cognizione, ch’ei pretese di darci del tempo della vita di lui; avendo esso lasciato scritto, che nel 1368 egli venisse a questa luce; ma abbiamo trovato nell’altre volte nominato Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, che Alesso Baldovinetti, insieme con Zanobi Strozzi, si trovò dell’anno 1466 a stimare la tavola di Santo Romolo di Firenze, fatta dal medesimo Neri di Bicci pel Vescovo Bartolommeo Lapacci Priore di quella Chiesa. Perché niun altro fu mai di questo nome e cognome pittore in Firenze, per quanto si ha dagli antichi e moderni autori, bisogna dire, che egli nascesse almeno circa quindici anni dipoi a quello, che dicevano, cioè intorno agli anni 1380. Ed oltre a ciò si conoscono chiaramente le opere di questo maestro della scuola di Paolo Uccello: e fatto computo de’ tempi dell’uno e dell’altro pittore, si trova, che appunto egli gli potè essere maestro nella sua giovenile età, nella quale afferma che egli si applicasse alla pittura. Aggiungasi finalmente al detto di sopra, per prova assai chiara, che Alesso fu maestro nella pittura e nel musaico di Domenico del Grillandajo: e che Domenico morì nel 1493 di anni quarantaquattro, che è quanto dire, che Domenico nascesse del 1449. Ora se Alesso fosse nato del 1348, come poteva essergli stato discepolo Domenico, che nacque nel 1449. Venendo ora alle opere di Alesso, possiamo dire, che egli non fosse nel dipingere tanto secco quanto Paolo, e che molto più di esso anch’egli si discostasse dalla maniera antica, mercé l’esser vissuto ne’ tempi de’ suoi più fervorosi studj, Masaccio da San Giovanni. Dipinse in Firenze la tavola e Cappella maggiore in Santa Trinita, della nobil famiglia de’ Gianfigliazzi, dove si veggono ritratti al naturale molti grand’uomini di quei tempi: e nel Cortile della Santissima Annunziata, in quella parte del muro, che è immediatamente dietro a detta Santissima Immagine, colorì la storia della Natività di Cristo Signor Nostro: ed altre opere fece nella medesima città. Si affaticò molto intorno a’ Musaici; per lo che gli fu data a restaurare la Tribuna del Tempio di San Giovanni, fatta fino dell’anno 1225 da Frate Jacopo da Turrita, pittore di musaici di quei tempi, Religioso dell’Ordine di San Francesco, nella quale opera si portò molto bene. Insegnò anche quest’arte a Domenico Grillandajo, il quale nella Cappella maggiore in Santa Maria Novella lo ritrasse al naturale accanto ad una figura rappresentante lui medesimo, nella storia quando Giovacchino è cacciato dal Tempio, ed è quella di un vecchio raso con un cappuccio rosso in capo. Trovasi essere stato questo maestro descritto degli Uomini della Compagnia de’ Pittori l’anno 1448, che è quello appunto, nel quale lo dà per morto, essendo, come si è detto, sopravvissuto fino all’anno 1466. Racconta che Alesso già vicino alla vecchiezza, per viversi quieto, si commesse nello Spedale di San Paolo: e che fosse per esservi più volentieri ricevuto, o pure seguisse ciò a caso, facesse portare nelle sue stanze un grande e pesante cassone, quasi mostrando, che in esso gran danari vi fossero riposti: e che ciò anche si desse ad intendere lo Spedalingo e suoi ministri eziandio, i quali sapendo, che egli allo Spedale avea fatta donazione per al tempo della sua morte, gli facessero poi gran carezze; ma venuto che fu a morte il pittore, non altro si trovò in quel cassone, che carte disegnate, ed un libretto del modo di lavorare. Fu Alesso la stessa cortesia, e più degli amici, che di sé stesso; onde da chi ben lo conobbe, non si ebbe poi per gran fatto, che poco o nulla egli avanzato avesse; onde col fine de’ giorni si trovasse essere stata data fine alla roba e a’ contanti.

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