Nominativo - Moro

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Fioriva circa al 1500. Trovasi, che nell’anno 1511 entrò nella Compagnia de’ Pittori d’Anversa un certo Giusto di Cleef, una delle Sette Provincie unite, il quale fu poi detto Giuseppe Pazzo: il padre suo fu certo maestro Willem di Cleef pittore, che pure entrò in essa Compagnia l’anno 1518. Attesta il Vanmander, che questo Giusto, fu uno de’ migliori coloritori, che avessero quelle parti ne’ suoi tempi: e che le opere sue erano tenute universalmente in grandissima stima, perché le sue figure parevano di vera e viva carne: e anche aveva un bel modo nel dipignere altre cose; ma la troppo eccedente stima ch’egli aveva di sé stesso, talmente l’acciecò, che facendogli sempre credere, che le proprie pitture dovessero valere di gran lunga più di quelle di ogni altro artefice di sua età, e che non vi fosse prezzo, che adeguar le potesse, fermandolo tuttavia più in simile apprensione, fecelo talvolta quasi delirare; onde ne acquistò fra gli amici e professori, nome di pazzo. Avvenne una volta, in tempo che Filippo II Re di Spagna si maritò con Maria Regina d’Inghilterra, che Giusto si portò da quella Maestà, affine di darle alcune cose di sua mano: e perché ciò gli venisse meglio effettuato, si accostò prima ad un pittore del Re chiamato Antonis Moro, pregandolo di assistenza e d’ajuto. Questi gli promise di fare ogni opera, affinché le opere sue venissero ad avere adito alla persona del Re; ma portò il caso, che in quel medesimo tempo fossero d’Italia mandati in quelle parti molti quadri di diversi insignissimi maestri, e particolarmente di Tiziano, i quali, avendo conseguito da quel Monarca quel gradimento e stima, che loro si conveniva, fecero sì, che il Moro non pure poté fargli vedere le opere di Giusto, ma né meno poté passare alcuno ufficio a lui favorevole. Questo stravagantissimo cervello diede allora in grandi smanie; ma assai più dopo ch’egli ebbe vedute le pitture di Tiziano, parendogli, che queste, poste a confronto colle sue, nulla valessero. Presela col Moro, e molto con parole il maltrattò, dicendogli, che non meritava d’aver a fare ufficio di proporre a sua Maestà pitture di un sì gran maestro, quale era egli: e giunse tant’oltre con le invettive, e tanto uscì dai termini della civiltà e del dovere, che il Moro, fattosi vivo, e gettatosegli alla vita, gli mise addosso tanta paura, che il vile Giusto rifugiatosi sotto una tavola, non osò più far parole; tantoché il Moro, veduta tal sua vigliaccheria, si partì, lasciandolo in quel posto medesimo. Stato ch’egli fu così un poco, rodendoselo la rabbia, diede mano a fare sì fatti spropositi. Prese della vernice di trementina, e con quella invetriandosi il berettino e’l vestito, se n’andò per la città, facendosi vedere per le pubbliche strade. Inoltre, avendo fino a quel tempo fatte diverse pitture in tavola a particolari persone, procurò di riaverle in mano, con pretesto di volerle migliorare: e ritoccandole in ogni parte, in cambio di migliorarle, quasi del tutto le guastò, con dolore e danno de’ padroni. Andò poi crescendo talmente in lui la frenesia, che a’ parenti ed amici fu necessario il rinchiuderlo. Era di mano di costui l'anno 1604 appresso Melchior Wyntgis in Middelborgh, una immagine di Maria Vergine, e dietro era un bel paese dipinto da Joachim Patenier. In Amsterdam, appresso Sion Lus, era un Bacco assai bello, al quale aveva fatto i capelli canuti, discostandosi in ciò dalla comune de’ Poeti, che a Bacco, come donatore dell’allegria, danno una perpetua gioventù, e fra questi Tibullo: Solis aeterna est PhoeboBacchoque iuventus. ma, per mio avviso, volle il pittore con tale canizie significare, esser proprio delle cadenti età il molto bere: o forse ancora, che il soverchio, presto riduce l’uomo a suo fine. Non è noto il tempo della morte di Giusto, il quale, non ha dubbio, che non sia stato un valoroso artefice, e tale, che meritò, che il Lansonio facesse in lode di lui alcuni versi, da’ quali pare che si raccolga, che egli avesse un figliuolo della stessa professione; e sono i seguenti. JUSTO CLIVENSI ANTVERPIANO PICTORI Nostra nec Artifices inter, te Musa silebit, Belgas, Picturae non leve Juste decus. Quam propria, nati tam felix arte fuisses, Mansisset sanum si misero cerebrum.

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Nato 1498, morto 1554. L’Eccellentissimo Pittore Giovanni Hoolbeen nacque nel paese degli Svizzeri, nella città di Basilea, nel 1498; ed agli anni del conoscimento pervenuto, datosi allo studio del disegno e della pittura, dopo aver fatto in essa buon profitto, dipinse nel Palazzo del Senato di quella città e in diverse case di cittadini molte belle cose, e tra queste una di bizzarra invenzione, e fu un Ballo della Morte, dove fece vedere la medesima, in atto di far preda d’uomini di ogni lignaggio e condizione. Avvenne poi, che Giovanni, nella stessa città sua patria, strinse grande amicizia con Erasmo Roterodamo, il quale, conciossiacosaché la virtù sua molto bene conosceva, si mostrò desideroso di sollevarlo a miglior fortuna di quella, che egli allora in patria si godeva o poteva sperare. A questo effetto si fece fare da lui il proprio ritratto, che riuscì tanto bene, quanto egli mai avesse potuto volere; dipoi scrisse a Londra al suo condiscepolo Tommaso Moro, acciocché quel grand’uomo, allora confidentissimo di Enrigo VIII Re d’Inghilterra, desse notizia di lui e della sua virtù allo stesso Re, che molto di queste arti si dilettava; poi persuase Giovanni a portarsi colà, assicurandolo, che sotto la protezione del Moro, egli avrebbe fatto gran fortuna; e perché ciò più facilmente riuscisse, volle, ch’e’ portasse con esso seco il nominato ritratto (il quale Erasmo affermava esser più bello di quello, che di lui pure aveva fatto poco avanti Alberto Duro) e che a Tommaso Moro, per sua parte ed in sua memoria, il donasse. Piacque molto a Giovanni il consiglio e l’occasione, non solo in riguardo dello sperato avanzamento, sotto gli auspicj del Moro, ma anche per levarsi una volta d’attorno alla moglie, la quale egli aveva d’umore così perverso, che tenendolo sempre in lite, non mai lo lasciava aver bene; e gli faceva bene spesso ripetere ciò, che scherzando dice Euripide, Greco Poeta, avere la natura dato agli uomini gran rimedj contra le bestie; ma niuno però, onde potessero difendersi da una cattiva consorte. A cagione di questo adunque parevagli d’avere un buon mercato, ogni qualvolta perdendo di vista la patria, gli fosse venuto fatto lo smarrire anche la dispettosa sua donna. Quindi è, che ben presto partitosi da Basilea, prese la via per alla volta d’Inghilterra. Arrivato a Londra, e portatosi alla casa del Moro, gli consegnò le lettere di Erasmo, e con esse il bel ritratto di lui, in testimonio della propria virtù. Questo ritratto piacque tanto a Tommaso, che aggiunto al concetto, ch’egli aveva formato del pittore colla sola lettura delle lettere d’Erasmo, subito l’accolse con segni di gran cortesia, e gli diede luogo nella propria casa, dove con assai carezze, lo tenne quasi tre anni, facendogli fare opere diverse. Questo però faceva egli con gran cautela e segretezza, a fine di potersi arricchire di sue pitture, prima che di lui arrivasse notizia al Re, il quale teneva per certo, che subito l’avria tirato al proprio servizio. Fecesi fare il proprio ritratto, e quello ancora di ciascuno de’ suoi più congiunti, con molti altri quadri; e finalmente trovatosi sodisfatto appieno, fece risoluzione in un tal giorno di banchettare il Re, e con tale occasione dargli notizia del pittore. Videlo il Re con gran piacere; e voltatosi al Moro gli disse: Ora, Tommaso mio, tenetevi pure le vostre pitture per voi, perché a me basta l’aver trovato il maestro; e fatto dare al pittore onorato trattenimento, e vedendo ogni dì opere più belle del suo pennello, fecene da indi innanzi tanta stima, ch’era solito gloriarsi d’aver nella sua Corte un simile artefice. L’Hoolbeen fece il ritratto di quella Maestà, e di molti altri, che veduti da’ Cavalieri della Corte, fecero sì, che non solo ognuno a gara correva a vedere le sue pitture; ma omai d’altro non si parlava, che di lui; ed egli intanto s’andava tuttavia avanzando nella grazia del Re. Ma perché rare volte, o non mai, godono gli uomini, felicità senza mescolanza d’alcun disturbo; occorse in que’ giorni cosa all’Hoolbeen, che lo pose in gran pericolo e in gran cimento: e fu questa. Venne un dì alla sua casa un gran titolato, per vedere le opere sue; ma perché egli allora si trovava occupato in fare alcun ritratto dal naturale, o altro impedimento aveva, che gli vietava il ricevere alcuno in quell’ora, fu sforzato a scusarsi e licenziarlo. Questo però fece con parole di tutta amorevolezza e rispetto, pregando quel Signore a venire in altro tempo; ma per molto, che il pittore si scusasse, il Conte non si partiva, anzi voleva salir la scala quasi per forza, non parendogli, che a cagione di qualsifosse impedimento, la sua persona meritasse tal repulsa da un pittore. Seguitava l’Hoolbeen le sue scuse, ed il Conte le sue violenze: e andò la cosa tant’oltre, che parendo all’Hoolbeen d’esser troppo sopraffatto, non potendo più contener sé stesso, gli diede una gran pinta, con che rovesciollo per la scala con tanta forza, che il Conte cadendo indietro, percosse indietro la testa e l’altre parti del corpo, che già si raccomandava a Dio, credendo di subito morire. I suoi Gentiluomini e servitori, avendo pure assai da far col Padrone in quel repentino accidente, non si voltarono così presto al pittore; onde egli intanto serrata bene la porta della sua stanza, e a quella appoggiato sedie, sgabelli e tavole, tanto si assicurò per un poco, che ebbe tempo a fuggirsi per una finestra del tetto, e salvarsi dalle mani di loro. Fu la prima sua faccenda, allora allora, portarsi davanti al Re, dal quale benignamente accolto, genuflesso a gran voci lo pregava a perdonargli, ma non però alcuna cosa dicea di ciò, che avesse fatto. Il Re più volte gli domandò, perché e’ volesse perdono; ma il pittore altro non rispondeva, se non che chiedeva perdono. Allora il Re, compassionando alla forza del dolore, che quasi il rendea forsennato, si dichiarò di volergli perdonare, con questo però, che dovesse il suo fallo confessare. L’Hoolbeen alquanto sollevato dal suo timore, con gran sincerità e schiettezza gli raccontò il tutto: il che avendo inteso il Re, fu preso da gran dispiacere, come quegli, che assai compativa la disgrazia di quel Cavaliere, che egli molto amava: e quasi si pentiva di avere così di subito al pittore perdonato: pur tuttavia avvisatolo di non dover mai più per l’avvenire cadere in simili mancanze, lo mandò in una stanza a parte, finch’egli avesse inteso come erano passate le cose del Conte: il quale, essendo già ritornato in sé, per avvalorare le sue querele, subito comparve in Corte, portato in una sedia, fasciato in più parti del suo corpo, e fattosi avanti al Re, con una voce languida, come di chi è vicino a morire, disse le sue ragioni: e nel dire cercava tuttavia d’aggrandire la cosa più di quel ch’essa era in verità, come quegli, che nulla sapeva, che l’Hoolbeen si fosse fatto prima di lui sentire dal suo Signore. Finita poi la sua doglianza, molto si riscaldò in domandare, che al pittore fosse data la pena conveniente al suo delitto. Ma il Re, che già aveva inteso il fatto giusto, avendo conosciuto l’artifizio del Conte, e qualmente egli parlava con poca sincerità e a vendetta: e come quegli, che anche molto amava l’Hoolbeen, con cui si trovava impegnato al perdono, andava mitigando la passione del Conte al più che e’ poteva; donde avvenne, che non parendo al Cavaliere d’averne il suo conto, vinto dallo sdegno, ardì di dire al Re, che avrebbe egli trovato modo di gastigarlo da sé stesso. Questa fu per lui una mala parola, perché il Re giustamente irato gli disse: Orsù, adesso voi non avete a fare più col pittore, ma colla stessa persona del Re, e minacciollo forte; soggiungendogli, ch’e’ non dovesse credere, che quel virtuoso fosse appresso della persona sua in quel poco conto, ch’ei si pensava; perché poteva bene il Re di sette contadini far sette Conti, ma non già di sette Conti fare un pittore così eccellente, quale era l’Hoolbeen. Questa risposta fu al Conte di gran confusione e timore: e perché temeva fortemente che il Re non si vendicasse delle parole pronunziate in sua presenza, lasciato da parte il livore e l’affetto di vendetta, si mise a chieder per sé la grazia della vita, promettendo di tutto fare che gli fosse stato comandato. Allora il Re gli comandò espressamente, che non mai, per alcun tempo, dovesse essere ardito, di fare ingiuria al pittore, né da sé né per mezzo d’altri, altramente si aspettasse quella pena, che egli avrebbe avuto, offendendo la stessa persona sua: e con torbida faccia se lo tolse davanti. Tanto è vero, che non si debbonsi le proprie cause, ancorché giuste, portar d’avanti a’ Grandi senza la dovuta lealtà, né con tanto calore, che scorra oltre a’ limiti di un ossequioso rispetto. Seguitò poi l’Hoolbeen a fare bellissime opere per Sua Maestà, tra le quali fu il ritratto della medesima quanto il naturale: il qual ritratto dell’anno 1604 si conservava nel Real Palazzo detto Withal. Fecegli ancora ritratti de’ tre giovanetti figliuoli, Edoardo, Maria, ed Elisabetta, che pure nel sopraccitato tempo si conservavano in quel Palazzo.

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