Nominativo - Michelangelo Buonarroti

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 165

Vedi

Il nostro Alberto adunque, avendo assai miglior disegno di quel che aveva Buonmartino suo maestro, apprese così bene quest’arte, che in pochi passi di gran lunga l’avanzò, perché le prime opere sue tosto cominciarono ad esser più belle. Queste furono una stampa, che si chiama l'Uomo Salvatico, con una testa di morto in un'arme, fatta l’anno 1503, e una Nostra Donna piccola, fatta pure lo stesso anno, nella quale si scorge quanto egli già eragli passato avanti. Diede fuori l’anno 1504 le belle figure di Adamo ed Eva; l’anno 1505 i Cavalli; del 1507, 1508 e 1512 fece le belle carte della Passione, in rame; intagliò la carta del Figliuol Prodigo, il San Bastiano piccolo, la Vergine, in atto di sedere col Figliuolo in braccio; e anche la Femmina a cavallo, con un uomo a piede; la Ninfa rapita dal mostro marino, mentre altre Ninfe stanno bagnandosi. Fece in diverse piccolissime carte molti Villani e Villane, con abiti alla Fiamminga, in atto di sonar la cornamusa, di ballare, altri di vender polli, ed in altre belle azioni; e similmente il Tentato da Venere all’impudicizia, dove è il Diavolo ed Amore, opera ingegnosissima; e i due Santi Cristofani portanti il Bambino Gesù. Scopertesi poi le stampe di Luca d’Olanda, intagliò a concorrenza di lui un uomo armato a cavallo, lavorato con estrema diligenza, il quale figurò per la Fortezza dell’uomo, dov’è un Demonio, la Morte e un Cane peloso, che par vero. Ancora fece una Femmina ignuda sopra certe nuvole, e una figura alata per la Temperanza, che si vede dentro a un bellissimo paese, con una tazza d’oro in mano ed una briglia. Un Santo Eustachio inginocchioni dinanzi al Cervio, che tiene fra le corna il Crocifisso, carta bellissima, dove sono certi cani, in diverse positure naturali, che non possono esser meglio imitati. Veggonsi anche intagliati da lui molti putti, alcuni de’ quali tengono in mano uno scudo, dov’è una morte con un gallo. Similmente un San Girolamo, vestito in abito Cardinalizio, in atto di scrivere, con un leone a’ piedi che dorme. Figurò egli il Santo in una stanza, ove sono le finestre invetriate, nelle quali battendo i raggi del Sole, tramandano lo splendore nel luogo, ove il Santo scrive, e in quella stanza contraffece orivoli, libri, scritture, e infinite altre cose, con tanta finezza e verità, che più non si può desiderare. Intagliò anche un Cristo coi dodici Apostoli, piccole carte; ancora molti ritratti, fra’ quali Alberto di Brandemburgh Cardinale, Erasmo Roterodamo, e fece anche pure in rame il ritratto di sé stesso. Ma bellissima è una Diana, che percuote con un bastone una Ninfa, che per suo scampo si ricovera in grembo a un Satiro. Dicesi, che Alberto in questa carta volesse far conoscere al mondo quanto egli intendeva l’ignudo; ma per dire il vero, per molto ch'ei facesse, poté bene in questa parte piacere a’ suoi paesani, a’ quali ancora non era arrivato il buon gusto e l’ottima maniera di muscoleggiare; ma non già agli ottimi maestri d’Italia. Né poteva egli far meglio gl’ignudi di quel ch’e’ fece, poiché, seguendo il modo di fare di tutti coloro, che prima di lui dipinsero in quelle parti, ebbe sempre per sua cura principale di osservare il vero bensì; ma insieme di fermarvisi, senza eleggere il più bello della Natura, come fecero negli antichi tempi i Greci e i Romani: il che poi il Divino Michelangelo Buonarroti tornò a mettere in pratica, come a tutti è noto. Non fu anche di poco danno ad Alberto nel far gl’ignudi in quel luogo, che non aveva ancora avuta la più chiara luce dell’arte, il doversi per necessità servire per naturali de’ suoi proprj garzoni, che probabilmente avevano, come anco per lo più i Tedeschi, cattivo ignudo, benché vestiti appariscano i più belli uomini del mondo. E da tutto questo avvenne, che i suoi intagli, nella nostra Italia, avessero allora, siccome anche hanno avuto dipoi più a cagione dell’estrema diligenza con che erano lavorati, della varietà e nobiltà delle teste e degli abiti, della bizzarria di concetti e dell’invenzione, più rinomanza e stima, che per l’intelligenza dei muscoli e dolcezza della maniera. Ma perché Alberto aveva veduto, fino dal bel principio, le opere sue tanto applaudite, aveva preso grand’animo: e come quegli, che si trovava molte belle idee disegnate per dare alla luce, si risolvé, come cosa ben faticosa e più breve, di applicarsi all’intagliare in legno, che gli riuscì con non minore felicità di quella, che aveva provata nell’intagliare il rame. In data del 1510 si veggono di suo intaglio in legno una Decollazione di San Giovanni, e quando la testa del Santo è presentata ad Erode, che sono due piccole carte. Un San Sisto Papa, Santo Stefano, e San Lorenzo, e un San Gregorio, in atto di celebrare. Lo stesso anno 1510 intagliò in foglio reale le quattro prime storie della Passione del Signore, cioè la Cena, la presa nell'Orto, l'andata al Limbo e la Resurrezione. Restavano ad intagliarsi le altre otto parti della Passione, le quali si crede che egli volesse pure intagliare da sé stesso, ma che poi non lo facesse; e che restandone i disegni, dopo la sua morte, fossero sotto suo nome, e col solito contrassegno suo, intagliate e date fuori, perché son diverse assai in bontà, dalla sua maniera, né hanno in sé arie di teste, nobiltà di panneggiare, o altra qualità, che si possa dir sua; massimamente se consideriamo le venti carte della Vita di Maria Vergine, che egli intagliò poi l’anno 1511 nella stessa grandezza di foglio, nelle quali appariscono tutte le eccellenze maggiori del saper suo, tanto per arie di teste, quanto di Prospettive, invenzioni, azioni, lumi ed ogni altra cosa desiderabile. Fece anche in legno un Cristo nudo, co’ misterj della Passione attorno, in piccola carta; lo stesso anno pure intagliò la celebre Apocalisse di San Giovanni evangelista in quindici pezzi, che pure riuscì opera maravigliosa; come anche i trentasei pezzi di storie della Vita, Morte, e Resurrezione del Salvatore, cominciando dal peccar di Adamo, e sua cacciata dal Paradiso Terrestre, fino alla venuta dello Spirito Santo; finalmente intagliò il proprio ritratto quanto mezzo naturale. Tornò poi a fare altre cose in rame, cioè a dire, tre piccole immagini di Maria Vergine, e una carta, dove con bella invenzione figurò la Malinconia, con tutti quelli strumenti, che ajutano l’uomo a farsi malinconico. Molte altre carte intagliò in rame, tra le quali si annovera il ritratto del Duca di Sassonia, fatto del 1524 e di Filippo Schuvartzerd (a), detto comunemente il Melantone, del 1526, che fu l’ultimo tempo, del quale si veggono suoi intagli in rame.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 181

Vedi

Non lasciava intanto Luca di dipignere in tela e tavola, a olio e a guazzo, e talvolta in vetro: ed ebbe per suo costume, di non lasciarsi mai uscire opera dalle mani, in cui il suo purgato gusto avesse saputo conoscere minimo errore; modo tenuto poi anche dal Divino Michelangelo Buonarroti. Ed una figliuola dello stesso Luca affermava, che egli una volta diede fuoco a gran quantità di carte già stampate, per avervi scorto un non so qual difetto. Era poi tanto fisso negli esercizj e studj dell’arte, che essendosi accasato con una nobil fanciulla della famiglia Boshuysen, che in nostra lingua vuol dire della Selva, aveva nel suo sposalizio gran dispiacere, e non poteva darsi pace, di avere a perder tanto tempo ne’ ritrovati e conviti, che in quelle parti eran soliti fare i ricchi e nobili nel tempo delle nozze: e quanto prima gli poté riuscire, ritornò ai suoi virtuosi studj. Fra le molte carte, che egli intagliò, fu un Sansone: un Davide a cavallo: e’l martirio di San Pier Martire: un Saul, in atto di sedere, e David giovanetto, che intorno ad esso suona la sua arpa: un Vecchio ed una Vecchia, che accordano insieme alcuni strumenti musicali. Fece una gran carta di un Virgilio, appeso nel cestone alla finestra, con figure e arie di teste bellissime: un San Giorgio colla fanciulla, che dee esser divorata dal serpente: un Piramo e Tisbe: un Assuero, colla Reina Ester genuflessa: un Battesimo di Cristo: e un Salomone in atto di sacrificare agl’Idoli: i fatti di Gioseffo: i quattro Evangelisti: i tre Angeli, che apparvero ad Abramo nella Valle di Mambre: David orante: Lot imbriacato dalle figliuole: Susanna nel bagno: Mardocheo trionfante: la Creazione de’ nostri primi Padri, quando Dio comanda loro l’astenersi dal pomo: e Caino, che ammazza Abel. Intagliò ancora in piccoli rami molte immagini di Maria Vergine: i dodici Apostoli e Gesù Cristo. Ancora si vede di suo intaglio una bella carta di un Villano, che mentre smania pel dolore, nell'essergli cavato un dente, non si avvede, che una femmina gli ruba la borsa. Intagliò anche il proprio ritratto suo, che è un giovine sbarbato, con una gran berretta in capo, e molti pennacchi, che tiene una testa di morto in mano. Ma soprattutto è mirabile la carta del ritratto di Massimiliano Imperatore ch’ei fece nella di lui venuta a Leida. Altri bell’intagli si veggono di esso, come immagini di Santi e Sante, armi, cimieri e simili, che per brevità si tralasciano. Ma tempo è ormai di far menzione di alcune poche delle molte opere, fatte da lui in pittura, le quali veramente furono tante in numero, che e’ non par possibile a credere, che in un corso di vita, qual fu il suo, egli le avesse potute condurre tutte. A Leida, nel Palazzo del Consiglio, vedevasi l’anno 1604 un suo bel quadro del Giudizio Universale, dove aveva figurati molti ignudi maschi e femmine, ne’ quali, quantunque si scorgesse alquanto di quella secca maniera, che nell’ignudo particolarmente tenevano allora anche i grandi uomini in quelle parti, non si lasciava però di ammirare il grande studio, con che erano fatti, particolarmente le femmine, che erano colorite di miglior gusto. Negli sportelli della parte di fuori erano due belle figure, cioè San Pietro e San Paolo, in atto di sedere. Quest’opera fu in tanto pregio, che da molti Potentati fu domandata, con offerta di gran prezzo. In una Villa fuori di Leiden, appresso il nobil Francesco Hooghstraet, che in nostra lingua vuol dire, di Strada Alta, era pure un quadro da serrare, con i suoi sportelli, in cui Luca, dell’anno 1522 aveva dipinta una bellissima Madonna, mezza figura, fino sotto il ginocchio: e’l rimanente fingevasi coperto da un piccolo parapetto di pietra: il fanciullo Gesù, che era in grembo alla madre, teneva in mano un grappolo di uva, che arrivava fino al fine del quadro, con che volle figurare il pittore, che Cristo fu la vera vite. Da una parte era una donna, che faceva orazione, mentre Santa Maria Maddalena (la quale aveva ella dopo di sé) le additava Gesù in grembo alla Vergine, e in lontananza si vedeva un paese con alberi bellissimi. Nella parte di fuori era una Nunziata in figura intera, con una vaga acconciatura di panni sopra il capo, e con un nobile panneggiamento: e vi era la data del tempo, con la lettera L, solito segno di Luca. Questa bella opera venne poi nelle mani di Ridolfo Imperatore, che forse fu il maggiore amico e protettore di queste arti, che fosse nel suo tempo. Un simile quadro era in Amsterdam, nella strada detta del Vitello, dove si vedeva la storia de’ fanciulli d’Israel, che ballano intorno alla statua del Vitello d’oro, dove Luca aveva rappresentati i conviti del popolo, di che parla la Sacra Scrittura: ed espresse al vivo quel loro lussurioso danzare. Questo quadro da alcune goffe persone fu dipoi con una sporca vernice ridotto a mal termine. In Leida, in casa d’un nobile de Sonnesvveldt, che in nostra lingua vuol dire Campo del Sole, era un altro quadro colla storia di Rebecca e’l servo di Abramo, al quale ella dà bere al pozzo, ed altre cose entro un paese, tocco mirabilmente, con digradazione di piani in lontananza di campagna.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 213

Vedi

Discepolo di Domenico Ghirlandaio, nato 1477, morto 1544. Fra’ molti giovanetti di buono spirito e genio alle belle arti, scelti dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, e messi per impararle nel suo Giardino da San Marco, uno fu Francesco Granacci, il quale in tale occasione avendo osservato i maravigliosi progressi, che andava facendo a momenti Michelangelo Buonarroti, e che fu uno de’ suoi compagni in quel luogo; e avendo da ciò conghiettura, ch’egli fosse per essere, come poi fu, un prodigio nell’arte, gli pose tanto affetto, che non potendosi mai discostar da lui, tanto l’ossequiava, e tante amorevoli dimostrazioni gli faceva, che lo stesso Michelagnolo, che per altro era giovane molto serio, ritirato, e tutto dedito a’ suoi studi, fu necessitato corrispondere a lui con un amore altrettanto sincero, e comunicar con esso tutto quello, che fino allora egli era arrivato a sapere: al che, aggiunto l’essere stati insieme questi due giovanetti nella scuola del Grillandajo, fece sì, che Francesco in breve tempo arrivò ad essere stimato uno de’ migliori giovani di quella scuola: e perch’egli aveva buon disegno, e molto graziosamente coloriva a tempera, fu messo in ajuto di Davit e Benedetto Grillandai a finire la bella tavola, cominciata da Domenico, per l’Altare maggiore di Santa Maria Novella, dopo che fu seguita la sua morte. Fece poi il Granacci molti quadri e tondi per le case di privati cittadini, e per mandare in diverse provincie; tantoché lo stesso Lorenzo de’ Medici, dopo aver trovata la nuova invenzione di quella sorta di Mascherate, che e’ chiamavano Canti, nelle quali alcuna cosa singolare si rappresentava in tempo di Carnovale, di esso si valse assai, e particolarmente nella Mascherata, che rappresentò il trionfo di Paolo Emilio. Fece il Granacci, pe’ sontuosi apparati, che si preparavano in Firenze l’anno 1513 per la venuta di Leone X, bellissime invenzioni, e furongli date a fare bellissime prospettive per commedie. Datosi poi a studiare il cartone di Michelagnolo, molto crebbe in pratica, e nella intelligenza dell’arte; donde avvenne, che lo stesso Michelagnolo lo chiamasse prima di ogni altro a Roma, in ajuto del colorire la volta della Cappella di Palazzo per Papa Giulio II, benché poi né di lui né d’altri volle quel grand’uomo continuare a servirsi, come si dirà altrove. Tornato a Firenze, dipinse a Pierfrancesco Borgherini in Borgo Santo Apostolo, nella stessa camera, dove il Pontormo, Andrea e’l Bacchiacca avevan dipinto, storie della vita di Gioseffo: e sopra un lettuccio altre storie della vita del medesimo in piccole figure, con una bellissima prospettiva. Per lo stesso dipinse in un tondo la Trinità. Per la Chiesa di San Pier Maggiore fece la tavola dell’Assunta, con varj Santi, che fu stimata da’ professori tanto bella, quanto che se l’avesse fatta lo stesso Michelagnolo: ed è cosa, che assai dispiace agl’intendenti, che di questa nobile pittura sia stato tenuto sì poco conto, che annerita in molte parti dal fumo delle candele, pare che omai si vada accostando al suo fine. Per la Chiesa di San Gallo, già fuori di porta, per la Cappella de’ Girolami, fece una Vergine, con due putti, con San Zanobi, e San Francesco; e questa poi, stante la demolizione di quella Chiesa e Convento, fu portata nella Chiesa de’ Frati Eremitani di S. Jacopo fra’ Fossi. Poi, con occasione, che il Buonarroto aveva una nipote Monaca in S. Appollonia, e aveva fatto l’ornamento e’l disegno di una tavola per l’Altare maggiore, dipinse lo stesso Francesco alcune storie di grandi e piccole figure a olio: e un’altra tavola assai bella, pure colorì per quella lor Chiesa, la quale tavola poi bruciò. Fece anche per le Monache di San Giorgio, dette dello Spirito Santo, una tavola per l’Altar maggiore, dove dipinse Maria Vergine, S. Caterina, S. Gio. Gualberto, San Bernardo Uberti Cardinale, e S. Fedele. Dipinse ancora il Granacci stendardi di galere, bandiere, insegne e drappelloni: e fece molti cartoni per far finestre di vetro colorite, particolarmente pe’ Padri Ingesuati, detti della Calza. Fu il Granacci uomo piacevole, e nell’operare diligente: tenne conto del suo, e non volle molte brighe, lavorando più per piacere, che per necessità: e quando lavorava, voleva ogni suo comodo. Visse sessantasette anni, e seguì la sua morte in Firenze l’anno 1544. Al suo corpo fu data sepoltura nella Chiesa di Santo Ambrogio.

Con il contributo di