Nominativo - Michelagnolo

Numero occorrenze: 20

Vocabolario

1681

Chiaroscuro

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Chiaroscuro
. Pittura d'un color solo, al quale si dà rilievo con chiari e con iscuri del color medesimo. Secondo quello che ne lasciò scritto l'erudito Carlo Dati nelle sue Vite, chiaroscuro è lo stesso che
Monocromato
, una sorta di pittura degli antichi, così detta, perchè era d'un sol colore
. Del Monocromato scrive Plinio nel Libro 35. cap. 3. ma però e da avvertire, che egli quì parla di quella sorta di Monocromato, che usarono i primi inventori dell'Arte, colorendo le figure d'un sol colore, col quale riempievano il dintorno di esse, senza alcun rilevo, per non v'esser, nè ombre, nè lumi. Il qual modo di dipignere viene attribuito a Igienonte, e Dina; perchè trovasi ancora che Zeusi ed Apelle attesero a' Monocromati; ma questi dobbiamo credere che fossero i nostri artificiosi chiariscuri, i quali veramente sono tutti d'un sol colore, o bianco, o giallo, o verde, o altro; perchè il chiaro, lo scuro, e la mezza tinta, o più chiari, o più scuri che sieno, non lasciano d'essere di quello stesso colore, del quale la pittura a chiaroscuro si fa. Lodovico Mongioioso(nel suo Gal. Romæ Hosp.) à tenuta opinione, che sotto nome di Monocromato s'intenda anche quella pittura, che contiene in sè varj colori, ma non mescolati fra di loro: come sono alcuni panni di Turchìa, parendogli che tale sia il sentimento delle parole dello stesso Plinio nel suddetto Lib. 35. cap. II. ove tratta d'alcuni simili panni d'Egitto, e come (diremmo oggi) sono i colori delle carte da giuocare, nelle quali ogni colore è schietto senza mescolanza dell'altro. A questo nome di Monocromato il citato Autore è di parere ancora, che possano ridursi i disegni fatti sopra carta, servendosi della stessa carta per chiaro o per iscuro; onde il soprannominato Carlo Dati stimò, potersi anche dire Monocromati, i disegni di matita nera, o rossa, o di gesso, sopra carta azzurra; i famosi cartoni di Michelagnolo, e d'altri eccellentissimi Pittori; quel ritratto che Apelle principiò col carbone sul muro alla presenza di Tolomeo, e tutte le stampe intagliate in legno o in rame; perchè dice egli (e così è veramente) che quello scuro e chiaro, che da il rilievo, non fa esser la pittura di colori diversi, ma d'un solo, ove più, ove meno profondo. Fra' più celebri Pittori che abbiano operato a chiaroscuro, si contano Andrea del Sarto, Fra Bartolommeo di S. Marco, Fiorentini; Polidoro da Caravaggio, ed altri di lui imitatori, usciti dalla squola di Raffaello.

Vocabolario

1681

Maniera

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Maniera
f. Modo, guisa, forma d'operare de' Pittori, Scultori, o Architetti. Intendesi per quel modo, che regolarmente tiene in particolare qualsivoglia Artefice nell'operar suo; onde rendesi assai difficile il trovare un'opra d'un maestro, tutto che diversa da altra dello stesso, che non dia alcun segno, nella maniera, di esser di sua mano, e non d'altri: Il che porta per necessità ancora ne' maestri singularissimi una non so qual lontananza dall'intesa imitazione del vero, e naturale, che tanta, quanto quello, che essi con la maniera vi pongono del proprio. Da questa radical parola, maniera, ne viene
ammanierato
, che dicesi di quell'opre, nelle quali l'Artefice discostandosi molto dal vero, tutto tira al proprio modo di fare, tanto nelle figure umane, quanto negli animali, nelle piante, ne' panni, e altre cose, le quali in tal caso potranno bene apparir facilmente
; e francamente fatte; ma non saranno mai buone pitture, sculture, o architetture, nè avranno fra di loro intera varietà ed è vizio questo tanto universale, che abbraccia, ove più ove meno, la maggior parte di tutti gli Artefici.
Maniera cruda
. Dicesi quella di quei Pittori, che non sapendo valersi delle mezze tinte, trapassano senza termine di mezzo, quasi da profondi scuri agli ultimi chiari; e così fanno le loro pitture con quasi niuna imitazione del vero, e senza rilievo. Dicesi ancora di coloro, che poco pratichi dell'accordamento delle tinte, nel passare da un colore ad un'altro, non osservano la dovuta proporzione; a guisa di chi sopra bianchissima carta, getta nerissimo inchiostro; e come per esempio quando lo scuro degli occhi, del ciglio, o delle narici, o il rosso della bocca, dall'Artefice sarà caricato tanto, che nè avra quello scuro, o quel rosso, alcuna proporzione col carnicino del viso.
Maniera dilavata
, quella di chi colorisce, senza forza o rilievo; le cui pitture, per la debolezza della tinta, tengono più del chiaroscuro, che del colorito dal naturale.
Maniera forte
, o
Maniera gagliarda
; è di quel Pittore, che a forza di profondi scuri, e vivi chiari, con mezze tinte appropriate, fa spiccare, e molto rilevare le sue figure sopra il piano della tavola.
Maniera gretta
. Termine, che si oppone a quello, che noi diciamo manierona: ed è di quell'Artefice, che opera poveramente, e freddamente; cioè senza magnificenza, senza franchezza, con poco artifizio e invenzione, senza abbigliamenti, o alcuna altra di quelle parti, che rendono l'opera ammirabile, e curiosa.
Maniera ideale
. Termine usato da Luigi Scaramuccia Pittor Perugino, nel suo Libro intitolato, le finezze de' pennelli Italiani, per esprimere la maniere di quell'Artefice, che nell'operar suo non istà tanto avviticchiato al naturale, che si scordi del tutto, di ciò che à osservato nel più bello della natura, e nell'opere de' più subblimi Maestri.
Maniera languida
: Contrario di maniera risentita.
Maniera legnosa
; di quel Pittore, che quantunque abbia buon colorito, invenzione, e altre belle qualità contuttociò, per una certa infelicità del gusto suo nel fare sveltire le parti delle figure, e dare ad esse moto, e prontezza, con un certo colorir terminato, le fa apparir dure, quasi che fossero ritratte, non da persona viva, ma da una statua di legno dipinta. Questo vizio si riconosce più dal tutto, che dalle parti, le quali bene spesso possono apparire, ciascheduna da sè ben disegnate, ben colorite, e abbigliate; e con tuttociò esser cariche di questa bruttura, la quale si scorge in molti di coloro principalmente, che nel Secolo passato vollero imitare il divino Michelagnolo nel muscoleggiare, e abbigliare le figure; il che fa conoscere quanto sia la differenza da colui, che nell'operare và a seconda d'un'altro, benchè singulare nell'arte, a quello che seguita un chiaro lume del proprio intelletto, che le ragioni del ben fare alla mano somministra. Questo accidente fu dall'alto ingegno di quel subblime Artefice preveduto; quando ebbe a dire una volta: Questa mia maniera vuol fare di molti goffi Artefici
Maniera Lombarda
. Dicesi di quegli Artefici, che anno procurato d'immitare il bello e natural modo di colorire de' più celebri Pittori Lombardi.
Maniera risentita
. Contrario della Maniera languida. Di quell'Artefice, che nel ritrovar de' muscoli delle figure procede con molto ardire, e gagliardia; e nell'arie delle teste, negli scorci, ne' moti, e nell'espressione degli affetti, elegge sempre ciò che è più vivace, apparente, e che nel naturale rare volte si vede in uno stesso soggetto.¶ Da questa radice forse derivarono gli Scultori, quel termine, che essi dicono
Risentire
, che è (dopo aver nella forma, fatta sopra testa d'uomo morto, messa la cera) andar con istecchi affondando più i fondi, e alzando le parte rilevate del getto, per levare così quelle languidezze cagionate nel cadavero dalla morte. Lo stesso fanno, dopo aver gettate figure pur di cera, dentro a forme talvolta, stracche e logore, riducendo il getto a freschezza con affondare ed inalzare, affine di ridurlo in quello stato, che sarebbe, se pure allora stato fosse modellato dall'Artefice. E questo risentire diconlo anche
ritrovare
.
Maniera secca
. Di quell'Artefice, che nell'opera sua procede in tal modo, che fa vedere più di quello, che la natura nel naturale, da esso rappresentato, solita di far vedere: ovvero di colui che dintorna seccamente, cioè senza alcuna morbidezza, l'opere sue: ed anche di colui, che per poca intelligenza di chiari, e scuri, di disegno, e d'invenzione, non dà loro, nè rilievo, nè abbigliamento, nè verità.
Maniera svelta
, Contrario di maniera tozza, atticciata, o maccianghera: e si dice a quel modo di fare in pittura, scultura, e architettura, che tanto nel tutto, quanto nelle parti, con bel garbo e senza vizio, fa apparire anzi sottigliezza e lunghezza, che grossezza e cortezza, qualità della maniera tozza, atticciata, e maccianghera.
Maniera tagliente
. V. Tagliente.
Maniera tozza
, e
maniera atticciata
. V. Maniera svelta.
Maniera trita
. V. Trito, e Tritume.
Manierona
f. Termine col quale esprimono i nostri Artefici, il modo, la guisa, o la forma d'operare magnifico e franco contrario del tutto all'operar gretto e stentato.

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1681

Pietra

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Pietra
f. Terra indurita per l'evaporazioni dell'umido, e per costrignimento di esso; e trovasene di varie e diverse spezie, secondo la disposizione della loro materia, quando elle si generano.
Pietra bigia
. Pietra attissima agli edificj, che si cava ne' poggi di Fiesole e Maiano; serve per fare statue, e colonne; vuolle esser però cavata nel
torlo
, altrimenti detto
cerro del masso
, che è la parte più a dentro; poichè se non fosse di quella parte sarebbe di poca durata, si fenderebbe, e sfalderebbe. Ed a questo proposito è da sapere, che nelle cave de' nominati luoghi, trovasi primieramente la pietra bigia di poco buona qualità, che sempre va migliorando quanto più si va a dentro: dopo il masso della bigia, si trova il sereno, che pure è sempre migliore, quanto più va a dentro. Terminato il sereno cioè nella fine, si trova altra pietra bigia, e poi altro sereno. Di questa pietra bigia è fatto l'ornato esteriore della casa de Giacomini da S. Michelino dagli Antinori, la facciata del palazzo di Giovan Batista Strozzi da S. Trinita, e quella di Pier Capponi in via larga, ed altre molte.
Pietra carnagione
. Una pietra di durezza simile al Giallo orientale, della quale fannosi figure, che debbon parere del color della carne. Non è a notizia degli Artefici il luogo donde si cavi. Nelle stanze contigue alla real Cappella di S. Lorenzo, trovasi fatta di questa pietra una testa per tre volte il naturale, ritratto del Granduca Cosimo I. lavorata con mirabile artifizio.
Pietra del fossato
. Una pietra di bellissimo colore azzurrigno, di maggior durata della pietra serena; si cava presso a Firenze: riceve un maraviglioso pulimento. Di questa fece Michelagnolo la Librería, e Sagrestia di S. Lorenzo, e di poi fecionsi le colonne di Mercato nuovo con l'ornato di quella loggia, e la fabbrica de' Magistrati, detta comunemente gli Uffizj, e le cappelle di S. Croce; regge mirabilmente all'acqua, e al diaccio, ed è dura quanto il marmo.
Pietra d'Istria
. Una pietra bianca livida, che tira all'alberese, che agevolmente si schianta; onde lavorasi per lo più con certe martelline, andando secondo la falda della pietra. È stata usata molto per tutta la Romagna, e nella Città di Venezia e commettendovisi Porfido, ed altro Mischio, fa bellissimo vedere.
Pietra forte
. Pietra, che si cava da diversi luoghi, e resiste ad ogni ingiuria del tempo. Fu adoperata da' Goti, e poi da' moderni nelle più belle fabbriche, che si veggano in Toscana: di questa pietra è fra l'altre il ripieno di due archi, che fanno le porte principali dell'Oratorio d'Orsammichele, il palazzo del Granduca, la loggia de' Lanzi, il palazzo vecchio, e quello degli Strozzi; e parte della Fortezza da basso con l'armi, e statue, che vi si veggono. È questa pietra di color pendente in giallo, con alcune sottilissime vene bianche; serve ancora per lavorare statue, che debbano stare intorno ad acque, e fontane; e per far lastrichi, e bozzi. Nel valersene per gli edifizi, si deve aver'avvertenza di posarla sopra la muraglia per lo piano naturale della falda; altrimenti col tempo si sfalda e fende, siccome vediamo esser seguito nell'incrostatura del palazzo degli Antinori su la piazza di S. Michelino, dove dagli Artefici per risparmio di doppia fatica a lavorarla, fu posata per ritto.
Pietra morta
. Una pietra che pende in giallo molto tenera, che serve solamente per forni e fuocolari, e con essa fanno i Gettatori di metallo il primo fondo delle fornaci, nelle quali esso metallo, deve fondersi. È ella di pochissima durata; cavasi ne' monti di Fiesole, in superficie delle cave della pietra bigia, ed in diversi altri luoghi.
Pietra serena prima sorta
. Una pietra, che pende in azzurrigno o bigio. Cavasi in Arezzo, Cortona, Volterra, e ne' monti di Fiesole, e per tutti gli Appennini. Trovasene in grandissimi pezzi. Di questa sono i bellissimi edifizj delle Chiese di S. Lorenzo e di S. Spirito, ed altri molti, nella Città di Firenze. Stando al coperto è di eterna durata, ma esposta all'acque, si consuma, e si sfalda.
Pietra serena d'altra sorta
. Una pietra più rubida, più dura, e men colorita dell'altra, che tiene della specie de' nodi della pietra; fannosene figure, ed altri intagli, perchè è molto forte, e resiste all'acqua, e diaccio. Di questa pietra che si cava presso a Firenze, è fatta la statua della dovizia di mano di Donatello, che è sopra la colonna di Mercato vecchio.
Pietra serpentina
. Una pietra diversa da quella, che chiamano Serpentino. Questa pietra è detta ancora
Ofite
, e si trova di più spezie. Alcune se ne veggono nere, altre di color di cenere, macchiate con certi punti; altre divise con alcune linee bianche, e non sono molto dure. Servono per far piccole colonne, e altri ornamenti.
Pietra smiri
. V. Smeriglio.
Pietre quadre
. Pietre lavorate in forma quadrangolare, con cui gli antichi fecero bellissime fabbriche: collegando gli ordini delle pietre minori con altri ordini di pietre maggiori: sene vedono in Roma, ove è la piazza e 'l Tempio d'Augusto e nella Città di Firenze, e altrove.

Vocabolario

1681

Rapportare

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Rapportare
. Termine di Scultura, e Architettura. Vale aggiugnere alcun pezzo di pietra o legno, che manchi a quello, d'onde si cava la figura, o altro; modo usato però da uomini di poco valore, o che anno troppa fretta nell'operare; perchè i periti non mai ritondano, o forano il sasso da principio, per aver campo di tirarsi addietro, quando scuoprono alcuno errore; e fanno uscir la Statua dal sasso, in quella maniera che si caverebbe d'una pila d'acqua una figura già finita a diacere; che prima uscirebbono le parti, che vengono innanzi, cioè il volto, le ginocchia, e 'l corpo; e a poco a poco tirandola in sù, s'anderebbe scoprendo, finchè scoperta che fosse più là che 'l mezzo, apparirebbe la rotondità, delle parti di dietro: modo usato dal gran Michelagnolo, come mostra la maravigliosa bozza dell'Apostolo, che si vede di sua mano nel Cortile dell'Opera di Santa Maria del Fiore.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 36

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Discepolo di Lorenzo di Bicci, nato 1383, ? 1466._ Siccome nelle già scritte notizie, e in quelle singolarmente, che il cominciamento sono di questa storia, abbiamo abbastanza parlato de’ famosi ingegni di Cimabue e Giotto , per opera de’ quali a nuova vita risorse l’estinta nobil arte della Pittura, così ogni ragion vuole, che dichiamo alcuna cosa fra le molte, che potrebbero dirsi, e che ottimamente ha detto il Vasari di colui, che mercè il suo nobile e spiritoso talento restituì il già perduto essere alla bella arte della Scultura: e questi fu Donato, detto comunemente Donatello , il quale in questa nostra patria di Firenze nato da Niccolò di Betto di Bardo l’anno di nostra salute 1383. e fino dalla sua fanciullezza fu allevato, comecché molto spiritoso fosse, con molta cura, da Ruberto Martelli Gentiluomo Fiorentino, e de’ belli ingegni ottimo discernitore e liberalissimo Mecenate: appresso al quale libero dal nojoso pensiero, che il bisogno di sovvenire alle proprie necessità suole apportare, poté darsi con gran fervore al disegno, nel quale s’approfittò con Lorenzo di Bicci pittore, e ad esso ajutò a dipignere, essendo ancora di tenera età. Si diede poi alla scultura, alla quale era così portato dal genio, che fino ne’ primi anni scolpì molte figure tanto belle, che lo fecero tenere per singulare in tal professione: e fu il primo, che non solamente uscisse in tutto dalla maniera vecchia, che pure avevanlo fatto altri avanti a lui, ma che facesse opere perfette, e di esquisito valore, emulando mirabilmente la perfezione degli antichi scultori Greci, e dando alle sue figure vivezza e verità mirabile. Fu ancora il primo, che ponesse in buon uso l’invenzione delle storie ne’ bassorilievi, ne’ quali fu impareggiabile. Sono in Firenze di sua mano moltissime opere di scultura: e fra queste è maravigliosa una statua, rappresentante l’Evangelista San Marco, che per essere calva, è detta lo Zuccone, posta in uno de’ lati del campanile del Duomo , dalla parte della piazza, con tre altre figure di braccia cinque, molto belle. Sopra la porta del medesimo campanile, è un Abramo con Isac: sotto la Loggia de’ Lanzi è una Juditta di bronzo con Oloferno, della quale esso tanto si compiacque, che vi pose il suo nome con queste parole: Donatelli opus. Trovasi fra le Scritture di casa Strozzi, in un Volume intitolato Memorie spettanti a’ Laici, a car. 457. che quest’opera della Juditta stette in casa di Piero de’ Medici fino all’anno 1495. nel qual tempo fu collocata sulla Ringhiera del Palazzo de’ Signori, e nel 1504. esserne stata levata e posta in terra, e in suo luogo essere stato posto il Gigante di Michelagnolo, che così chiamavasi la figura del David: e la statua della Juditta, in processo di tempo, ebbe luogo nella suddetta Loggia. Fu anche opera delle mani di Donato la tanto rinomata statua del San Giorgio: siccome ancora quella del San Piero, e del San Marco Evangelista, tutte di marmo, che si veggono nelle facciate dell’ Oratorio d’Orsanmichele, detto anticamente Orto San Michele. Trovasi essergli stata allogata questa statua del San Marco da’ Consoli dell’Arte de’ Linajuoli a’ 3. di Aprile dell’anno 1411 e che costasse il marmo fiorini ventotto.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 83

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 86

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Rimase vivo dopo di lui il suo fratello Giovanni , in età di anni trentasei, ancora egli pittore, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori , altre volte citato, io trovo scritto l’anno 1443. con queste parole: Giovanni di ser Giovanni da Castel S. Giovanni : e questi fu erede di Masaccio , perché si riconosce nel Catasto del 1469. appresso gli Ufiziali di Decima, che la gravezza degli effetti di quella casa in esso trapassò. Costui diede in nota d’avere un figliuolo, chiamato Antonfrancesco , di anni vent’otto, che stava seco all’arte del pittore, e di averne avuto un altro, che si chiamò Tommaso , che in età di diciassette anni lasciò la casa e la patria, e se n’andò. Questi dovette poi rimpatriare; perché si trova avere avuto un figliuolo chiamato Salvestro , ed una figliuola per nome Antonia , che del 1505. fu maritata a un tal Dato di Antonio di Dato . Questo medesimo Tommaso trovo, che del 1469. negli Atti del Vescovado di Fiesole dell’anno 1479. in causa della Cappella , di che si parlerà in fine, è nominato Cittadino e Mercante Fiorentino. Di Antonfrancesco nacquero altri figliuoli: e fra essi un Giovanni pittore, il quale trovo descritto del 1525. nel Libro della Decima con questo nome: Giovanni d’Antonfrancesco dello Scheggia ebbe tre figliuoli, cioè Tommaso , Raffaello e Michelagnolo : e di questi e del Padre loro trovasi fatta menzione in un Contratto, Rog. a dì 22. di Giugno 1552. per mano di ser Niccolò da Corella , nella vendita di una casa in Castel San Giovanni , che fu fra’ beni di Masaccio , e di Giovanni suo fratello. Di questo Tommaso di Giovanni nacque Baccio , che morì l’anno 1616. del quale non si vede successione, siccome né meno d’ Antonfrancesco suo fratello. Torniamo ora a Giovanni di ser Giovanni , fratello di Masaccio , dal quale è proceduta la nobile schiatta, della quale siamo appresso per parlare. Questi ebbe, oltre ad Antonfrancesco e Tommaso , più figliuoli: e fra essi un Lionardo , dato da lui in nota nel Catasto del 1470. e poi in quello del 1480. e quivi disse esser Lionardo in età di anni ventidue, facendovi anche menzione di Vaggia sua prima moglie. Andò poi questa Decima l’anno 1498. nel qual tempo già era morto Giovanni , in una tal Tita , moglie fu di Giovanni di ser Giovanni di Mone Guidi , che è quello del quale si parla. Di Lionardo figliuolo di Giovanni , e nipote di Masaccio , nacque un figliuolo, che pure anch’esso si chiamò Giovanni . E vedesi in un Contratto di vendita, stata fatta a Messer Piero di Ser Bastiano Renzi , di una quarta parte della sopraccitata casa, per Rogo di ser Filippo da Colle a dì 30. di Giugno 1552. essere stata fatta menzione di esso Giovanni Guidi , e d’un Benedetto suo figliuolo: nel quale Strumento, oltre al casato de’ Guidi, son cognominati dello Scheggia; siccome anche ne’ casati antichi fino da’ tempi di Masaccio . Né si dee passar senza considerazione il vedersi nell’antiche scritture, appartenenti a questa famiglia, fatta menzione del casato, attesoché questo per ordinario non seguiva se non nelle famiglie rinomatissime. E da questo Giovanni in poi, per lo più non furono dette nelle scritture le parole di Mone Guidi, ma degli due antichi nomi e casati degli avi, fu formato un altro casato, cioè de’ Monguidi, il quale poi hanno sempre ritenuto; dove negli antichi tempi eran cognominati de’ Guidi dello Scheggia. In esso Giovanni di Lionardo l’anno 1534. passò la Decima, e da esso in Benedetto suo figliuolo: e si trova questo Benedetto a dì 21. d’Agosto 1586. essere stato abilitato agli Ufizj della città di Firenze, per aver quella famiglia, per lo spazio di 150. anni, pagate le gravezze per cittadini di questa città. Dopo la morte di Benedetto passò la Decima in Cammillo suo figliuolo, nel quale crebbe tuttavia lo splendore di questa casa; perché partitosi di Firenze, e andatosene a Parma al servizio di quel Serenissimo Duca, fu da esso mandato per suo Segretario in Fiandra: nel qual luogo e carica si trovava l’anno 1584 e 1585. come si riconosce da due Testamenti fatti da Benedetto padre di lui, ne’ quali fa erede esso Cammillo . E in questo tale, comeché già egli aveva abbandonata la città di Firenze, vedesi l’anno 1617. esser mancata la Decima. Ebbe Cammillo due figliuoli, Alessandro e Ranuccio : e questi fu pure anch’esso Segretario di Stato de’ Serenissimi Odoardo e Ranuccio Duchi di Parma. Da questo fu mandato Ambasciatore alla Maestà del Re di Francia, e più altre volte a diversi Principi e Repubbliche per l’Italia: e finalmente passò all’altra vita l’anno 1648. a dì 29. di Maggio. Questi è quel Cammillo , di cui l’Abate Siri nel suo Mercurio tante volte fa onorata menzione. Di Alessandro , fratello di Cammillo , nacque Giovanni , che oggi vive in Parma con numerosa figliolanza. Nella Chiesa della Santissima Nunziata di Parma , in una lapida, che è sopra il sepolcro di Cammillo , si legge il seguente epitaffio: D. O. M. S. Camillus Monguidus Florentinus emensis quinque annorum decadibus inter arcana Serenissimi Alexandri et Ranucci Ducum Pharnesiorum a secretis negotia, III. Nonas Martii MDCXXI. recessit, decessit. Ranuccius filius, Serenissimi Odoardi et Rannuccii Secundi a sacretis Status, post varias missiones ad inclytum Regem Gallorum Christianissimum, per ltaliam ad Principes plurimos et Respublicas, demum Serenissimo Dominante Secundo Ranuccio abiit, obiit III. Kalen. Junias MDCXXXXIIX. Nono, quinti ætatis suæ noveni, anno. Alexander filius et frater M. P. L’Arme della famiglia de’ Monguidi, già de’ Guidi dello Scheggia, è un Cervio saltante in campo giallo, con una cinta di cilestro, che attraversa tutto il campo ed il medesimo Cervo: e nella superior parte son tre Gigli di turchino. Questo è quanto mi è potuto fin qui venire a notizia, non tanto intorno alle qualità personali del grande artefice Masaccio , quanto della nobil discendenza de’ suoi congiunti. Ed affinché non mai perisca la memoria di quanto mi è sortito di ritrovare intorno a ciò, ho stimato bene di recarne qui una dimostrazione per via di albero, per dare il suo luogo alla verità ed alla gratitudine. Dico, che lo avermi il molto virtuoso Dottore Giovanni Renzi mio amicissimo (agli autori del quale fu venduta la casa, di che sopra ho fatta menzione) dato avviso della pubblica fama, che correva in Castel San Giovanni, che essa casa fosse già abitazione di Masaccio , mi ha dato causa di cercare insieme col medesimo dell’antiche memorie, e per tal modo venire in cognizione de’ nobili progressi, che ha fatti questa famiglia in un corso di quasi 250. anni, dopo quel tempo, nel quale Tommaso colla sua celebratissima virtù le accrebbe tanto di onore e di gloria. Fabio Segni Nobile Fiorentino, letterato di gran nome, che visse nel principio del XVI. secolo di nostra salute, intorno a 60. anni dopo Masaccio , col supposto, che egli morisse molto giovane, fece in lode di lui il seguente bellissimo epigramma: Invidia cur Lachesis primo sub flore juventæ Pollice discindis stamina funereo? Hoc uno occiso innumeros occidis Apelles. Picturæ omnis obit hoc pereunte lepos, Hoc sole extincto extinguntur sidera cuncta. Heu decus omne perit hoc pereunte simul. NOTA DELL’AUTORE. Per non tralasciar cosa alcuna, che io abbia ritrovata, appartenente a questa famiglia, dico, come fra le antiche Scritture e Atti del Vescovado di Fiesole si trova, che un tal Bartolommeo d’Antonfrancesco , detto Fonda, cittadino Fiorentino, abitante nel Popolo di San Siro a Cascia, fondò una Cappella nella medesima Chiesa Parrocchiale sotto l’invocazione della Nativita della Madonna: e perché in detta fondazione non provide di Padronato, lo fece poi per suo Testamento, e nominò per Padroni, fra gli altri, Giovanni di Ser Giovanni di Mone , e suoi figliuoli e descendenti maschi, ne’quali, in tempo, si è consolidato tutto il padronato della detta Cappella. Lo Strumento della Fondazione non si vede negli Atti, né tampoco il Testamento di Fonda ; ma sibbene una enunciativa, che dell’anno 1479. fanno i Padroni avanti al Vescovo, nella quale narrano quanto si è detto: in virtù della quale il Vescovo Guglielmo Becchi , che per avanti aveva unita essa Cappella alla medesima Chiesa, e con supposto, che fosse rimasa a lui di libera collazione, l’aveva conferita ad un tale Prete Andrea di Gherardo , Rettore della medesima Chiesa, durante la sua vita, revocò detta unione: e perché Prete Andrea se ne appellò, non ammesse l’appello, e fu luogo alla presentazione a Tommaso figliuolo di Gio. di ser Gio. di Mone , il quale presentò Benedetto suo fratello. E si suppone continovato esso Padronato nella famiglia, giacché si vede, che l’anno 1616. Cammillo Monguidi di Parma ebbe luogo nella presentazione della medesima, fatta da Alessandro Machiavelli .

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Della scuola di Masaccio, nato circa al 1406. ? circa al 1480. Il Vasari nella Vita di quest’artefice non espresse la circostanza dell’esser’egli stato discepolo di Masaccio; ma disse, che Bernadetto de’ Medici, che lo vide di buon genio nel continovo disegnare, ch’e’ faceva, e figure e animali, sgraffiando nelle mura colla punta del coltello, nel tempo, che il piccolo fanciullo attendeva a guardare gli armenti, lo condusse a Firenze, e lo pose ad imparare l’arte del dipingere da uno de’ migliori maestri, che in quel tempo operasse. In altro luogo poi della sua storia dice incidentemente, che Andrea si fece valent’uomo collo studio delle pitture di Masaccio. Ma perché l’assunto nostro si è di mostrare, per quanto ci sia possibile, la dependenza immediata de’ professori da altri professori, mediante i precetti, e la real comunicazione dell’arte da maestro a scolare, e non per via di studio dall’opere; non vogliamo noi lasciar di dire, quanto sappiamo intorno a tale particolare: e questo non pure, per non privare la nostra istoria di questa notizia, che più e meglio puote appagare la curiosità di chi legge; ma eziandio per far più chiaro il come e per chi la bell’arte del Disegno e della Pittura si andò fino dagli antichi tempi portando la sua perfezione: considerando ancora, che se noi volessimo, che ci bastasse il sapere, che il tale maestro studiò le opere del tale o del tale pittore, oltreché più vacuo, e meno utile sarebbe il nostro racconto, potremmo anche, contenendoci in tal modo, dare discepoli di Giotto gl’innumerabili pittori, che per un corso di più di cento anni per tutta l’Italia studiarono le opere di lui: e similmente di Masaccio, di Lionardo, di Raffaello, di Tiziano, del Correggio, di Michelagnolo, ed altri capi di scuola, tanti pittori, che senza mai aver veduti in volto i loro maestri, anzi tanti anni dopo la morte loro, mediante lo studio e imitazione di loro pitture, son riusciti grandi uomini. Per questo dunque abbiamo con grande assiduità applicato a porre in chiaro i fondamenti, pe’ quali tenghiamo per fermo, che Andrea del Castagno, che ne’ suoi tempi fu pittore celebratissimo, non solo avesse studiate le opere di Masaccio, ma ne fosse stato anche veramente discepolo. Primieramente si supponga, che fatto il conto della nascita di quest’uomo, e del tempo che visse, operò e morì, non resta alcun dubbio, che egli potesse cominciare ad imparare l’arte, allora appunto, che Masaccio era nel fiore dell’operare suo, cioè in età di anni venti, e circa all’anno 1420. Ed è chiaro, che in quel tempo niun pittore viveva in Firenze, al quale più propriamente si possa attribuire l’essergli stato maestro, che esso Masaccio; perché tutti gli altri o tenevano in gran parte l’antica maniera di Giotto, o altra troppo diversa da quella, che tenne Masaccio, ed Andrea. Secondariamente, pel molto esaminare che ho fatto la storia del Vasari, ho chiaramente conosciuto, che siccome il suo principal fine fu di dar notizia de’ fatti e opere de’ Pittori; così poco si fermò nel dar notizia de’ maestri loro, quantunque alcuna volta lo facesse incidentemente in ogni altra occasione fuori delle loro proprie vite. Ed ho anche osservato, che bene spesso nella vita di alcuno accenna, che il primo studiare fosse ne’ tempi di un tal maestro, senza dire, che sotto la disciplina di lui: il che poi si trova aver detto in altro luogo; sicché, supposto quanto sopra, e circa la maniera di Andrea, e circa il tempo e certezza, che dà il Vasari, che egli studiasse dall’opere di Masaccio, non può dirsi a mio credere, se non che egli fosse stato suo scolare. Al che aggiungasi, che avendo detto il Vasari, che esso Masaccio nascesse nel 1417. il che si è mostrato non esser vero, ma che bensì nel 1402. non poteva dire, che egli fosse stato maestro ne’ primi anni; e però è verisimile, che e’ lasciasse sotto una tal generalità la circostanza dell’aver’ egli da fanciullo imparato da uno più, che da un altro maestro: e solo spiegasse in altro luogo l’essenzialità dell’essersi fatto valente sopra le opere di Masaccio: il che è verissimo, e la maniera di Andrea il dimostra assai chiaramente.

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Discepolo d’Andrea del Verrocchio. Nato 1466, ? Dipinse questo maestro nella città di Firenze, e per molte città e luoghi d’Italia e fuora, e sempre eccellentemente, e di così buon gusto, e maniera, che meritò di aver per discepolo il gran Raffaello da Urbino, che preso il suo modo di operare, lo ritenne per qualche tempo. Veggonsi in Firenze di mano di Pietro molte belle opere: e fra queste, due tavole nella Chiesa delle Monache di Santa Chiara: due nella Chiesa vicino alla Porta a San Pier Gattolini, che fu de’ Padri Gesuati, Religione a’ tempi nostri rimasa soppressa. Per quelli fece anche bellissime pitture a fresco pel Convento di San Giusto fuori della porta a Pinti, che insieme con esso Convento furono disfatte l’anno 1529 per l’assedio di Firenze. Vedesi anche di sua mano una Pietà a fresco nella facciata del muro della Cappella della nobil famiglia degli Albizzi, dietro alla Chiesa di San Pier Maggiore, sopra una scala che porta in essa Chiesa, opera tanto bella, che nulla di più si può dire. Operò in Roma nel Palazzo Pontificio cose bellissime, che poi furon mandate a terra a tempo di Papa Paolo III, per far la facciata, dove il Divin Michelagnolo dipinse l’universal Giudizio. Colorì una gran volta in Torre Borgia: e nella Chiesa di San Marco una storia di due Martiri, che fu avuta in gran pregio. Fece per diversi mercanti moltissimi quadri, quali con molta propria utilità, e gloria di quest’artefice, mandarono in diverse parti del mondo. Dipinse una tavola per la Chiesa di San Francesco, ed una per quella di S. Agostino, ed altre per la città di Firenze. Né restò Perugia sua patria senza gran numero di bellissime sue opere, che per brevità si tralasciano. Scoperse il Perugino una sì vaga e nobile maniera, che essendo da tutti desiderata, furono moltissimi coloro, che di Francia, Spagna, Alemagna, ed altre Provincie d’Europa si portarono in Italia per apprenderla; onde fu, che ebbe discepoli infiniti: e fra questi, come si è detto, il gran Raffaello da Urbino. Pervenuto finalmente all’età di anni 78. finì la vita l’anno 1524. nel Castello della Pieve, dove fu onorevolmente sepolto. Fu Pietro molto avido del danaro, nel quale aveva gran fiducia; onde non è maraviglia, s’egli è vero quanto ne scrisse il Vasari, che egli fosse uomo di poca pietà, ed in materia di Religione, di opinione a modo suo.

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Ma avendo sentito celebrare i maravigliosi cartoni, fatti in Firenze da Michelagnolo Buonarroti e Lionardo da Vinci, de’ quali altrove si è parlato, lasciato ogni pensiero dell'operare, se ne venne a Firenze. Quivi fu molto onorato da Lorenzo Nasi e da Taddeo Taddei, il quale lo tenne in sua casa propria ed alla propria sua tavola per tutto il tempo che vi dimorò. Questo Taddeo Taddei fu erudito Gentiluomo, onde fu molto caro al Cardinal Bembo, con cui tenne lunga corrispondenza di lettere: e come si ha dalle medesime, fu solito favorirlo in ogni affare, che in questa nostra città andavagli alla giornata occorrendo, che avesse avuto bisogno dell'operar suo. Contrassevi ancora amicizia con Ridolfo del Grillandajo e Aristotile di San Gallo, co' quali praticò molto alla domestica. Si partì di Firenze molto approfittato nell'arte, lasciando in dono al Taddeo due bellissimi quadri di sua mano: uno de' quali ne' miei tempi non si è veduto in quella casa; e l'altro, che era di una bellissima Madonna con Gesù e San Giovanni, di circa a mezzo naturale, fu agli anni addietro, dagli eredi di Taddeo del senatore Giovanni Taddei, venduto a gran prezzo alla gloriosa memoria del Serenissimo Arciduca Ferdinando Carlo di Austria. In questo mentre seguì la morte del Padre e della madre di Raffaello, onde gli convenne tornare ad Urbino, dove fatti più quadri, di nuovo se ne andò a Perugia: e quivi, nella Chiesa de’ Servi, dipinse la tavola con Maria Vergine, San Giovambatista e San Niccola; e fece opere a fresco in San Severo, Chiesa de’ Camaldolesi, e in altre nella stessa città. Ma come quelli, che dotato di grandi idee non mai finiva nell’operar suo di piacere a sé stesso, desideroso di nuovi studj, se ne tornò a Firenze. Quivi studiò dalle pitture di Masaccio, senza perdere di vista quelle del cartone di Michelagnolo e di Lionardo. Fecevi anche stretta amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco, cognominato il Frate, al quale insegnò le buone regole della Prospettiva, riportandone egli il contraccambio di profondissimi precetti pel colorito: a seconda de’ quali operando poi Raffaello, fecesi poi quella mirabile maniera, che a tutti è nota. Nella stessa città di Firenze fece i cartoni per la pittura della Cappella de’ Baglioni; di San Francesco di Perugia e ritrasse più Gentiluomini e Gentildonne fiorentine; ed assai migliorato da quel ch’egli era, se ne tornò a Perugia, dove dipinse la mentovata Cappella de' Baglioni. Quindi partito, vennesene di nuovo a Firenze, e per la famiglia de' Dei condusse a ragionevole termine una tavola, che doveva esser posta nella loro Cappella di Santo Spirito; e un'altra tavola fece per la città di Siena. Fu poi, per opera di Bramante, celebre Architetto, chiamato a Roma da Papa Giulio II pel quale ebbe commissione di fare le belle opere, che poi ha ammirato il mondo. La prima fu la Camera della Segnatura, con bellissime invenzioni, nelle quali fece ritratti di più antichi savj. E qui è da fare riflessione ad uno sbaglio, che crediamo aver preso il Vasari nel descrivere questa storia; laddove dice, che rappresentasse i Teologi, quando accordano la Filosofia e l'Astrologia colla Teologia; il che oltre all’errore insussistente, viene ad essere ancor falso, perché quella non è altro che un Ginnasio, ovvero Scuola all’uso degli antichi Greci, ove i Filosofi ed ogni sorta di Accademici facevano loro luogo di ragunata, per trattenersi in ragionamenti de’ loro studj, e per divertirsi negli esercizj. Vitruvio descrisse la forma di questi Edifici pubblici al 5 libro cap. 11 e li nomina Sisti, Palestre, Essedre, secondo loro uso particolare, ch’egli dichiara. Palladio ancora, nel suo Trattato di Architettura, libro 3 cap. 21 più chiaramente ne parla; perciocché ne porge oculare dimostrazione, con un molto esatto disegno. Ora, come il più celebre e’l più nobile di tutti è stato quello di Atene; è molto verosimile, che Raffaello solo questo ponesse; e veramente non è quasi alcun savio ingegno, che non chiami quest'opera di questo Raffaello la Scuola d’Atene. Tornando ora alla storia, per tale inaspettata partita di Raffaello, restò la tavola de' Dei imperfetta; e in tale stato fu poi da Messer Baldassarre Turini da Pescia, posta nella Pieve della sua patria; ed un panno azzurro, che rimase non finito nella tavola di Siena, fu condotto a perfezione da Ridolfo del Grillandajo. Seguitò a dipignere la seconda Camera verso la Sala grande. Intanto successe il caso in cui Michelagnolo, nella Cappella, fece al Papa quel rumore o paura, per la quale fu necessitato a fuggirsi e a Firenze tornarsene; onde a Bramante fu data la chiave della Cappella. Il perché poté a comodo suo farla vedere a Raffaello, il quale, riconosciuto che ebbe la nuova e grande maniera, la profonda intelligenza dell’ignudo, il ritrovare e girar de’ muscoli negli scorti, e la mirabil facilità con che si veggono in quell'opera superate le più ardue difficoltà dell’arte, rimase stupito a segno, che parendogli fino allora non aver fatto nulla, posesi a far nuovi studj, e prese la gran maniera, che dipoi tenne sempre. Non ostante quanto poi dica uno assai moderno autore, che avendo con certe sue tradizioni, e coll’autorità di un tale scrittore di precetti di pittura, anch’esso non antico, tolto ad impugnare tuttociò, che intorno a tal miglioramento di Raffaello, sopra le opere del Buonarruoti, circa a novant’anni avanti a lui scrisse il Vasari, il quale egli tratta da uomo vulgare, passa poi con un certo suo paragone ad abbassare le nobilissime e non mai contese glorie del Divino Michelagnolo: e collo storcere un proprio detto di lui, in approvazione di una sentenza, che gli fu dichiaratamente contraria, e con alcune cose dire, e molte tacere, lo dà a conoscere quell’eccelso uomo, di gran lunga minore di quel ch’egli è; onde coll’una e coll’altra di queste sue opinioni, accusando altri di appassionato, sé medesimo, a mio credere, condanna.

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Molto potrebbesi dire contro a tali sentimenti, e massime in quella parte, nella quale, dopo aver conceduto, che fosse Raffaello molto ajutato nell’arte dal nostro Fra Bartolommeo di San Marco, di che pure non resta la fede, se non appresso gli autori ed alle tradizioni; poi per non so qual privato affetto nega esser lo stesso potuto seguire per l’osservazione dell’opere del Divino Michelagnolo; il che non solo si ha per attestazione di antichi Autori, e per le più ricevute tradizioni, ma è patente al senso per l’immediata mutazione, che dopo aver vedute le opere di tant’uomo, come s’è detto, in Raffaello si riconobbe; né io saprei mai intendere da qual fantastica immaginazione si muovano alcuna volta quegli uomini, che non possono indursi a credere, che un nobilissimo ingegno non sia capace nell’eccellenza di un’arte di dipendere da altri, che da sé stesso. Dunque di un solo Omero, che io sappia, e forse piuttosto poeticamente, che altrimenti scrisse Vellejo, non aver’egli prima di sé avuto chi imitare, né dopo di sé, chi imitato l’avesso. Io per me ammiro in Raffaello, per così dire, un altr’uomo, di gran lunga maggiore di sé medesimo, ogni qualvolta ch’io considero, come potesse mai egli far sì, che la mano tanto più all’intelletto obbedisse, quanto più sublimi erano l’idee, che di tempo in tempo, col vedere le belle opere altrui, a quello si rappresentavano. Appena vidde egli la maniera del Perugino, che lasciata quella del Padre, in essa in tutto e per tutto la sua trasmutò. Veduto il modo di colorire del Frate, in un subito crebbe in lui tanto di perfezione nel colorito, quanto ognun sa; e finalmente coll’osservare la gran maniera, e i maravigliosi ignudi di Michelagnolo, il disfare e rifare in tutto sé medesimo, fu in lui una cosa stessa. Questo, pare a me, un modo di proceder coll’ingegno, per così dire, in infinito; e operar più che da uomo, proprio non d’altra mente, che di quella di Raffaello. E questo è quello, che io diceva, che attese le gran difficultadi, che prova ognuno, che abbia principio d’arte, in lasciar l’abito antico e la vecchia consuetudine, ed appigliarsi ad altra, tuttoché migliore, mi fa parer più grande Raffaello, che se egli fosse stato di sé stesso in tutte le cose e discepolo e maestro. E tanto basti aver detto contra tale asserzione, e per gloria maggiore di questo sublimissimo artefice. La prima opera ch’egli facesse, o per meglio dire, rifacesse di quella grande maniera, fu la mirabile figura dell’Isaia Profeta nella Chiesa di S. Agostino, sopra la Santa Anna, la qual opera aveva egli di prima d’altra maniera dipinta. Colorì dipoi per Agostino Chigi Sanese, al quale per avanti nella loggia del suo palazzo in Trastevere, aveva egli dipinta la famosa Galatea, una Cappella in Santa Maria della Pace, della nuova maniera, che forse riuscì opera delle migliori, che e’ facesse giammai. Dipoi seguitò il lavoro delle camere di Palazzo, dove rappresentò il miracolo del Sagramento del Corporale di Bolsena, la prigionia di San Pietro, con altre storie; e fece diverse tavole e quadri pel Re di Francia, per più Cardinali, e per altri Principi e Signori. Dipinse poi la tavola del Cristo portante la Croce, di che più avanti si parlerà; e lo stupendo quadro, col ritratto di Leon X e de’ Cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, che oggi si trova nella stanza, nominata la Tribuna, nella Real Galleria del Serenissimo di Toscana. Appresso dipinse la camera di Torre Borgia, e la tanto nominata Loggia di Agostino Chigi, dove sono molte figure di tutta sua mano, siccome furono tutti i disegni e cartoni fatti per la medesima. Cominciò per Leon X la Sala grande di sopra, dove sono le Vittorie di Costantino: e per lo stesso fece tutti i cartoni pe’ panni di Arazzo, che con ispesa di settantamila scudi furon poi in Fiandra lavorati.

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Discepolo di Domenico Ghirlandaio, nato 1477, morto 1544. Fra’ molti giovanetti di buono spirito e genio alle belle arti, scelti dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, e messi per impararle nel suo Giardino da San Marco, uno fu Francesco Granacci, il quale in tale occasione avendo osservato i maravigliosi progressi, che andava facendo a momenti Michelangelo Buonarroti, e che fu uno de’ suoi compagni in quel luogo; e avendo da ciò conghiettura, ch’egli fosse per essere, come poi fu, un prodigio nell’arte, gli pose tanto affetto, che non potendosi mai discostar da lui, tanto l’ossequiava, e tante amorevoli dimostrazioni gli faceva, che lo stesso Michelagnolo, che per altro era giovane molto serio, ritirato, e tutto dedito a’ suoi studi, fu necessitato corrispondere a lui con un amore altrettanto sincero, e comunicar con esso tutto quello, che fino allora egli era arrivato a sapere: al che, aggiunto l’essere stati insieme questi due giovanetti nella scuola del Grillandajo, fece sì, che Francesco in breve tempo arrivò ad essere stimato uno de’ migliori giovani di quella scuola: e perch’egli aveva buon disegno, e molto graziosamente coloriva a tempera, fu messo in ajuto di Davit e Benedetto Grillandai a finire la bella tavola, cominciata da Domenico, per l’Altare maggiore di Santa Maria Novella, dopo che fu seguita la sua morte. Fece poi il Granacci molti quadri e tondi per le case di privati cittadini, e per mandare in diverse provincie; tantoché lo stesso Lorenzo de’ Medici, dopo aver trovata la nuova invenzione di quella sorta di Mascherate, che e’ chiamavano Canti, nelle quali alcuna cosa singolare si rappresentava in tempo di Carnovale, di esso si valse assai, e particolarmente nella Mascherata, che rappresentò il trionfo di Paolo Emilio. Fece il Granacci, pe’ sontuosi apparati, che si preparavano in Firenze l’anno 1513 per la venuta di Leone X, bellissime invenzioni, e furongli date a fare bellissime prospettive per commedie. Datosi poi a studiare il cartone di Michelagnolo, molto crebbe in pratica, e nella intelligenza dell’arte; donde avvenne, che lo stesso Michelagnolo lo chiamasse prima di ogni altro a Roma, in ajuto del colorire la volta della Cappella di Palazzo per Papa Giulio II, benché poi né di lui né d’altri volle quel grand’uomo continuare a servirsi, come si dirà altrove. Tornato a Firenze, dipinse a Pierfrancesco Borgherini in Borgo Santo Apostolo, nella stessa camera, dove il Pontormo, Andrea e’l Bacchiacca avevan dipinto, storie della vita di Gioseffo: e sopra un lettuccio altre storie della vita del medesimo in piccole figure, con una bellissima prospettiva. Per lo stesso dipinse in un tondo la Trinità. Per la Chiesa di San Pier Maggiore fece la tavola dell’Assunta, con varj Santi, che fu stimata da’ professori tanto bella, quanto che se l’avesse fatta lo stesso Michelagnolo: ed è cosa, che assai dispiace agl’intendenti, che di questa nobile pittura sia stato tenuto sì poco conto, che annerita in molte parti dal fumo delle candele, pare che omai si vada accostando al suo fine. Per la Chiesa di San Gallo, già fuori di porta, per la Cappella de’ Girolami, fece una Vergine, con due putti, con San Zanobi, e San Francesco; e questa poi, stante la demolizione di quella Chiesa e Convento, fu portata nella Chiesa de’ Frati Eremitani di S. Jacopo fra’ Fossi. Poi, con occasione, che il Buonarroto aveva una nipote Monaca in S. Appollonia, e aveva fatto l’ornamento e’l disegno di una tavola per l’Altare maggiore, dipinse lo stesso Francesco alcune storie di grandi e piccole figure a olio: e un’altra tavola assai bella, pure colorì per quella lor Chiesa, la quale tavola poi bruciò. Fece anche per le Monache di San Giorgio, dette dello Spirito Santo, una tavola per l’Altar maggiore, dove dipinse Maria Vergine, S. Caterina, S. Gio. Gualberto, San Bernardo Uberti Cardinale, e S. Fedele. Dipinse ancora il Granacci stendardi di galere, bandiere, insegne e drappelloni: e fece molti cartoni per far finestre di vetro colorite, particolarmente pe’ Padri Ingesuati, detti della Calza. Fu il Granacci uomo piacevole, e nell’operare diligente: tenne conto del suo, e non volle molte brighe, lavorando più per piacere, che per necessità: e quando lavorava, voleva ogni suo comodo. Visse sessantasette anni, e seguì la sua morte in Firenze l’anno 1544. Al suo corpo fu data sepoltura nella Chiesa di Santo Ambrogio.

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Nato ..., morto 1558. Boccaccino Boccacci, detto Boccaccino, Pittore Cremonese, fiorì circa il 1520. Tenne una maniera di dipignere fra’l moderno e l’antico, e nella sua patria ebbe fama di buon pittore; tantoché, divenuto oltremodo gonfio, pel concetto di sé stesso, sentendo celebrare le opere, che in Roma aveva condotte il gran Michelagnolo, colà apposta volle portarsi. E non prima l’ebbe vedute, che cominciò a parlarne così male, che portò non poca meraviglia agli intendenti dell’arte. Non andò molto, che a costui fu dato a dipignere una Cappella nella Chiesa di Santa Maria Transpontina, da coloro, che avendo di lui formato qualche concetto, per quello solamente, che loro gliene aveva portato la fama dalla sua patria, accresciuto dal sentirlo dare tanto alla sicura, e così magistralmente suo giudizio sopra le opere di Michelagnolo; ma non ebbe sì tosto finita e scoperta la sua pittura, nella quale volle rappresentare l’Incoronazione di Maria Vergine nostra Signora, che fece dare nelle risa tutti i Pittori di Roma, e coloro principalmente, che dalle sue millanterie si eran lasciati persuadere ad averlo in qualche stima. Tantoché egli divenuto ormai la favola di Roma, abbandonata quella città, colle trombe nel sacco, come noi dir sogliamo, se ne tornò alla patria, nella quale fece molte opere, delle quali è più bello il tacere, che il lungo favellarne. Dirò solo, che le maggiori fra queste, furono istorie della Madonna nel Duomo sopra gli archi di mezzo. Insegnò costui l’arte a Cammillo suo figliolo, che gli fu molto superiore; e nell’anno 1558 ebbero fine i giorni suoi. Questo nome di Boccaccio fu usitatissimo per l’Italia nel secolo del 1300 che dipoi passò anche in cognome, o come si dice, in casato. Tal nome appunto ebbe il Padre del nostro Fiorentino Cicerone, Giovanni Boccacci, denominato perciò il Boccaccio, onore singolarissimo di Firenze sua patria, e del castello di Certaldo, donde i suoi maggiori, come egli attesta nel trattato De Fluminibus, traevano loro origine.

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Arrivato a Venezia, poco vi si trattenne, perché volle scorrere a vedere molte altre provincie d’Italia. Fermossi per qualche tempo in Roma, dove cominciò a disegnare tutto l’antico, tanto di figure, che di rovine, e l’opere di Michelagnolo e di Raffaello; onde fin d’allora crebbe il suo nome appresso di molti. Occorse intanto, che fu creato Papa il Cardinale d’Utrecht, che fu Adriano VI in tempo ch’egli era in Ispagna; ed essendosi porta occasione allo Schoorel di farsegli conoscere, acquistò tal grazia appresso di lui, che gli fu subito dato il maneggio di Belvedere. Quivi fece alcuni quadri per lo stesso Papa, ed il ritratto di lui al naturale, che fu portato a Lovanio, nel Collegio eretto dal medesimo Papa. Questo buon Pontefice, dopo aver regnato un anno e otto mesi in circa, si morì: onde Schoorel, dopo aver finite alcune pitture in Roma, se ne tornò alla patria. Arrivato a Utrecht, fu preso da gran dolore, perché gli fu data la nuova, che la figliuola del suo maestro d’Amsterdam era stata maritata ad un orefice; onde il povero giovane vide in un punto fallito ogni suo disegno, e perduta quasi ogni fatica, che a poco altro aveva egli indirizzata, che al fine di abilitarsi all’affettuazione delle tanto desiderate nozze. Stettesi in Utrecht con un certo Proposto di Oudemunster, chiamato Lochorst, uomo di corte e grande amatore dell’arte. Questi dipigneva a olio e a guazzo. Quivi lo Schoorel dipinse l’entrata di Cristo in Gerusalemme, colla città al naturale, e vi fece molte figure de’ fanciulli Ebrei ed altri, che stendono i rami e le vestimenta a’ piedi del trionfante Signore. Fu questa tavola, che aveva i suoi sportelli, collocata nella Chiesa Cattedrale, alla quale fu donata da’ parenti del Proposto di essa. In quel tempo seguì una sollevazione nella città, fra alcuni partigiani del Vescovo, e quelli del Duca di Gueldria; onde lo Schoorel, per fuggire il tumulto, se ne venne in Haarlem, dove dal Comandante dell’Ordine di San Giovanni, che si chiamava Simon Saen, grande amico de’ pittori, fu ben ricevuto e ben trattato. Per questi fece alcune opere, che fino dell’anno 1604 si trovavano in quel luogo: particolarmente una storia di San Giovanni che battezza, dove si vedevano bellissime figure di vaghi aspetti, un bel paese e molti ignudi per battezzarsi. Aveva egli già acquistata gran fama in quel luogo, quando si risolvè a pigliarvi casa; che però gli furono date a fare poi molte tavole per altari di quelle Chiese: ed una, che doveva servire per l’Altare maggiore della Chiesa vecchia di Amsterdam, in cui rappresentò un Crocifisso: dell’invenzione della quale tavola se ne vedeva un’altra, pure in Amsterdam, detto anno 1604. Fu poi chiamato a Utrecht da’ Signori del Collegio di Santa Maria, Chiesa fondata da Enrico V Imperatore, dove fece una tavola per la maggior Cappella, con quattro sportelli, il primo de’ quali doveva egli, come gli fu ordinato, dipignere per una prova. Ritrasse alcune persone al naturale: ne’ primi due sportelli figurò Maria Vergine, col Bambino e S. Giuseppe, lo ‘mperatore inginocchioni, in abito Imperiale, col Vescovo Conradus, pontificalmente vestito; ed altre persone vi ritrasse, che per comandamento dello ‘mperatore avevan fatto abbellire quella Chiesa; e vi era anche un bellissimo paese. I due altri sportelli tenne alcuni anni; intanto dipinse alcune tele a guazzo, grandi quanto erano i due sportelli: in una rappresentò il Sagrifizio d’Abramo, con un bel paese. Queste tele fece poi comprare, insieme con altre opere di Schoorel, il Re Filippo l’anno 1549 coll’occasione di trovarsi nella Fiandra, e di passaggio in Utrecht, e se le portò in Ispagna. Era di mano di costui, in Amsterdam, un Crocifisso con bellissimi sportelli, fatto nel miglior tempo. Gli sportelli fatti in Utrecht, e ancora una bella tavola in Goude, insieme con molte altre belle opere sue, furono l’anno 1566 rotte e abbruciate dalla plebe. A Marchien, bellissima Badia in Artesia, era una sua bella tavola, con San Lorenzo sopra la graticola: una dell’undicimila Vergini, con due sportelli; ed una con sei, dove aveva rappresentato il martirio di Santo Stefano. In Utrecht, nella Badia di S. Vaes, dietro all’Altar maggiore, era una tavola con un Crocifisso, con due sportelli. In Haarlem, appresso Geert Willemsz Scoterbosch, era un pezzo di quadro piccolo, dov’egli aveva rappresentato quando la Vergine offerse il Figliuolo nel Tempio nelle braccia di Simeone, con molte figure. Nella Frigia, in una Badia, chiamata Grootouwer, era una tavola della Cena del Signore, con figure al naturale, e le facce ancora degli sportelli dipinte. In Malines, tra Bruselles ed Anversa, era un Mercante, che avea corrispondenza a Roma, chiamato Willem Pieters, il quale collo Schoorel aveva contratta grande amicizia: fece egli per costui alcuni be’ pezzi di quadri. In Breda, pel Conte Enrico di Nassau, e Rene de Chalon, Principe d’Oranges, fece alcune opere. Fu poi chiamato dal Re di Francia Francesco I per andare al suo servizio, con gran promesse: ed ei ricusò, perché non volle mai obbligarsi nelle Corti; anzi una volta, che gli piacque raccomandare un certo architetto al Re di Svezia Gustavo, gli mandò col medesimo a donare una bella immagine della Madonna, di sua mano, la quale fu da quel Re tanto gradita, che non isdegnò lo scrivergli una lettera di proprio pugno in ringraziamento, inviandogliela accompagnata con un ricchissimo regalo, che fu un anello di gran valore, con altre simili cose e una slitta, con tutti i suoi arnesi pel cavallo: quella appunto, colla quale soleva sua Maestà andar sopra il diaccio, con un formaggio di Svezia di dugento libbre di quel peso, del nostro dugentosessantasei. Lo Schoorel ricevette la lettera; ma bensì aperta, per essere stata intercetta, e preso il regalo. Fu quest’artefice assai famigliare a tutti i Cavalieri della Fiandra, perché all’arte della pittura, aveva congiunto la musica e la poesia. Era buon rettorico, e componeva ben le commedie e canzoni. Tirò bene d’arco, e parlò molte lingue francamente, cioè la Latina, l’Italiana, Franzese e Tedesca, oltre alla sua nativa. Fu liberale del suo, di spirito allegro e vivace; ma giunto a una certa età, fu così tormentato dalla podagra, che divenne vecchio avanti il tempo. Finalmente pervenuto all’età di sessantasette anni, se ne andò a vita migliore l’anno 1560 a’ sei di Dicembre. Rimase di suoi discepoli il pittore di Filippo Re di SpagnaAntonio Moro, il quale, pel grande affetto, che gli portava, volle due anni avanti ch’egli morisse, cioè l’anno 1558 farne il ritratto, sotto il quale scrisse i seguenti versi: Addidit hic arti decus, huic ars ipsa decorem, Quo moriente mori est hæc quoque visa sibi.

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Discepolo di Jan Schoorel, nato 1498, morto 1574. In un povero villaggio d’Olanda, chiamato Hemskerck, nacque l’anno 1498 questo Martino, che poi dalla patria fu cognominato Hemskerck. Suo padre fu un tale Jacopo Willemsz, uomo di campagna, il cui ordinario mestiere fu il murar le case a’ contadini; ma bene spesso, per mancanza di lavoro, era chiamato da’ medesimi, in ajuto di loro faccende, fino a mugner le vacche. Martino, da piccolo fanciullo, si mise ad imparare il disegno appresso un tal Cornelis Willamsz, che fu padre di Lucas e di Floris, che pellegrinarono in Italia, studiarono in Roma e altrove, e riuscirono ragionevoli pittori. Il padre del fanciullo, che per avventura non passava più là coll’ingegno, non aveva in molta stima l’arte del dipignere; onde tolto il figliuolo da quel mestiere, lo prese in suo ajuto a murare, andar per opera a mugnere, e fare altre cose, di quelle, che usano di fare i contadini. Non è possibile a raccontare, fino a qual segno di dolore giugnesse il povero figliuolo, vedendosi richiamare da un’arte sì nobile, e di grandissimo suo genio, a stato e servigio di tanta viltà, e da lui tanto odiato; onde, deliberò fra sé stesso, di cercare occasione di romperla col padre, per poter poi, con alcuno apparente pretesto, levarsi da quello improprio lavoro; e un giorno, nel tornare che ei faceva da una stalla, dov’egli aveva munte alcune vacche, portando il vaso del latte sopra la testa, nel passar vicino ad un albero, procurò, a bello studio, che’l vaso percotesse in uno de’ rami; onde il vaso cadde a terra, e il latte si sparse sul terreno. Veduto ciò il padre, non solo lo sgridò bestialmente, ma preso un legno, gli corse dietro per percuoterlo; ma il giovanetto, che era ben in gambe, fuggendo come il vento, tosto gli sparì di vista. Per quella notte non tornò a casa, standosi, come poté il meglio, in una capanna di fieno. La mattina, quando ei credette che’l padre fosse andato al lavoro, se ne tornò a casa; e fattosi dare alla madre alcune cosette da mangiare, e certi pochi quattrini, se ne partì. In quella giornata passò a Haarlem e Delft, e quivi si fermò, e posesi di nuovo all’arte del dipignere appresso un certo Jan Lucas. Diedesi il giovane tanto di proposito a studiare, che in breve tempo acquistò molto. Ma avendo poi intesa la fama, che dappertutto correva dell’eccellente pittore Jam Schoorel, per la bella maniera di dipignere, ch’egli aveva portato d’Italia, tanto si adoperò, che e’ trovò modo di esser ricevuto in Haarlem, sotto la sua disciplina. Quivi con altrettanta diligenza seguitò i suoi studj, finché apprese sì bene quel bel modo di operare, che le cose di Martino, quasi non più si distinguevano da quelle di Schoorel; onde egli, come fu detto allora, forte ingelosito del discepolo, procurò con bella maniera di levarselo d’attorno. Allora Martino, pure in Haerlem, andò a stare in casa un certo Pieter Janfopsen, dove soleva abitare un tal Cornelis Vanberensteyn. In questa casa fece diverse pitture, e fra l’altre un Sole e la Luna, in una stanza dalla parte del letto; e uno Adamo ed Eva, tutti ignudi, grandi quanto il naturale, le quali opere gli guadagnarono, appresso al padrone di quella casa, grande amore e stima. Quindi partitosi, se n’andò a stare in casa un tale Joos Cornelisz orefice, dove fra’ molti lavori, fece una tavola, in cui rappresentò Santo Luca, che dipigne Maria Vergine al naturale, col figliuolo Gesù in braccio, nella quale pure tenne la maniera di Schoorel: e appresso al Santo Luca figurò un poeta coronato, con che fu creduto volesse significare l’amicizia, che dee essere fra la Pittura e la Poesia. Eravi ancora un Angelo, in atto di tenere in mano una torcia: l’attitudine di Maria Vergine, e l’azione del Santo, erano espresse tanto al vivo, che e’ non si poteva dir più; e la tavolozza de’ colori pareva veramente, che uscisse fuori del quadro. Era Martino, quando fece questa bella opera, in età di trentaquattro anni, come appariva notato nella medesima. Di questa tavola fece egli un dono alla Compagnia de’ Pittori, perché avendo già deliberato di partirsi da Haerlem per venire in Italia, volle lasciarvi di sé quella memoria. Questo quadro, fino al 1604 era stato conservato da Ouericheyt di Haarlem, nella corte del Principe. Partitosi dunque d’Haarlem, per desiderio di far maggiori studj, e di veder le opere de’ gran maestri, viaggiò molto per l’Italia, e finalmente si fermò in Roma, dove trattenuto in casa di un Cardinale, vi fece molte cose. Quivi disegnò tutto l’antico, tanto di statue, quanto di edificj e rovine, e tutte l’opere del gran Michelagnolo. Occorse un giorno, mentre che egli era fuori a disegnare, che un giovane Italiano entrato furtivamente in camera sua, gli rubò due bellissime tele colorite, di che egli prese grande afflizione: poi avuti buoni indizj, colle buone diligenze ch’ei fece, riebbe il suo. Questo accidente però fu cagione, che egli non seguitasse a stare in Roma, almeno per qualche tempo di più, com’era suo pensiero; perché sospettando, che dagli amici e parenti del ladro, non gli venisse fatto alcuno affronto, e perché si trovava anche avere avanzato qualche danaro, ebbe per bene il partirsene, e pigliare il viaggio verso la patria, essendo stato in Roma tre anni. Portò con sé una lettera di raccomandazione di un giovane, che egli aveva lasciato in Roma, grande amico suo e del padre, indirizzata a Delft: e giunto a questo luogo, si fermò a casa in un di quegli alberghi, che in quelle parti servono per raddotto di male femmine, dove si faceva mercato di ogni furfanteria: e di questo particolarmente era padrone quell’uomo sanguinario, di cui parlammo nelle notizie della vita di Giovanni Fiammingo. Era in esso albergo una infinità di assassinamenti di poveri viandanti, a’ quali era tagliata la gola, e spogliati di panni e danari: erano i loro cadaveri sepolti in una fossa, che poi fu trovata piena di corpi morti; tantoché una figliuola di questo grande assassino, per non veder più una così abominevole crudeltà, e perché all'incontro l’affetto paterno non le lasciava scoprire tali delitti, fu, per così dire, sforzata a sfuggirsi col nominato Giovanni a Venezia, come dicemmo. Voleva pure l'Hemskerck alloggiare in quel luogo, da lui non conosciuto per quel ch’egli era; tantopiù, che da un amatore dell’arte, a cui per avventura era diretta la lettera di raccomandazione, chiamato Pieter Jacobsz, era a ciò confortato; ma come volle la buona sorte sua, in quell’istante se gli presentò pronta occasione d’imbarco, ed egli se ne partì la medesima sera del suo arrivo a Delft. Tornato a casa, già aveva lasciata la prima maniera di Schoorel, ma però al giudizio della maggior parte de’ pittori, non aveva megliorato. Fu alcuno de’ suoi discepoli, che una volta gli disse, esser l’opinione de’ Professori, ch’egli operasse meglio in sulla maniera di Schoorel, che quando tornò di Roma; ma egli si era tanto invaghito del modo di fare Italiano, che non fece di ciò alcun conto.

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Discepolo di Andrea Contucci dal M. a Sansovino, fioriva nel 1534. Non manca alcun moderno Autore, che dica, che fino la Santa memoria di Papa Giulio II della Rovere, nutrisse nella sua mente un assai nobil pensiero, il quale fu d’ornare, con regia magnificenza, la Santa Casa di Loreto. Noi sappiamo però, che in vita di quel Pontefice non fu dato a tal pensiero adempimento, forse perché era riservata dal cielo, un’opera sì degna e di tanto onore della gran Madre di Dio, ad un cuore, il più generoso e magnanimo, che abbiano veduto i secoli Cristiani: e questi fu la Santa memoria di Leone X di Casa Medici. Questo gran Pontefice, avendo data forma al nobile concetto, con disegni e modelli di Bramante, Architetto singolarissimo, ordinò a’ Ministri della Santa Casa, il far commissione di bianchi, neri e mischi marmi, d’ogni sorte, a Carrara, Firenze, Orvieto ed altrove.Dirozzate le pietre, furono quelle, che potevan condursi per quella parte, ben presto traghettate in Ancona; e non era ancor passata la metà del Mese di Maggio dell’anno 1514 primo del Pontificato di Leone, che a Loreto n’era stata condotta una gran parte; onde si fece luogo a sua Santità di provvedere a quella gran fabbrica le necessarie maestranze. Di Carrara e di Pisa furon fatti comparire trenta de’ più pratici scarpellini, e fermati più intagliatori: ed il tanto rinomato Andrea Contucci dal Monte a Sansovino ne fu dichiarato Capomaestro e Scultore. Diede egli mano all’opera con gran premura; ma non giunse la vita di Leone, né tampoco quella d’Adriano, che gli successe nella suprema dignità, al tempo, ch’ell’avesse avuto compimento. Morto Adriano, ed asceso al Soglio Clemente VII s’accrebbe grandemente questo nobilissimo lavoro, conciossiacché egli di gran proposito vi si applicò. Già atterrato l’antico muro erettovi da’ Ricanatesi, cavate le fosse e’l terreno per ottocento sessantasei canne Romane, tra fondo e d’attorno alla Santa Casa, avendo prima ben fasciate e ricinte con travate sospese sopra terra, le Sacre mura, erano state ben ferme e stabilite le fondamenta, e già s’eran condotti a fine molti intagli d’architetture e sculture per quell’ornato; quando correndo l’anno 1529 il Contucci venne a morte, dopo aver condotte di sua mano molte nobilissime opere di scultura, ed altre incominciate e non finite. Stettesi questo grande edifizio senz’alcuno o poco avanzamento, fino a dopo l’assedio di Firenze: e finalmente fu da quel Pontefice eletto, in luogo d’Andrea, per primo Scultore, Niccolò de’ Pericoli, detto il Tribolo, Fiorentino, al quale, per mezzo d’Antonio da San Gallo, che sopraintendeva a quella fabbrica, fu ordinato il portarsi a Loreto, per tirar avanti le sculture, che rimanevano a farsi, lasciate imperfette dal Sansovino. Inviossi egli dunque a quella volta con tutta la sua famiglia, e seco condusse molti uomini di valore nell’arte sua. Tali furono Simone di Francesco, detto il Mosca, ottimo intagliatore di marmi, Raffaello Montelupo, Francesco da San Gallo, il giovane, Simone Cioli da Settignano, Ranieri da Pietrasanta, e Francesco del Falda; e con essi, siccome io trovo, vi si condusse ancora un tal Domenico Lamia, detto il Bologna, e finalmente il nostro Girolamo Lombardi, insieme con Frate Aurelio suo fratello. Dopo che il Tribolo vi fu stato per qualche tempo, nel quale aveva con maraviglioso artificio dato fine alla bella storia di marmo dello Sposalizio di Maria sempre Vergine, incominciata da Andrea Contucci; ed aveva anche condotto la bellissima storia della Traslazione della Santa Casa; e fatto più modelli di cera per dar fine a i Profeti, che dovevano aver luogo nelle nicchie; fu dallo stesso Papa Clemente ordinato a lui, e quasi a tutti gli altri maestri, il tornarsene in fretta a Firenze, per quivi, sotto la scorta del gran Michelagnolo Buonarroti, dar fine a tutte quelle figure, che mancavano alla Sagrestia e Libreria di San Lorenzo, per poter poi anche finire, col disegno dello stesso Michelangelo, la facciata; che però fu da Roma rimandato a Firenze il Buonarroti, e Fra Gio. Angiolo, acciocché gli ajutasse a lavorare i marmi, e facesse alcuna statua, secondo l’ordine, che ne avesse avuto da lui; ed allora fu, che esso Fra Gio. Angiolo fece il San Cosimo, che insieme col San Damiano del Montelupo, tiene in mezzo la statua di Maria Vergine col Bambino Gesù, incominciata da Michelagnolo, che oggi vediamo in essa Sagrestia di San Lorenzo; di modo tale, che per questa nuova risoluzione del Papa, rimase l’opera della Santa Casa con poca quantità d’uomini eccellenti; ma non per questo fu, ch’e’ non si continuasse tuttavia ad operare con altri, che vi restarono: e fra questi fu il nostro Girolamo Lombardo, stimato uno de’ migliori artefici, che avesse partorito la scuola del Sansovino. Questi adunque, presa abitazione in Recanati, ed accasatovisi, dalla partenza del Tribolo, fino al 1560 attese a condurre opere per quel Santuario. La prima, ch’e’ egli facesse, fu una figura d’un Profeta di braccia tre e mezzo, in atto di sedere, che essendo riuscita una bella statua, fu collocata in una nicchia verso Ponente, e diedegli tanto credito, che gli furon poi date a fare cinque figure di Profeti, e riuscirono tutte bellissime statue. Finì la bella storia de’ Magi, che dal Contucci suo maestro era stata cominciata, per collocarsi sopra quella del Presepio e de’ Pastori, non ostante ciò che ne dica il Serragli, che l’attribuisce al Montelupo, il quale forse poté essergli stato in ajuto in quest’opera. Fece poi, secondo ciò che afferma lo stesso Serragli, il bel Lampadario, che pende dietro alla Santa Cappella; l’immagine di bronzo di Maria Vergine di Loreto, che si vede nella facciata della Chiesa; e le quattro nobilissime porte della Santa Casa, con figure e misterj del nuovo Testamento. Gettò ancora i due cornucopj, per sostenere le lampane avanti all’Altare del Sagramento, e la tavola o Mensa di marmo, dell’istesso Altare, co’ candellieri di metallo di altezza di circa tre braccia, pel medesimo Altare, i quali adornò di fogliami e figure tonde, con tant’artifizio, che fu stimata cosa di tutta maraviglia. Ebbe questo Artefice un Fratello Religioso, chiamato Frate Aurelio. In compagnia di questo, io trovo, che Girolamo fece di metallo un grandissimo e bellissimo tabernacolo per Papa Paolo III che doveva esser posto nella Cappella del Palazzo Vaticano, detta la Paolina. L’Angelita, nell’Origine di Recanati, dice, ch’e’ lo fece per Papa Pio IV e che quest’opera fu poi mandata nel Duomo di Milano. Carlo Torre nel suo Ritratto di Milano, fa menzione del gran Tabernacolo di bronzo della Cattedral Chiesa, del quale dice fosse fabbricatore Francesco Brambilla; e soggiugne, che nel seno di esso tabernacolo è una custodia in forma di torre, sostenuta in alto da otto Cherubini inginocchioni, e da otto Angioli grandi quanto il naturale, il tutto di bronzo, che fu avuta in dono da Pio IV Sommo Pontefice. Ed io lascio ora (se pur si tratta dello stesso tabernacolo) il dar giudizio sopra tal diversità di sentenze, a chi sarà di ciò meglio informato di quello che io mi sia. Dice anche lo stesso Angelita, che un simile tabernacolo, benché non tanto grande, facesse Girolamo per la città di Fermo. Che poi fosse di suo modello e getto la statua del Cardinale Gaetano, che si vede nella Chiesa della Santa Casa, fu dal citato Serragli detto con errore; perché tale statua fu fatta da Antonio Calcagni suo discepolo, e non da lui, siccome nelle notizie della vita di esso Antonio abbiamo ad evidenza dimostrato. Ebbe il Lombardi quattro figliuoli, Antonio, Pietro, Paolo, e Jacopo, i quali tutti attesero alla scultura ed al getto; e per quanto scrisse il nominato Serragli, condussero di bronzo la porta di mezzo della Chiesa della Santa Casa, con figure e storie de’ fatti dei nostri primi Padri, con nobile ornato. Corre fino a’ presenti tempi la fama, che Girolamo Lombardo fosse l’unica cagione, che nella città di Ricanati si fondasse un Collegio de’ Padri della Compagnia di Gesù; perché avendo avuta cognizione o forse pratica col Padre Santo Ignazio loro Fondatore, e con molti suoi figliuoli, ne parlava sì altamente, che mosse i Ricanatesi a far tale risoluzione, a benefizio della patria loro.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1550. Tra i Discepoli di Giulio Romano riuscì d’ottimo talento Gio. Batista Mantovano, che attese alla Scultura, e all’intaglio in rame, come mostrano le carte uscite dalle stampe, fra le quali è una Vergine, che ha la Luna sotto i piedi, e il figliuolo in braccio; e similmente alcune teste armate di cimiero all’antica; evvi ancora una carta di un Marte armato, che siede sopra un letto, e Venere, che sta allattando un Cupido, il quale graziosamente rimira. Veggonsi ancora alcune carte dove è un Capitano di bandiera a piede ed uno a cavallo: e due altre grandi, ove è figurato l’incendio di Troja e altre molte. Usò quest’artefice segnar le sue carte colle lettere I.B.M. Fiorì anche ne’ medesimi tempi Enea Vico da Parma, anch’egli valente intagliatore, il quale intagliò buona quantità d’opere del Rosso, la Leda di Michelagnolo, e la storia della Juditta, da lui dipinta nella Cappella, il ritratto del Bandinello, con molte invenzioni e disegni del medesimo: siccome ancora ad istanza di Cecchino Salviati, la bella storia della Conversione di San Paolo, con gran numero di figure e cavalli; similmente i ritratti del Signor Giovanni de’ Medici, di Cosimo il Granduca suo figliuolo, dell’Imperador Carlo V d’Arrigo Re di Francia, del Bembo, dell’Ariosto, del Gello Fiorentino, del Domenichi, e di molti altri uomini de’ suoi tempi, di Laura Terracina, del Doni, del Morosino ed altri. Datosi poi agli studj dell’antichità, diede alle stampe più libri di medaglie d’Imperadori e loro mogli, co’ rovesci di esse medaglie. Fece un albero di tutti gl’Imperadori, che fu molto lodato. Portatosi poi a’ servigj di Alfonso II Duca di Ferrara, fece a quel Principe l’albero de’ Marchesi e Duchi di quella casa, appresso la quale viveva del 1568 in grande onore e stima.

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Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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F Facciata della Chiesa del Gesù disegno del Vignola 324. Fatti miracolosi, accaduti per zelo di giustizia 145. Il Fattore Pittore 240. Figure di terracotta dello Spedale degl’Innocenti e de’ Convalescenti 131. Fra Filippo di Tommaso Lippi 100. Varietà del Vasari nel formare la di lui nascita 101. Si vestì Frate del Carmine 102. Lascia l’abito di età di 17 anni; e messosi in mare per suo spasso, fu fatto schiavo de’ Barbareschi, e stette 17 mesi in catena, e come poi riscattòsi. Sue molte opere. Sua cattiva morte 103. Fonte di Palazzo vecchio 119. Francesco di Francesco Floris Pittore 350. I suoi scolari furono sopra cento 351. Francesco Francia Pittore 155. Fu amicissimo di Raffaello, e mandogli il suo ritratto 156. Francesco Fiorentino Pittore 95. Francesco Granacci Pittore. Fu molto stimato da Michelagnolo 212. Sua morte 213. Francesco Martini Scultore 106. Francesco Melzo Milanese, Miniatore 157. Francesco, detto Pesello 120. Colorì molti cassoni di battaglie, d’animali e d’altro all’usanza de’ suoi tempi 121. Abate Francesco Primaticcio. Fu mandato in Francia a Francesco II 266. Francesco di Simone Scultore 139. Francesco Torbido, detto il Moro 286. Francesco d’Ubertino, detto il Bacchiacca 290. Il Franciabigio 235. Frans Crebbe 305. Frans Floris Pittore 342. Sue opere 343. Fu velocissimo nell’operare 343. Qualità detestabili della sua moglie 344. Come sia burlata dal cognato. Si diede a bere esorbitantemente, e quello che dicevasi pubblicamente di lui a questo conto 344. Bevute straordinarie e incredibili. Morte del medesimo 345. Frans Minnerbroes 304. Frans Verbeech 304.

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R Raffaello da Urbino 171. Viene a Firenze. Regala a Taddeo Taddei, Gentiluomo Fiorentino, de’ suoi be’ quadri. Ritorna a Urbino. Ritorna a Firenze, e studia sopra l’opere di Michelagnolo e di Lionardo, e fa grande amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco 172. Dipigne in Perugia una Cappella a casa Baglioni. Ritorna a Firenze, e dipigne per la famiglia de’ Dei. È chiamato a Roma, e dipigne per Giulio II le tanto famose stanze. Sbaglio preso dal Vasari circa alla pittura della Signatura. Ammira l’opere di Michelagnolo, e da esse impara l’ottima sua maniera. Si riprende un autore, che impugna ciò 173. Prende il buon colorito da Fra Bartolommeo di San Marco. Opere sue bellissime. Lode dell’autore, di Raffaello 174. Qualità personali di lui, rarissime 176. Ritratto d’Luca della Robbia, fatto da Andrea del Sarto 203. Ritratto di S. Antonino del Capitolo de’ Padri di San Marco, come sia stato fatto 44. Ritratto di Dello Pittore Fiorentino, nel chiostro di S. Maria Novella 64. Ritratto di marmo d’Andrea del Sarto nel chiostro della Santissima Annunziata 206. e 207. Ritratto di Tommaso Moro, di mano di Gio. Hoobeen in Roma 319. Ryckaert Aesrtz 218. Rogier Vandervveyde Pittore 144. Miracolo, che si racconta nella vita di questo pittore. Sue opere molto stimate. Sua morte. Lasciò giusto il suo a’ poveri 145. Ruggiero di Bruggia Pittore 153.

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