Nominativo - Medici

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 98

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Questo pittore adunque imparò l’arte da Spinello Aretino, il quale cominciò a fiorire circa l’anno 1330. e finì di vivere, come sopra accennammo, del 1400. Dipoi il Vasari, camminando sempre in sul falso supposto, che Lorenzo nascesse lo stesso anno 1400. dice, che Giovanni de’ Medici, detto di Bicci vedendo il profitto, ch’egli faceva nelle buone arti, gli diede a dipignere, mentre era ancora giovanetto, nella sala della casa vecchia de’ Medici, murato che fu il Palazzo grande, che poi restò a Lorenzo fratello carnale di Cosimo Vecchio, una gran copia di uomini illustri, che fino a’ tempi dello stesso Vasari vi si vedevano assai bene conservati; e questo pure dobbiamo noi concedere al Vasari quanto al fatto, ma non quanto al tempo perché fatto il confronto con ciò che si è detto di sopra, si trova che ciò non potè seguire che avanti al 1400. E tanto basti aver detto intorno a qualche sbaglio, ch’è stato preso dall’autore nominato.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 115

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Discepolo di Ruggieri di Bruges, fioriva circa il 1460. Non è a nostra memoria di aver trovato fra quanto ci lasciò scritto Carlo Van Mander Pittor Fiammingo, che e’ facesse menzione di questo Ans, siccome del suo maestro Ruggieri di Bruges, sappiamo aver fatto. Veggiamo però, che il Vasari nel suo trattato della pittura, al capitolo 21. laddove e’ parla del dipignere a olio, dice, che un tale Ans di Bruges, fosse discepolo di esso Ruggiero, e che facesse nello Spedale di Santa Maria Nuova di Firenze, pe’ Portinari, un piccolo quadro, che poi passò in mano del Serenissimo Granduca Cosimo I, e ancora una tavola, che fu posta nella Villa di Careggi della Serenissima Casa de’ Medici. Quivi ancora fa menzione di un certo Lodovico da Luano, cioè Lovanio, di Piero Crista, di Maestro Martino, e di un tal Giusto da Guanto, o vogliam dire da Gante, che fece la tavola della Comunione pel Duca d’Urbino, ed altre pitture: e similmente di Ugo di Anversa, che dipinse la tavola, che fino a’ nostri tempi si vede nella Chiesa di detto Spedale di Santa Maria Nuova nella facciata principale del Coro: tutti pittori, che egli dice, che si contassero fra’ primi, che dopo Giovanni da Bruggia, avessero incominciato a dipignere a olio, di alcuni de’ quali abbiamo noi a suo luogo fatto più diffuso racconto.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 120

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Discepolo di Donatello. Nato 1432, ?1488. Dice il Vasari, che Andrea del Verrocchio si facesse valente in queste arti senza maestro alcuno; ma perché è impossibile a chi fa opere grandi e difficili (come fece il Vasari) l’aver di ogni cosa notizia intera, non è gran fatto, che non pervenisse a sua cognizione quello, che nel particolare di quest’uomo ha scoperto il corso di un secolo, quanto è, da che esso Vasari scrisse la sua storia, sino a questi tempi. Ho io dunque visto nell’altre volte nominata Libreria de’ Manoscritti originali degli Strozzi, un manoscritto antichissimo, contenente più vite di Pittori, Scultori, e Architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli. Fra’ discepoli di Donatello, del quale pure vi si legge la vita, dice, che uno de’ suoi primi, e non il minimo, fu Andrea del Verrocchio. Ed in un altro manoscritto, annesso a un libro minor del foglio, segn. num. 285. fra diverse memorie di Pittori, Scultori, e Architetti di quei tempi, si legge a c. 45. a tergo, fra altre cose, appartenenti alla vita di questo maestro Andrea del Verrocchio Fiorentino, ch’egli fu discepolo di Donatello: il che ancora tanto più si rende certo, quanto che afferma esso Vasari nella Vita di Donatello, che lo stesso Andrea lo ajutasse a lavorare il Lavamanedi marmo nella Sagrestia di S. Lorenzo. Fece dunque il Verrocchio la sepoltura della moglie di Francesco Tornabuoni nella Minerva di Roma: la maravigliosa sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici, che in San Lorenzo di Firenze è, fra la Cappella del Sacramento, e la Sagrestia: ed in Pistoja quella del Cardinale Forteguerra, finita poi da Lorenzo Fiorentino, perché alla morte d’Andrea era rimasa imperfetta. Fece pure in Firenze le statue di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga al Signore, situate nella facciata principale di Orsanmichele, in una nicchia, che fu fatta con disegno di Donatello suo maestro. Pesò il metallo di queste statue, per quanto io trovo in antiche memorie, libbre 3981. e ad Andrea furon dati in pagamento 476. Fiorini d’oro. Fu sua fattura il fanciullo di bronzo, che strozza il pesce, che oggi si vede nella fonte di Palazzo Vecchio. Gettò la palla della Cupola del Duomo di Firenze, la quale con applauso e festa grande, trovo che fu messa a suo luogo il dì 28. di Maggio del 1472. anni dieci in circa, dopoché restò finita la pergamena della Lanterna di essa Cupola, alla quale con gran solennità era stata posta l’ultima pietra a’ 25. d’Aprile 1461. Pesò la stessa Palla libbre 4368. ed è tale di grandezza, che può capire in essa staja 300. di grano, a misura di questa città di Firenze. Il nodo della medesima, gettato fu da Giovanni di Bartolo, e pesò lib. 1000. e può capirvi staja 21. e mez. di grano. Pesò la Croce libbre 791. il palo libbre 770. come da’ Libri dell’Opera di essa Chiesa si riconosce. Operò anche il Verrocchio alcuna cosa in pittura: e fra l’altre una tavola per le Monache di San Domenico in Firenze, ed una pe’ Monaci di San Salvi, nella quale figurò il Battesimo di Cristo. In questa l’ajutò Lionardo da Vinci suo discepolo, allora giovanetto, che vi colorì di sua mano un Angelo così bene, che vistolo Andrea, si conobbe nella pittura tanto inferiore al suo proprio discepolo, che dato bando a’ pennelli, tutto alla statuaria ed al gettò si applicò. Chiamato in ultimo a Venezia, fecevi il Cavallo per la statua di Bartolommeo da Bergamo. Fu quest’opera l’occasione della sua morte, per un mal di petto preso in gettarlo l’anno 1488. e della sua età 56. non ostante ciò si trova scritto nella seconda impressione della storia del Vasari, assolutamente per errore dello Stampatore, cioè del 1388. Il corpo di questo eccellente artefice fu da Lorenzo di Credi, altro suo discepolo amatissimo, condotto a Firenze, e nella Chiesa di S. Ambrogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione fatto seppellire. Fu Andrea il primo a mettere in uso il formar di getto le cose naturali, per poterle poi più facilmente studiare: e messe in pratica il far ritratti de’ defunti, formandogli di gesso, e poi gettandogli: e di quegli fatti a suo tempo se ne veggono fino in oggi moltissimi. Dee molto perciò il mondo a questo artefice; perché mediante tale suo ritrovamento si son conservate l’effigie di molti uomini Santi, ed altri Eroi: e con tale occasione si cominciarono ad esprimere in rilievo di stucchi, ed altra materia, figure quanto il naturale, in sembianza di coloro, che per qualche particolar grazia, ottenuta da Dio per mezzo della Santissima Nunziata di Firenze o altra Sacra Immagine, le offerivano in voto e per memoria della grazia; laddove anticamente usavansi alcune immagini di cera: ed erano in gran parte in Firenze, si può dire, a questo effetto, alcuni particolari mestieri, che per ordinario di altro non s’impacciavano, che di far di cera o ceri o boti, e coloro che gli esercitavano, chiamavansi Cerajuoli, citati dal Berni nel Sonetto. Chi vuol veder quantunque può natura. E dice così: Fugge da’ Cerajuoli, Acciocchè non lo vendin per un boto, Tant’è sottil, leggieri, giallo e voto, Comunche il Buonarroto Dipinge la Quaresima, o la Fame, Dicon, ch’e’ vuol ritrar questo carcame. E non è da tacere, che il primo, che offerì simili voti grandi di stucchi, fu la gloriosa memoria del Magnifico Lorenzo dell’augustissima Casa de’ Medici, che uno alla Santissima Nunziata, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via San Gallo, ed uno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli ne mandò, in testimonio di una segnalata grazia ottenuta, e tutti rappresentanti la propria persona sua.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 176

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Fu Raffaello anche nell’opere di Architettura eccellentissimo; e fra’ molti disegni e modelli, ch’e’ fece per dimolte fabbriche, si annovera quello delle scale Papali e delle logge, cominciate da Bramante, e degli ornamenti di stucchi; e fece dipignere esse logge da Giulio Romano, da Gio. Francesco Penni, da Perin del Vaga, Pellegrin da Modana, Vincenzio da San Gimignano e Polidoro da Caravaggio, facendo capo dell’opera degli stucchi e delle grottesche Giovanni da Udine. Diede il disegno per la Vigna del Papa, di più case in Borgo, e di Santa Maria del Popolo; e con suo modello fu fabbricato, nella città di Firenze, in via di San Gallo, il bel palazzo di Giannozzo Pandolfini Vescovo di Troja. E perché era, mercé della sua virtù, divenuto molto ricco, fece per sé medesimo fabbricare, coll’assistenza di Bramante, in Roma, un bel palazzo in Borgo Nuovo. Pel Monastero di Santa Maria dello Spasimo di Salerno, fece la gran tavola del Cristo portante la Croce, altra volta nominata, la quale ben coperta e incassata, già si conduceva per mare al luogo suo, quando rottasi ad uno scoglio la nave, periti gli uomini e le mercanzie, quella sola si salvò; conciossiacosaché fosse portata nel mare di Genova, e quivi tirata a terra, senz’alcuna macchia o lesione fosse ritrovata: e parve in un certo modo, che’l mare, avvezzo a spogliare la terra de’ suoi più ricchi tesori, non osasse imbrattarsi di furto sì detestabile, col rapire una delle più ricche gioje, che’l mondo avesse. Finalmente dipinse Raffaello, di tutta sua mano, per Giulio Cardinal de’ Medici, che fu poi Clemente VII la stupenda tavola della Trasfigurazione di Cristo, per mandare in Francia, lasciando a finire per l’ultima cosa la faccia del Salvatore. Volle egli in quel Sacro Volto unire insieme ogni sua abilità, e fare, siccome fece, gli ultimi sforzi dell’arte. Non ebbe appena quella finita, che sopraggiunto dall’ultima infermità, non toccò più pennelli; ed invero non poté la mano di Raffaello assuefatta ad esprimere maraviglie, collocare altrove, che in simile oggetto, il non plus ultra delle divine opere sue. Ed io voglio qui raccontare la fine di quest'uomo degnissimo, colle stesse parole appunto, colle quali il Vasari la descrisse; acciocché con tal racconto abbia notizia il lettore di alcune circostanze, che, a mio credere, non pajono da tralasciarsi da noi in questo racconto. Dice egli adunque così: Avendo egli stretta amicizia con Bernardo Divizio, Cardinale di Bibbiena, il Cardinale l’aveva molti anni infestato per dargli moglie; e Raffaello non aveva espressamente ricusato di far la voglia del Cardinale; ma aveva ben trattenuto la cosa, con dire, di volere aspettare, che passassero tre o quattro anni; il qual termine venuto, quando Raffaello non se l’aspettava, gli fu dal Cardinale ricordata la promessa: ed egli vedendosi obbligato, come cortese, non volle mancare della parola sua: e così accettò per donna una nipote di esso Cardinale; e perché sempre fu malissimo contento di questo laccio, andò in modo mettendo tempo in mezzo, che molti mesi passarono, che’l matrimonio non consumò: e ciò faceva egli, non senza onorato proposito; perché avendo tanti anni servita la Corte, ed essendo creditore di Leone di buona somma, gli era stato dato indizio, che alla fine della Sala, che per lui si faceva, in ricompensa delle fatiche e delle virtù sue, il Papa gli avrebbe dato un Cappello rosso, avendo già deliberato di farne un buon numero, e fra essi qualcuno di manco merito, che Raffaello non era: il qual Raffaello attendendo intanto a’ suoi amori, così di nascosto, continuò fuor di modo i piaceri amorosi; onde avvenne, che una volta, fra l’altre, disordinò fuor del solito, perché tornato a casa con una grandissima febbre, fu creduto da’ Medici, che e’ fosse riscaldato; onde non confessando egli il disordine, che aveva fatto, per poca prudenza loro gli cavarono sangue, dimanieraché indebolito si sentiva mancare, laddove egli aveva bisogno di ristoro, perché fece testamento. E prima, come Cristiano, mandò l’amata sua fuor di casa, e le lasciò modo di vivere onestamente. Dopo divise le cose fra’ discepoli suoi, Giulio Romano, il quale sempre amò molto: Gio. Francesco Fiorentino, detto il Fattore; e non so chi Prete da Urbino, suo parente. Ordinò poi, che delle sue facultà in Santa Maria Rotonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove: e un Altare si facesse, con una statua di nostra Donna, di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo dopo la morte sua si elesse; e lasciò ogni suo avere a Giulio Romano e Gio. Francesco Fiorentino, facendo Esecutore del Testamento M. Baldassarri di Pescia, allora Datario del Papa. Poi, confesso e contrito, finì il corso della sua vita, il giorno medesimo che nacque, che fu il Venerdì Santo, d’anni 37, l’anima del quale è da credere, che come di sue virtù ha abbellito il mondo, così abbia di sé medesima adorno il cielo. Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione, che aveva finita pel Cardinal de’ Medici; la quale opera, nel vedere il corpo morto, e quella viva, faceva scoppiar l’anima di dolore a ognuno, che quivi guardava; la qual tavola, per la perdita di Raffaello, fu messa dal Cardinale a San Pietro a Montorio all’Altar maggiore, e fu poi sempre, per la rarità di ogni suo gesto, in gran pregio tenuta. Fu data al corpo suo quell’onorata sepoltura, che tanto nobile spirito aveva meritato, perché non fu nessuno artefice, che dolendosi, non piangesse, e insieme alla sepoltura non l’accompagnasse. Fin qui il Vasari.

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