Nominativo - Maturino

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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M Macchietti, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 175. Maes, Eriest Krynsz, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Maganza, Alessandro, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 207. Maggi, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 151. Maglia, Michele, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso 31. Magnano, Cristofano, dec. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 164. Magnasco, Stefano, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 539. Mainero, Gio. Batista, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533. Malombra, Pietro, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 211. Manetti, Rutilio, decen. 2. della p. I. a c. 92. del sec. 5. Mannozzi, Gio., decen. 2. del sec. 5. a c. I. Vedi Gio. da S. Gio.Mantovano, Gio. Batista, dec. 5. del sec. 4. a c. 333. Vedi Gio. Batista. Marcantonio Raimondi, dec. I. del secolo 4. a c. 187. Vedi Raimondi. Marco di Guccio, decenn. 7. del sec. 2. a c. 80. Mariani, Cammillo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 245. Marinari, Onorio, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 577. al verso 20. Marcellini, Carlo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 522. al verso 6. Marten, dec. 4. del sec. 4. a c. 302. Martini, Francesco, dec. 4. della par. I. del sec. 6. a c. 106. Marucelli, Gio. Stefano, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 122. Masaccio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 70. Mascagni, Fra Arsenio, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 79. Vedi Fra Arsenio.Masolino da Panicale, dec. 10. del secolo 2. a c. 108. Maturino, dec. 3. del sec. 4. a c. 281. Mazzaoli, Giuseppe, dec. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 42. Mecherino, Domenico, dec. I. del secolo 4. a c. 196. Vedi Beccafumi. Meert, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Meyssens, Gio., dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Melissi, Agostino, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 31. Melzo, Francesco, dec. 10. della par. 2. del sec. 3. a c. 157. Memmi, Simone, decen. I. del sec. 2. a c. 3. Memmi, Lippo, dec. 3. del sec. 2. a c. 34. Merano, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 532. Vedi il Paggio. Metelli, Agostino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 286. Michelagnolo delle Battaglie, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Cerquozzi. Michel Agnolo Scultore, dec. 4. del secolo 4. a c. 307. Michele, Parrasio, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 168. Miel, Cav. Gio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 366. Milano, Giulio Cesare, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine. Milone, Altobello, decen. I. del sec. 4. a c. 199. Minnerbroes, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 304. Mino da Siena, decen. 6. del sec. 2. a c. 74. Mireveld, Michel Jansen, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 230. Myten, Atet, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 122. Moccio, dec. 6. del sec. 2. a c. 74. Mochi, Orazio, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 137. Molenaer, Cornelis, dec. 5. del sec. 4. a c. 341. Molosso, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 165. Vedi Trotto. Momo da Siena, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 12. Momper Giuseppe, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 23. Monaco Camaldolese, Don Lorenzo, dec. 8. del sec. 2. a c. 94. Monaco dell'Isole dell'Oro, dec. 8. del sec. 2. a c. 88. Monfoort, Antonis, o Blocklandt, decen. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 150. Monscher, Jaques, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 35. Monsu Giusto, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 167. Vedi Subtermans. Montanari, Gio. Agostino, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419. Montfoort, Pieter Geritsz, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 398. al vers. 36. Montemezzano, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 240. Monti, Gio. Batista, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534. Mostart, Frans, e Gillis fratelli, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 166. Mostart, Jan, dec. 2. del sec. 4. a c. 305. Morandi, Gio. Maria, dec. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 77. al verso 25. Morandini, Francesco di ser Francesco, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 188. Morecls, Pnuxels, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Morenello, Andrea, dec. 2. del sec. 4. a c. 232. Moreno, Fra Lorenzo, dec. 2. del secolo 4. a c. 232. Moretto, Cristofano, dec. I. del sec. 4. a c. 198. in fine. Morigi, Michelagnolo, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 274. Vedi da Caravaggio. Moro, Antonis, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 59. Moroni, Pompeo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. al verso 20. Morosini, detto Montepulciano, Francesco, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 19. Musante, Gio. Luigi, dec. I. della parte I. del sec. 4. a c. 223.

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Originario di Firenze, pittore e architetto. Discepolo di Raffaello da Urbino, nato a Volterra l’anno 1481, morto 1536. Di questo singolarissimo Artefice, onore della città di Siena, e anche possiamo dire di Volterra e di Firenze, scrisse tanto Vasari con sì buone e sicure notizie, che a noi poc’altro riman da notare, se non quanto è necessario per l’assunto nostro, che è di soddisfare all’università dell’istoria, col dare anche di coloro, de’ quali fu da altri scritto, una sommaria informazione. E’ dunque da sapersi, come in quegli antichi, ne’ quali la nostra città era molto travagliata dalle civili discordie, un nobile cittadino di essa, chiamato Antonio Peruzzi, desideroso di quiete, si portò alla città di Volterra, dove fermò sua stanza, e l’anno 1480 si accasò. Di suo matrimonio nacque un figliuolo, che si chiamò Baldassarre, quegli, di cui ora parliamo, e di una figliuola, il cui nome fu Verginia. Occorse poi il caso del Sacco di quella città, a cagion del quale, al misero Antonio fu d’uopo, dopo aver perduto tutto il suo avere, partirsi: ed a Siena, con sua famiglia rifuggirsene, e quivi sua vita menare in gran penuria. Ma perché verissima cosa è, che bene spesso più giovano per una buona e virtuosa educazione de’ piccoli figliuoli, e per isvegliare in essi il desiderio delle virtù, le domestiche scomodità, o vogliamo dire una certa tal quale necessità di quello, che gli agi e la soverchia abbondanza non è solita fare; Baldassarre il fanciullo, che dotato era da natura di un bel genio a cose di disegno, per desiderio di sollevar sé stesso e la casa, diedesi prima alla pratica di persone dell’arte, e poi con tanto fervore agli studj della medesima, che poi poté fare gli altri progressi, che son palesi al mondo. Delle prime opere, che costui condusse in pittura, oltre ad alcune cose in Siena, fu una Cappelletta non lungi dalla Porta Fiorentina, nella nominata città di Volterra. Dipoi se ne andò a Roma, e fatta amicizia con Piero Volterrano, che operava colà per Alessandro VI Sommo Pontefice, si acconciò appresso di lui: poi stette con un ordinario pittore, che fu padre di Maturino, lavorando per esso; e finalmente avendo dato saggio di sé, cominciò ad esservi adoperato. Dipinse in Sant’Onofrio e in Santo Rocco a Ripa; poi fu condotto ad Ostia, dove in compagnia di Cesare da Milano, dipinse nel Mastio della Rocca, a chiaroscuro, storie militari de’ Romani antichi. Tornato a Roma, e incontratosi nel favore e protezione di Agostino Ghigi, poté, con suoi ajuti di costà, trattenersi a maggiori studj dell’arte sua, e particolarmente di cose di architettura, per le quali non gli fu di poco giovamento la concorrenza di Bramante, che in que’ tempi faceva gran figura. Molto ancora si applicò alla prospettiva; onde dipinse poi le belle cose, che si veggono di sua mano in Roma, toccanti tale facoltà: ed inventò le nobili prospettive per le commedie, che si fecero ne’ tempi di Papa Leone, le quali, per fuggir lunghezza, e perché da altri furono raccontate, tralascio. Avendo egli dipinta la facciata della casa di Messer Ulisse da Fano, con istorie di Ulisse, cominciò ad entrare in credito d’uomo singolare nella pittura; né minor gloria gli procacciò il bel modello, che egli fece di sua invenzione del Palazzo di Agostino Ghigi, il quale egli medesimo dipoi adornò al di fuori con istorie di terretta; siccome vi dipinse le prospettive della Sala, e le istorie di Medusa nella loggia in sul giardino: dove alcune cose condusse ancora Fra Bastiano del Piombo, della sua prima maniera; e dove fece anche il gran Raffaello da Urbino la Galatea rapita da i Marini. È di sua mano la facciata, dipinta a prospettive, della casa che fu di Jacopo Strozzi, per andare in Piazza Giudea. Dipinse per Ferrando Ponzetti o Puccetti, poi Cardinale, la Cappella nella Pace, con piccole istorie del Vecchio Testamento, ed alcune figure grandi; e per la medesima Chiesa condusse la bellissima storia di Maria Vergine nostra Signora, che sale al Tempio, e tennesi alla maniera di Giulio Romano e di Raffaello. Coll’occasione, che fu dato il bastone di Santa Chiesa al Duca Giuliano de’ Medici, dovendosi dal Popolo Romano fare il solenne apparato, fu a Baldassarre data incumbenza di fare uno de’ sei gran quadri, alto sette canne, e largo tre e mezzo, in cui rappresentò quando Giulia Tarpea fece il tradimento a’ Romani; e fece la prospettiva per la tanto celebre commedia, che allora fu recitata; ed anche infinite altre architetture e prospettive, le quali tutte cose furono stimate le migliori, che si fossero vedute in quelle feste. Per Francesco Bozzio, vicino alle case degli Altieri, dipinse la facciata con istorie di Cesare, nel fregio della quale ritrasse al vivo tutti i Cardinali allora viventi, e i dodici primi Imperadori. Chiamato a Bologna a fare il modello della facciata di S. Petronio, fu ricevuto nella casa del Conte Giovambatista Bentivogli, nella quale fece modelli, piante e profili bellissimi per quella fabbrica, operando ad oggetto di non rovinare il vecchio, ma di adattarlo con bella grazia alle sue nuove invenzioni. Mentre che egli si trattenne in quella casa, fece pel detto Conte Gio. Battista un maraviglioso disegno a chiaroscuro della Natività di Cristo, e visita de’ Magi, che poi fu da quel Signore fatto mettere in opera in pittura da Girolamo Trevigi; e oggi si conserva l’istesso disegno, come cosa rarissima, in Firenze dagli eredi del Conte Prospero Bentivogli, fra l’altre cose di gran pregio, che possiede quella nobilissima casa in simil genere, come quella che fu sempre amatrice di queste belle arti, siccome di ogni altra virtù. Fece similmente Baldassar Peruzzi, per la Chiesa di San Michele in Bosco, il disegno della Porta; e quello del Duomo di Carpi, nella qual città diede principio all’edificazione della Chiesa di San Niccola: e furono ancora con suo disegno fatte le fortificazioni della città di Siena. In Roma molte bellissime fabbriche furono fatte con suo modello, e molte ancora coll’assistenza di lui ebbero loro fine, che da altri erano state incominciate. Parve che al pari di sua virtù fosse questo artefice accompagnato dalla disgrazia; imperciocché piccioli furono per lui gl’infortunj, che detti abbiamo, a paragone di quei tanti, che gli convenne sostenere dipoi nel rimanente di sua vita. Trovavasi egli tuttavia in Roma l’anno 1527 quando occorse il fiero caso del crudele saccheggiamento; onde al povero Baldassarre, oltre alla prigionia in mano degli Spagnuoli, toccò a sostenere, per opera de’ medesimi, grand’ingiurie e strapazzi. Avendolo poi quegli riconosciuto per pittore e per uomo singolare, gli bisognò per guiderdone de i pessimi trattamenti, far loro il ritratto di Borbone stesso, che poc’anzi a costo della propria vita, scarsa ricompensa della di lui crudele malvagità, aveva fatto tanti danni, e posto in tante lagrime quella sempre gloriosa città. Fatto ch’egli ebbe il ritratto di Borbone, prese la strada per ritorno a Siena, dove, a cagione di nuova invasione, patita in quel viaggio da’ malandrini, o dagli sparsi soldati, giunse finalmente scalzo e ignudo; ma perché egli portava con seco sé stesso, e conseguentemente il gran nome acquistatosi in Roma, e la propria virtù, non gli mancò chi si tenesse a grand’onore di rimetterlo bene in arnese, e provvederlo decentemente in tanta sua calamità. Poi vi fu provvisionato dal pubblico; ma fermati che furono i rumori, e purgati i sospetti, egli se ne tornò a Roma, dove più che mai diedesi agli studj di architettura e delle mattematiche: e cominciò a scrivere un libro delle antichità di Roma, ed un Comento di Vitruvio, facendo luogo per luogo disegni e figure per espressione de’ concetti di quell’Autore. In questo tempo fece il disegno per un Palazzo de’ Massimi, da fabbricarsi in forma ovale, con un vestibolo di colonne doriche nella facciata dinanzi. Venuto finalmente l’anno 1536 e del nostro artefice il cinquantesimoquinto, trovandosi egli aggravato dalle molte fatiche, sopraggiunto da gravissime infermità, fece da quest’all’altra vita passaggio, e nella Chiesa della Rotonda, accompagnato il suo corpo da tutti i professori, fu sepolto presso al luogo, ove già al cadavere del gran Raffaello era stata data sepoltura. La morte di questo uomo singolare fu di estremo dolore agli intendenti, e di danno inestimabile alla città di Roma, a cagione delle grandi opere, particolarmente d’architettura, pubbliche e private, che doveano aver da lui incominciamento e fine: e molto ne patì la Basilica di San Pietro, per la cui terminazione egli era stato destinato da Paolo III in compagnia d’Antonio da San Gallo. Fu Baldassarre Peruzzi gran disegnatore, inventore maraviglioso, e molto imitatore della maniera di Raffaello . Veggonsi i suoi disegni, tocchi d’acquerelli a chiaroscuro con numero grandissimo di figure, e abbigliamenti nobili, nella raccolta della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana. Molti furono i discepoli di Baldassarri nella pittura e architettura, e fra questi un tal Francesco Senese, Virgilio Romano, Antonio del Rozzo, il Riccio, l’uno e l’altro Senesi, e Giovambatista Peloro architetto. Ricevette anche da Baldassarre buoni precetti di architettura, un certo Tommaso Pomarelli, cittadino di Siena, il quale talvolta operò in compagnia di lui: e dicesi, che al tempo di Pandolfo Petrucci, pensando i Senesi di fare un fosso, che doveva giugnere fino al mare, ed i portici della Piazza, ne fossero con invenzione del Petrucci delineate le piante dallo stesso Pomarelli: siccome quelle ancora del primo e secondo ricinto della medesima città. Ancora fu scolare del Peruzzi, Girolamo, detto Momo da Siena, che operò bene in pittura, del quale si videro molte cose in Roma, e particolarmente la Cappella della Trasfigurazione in Araceli, e un quadro sopra la porta della Sagrestia in sulla maniera di Raffaello : ed aveva anche dipinto dietro all’Altar maggiore nella Chiesa di San Gregorio: ed è certo, che se a questo artefice non avesse la morte troppo presto troncato il filo della vita, egli sarebbe pervenuto in quell’arte a gran segno. Cecco Sanese fu pure discepolo del Peruzzi, e fece in Roma l’Arme del Cardinale di Trani in Piazza Navona, ed altre opere.

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Discepoli di Raffaello da Urbino, fiorivano nel 1525. Non mandò mai la Natura al mondo alcun lume di prima grandezza in qualsifosse arte o scienza, che essa non intendesse, per mezzo di quello, partorire altri splendori, in gran numero, per isgombrare da’ secoli presenti e da’ futuri ancora, le caligini dell’ignoranza, e farli godere della luce, che seco portano le operazioni lodevoli degli uomini virtuosi; onde non è maraviglia, che al risplender che fece in Roma, in tutta Italia e fuori, il valore nell’arte della Pittura del gran Raffaello da Urbino, ben presto si vedessero sorgere tanti e così eccellenti artefici, che ben si potea dire avventurato, non solo quel secolo e questo presente, ma altri ancora, a’ quali, per l’avvenire, la spietata tirannia del tempo, non toglierà così presto l’esser partecipi delle singolarissime opere loro. Uno di questi per certo fu il celebratissimo Pulidoro da Caravaggio di Lombardia , che si può dire, che fino dal ventre della madre portasse col genio l’abilità e, stetti per dire, in quest’arte la maestria medesima. Questi, nato di umilissimi parenti, astretto da povertà, fu necessitato ad esercitare fino all’età di diciotto anni il mestiere del manovale, in quel tempo appunto, che in Roma la sempre gloriosa memoria di Leon X faceva fabbricare le Logge. Nel cominciarsi poi quelle a dipignere da Giovanni da Udine e dagli altri, sotto la scorta di Raffaello, il giovanetto forte portato da natura, non poté contener-si di non dar fuori il gran genio, ch’egli aveva a quell’arte; e fatta amicizia con tutti que’ pittori, e più che ogni altro, con Maturino Fiorentino, tanto s’avanzò nell’intelligenza degli ottimi precetti di quella, che in pochi mesi diede di sé stesso non ordinario stupore, e in disegno e in invenzione avanzò tutti gli altri giovani di quella scuola. Era però il colorito, tanto del Caravaggio, quanto dell’inseparabile suo compagno e imitatore Maturino, non tanto vivace ed allegro, quanto quello degli altri loro condiscepoli: alla qual cosa avendo l’uno e l’altro fatta riflessione, e osservato, che Baldassarri da Siena aveva dipinte alcune facciate di case a chiaroscuro, deliberarono (pigliando strada più corta) lasciar le difficultà del colorito, e attenersi con grande studio a tutte l’altre parti della pittura, col rappresentar sempre l’opere loro solamente in chiaroscuri. Fatta questa deliberazione, fecero questi due una così stretta comunione e di volontà e d’opere e d’avere, che se non fosse stato poi il sacco di Roma, non avrebbe avuto forza per dividerla, altri che la stessa morte. La prima opera che facessero, fu una facciata, in essa città di Roma, a Monte Cavallo, rimpetto a San Silvestro, nella quale furono ajutati da Pellegrin da Modana, che era assai avanzato nella pratica, e diede loro grande animo. Un’altra ne fecero rimpetto alla porta del fianco di San Salvatore in Lauro. Dipinse una storia dalla porta del fianco della Minerva, e una facciata a Ripetta sopra Santo Rocco, dove fecero vedere una quantità di mostri marini, lavorati con grande artificio. Dieronsi poi a studiare l’antichità di Roma, che non restò cosa o sana o rotta ch’essa si fosse, che e’ non disegnassero; donde cavarono l’ottima maniera ed invenzione de’ chiaroscuri, che fecero poi, come può ciascuno riconoscere dall’opere medesime. Fecero sulla Piazza di Capranica una facciata colle Virtù Teologali, e un bel fregio sotto le finestre, con altri vaghi componimenti. In Borgo nuovo dipinsero una facciata a sgraffio: un’altra sul canto della Pace; una nella casa degli Spinoli verso Parione; una del trionfo di Cammillo, con un antico sacrificio vicino a Torre di Nona. Verso Sant’Angelo una bellissima facciata con la storia di Perillo, messo nel Toro di bronzo, da sé inventato; fecero in una casa della strada, che va all’immagine di Ponte; un’altra alla Piazza della Dogana, allato a Santo Eustachio, con bellissime battaglie: e in somma tante e tante ne dipinsero, che troppo lungo sarebbe il descriverle. Lavorarono nel giardino di Stefano del Bufalo, storie del Fonte di Parnaso: ed in altre case di nobili persone, fecero infinite pitture di camere, e fregi a fresco e a tempera; tantoché si può dire, in un certo modo, che non rimanesse in Roma casa, vigna, o giardino, dove questi due gran maestri non facessero opere. Occorse intanto lo strano caso del Sacco di Roma l’anno 1527 onde rifuggitosi ognuno, chi qua e chi là, Maturino ancor egli si fuggì, e poco dopo, a cagione, come si crede, de’ gran disagi patiti in quelle comuni miserie, sopraggiunto da morbo pestilenziale, nella stessa città di Roma finì i giorni suoi, ed in Santo Eustachio fu sepolto. Polidoro si portò a Napoli, dove pel poco gusto, ch’ei trovò in quella gente, delle cose di disegno e di pittura, a principio, poco ne mancò, che non si morisse di fame, essendosi fino condotto a lavorare a giornate con certi pittori: pe’ quali fece di sua mano, in Santa Maria della Grazia, nella Cappella maggiore, un San Pietro; e per un Conte dipinse una volta a tempera, una facciata, un cortile e logge, che tutte riuscirono opere meravigliose. In Sant’Angelo, allato alla Pescheria, fece alcuni quadri ed una tavola a olio. Ma vedendo finalmente non esser egli, e la propria virtù in quella città più che tanto ricevuta e stimata, se n’andò a Messina, dove gli fu dato molto da operare a olio, e fece gli archi trionfali, coll’occasione della passata di Carlo V dall’impresa di Tunis, e molte altre pitture. Desiderava egli vivamente di tornarsene a Roma, ritenuto da tal resoluzione solamente da una donna, che egli troppo teneramente amava. Ma in fine prevalendo in lui l’amor di Roma all’amor dell’amata, rotto ogni laccio, deliberò di colà portarsi; ma non già gli riuscì il veder Roma, perché fu sopraggiunto da una morte miserabile, se crediamo a quanto ne scrisse il Vasari con le seguenti parole: Levò dal Banco una buona quantità di danari, ch’egli aveva, e risoluto al tutto si partì. Aveva Pulidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a’ danari di Pulidoro, che a lui; ma per avergli così sul Banco, non poté mai porvi su le mani, e con essi partirsi; per lo che caduto in un pensiero malvagio e crudele, deliberò la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici dargli la morte, e poi partire i danari fra loro. E così sul primo sonno assalitolo, mentre dormiva forte, ajutato da coloro, con una fascia lo strangolò, e poi datogli alcune ferite, lo lasciarono morto: e per mostrar che essi non l’avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo, che o i parenti o altri, in casa l’avessero ammazzato. Diede dunque il garzone buona parte di danari a que’ ribaldi, che sì brutto eccesso avevan commesso, e quindi fattigli partire, la mattina piangendo, andò a casa un Conte, amico del maestro morto; ma per diligenza, che si facesse in cercar molti dì chi avesse cotal tradimento commesso, non venne alcuna cosa alla luce. Ma pure, come Dio volle, avendo la natura e la virtù a sdegno d’esser per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesse non ci aveva, dire, che impossibile era, che altri, che tal garzone l’avesse assassinato. Per lo che il Conte gli fece porre le mani addosso: e alla tortura messolo, senza che altro martirio gli dessero, confessò il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie infocate, per la strada, tormentato, e ultimamente squartato. Ma non per questo tornò la vita a Pulidoro, né alla Pittura si rese quell’ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era più stato al mondo; per lo che, se allora che morì, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta l’invenzione, la grazia e la bravura nelle figure, dell’arte, felicità della natura e della virtù, nel formare in un corpo così nobile spirito, e invidia ed odio crudele di così strana morte nel fato e nella fortuna sua: la quale, sebbene gli tolse la vita, non gli torrà per alcun tempo il nome. Furono fatte l’esequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina, e nella Chiesa Cattedrale datogli sepoltura l’anno 1543. Tale dunque fu l’infelice fine di questi due grandi artefici, i quali, per la gran virtù loro, meritano di rimaner per sempre nella memoria degli uomini. Furono Pulidoro e Maturino bravissimi nell’operare, come ben mostrano le loro pitture: e quantunque Maturino non fosse così efficacemente portato dal genio e dalla natura alle cose dell’arte, quanto Pulidoro; contuttociò, e colla pazienza e col lungo studio, e coll’imitazione dell’opere del compagno, si portò sì bene, che l’uno e l’altro insieme, condussero sempre le cose loro, senza che apparisse fra esse differenza alcuna. Furono i primi, che pel grande studio fatto sopra tutto l’antico, arrivassero ad esprimere eccellentemente gli abiti, le fisionomie, i sacrificj, i vasi, l’armi, ed ogni altro strumento sacro o profano, servendosi di essi con sì esatta osservanza degli antichi costumi, che hanno dato gran gusto, ed anche qualche lume agli eruditi. Il tutto poi si vede accompagnato con invenzione, varietà, nobiltà e disegno tanto eccellente, che già quasi in due secoli trascorsi, non si sono vedute pitture in Roma, che sieno state e sieno tuttavia tanto studiate da ogni nazione, quanto quelle di costoro, che veramente hanno mostrato agli amatori dell’arte, il modo di farsi universali in ogni sorte di lavoro: e ne vanno attorno infinite copie in istampa. Questa loro eccellenza però fu intorno a’ chiaroscuri, bronzi e terretta; perché nel colorito valsero tanto poco, che, quel che si vede in Roma di loro mano, che sono alcune poche cose, non punto gli distingue da ogni altro pittore. Ben è vero, che Pulidoro, nel tempo, ch’ei visse in Messina, ebbe tante occasioni di dipignere a olio figure colorite, che nell’ultimo della vita sua, avendovi già acquistata buona pratica, vi fece opere lodevoli: e fra l’altre fu stimata bellissima e di vago colorito, una tavola di un Cristo portante la Croce, con un gran numero di figure, appropriate alla storia, che fu l’ultima opera, che vi facesse; perché poco dopo egli, per giusto e occulto giudizio d’Iddio, fece l’infelice morte, che sopra abbiamo raccontato.

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