Occorse intanto la terribile mortalità del 1348. dopo la quale non solamente toccò in sorte all’Orcagna di rimaner vivo (cio che a molti uomini famosi per arti, e scienze non riuscì, e fra essi al nostro Gio: Villani scrittore della storia Fiorentina) ma gli fu occasione di rendersi più glorioso ne i secoli avvenire, come più a basso diremo. Molti storici fanno menzione di questa mortalità, e fra questi assai diffusamente Matteo Villani nel principio della sua Cronica; ma ciò non ostante non voglio io lasciare di farne in questo luogo un breve, e stretto racconto, non solamente perché da quella nacque occasione al nostro artefice di fare nella Città di Firenze un’opera di singolar pregio: ma ancora per far con questi miei scritti tuttavia più noto al mondo quanto sia tremendo il braccio della Giustizia di Dio, allora che l’umane scelleratezze son giunte al termine loro prescritto dalla di lui sofferenza.
Negli anni dunque di nostra salute 1346. nelle parti d’Oriente verso il Cataio, e l’India superiore, ed altre addiacenti Provincie a quei mari dell’Oceano si scoperse una pestilenza velenosa, la quale incominciando dallo sputo del sangue, dava ad alcuni di subito la morte, e ad alcuni altri dopo due, o tre giorni, o poco più. Era questo male così contagioso, che in un momento si comunicava agli astanti degl’infermi, ed a quanti altri avessero con loro per breve spazio di tempo trattato; ai più ingrossava notabilmente l’anguinaia; ad altri veniva un tumore sotto alcuno delle braccia, o in altra parte; non fu appena passato un anno, da che aveva tal male avuto suo principio, ch’e’ si dilatò per tutta l’Asia; quindi passato a’ popoli del Mar maggiore, in Sorìa, Turchia, Egitto, e Riviera del Mar rosso. E da Settentrione infettata la Russia, la Grecia, l’Armenia, ed altre vicine Provincie fece grandi stragi. Fu poi mediante le Galere de’ Genovesi, e Catelani, che dal Mar maggiore in quei tempi si partirono per fuggire l’infezione, portata in Italia. Cominciò nella Sicilia, e poi col ritorno delle Galere a Pisa, e Genova infettò quelle Città. Occupò le marine dell’Affrica, e sue coste verso Levante, e le rive del Mar Tirreno; poi le parti di Ponente, la Sardigna, la Corsica, ed altre Isole a queste vicine; stesesi a Mezzogiorno, dove fece maggiori stragi, che in altra parte, finché nel 1348. l’Italia tutta restò presa da simile pestilenza, toltane la Città di Milano, ed alcune di quelle Città, che intorno all’Alpi dividono l’Italia dall’Alemagna, le quali poco furono offese dal male.
Passate le montagne, stesesi in Provenza, Savoia, Delfinato, e Borgogna; per le marine di Marsilia, d’Acqua morta, e per la Catalogna, nell’Isola di Maiolica, Spagna, e Granata; e nell’anno 1349. già aveva occupate le riviere del Mare Oceano, d’Europa, e d’Affrica, Irlanda, Inghilterra, Scozia, ed altre Isole di Ponente, benché in Brabante facesse poca offesa. Nell’anno seguente 1350. percosse gli Alemanni, ed Ungari, la Frisia, Danimarca, i Goti, ed altri popoli da Settentrione. Durava per lo più questo male per ogni luogo cinque mesi.
Fra gl’infedeli occorreva bene spesso, che per timore di questo mortifero veleno, le mogli i mariti, ed i figliuoli i padri tocchi dal male abbandonavano, ciò che alcune volte fra persone poco religiose, ed umane occorse anche in Cristianità; dove all’incontro furono da altre esercitati atti eroici di carità nell’offerir se stessi a perder la propria vita nella cura degl’infetti.