Nominativo - Masolino

Numero occorrenze: 6

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Venuto a Firenze Papa Eugenio IV, per causa del Concilio, in cui fu unita la Chiesa Greca colla Latina, ebbe a fare per esso Pontefice molte belle cose, delle quali fu riccamente ricompensato. Intanto essendo state date gran lodi, in Italia e fuori, alla città di Firenze per la bella opera ch’ella aveva esposto al pubblico della Porta di S. Giovanni, deliberarono quelli della stessa Arte de’ Mercatanti, che e’ gettasse la terza Porta. Questa fu da Lorenzo spartita in dieci quadri, cinque per parte, ne’ quali rappresentò Storie del Vecchio Testamento, la creazione d’Adamo ed Eva, la transgressione del precetto, la cacciata del Paradiso, con altre, che io lascio per brevità, per essere state da altri descritte. Ed in vero, che questo Artefice cresciuto e d’animo e di studj, si mostrò in quest’opera di gran lunga superiore non solo a sé stesso, ma a quanti mai avessero operato per molti secoli fino al suo tempo: e dove le figure della prima Porta, ed anche la statua del S. Gio: Batista dimostravano di ritenere un non so che dell’antico modo d’operare Giottesco, questa riuscì della più maravigliosa maniera, che mai immaginar si possa; onde gli uomini dell’Arte fecero tor via la porta di mezzo, fatta già da Andrea Pisano, ed in suo luogo porre quella di Lorenzo, e quella d’Andrea fecero situare rimpetto alla Misericordia. Le lodi, che furono date a Lorenzo per quest’opera veramente maravigliosa, non si possono rappresentare: basterà solo il dire, che fermatosi un giorno ad osservare queste belle porteMichelagnolo Buonarroti, richiesto del suo parere, ebbe a dire: elle son tanto belle, ch’elle starebbon bene alle porte del Paradiso. Impiegò il Ghiberti in tutte due queste porte lo spazio di 40. anni in circa: e fu ajutato a rinettarle e pulirle da molti allora giovani, che tutti poi fecero grandissima riuscita nell’arte di Pittura e Scultura. Tali furono il Brunellesco, Masolino, che poi sotto lo stesso Gherardo Starnina, stato maestro di Lorenzo, attese alla Pittura, Niccolò Lamberti, Parri Spinelli, Antonio Filareto, Paolo Uccello, e Antonio del Pollajuolo, allora fanciulletto. Circa il luogo, dove furono queste porte lavorate, dice queste parole: Dopo fatta e secca la forma con ogni diligenza in una stanza, che aveva compero dirimpetto a S. Maria Nuova, dove e oggi lo Spedale de’ Tessitori, che si chiama l’Aja, fece una fornace grandissima, la quale mi ricordo aver veduto, e gettò di metallo il detto telajo: fin qui. Ma io mi persuado, che non dispiacerà al Lettore l’avere dello stesso luogo e suoi annessi una più minuta descrizione, che trovo fatta in uno strumento, rogato da Ser Matteo di Domenico Zafferani alli 12. di Maggio 1445. cioè: Domina Maritana, filia olim Taldi Ricchi Taldi, et uxor Michælis Jacobi Vanni Cittadini Setaioli pp. S. Margherite vendidit ven. viro presbitero Andreæ de Simonis, Rectori et Hospitalario Hospitalis S. Marie Nove de Florentia, unam Domum cum volta, terreno, cucina, puteo, salis, cameris, et aliis edificis ad d. domum pertinent. posit. in pp. S. Michælis Vicedominorum in via de Santo Egidio. cui a p. dicta via, a 2. bona dicti Hospitalis, a 3. e 4. hortus et area, ubi fabbricantur Januæ S. Johannis Bapt. de Florentia, pro pretio flor. ducentorum sexaginta auri, quam Domum d. Venditrix asseruit emisse anno 1438. a Domina Piera Vidua filia q. Lapi Francisci Chursi, et uxore olim Bartoli Laurentii Cresci Tintoris, etc. È anche fatta menzione di questo luogo nell’originale strumento di Lodo fra Vettorio e i figli soprammentovato. Quedam Domus, seu apotheca, sive quædam Casolaria cum hortis, curiis, et portichis, et puteo, et sala, et chameris, et habitationibus, et edificiis, ad quæ habetur introitus, et aditus, et exitus in via, et per viam S. Mariæ Novæ de Florentia, sic vulganter denominata per ostium, et anditum ad dictam, et in dicta via respondentem, etc. cui, et quibus bonis prædictis, a primo dicta via, a 2. bona HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, a 3. Societatis S. Zenobii, et seu della Compagnia delle laudi, a 4. bona dicti HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, infra prædictos confines, vel alios si qui forent plures aut veriores, in quibus apotheca, et porticis, et habitationibus, et cippo bonorum predictorum fuerunt, ut vulgo dicitur olim in vita M. d. Laurentii patris dicti Victorii, lavorate le porte di S. Gio: di Firenze. Circa al tempo de i 40. anni, che impiegò il Ghiberti in far il lavoro delle porte, disse bene, che ne diede tal notizia; perché s’è trovato in un libro di Ser Noferi di Ser Paolo Nemi Notajo de’ Signori appo agli eredi del già Stefano Nemi, che in dì 7. di Gennaio 1407. fu concessa licenza a Lorenzo Ghiberti, maestro, ed a Bandino di Stefano, Bartolo di Michele, Antonio di Tommaso, Maso, Cristofano, Cola di Domenico di Gio: e Barnaba di Francesco tutti lavoranti nel lavoro delle porte di S. Gio: di potere andare per Firenze per tutte l’ore della notte, ma però con lume acceso e patente. E mostra l’altro citato strumento, che l’anno 1445. ancora si fabbricavano le porte.

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Discepolo di Lorenzo Ghiberti , nato ... ? ... Ebbe questo Pittore i suoi principj nell’arte da Spinello Spinelli suo padre, che fu discepolo di Jacopo di Casentino: poi condotto a Firenze, donde Luca suo nonno si era partito per causa di discordie civili, dal famoso Lionardo Bruni Aretino, scrittore della Storia Fiorentina, s’accomodò con Lorenzo Ghiberti , ove in compagnia di Masolino da Panicale , e d’altri valorosi giovani di quella scuola, fece gran profitto nel disegno, dando alle sue figure molta sveltezza: e fu il primo, che nel lavorare a fresco, lasciasse di dare sopra la calcina una certa tinta verde, sopra la quale erano stati soliti Giotto , con gli altri antichi pittori, di velare le loro figure con alcune tinte a foggia d’acquerelli, e con rossetti di color di carne, e chiariscuri. Fu buon coloritore a tempera e a fresco, ponendo i chiari e gli scuri a i lor luoghi: e piacendoli molto la maniera che tenne poi il nominato Masolino , quella sempre procurò di seguitare. Dipinse molto in Arezzo sua patria, e particolarmente nel Duomo vecchio: nella Chiesa e Spedale di San Cristofano, nella quale lavorò una cappella a fresco: e in S. Bernardo de’ Monaci di Montuliveto, due cappelle da’ lati della porta principale. Predicando in Arezzo San Bernardino da Siena a istanza del medesimo, e per i Religiosi del suo Ordine fece il modello della Chiesa di Sargiano, e nell’Oratorio delle Grazie presso a detto luogo edificato, ove era una fontana, a cui si facevano molte ribalderie, fatta perciò demolire dal Santo, dipinse una Vergine, che tiene sotto il suo manto il popolo Aretino. Innumerabili altre opere fece in detta città, moltissime delle quali più non si vengono in oggi. Dice il Vasari, che Parri avesse un fratello chiamato Forzore, orafo, che fece la Cassa de’ Santi Martiri Laurentino e Pergentino che si conservano in detta città: ed io ho memoria, tratta da antico Manoscritto della Libreria Strozzi, segnato di numero 285. che detto Forzore aveva un figliuolo, che per l’avolo ebbe nome Spinello, e che dipinse la Sagrestia di San Miniato al Monte presso a Firenze; la qual pittura l’istesso Vasari attribuisce al vecchio Spinello; onde per salvare l’una e l’altra autorità, è d’uopo dire, che ambedue gli Spinelli vi abbiano operato, per essere stati, per la lunga vita del vecchio, coetanei, e insieme professori e maestri di pittura.

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Nato 1387, ? 1455. Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio , il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale , tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino , e poi di Masaccio . Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciboriodi legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciboriod’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito.

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Nacque dunque questo celebratissimo Pittore di un molto onorato uomo, Notajo di professione, la quale in quel tempo era in Firenze molto riputata; onde coloro, che la professavano potevano essere abilitati per la Maggiore a tutti i principali ufizj della città. Il nome di lui fu ser Giovanni di Mone della famiglia de’ Guidi, detti altrimenti dello Scheggia, che traeva sua origine, ed avea sue possessioni nel Castello di San Giovanni nel Valdarno di sopra, Contado di Firenze. Il Vasari, che alcune poche cose scrisse di Masaccio, con evidente sbaglio affermò, che il natale di lui, che Tommaso fu chiamato al Battesimo, seguisse l’anno 1417. ma perché troppo sconcerto resulterebbe da tale asserzione a’ nostri scritti, in ordine all’affermare, chi gli fu maestro nell’arte, e chi da esso immediatamente l’apprese, il lasciar la sentenza del Vasari senza la dovuta correzione; perciò è necessario, che oltre a quanto abbiamo accennato nelle notizie della vita di Masolino di lui maestro, e siamo per dire in quella di Fra Filippo Lippi discepolo, procuriamo ancora con accurato esame d’investigare prima gl’inverisimili e le repugnanze, che insorgono dal detto Vasari, seguitato poi da Francesco Bocchi nel suo libro delle Bellezze di Firenze, e da quanti altri hanno preso da lui: e poi col testimonio indubitato di antiche e fedelissime scritture, venghiamo a dimostrarne il vero. Dice dunque il Vasari, che Masaccio nacque del 1417. il che per più ragioni non è né verisimile né vero. Primieramente ha fatto conoscer la maniera di Fra Filippo Lippi, e vien confermato ancora dal Vasari medesimo, che egli da giovanetto studiasse, e si facesse valente pittore sopra le opere del nostro Masaccio: e si è provato chiarissimamente, che il natale di Fra Filippo fu circa al 1400. e non del 1371. o del 1381. come dalla prima e seconda edizione della storia del medesimo Vasari variatamente si deduce. Come dunque avrebbe potuto Fra Filippo da giovanetto circa al 1417. che è quanto dire di sedici in diciassette anni, avere studiate le opere di Masaccio, se questi a quel tempo non avesse ancora incominciato a vivere al mondo, non che ad operare? Di più, io ho trovato nell’antico Libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, cominciato l’anno 1350. che Tommaso di ser Giovanni da Castel San Giovanni fu descritto in essa Compagnia del 1423. onde, secondo il detto del Vasari, sarebbe egli stato descritto nel numero de’ Pittori in età di sette anni, cosa al certo troppo improbabile: ed in un Libro di Matricole segn. G. esistente nel Magistrato dell’Arte de’ Medici e Speziali di questa città di Firenze, vedesi essersi Masaccio Matricolato come Pittore (costume di que’ tempi, oggi non più usato) con nome di Maso di ser Giovanni di Simone a’ 7. di Gennaio 1421. che sono appunto quattro anni dopo a quel tempo, che il Vasari assegna alla nascita del medesimo; quando egli allora, come si dimostrerà, era in età di diciannove anni. Ma per venire alle dimostrazioni della verità di questo fatto, è da sapersi, come nel Libro dell’Estimo di Camera Fiscale del 1427. Quartiere S. Croce, Piviere di Cavriglia, Comune di Castel San Giovanni di Valdarno di sopra, fra gli abitanti in Firenze, esso Tommaso diede sua portata, e disse di essere in età di anni venticinque, e Giovanni suo fratello di anni venti. Sicché fu il natale del nostro Tommaso l’anno 1402. e non il 1417. come il Vasari affermò.

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Ma tempo è ormai di venire ad altri particolari della vita di lui. Le molte e bellissime opere, che fece questo, in quei tempi singolarissimo artefice, in un corso non più che di quarant’uno anno di vita: ed il vedersi approvato alla Matricola in età di diciannove anni, fanno credere, che egli fin dalla puerizia si esercitasse nell’arte: il che fu sotto la disciplina di Masolino da Panicale, nel tempo che il medesimo con sua grandissima lode dipigneva la Volta e Cappella de’ Brancacci nel Carmine: ed in quel tempo appunto, che la Scultura, per le mani de’ tre valentissimi giovani Donatello, Filippo Brunelleschi, e Lorenzo Ghiberti Fiorentini, e con essa l’Architettura aveva cominciato a ridursi all’antica buona maniera. Procurava Tommaso, nel tempo che egli studiava l’arte sotto Masolino, d’imitar tuttavia il buon modo, che que’ maestri nell’opere loro di scultura tenevano; onde coll’ottimo gusto, che egli ebbe sempre nel disegno e nel colorire, non fu maraviglia, che egli conducesse ad egual perfezione l’arte della Pittura, che sempre fu inseparabile compagna della Scultura, e camminasse con essa di un medesimo passo. I soli disegni, che ne’ miei tempi, cioè dopo un corso di 250. anni in circa, da che mancò quest’artefice, si son veduti di sua mano in Firenze, senza la quantità, che in tanto tempo se ne può esser perduta, son tanti in numero, che ben fanno conoscere quali e quanti fossero gli studj di Tommaso nell’arte sua, alla quale s’applicò così fervorosamente, che non volle mai dar luogo ad altro pensiero, trascurando sé stesso, ed ogni cosa, stetti per dire, all’umana conversazione necessaria; tantoché quantunque e’ fosse dotato di un’ottima natura, senz’alcun vizio, e come dir si suole, la bontà stessa; contuttociò dal viver che e’ faceva tanto astratto da tutte quelle cure, che all’arte non appartenevano, rendendo ancora talvolta infruttuose le proprie fatiche, per non perdere il tempo a riscuotere le sue mercedi, fu, in luogo di Tommaso, che era il suo vero nome, chiamato Masaccio. Il suo principale intento nell’operare fu il dare alle figure sue una gran vivacità e prontezza, se fosse stato possibile, né più né meno, quanto che se vere state fossero. Procurò più di ogni altro maestro stato avanti a lui, di far gl’ignudi in iscorti molto difficili, e particolarmente il posare de’ piedi veduti in faccia, e delle braccia e gambe: e cercando tuttavia nell’operar suo delle maggiori difficultà, acquistò quella gran pratica e facilità, che si vede nelle sue pitture, particolarmente ne’ panni, con un colorito sì bello, e con sì buon rilievo, che è stata in ogni tempo opinione degli ottimi artefici, che alcune opere sue, e per colorito e per disegno, possano stare al paragone con ogni disegno e colorito moderno. Così bella e nuova maniera di dipignere fece sì, che in un subito moltissime opere gli furono date a fare in Firenze, gran parte delle quali oggi più non si vede: e fra queste ebbe a dipignere per la Chiesa di Santo Ambrogio una tavola a tempera, in cui figurò una Vergine in grembo a Sant’Anna. Volle egli divenire eccellente in tutte quelle facoltadi, che all’arte della pittura appartengono, una delle quali, e delle più necessarie, non v’ha dubbio alcuno essere la Prospettiva. In questa fece egli grandissimi studj, avendone avuto per maestro il gran Filippo Brunelleschi, Architetto della Cupola di Firenze: e fattosi molto pratico, colorì per la stessa Chiesa di Santo Ambrogio una bella tavola di Maria Vergine Annunziata, nella quale finse un casamento pieno di colonne, che fu stimata in quel tempo opera di tutta maraviglia. Per la Chiesa di Santa Maria Maggiore fece una tavola di Maria Vergine, Santa Caterina, e San Giuliano, e nella predella alcune figure piccole, che rappresentavano storie de’ medesimi Santi, e nel mezzo la Natività di Gesù Cristo. Il Cavaliere Alessandro della nobil famiglia de’ Valori, ha in casa di sua mano un piccolo quadro, dove a tempera è figurato il parto di una Santa, che in vero, per esser dopo tanto tempo così ben conservato, è cosa molto degna da vedersi. Di questo quadretto fa menzione ancora Francesco Bocchi nel suo Libro delle Bellezze di Firenze. Dipinse a fresco nella Badia un S. Ivo della Brettagna minore, Vescovo di Sciartres, con molte figure, state poi disfatte a cagione della nuova fabbrica; siccome altre ancora, che fece nella Chiesa di Santa Maria Novella. Colorì per la Chiesa del Carmine di Pisa un’altra tavola colla Vergine e Gesù, ed alcuni Angeletti, che suonano: uno de’ quali sonando un liuto, porge l’occhio con vivacità ed espressione maravigliosa, quasi gustando dell’armonia di quello strumento. Vi rappresentò i Santi Pietro, Giovambatista, Giuliano, e Niccolò, e nella predella storie della vita de’ medesimi: e nel mezzo della tavola fece vedere la storia della Visita de’ tre Magi, dove fece alcuni cavalli vivissimi, ed i Cortigiani di que’ Re vestiti d’abiti belli e di varia invenzione: sopra il finimento della medesima figurò in più quadri intorno ad un Crocifisso diversi Santi.

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

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