Nominativo - Masaccio

Numero occorrenze: 20

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

Pagina 25

Vedi

1677 CONTE CARLO CESARE MALVASIA, ragionando di Franco Bolognese, Franco, del quale non posso che parlare con un poco più di rispetto, come quello che venne giudicato a quei tempi uguale ad ogn’altro, anche all’istesso GIOTTO etc. Di questa egualità però non porta egli autorità d’alcuno Scrittore. 1677 Il medesimo MALVASIA, nella vita del Francia bolognese, che fiorì nel 1490. cioè anni 190. doppo Giotto a 39. così dice. Si come allo spuntar del sole, che co’ dorati raggi il rinassente giorno dipigne, si ascondono mortificate le Stelle; così all’apparire de’ nuovi colori, che per l’illustre mano del Francia in Bologna, e di Pietro in Perugia, l’Italico Cielo cotanto abbellirono, tacquero vergognosi i più rinomati pennelli de’ passati Vitali, de’ Dalmasij, e d’ogni altro non solo fu fermato il grido, ma dello stesso GIOTTO i tanto celebrati seguaci, a questi due astri di prima grandezza, anzi Luminari maggiori, furon forzati cedere i loro antichi splendori. Con che dice egli più a favor di Giotto, di quello che si desidera, perché par ch’e’ voglia inferire, che fino a quel tempo in che fioriva il Francia, cioè dugento anni durasse a vivere la maniera di Giotto (al quale e a’ di lui seguaci, con tali parole egli dà il primo luogo d’eccellenza) mentre sappiamo che la maniera di questi tali cominciò ad essere abbandonata fino a ottanta anni in circa, innanzi a quel tempo, e migliorata tanto l’Arte per le mani del celebratissimo Masaccio Fiorentino.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 101

Vedi

Vi colorì ancora il Deposito di finto marmo per lo Cardinale Corsini, primo Arcivescovo della nostra Città, che sopra vi si vede dipinto al naturale; e quello ancora non lungi da questo per Fra Luigi Marsilj Agostiniano, famoso Teologo. E fu gloria singolare di Lorenzo di Bicci l’essere stato il primo, che in quella nobilissima Chiesa facesse vedere sue pitture. Portatosi ad Arezzo, dipinse per i Monaci Olivetani storie di san Bernardo nella maggior Cappella di lor Chiesa, e già accingevasi a dipignere il Chiostro con istorie della vita di san Bernardo, quando sopraggiunto da grave infermità gli convenne tornare a Firenze, lasciando che Marco da Montepulciano suo discepolo la dipignesse in cambio suo, siccome fece male, e goffamente. Tornato ch’egli fu alla primiera salute, dipinse in patria la storia di Maria Vergine Assunta, che pure oggi vediamo benissimo conservata nella sopradetta facciata del Convento di santa Croce, e con questa, che fu al certo la miglior opera, che partorisse il suo pennello, *benché egli fosse già decrepito, e non di 60. anni in circa, come affermò il Vasari*, diede fine alle sue opere, ed al suo vivere circa l’anno di nostra salute 1450. dopo aver insegnata l’ arte a due suoi figliuoli, cioè Bicci, e Neri, de’ quali a suo luogo ragioneremo. Devesi a questo artefice non poca lode per lo grande operare, ch’ei fece, e per essere anche stato sempre simile a sé stesso negli ottimi precetti dell’arte, per quanto però poteva estendersi il modo di fare Giottesco, il quale, siccome da principio fu preso da lui, e migliorato alquanto in disegno, arie di teste, ed in una certa maggioranza di maniera, fu anche sempre mantenuto; in questo però dell’aver sempre voluto tener forte quella maniera non fu lodevole, perché già negli ultimi tempi di lui avendo veduto la nostra Città il miglioramento, che faceva l’arte del dipignere, mediante le nobili fatiche di Masaccio, e de’ suoi imitatori, aveva fatte in ogni sua parte, averebbe potuto ancora esso migliorare la sua maniera; e pure essendo lungamente vissuto fra i maestri di quei due secoli del 1300. e 1400. volle rimanere l’ultimo, che essa maniera Giottesca praticasse, e più tosto restare fra di loro in minore stima, che abbandonarla giammai; dal che ad evidenza si riconosce quanto difficil cosa sia, anche agli uomini assennati, l’emendare in vecchiaia quegli errori, che in un ben lungo corso di vita si presero a praticare, e Quæ pueri didicere, senes perdenda fateri.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 102

Vedi

Discepolo d’Antonio Veneziano, nato 1354. ? 1403. Questo artefice, il quale io trovo essere stato descritto fra gli uomini della Compagnia de’ Pittori dell’anno 1387. con nome di Gherardo Starna. Dipinse in Firenze nella Chiesa di santa Croce la Cappella de’ Castellani con storie di sant’Antonio Abate, e di san Niccolò Vescovo. Andatosene poi in Ispagna, fece molte opere per la Maestà di quel Rè, d’onde tornato alla patria, dipinse nel Carmine la Cappella di san Girolamo con bella invenzione; vedesi in questa fra gli altri il santo vicino a morte lasciar memorie a’ suoi discepoli, altri in atto di ascoltarle, altri di scriverle con gran vivezza, e spirito. Vedesi ancora di mano di quest’artefice fino al presente in Firenze nella facciata del Palazzo di parte Guelfa, oggi detto il Magistrato della Parte, un san Dionigi Vescovo con due Angeli, e sotto di quello è ritratta la Città di Pisa. Ebbe ne’ suoi tempi per tutta Italia fama di gran pittore, ed in vero che Gherardo è stato un degno stipite della pittura, essendo che da esso derivasse Masolino da Panicale, e da lui Masaccio, ed altri maestri, che poi non solo condussero l’arte a gran perfezione, con gettare i primi fondamenti della bella maniera moderna, ma la dilatarono tanto, mediante i loro discepoli, ch’ella ha poi riempiuto tutto il mondo. Passò da questa all’altra vita lo Starnina, che così lo chiama il Vasari, seguendo l’uso Fiorentino d’usare diminutivi de’ nomi proprj, o soprannomi, come credo io che fosse quello di Starna dell’anno 1403. ed è probabile, che lasciasse buone facultà, giacché io trovo ad un Libro delle prestanze dell’anno 1634. in Camera Fiscale, che i figliuoli, ed eredi di Gherardo di Iacopo dipintore, e Mona Zanobia lor madre furon prestanziati in Fior. 3. e sol. 10. somma assai ragionevole in quei tempi.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina XIV

Vedi

M Macchietti, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 175. Maes, Eriest Krynsz, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Maganza, Alessandro, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 207. Maggi, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 151. Maglia, Michele, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso 31. Magnano, Cristofano, dec. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 164. Magnasco, Stefano, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 539. Mainero, Gio. Batista, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533. Malombra, Pietro, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 211. Manetti, Rutilio, decen. 2. della p. I. a c. 92. del sec. 5. Mannozzi, Gio., decen. 2. del sec. 5. a c. I. Vedi Gio. da S. Gio.Mantovano, Gio. Batista, dec. 5. del sec. 4. a c. 333. Vedi Gio. Batista. Marcantonio Raimondi, dec. I. del secolo 4. a c. 187. Vedi Raimondi. Marco di Guccio, decenn. 7. del sec. 2. a c. 80. Mariani, Cammillo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 245. Marinari, Onorio, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 577. al verso 20. Marcellini, Carlo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 522. al verso 6. Marten, dec. 4. del sec. 4. a c. 302. Martini, Francesco, dec. 4. della par. I. del sec. 6. a c. 106. Marucelli, Gio. Stefano, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 122. Masaccio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 70. Mascagni, Fra Arsenio, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 79. Vedi Fra Arsenio.Masolino da Panicale, dec. 10. del secolo 2. a c. 108. Maturino, dec. 3. del sec. 4. a c. 281. Mazzaoli, Giuseppe, dec. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 42. Mecherino, Domenico, dec. I. del secolo 4. a c. 196. Vedi Beccafumi. Meert, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Meyssens, Gio., dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Melissi, Agostino, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 31. Melzo, Francesco, dec. 10. della par. 2. del sec. 3. a c. 157. Memmi, Simone, decen. I. del sec. 2. a c. 3. Memmi, Lippo, dec. 3. del sec. 2. a c. 34. Merano, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 532. Vedi il Paggio. Metelli, Agostino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 286. Michelagnolo delle Battaglie, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Cerquozzi. Michel Agnolo Scultore, dec. 4. del secolo 4. a c. 307. Michele, Parrasio, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 168. Miel, Cav. Gio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 366. Milano, Giulio Cesare, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine. Milone, Altobello, decen. I. del sec. 4. a c. 199. Minnerbroes, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 304. Mino da Siena, decen. 6. del sec. 2. a c. 74. Mireveld, Michel Jansen, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 230. Myten, Atet, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 122. Moccio, dec. 6. del sec. 2. a c. 74. Mochi, Orazio, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 137. Molenaer, Cornelis, dec. 5. del sec. 4. a c. 341. Molosso, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 165. Vedi Trotto. Momo da Siena, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 12. Momper Giuseppe, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 23. Monaco Camaldolese, Don Lorenzo, dec. 8. del sec. 2. a c. 94. Monaco dell'Isole dell'Oro, dec. 8. del sec. 2. a c. 88. Monfoort, Antonis, o Blocklandt, decen. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 150. Monscher, Jaques, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 35. Monsu Giusto, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 167. Vedi Subtermans. Montanari, Gio. Agostino, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419. Montfoort, Pieter Geritsz, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 398. al vers. 36. Montemezzano, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 240. Monti, Gio. Batista, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534. Mostart, Frans, e Gillis fratelli, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 166. Mostart, Jan, dec. 2. del sec. 4. a c. 305. Morandi, Gio. Maria, dec. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 77. al verso 25. Morandini, Francesco di ser Francesco, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 188. Morecls, Pnuxels, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Morenello, Andrea, dec. 2. del sec. 4. a c. 232. Moreno, Fra Lorenzo, dec. 2. del secolo 4. a c. 232. Moretto, Cristofano, dec. I. del sec. 4. a c. 198. in fine. Morigi, Michelagnolo, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 274. Vedi da Caravaggio. Moro, Antonis, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 59. Moroni, Pompeo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. al verso 20. Morosini, detto Montepulciano, Francesco, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 19. Musante, Gio. Luigi, dec. I. della parte I. del sec. 4. a c. 223.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 2

Vedi

Nato nel 1378. ? circa il 1455. Dovendo io ora parlare di Lorenzo Ghiberti, uno de’ più singulari artefici, che sorgessero al Mondo fino in que’ primi tempi, ne’ quali la città di Firenze, mediante il valore del celebre Masaccio, cominciò a dare i primi saggi dell’ottima maniera del disegnare e colorire, che poi nella medesima città e altrove fece sì gran progressi: e considerando, che il Vasari, il quale di questo eccellente maestro tessé un lungo racconto, non solo sbagliò in molte cose, dicendone una per un’altra; ma ancora, forse ingannato da chi gli diede notizie, molte ne portò, che’l tempo e l’antiche scritture hanno fatto scoprire non vere; io mi farò lecito in questo luogo (oltre a quanto appartiene al mio assunto, che è di parlar degli artefici e dell’opere loro) l’andar discoprendo gli equivochi del nominato Autore, particolarmente in quella parte, che s’aspetta alla nobiltà della famiglia di Lorenzo, suo proseguimento e durata fino a’ nostri tempi: cose tutte, che dal Vasari non sono state dette senza gravi errori; e pure sono il più bel pregio, che accompagnar possa un uomo di gran virtù, come fu il nostro Lorenzo.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 44

Vedi

Nato 1387, ? 1455. Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio , il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale , tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino , e poi di Masaccio . Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciboriodi legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciboriod’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 71

Vedi

Discepolo di Masolino da Panicale , nato 1402. ? 1443. Narrazione degl’infortuni accaduti alla Pittura, Scultura e Architettura, da quel tempo, nel quale queste arti, appresso i Toscani e Romani, erano giunte al sommo di lor perfezione, fino alla loro quasi totale distruzione e rovina; colle notizie di Maso di Ser Giovanni da Castel San Giovanni di Valdarno in Toscana, detto Masaccio , discepolo di Masolino da Panicale , il primo, che tolta via la maniera di Cimabue e di Giotto , scoprisse il buon modo di operare in Disegno e in Pittura. Quanto di venerazione e di lode si era appresso di tutte le nazioni guadagnata la Grecia, pe’ tanti sì grandi uomini, che nelle belle arti e nelle scienze tutte aveva fatto vedere ne’ suoi famosi Atenei; altrettanto riportò di biasimo, e poco meno ch’io non dissi d’infamia, pel numerosissimo gregge degl’infiniti Poeti, che ella al mondo produsse. Tutta quella gloria, che per mezzo o delle Filosofiche speculazioni o delle dimostrazioni Matematiche si erano acquistate e le Stoe ed i Licei, restò ben tosto sepolta in que’ chimerici vaneggiamenti, che sopra di Cirra e di Pindo sognossi la Poesia, in modo tale, che mercé delle favole da lei inventate, perduta ella appresso gli uomini la reputazione, andò poi in comunal proverbio, con gran discredito di essa, come vana e bugiarda, la Greca fede. Ma se strane furono in ogni tempo di quei poeti le fantasie, stranissima in vero fu quella, quando con mal pensato ardimento congiunsero in una medesima Deità le lettere e l’armi, cioè a dire, unirono in Pallade, Dea della Sapienza e delle buone arti, anche gli strepiti ed i furori della guerra: accoppiamento, per certo così stravagante, che in comparazione di esso riuscirono verità irrefragabili i rinomati mostri de’ Fauni e de’ Centauri; imperciocché, se con ingegnoso avvedimento avevan dimostrato esser’ ella stata prodotta dalla mente feconda di Giove, e perciò come nume tutelare delle scienze tutte l’avevano adorata: se con ghirlanda d’ulivo le avevan coronata la fronte, perché di quel buon frutto ell’avesse appreso agli uomini l’uso; se d’Operaria le avevan dato il nome, perché non solo il filare e’l tessere, ma le buone arti tutte avesse o inventate o ridotte a perfezione; perché poi con elmo di bronzo coprirle la fronte? con giaco triplicato vestirle il petto? e con lancia formidabile armarle la mano? E come a divina presidente della guerra offerirle e voti e vittime per la vittoria? E come poteva introdurre fra gli uomini le buone arti, chi tra essi accendeva la guerra? Come mostrarsi amica delle scienze, quella, che delle armi, giurate nemiche delle lettere, era così parziale? quasiché l’esperienza non facesse giornalmente provare, che le arti e le scienze fiorirono sempre, ove non regnaron le armi: quivi trovano il loro esterminio, dove hanno principio le guerre. Onde ebbe ragione il Padre della Romana eloquenza, che i danni e le rovine, dall’armi alle buone arti cagionate, ottimamente comprendeva, ben’ ebbe ragione, dico, a concepir con giusto sdegno quel sentimento. Che meritava di esser levato dal numero degli uomini, e scacciato da’ confini dell’umana natura quel tale, che inimico del pubblico bene, avesse avuto ardire di bramare la guerra. Che se non fosse alieno dalla materia da me intrapresa, ed anche superiore alle mie forze, potrei io qui largamente narrare, quanti deplorabili naufragj nelle tempeste dell’armi abbian patiti ne’ secoli trascorsi e le lettere e le buone arti. Ma giacché fu mia intenzione, fin dal principio di quest’opera, di far vedere al mondo e l’occaso e’l rinascimento di una, la più vaga e la più bella di tutte le arti, dico della Pittura; mi sia concesso, che in parlando di quest’artefice, dico di Masaccio , primo ritrovatore della buona maniera, io non mi fermi in quelle cose dir solamente, che a’ fatti di esso appartengono; ma vada insiememente, anzi prima di ogni altra cosa dimostrando le proprie cagioni, onde arte sì bella, dopo di essere ascesa al colmo di sua perfezione, restasse fin negli antichi tempi così miseramente sommersa; onde ella, non che di bella, non che di dilettevole, ma anche di pittura perdesse il nome, e in tale infelicità per molti secoli si mantenesse; che però, appena poterono poi Cimabue e Giotto richiamarla alla vita: e quindi mi porti a far vedere, che al nostro Masaccio toccò la gloria di averla incamminata per quella via, per cui ella potesse dipoi in pochi lustri la sua antica bellezza ricuperare.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 77

Vedi

Questi poi, per disgusti ricevuti da Sofia, la moglie di Giustino minore Imperadore, chiamò in Italia, fino dalla bassa Germania, e dal paese posto fra il fiume Odera, e il fiume Elba, altre barbare nazioni, sopra i nomi delle quali discordano fra di loro gli scrittori, e che poi giunti in Italia si chiamarono Longobardi: e fu questo quell’infelice tempo, nel quale, per quanto gravissimi autori lasciarono scritto, si viddono nell’aria quegli eserciti di armati, quelle taglienti spade e lance, che dalle parti Aquilonari, verso le parti nostre a tutto volo correvano. Sotto la crudeltà di queste fiere, fu luogo alla misera Italia di ripensar con gusto piuttosto, che di ricordarsi con orrore, delle crudeltà sofferte per un corso di settantasette anni dalla barbarie de’ Goti, dalla quale pure sedici anni avanti si era sottratta; poiché spogliati i campi delle biade, e de’ frutti, smantellate le città, atterrate le fortezze, abbruciate le chiese e i monasterj, e uccisa ogni gente, fu per ogni parte fatto correre l’umano sangue. Essendo poi Alboino, il quarto anno del suo Regno in Italia, per opera della moglie, stato scannato: e Cleso suo successore, pure anch’esso stato ucciso col ferro da un servo; e creati poi da’ Longobardi, in luogo di Re, diversi Duchi; e tornati a creare nuovi Re, senza però deporre la nativa insolenza e barbarie verso la misera Italia; era già arrivata la cosa a tal segno, che quei pochi Italiani, a cui fu possibile il farlo, si erano quasi tutti rifuggiti nell’Elba, ed altri luoghi e isole de’ vicini mari, con che provarono il loro ultimo esterminio le buone arti, ed insieme coloro (se pure alcuno ve n’era rimaso) che quelle professar potessero: ed in ogni parte, in cambio di esse, ebbe luogo la crudeltà, la tirannide, ed ogni altro malvagio costume. Spenti dunque in tutto e per tutto gli artefici, restava solo, che perissero quasi tutte le pochissime opere loro, alle quali aveva perdonato il fuoco; quando non erano appena passati cento anni, da che l’infelice Roma aveva sofferte l’insolenze de’ Goti, e poi dell’altra barbara gente, che venne Costanzio, o vogliamo dire Costante II. Imperadore di Costantinopoli. Questi spogliò Roma di tutto quel poco di buono e di bello, che in materia di pitture, sculture e bassirilievi a caso era rimaso sopra terra, avanzato a tanti mali e rovine: e tutto portò in Sicilia: e perché l’Italia perdesse ogni speranza di più rivederle, furono esse, insieme con quante se ne trovavano allora in quell’Isola, da un esercito di Saracini rapite, ed in Alessandria traportate; dimanieraché, tolto via ogni vestigio di buon fare, incominciarono quegli Scultori, che vennero dipoi, a fare quelle brutte e sproporzionate figure, o come volgarmente si dice, fantocci, di che per l’Italia tutta, e fuori, son pieni tanti edificj e sepolcri di quei tempi: e gli Architetti seguendo l’uso e’l gusto della loro barbara nazione, continuarono a fabbricare con ordine Gotico, come mostrano, fra l’altre infinite, la Chiesa di San Martino, di San Giovanni, e di San Vitale in Ravenna, ed altre fabbriche in Francia e in tutta l’Europa, fatte poco avanti o dopo a quei tempi. L’Architettura però una volta, fra tante tenebre, diede segno di qualche miglioramento, cosa, che la Pittura e la Scultura non fece: e questo a cagione della facilità, che è assai maggiore nell’imitare colla misura le colonne, i capitelli e le cornici dell’antichissima buona maniera, purché l’artefice abbia buon gusto, di quella; che sia nell’imitar le buone statue, che pure, come si è detto, già eran quasi del tutto o perdute o sepolte, cosa, che agli edificj, tuttoché disfatti e guasti fossero, non era addivenuto, che però fra gli anni di Cristo 770. e 800. in circa, secondo quello, che ne lasciò scritto il nostro diligentissirno ed eruditissimo in ogni sorta di antichità, Don Vincenzio Borghini, fu fabbricata in Firenze la Chiesa de’ Santi Apostoli: e fuori di essa città, nel colle presso alle mura, fu riedificata da’ fondamenti nel 1010. la Chiesa di San Miniato al Monte: nell’una e nell’altra delle quali vedesi essere stata imitata la buona maniera dell’antichissimo Tempio di S. Giovambatista di Firenze. Questo miglioramento si vede però poche volte, ed in pochissime fabbriche, e per ordinario sempre si tenne quel barbaro modo. Ma qual guerra più perniciosa provarono le belle arti della Pittura e Scultura, poco avanti, e fino a questi tempi, a cagione della barbara impietà di Leone Isaurico e di altri Iconomachi Imperadori a lui succeduti, i quali, oltre all’avere abbruciate tutte le sacre immagini in Costantinopoli, perseguitarono a morte gli artefici, e tanti ne fecero morire, che finalmente si erano queste arti quasi da per tutto fuggitivamente ridotte nelle mani di alcuni Monaci; onde passati alcuni pochi secoli, già si era giunto al termine di non trovarsi altre pitture, che quelle, che si facevano per mano di un miserabile avanzo di pochi maestri Greci, e di alcuni di loro imitatori, che essa pittura ed il musaico usarono in Italia, con quella brutta e cattiva maniera, che altrove si è accennata, e tale in somma, che pare, che si possa dire, in un certo modo, che altro non avessero in sé quelle pitture, che un crudo dintorno, ripieno di un sol colore. Non è ancora indegno di reflessione, ciocché alla povera Pittura, Scultura e Architettura, in tutti i tempi soprannominati accadde: prima a cagione della pietà e zelo della Santa e vera Religione Cristiana, nella total destruzione e rovina de’ molti templi e simulacri de’ falsi Dei, dove essa Religione in tempo fu portata: e poi dall’infame Setta di Maometto, la quale, siccome ha pel miglior pregio dell’esser suo, l’ignoranza e disprezzo di ogni buona facoltà; così fu a queste belle arti, in ogni luogo, che essa tirannicamente occupò, di un totale esterminio. Per ultimo fu loro di non ordinario danno la malvagità di un uomo, quanto abbondante di forze e di ardire, altrettanto sfornito di fede e di umanità, o vogliamo dire un mostro de’ più crudeli, che mai si portasse a’ danni della povera Italia. Questi fu l’empio Federigo Barbarossa, il quale co’ suoi pessimi ufizj, fomentate prima intrigate discordie e crudelissime guerre fra le due Repubbliche di Genova e Venezia, fra Ferrara e Bologna, mossi attentati fra’ Guelfi e Ghibellini; finalmente con gran numero di Tedeschi e di Barbari, che a’ danni della Chiesa avea condotti, pose tutto in rivolta e confusione. Ne’ termini dunque soprannarrati, e con pochissimo, e quasi insensibile miglioramento, si trattennero le condizioni di queste arti fino al 1260. nel qual tempo essendo comparse alla luce, sopra quelle di ogni altro pittore de’ suoi tempi, e della nostra città, le opere di Cimabue, e dipoi quelle del famosissimo Giotto di lui discepolo: e scopertosi da essi alcun modo, onde potesse migliorarsi il disegno, cominciò ella a rivivere, come a suo luogo abbiamo mostrato. Ma finalmente non poterono questi artefici con ogni loro industria altro operare, che farla di morta viva: e conciossiacosaché meno godibile si renda la vita, ogni qual volta ella manchi di quelle aggiunte, che la rendono anche gioconda (tali sono vivacità di spiriti, sanità robusta, ed altre a queste simiglianti cose) è necessario il confessare, che non poteva la pittura, benché fatta viva dalle mani di que’ maestri, far gran pompa di sé stessa, perché molto le mancava di disegno, di colorito, di morbidezza, di scorti, di movenze, di attitudini, di rilievo e di altre finezze e vivacità, onde ella potesse in tutto e per tutto assomigliarsi al vero; che però dovrà sempre vivere al mondo il nome di Masaccio, di cui ora siamo per parlare, il quale co’ suoi profondissimi studi, tali difficultà scoperse, ed in gran parte anche superò: e così bene aperse la strada a quanti dopo di lui operarono, che non era ancora passato un secolo da che egli finì di vivere, che già quest’arte nobilissima, si vide esser giunta al colmo di sua perfezione.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 78

Vedi

Nacque dunque questo celebratissimo Pittore di un molto onorato uomo, Notajo di professione, la quale in quel tempo era in Firenze molto riputata; onde coloro, che la professavano potevano essere abilitati per la Maggiore a tutti i principali ufizj della città. Il nome di lui fu ser Giovanni di Mone della famiglia de’ Guidi, detti altrimenti dello Scheggia, che traeva sua origine, ed avea sue possessioni nel Castello di San Giovanni nel Valdarno di sopra, Contado di Firenze. Il Vasari, che alcune poche cose scrisse di Masaccio, con evidente sbaglio affermò, che il natale di lui, che Tommaso fu chiamato al Battesimo, seguisse l’anno 1417. ma perché troppo sconcerto resulterebbe da tale asserzione a’ nostri scritti, in ordine all’affermare, chi gli fu maestro nell’arte, e chi da esso immediatamente l’apprese, il lasciar la sentenza del Vasari senza la dovuta correzione; perciò è necessario, che oltre a quanto abbiamo accennato nelle notizie della vita di Masolino di lui maestro, e siamo per dire in quella di Fra Filippo Lippi discepolo, procuriamo ancora con accurato esame d’investigare prima gl’inverisimili e le repugnanze, che insorgono dal detto Vasari, seguitato poi da Francesco Bocchi nel suo libro delle Bellezze di Firenze, e da quanti altri hanno preso da lui: e poi col testimonio indubitato di antiche e fedelissime scritture, venghiamo a dimostrarne il vero. Dice dunque il Vasari, che Masaccio nacque del 1417. il che per più ragioni non è né verisimile né vero. Primieramente ha fatto conoscer la maniera di Fra Filippo Lippi, e vien confermato ancora dal Vasari medesimo, che egli da giovanetto studiasse, e si facesse valente pittore sopra le opere del nostro Masaccio: e si è provato chiarissimamente, che il natale di Fra Filippo fu circa al 1400. e non del 1371. o del 1381. come dalla prima e seconda edizione della storia del medesimo Vasari variatamente si deduce. Come dunque avrebbe potuto Fra Filippo da giovanetto circa al 1417. che è quanto dire di sedici in diciassette anni, avere studiate le opere di Masaccio, se questi a quel tempo non avesse ancora incominciato a vivere al mondo, non che ad operare? Di più, io ho trovato nell’antico Libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, cominciato l’anno 1350. che Tommaso di ser Giovanni da Castel San Giovanni fu descritto in essa Compagnia del 1423. onde, secondo il detto del Vasari, sarebbe egli stato descritto nel numero de’ Pittori in età di sette anni, cosa al certo troppo improbabile: ed in un Libro di Matricole segn. G. esistente nel Magistrato dell’Arte de’ Medici e Speziali di questa città di Firenze, vedesi essersi Masaccio Matricolato come Pittore (costume di que’ tempi, oggi non più usato) con nome di Maso di ser Giovanni di Simone a’ 7. di Gennaio 1421. che sono appunto quattro anni dopo a quel tempo, che il Vasari assegna alla nascita del medesimo; quando egli allora, come si dimostrerà, era in età di diciannove anni. Ma per venire alle dimostrazioni della verità di questo fatto, è da sapersi, come nel Libro dell’Estimo di Camera Fiscale del 1427. Quartiere S. Croce, Piviere di Cavriglia, Comune di Castel San Giovanni di Valdarno di sopra, fra gli abitanti in Firenze, esso Tommaso diede sua portata, e disse di essere in età di anni venticinque, e Giovanni suo fratello di anni venti. Sicché fu il natale del nostro Tommaso l’anno 1402. e non il 1417. come il Vasari affermò.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 80

Vedi

Ma tempo è ormai di venire ad altri particolari della vita di lui. Le molte e bellissime opere, che fece questo, in quei tempi singolarissimo artefice, in un corso non più che di quarant’uno anno di vita: ed il vedersi approvato alla Matricola in età di diciannove anni, fanno credere, che egli fin dalla puerizia si esercitasse nell’arte: il che fu sotto la disciplina di Masolino da Panicale, nel tempo che il medesimo con sua grandissima lode dipigneva la Volta e Cappella de’ Brancacci nel Carmine: ed in quel tempo appunto, che la Scultura, per le mani de’ tre valentissimi giovani Donatello, Filippo Brunelleschi, e Lorenzo Ghiberti Fiorentini, e con essa l’Architettura aveva cominciato a ridursi all’antica buona maniera. Procurava Tommaso, nel tempo che egli studiava l’arte sotto Masolino, d’imitar tuttavia il buon modo, che que’ maestri nell’opere loro di scultura tenevano; onde coll’ottimo gusto, che egli ebbe sempre nel disegno e nel colorire, non fu maraviglia, che egli conducesse ad egual perfezione l’arte della Pittura, che sempre fu inseparabile compagna della Scultura, e camminasse con essa di un medesimo passo. I soli disegni, che ne’ miei tempi, cioè dopo un corso di 250. anni in circa, da che mancò quest’artefice, si son veduti di sua mano in Firenze, senza la quantità, che in tanto tempo se ne può esser perduta, son tanti in numero, che ben fanno conoscere quali e quanti fossero gli studj di Tommaso nell’arte sua, alla quale s’applicò così fervorosamente, che non volle mai dar luogo ad altro pensiero, trascurando sé stesso, ed ogni cosa, stetti per dire, all’umana conversazione necessaria; tantoché quantunque e’ fosse dotato di un’ottima natura, senz’alcun vizio, e come dir si suole, la bontà stessa; contuttociò dal viver che e’ faceva tanto astratto da tutte quelle cure, che all’arte non appartenevano, rendendo ancora talvolta infruttuose le proprie fatiche, per non perdere il tempo a riscuotere le sue mercedi, fu, in luogo di Tommaso, che era il suo vero nome, chiamato Masaccio. Il suo principale intento nell’operare fu il dare alle figure sue una gran vivacità e prontezza, se fosse stato possibile, né più né meno, quanto che se vere state fossero. Procurò più di ogni altro maestro stato avanti a lui, di far gl’ignudi in iscorti molto difficili, e particolarmente il posare de’ piedi veduti in faccia, e delle braccia e gambe: e cercando tuttavia nell’operar suo delle maggiori difficultà, acquistò quella gran pratica e facilità, che si vede nelle sue pitture, particolarmente ne’ panni, con un colorito sì bello, e con sì buon rilievo, che è stata in ogni tempo opinione degli ottimi artefici, che alcune opere sue, e per colorito e per disegno, possano stare al paragone con ogni disegno e colorito moderno. Così bella e nuova maniera di dipignere fece sì, che in un subito moltissime opere gli furono date a fare in Firenze, gran parte delle quali oggi più non si vede: e fra queste ebbe a dipignere per la Chiesa di Santo Ambrogio una tavola a tempera, in cui figurò una Vergine in grembo a Sant’Anna. Volle egli divenire eccellente in tutte quelle facoltadi, che all’arte della pittura appartengono, una delle quali, e delle più necessarie, non v’ha dubbio alcuno essere la Prospettiva. In questa fece egli grandissimi studj, avendone avuto per maestro il gran Filippo Brunelleschi, Architetto della Cupola di Firenze: e fattosi molto pratico, colorì per la stessa Chiesa di Santo Ambrogio una bella tavola di Maria Vergine Annunziata, nella quale finse un casamento pieno di colonne, che fu stimata in quel tempo opera di tutta maraviglia. Per la Chiesa di Santa Maria Maggiore fece una tavola di Maria Vergine, Santa Caterina, e San Giuliano, e nella predella alcune figure piccole, che rappresentavano storie de’ medesimi Santi, e nel mezzo la Natività di Gesù Cristo. Il Cavaliere Alessandro della nobil famiglia de’ Valori, ha in casa di sua mano un piccolo quadro, dove a tempera è figurato il parto di una Santa, che in vero, per esser dopo tanto tempo così ben conservato, è cosa molto degna da vedersi. Di questo quadretto fa menzione ancora Francesco Bocchi nel suo Libro delle Bellezze di Firenze. Dipinse a fresco nella Badia un S. Ivo della Brettagna minore, Vescovo di Sciartres, con molte figure, state poi disfatte a cagione della nuova fabbrica; siccome altre ancora, che fece nella Chiesa di Santa Maria Novella. Colorì per la Chiesa del Carmine di Pisa un’altra tavola colla Vergine e Gesù, ed alcuni Angeletti, che suonano: uno de’ quali sonando un liuto, porge l’occhio con vivacità ed espressione maravigliosa, quasi gustando dell’armonia di quello strumento. Vi rappresentò i Santi Pietro, Giovambatista, Giuliano, e Niccolò, e nella predella storie della vita de’ medesimi: e nel mezzo della tavola fece vedere la storia della Visita de’ tre Magi, dove fece alcuni cavalli vivissimi, ed i Cortigiani di que’ Re vestiti d’abiti belli e di varia invenzione: sopra il finimento della medesima figurò in più quadri intorno ad un Crocifisso diversi Santi.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 80

Vedi

Fu anche opinione di molti, che nella medesima Chiesa, accanto alla porta, che metteva in Convento, fosse di mano di Tommaso la figura a fresco di un Santo in abito di Vescovo. Ma il Vasari tenne opinione, che ella fosse di mano di Fra Filippo suo discepolo. Molte altre opere fece Tommaso, finché stimolato da desiderio di vedere le pitture degli altri artefici de’ suoi tempi, e parte per provvedere colla mutazione dell’aria a qualche imminente pericolo di sua sanità, se ne andò a Roma, dove subito che fu gustata la sua bella e nuova maniera di operare, fu adoperato in diversi lavori di tavole per molte Chiese, le quali poi nelle turbolenze sopravvenute a quella città, per lo più si smarrirono. Ad istanza del Cardinale di San Clemente nella Chiesa di esso Santo, che anticamente fu abitazione de’ Frati di Santo Ambrogio ad Nemus, Ordine, che ebbe suo principio in una boscaglia poco lontana da Milano, e dipoi estinto ne fu data la Chiesa da Urbano VIII. a’ Frati Domenicani; dipinse Masaccio, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, seguito dall’Abate Filippo Titi, in una Cappella, la Morte in Croce di Cristo Signor nostro fra due Ladroni, ed alcune storie di Santa Caterina Vergine e Martire. Ma Giulio Mancini in un suo Trattato di Pittura, che va attorno manoscritto, attribuisce tale opera a Giotto: e dice cavarlo, non meno dalla maniera, che dal tempo, il quale si riconosce in alcuni versi, che asserisce aver letto egli medesimo, scritti a lettere d’oro, a mano sinistra della tribuna, del tenore che segue: Ex annis Domini elapsis mille ducentis Nonaginta novem Jacobus Collega minorum Hujus Basilicæ titulo pars cardinis alti Huic jussit fieri, quo placuit Roma Nepote Papa Bonifatius VIII ……… proles.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 83

Vedi

Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 83

Vedi

Pervenuto finalmente Tommaso all’età non di ventisei anni (come il afferma, seguitato da altri molti) ma di quarant’uno, come abbiamo dimostrato, trovandosi in quel posto d’eccellenza nell’arte, che si è detto: promettendo anche di sé avanzamenti assai maggiori; assalito da improvviso accidente, fu tolto al mondo tanto in un subito, che fu creduto da’ più, che alcun malvagio professore di pittura o d’altro, per invidia lo avesse avvelenato. In tal modo dunque rimase estinto un così bel lume della pittura, la quale in vero non è meno obbligata a Tommaso , che solo e senza aver chi imitare fra gli artefici di que’ suoi tempi, né tampoco fra quegli stati avanti a sé, in così bel posto la ridusse, di quello che ella sia tenuta a Cimabue e Giotto , che 150. anni prima l’avevano richiamata alla vita. Fu la sua morte di estremo dolore a tutta la città di Firenze: e Filippo di ser Brunellesco , che gli era stato maestro nella prospettiva, quel grand’uomo, che a tutto il mondo è noto, ebbe a dire, che i professori nella mancanza di Masaccio avevan perduto quanta mai potevano perdere. Fu il corpo suo sepolto nella soprannominata Chiesa del Carmine , correndo allora, per quel che dice un buono autore, l’anno 1443.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 86

Vedi

Rimase vivo dopo di lui il suo fratello Giovanni , in età di anni trentasei, ancora egli pittore, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori , altre volte citato, io trovo scritto l’anno 1443. con queste parole: Giovanni di ser Giovanni da Castel S. Giovanni : e questi fu erede di Masaccio , perché si riconosce nel Catasto del 1469. appresso gli Ufiziali di Decima, che la gravezza degli effetti di quella casa in esso trapassò. Costui diede in nota d’avere un figliuolo, chiamato Antonfrancesco , di anni vent’otto, che stava seco all’arte del pittore, e di averne avuto un altro, che si chiamò Tommaso , che in età di diciassette anni lasciò la casa e la patria, e se n’andò. Questi dovette poi rimpatriare; perché si trova avere avuto un figliuolo chiamato Salvestro , ed una figliuola per nome Antonia , che del 1505. fu maritata a un tal Dato di Antonio di Dato . Questo medesimo Tommaso trovo, che del 1469. negli Atti del Vescovado di Fiesole dell’anno 1479. in causa della Cappella , di che si parlerà in fine, è nominato Cittadino e Mercante Fiorentino. Di Antonfrancesco nacquero altri figliuoli: e fra essi un Giovanni pittore, il quale trovo descritto del 1525. nel Libro della Decima con questo nome: Giovanni d’Antonfrancesco dello Scheggia ebbe tre figliuoli, cioè Tommaso , Raffaello e Michelagnolo : e di questi e del Padre loro trovasi fatta menzione in un Contratto, Rog. a dì 22. di Giugno 1552. per mano di ser Niccolò da Corella , nella vendita di una casa in Castel San Giovanni , che fu fra’ beni di Masaccio , e di Giovanni suo fratello. Di questo Tommaso di Giovanni nacque Baccio , che morì l’anno 1616. del quale non si vede successione, siccome né meno d’ Antonfrancesco suo fratello. Torniamo ora a Giovanni di ser Giovanni , fratello di Masaccio , dal quale è proceduta la nobile schiatta, della quale siamo appresso per parlare. Questi ebbe, oltre ad Antonfrancesco e Tommaso , più figliuoli: e fra essi un Lionardo , dato da lui in nota nel Catasto del 1470. e poi in quello del 1480. e quivi disse esser Lionardo in età di anni ventidue, facendovi anche menzione di Vaggia sua prima moglie. Andò poi questa Decima l’anno 1498. nel qual tempo già era morto Giovanni , in una tal Tita , moglie fu di Giovanni di ser Giovanni di Mone Guidi , che è quello del quale si parla. Di Lionardo figliuolo di Giovanni , e nipote di Masaccio , nacque un figliuolo, che pure anch’esso si chiamò Giovanni . E vedesi in un Contratto di vendita, stata fatta a Messer Piero di Ser Bastiano Renzi , di una quarta parte della sopraccitata casa, per Rogo di ser Filippo da Colle a dì 30. di Giugno 1552. essere stata fatta menzione di esso Giovanni Guidi , e d’un Benedetto suo figliuolo: nel quale Strumento, oltre al casato de’ Guidi, son cognominati dello Scheggia; siccome anche ne’ casati antichi fino da’ tempi di Masaccio . Né si dee passar senza considerazione il vedersi nell’antiche scritture, appartenenti a questa famiglia, fatta menzione del casato, attesoché questo per ordinario non seguiva se non nelle famiglie rinomatissime. E da questo Giovanni in poi, per lo più non furono dette nelle scritture le parole di Mone Guidi, ma degli due antichi nomi e casati degli avi, fu formato un altro casato, cioè de’ Monguidi, il quale poi hanno sempre ritenuto; dove negli antichi tempi eran cognominati de’ Guidi dello Scheggia. In esso Giovanni di Lionardo l’anno 1534. passò la Decima, e da esso in Benedetto suo figliuolo: e si trova questo Benedetto a dì 21. d’Agosto 1586. essere stato abilitato agli Ufizj della città di Firenze, per aver quella famiglia, per lo spazio di 150. anni, pagate le gravezze per cittadini di questa città. Dopo la morte di Benedetto passò la Decima in Cammillo suo figliuolo, nel quale crebbe tuttavia lo splendore di questa casa; perché partitosi di Firenze, e andatosene a Parma al servizio di quel Serenissimo Duca, fu da esso mandato per suo Segretario in Fiandra: nel qual luogo e carica si trovava l’anno 1584 e 1585. come si riconosce da due Testamenti fatti da Benedetto padre di lui, ne’ quali fa erede esso Cammillo . E in questo tale, comeché già egli aveva abbandonata la città di Firenze, vedesi l’anno 1617. esser mancata la Decima. Ebbe Cammillo due figliuoli, Alessandro e Ranuccio : e questi fu pure anch’esso Segretario di Stato de’ Serenissimi Odoardo e Ranuccio Duchi di Parma. Da questo fu mandato Ambasciatore alla Maestà del Re di Francia, e più altre volte a diversi Principi e Repubbliche per l’Italia: e finalmente passò all’altra vita l’anno 1648. a dì 29. di Maggio. Questi è quel Cammillo , di cui l’Abate Siri nel suo Mercurio tante volte fa onorata menzione. Di Alessandro , fratello di Cammillo , nacque Giovanni , che oggi vive in Parma con numerosa figliolanza. Nella Chiesa della Santissima Nunziata di Parma , in una lapida, che è sopra il sepolcro di Cammillo , si legge il seguente epitaffio: D. O. M. S. Camillus Monguidus Florentinus emensis quinque annorum decadibus inter arcana Serenissimi Alexandri et Ranucci Ducum Pharnesiorum a secretis negotia, III. Nonas Martii MDCXXI. recessit, decessit. Ranuccius filius, Serenissimi Odoardi et Rannuccii Secundi a sacretis Status, post varias missiones ad inclytum Regem Gallorum Christianissimum, per ltaliam ad Principes plurimos et Respublicas, demum Serenissimo Dominante Secundo Ranuccio abiit, obiit III. Kalen. Junias MDCXXXXIIX. Nono, quinti ætatis suæ noveni, anno. Alexander filius et frater M. P. L’Arme della famiglia de’ Monguidi, già de’ Guidi dello Scheggia, è un Cervio saltante in campo giallo, con una cinta di cilestro, che attraversa tutto il campo ed il medesimo Cervo: e nella superior parte son tre Gigli di turchino. Questo è quanto mi è potuto fin qui venire a notizia, non tanto intorno alle qualità personali del grande artefice Masaccio , quanto della nobil discendenza de’ suoi congiunti. Ed affinché non mai perisca la memoria di quanto mi è sortito di ritrovare intorno a ciò, ho stimato bene di recarne qui una dimostrazione per via di albero, per dare il suo luogo alla verità ed alla gratitudine. Dico, che lo avermi il molto virtuoso Dottore Giovanni Renzi mio amicissimo (agli autori del quale fu venduta la casa, di che sopra ho fatta menzione) dato avviso della pubblica fama, che correva in Castel San Giovanni, che essa casa fosse già abitazione di Masaccio , mi ha dato causa di cercare insieme col medesimo dell’antiche memorie, e per tal modo venire in cognizione de’ nobili progressi, che ha fatti questa famiglia in un corso di quasi 250. anni, dopo quel tempo, nel quale Tommaso colla sua celebratissima virtù le accrebbe tanto di onore e di gloria. Fabio Segni Nobile Fiorentino, letterato di gran nome, che visse nel principio del XVI. secolo di nostra salute, intorno a 60. anni dopo Masaccio , col supposto, che egli morisse molto giovane, fece in lode di lui il seguente bellissimo epigramma: Invidia cur Lachesis primo sub flore juventæ Pollice discindis stamina funereo? Hoc uno occiso innumeros occidis Apelles. Picturæ omnis obit hoc pereunte lepos, Hoc sole extincto extinguntur sidera cuncta. Heu decus omne perit hoc pereunte simul. NOTA DELL’AUTORE. Per non tralasciar cosa alcuna, che io abbia ritrovata, appartenente a questa famiglia, dico, come fra le antiche Scritture e Atti del Vescovado di Fiesole si trova, che un tal Bartolommeo d’Antonfrancesco , detto Fonda, cittadino Fiorentino, abitante nel Popolo di San Siro a Cascia, fondò una Cappella nella medesima Chiesa Parrocchiale sotto l’invocazione della Nativita della Madonna: e perché in detta fondazione non provide di Padronato, lo fece poi per suo Testamento, e nominò per Padroni, fra gli altri, Giovanni di Ser Giovanni di Mone , e suoi figliuoli e descendenti maschi, ne’quali, in tempo, si è consolidato tutto il padronato della detta Cappella. Lo Strumento della Fondazione non si vede negli Atti, né tampoco il Testamento di Fonda ; ma sibbene una enunciativa, che dell’anno 1479. fanno i Padroni avanti al Vescovo, nella quale narrano quanto si è detto: in virtù della quale il Vescovo Guglielmo Becchi , che per avanti aveva unita essa Cappella alla medesima Chiesa, e con supposto, che fosse rimasa a lui di libera collazione, l’aveva conferita ad un tale Prete Andrea di Gherardo , Rettore della medesima Chiesa, durante la sua vita, revocò detta unione: e perché Prete Andrea se ne appellò, non ammesse l’appello, e fu luogo alla presentazione a Tommaso figliuolo di Gio. di ser Gio. di Mone , il quale presentò Benedetto suo fratello. E si suppone continovato esso Padronato nella famiglia, giacché si vede, che l’anno 1616. Cammillo Monguidi di Parma ebbe luogo nella presentazione della medesima, fatta da Alessandro Machiavelli .

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 92

Vedi

Della scuola di Masaccio, nato circa al 1406. ? circa al 1480. Il Vasari nella Vita di quest’artefice non espresse la circostanza dell’esser’egli stato discepolo di Masaccio; ma disse, che Bernadetto de’ Medici, che lo vide di buon genio nel continovo disegnare, ch’e’ faceva, e figure e animali, sgraffiando nelle mura colla punta del coltello, nel tempo, che il piccolo fanciullo attendeva a guardare gli armenti, lo condusse a Firenze, e lo pose ad imparare l’arte del dipingere da uno de’ migliori maestri, che in quel tempo operasse. In altro luogo poi della sua storia dice incidentemente, che Andrea si fece valent’uomo collo studio delle pitture di Masaccio. Ma perché l’assunto nostro si è di mostrare, per quanto ci sia possibile, la dependenza immediata de’ professori da altri professori, mediante i precetti, e la real comunicazione dell’arte da maestro a scolare, e non per via di studio dall’opere; non vogliamo noi lasciar di dire, quanto sappiamo intorno a tale particolare: e questo non pure, per non privare la nostra istoria di questa notizia, che più e meglio puote appagare la curiosità di chi legge; ma eziandio per far più chiaro il come e per chi la bell’arte del Disegno e della Pittura si andò fino dagli antichi tempi portando la sua perfezione: considerando ancora, che se noi volessimo, che ci bastasse il sapere, che il tale maestro studiò le opere del tale o del tale pittore, oltreché più vacuo, e meno utile sarebbe il nostro racconto, potremmo anche, contenendoci in tal modo, dare discepoli di Giotto gl’innumerabili pittori, che per un corso di più di cento anni per tutta l’Italia studiarono le opere di lui: e similmente di Masaccio, di Lionardo, di Raffaello, di Tiziano, del Correggio, di Michelagnolo, ed altri capi di scuola, tanti pittori, che senza mai aver veduti in volto i loro maestri, anzi tanti anni dopo la morte loro, mediante lo studio e imitazione di loro pitture, son riusciti grandi uomini. Per questo dunque abbiamo con grande assiduità applicato a porre in chiaro i fondamenti, pe’ quali tenghiamo per fermo, che Andrea del Castagno, che ne’ suoi tempi fu pittore celebratissimo, non solo avesse studiate le opere di Masaccio, ma ne fosse stato anche veramente discepolo. Primieramente si supponga, che fatto il conto della nascita di quest’uomo, e del tempo che visse, operò e morì, non resta alcun dubbio, che egli potesse cominciare ad imparare l’arte, allora appunto, che Masaccio era nel fiore dell’operare suo, cioè in età di anni venti, e circa all’anno 1420. Ed è chiaro, che in quel tempo niun pittore viveva in Firenze, al quale più propriamente si possa attribuire l’essergli stato maestro, che esso Masaccio; perché tutti gli altri o tenevano in gran parte l’antica maniera di Giotto, o altra troppo diversa da quella, che tenne Masaccio, ed Andrea. Secondariamente, pel molto esaminare che ho fatto la storia del Vasari, ho chiaramente conosciuto, che siccome il suo principal fine fu di dar notizia de’ fatti e opere de’ Pittori; così poco si fermò nel dar notizia de’ maestri loro, quantunque alcuna volta lo facesse incidentemente in ogni altra occasione fuori delle loro proprie vite. Ed ho anche osservato, che bene spesso nella vita di alcuno accenna, che il primo studiare fosse ne’ tempi di un tal maestro, senza dire, che sotto la disciplina di lui: il che poi si trova aver detto in altro luogo; sicché, supposto quanto sopra, e circa la maniera di Andrea, e circa il tempo e certezza, che dà il Vasari, che egli studiasse dall’opere di Masaccio, non può dirsi a mio credere, se non che egli fosse stato suo scolare. Al che aggiungasi, che avendo detto il Vasari, che esso Masaccio nascesse nel 1417. il che si è mostrato non esser vero, ma che bensì nel 1402. non poteva dire, che egli fosse stato maestro ne’ primi anni; e però è verisimile, che e’ lasciasse sotto una tal generalità la circostanza dell’aver’ egli da fanciullo imparato da uno più, che da un altro maestro: e solo spiegasse in altro luogo l’essenzialità dell’essersi fatto valente sopra le opere di Masaccio: il che è verissimo, e la maniera di Andrea il dimostra assai chiaramente.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 107

Vedi

Discepolo di Masaccio, fioriva del 1450. Ne’ tempi, che viveva in Firenze il celebratissimo Pittore Masaccio, insegnando la bella maniera del dipingere da sé ritrovata, molti artefici sotto la direzione di lui, e coll’limitazione delle sue opere diventarono uomini eccellenti. Uno di questi fu Tommaso, detto Maso Finiguerra Fiorentino, di professione Orefice, il quale disegnò tanto e così bene d’acquerello, quanto in quella età si poteva desiderare. E che egli moltissimo operasse in disegno, io stesso posso esserne buon testimonio; conciossiacosaché i soli disegni, che io ho veduti di sua mano, gran parte de’ quali raccolse la gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana, sono, per così dire, senza numero. Ed i migliori tanto simili a quelli di Masaccio in ogni lor parte, che io non dubito punto di affermare, benché ciò non ritrovi notato da alcuno scrittore, che egli fosse discepolo dello stesso Masaccio, dal quale appresero tutti coloro, che in quel secolo incominciarono in Firenze a operar bene, e nel quale egli in tutto e per tutto si trasformò. Costui dunque attese principalmente all’arte dell’Orefice; ma nello stesso tempo modellò, e operò di mezzo rilievo così bene, che gli furon dati a fare molti nobili lavori d’argento: e fra questi, a concorrenza del Pollajolo e d’altri valentuomini, alcune storie dell’Altare del Tempio di San Giovanni, incominciato e tirato a gran segno per l’Arte di Calimala, cioè de’ Mercatanti, da Maestro Cione Aretino, eccellente Orefice. Quello stesso, che l’anno 1330, essendosi sotto le volte di Santa Reparata trovato il Corpo di San Zanobi, legò in una testa d’argento, grande quanto il naturale, un pezzo della testa di esso Santo, che è quella stessa, che sino a’ nostri tempi contiene essa Reliquia, e si porta processionalmente. Oltre a quanto abbiamo detto, fu anche il Finiguerra eccellente in lavorare di Niello, che è una sorta di disegno, tratteggiato e dipinto sull’argento, non altrimenti di quello che altri facesse colla penna; e ciò si fa intagliandosi con bulino, e poi riempiendosi d’argento e piombo coll’ajuto del fuoco. Nel modo che, nel parlar di quest’arte in altro luogo, abbiamo mostrato: ed in simil sorta di lavoro, siccome anche nel maneggiare il bulino, il Finiguerra ne’ suoi tempi ebbe questa lode, di non esservi chi l’agguagliasse, mercé del non essersi ancor veduto alcuno, che in ispazj, o grandi o piccoli che si fossero, mettesse sì gran numero di figure, quanto egli faceva. Ciò mostrano assai chiaro le due Paci, che di sua maestranza si conservano nel nominato Tempio di San Giovanni; ma soprattutto sarà sempre immortale la fama di quest’uomo, per essere stato quello, che trovò la bellissima invenzione d’intagliare in rame, che poi è stata di tanta utilità all’arte e al mondo.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 118

Vedi

Discepolo di Piero Pollajuolo suo fratello, nato 1426. ? 1498. Ne’ tempi, che Bartoluccio Ghiberti, patrigno di Lorenzo Ghiberti, esercitava in Firenze, con fama di ottimo artefice la professione dell’orafo, era lo stesso mestiere in mano di persone così esercitate nel disegno e nel modellare, che per lo più le medesime, tirate dal piacere, che ne cagionano sì belle facoltadi, abbandonavano quell’arte, e in breve tempo Pittori e Scultori eccellentissimi addivenivano. In questi tempi adunque fu accomodato in bottega del nominato Bartoluccio Ghiberti, Antonio del Pollajuolo, giovanetto, di poveri natali bensì, ma dotato di tanto spirito e inclinazione al disegno, che in breve tempo nell’orificeria fece miracoli; il perché lo stesso Lorenzo Ghiberti (che allora faceva le porte di San Giovanni) lo volle appresso di sé, ed insieme con molti altri giovanetti, poselo attorno al suo proprio lavoro. E primieramente lo fece operare intorno ad un festone, sopra il quale Antonio lavorò una quaglia, che si vede tanto ben fatta, che è veramente cosa maravigliosa. Giunsero poi in poco tempo a tal segno i progressi del giovanetto, che gli guadagnarono fama di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri giovanetti del suo tempo; che però si risolvè a lasciare Bartoluccio e Lorenzo; e far da per sé, dandosi tuttavia più che mai al disegnare e al modellare. Era allora nella città di Firenze un altro orefice, chiamato Maso Finiguerra, accreditatissimo in lavorar di bulino e di niello; e che fino a’ suoi tempi non aveva avuto eguale nel disporre in piccoli spazj grandissima quantità di figure: uomo, che per quanto io ho riconosciuto da’ moltissimi disegni di sua mano, che ancora si trovano fra gli altri nella bellissima raccolta, fattane dalla gloriosa memoria del Cardinal Leopoldo di Toscana, aveva fatto grandi studj sopra le opere di Masaccio, e sopra il naturale; che però era divenuto buon disegnatore. Ad esso avevano i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti date a fare le storie dell’Altar d’argento pel Tempio di San Giovanni; ma avendo poi questi riconoscito il Pollajuolo in disegno e diligenza a lui molto superiore, vollero, che ancora esso, a concorrenza del Finiguerra, molte ne lavorasse. Tali furono la Cena di Erode, il Ballo di Erodiade, ed il San Giovanni, che è nello spazio di mezzo dell’Altare: le quali opere riuscirono assai migliori di quelle del Finiguerra; onde gli furon dati a fare per la stessa Chiesa i Candellieri d’argento di tre braccia l’uno: la Croce proporzionatamente maggiore di quelli: e le Paci, le quali colorì a fuoco tanto bene, quanto mai dir si possa. Fece poi lo stesso Antonio ancora infiniti altri lavoro d’oro e d’argento per diversi luoghi e persone. In proposito di che non voglio lasciar di dar notizia in questo luogo di uno di essi, che io ho trovato in una Deliberazione nel Libro de’ Venti di Balia per l’impresa di Volterra del 1472. colle seguenti parole: A dì 18. giugno 1472. s’ebbe la Vittoria di Volterra, essendo Capitano della Lega il Conte d’Urbino; e però si delibera di donare una Casa in Firenze a detto Conte: e se gli doni ancora boccali e bacili d'argento, ed un elmetto d’argento, che si fece lavorare da Antonio del Pollajuolo. Si trattenne dunque il nostro artefice in simil sorta di lavori molto tempo, e fecevi allievi, che riuscirono di valore; ma invaghitosi poi della pittura, si fece da Piero suo fratello, stato discepolo d’Andrea dal Castagno, insegnare il modo del colorire, e in pochi mesi, non solo l’agguagliò, ma molto lo superò. Dipinse insieme con lui assai cose, delle quali si è parlato abbastanza nelle notizie della vita del medesimo Piero. Fece poi il ritratto di M. Poggio Bracciolini Fiorentino, Segretario della Signoria di Firenze, che dopo Lionardo Bruni Aretino, detto M. Lionardo d’Arezzo, scrisse la storia Fiorentina: e quello di M. Giannozzo Manetti, pure Fiorentino, uomini tutti e tre di gran letteratura: il qual Manetti, oltre ad altre opere scrisse la Vita latina di Papa Niccolò V. la quale si conserva nella Libreria di San Lorenzo. L’uno e l’altro ritratto fece in luogo, dove già faceva Residenza per far ragione sopra gli affari de’ Giudici e Notai, il Proconsolo: il qual luogo, vicino alla Badia di Firenze, fu dipoi la Residenza del Magistrato di Sanità, ed ora della Nunziatura Apostolica, come si è detto altrove. Fece ancora molti altri ritratti, che si veggiono a’ nostri tempi per le case e gallerie de’ Cittadini, molto ben conservati, e lavorati con tanta diligenza, e tanto al vivo, quanto mai in quella età si fosse potuto desiderare. Fra le belle pitture, che di tutta sua mano si veggiono pubblicamente in Firenze, una è la tavola del San Sebastiano della Cappella de’ Pucci, contigua alla Chiesa della Santissima Nunziata, la qual tavola fece l’anno 1475. per Antonio Pucci, che gliele pagò 300. scudi, onorario, per quei tempi, straordinarissimo; ma contuttociò fece di quell’opera il Pucci, e con esso tutta la città, sì grande stima, che si dichiarò non avergli pagati né meno i colori. In questa tavola ritrasse Antonio, nella persona del Santo, Gino di Lodovico Capponi. Fino ne’ nostri tempi si vede di sua mano la maravigliosa figura del San Cristofano, a fresco, alta dieci braccia, che esso dipinse nella facciata della Chiesa di San Miniato fra le Torri, figura, che ebbe lode della più proporzionata, che fosse stata fatta fino a quel tempo. Sta una gamba del Santo in atto di posare; e l’altra di levare; e sono così ben disegnate, proporzionate, e svelte, che è fama, che lo stesso Michelagnolo Buonarroti in sua gioventù, per suo studio, molte volte le disegnasse. Altre pitture in gran numero fece Antonio, al quale veramente è molto obbligata l’arte del disegno, per esser esso stato il primo, che mostrasse il modo di cercare i muscoli, che avessero forma e ordine nelle figure: il che fece scorticando di sua mano moltissimi cadaveri di uomini morti, per istudio dell’Anatomia. E perché migliorò ancora alquanto il modo d’intagliare in rame, da quello che per avanti era stato tenuto da altri maestri; gli si dee ancora la lode di quest’arte. Fu ottimo Scultore ne’ suoi tempi; che però fu da Innocenzio VIII chiamato a Roma, dove a sua istanza fece di metallo la sua sepoltura colla statua: e quella ancora di Sisto IV suo antecessore. È fama, che lo stesso Antonio desse il disegno pel Palazzo di Belvedere, e che poi fosse da altri tirato a fine. Nel Bassorilievo valse non poco: e di sua mano veggionsi molte medaglie di Pontefici e d’altri. Finalmente pervenuto all’età di 72. anni, nella stessa città di Roma l’anno 1498. finì la vita, e nella Chiesa di San Pietro in Vincola, coll’onore dovuto al suo merito, ebbe sepoltura il suo cadavero.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 174

Vedi

Ma avendo sentito celebrare i maravigliosi cartoni, fatti in Firenze da Michelagnolo Buonarroti e Lionardo da Vinci, de’ quali altrove si è parlato, lasciato ogni pensiero dell'operare, se ne venne a Firenze. Quivi fu molto onorato da Lorenzo Nasi e da Taddeo Taddei, il quale lo tenne in sua casa propria ed alla propria sua tavola per tutto il tempo che vi dimorò. Questo Taddeo Taddei fu erudito Gentiluomo, onde fu molto caro al Cardinal Bembo, con cui tenne lunga corrispondenza di lettere: e come si ha dalle medesime, fu solito favorirlo in ogni affare, che in questa nostra città andavagli alla giornata occorrendo, che avesse avuto bisogno dell'operar suo. Contrassevi ancora amicizia con Ridolfo del Grillandajo e Aristotile di San Gallo, co' quali praticò molto alla domestica. Si partì di Firenze molto approfittato nell'arte, lasciando in dono al Taddeo due bellissimi quadri di sua mano: uno de' quali ne' miei tempi non si è veduto in quella casa; e l'altro, che era di una bellissima Madonna con Gesù e San Giovanni, di circa a mezzo naturale, fu agli anni addietro, dagli eredi di Taddeo del senatore Giovanni Taddei, venduto a gran prezzo alla gloriosa memoria del Serenissimo Arciduca Ferdinando Carlo di Austria. In questo mentre seguì la morte del Padre e della madre di Raffaello, onde gli convenne tornare ad Urbino, dove fatti più quadri, di nuovo se ne andò a Perugia: e quivi, nella Chiesa de’ Servi, dipinse la tavola con Maria Vergine, San Giovambatista e San Niccola; e fece opere a fresco in San Severo, Chiesa de’ Camaldolesi, e in altre nella stessa città. Ma come quelli, che dotato di grandi idee non mai finiva nell’operar suo di piacere a sé stesso, desideroso di nuovi studj, se ne tornò a Firenze. Quivi studiò dalle pitture di Masaccio, senza perdere di vista quelle del cartone di Michelagnolo e di Lionardo. Fecevi anche stretta amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco, cognominato il Frate, al quale insegnò le buone regole della Prospettiva, riportandone egli il contraccambio di profondissimi precetti pel colorito: a seconda de’ quali operando poi Raffaello, fecesi poi quella mirabile maniera, che a tutti è nota. Nella stessa città di Firenze fece i cartoni per la pittura della Cappella de’ Baglioni; di San Francesco di Perugia e ritrasse più Gentiluomini e Gentildonne fiorentine; ed assai migliorato da quel ch’egli era, se ne tornò a Perugia, dove dipinse la mentovata Cappella de' Baglioni. Quindi partito, vennesene di nuovo a Firenze, e per la famiglia de' Dei condusse a ragionevole termine una tavola, che doveva esser posta nella loro Cappella di Santo Spirito; e un'altra tavola fece per la città di Siena. Fu poi, per opera di Bramante, celebre Architetto, chiamato a Roma da Papa Giulio II pel quale ebbe commissione di fare le belle opere, che poi ha ammirato il mondo. La prima fu la Camera della Segnatura, con bellissime invenzioni, nelle quali fece ritratti di più antichi savj. E qui è da fare riflessione ad uno sbaglio, che crediamo aver preso il Vasari nel descrivere questa storia; laddove dice, che rappresentasse i Teologi, quando accordano la Filosofia e l'Astrologia colla Teologia; il che oltre all’errore insussistente, viene ad essere ancor falso, perché quella non è altro che un Ginnasio, ovvero Scuola all’uso degli antichi Greci, ove i Filosofi ed ogni sorta di Accademici facevano loro luogo di ragunata, per trattenersi in ragionamenti de’ loro studj, e per divertirsi negli esercizj. Vitruvio descrisse la forma di questi Edifici pubblici al 5 libro cap. 11 e li nomina Sisti, Palestre, Essedre, secondo loro uso particolare, ch’egli dichiara. Palladio ancora, nel suo Trattato di Architettura, libro 3 cap. 21 più chiaramente ne parla; perciocché ne porge oculare dimostrazione, con un molto esatto disegno. Ora, come il più celebre e’l più nobile di tutti è stato quello di Atene; è molto verosimile, che Raffaello solo questo ponesse; e veramente non è quasi alcun savio ingegno, che non chiami quest'opera di questo Raffaello la Scuola d’Atene. Tornando ora alla storia, per tale inaspettata partita di Raffaello, restò la tavola de' Dei imperfetta; e in tale stato fu poi da Messer Baldassarre Turini da Pescia, posta nella Pieve della sua patria; ed un panno azzurro, che rimase non finito nella tavola di Siena, fu condotto a perfezione da Ridolfo del Grillandajo. Seguitò a dipignere la seconda Camera verso la Sala grande. Intanto successe il caso in cui Michelagnolo, nella Cappella, fece al Papa quel rumore o paura, per la quale fu necessitato a fuggirsi e a Firenze tornarsene; onde a Bramante fu data la chiave della Cappella. Il perché poté a comodo suo farla vedere a Raffaello, il quale, riconosciuto che ebbe la nuova e grande maniera, la profonda intelligenza dell’ignudo, il ritrovare e girar de’ muscoli negli scorti, e la mirabil facilità con che si veggono in quell'opera superate le più ardue difficoltà dell’arte, rimase stupito a segno, che parendogli fino allora non aver fatto nulla, posesi a far nuovi studj, e prese la gran maniera, che dipoi tenne sempre. Non ostante quanto poi dica uno assai moderno autore, che avendo con certe sue tradizioni, e coll’autorità di un tale scrittore di precetti di pittura, anch’esso non antico, tolto ad impugnare tuttociò, che intorno a tal miglioramento di Raffaello, sopra le opere del Buonarruoti, circa a novant’anni avanti a lui scrisse il Vasari, il quale egli tratta da uomo vulgare, passa poi con un certo suo paragone ad abbassare le nobilissime e non mai contese glorie del Divino Michelagnolo: e collo storcere un proprio detto di lui, in approvazione di una sentenza, che gli fu dichiaratamente contraria, e con alcune cose dire, e molte tacere, lo dà a conoscere quell’eccelso uomo, di gran lunga minore di quel ch’egli è; onde coll’una e coll’altra di queste sue opinioni, accusando altri di appassionato, sé medesimo, a mio credere, condanna.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 358

Vedi

A Aertgen di Leiden Pittore. Opere sue, e quasi sempre fece quadri di devozione 348. Agnolo di Donnino, e sue opere 120. Agostino della Robbia 67. Alberto Duro Pittore, Scultore, Architetto, e Intagliatore 161. Sue opere in intaglio 163. Sue pitture 165. Morte del medesimo 167. Qualità personali 168. Lodava e non biasimava mai l'opere degli altri 169. Alberto Ouvvater, cioè dell’Acqua, Pittore 114. Aldegraef Intagliatore e Pittore 307. Alessandro Filipepi, detto Sandro Botticelli, e sue opere 137. Alesso Baldovinetti Pittore 63. Errore del Vasari intorno al suo nascimento. Fu discepolo di Paolo Uccello 87. Altare d’Argento e Candellieri di San Giovanni, da chi fatti 116. Altobello Inclone Pittore 199. Amico Aspertino. Sfuggiva l’imitazione di Raffaello. Fu uomo stravagantissimo 233. Andrea del Bresciano 227. Andrea dal Castagno fu discepolo di Masaccio 91. Opere sue a fresco, demolite per ignoranza di chi le fece distruggere 92. Misfatto enorme, fatto da Andrea poco avanti la morte 94. Andrea Contucci Scultore assiste alla restaurazione della Santa Casa 292. Andrea Feltrini 287. Andrea Luigi Pittore 185. Luca della Robbia Scultore 130. Sua norte e sepoltura. Suo ritratto bellissimo da Andrea del Sarto nel piccolo chiostro della Santissima Nunziata 131. Sua genealogia e descendenza 132. Andrea Morenello 232. Andrea del Sarto 201. Va in Francia 204. Sue opere. Vedi per tutto il disteso di sua vita. Ultima sua opera. Sua morte 206. Andrea del Verrocchio Pittore e Scultore e Architetto. Fu scolare di Donatello 118. Operò anche in pittura, e sue opere. Abbandona la pittura, e si dà alla scultura e al getto, e perché. Fu l’inventore di gettare le cose natural, per potersele meglio studiare. Sua morte 119. Angiolo Poliziano e suo componimento nel chiostro di S. Maria Novella 63. Ans di Bruges Pittore 115. Ansano di Piero da Siena Pittore 98. Anselmo Cammei 329. Antonio del Cerajolo 264. Antonio Filarete. Fu grande Scultore, e fece molte opere, e fu gentilissimo e modestissimo 40. Antonio Gamberelli, detto Antonio Rossellino, e sue opere 39. Antonio del Pollajuolo Pittore, Scultore e Architetto. Fu prima valoroso orefice. Lavorò molto sopra l’Altare d’argento di San Giovanni. Fece molte altre opere d’oro e d’argento, tra le quali i candellieri grandi di argento pel medesimo Altare 116. Attese poi allá pittura, e superò Pietro suo maestro. Sue opere. Fece il San Cristofano nella facciata della Chiesa di S. Miniato fra le Torri 117. Morì in Roma, e sua sepoltura 118. Anton Semino Pittore 219. Anton Semino 231. Arme di Leone X sul canto di via de’ Servi sopra le case de’ Pucci 147.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 363

Vedi

M Marc’Antonio Francia Bigi, detto Franciabigio 235. Marc’Antonio Raimondi, detto de Franzi 187. Contraffece le stampe di Alberto Duro colla di lui cifra, e gli fu proibito 188. È fatto prigione per cagione di alcune carte sporchissime, intagliate da lui. Sua morte 189. Marco del Moro 332. Marco da Siena 312. Marco Uglon o Uggioni 186. Marten di Cleef 302. Marten Hemskerck pittore 258. Fu vile di nascita, e per non seguitare l’arte vile del padre, trovato un presto ingegnoso, se la batte per attendere al disegno. Sue opere in varj luoghi 259. Fu intagliatore in rame. Fu grandissimo limosiniere 261. Descrizione del sepolcro ordinato da lui. Fu uomo di grandissimo timore 262. Masaccio e sua vita 70. Fu restauratore della pittura, dopo il naufragio di essa, e dopo Cimabue e Giotto 71. Nascite del medesimo. Suo maestro 77. Sbaglio circa al natale di Masaccio 78. Sue opere 79. Fu autore dello scorcio delle figure, e del posare in faccia, e in iscorcio de’ piedi di esse 81. Opera di Masaccio, fatta nel chiostro del Carmine, bellissima, fatta perire villanamente 82. Dalle sue opere hanno studiato i primi professori del mondo. Sua morte improvvisa e immatura. Fu sepolto nel Carmine 83. Sua descendenza 84. Epigramma in sua lode 85. Nota dell’Autore circa alla sua Famiglia 86. Maso Finiguerra Scultore 107. Maso Pappacello 187. Matteo Civitali scultore 99. Melozzo da Forlì pittore. Vedi nella vita di Benozzo 89. Michel’Angiolo Scultore Schiavone 307. Michel Cocxie 301.

Con il contributo di