Nominativo - Marten Papembroeck

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Della scuola di Giovacchimo Patenier, fioriva circa il 1520. Ancora questo Pittore, che fu nativo di Bovines, luogo della Fiandra, vicino a Dinant, fu detto per soprannome de Bles, che significa colla macchia, perché aveva una ciocca di capelli interamente bianca; seguitò la maniera di Giovacchimo Patenier, l’opere del quale molto studiò. Ebbe un modo di colorire diligentissimo, che però nel suo dipignere impiegava gran tempo. Ebbe talento particolare ne’ paesi, che soleva fare piccoli assai. In essi rappresentava massi, alberi e infinite figure, ed in ogni paese dipingeva una civetta, la quale alcune volte collocava in un luogo tanto strano, che per quanto minutamente, che si osservasse ogni parte del paese, bene spesso non si trovava, e faceva di mestieri tornarne a cercare; finché finalmente, ove meno si sarebbe creduto, si vedeva questo animale. Erano di mano di quest’artefice l’anno 1604 in Midelburgh appresso Melchior Wyntgis, Maestro di Zecca di Zeilanda, tre paesi assai grandi, bellissimi, in uno de’ quali era la storia di Lot. In Amsterdam, appresso Marten Papembroeck, un paese anch’esso grande assai, in cui Enrigo aveva figurato un botteghino, che dorme sotto un albero, mentre molte scimie, avendogli aperte le scatole e sciorinata la mercanzia, cavatogli le calze e i calzoni, fanno con essi varj gesti ridicolosi: altre appiccano all’albero i nastri, altre si pettinano, altre si specchiano, una si prova le calze, una si veste i calzoni del mercante, ed una messosi un pajo di occhiali al naso, fissamente gli guarda quanto egli ha di scoperto. Nella stessa città aveva Melchior Moutheron un quadretto piccolo, assai finito, dove era la storia de’ due Discepoli di Cristo, che vanno in Emaus, molto artificiosamente lavorati: e in lontananza aveva il pittore rappresentati gli stessi Pellegrini posti a tavola col Signore. Colorì lo stesso molti quadri della Passione, ed altre opere fece, che ebbero la Maestà dell’Imperadore e altri Monarchi e private persone. Fu anche suo particolare talento, ajutato in ciò dalla natura, perch’egli ebbe un’ottima vista, il far figure piccolissime, e quasi invisibili, e in grandissima quantità, in che veramente fu singolare.

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Discepolo di Luca d’Olanda, fioriva nel 1524. Fu Giovanni della città di Mabuse: ed essendo stato ricevuto nella scuola da Luca di Leida, diedesi appresso di lui a studiar l’arte del disegno, con accuratezza e diligenza, quanta mai se ne adoprasse alcun altro giovane in questo tempo. Questi, nella sua gioventù fu persona allegra, ma contuttociò non lasciò mai di affaticarsi, per avanzarsi nell’arte, per giugner poi là, dove tendevano i suoi pensieri. A tal fine, dopo qualche tempo volle peregrinare per l’Italia, ed altre Provincie e Regni, con che acquistò tanto di sapere, che ebbe il vanto di essere il primo, che riportasse in quelle parti di Fiandra il vero modo di ordinare le storie, e fare gl’ignudi e putti, col buon gusto Italiano, i quali avanti a lui non vi erano ancora in molto uso. Fra le opere ch’ei fece, la principale e più stimata, fu una gran tavola, che fu posta sopra l'altar maggiore di una chiesa di Midelburgh, co’ suoi sportelli, che per la loro grandezza, nell’aprirsi, eran fatti posare sopra certi ferri adattati a quell’effetto nel suolo. Viveva in quei suoi tempi in Anversa il celebre Alberto Duro, il quale venne apposta a Midelburgh a veder quella tavola, il che ridondò in non poca gloria del Mabuse. L’Abate, che la fece fare, fu Massimiliano di Bourgoignen, che morì l’anno 1524. Aveva il Mabuse rappresentato in questa tavola una Deposizione di Croce, e spesovi gran tempo, e lavoratala con indicibile artificio; ma portò il caso, che essendo caduto un fulmine, non solo incendiò e rovinò essa tavola, ma la Chiesa medesima, restandone con gran dolore tutta la città, per la grande stima in che era appresso di ognuno quella bell’opera. Dopo la morte di questo artefice, rimasero in essa città alcuni pezzi di tavole con immagini della Vergine, ed altre; ma principalmente nella strada di Langhendepht, in casa del Sig. Magrius, era una rappresentazione di Cristo deposto di Croce, con figure grandi, tanto bene ordinate, e così pulitamente finite, e con abiti di drappi sì belli e naturali, che era una meraviglia. Similmente la tovaglia, colla quale calavano il S. corpo, e tanto questa, che i panni e vestimenti, facevano pieghe bellissime. Vedevansi ancora grandi affetti di dolore nelle figure. Appresso un amator dell’arte, chiamato Melchior Wintgis, era una bella Lucrezia. In Amsterdam, in via Warmoes, in casa di Marten Papembroeck, era una tavola di Adamo ed Eva, alta e grande, ma più alta, che lunga, con figure quasi al naturale, assai belle e ben finite, della quale opera furono al padrone offerti gran danari. In casa Joan Nicker, pure in Amsterdam, era una gran tavola de’ fatti di un Apostolo, dipinta a chiaroscuro, che pareva fatta senza colore: e a quella tela dov’ella era dipinta, aveva il Mabuse data una certa sorta d’imprimitura, che pel molto piegare che si faceva, non mai punto si guastava. Stette quest’artefice al servizio del Marchese di Veren, al quale dipinse Maria sua moglie, per una Vergine, che teneva in braccio il Bambino, ritratto d’un proprio figliuolo del Marchese e della stessa Maria. Quest'opera fu stimata tanto bella, che a comparazione di essa ne perdevano tutte l’altre sue pitture: e fino all’anno 1604 si vedeva sì ben conservata, che pareva fatta allora. Andò poi questo quadro in mano del Signore di Froimont in Goude, siccome altri ritratti di sua mano furon portati a Londra. In Withal, in Galleria, era un quadro con due ritratti di fanciulli, lavorati con grande artificio. Avvenne una volta, che mentre il Mabuse stava in servizio del Marchese, per non so quale occasione di viaggio, convenne al medesimo ricevere nella propria casa Carlo V onde per segno di ossequio e di allegrezza, volle vestire tutta la sua gente di Dommasco bianco. Mabuse ebbe il suo dommasco prima degli altri; ma perch’egli era un uomo, che poco stimava sé stesso, e tanto meno la roba, lo vendé subito, e diedene il prezzo agli amici. Quando poi fu per venire lo ‘mperadore, il povero Mabuse, non avendo più né l’abito, né i danari da provvedersene un altro, fecesi una toga di foglio bianco, e la dipinse sopra di fiori a modo di dommasco, tanto bene e al naturale, che era una maraviglia il vederla, di che il Marchese prese grande ammirazione. Aveva egli allora in sua Corte, oltre al Mabuse, un altro dotto Filosofo, ancora esso pittore; e uno, che operava bene in poesia. Questi tre passarono un giorno rimpetto al Palazzo, in tempo che lo ‘mperadore era alla finestra: e vedendogli il Marchese, che stava dopo di lui, domandò a Sua Maestà, qual de’ tre le pareva il più bel dommasco; lo ‘mperadore allora pose l’occhio nel vestito del pittore, quale appariva molto bianco e bello, e fiorito con maggior vaghezza degli altri, e già voleva dare a quello la prima lode, quando il Marchese gli scoperse l’accidente e l’industria del pittore, che tanto gli piacque, che volle averlo attorno alla tavola quando mangiava: e più volte in tale occasione volle toccar quell’abito colle proprie mani, quasiché non finisse di credere al testimonio degli occhi proprj, che gliele facevan parere di dommasco vero. Fu il Mabuse uomo pio, paziente, ed in ogni sua opera diligentissimo; ma tanto a caso, e disprezzato di sua persona, che piuttosto pendeva nel sordido: a cagione di che, e anche dall’avere un aspetto burbero e tristo, nel passar ch’ei faceva una volta da Midelburgh, fu per sospetto fatto prigione: e nel tempo di sua prigionia fece alcuni disegni di matita, o altra materia nera, bellissimi. Seguì finalmente la sua morte nella città di Anversa, il primo dì di ottobre del 1532 e nella Chiesa Cattedrale della Madonna fu onorevolmente sepolto. Il ritratto di lui fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, con aggiunta de’ seguenti versi, composti dal Lamsonio: Tuque adeo nostris sæclum dicere Mabusi Versibus ad graphicen erudiisse tuum. Nam quis ad aspectum pigmenta politius alter Florida Apelleis illineret tabulis? Arte aliis, esto, tua tempora cede secutis: Peniculi ductor par tibi rarus erit.

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