Nominativo - Maometto

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Questi poi, per disgusti ricevuti da Sofia, la moglie di Giustino minore Imperadore, chiamò in Italia, fino dalla bassa Germania, e dal paese posto fra il fiume Odera, e il fiume Elba, altre barbare nazioni, sopra i nomi delle quali discordano fra di loro gli scrittori, e che poi giunti in Italia si chiamarono Longobardi: e fu questo quell’infelice tempo, nel quale, per quanto gravissimi autori lasciarono scritto, si viddono nell’aria quegli eserciti di armati, quelle taglienti spade e lance, che dalle parti Aquilonari, verso le parti nostre a tutto volo correvano. Sotto la crudeltà di queste fiere, fu luogo alla misera Italia di ripensar con gusto piuttosto, che di ricordarsi con orrore, delle crudeltà sofferte per un corso di settantasette anni dalla barbarie de’ Goti, dalla quale pure sedici anni avanti si era sottratta; poiché spogliati i campi delle biade, e de’ frutti, smantellate le città, atterrate le fortezze, abbruciate le chiese e i monasterj, e uccisa ogni gente, fu per ogni parte fatto correre l’umano sangue. Essendo poi Alboino, il quarto anno del suo Regno in Italia, per opera della moglie, stato scannato: e Cleso suo successore, pure anch’esso stato ucciso col ferro da un servo; e creati poi da’ Longobardi, in luogo di Re, diversi Duchi; e tornati a creare nuovi Re, senza però deporre la nativa insolenza e barbarie verso la misera Italia; era già arrivata la cosa a tal segno, che quei pochi Italiani, a cui fu possibile il farlo, si erano quasi tutti rifuggiti nell’Elba, ed altri luoghi e isole de’ vicini mari, con che provarono il loro ultimo esterminio le buone arti, ed insieme coloro (se pure alcuno ve n’era rimaso) che quelle professar potessero: ed in ogni parte, in cambio di esse, ebbe luogo la crudeltà, la tirannide, ed ogni altro malvagio costume. Spenti dunque in tutto e per tutto gli artefici, restava solo, che perissero quasi tutte le pochissime opere loro, alle quali aveva perdonato il fuoco; quando non erano appena passati cento anni, da che l’infelice Roma aveva sofferte l’insolenze de’ Goti, e poi dell’altra barbara gente, che venne Costanzio, o vogliamo dire Costante II. Imperadore di Costantinopoli. Questi spogliò Roma di tutto quel poco di buono e di bello, che in materia di pitture, sculture e bassirilievi a caso era rimaso sopra terra, avanzato a tanti mali e rovine: e tutto portò in Sicilia: e perché l’Italia perdesse ogni speranza di più rivederle, furono esse, insieme con quante se ne trovavano allora in quell’Isola, da un esercito di Saracini rapite, ed in Alessandria traportate; dimanieraché, tolto via ogni vestigio di buon fare, incominciarono quegli Scultori, che vennero dipoi, a fare quelle brutte e sproporzionate figure, o come volgarmente si dice, fantocci, di che per l’Italia tutta, e fuori, son pieni tanti edificj e sepolcri di quei tempi: e gli Architetti seguendo l’uso e’l gusto della loro barbara nazione, continuarono a fabbricare con ordine Gotico, come mostrano, fra l’altre infinite, la Chiesa di San Martino, di San Giovanni, e di San Vitale in Ravenna, ed altre fabbriche in Francia e in tutta l’Europa, fatte poco avanti o dopo a quei tempi. L’Architettura però una volta, fra tante tenebre, diede segno di qualche miglioramento, cosa, che la Pittura e la Scultura non fece: e questo a cagione della facilità, che è assai maggiore nell’imitare colla misura le colonne, i capitelli e le cornici dell’antichissima buona maniera, purché l’artefice abbia buon gusto, di quella; che sia nell’imitar le buone statue, che pure, come si è detto, già eran quasi del tutto o perdute o sepolte, cosa, che agli edificj, tuttoché disfatti e guasti fossero, non era addivenuto, che però fra gli anni di Cristo 770. e 800. in circa, secondo quello, che ne lasciò scritto il nostro diligentissirno ed eruditissimo in ogni sorta di antichità, Don Vincenzio Borghini, fu fabbricata in Firenze la Chiesa de’ Santi Apostoli: e fuori di essa città, nel colle presso alle mura, fu riedificata da’ fondamenti nel 1010. la Chiesa di San Miniato al Monte: nell’una e nell’altra delle quali vedesi essere stata imitata la buona maniera dell’antichissimo Tempio di S. Giovambatista di Firenze. Questo miglioramento si vede però poche volte, ed in pochissime fabbriche, e per ordinario sempre si tenne quel barbaro modo. Ma qual guerra più perniciosa provarono le belle arti della Pittura e Scultura, poco avanti, e fino a questi tempi, a cagione della barbara impietà di Leone Isaurico e di altri Iconomachi Imperadori a lui succeduti, i quali, oltre all’avere abbruciate tutte le sacre immagini in Costantinopoli, perseguitarono a morte gli artefici, e tanti ne fecero morire, che finalmente si erano queste arti quasi da per tutto fuggitivamente ridotte nelle mani di alcuni Monaci; onde passati alcuni pochi secoli, già si era giunto al termine di non trovarsi altre pitture, che quelle, che si facevano per mano di un miserabile avanzo di pochi maestri Greci, e di alcuni di loro imitatori, che essa pittura ed il musaico usarono in Italia, con quella brutta e cattiva maniera, che altrove si è accennata, e tale in somma, che pare, che si possa dire, in un certo modo, che altro non avessero in sé quelle pitture, che un crudo dintorno, ripieno di un sol colore. Non è ancora indegno di reflessione, ciocché alla povera Pittura, Scultura e Architettura, in tutti i tempi soprannominati accadde: prima a cagione della pietà e zelo della Santa e vera Religione Cristiana, nella total destruzione e rovina de’ molti templi e simulacri de’ falsi Dei, dove essa Religione in tempo fu portata: e poi dall’infame Setta di Maometto, la quale, siccome ha pel miglior pregio dell’esser suo, l’ignoranza e disprezzo di ogni buona facoltà; così fu a queste belle arti, in ogni luogo, che essa tirannicamente occupò, di un totale esterminio. Per ultimo fu loro di non ordinario danno la malvagità di un uomo, quanto abbondante di forze e di ardire, altrettanto sfornito di fede e di umanità, o vogliamo dire un mostro de’ più crudeli, che mai si portasse a’ danni della povera Italia. Questi fu l’empio Federigo Barbarossa, il quale co’ suoi pessimi ufizj, fomentate prima intrigate discordie e crudelissime guerre fra le due Repubbliche di Genova e Venezia, fra Ferrara e Bologna, mossi attentati fra’ Guelfi e Ghibellini; finalmente con gran numero di Tedeschi e di Barbari, che a’ danni della Chiesa avea condotti, pose tutto in rivolta e confusione. Ne’ termini dunque soprannarrati, e con pochissimo, e quasi insensibile miglioramento, si trattennero le condizioni di queste arti fino al 1260. nel qual tempo essendo comparse alla luce, sopra quelle di ogni altro pittore de’ suoi tempi, e della nostra città, le opere di Cimabue, e dipoi quelle del famosissimo Giotto di lui discepolo: e scopertosi da essi alcun modo, onde potesse migliorarsi il disegno, cominciò ella a rivivere, come a suo luogo abbiamo mostrato. Ma finalmente non poterono questi artefici con ogni loro industria altro operare, che farla di morta viva: e conciossiacosaché meno godibile si renda la vita, ogni qual volta ella manchi di quelle aggiunte, che la rendono anche gioconda (tali sono vivacità di spiriti, sanità robusta, ed altre a queste simiglianti cose) è necessario il confessare, che non poteva la pittura, benché fatta viva dalle mani di que’ maestri, far gran pompa di sé stessa, perché molto le mancava di disegno, di colorito, di morbidezza, di scorti, di movenze, di attitudini, di rilievo e di altre finezze e vivacità, onde ella potesse in tutto e per tutto assomigliarsi al vero; che però dovrà sempre vivere al mondo il nome di Masaccio, di cui ora siamo per parlare, il quale co’ suoi profondissimi studi, tali difficultà scoperse, ed in gran parte anche superò: e così bene aperse la strada a quanti dopo di lui operarono, che non era ancora passato un secolo da che egli finì di vivere, che già quest’arte nobilissima, si vide esser giunta al colmo di sua perfezione.

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Discepolo di Cornelis Engelbrechtsen, nato 1494, morto 1533. Ne’ tempi, che nella città di Norimbergh e in tutta la Germania, già risplendeva il famoso Pittore, Scultore e Architetto Alberto Durer, e poco prima che egli incominciasse a dar fuori le maraviglie del suo artificioso bulino, nacque nella città di Leida l’eccellente pittore Luca: e ciò fu circa l’ultimo di Maggio o principio di Giugno del 1494. Suo padre si chiamò Huija Jacobsz, che in nostra lingua è lo stesso, che Ugo Jacobi, che fu anch’egli eccellente pittore. In questo fanciullo possiamo dire, che mostrasse la Natura il maggiore miracolo, che ella facesse giammai in alcun tempo vedere al mondo, in ciò che appartiene alla forza dell’inclinazione e del genio; perché avendo egli in puerizia atteso all’arte del disegno sotto gl’insegnamenti del padre, non prima fu giunto all’età di nove anni, che diede fuori graziosi intagli di sua mano, che andarono attorno senza la data del tempo, ma però fatti in quella sua tenera età: e come quegli, che non contento di quanto nell’arte apprese dal padre, desiderava di presto giugnere al più alto segno di eccellenza; si pose a studiare appresso di Cornelis Engelbrechtsen, del quale si è altrove parlato. Né è vero, per quanto ci avvisa Carlo Vanmander Fiammingo, quello, che disse il Vasari nelle poche righe, che egli scrisse di Luca, che egli per imparare bene l’arte, se ne uscisse della patria. Stavasi dunque il fanciullo in quella scuola, continuamente applicato a disegnare, consumando, non solo il giorno, ma le intere notti, senza mai pigliarsi altro trastullo o passatempo, che in cose di grande applicazione, appartenenti all’arte. Ma, come suole avvenire, che la Natura, benché troppo violentemente affaticata ne’ primi anni, talvolta pel vigore della gioventù, non dia in subito segni di molto risentirsene; ma coll’avanzarsi dell’età, e col crescere delle fatiche, in un tratto si dia per vinta; avvenne, che all’incauto Luca fossero brevi i giorni della vita, e che in que’ pochi non godesse egli sempre intera salute. Erano in quella sua tenera età le sue camerate mai sempre giovani di quel mestiere, Pittori, Intagliatori, Scrittori in vetro, e Orefici, co’ quali in altro non si tratteneva, che in istudiare e discorrere sopra le difficultà dell’arte. Di ciò era egli talvolta aspramente ripreso dalla madre, la quale per le soverchie fatiche, già lo vedeva correre a gran passi al totale disfacimento di sé stesso; ma non fu mai possibile il ritenerlo. Valevasi egli di ogni occasione, anche frivola, per mettersi a disegnare: e sempre faceva o mani o piedi, e quanto gli dava fra mano di più comodo, in ogni tempo e in ogni luogo. Or dipingeva a olio, ora a guazzo, ora in vetro, ora intagliava in rame, e in somma tutte l’ore del giorno, e bene spesso quelle della notte, erano a lui un’ora sola, destinata a una sola faccenda. Non fu prima arrivato all’età di dodici anni, che e’ dipinse in una tela a guazzo, una storia di Santo Uberto, che in quelle parti fu stimata cosa maravigliosa, e ne acquistò gran credito. Aveva egli fatto questo quadro pe’ Signori di Lochorst, i quali per rendere il fanciullo più animoso a operare, gli diedero tanti Fiorini d’oro, quanti anni egli aveva. A quattordici anni intagliò una storia, dove figurò Maometto, quando essendo ubriaco, ammazzò Sergio Monaco: e in essa pose la nota del tempo, che fu il 1508. Un anno dopo, cioè in età di 15 anni, intagliò molte cose; ma particolarmente per gli Scrittori, o vogliamo dire Pittori in vetro, fece otto pezzi della Passione di Gesù Cristo, cioè l’Orazione nell’Orto, la prigionia o cattura di esso nell’Orto, quando lo conducono ad Anna, la Flagellazione, la Coronazione, l'Ecce Homo, il Portar della Croce, la Crocifissione: e ancora una carta, dove figurò una tentazione di S. Antonio, al quale apparisce una bella donna: e tutti questi pezzi furono lodatissimi, perché erano bene ordinati con bizzarre invenzioni, prospettive, lontananze e paesi, e tanto delicatamente intagliati, che più non si può dire. Il medesimo anno intagliò la bella invenzione della Conversione di san Paolo, nella quale, come in ogni altra sua fattura, fece vedere gran diversità di ritratti, maestà di vestimenti e berretti, capelli, acconciature di femmine ed altri abbigliamenti all’antica, bellissimi, che son poi serviti di lume, anche agli stessi Pittori Italiani, per viepiù arricchire le opere loro: e molti colla dovuta cautela, ad effetto di coprire il virtuoso furto, se ne son serviti ne’ loro quadri. Nell’anno 1510 e della sua età il sedicesimo, intagliò la bella carta dell’Ecce Homo, con moltissime figure, nella quale superò sé stesso, particolarmente nella varietà delle arie delle teste e degli abiti, ne’ quali seppe far risplendere il suo bel concetto di far veder presenti a quello spettacolo diversi popoli e nazioni. Lo stesso anno intagliò il Contadino e la Contadina, la quale avendo munto le sue vacche, fa mostra di alzarsi, in che volle esprimere al vivo la stanchezza, che prova quella femmina nel rizzarsi da coccoloni, dopo essere stata lungamente a disagio in quel lavoro. Fece ancora l’Adamo ed Eva, i quali cacciati dal Terrestre Paradiso, malinconici e raminghi se ne vanno pel mondo. È Adamo coperto di una pelle, con una zappa in spalla, e porta il suo Caino sopra le braccia. Nello stesso tempo pure intagliò la femmina ignuda, che spulcia il cane, e molti altri bellissimi pezzi, de’ quali farò menzione a suo luogo, senza seguire l’ordine dei tempi, per non tediar il lettore; bastandomi l’averlo fatto fin qui, per mostrare, che Luca in età di sedici anni già aveva fatte opere meravigliose, e tali, che avevan messo in gran pensiero e gelosia lo stesso Alberto Duro, a cagione principalmente dell’aver Luca osservato ne’ propri intagli un certo modo di accordare così aggiustato, con un digradar di piani, e un tignere delle cose lontane, di tanta dolcezza, che a proporzione della lontananza, vanno dolcemente perdendosi di veduta, in quella guisa che fanno le cose naturali e vere; perfezione, alla quale Alberto stesso non era arrivato, benché per altro egli avesse miglior disegno di Luca. Onde il medesimo Alberto, a concorrenza di lui, si mise a dar fuori nuovi intagli, che furono i migliori, che e’ facesse mai: e perciò entrò fra di loro una tal virtuosa gara, che ogni volta che Alberto dava fuori intagliata una storia, subito Luca intagliava la medesima di altra propria invenzione.

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