Nominativo - Mancini

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

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E pure l’opere di Buffalmacco Fiorentino, Discepolo d’Andrea Tafi, furon tanto peggiori di quelle di Giotto, quanto sono oggi, stetti per dire, le pitture di Giotto inferiori a quelle de’ miglior Maestri moderni: perché là dove quelle di Giotto ritengono anche nel nostro tempo un non so che di decoroso e di grave, e per conseguenza di bello e di dilettevole; quelle di Buffalmacco appena si posson vedere senza riso. Tanto che, dirò io, se nulla vale questo mio argumento, grande bisogna che sia la forza dell’opinione, e che due volte furon quei Secoli infelici, una per la scarsezza che era allora degli uomini di valore nelle bell’Arti, e l’altra per l’ottusità non meno di coloro che per le più nobili operazioni elessero Giotto Fiorentino, che degli altri, i quali con tali Encomij scrissero di lui, lasciando indietro tanti Artefici di gran lunga migliori di quello che egli si fosse. Ma perché non posso io a verun patto indurmi a credere contro ciò che io medesimo, nel confronto che ò fatto d’innumerabili pitture, che si facevano avanti a Cimabue e a Giotto, con altre di lor mano, per la Toscana ed altri luoghi d’Italia, per ciò né punto né poco mi sottoscrivo a quanto seguita a dir l’Autore, cioè che le sue nominate antiche pitture GIÀ COMINCINO A FAR RIMANER BUGIARDO CHI SCRISSE, CHE ALLORA, CHE PELL’INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE; anzi affermo colla sentenza universale di tutti i Secoli, anzi di tutti gli anni che son corsi da Cimabue fino a’ presenti tempi, e di tutti i gravissimi Autori, e de’ migliori Professori dell’Arte, e col testimonio dell’opere medesime, che verissima, anzi indubitata cosa fu, ed è, CHE ALLORA CHE PER LO INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE, nulla curando quanto per dar questa gloria alla propria Patria à scritto nel nostro secolo il Ridolfi Pittore, ed il Mancini Medico, per attribuirla anch’egli alla sua; perché per quanto si raccoglie dagli scritti del primo, egli non vidde l’opere di Giotto, e di Cimabue, né seppe mai ciò che di loro fu scritto dagli antichi Autori; ed in quegli del secondo, toltone una gran passione contro il Vasari, ed un soverchio affetto alla Patria, nulla se ne cava che aggiunga valore, alla sua propria, e pura asserzione. Fino a quì m’è piaciuto di ragionare di Cimabue, e di Giotto; e del primo mi è bastato il dire, ch’egli diede miglioramento alla goffa maniera Greca, che ne’ suoi tempi per tutti a quel modo il dipignere si costumava. Giotto poi ò io trattato come un Restauratore della Pittura, e attribuendogli quelle lodi ch’ei merita: anzi facendo come eco all’unite voci di tanti grand’uomini, e valenti litterati, ed Artefici nobili, che in sua vita, e dopo di lui fino a oggi pe’ tempi fiorirono; mi son contentato di dichiararlo, che che in contrario se ne dica il prementovato Autore, il buono e sovrano Maestro del suo tempo nell’Arte della Pittura, da sé restaurata ed ampliata.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Nato 1479, morto 1554. È controversia fra alcuni intorno al luogo, onde questo artefice trasse i suoi natali. Vasari nella vita, ch’egli scrisse di lui, disse, che fu da Vercelli; e in quella, ch’egli scrisse di Mecherino nello stesso tempo, lo chiamò Gio. Antonio da Caravaggio. Isidoro Ugurgieri lo fa figliuolo di Jacopo Razzi, nativo di Vergelle, castelletto dello stato di Siena; e Monsignor Giulio Mancini in un suo Manoscritto lasciò notato, ch’egli fosse di un certo suo immaginato castello, chiamato Rivatero, perché in una denunzia, che si trova aver fatto il Soddoma al Pubblico di Siena l’anno 1531 di tutti i suoi beni, secondo l’ordine, che ne venne allora in quella città, egli scrisse Giovanni Antonio Soddoma di Bucaturo; avendo il detto Mancini, se pur non fu errore di chi copiò il suo manoscritto, letto in cambio di Bucaturo, Rivatero; o pure errò l’Ugurgieri, che notò la denunzia, scrivendo Bucaturo, in luogo di Rivatero: e di questa parola Bucaturo da nessuno è stato inteso il significato: ed io per me la stimo una delle solite leggierezze e buffonerie, che furon sempre inseparabili compagne di questo artefice. La verità però si è, che in Archivio della città di Siena, fra l’antiche scritture, si trova Magnicus eques Dominus Johannes Antonius de Razzis de Verzè Pictor, alias il Soddoma, per Rogo di Ser Baldassar Corte 1534. Sicché pare, che si possa concludere coll’Ugurgieri, che per la parola Verzè sia stato voluto significare il castello di Vergelle: e conseguentemente, che equivocasse il Vasari, il quale veggiamo avere equivocato altresì in farlo nativo di due luoghi, cioè di Vercelli e di Caravaggio, dicendo da Vercelli in luogo di Vergelle. Comunque si sia la cosa, dice lo stesso Vasari, che costui fu introdotto in Siena da certi mercanti, agenti delli Spannocchi; e che egli quivi si affaticò in studiare le opere di Jacopo della Fonte Scultore, altrimenti chiamato Jacopo della Quercia, le quali allora vi erano in gran pregio. Giovanni Antonio adunque fu così bene inclinato all’arte, e vi ebbe così buon gusto e disposizione, che dove e’ volle far bene, pochi poterono far meglio; ma come quegli, che ebbe ancora, e sempre nutrì in sé stesso lo spirito buffonesco, col quale era solito farsi largo con ogni condizion di persone, non seppe anche tenersi a segno nelle cose del mestier suo; onde lavorò bene, spesso senza studio o applicazione: in somma egli fece sempre tanto bene quanto volle, ma non moltissime furon quelle volte, che fu di tale umore. Operò in Roma, Volterra, Pisa, e, più che in altra città, in Siena, dove veggonsi, fra l’altre, alcune sue pitture di singolar bellezza, delle quali noi solamente faremo menzione, lasciando al Lettore il soddisfarsi dell’altre sopra quanto ne scrisse il Vasari. Primieramente per la Chiesa di San Francesco fece una tavola di un Cristo Deposto di Croce, colla Vergine Santissima tramortita: ed evvi un uomo armato, che voltando le spalle, fa vedere l’anterior parte nel lustro di una celata, che è quivi in terra. Per la Compagnia di San Bastiano in Camolia dipinse il bel Gonfalone, che usavan portare processionalmente, dove rappresentò la figura di San Bastiano legato all’albero. In San Domenico, alla Cappella di Santa Caterina da Siena, ove la sua Sacra Testa si conserva, dipinse due istorie, che tengono in mezzo il Tabernacolo, che contiene essa Testa: ed in quelle espresse fatti della medesima Santa, cioè: in una, a man destra, quando avendo ricevuto le stimate, giace tramortita, e questa riuscì di tanta bellezza, che essendo veduta da Baldassar Peruzzi, fecegli dire con grande asserzione, di non aver giammai veduto pittore, che così bene esprimesse l’affetto delle persone svenute e languenti, di quello, che il Soddoma aveva fatto. Siccome, secondo quello, che ci lasciò scritto l’altra volta nominato Mancini, Annibale Caracci, nel veder la tavola di San Francesco, ebbe anch’egli a dire, che il Soddoma, al certo, fra’ Pittori, fu di tanto buon gusto, che pochi de’ suoi pari eran soliti vedersi in quel genere. L’altra storia, dalla parte sinistra, non riuscì di tanta perfezione a gran segno. Lodatissima ancora fu una sua tavola dell’Adorazione de’ Magi, che fece per la Chiesa di Sant’Agostino: sopra una Porta della città, chiamata la Porta di San Viene, in un gran tabernacolo, dipinse a fresco la Natività del Signore, ed in questa istoria, nella persona di un vecchio, con un pennello in mano, ritrasse sé stesso. Sopra la porticella dipinse pure a fresco in un muro. Sopra la porta de’ Mariscotti dipinse un Cristo morto in grembo alla Madre, opera condotta a somma perfezione. Colorì molti quadri per Roma, e per diversi cittadini in Siena: e perché egli molto si dilettò di far ritratti al naturale, assai ne fece, che sarebbe lunga cosa il descrivere. Fu costui un di quelli ambiziosi cervelli, che vivendo capricciosamente, e lontano da’ modi degli altri uomini, ed in ogni cosa singolarizzandosi, pare che cerchino la gloria loro in non altro, che in farsi burlare; onde non è gran fatto, che egli, col governarsi a capriccio, e da persona poco assennata, si conducesse finalmente in tal miseria, che essendo venuto, per così dire, in odio anche a sé stesso, vecchio e povero, si condusse a morire allo Spedale: e ciò fu l’anno settantacinquesimo di sua età, e della nostra salute 1554. Furono discepoli del SoddomaBartolomeo Neroni Senese, detto per soprannome Maestro Riccio, che fu anche marito di una sua figliuola, ed erede di quel poco, che appartenente a quest’arti, rimase alla sua morte. Fu anche suo discepolo Girolamo, detto Giomo del Soddoma, che morì in giovanile età.

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