Nominativo - Madama Margherita

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Altrove poi dice, così parlando del Re. Egli ritornò a Parigi, e l’altro giorno, senza che io l’andassi a incitare, da per sé venne a casa mia, dove fattomegli incontro, lo menai per diverse stanze, dove erano diverse sorte d’opere: e cominciando dalle cose più basse, gli mostrai molte quantità d’opere di bronzo: dipoi lo menai a vedere il Gioved’argento, e gliene mostrai come finito, con tutti i suoi ornamenti. Dipoi lo menai a vedere altre opere d’argento e d’oro, e altri modelli per inventare opere nuove. Dipoi alla sua partita, nel mio prato del castello, scopersi quel gran Gigante. E più appresso: Intanto con gran sollecitudine, io finii il Gioved’argento, colla sua base dorata, la quale io avevo posta sopra un zocco di legno: e in detto zocco di legno avevo commesso quattro pallottole pure di legno, le quali stavano più che mezze nascose nelle loro casse, in foggia di noce di balestra. Erano queste cose tanto gentilmente ordinate, che un piccolo fanciullo, facilmente per tutti i versi, senza fatica al mondo, mandava innanzi e indietro, e volgeva la detta statua. Avendola assettata a mio modo, andai con essa a Fontanablò, dove era il Re. In questo tempo il sopraddetto Bologna aveva portato di Roma le sopraddette statue, e l’aveva con gran sollecitudine fatte gettar di bronzo. Io che non sapevo nulla di questo, sì perché egli aveva fatta questa faccenda segretamente; e perché Fontanablò è discosto da Parigi quaranta miglia, però non avevo potuto saper niente. Facendo intendere al Re, dove e’ voleva ch’io ponessi il Giove; essendo alla presenza Madama di Tampes, disse al Re, che non vi era luogo più a proposito per metterlo, che nella sua bella Galleria. Questa si era, come noi diremmo in Toscana, una loggia, o sì vero androne: più presto androne si potria chiamare, perché loggie noi chiamiamo quelle stanze, che sono aperte da una parte. Era questa stanza lunga molto più di cento passi andanti, ed era ornata e ricchissima di pitture di mano di quel mirabile Rosso nostro Fiorentino: e fra le pitture erano accomodate moltissime parti di scultura, alcune tonde, altre di bassorilievo. Era di larghezza, di passi andanti, dodici in circa. Il sopraddetto Bologna aveva condotto in questa Galleria tutte le sopraddette opere antiche fatte di bronzo, e benissimo condotte: e l’aveva poste con bellissimo ordine elevate in sulle loro base; siccome di sopra ho detto. Queste erano le più belle cose tratte da quelle antiche di Roma. In questa detta stanza io condussi il mio Giove: e quando io vidi quel grande apparecchio, tutto fatto a arte, in da per me dissi: Questo si è come passare infra le picche: ora Iddio m’ajuti. Messolo al suo luogo, e quanto io potetti, benissimo acconcio, aspettai quel gran Re che venisse. Aveva il detto Giove, nella sua mano destra, accomodato il suo fulgore, in attitudine di volerlo tirare, e nella sinistra gli avevo accomodato il mondo. Infra le fiamme avevo con molta destrezza commesso un pezzo d’una torcia bianca. E perché Madama di Tampes aveva trattenuto il Re fino a notte per fare uno de’ due mali, o che egli non venisse, o sì veramente, che l’opera mia, o causa della notte si mostrasse manco bella: e come Iddio promette a quelle creature, che hanno fede in lui, ne avvenne tutto il contrario; perché fattosi notte, io accesi la detta torcia, che era in mano al Giove, e per essere alquanto elevata sopra la testa di detto Giove, cadevano i lumi di sopra, e facevano molto più bel vedere, che di dì non avrian fatto. Comparve il detto Re colla sua Madama di Tampes, colla Delfina sua figliuola, e col Delfino, oggi Re, col Re di Navarra suo Cognato, con Madama Margherita sua figliuola, e parecchi altri gran Signori, i quali erano istrutti apposta da Madama di Tampes, per dir contro di me. E veduto entrare il Re, feci spingere innanzi da quel mio garzone Ascanio, già detto, incontro al Re il detto Giove; e perché ancora era ciò fatto con un poco d’arte, quel poco di moto, che si dava a detta figura, la faceva parer viva: e lasciatomi alquanto dette figure antiche indietro, detti prima gran piacere agli occhi dell’opera mia. Subito disse il Re, questa è molto più bella cosa, che mai per nessun uomo si sia veduta: ed io, che pure me ne diletto e intendo, non avrei immaginato la centesima parte. Que’ Signori, che avevano a dire contra di me, pareva che e’ non si potesser saziare di lodare la detta opera. Madama di Tampes disse arditamente: Non vedete voi quante belle figure di bronzo antiche son poste più là, nelle quali consiste la vera virtù di quest’arte, e non in queste bajate moderne? Allora il Re si mosse, e gli altri seco, e data un’occhiata alle dette figure, e quelle per esser lor posto il lume inferiore, non si mostravano molto bene. A questo il Re disse: chi ha voluto disfavorir quest’uomo, gli ha fatto un gran favore.

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Fioriva nel 1540. Siccome in Italia le città di Firenze, di Venezia, e di Roma, furono sempre in gran pregio, per gli eccellenti uomini, che esse diedero alle nostre arti, così in Olanda fu sempre in grande stima la città di Haerlem, pe’ molti, che di essa riuscirono eccellenti in tali professioni. Fra questi fu Jan Mostart, nobile di quella città, il quale, fino dalla sua fanciullezza, tirato da una grande inclinazione al disegno, si pose sotto la disciplina di Jacob di Haerlem valente pittore. Aveva Giovanni avuto un suo antenato, di cui riteneva il cognome di Mostart, il quale egli aveva acquisito per sé, coll’occasione di essersi trovato coll’Imperador Federigo, e il Conte di Clovis, nel tempo ch’egli andò in Terra Santa; perché nella presa di Damiaten, da altri detta Pelusia in Egitto, mostrò sì gran valore nel combattere coll’arme bianca, che la plebe ignorante, per ischerzo gli diede il nome di uomo forte quanto la mostarda, d’onde poi Mostart. Checché si sia di questo, verissima cosa è, che egli per la sua bravura fu dall’Imperadore dichiarato nobile, e gli furono date per armi tre Spade in campo rosso, che fu poi la sua ordinaria insegna e de’ suoi. Giovanni dunque, del quale parliamo, non solamente fu un gran pittore, ma fu uomo discreto, benigno e manieroso: e perciò fu amato assai, dalla plebe non solo, ma anche dalla nobiltà; e finalmente fu dichiarato Pittore di Madama Margherita, la Sorella dell’Arciduca Filippo, primo di questo nome, Re di Spagna, e Padre di Carlo V. Essendo in questo servizio, studiò tanto in farsi ben volere da ognuno, che oltre all’essere stato sempre da tutti ben visto, giunse a tal segno di grazia colla Padrona sua, che ovunque ell’andava, doveva esser sempre ancora egli. In diciott’anni, ch’egli stette in quella Corte, fece molte opere; e perché era singolarissimo in far ritratti al naturale, i quali faceva parer vivi, ritrasse molte Dame e Cavalieri. Tornatosene poi in Haerlem, fu sempre la sua stanza frequentata da persone d’alto affare. In questa città in casa un certo Jacopynen erano l’anno 1604 alcune tavole, e fra queste una tavola da Altare, con sua predella, dov’era rappresentato il Natale di Cristo, opera assai celebrata da’ professori. In casa di un suo nipote, figliuolo di un suo figliuolo, si vedevano molte cose di sua mano. Niclaes Suycker, che è quanto dire in nostra lingua Niccolò Zucchero, aveva un pezzo di quadro d’un Ecce Homo, grande quanto il naturale, e più che mezza figura, dove erano alcuni ritratti fatti al vivo; e per uno di que’ soldati, che teneva legata la persona di Cristo, aveva ritratto un tal Pier Muys, cioè Pietro Topo, birro di quella città, che per esser calvo di testa e di brutto aspetto, stimò molto appropriato a rappresentare tal figura. Eravi ancora un quadro di un banchetto degli Dei: e un paese, che rappresentava l’Indie, con molte figure ignude e abitazioni, fatte all’uso di quelle parti. Questo però non era interamente finito. Vi era ancora il ritratto della Contessa Jacoba e del Signor di Borsele suo marito, con abito all’usanza antica. Vi era pur di sua mano il ritratto di sé stesso, che fu quasi l’ultima opera, ch’ei facesse. Erasi egli figurato ignudo, in atto umile, genuflesso, colle mani giunte, dalle quali pendeva una corona. In lontananza era un paese, fatto al naturale, e nell’aria si vedeva Cristo sedente, in atto di giudicare: da una parte aveva figurato il demonio, che l’accusava avanti al Tribunale d’Iddio: dal’altra parte aveva fatto vedere un Angelo, in atto di chieder per lui misericordia. In casa di Jacob Ravart in Amsterdam, era pur di sua mano una bella figura di Sant’Anna. Appresso di Floris Lehoterbosch, Consigliere nell’Haja, luogo della Corte d’Olanda, era un Abramo con Sarra, Agar ed Ismaele, di grandezza di più che mezza figura, con belli abiti, e acconciature al modo antico. In casa di Jan Claesz Pittore, discepolo di Cornelis Cornelisz, tra l’altre cose era un San Cristofano, con un paese assai grande. Nella Corte del Principe era un Santo Uberto, fatto con grande osservazione del naturale. Assai grandi e belle opere di Mostart arsero in Haerlem, insieme colla sua casa, in un grand’incendio, che s’appiccò in quella città. Fu questo pittore uomo di giudizio, spiritoso, e valente nell’operar suo, tantoché Marten Hemsckerck, Pittore celebre, era solito dire asseverantemente, che Mostart aveva superato tutti gli altri maestri, ch’egli aveva conosciuto: e si racconta, che Jan di Mabuse, pure anch’egli ottimo pittore, il pregasse una volta d’andare ad ajutargli nell’opere della Badia di Midelburgh; ma il Mostart, per non lasciare il servizio di quella gran Dama e Principessa, della quale egli anche, secondo alcune scritture, che furon trovate in essa casa, era stato dichiarato Gentiluomo, recusò di farlo. Seguì la morte di lui fra il 1555 e il 1556 essendo egli d’assai buona età.

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