Nominativo - Lorenzo di Bicci

Numero occorrenze: 9

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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Discepolo di Spinello Aretino. nato … circa al 14 Prima di pormi a parlare di questo artefice, desidero che sappia il mio Lettore, che nello intraprendere ch’io feci il carico di mandare alla luce Notizie di Professori del disegno, fin da quei primi tempi, ne’ quali incominciò quest’arte a rivivere, io mi proposi fra gli altri un fine molto principale, che fu di mostrare per ordine di tempi, il come, e per chi l’arte medesima, lasciata la goffezza antica, si andasse a poco a poco portando all’ultimo di sua perfezione; il che non credetti potere effettuare, se non per mezzo d’una dimostrazione per via d’albero, da quei primi maestri incominciando, e successivamente procedendo a’ discepoli loro, e quindi a’ derivati da questi, fino ne’ tempi nostri. Or siccome io a tale oggetto indirizzai mia intenzione, così posso affermare di non aver mai provato maggior difficoltà nella ricerca, che ho fatta poi sempre per le antichissime memorie, e per gli scritti di varj autori, che il ritrovar materie, che assicurar mi potessero il camino per l’ordine cronologico, quasi unico requisito della buona storia, ma particolarmente di quella ch’io mi resi a compilare. Conciosiacosaché mi sia venuto fatto bene spesso in ciò che si vede dato alle stampe, il ritrovare tali, e tante contradizioni a quello, che nell’antiche, e autentiche scritture si legge, ch’io sto per dire, che più agevol cosa sarebbe stata a me il ripigliar le materie da capo con poco, o non punto di ricerca di quello ch’è stato scritto, che il fare sopra dello stesso studio di sorta alcuna. Uno degli antichi artefici adunque, nel ritrovamento delle cui notizie m’è convenuto molto stentare, è stato Lorenzo di Bicci, quegli del quale ora debbo ragionare; e perché costui fu ne’ suo’ tempi uomo di gran valore nella pittura, vuole ogni dovere, che nel parlar di lui io m’affatichi in far comparire quelle verità, che intorno al tempo del suo vivere, ed operare, da altri furon trascurate, o per meglio dire, in tutto intorbidate, e confuse. Dice il Vasari, che Lorenzo di Bicci, che fu discepolo di Spinello Aretino, ebbe il suo natale l’anno 1400. e che in ciò egli abbia preso un gravissimo errore, quando non mai con altro pur troppo chiaro si dimostra con altri detti dello stesso Vasari, come ora vedremo. Dice egli, che Spinello stato suo maestro mancasse di vita circa al 1400.; come poteva dunque Lorenzo, nato secondo quest’autore del 1400. imparar tra le fasce l’arte del dipignere da Spinello, al quale già aprivasi la sepoltura; il perché, dico io, credasi al Vasari, come professore di pittura, ciò ch’ei ci disse, cioè, che Lorenzo di Bicci fu discepolo dell’Aretino, perché oltre a qualche riscontro o di tradizione, o d’altra qualsifosse cosa, potè egli esserne stato fatto certo, e particolarmente perché all’occhio suo erudito non potè portare inganno la maniera stessa dell’uno, e dell’altro maestro.

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Tornando ora al nostro pittore, ebbe egli nella sua prima età, come ci lasciò scritto lo stesso Vasari, gran desiderio di comparire nella sua patria non altrimenti che perfetto, e però volle scapriccirsi intorno alle difficultà dell’arte, impiegando buona parte degli anni suoi in dipignere in campagna, dove egli si faceva a credere, che le prime sue cose non fossero per esser considerate almeno da ognuno, così per la minuta, e vennegli ben fatto; conciosiacosache oltre all’avere egli assai megliorata la propria maniera, acquistasse tanta pratica nel colorire a fresco, e tanta facilità, che fermatosi poi in Firenze, gli potesse riuscire il condurre in essa forse più opere di quante mai ve ne avesse fatte qualsifosse altro pittore stato avanti a lui. Fra quelle, che si veggono fino a questo tempo di sua prima maniera fuori di Firenze è il tabernacolo posto sopra’l ponte a Scandicci in su la Greve fuori della porta a san Friano; e un’intera facciata sotto un portico a Cerbaia coll’immagine di Maria sempre Vergine, e di molti altri santi. In esso monte dunque, detto Monte Giovi, è la Chiesa di santo Romolo a Campestri nel Piviere di san Cresci a Valcava, fabbrica di piccola, ma di antichissima struttura, forse davanti al mille, per quanto si ha da più segni, ed è volta a Levante, e Ponente. In questa Chiesa all’Altar maggiore è una tavola con tre spazzi, ornata a colonnette al modo Gottico; nel primo spazio della quale è Maria Vergine con Gesù Bambino; nel partimento destro è santo Romolo, e san Giovan Batista; e nel sinistro san Gio: Evangelista, e sant’Antonio; a pie della tavola è la predella con istorie di piccole figure di fatti di santo Romolo, il tutto condotto con amore, benché della prima maniera di Lorenzo di Bicci: né è da tacersi, che ne’ piedistalli delle colonnette destra, e sinistra vedonsi della stessa mano le armi de’ Roti antichi nobili, stati potenti in quelle parti, detti talora da Campestri, e da Monte Giovi, e da Ghireto, opere state ordinate a Lorenzo intorno al 1380. da uno di essi Roti, che credesi essere stato Antonio figliuolo di Rota, il quale Rota io trovo assai rinomato in scritture di quegli antichi tempi, e fu figliuolo di Chele di Rota, di Scherano, di Rota, di Brunetto.

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Contengono le armi un campo azzurro entrovi due branche di Lione bianche incrocicchiate. Poco sotto alla nominata Chiesa ne’ beni antichi de’ medesimi Roti, posseduto oggi da Michele Roti, Gentiluomo erudito, descendente di d. Antonio, e figliuolo di Simone, che fu Sergente Generale di Battaglia del Sereniss. Granduca Ferdinando II. di Toscana, soldato di gran valore, vedesi pure oggi della stessa maniera dipinto a fresco un tabernacolo colla medesima arme de’ Roti, ove similmente è figurato sant’Antonio, sebbene essendo la pittura stata dal tempo alquanto guasta, fu poi poco acconciamente restaurata. Altre opere fece Lorenzo di Bicci per lo Contado di Firenze, che per brevità si tralasciano, buona parte delle quali ha distrutte il tempo. Dopo tutto questo, il nostro artefice se ne tornò a Firenze, dove gran lavori gli furon dati a fare, e fra questi per la Chiesa di san Marco nelle Cappelle della famiglia de’ Martini, e de’ Landi più pitture a fresco, ed una tavola di Maria Vergine con varj santi; le pitture a fresco nella riduzione al moderno, e restaurazione di essa Chiesa furono gettate a terra, e vi furono eretti nuovi Altari con vaghe architetture di pietra per ornamento delle stupende tavole, che ora vi si vedono di Fra Bartolomeo, del Cigoli, del Passignano, di Santi di Tito, del Paggi, di Fabbrizio Boschi, e di altri maestri eccellenti.

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Vi colorì ancora il Deposito di finto marmo per lo Cardinale Corsini, primo Arcivescovo della nostra Città, che sopra vi si vede dipinto al naturale; e quello ancora non lungi da questo per Fra Luigi Marsilj Agostiniano, famoso Teologo. E fu gloria singolare di Lorenzo di Bicci l’essere stato il primo, che in quella nobilissima Chiesa facesse vedere sue pitture. Portatosi ad Arezzo, dipinse per i Monaci Olivetani storie di san Bernardo nella maggior Cappella di lor Chiesa, e già accingevasi a dipignere il Chiostro con istorie della vita di san Bernardo, quando sopraggiunto da grave infermità gli convenne tornare a Firenze, lasciando che Marco da Montepulciano suo discepolo la dipignesse in cambio suo, siccome fece male, e goffamente. Tornato ch’egli fu alla primiera salute, dipinse in patria la storia di Maria Vergine Assunta, che pure oggi vediamo benissimo conservata nella sopradetta facciata del Convento di santa Croce, e con questa, che fu al certo la miglior opera, che partorisse il suo pennello, *benché egli fosse già decrepito, e non di 60. anni in circa, come affermò il Vasari*, diede fine alle sue opere, ed al suo vivere circa l’anno di nostra salute 1450. dopo aver insegnata l’ arte a due suoi figliuoli, cioè Bicci, e Neri, de’ quali a suo luogo ragioneremo. Devesi a questo artefice non poca lode per lo grande operare, ch’ei fece, e per essere anche stato sempre simile a sé stesso negli ottimi precetti dell’arte, per quanto però poteva estendersi il modo di fare Giottesco, il quale, siccome da principio fu preso da lui, e migliorato alquanto in disegno, arie di teste, ed in una certa maggioranza di maniera, fu anche sempre mantenuto; in questo però dell’aver sempre voluto tener forte quella maniera non fu lodevole, perché già negli ultimi tempi di lui avendo veduto la nostra Città il miglioramento, che faceva l’arte del dipignere, mediante le nobili fatiche di Masaccio, e de’ suoi imitatori, aveva fatte in ogni sua parte, averebbe potuto ancora esso migliorare la sua maniera; e pure essendo lungamente vissuto fra i maestri di quei due secoli del 1300. e 1400. volle rimanere l’ultimo, che essa maniera Giottesca praticasse, e più tosto restare fra di loro in minore stima, che abbandonarla giammai; dal che ad evidenza si riconosce quanto difficil cosa sia, anche agli uomini assennati, l’emendare in vecchiaia quegli errori, che in un ben lungo corso di vita si presero a praticare, e Quæ pueri didicere, senes perdenda fateri.

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L Lando da Siena archit. sua vita 42. Leon X. Sommo Pontefice a Firenze visita il Monastero degli Angeli 61. Libro antico de’ morti del Convento di san Domenico in Siena 3. 5. Libro intitolato Martilogio esistente nell’Archivio di san Pietro in Roma 3. Libreria di san Lorenzo del Sereniss. Granduca 12. Libri di antichissimi Poeti Provenzali, che vi conservano 90. 92. Libro antico degli uomini della Compagnia de’ Pittori di Firenze 13. 33. 48. Libreria celebre de’ manoscritti originali, e spogli del Senat. Carlo Strozzi 64. 67. 79. Libreria insigne anticamente in Provenza, ridotta a ben’ essere dopo le guerre dal Monaco dell’Isole d’Oro 89. Lino pitt. scult. e archit. sua vita 8. Lionardo Aretino istorico 107. Lionardo della nobile famiglia de’ Buonarruoti Simoni 104. Lippo pitt. Fiorentino sua vita 84. Lippo Vanni pitt. Sanese 87. Lippo Memmi pitt. Sanese sua vita 34. Loggia de’ Signori in Piazza architettata dall’Orcagna 65. Loggia d’Or San Michele dipinta 43. Loggia de’ Mercanti d’Ancona da chi architettata 75. Lorenzo Ghiberti scult. Fior. fa le due porte di S. Giovanni 32. Lorenzo Bolognese pitt. sua vita 57. Magnif. Lorenzo de’ Medici padre, di Papa Leone X. 62. D. Lorenzo Monaco Camaldolese pitt. sua vita 94. Lorenzo di Bicci pitt. Fiorent. sua vita 96. Lorenzo Antonio Vite pittore 109. Lorenzo di Filippo archit. 103. Lorenzo di Gio: d’Ambrogio scult. 103. Luca di Giovanni da Siena scult. 80.

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P Pace da Faenza sua vita 5. Palazzo de’ Signori in Siena 4. 40. Palazzo del Pubblico, già de’ Signori della Scala 83. Paolo da Siena pitt. ritrasse Papa Benedetto X. 32. rifa i tetti della Basilica di san Pietro 32. Paolo Orlandini Monaco Camaldolese sue composizioni in versi latini 61. Pestilenza in Firenze del 1383. 56. del 1348. 58. descritta 66. Pesarese scult. e archit. 46. Piena d’arno del 1333. 36. Piazza de’ Signori allargata con rovina di molte case 41. Piero da Farnese Capitano de’ Fiorentini contro i Pisani muore 73. Pietro Cavallini pitt. sua vita 6. fu scultore 6. uomo di santa vita 6. sua morte 6. alle imagini dipinte da lui concorse Iddio con miracoli 7. suo particolar modo di dipignere imagine della Santissima Nunziata 7. Pietro Laurati sua vita 31. il primo che in Siena introducesse la buona maniera di dipignere 31. il primo che ingrandisse la maniera 31. Pietro Lorenzetti pitt. Sanese 40. Pieve di S. Maria in Cœliaula, detta in Cilicciavoli nel Fiorentino 8. Pieve d’Empoli Terra di Toscana 44. Pieve d’Arezzo 60. Pittori Fiorentini dopo il risorgimento seguito in Firenze dell’arte della pittura si spargono per tutta Europa 48. Pittura nella facciata del palazzo di parte Guelfa da chi fatta 102. Polito di Clemente di Polito sua vita 105. Ponti, e mura in Firenze rovinati per la piena del 1333. da chi rifatti 37. Ponte di S. Trinita il vecchio 44. rovina per la piena del 1557. 44. Poppi Castello nel Casentino 43. Porta di bronzo il Tempio di S. Giovanni fatta da Andrea Pisano 32. finita nel 1339. 32. levata di suoi primo luogo 32. Porta di bronzo di d. tempio di S. Gio: 96. Porta principale di S. Petronio di Bologna da chi intagliata 96. Prato Vecchio Terra di Toscana, celebre per Donato Grammatico, per Cristofano Landini, e per Iacopo da Prato Vecchio pitt. 42. Proverbio nato da un fatto di Lorenzo di Bicci pitt. Fiorentino 100. Puccio Capanna pitt. Fior. sua vita 45.

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Or venendo a parlare della persona di lui, dice il Vasari, che Lorenzo Ghiberti fu figliuolo di Bartoluccio Ghiberti, o di Cione, altrimenti detto Bartoluccio Ghiberti: l’una e l’altra delle quali cose è detta con errore; perché il padre di Lorenzo fu Cione Ghiberti, che non mai fu chiamato Bartoluccio: e Bartoluccio non fu padre di Lorenzo, il che più espressamente si mostrerà avanti. Bartoluccio dunque putativo, e non vero padre di Lorenzo fu, un orefice, che disegnò ragionevolmente, e in grado di molta eccellenza esercitò l’arte sua. A costui ajutò Lorenzo in sua fanciullezza per qualche tempo in quel mestiere, non lasciando però, per l’affetto ch’egli aveva alla scultura, d’esercitarsi sovente in modellare e gettare piccole figurine di bronzo. Poi invaghitosi sopra modo della Pittura, ad essa si diede: né io dubito punto, che ciò non fosse sotto l’indirizzo di Gherardo dello Starnina, notizia, che fra gli Autori non si trova. E la ragione del mio credere è; perché avendo esso Lorenzo potuto poco imparare da Bartoluccio in materia di disegno: e conoscendosi chiaramente la sua prima maniera del panneggiare, e attitudini delle figure esser le medesime appunto di Masolino da Panicale, e d’altri discepoli del medesimo Gherardo: e non avendo io saputo trovare, che altri allora in Toscana tenessero tal maniera in tempo di potergli esser maestri, toltone Lorenzo di Bicci, che operava del 1386. quantunque il Vasari lo dicesse nato del 1400. e benché questi ancora per ragione del tempo, e di qualche somiglianza di maniera gli avesse potuto insegnare egli, siccome aveva fatto Donatello di lui coetaneo; io però stimo più verisimile ch’egli uscisse della squola di Gherardo. Lasciata dunque alla benignità del Lettore il prestar quella fede che gli piace a tal mia asserzione, dico, che Lorenzo dopo aver fatto molto profitto nella Pittura, si portò insieme con un altro Pittore a Rimini, dove a Pandolfo Malatesti dipinse una Tavola. Tornossene poi dopo la peste del 1400. a Firenze, per aver sentito, che l’Arte de’ Mercatanti disegnava di far gettar di bronzo le rimanenti porte del Tempio di San Giovanni, in conformità di quello, che era stato fatto d’un’altra simil porta tanto tempo avanti, con disegno di Giotto, da Niccola Pisano; e che perciò aveva mandato a chiamare, oltre a’ Fiorentini, i primi maestri d’Italia; a ciò si risolvè, stimolato da Bartoluccio, e per desiderio che aveva di cimentarsi ancor esso con loro a fare un modello, siccome fece. Furono i maestri, che in termine d’un anno, in conformità dell’ordine avuto, fecero i modelli, il Brunellesco, Donatello, Jacopo della Quercia, Niccolò d’Arezzo suo discepolo, Francesco di Valdambrina, Simone da Colle, detto de’ Bronzi, ed esso Lorenzo: e questo si portò così bene, che Donato e’l Brunellesco, i migliori di tutti, si dichiararono di non aver luogo in quell’opera, ma che solo a Lorenzo ella si dovesse dare, non ostante che appena avesse egli compito il XXII. anno dell’età sua. Né fu gran fatto, che’l modello di Lorenzo, al parere di questi grandi uomini, e di 34. cittadini, stati chiamati, riuscisse tanto superiore in bontà a quelli degli altri; perché Bartoluccio, uomo di buon gusto, e Lorenzo medesimo, senza fidarsi della propria abilità dello studio e delle fatiche durate per far bene, usarono, nel tempo che e’ lo lavorava, d’introdurre, a vederlo e a dire lor parere, quanti e forestieri e Fiorentini gli davano alle mani, che di tal professione punto intendessero: arte, che rare volte è usata anche da coloro, che pure per iscarsezza di lor giudizio più d’ogn’altro far lo dovrebbero: e quindi addiviene, che tanti pochi pervengono agli ultimi segni d’eccellenza nelle professoni loro.Aveva io già scritto fin qui, quando mi venne sotto occhio il bel frammento di Manoscritto antico, esistente nella tanto rinomata Libreria del già Senator Carlo Strozzi, in cui molte notizie si danno di Filippo di Ser Brunellesco dal compilator di esso, che afferma aver veduto e parlato al Brunellesco medesimo: e dove de i modelli fattisi per le porte di San Giovanni egli ragiona, porta alcune particolarità minute intorno al medesimo suggetto, state notate da me nella vita di esso Filippo: alle quali, oltre a quanto io ho detto qui, rimetto per brevità e per maggiore informazione il mio Lettore.

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Discepolo di Lorenzo di Bicci, nato 1383, ? 1466._ Siccome nelle già scritte notizie, e in quelle singolarmente, che il cominciamento sono di questa storia, abbiamo abbastanza parlato de’ famosi ingegni di Cimabue e Giotto , per opera de’ quali a nuova vita risorse l’estinta nobil arte della Pittura, così ogni ragion vuole, che dichiamo alcuna cosa fra le molte, che potrebbero dirsi, e che ottimamente ha detto il Vasari di colui, che mercè il suo nobile e spiritoso talento restituì il già perduto essere alla bella arte della Scultura: e questi fu Donato, detto comunemente Donatello , il quale in questa nostra patria di Firenze nato da Niccolò di Betto di Bardo l’anno di nostra salute 1383. e fino dalla sua fanciullezza fu allevato, comecché molto spiritoso fosse, con molta cura, da Ruberto Martelli Gentiluomo Fiorentino, e de’ belli ingegni ottimo discernitore e liberalissimo Mecenate: appresso al quale libero dal nojoso pensiero, che il bisogno di sovvenire alle proprie necessità suole apportare, poté darsi con gran fervore al disegno, nel quale s’approfittò con Lorenzo di Bicci pittore, e ad esso ajutò a dipignere, essendo ancora di tenera età. Si diede poi alla scultura, alla quale era così portato dal genio, che fino ne’ primi anni scolpì molte figure tanto belle, che lo fecero tenere per singulare in tal professione: e fu il primo, che non solamente uscisse in tutto dalla maniera vecchia, che pure avevanlo fatto altri avanti a lui, ma che facesse opere perfette, e di esquisito valore, emulando mirabilmente la perfezione degli antichi scultori Greci, e dando alle sue figure vivezza e verità mirabile. Fu ancora il primo, che ponesse in buon uso l’invenzione delle storie ne’ bassorilievi, ne’ quali fu impareggiabile. Sono in Firenze di sua mano moltissime opere di scultura: e fra queste è maravigliosa una statua, rappresentante l’Evangelista San Marco, che per essere calva, è detta lo Zuccone, posta in uno de’ lati del campanile del Duomo , dalla parte della piazza, con tre altre figure di braccia cinque, molto belle. Sopra la porta del medesimo campanile, è un Abramo con Isac: sotto la Loggia de’ Lanzi è una Juditta di bronzo con Oloferno, della quale esso tanto si compiacque, che vi pose il suo nome con queste parole: Donatelli opus. Trovasi fra le Scritture di casa Strozzi, in un Volume intitolato Memorie spettanti a’ Laici, a car. 457. che quest’opera della Juditta stette in casa di Piero de’ Medici fino all’anno 1495. nel qual tempo fu collocata sulla Ringhiera del Palazzo de’ Signori, e nel 1504. esserne stata levata e posta in terra, e in suo luogo essere stato posto il Gigante di Michelagnolo, che così chiamavasi la figura del David: e la statua della Juditta, in processo di tempo, ebbe luogo nella suddetta Loggia. Fu anche opera delle mani di Donato la tanto rinomata statua del San Giorgio: siccome ancora quella del San Piero, e del San Marco Evangelista, tutte di marmo, che si veggono nelle facciate dell’ Oratorio d’Orsanmichele, detto anticamente Orto San Michele. Trovasi essergli stata allogata questa statua del San Marco da’ Consoli dell’Arte de’ Linajuoli a’ 3. di Aprile dell’anno 1411 e che costasse il marmo fiorini ventotto.

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Discepolo di LORENZO suo padre. Fioriva circa al 1430. Nell’antico libro degli uomini della Compagnia de’ Pittori trovasi descritto quest’artefice nel 1429. e fu fino da quei tempi in questa sua patria non poco adoperato, forse come quelli, che avendo avuto per Padre Lorenzo di Bicci, di cui correva gran fama per lo molto operare, ch’ei fece per la città e per lo Stato, potè anche avere avuta da esso tale introduzione, che non ne fosse stato difficile poi il trovar modo di dar fama a’ proprj pennelli in una quantità grandissima di pitture, che noi troviamo, ch’ei condusse, dico di quelle solamente, alle quali ha perdonato il tempo. Trovasi avere questo pittore, dopo la morte del padre, fatto il ritratto di lui, e quello di sé medesimo, nella Chiesa di Ognissanti in due tondi, nella Cappella di Bartolommeo Lenzi, colle parole attorno, che dicono i nomi loro: e avervi anche dipinte istorie di Maria Vergine, nella quale si studiò d’imitare al possibile molti abiti, che si usavano in quei tempi dagli uomini e dalle donne Fiorentine: fecevi anche la tavola a tempera, e il dossale dell’Altare. Per lo stesso Bartolommeo Lenzi dipinse una tavola, alla quale fu dato luogo nella Chiesa dello Spedale degl’Innocenti. In quella di Santa Trinita, per entro la Cappella degli Spini, dipinse a fresco istorie della Vita di san Giovangualberto, e la tavola pure a tempera. Chiamato in Arezzo, fecevi una tavola per la Chiesa di San Michele e Santa Maria delle Grazie fuori di quella città. Nella Chiesa di San Bernardino dipinse una Immagine di Maria Vergine, che mostra di tenere sotto il sacro ammanto il popolo Aretino: e da uno de’ lati fece vedere lo stesso San Bernardino inginocchioni, con una croce di legno in mano, siccome costumava il Santo di portare, quando andava predicando per quelle città: dall’altro lato dipinse San Niccolò e San Michele Arcangiolo: e nella predella della tavola rappresentò fatti di esso Santo, e miracoli operati per lo più in quella città.

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