Nominativo - Lorenzo

Numero occorrenze: 33

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1686

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Molte furon l’opere di questo gran maestro fatte per l’Italia in pittura, le quali per brevità si tralasciano. Errò il Vasari in dire, che Taddeo morisse del 1350. essendosi riconosciuto da un Libro segnato E 4. a 66. esistente nella Gabella de’ Contratti di Firenze, che esso Taddeo Gaddi pittore fu Arbitro nel 1352. in alcune differenze. Trovasi di più in un Protocollo di ser Giovanni di Gino da Prato nell’Archivio Fiorentino l’anno 1383. fatta menzione d’una tale Madonna Francesca figliuola del già Albizzo Ormanni, moglie del già Taddeo Gaddi del popolo di S. Pier maggiore. Dirò ancora, per aggiugner notizia della Casa di Taddeo Gaddi, aver ritrovato come un figliuolo di Taddeo, per nome Zanobi, che abitò a Venezia, sotto dì 27. Giugno 1400. per rogito di ser Dionigi, detto Nigi di ser Giovanni Tucci da san Donato in poggio, fece suo Testamento, nel quale si fa menzione di Caterina del già ser Donato del Ricco Aldighiori sua moglie, di Francesca, e Filippa figliuole d’Agnolo Gaddi sue nipote, e di Giovanni, e Niccolò suoi nipoti, e s’instituiscono eredi universali con fidecommisso TaddeoLorenzo, e Agnolo suoi figliuoli con più sostituzioni.

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Ancora nello Spedal grande dipinse a fresco una storia della Natività di Maria Vergine, e la sua andata al Tempio. Colorì il Crocifisso a’ Frati di sant’Agostino con alcune figure di Apostoli, storie della vita di santa Caterina vergine, e martire, e la Passione del Signore. Nel Palazzo della Signoria rappresentò la guerra d’Asina lunga; operò a Massa, e in Orvieto, e nella Città di Firenze per la Chiesa di san Procolo fece una tavola, e dipinse una Cappella. Fu chiamato a Cortona, dove per lo Vescovo Ubertini operò in santa Margherita de’ Frati di san Francesco. Dell’ultime sue pitture fu una tavola per Monte Oliveto di Chiusuri; e finalmente in età decrepita si morì. Fu questo pittore di vaga, e bella invenzione nel componimento delle sue storie, e figure, e pratico nel colorire a fresco, e a tempera. Fin dalla giovinezza fu studioso delle lettere, le quali ebbe congiunte ad una grande amabilità di maniere, e di costumi. Fu d’ottimo ingegno, trattò sempre sé stesso, e praticò nobilmente, e per la sua prudenza, e sapere fu adoperato ne’ maneggi della sua patria. Ebbe questo artefice un fratello, del quale fa menzione Isidoro Ugurgieri, che fu ancor’ esso pittore, e fu Pietro di Lorenzo Lorenzetti. Costui aiutò ad Ambrogio nelle pitture dello Spedale di Siena, il che si raccoglie da un’iscrizione, che fu posta in uno de’ quadri della facciata del tenore, che segue. Hoc opus fecit Laurentius, et Ambrosius eius frater 1335. Dice anche lo stesso Autore, che da questo Pietro nascesse un figliuolo, che si chiamò Lorenzo, il quale attese alla scultura, e che di sua mano facesse in san Francesco nella Cappella de’ Martinozzi un san Bernardino di rilievo, ed un’Assunta con molte figure.

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1686

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Discepolo di Franco Bolognese, fioriva 1340. Coetaneo, e forse concorrente di Vitale Bolognese, sotto la scuola di Franco miniatore, attesta il Malvasia, che fosse questo Lorenzo, e lo cava da una assai buona conghiettura del vedersi bene spesso l’opere del primo, o allato, o rincontro a quelle del secondo; ciò riconoscesi particolarmente nel chiostro de’ Frati Domenicani di Bologna; e dice il medesimo, che di mano di quest’artefice fossero pitture a fresco nell’antico chiostro de’ PP. Conventuali, da essi poi chiuso, e tirato ad uso proprio; e seguendo l’attestato del Masini nella sua Bologna, e del Bumaldo, dice ancora che fossero sue pitture nell’antichissima Chiesa di Santa Maria di Mediaratta.

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Discepolo di Spinello Aretino. nato … circa al 14 Prima di pormi a parlare di questo artefice, desidero che sappia il mio Lettore, che nello intraprendere ch’io feci il carico di mandare alla luce Notizie di Professori del disegno, fin da quei primi tempi, ne’ quali incominciò quest’arte a rivivere, io mi proposi fra gli altri un fine molto principale, che fu di mostrare per ordine di tempi, il come, e per chi l’arte medesima, lasciata la goffezza antica, si andasse a poco a poco portando all’ultimo di sua perfezione; il che non credetti potere effettuare, se non per mezzo d’una dimostrazione per via d’albero, da quei primi maestri incominciando, e successivamente procedendo a’ discepoli loro, e quindi a’ derivati da questi, fino ne’ tempi nostri. Or siccome io a tale oggetto indirizzai mia intenzione, così posso affermare di non aver mai provato maggior difficoltà nella ricerca, che ho fatta poi sempre per le antichissime memorie, e per gli scritti di varj autori, che il ritrovar materie, che assicurar mi potessero il camino per l’ordine cronologico, quasi unico requisito della buona storia, ma particolarmente di quella ch’io mi resi a compilare. Conciosiacosaché mi sia venuto fatto bene spesso in ciò che si vede dato alle stampe, il ritrovare tali, e tante contradizioni a quello, che nell’antiche, e autentiche scritture si legge, ch’io sto per dire, che più agevol cosa sarebbe stata a me il ripigliar le materie da capo con poco, o non punto di ricerca di quello ch’è stato scritto, che il fare sopra dello stesso studio di sorta alcuna. Uno degli antichi artefici adunque, nel ritrovamento delle cui notizie m’è convenuto molto stentare, è stato Lorenzo di Bicci, quegli del quale ora debbo ragionare; e perché costui fu ne’ suo’ tempi uomo di gran valore nella pittura, vuole ogni dovere, che nel parlar di lui io m’affatichi in far comparire quelle verità, che intorno al tempo del suo vivere, ed operare, da altri furon trascurate, o per meglio dire, in tutto intorbidate, e confuse. Dice il Vasari, che Lorenzo di Bicci, che fu discepolo di Spinello Aretino, ebbe il suo natale l’anno 1400. e che in ciò egli abbia preso un gravissimo errore, quando non mai con altro pur troppo chiaro si dimostra con altri detti dello stesso Vasari, come ora vedremo. Dice egli, che Spinello stato suo maestro mancasse di vita circa al 1400.; come poteva dunque Lorenzo, nato secondo quest’autore del 1400. imparar tra le fasce l’arte del dipignere da Spinello, al quale già aprivasi la sepoltura; il perché, dico io, credasi al Vasari, come professore di pittura, ciò ch’ei ci disse, cioè, che Lorenzo di Bicci fu discepolo dell’Aretino, perché oltre a qualche riscontro o di tradizione, o d’altra qualsifosse cosa, potè egli esserne stato fatto certo, e particolarmente perché all’occhio suo erudito non potè portare inganno la maniera stessa dell’uno, e dell’altro maestro.

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1686

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Dicasi però contro a quello che il Vasari scrisse, che il natale di Lorenzo, come stato discepolo dell’Aretino, seguì molto avanti al 1400. Dice il Vasari, che Donatello, giovanetto di poca età, aiutò a Lorenzo a dipignere la storia dell’Assunzione di Maria Vergine accanto all’altra storia del san Tommaso, ch’egli avea dipinta nella facciata del convento di santa Croce in su la piazza, e che quella restò finita del 1450. e qui credasi pure al Vasari quanto all’avere avuto in sua scuola da giovanetto il celebre scultore Donatello, perché nel modo del panneggiare dello stesso Donatello scorge ognuno, che bene intende un non so che della scuola del maestro, benché ridotto a perfezione assai maggiore, e perché lo stesso Vasari, il quale molto ben conobbe persone, ch’esso Donatello avevano assai ben conosciuto, e praticato, non disse cosa inverisimile; onde noi in tutto e per tutto alla sentenza di lui ci soscriviamo; ma non potè già esser vero, che Donatello aiutasse a Lorenzo nella storia dell’Assunta finita dell’anno 1450. ne tampoco del san Tommaso, che aveva avuta sua fine del 1418. perché Donatello essendo nato dell’anno 1383. l’anno 1450. era in età di 67. anni, e del 1418. avevane 35. e così bisogna dire, ch’egli da giovanetto frequentasse la scuola di Lorenzo, e gli fosse in aiuto dell’opere prima del 1400. nel qual tempo se Lorenzo era già pittore, e operava, come potremo noi fermare il suo natale del 1400. Ma lasciamo da parte le contradizioni, che si riconoscono nella storia del Vasari, e le conietture, che quindi resultano, e diciamo che egli non è altrimenti vero, che Lorenzo nascesse del 1400. perché del 1375. già egli esercitava l’arte, ed eccone l’indubitate prove. Io trovo in un Libro delle prestante di questa Città in Camera FiscaleLaurentius Biccij pictor Florenum unum, et sol. 5. ed in altro Laurentius Biccij pictor florenum unum, sol. 3. dan. 8. In un libro degli Operai di santa Maria del Fiore, a’ 22. giorni di Novembre 1386. leggesi quanto segue appresso. Operarii, etc. Deliberaverunt etc. quod Laurentius Bicci pictor qui picturis ornavit figuras Fidei et Spei sitas in facie loggie Platee Dominorum versus orientalem plagam habeat, et habere possit pro dictis picturis, auro, coloribus, eius labore, et ceteris computatis in totum F. 90. aurei et non ultra. Inoltre in un Protocollo di Ser Guido di Ser Salvi, di Ser Francesco Bonini esistente in Archivio Fiorentino io trovo, che Lorenzo del 1398. già aveva moglie, della quale si fa menzione con queste parola Domina Lucia filia quondam Angeli IoannisPopuli sancti Simonis Uxor Laurentii Bicci pictoris Populi sancti Florentii. con che pare, che resti interamente provato il nostro assunto contro il Vasari.

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1686

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Questo pittore adunque imparò l’arte da Spinello Aretino, il quale cominciò a fiorire circa l’anno 1330. e finì di vivere, come sopra accennammo, del 1400. Dipoi il Vasari, camminando sempre in sul falso supposto, che Lorenzo nascesse lo stesso anno 1400. dice, che Giovanni de’ Medici, detto di Bicci vedendo il profitto, ch’egli faceva nelle buone arti, gli diede a dipignere, mentre era ancora giovanetto, nella sala della casa vecchia de’ Medici, murato che fu il Palazzo grande, che poi restò a Lorenzo fratello carnale di Cosimo Vecchio, una gran copia di uomini illustri, che fino a’ tempi dello stesso Vasari vi si vedevano assai bene conservati; e questo pure dobbiamo noi concedere al Vasari quanto al fatto, ma non quanto al tempo perché fatto il confronto con ciò che si è detto di sopra, si trova che ciò non potè seguire che avanti al 1400. E tanto basti aver detto intorno a qualche sbaglio, ch’è stato preso dall’autore nominato.

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1686

Pagina 98

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Tornando ora al nostro pittore, ebbe egli nella sua prima età, come ci lasciò scritto lo stesso Vasari, gran desiderio di comparire nella sua patria non altrimenti che perfetto, e però volle scapriccirsi intorno alle difficultà dell’arte, impiegando buona parte degli anni suoi in dipignere in campagna, dove egli si faceva a credere, che le prime sue cose non fossero per esser considerate almeno da ognuno, così per la minuta, e vennegli ben fatto; conciosiacosache oltre all’avere egli assai megliorata la propria maniera, acquistasse tanta pratica nel colorire a fresco, e tanta facilità, che fermatosi poi in Firenze, gli potesse riuscire il condurre in essa forse più opere di quante mai ve ne avesse fatte qualsifosse altro pittore stato avanti a lui. Fra quelle, che si veggono fino a questo tempo di sua prima maniera fuori di Firenze è il tabernacolo posto sopra’l ponte a Scandicci in su la Greve fuori della porta a san Friano; e un’intera facciata sotto un portico a Cerbaia coll’immagine di Maria sempre Vergine, e di molti altri santi. In esso monte dunque, detto Monte Giovi, è la Chiesa di santo Romolo a Campestri nel Piviere di san Cresci a Valcava, fabbrica di piccola, ma di antichissima struttura, forse davanti al mille, per quanto si ha da più segni, ed è volta a Levante, e Ponente. In questa Chiesa all’Altar maggiore è una tavola con tre spazzi, ornata a colonnette al modo Gottico; nel primo spazio della quale è Maria Vergine con Gesù Bambino; nel partimento destro è santo Romolo, e san Giovan Batista; e nel sinistro san Gio: Evangelista, e sant’Antonio; a pie della tavola è la predella con istorie di piccole figure di fatti di santo Romolo, il tutto condotto con amore, benché della prima maniera di Lorenzo di Bicci: né è da tacersi, che ne’ piedistalli delle colonnette destra, e sinistra vedonsi della stessa mano le armi de’ Roti antichi nobili, stati potenti in quelle parti, detti talora da Campestri, e da Monte Giovi, e da Ghireto, opere state ordinate a Lorenzo intorno al 1380. da uno di essi Roti, che credesi essere stato Antonio figliuolo di Rota, il quale Rota io trovo assai rinomato in scritture di quegli antichi tempi, e fu figliuolo di Chele di Rota, di Scherano, di Rota, di Brunetto.

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1686

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Rispetto a quanto si è detto della Cappella de’ Martini è da notarsi come questa in antico era nel luogo appunto, ove ora veggiamo il bel ricetto della Cappella di sant’Antonino fattavi da’ Salviati per dar luogo al sacro Corpo del santo. Per la famiglia degli Spinelli colorì a fresco nella sopradetta facciata di santa Croce la storia di san Tommaso, che alla presenza degli altri Apostoli tocca la piaga al Signore; ed appresso a questa, la figura del san Cristofano alta dodici braccia, e mezzo, della quale non era fino a quel tempo stata veduta la più proporzionata, ed anche la maggiore, toltone il san Cristofano di Buffalmacco; e pe’ Frati di quel Convento dipinse pure a fresco tutte le figure e storie, che fino ad ora si veggono dentro la porta del Martello. Qui diede egli materia per lo nascimento di quel detto fattosi ormai molto familiare di chi vuol piacevolmente esplicare la prestezza d’un pittore nel dipignere, cioè io fo un santo, e vengo; perché nel dipignere, che faceva una mattina Lorenzo in quel luogo, essendosi già l’ora fatta ben tarda, chiamato a tavola dal Guardiano disse, fate fare le scodelle a vostra posta, che io fo intanto una figura e vengo. Dipinse poi molti tabernacoli nelle facciate, e cantonate di varie strade, case, e Monasterj in Firenze, parte delle quali ha pure il tempo disfatte, restando però assai bene conservato quello della via de’ Martelli, dove nella facciata d’una casa di quella famiglia è figurata Maria Vergine con Gesù; ed il vedere che Lorenzo operò per casa Martelli, mi conferma nella credenza di cio, che dicemmo di sopra, che Donatello, che fu poi sempre parzialissimo della stessa casa, fosse stato suo discepolo.

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1686

Pagina 100

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Vedesi ancora nella facciata dello Spedale di santa Maria nuova accanto alla porta della Chiesa dedicata a sant’Egidio, edificata con architettura dello stesso Lorenzo, la bella storia della Sagrazione di quella Chiesa fatta da Papa Martino V, nella quale esso Papa Martino è ritratto al naturale, insieme con alcuni Cardinali di quel tempo. Ancora dipinse varie cose per la Chiesa di Camaldoli, per la Compagnia de’ Martiri, le quali insieme colla Chiesa, e Convento perirono per l’assedio. Colorì tutta una facciata, e il tramezzo della Chiesa del Carmine per la famiglia de’ Salvestrini, alla quale pittura occorse tutto cio, che detto abbiamo di quelle fatte in san Marco. Dipinse in santa Trinita tutta la Cappella de’ Compagni con istorie della vita di san Giovan Gualberto; ed in santa Lucia de’ Magnoli dipinse pure assai per Niccolò da Uzzano. Per tante, e si belle opere acquistò Lorenzo in Firenze tanto credito, che essendo seguita la sagrazione della Cattedrale Fiorentina per mano di Papa Eugenio IV. fu dato a lui il carico di dipignere ne’ pilastri, e per la Chiesa, gli dodici Apostoli colle Croci della medesima sagrazione, e sotto le finestre di ciascheduna Cappella le figure di quei santi, a cui le Cappelle erano dedicate.

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1686

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Fiorirono in questi tempi nella Città di Firenze diversi professori delle nostre arti, a’ quali (come che fossero avuti in gran pregio) furon dati a fare molti degli ornamenti della gran fabbrica della facciata di santa Maria del Fiore, alla quale fino dall’anno . . . . era stato dato principio. Uno di costoro fu Lorenzo di Filippo Architetto di essa fabbrica, del quale si trova ad un Libro di deliberazioni dell’Opera per sei mesi, cominciato al primo di Luglio 1384. Die 30. Augusti Laurentio Philippi Caputmagistro dicti operis pro suo salario duorum mensium proxime preteritorum videlicet Iulij, et Augusti F. 7. pro quolibet mense etc. Ed in altro del 1396. Die 11 Augusti reconduxerunt de novo pro tempore sex mensium initiatorum die prima mensis Maj proximi preteriti Laurentium Philippi Caputmagistrum dicte fabbrice et opere dicte Cattedralis maiorisEcclesie Florentine pro dicto tempore cum salario F. 8. auri pro quolibet mense. Vi fu ancora un Giovanni d’Ambrogio Scultore, del quale nel nominato Libro di deliberazioni del 1384. si trova Die 19. Decembris Ioanni Ambrosij F. 10. auri pro parte solutionis cuiusdam figure quam ipse facit, videlicet Iustitiam, etc. Ed in un altro di deliberazioni del 1396. per sei mesi Ioanni Ambrosij Scarpellatori pro parte solutionis F. 25. auri ex summa florenorum 173. quos dictus Ioannes habere debebat a dicta Opera pro precio, et mercede figure marmoree B. Barnabe per eum facte et complete; Ed inoltre a’ 28 Dicembre Ioanni Ambrosij Caputmagistro dicte Opere pro eius salario trium mensium F. 24. E di Lorenzo figliuolo di questo Gio: ancor’esso Scultore, o come allora più comunemente dicevasi (secondo che ho da varj luoghi raccolto) Intagliatore di figure, Scarpellatore, Maestro di scarpello, e Maestro d’intaglio, si trova nel citato Libro Die 25. Augusti Laurentio Ioannis Ambrosij Intagliatori figurarum pro dicta opera F. 20. mutuo super unam figuram B. Virginis Marie.

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1728

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Nato nel 1378. ? circa il 1455. Dovendo io ora parlare di Lorenzo Ghiberti, uno de’ più singulari artefici, che sorgessero al Mondo fino in que’ primi tempi, ne’ quali la città di Firenze, mediante il valore del celebre Masaccio, cominciò a dare i primi saggi dell’ottima maniera del disegnare e colorire, che poi nella medesima città e altrove fece sì gran progressi: e considerando, che il Vasari, il quale di questo eccellente maestro tessé un lungo racconto, non solo sbagliò in molte cose, dicendone una per un’altra; ma ancora, forse ingannato da chi gli diede notizie, molte ne portò, che’l tempo e l’antiche scritture hanno fatto scoprire non vere; io mi farò lecito in questo luogo (oltre a quanto appartiene al mio assunto, che è di parlar degli artefici e dell’opere loro) l’andar discoprendo gli equivochi del nominato Autore, particolarmente in quella parte, che s’aspetta alla nobiltà della famiglia di Lorenzo, suo proseguimento e durata fino a’ nostri tempi: cose tutte, che dal Vasari non sono state dette senza gravi errori; e pure sono il più bel pregio, che accompagnar possa un uomo di gran virtù, come fu il nostro Lorenzo.

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È dunque da sapersi, come una tal quale famiglia de’ Ghiberti potè senza dubbio annoverarsi fralle antiche della nostra città, come quella che, secondo il Verino trasse sua origine da Fiesole: Venere, ut fertur, Fesulana ex arce Ghiberti. Di questa fa menzione il Villani contandola fralle poche di fazion Guelfa, che dopo la rotta di Montaperti del 1260. non cedettono al nemico vincitore Ghibellino, e non se n’andarono a Lucca. E se degli uomini di quella favelliamo, sino del 1270. si trova un Messer Rinieri Ghiberti Canonico Fiorentino: e di lui, e nel nominato anno 1270. e nel 1293. si fa menzione in alcune Scritture, esistenti nell’Archivio di Cestello: e dipoi dell’anno 1319. si vede aver goduto de’ primi onori della città Geri di Guccio pel Sesto di Por S. Piero, benché poi il medesimo passasse pel Quartiere S. Giovanni, e fino al 1371. essere stato sei volte Priore, e due Gonfaloniere di Giustizia: Jacopo di Rinieri di Geri esser similmente stato Priore del 1398. e Jacopo di Guccio di Geri del 1435. e così trovansi fino al numero d’otto volte Priori, e due volte Gonfalonieri di Giustizia. Ma se di questa tal famiglia fusse veramente Lorenzo Ghiberti, non è così facile a me l’affermarlo, per non averne trovata l’attaccatura; sono però assai forti le conghietture per l’affermative: ed io per far noto ad altri ciò, che è potuto venire fin qui a mia cognizione, lasciando che ciascheduno determini secondo il più probabile, e creda quel più che a lui piace, ne porterò qui alcune. Primieramente non è chi dubiti, che oltre allo stesso cognome, tanto a quelli che ora per più chiarezza del dire mi piace chiamar col nome d’antichi, quanto a quelli di Lorenzo, a’ quali io darò nome di moderni, non sieno anche comuni le armi: cose che unite insieme pare che diano qualche probabilità. Aggiungasi la molto antica Sepoltura de’ Ghiberti in S. Croce, della quale trovo fatta menzione nel Testamento di Buonaccorso di Vittorio del nostro Lorenzo, del 1516 nel quale ordina esser sepolto nella chiesa di S. Croce nella Sepoltura degli antichi di esso testatore; d’onde si vede chiaro, che ancora in que’ tempi, cioè 170. anni sono in circa, essa Sepoltura era antica in casa i Ghiberti; anziché fino dell’anno 1496. della medesima sepoltura si fa menzione nel testamento di Vettorio, padre dello stesso Buonaccorso. Più gagliarda conghiettura mi pare che si possa dedurre, dal trovarsi, che Jacopo, Guccio, Dolfo, e Giovanni, fratelli, e figliuoli di Rinieri di Geri di Guccio, che senza dubbio sono de’ Ghiberti antichi, per testamento di detto Geri rogato nella casa, solita abitazione di detto Geri, posta nel Popolo di S. Michele delle Trombe, che è quella, della quale appresso si parlerà, che fu poi posseduta da Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti, redarono alcune case, poste nel Popolo di S. Michele in Palchetto.

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Or nel 1496. io trovo, che Vettorio, figliuolo del nostro Lorenzo, aveva una casa nel Popolo di S. Michel delle Trombe, ovvero in Palchetto: ed è quella, che è presso alla cantonata, rimpetto allo Spezial della Croce, e risponde in su la piazza di detta Chiesa di S. Michele in Palchetto, oggi detta di Santa Elisabetta, dalla Congrega che vi risiede: e sopra la porta di essa casa, che risponde nel corso, si vede in pietra molto antica l’arme de’ Ghiberti: e di questa casa si fa menzione in uno strumento di Manceppazione, fatta dal nominato Vettorio di Lorenzo del suo figliuolo Cione: e altresì in un Lodo tra detto Vettorio da una, e Buonaccorso, Francesco, Ghiberto, e Cione suoi figliuoli dall’altra, dato del 1496. da Antonio Covoni, e Cosimo di Lorenzo Rosselli il Pittore: la qual casa, come mostrano i confini, è quella stessa, che redarono i nominati fratelli Ghiberti dell’antica famiglia. Ora non pare inverisimile, che essendo questi de’ medesimi beni, che possedevano gli antichi, e tenendo le medesime armi di casa Ghiberti, tutti fossero degli antichi. Si potrebbe aggiugnere a quanto s’è detto, che il ramo di quelli, che noi chiamiamo Ghiberti antichi, si spegnesse nella persona d’una tale Agnoletta, figliuola di Papi Ghiberti, e Moglie d’Ottaviano Altoviti, della quale io trovo fatta menzione ne’ due strumenti suddetti, e ne’ libri domestici di Lorenzo Ghiberti; perché le case antiche de’ Ghiberti sulla piazza di S. Michele in Palchetto, eccetto quella che fu di Vettorio, come sopra son passate negli Altoviti, e in essi si conservano al presente. Favorisce anche questa opinione, che quel ramo rimanesse spento in Agnoletta, il vedersi che questo Papi fu de’ Priori nel 1435, e dopo detto tempo non si vede più alcuno di loro aver goduto tale uficio. Questo però non toglie né punto né poco la probabilità e quasi evidenza, che resulta dalle scritture sopra citate, che essendosi anche spento quel ramo, non ne furono restati altri, de’ quali fosse continovata la famiglia, che produsse il nostro Lorenzo, e i descendenti da esso: la quale partitasi dalla città, si fusse condotta a Pelago dove avendo in tempo smarrito l’antico casato de’ Ghiberti, si fusse ridotta in quel Cione, che noi mostreremo a suo luogo, che fu il Padre di Lorenzo. Favorisce anche non poco questa proposizione, cioè quanto io leggo nell’accuratissimo Priorista originale di Giuliano de’ Ricci, il quale nel tomo VIII. che contiene il Quartiere S. Gio: a c. 116. dopo aver fatta menzione della famiglia de’ Ghiberti, quella di cui fa menzione il Villani, e poi il Verino, che restò in Firenze senza volersene partire dopo la rotta dell’Arbia; e dopo aver notati tutti gli uomini che in essa città di Firenze dal 1319. al 1398. avevano goduti i primi onori, fa menzione di Lorenzo Ghiberti con queste parole: Lorenzo di Cione o di Bartoluccio Ghiberti messe su una delle Porte di metallo della chiesa di S. Gio: Batista a dì 23 d’Aprile 1424. non faccia difficoltà quello, che scrisse il Vasari pittore Aretino nella vita di Lorenzo Ghiberti predetto, circa alla diversità del tempo e d’altri particolari, perché sì in quella come in tutte l’altre vite, ec. E qui segue il Ricci a diffondersi molto in altri errori del Vasari, de’ quali per ora non è luogo per me a parlare, per non appartenere alle notizie del Ghiberti: e tanto basti intorno a tal questione.

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Dice poi il Vasari, che Buonaccorso fu figliuolo di Lorenzo: in che pure s’inganna; perché di Lorenzo di Cione nacque Vettorio, e di Vettorio questo Buonaccorso. Dice, che Vettorio figliuolo di Buonaccorso fu l’ultimo della famiglia, la quale in esso rimase estinta: che pure è grave errore; perché Vettorio padre di Buonaccorso, e figliuolo di Lorenzo di Cione, ebbe altri tre figliuoli, cioè Ghiberto, Cione, e Francesco: e questo Francesco fu padre di Vettorio, del quale nacque Ghiberto, Gio: e Felice di Ghiberto Vettorio, Gio: Francesco, e Lorenzo: e di Felice, Francesco, e Lorenzo, padre d’Anna Maria, e Beatrice, oggi maritate nelle nobili case de’ Ricci, e Berardi, come più largamente mostreremo coll’Albero di questa famiglia in fine di queste notizie, cavato da antiche e autentiche Scritture. E questo ancora basti aver detto in proposito degli errori, presi dal Vasari, nel parlare di questa nobil casa, alla quale per certo non abbisogna il cercare altri onori per gl’antichi tempi, per rendersi più illustre, di quelli, che le diede lo stesso Lorenzo con la sua virtù, aggiunti all’essersi ella abilitata a godere de’ primi onori della città fino dal 1375. goduti poi dallo stesso Lorenzo, come a suoi luogo diremo.

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Or venendo a parlare della persona di lui, dice il Vasari, che Lorenzo Ghiberti fu figliuolo di Bartoluccio Ghiberti, o di Cione, altrimenti detto Bartoluccio Ghiberti: l’una e l’altra delle quali cose è detta con errore; perché il padre di Lorenzo fu Cione Ghiberti, che non mai fu chiamato Bartoluccio: e Bartoluccio non fu padre di Lorenzo, il che più espressamente si mostrerà avanti. Bartoluccio dunque putativo, e non vero padre di Lorenzo fu, un orefice, che disegnò ragionevolmente, e in grado di molta eccellenza esercitò l’arte sua. A costui ajutò Lorenzo in sua fanciullezza per qualche tempo in quel mestiere, non lasciando però, per l’affetto ch’egli aveva alla scultura, d’esercitarsi sovente in modellare e gettare piccole figurine di bronzo. Poi invaghitosi sopra modo della Pittura, ad essa si diede: né io dubito punto, che ciò non fosse sotto l’indirizzo di Gherardo dello Starnina, notizia, che fra gli Autori non si trova. E la ragione del mio credere è; perché avendo esso Lorenzo potuto poco imparare da Bartoluccio in materia di disegno: e conoscendosi chiaramente la sua prima maniera del panneggiare, e attitudini delle figure esser le medesime appunto di Masolino da Panicale, e d’altri discepoli del medesimo Gherardo: e non avendo io saputo trovare, che altri allora in Toscana tenessero tal maniera in tempo di potergli esser maestri, toltone Lorenzo di Bicci, che operava del 1386. quantunque il Vasari lo dicesse nato del 1400. e benché questi ancora per ragione del tempo, e di qualche somiglianza di maniera gli avesse potuto insegnare egli, siccome aveva fatto Donatello di lui coetaneo; io però stimo più verisimile ch’egli uscisse della squola di Gherardo. Lasciata dunque alla benignità del Lettore il prestar quella fede che gli piace a tal mia asserzione, dico, che Lorenzo dopo aver fatto molto profitto nella Pittura, si portò insieme con un altro Pittore a Rimini, dove a Pandolfo Malatesti dipinse una Tavola. Tornossene poi dopo la peste del 1400. a Firenze, per aver sentito, che l’Arte de’ Mercatanti disegnava di far gettar di bronzo le rimanenti porte del Tempio di San Giovanni, in conformità di quello, che era stato fatto d’un’altra simil porta tanto tempo avanti, con disegno di Giotto, da Niccola Pisano; e che perciò aveva mandato a chiamare, oltre a’ Fiorentini, i primi maestri d’Italia; a ciò si risolvè, stimolato da Bartoluccio, e per desiderio che aveva di cimentarsi ancor esso con loro a fare un modello, siccome fece. Furono i maestri, che in termine d’un anno, in conformità dell’ordine avuto, fecero i modelli, il Brunellesco, Donatello, Jacopo della Quercia, Niccolò d’Arezzo suo discepolo, Francesco di Valdambrina, Simone da Colle, detto de’ Bronzi, ed esso Lorenzo: e questo si portò così bene, che Donato e’l Brunellesco, i migliori di tutti, si dichiararono di non aver luogo in quell’opera, ma che solo a Lorenzo ella si dovesse dare, non ostante che appena avesse egli compito il XXII. anno dell’età sua. Né fu gran fatto, che’l modello di Lorenzo, al parere di questi grandi uomini, e di 34. cittadini, stati chiamati, riuscisse tanto superiore in bontà a quelli degli altri; perché Bartoluccio, uomo di buon gusto, e Lorenzo medesimo, senza fidarsi della propria abilità dello studio e delle fatiche durate per far bene, usarono, nel tempo che e’ lo lavorava, d’introdurre, a vederlo e a dire lor parere, quanti e forestieri e Fiorentini gli davano alle mani, che di tal professione punto intendessero: arte, che rare volte è usata anche da coloro, che pure per iscarsezza di lor giudizio più d’ogn’altro far lo dovrebbero: e quindi addiviene, che tanti pochi pervengono agli ultimi segni d’eccellenza nelle professoni loro.Aveva io già scritto fin qui, quando mi venne sotto occhio il bel frammento di Manoscritto antico, esistente nella tanto rinomata Libreria del già Senator Carlo Strozzi, in cui molte notizie si danno di Filippo di Ser Brunellesco dal compilator di esso, che afferma aver veduto e parlato al Brunellesco medesimo: e dove de i modelli fattisi per le porte di San Giovanni egli ragiona, porta alcune particolarità minute intorno al medesimo suggetto, state notate da me nella vita di esso Filippo: alle quali, oltre a quanto io ho detto qui, rimetto per brevità e per maggiore informazione il mio Lettore.

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Fece dunque Lorenzo la prima di esse porte, che fu posta rincontro alla Canonica, che costò 22. mila Fiorini, e pesò il metallo 34. mila libbre. In essa rappresentò in numero venti spazj, dieci per parte, venti storie del nuovo Testamento, dall’Annunziazione di Maria Vergine fino alla venuta dello Spirito Santo: in otto vani fece i quattro Evangelisti, e i quattro Dottori della Chiesa. Nel telajo dell’ornamento riquadrato fece una fregiatura di foglie d’ellera, ed altre tramezzate di cornici, e sopra ogni cantonata accomodò una testa di maschio o femmina, in figura di Profeti o Sibille. Finita questa opera, che gli diede gran fama, gli fu dagli uomini della medesima Arte de’ Mercatanti fatta gettare di bronzo la figura del S. Gio: Batista, per uno de’ pilastri d’Or San Michele, di che io trovo un ricordo originale di sua mano in un libro intitolato così: Giornale di Lorenzo di Cione di Ser Buonaccorso da Firenze orafo, nel quale iscriverò ogni mia faccenda di giorno in giorno, e così in su esso farò ricordo d’ogni mia cosa, cominciando a dì primo di Maggio 1403. segnato A. A dì primo di Dicembre 1414. Qui appresso farò ricordo di ciò, che io spenderò in gettare la figura di S. Gio: Batista. Tolsi a gettarla alle mie spese, se essa non venisse bene io mi dovessi perder le spese: io la gettassi, e venisse bene, mi rimasi nell’Arte di Calimala, che i Consoli e gli Operai, che in quel tempo fussono, usassono inverso di me quella discrezione, che essi usassono in d’un altro maestro, per cui essi mandavano, che la gettassono. A dì d. comincerò a far ricordo di tutte le spese si faranno nel getto. Dal che si comprende, che trattandosi di gettare una statua di straordinaria grandezza, vollero i Fiorentini accertarsi di far bene; che però fecero chiamare diversi maestri, come già avevan fatto per lo lavoro della porta. Gettolla Lorenzo con gran felicità, e già incominciò a scoprire in essa qualche segno dell’ottima maniera moderna, come quegli, che fu de’ primi, che usasse studiare dalle sculture Greche, e Romane antiche, delle quali fece procaccio a buon gusto; tanto che alla sua morte, siccome noi abbiamo veduto da una nota originale di quei tempi, ne restarono agli eredi tante, e di bronzo e di marmo, che furono allora stimate sopra 1500. fiorini d’oro. Trovansi le antiche scritture, delle quali abbiamo ora parlato, insieme con quelle che citeremo più avanti, appresso a Cristofano Berardi, Avvocato del Collegio de’ Nobili, Gentiluomo, che al valor nell’arte sua ha congiunta varia erudizione e rare altre qualità.

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Venne poi voglia a Lorenzo di provarsi a operar di Musaico, e nella stessa loggia d’Or San Michele, sopra il luogo appunto, dove era stata collocata la statua del S. Gio: Batista, fece la mezza figura dell’Apostolo, che sino a oggi vi si vede. Dipoi per l’Arte de’ Cambiatori gettò la bella statua del S. Matteo per l’altro pilastro d’Or San Michele, incontro all’Arte della Lana, il quale pilastro, come mostreremo appresso era stato concesso per avanti all’Arte de’ Fornai, che avevanlo domandato, per farvi collocare la figura, ch’e’ disegnavano di fare del Martire S. Lorenzo loro protettore. Ma perché io non istimo, che i fatti, che occorsero al principio, ed accompagnarono poi il proseguimento di quest’opera, che in vero riuscì bella oltre ogni credere, siano in tutto indegni di esser saputi, risolvo di notargli in questo luogo, tali appunto, quali io medesimo gli ho riconosciuti in un libro de’ Consoli di essa Arte de’ Cambiatori, fatto tenere apposta, il quale benissimo conservato trovasi oggi fra le antiche loro scritture. È intitolato il libro nella esterior parte: Libro del Pilastro della Figura di S. Matteo dell’Arte: e per entro nella prima carta è scritto: In questo libro si scriveranno tutte e ciascuna diliberagioni, stanziamenti, e ciascune altre cose, le quali si faranno intorno a fatti del Pilastro. Cominciò detto libro in tempo degli appresso Consoli dell’Arte del Cambio per quattro mesi, cominciati a dì primo di Maggio, XII. Indizione, 1419. Niccolò di Ser Fresco Borghi, Gherardo di Francesco de’ Medici, Giovanni di Barduccio di Cherichino, Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini; esistente Camarlingo della detta Arte per lo tempo di quattro mesi Piero di Mes. Guido Ponciani. A dì 19 Giugno Deliberazione. Che con tutti gli opportuni rimedj si procacci dinanzi a’ Capitani d’Orto S. Michele, ovvero dinanzi da’ Signori e Colleghi, d’avere il pilastro, che fu giudicato all’Arte de’ Fornai, e che sia e pervenghi alla detta Arte, e in caso che s’abbi detto pilastro, che per la detta Arte, si faccia la .figura di S. Matteo Apostolo ed Evangelista, vero campione della detta Arte, e faccisi di Bronzo, ovvero d’Ottone bellissima quanto più si può fare. E che si chiamino quattro Artefici ed Arruoti della detta Arte in Operai, per Operai, i quali quattro insieme co’ Consoli della detta Arte presenti e futuri, e le due parte di loro abbino quella balìa, che tutta la detta Arte in allogare la detta figura di S. Matteo al più valente maestro ci sia, e spender quella quantità di danaro della detta Arte, che occorreranno per detta figura, e suo ornamento. I quattro Operai furono Niccolò di Giovanni del Bellaccio, Niccolò d’Agnolo Serragli, Giovanni di Mico Capponi, Cosimo di Giovanni de’ Medici. Fecer poi 19. Arruoti, che per brevità non si notano: e sposero loro instanza alla Signoria nel tempo del Gonfaloniere Niccolò di Franco Sacchetti, e de’ Priori, Parigi di Tommaso Corbinelli, Lorenzo di Giovanni Grasso, Giovanni di Filippo di Ghese Legnajuolo, Domenico di Jacopo Pieri Guidi Magnano, Dionisio di Giovanni di Ser Nigi, Antonio di Davanzato de’ Davanzati, Francesco di Domenico Naldini, Lorenzo di Mes. Ugo della Stufa: i quali a’ 22. di Giugno 1419. deliberarono, che stanteché la detta Arte de’ Fornai, alla quale era stato dato il Pilastro , per farvi un S. Lorenzo Martire, Campione della detta Arte , era poverissima, ed i suoi artefici pochi di numero e poveri assai, e che né di presente né per l’avvenire avrebber potuta far quella spesa; quello si dovesse concedere, e di consenso de’ medesimi Fornai concessero all’ Università de’ Cambiatori , per farvi la figura del S. Matteo. A 21. di Luglio del detto anno l’Arte de’ Cambiatori, cioè i Consoli e Operai ragunati insieme fecero il partito, che dovesse procedersi alla allogagione della statua, con doversene fare Scrittura, di lor mano sottoscritta: ed alli 26. del susseguente mese d’Agosto allogaronla a Lorenzo di Bartoluccio del Popolo di S. Ambrogio , e ne fecero la Scrittura del tenore che segue, tratto a parola a parola dal suo originale, che pure nel soprannotato libro apparisce. MCCCCXVIIII. Ind. XII. a dì 26 Ag. Sia manifesto a qualunque persona vedrà o leggerà la presente Scrittura come i nobili uomini Niccolò di Ser Fresco Borghi, Averardo di Francesco de’ Medici, Giovanni de’ Cherichini, Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini Consoli della detta Arte del Cambio della Città di Firenze, et i savi uomini Niccolò di Gio: del Bellaccio, Niccolò d’Agnolo Serragli, Gio: di Marco Capponi, Cosimo di Giovanni de’ Medici, VII. Artefici, et Arroti, et Operai della detta Arte , et li quali nobili, e quattro Artefici Arruoti due Operai, e le parti di loro intorno alle infrascritte cose anno quella balìa, che tutta la d. Arte per vigore della delibarazione fatta pe’ presenti nobili, e dodici Artefici, et Arroti della detta Arte stati alcuna volta dell’Uficio del Consolato della detta Arte servate le dovute solennitadi, e mezzo fra loro diligente e secreto scrutinio, et ottenuto il partito a fava nera e bianca. Signori tutti raunati nella casa della detta Arte pe’ fatti, e intorno a’ fatti del Pilastro, e della nuova figura di S. Matteo, che vogliono si faccia d’ottone o bronzo nel Pilastro di nuovo avuto e acquistato per la detta Arte , ed ogni cosa, che dependesse, da essi o da qualunque di loro feciono l’infrascritta allogagione del detto Pilastro, e della detta figura di S. Matteo mezzo tra loro diligente e segreto squittino, et ottenuto il partito a fava nera o bianca, all’infrascritto Lorenzo di Bartoluccio del Popolo di S. Ambrogio qui presente, volente, ricevente, e stipulante per sé per gli suoi eredi, e con esso Lorenzo contrassono, e formarono gl’infrascritti patti modi etc. e concordarono In prima il detto Lorenzo di Bartoluccio promesse, e per solenne stipulazione convenne, a detti Consoli, e quattro Arruoti, et Operai fare la d. figura di S. Matteo d’Ottone fine alla grandezza il meno, che è la figura al presente di S. Gio: Batista dell’Arte de’ Mercatanti, o maggiore quello più, che paressi alla discrizione di esso Lorenzo, che megli stare debbi. Et la detta figura fare d’un pezzo o di due, cioè per insino in due pezzi, in questo modo, cioè la testa un pezzo, e tutto il resto un altro pezzo, e che il prezzo di tutta la detta figura colla basa non passerà libbre 2500. compiuta sul pilastro. Et promette ne detti modi, e forma a detti Consoli, et quattro Operai, et Arruoti dare dorata detta figura in tutto et in parte, come parsa a Consoli, della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, et a detti quattro Arroti, et Operai, et alle due parti di loro in concordia, et si e come per loro, e per le due parti di loro sarà provveduto, ordinato, et deliberato. Ancora promesse la detta figura lavorare, e lavorare fare per buoni, e sufficienti Maestri intendenti delle dette cose, che del detto lavorio, et esso proprio Lorenzo promise lavorare detta figura continuamente durante il tempo infitto eziandio in certo intervallo di tempo, e come parrà, e piacerà a Consoli della detta Arte presenti e futuri, e a detti quattro Arroti, o Operai, e alle due parti di loro, e detta figura promette dare, e aver dato compiuta, e posta sul pilastro della detta Arte per di qui a tre anni cominciati a dì 16. di Lug. pross. passati, e fra’l detto tempo, e termine salvo giusto impedimento, il quale chiarire si debbi, e possi pe’ Consoli della detta Arte, che saranno, e pe’ dd. Operai, e per le due parti di loro. Ancora disse, e promise il d. Lorenzo a’ detti Consoli, e a’ detti quattro Arroti, e Operai, se volere, e avere, e ricevere per suo salaro, e rimunerazione, e mercedi della sua fatica, e di detti maestri della detta figura posta sul pilastro, quello il quale, come e in quel modo fia deliberato pe Consoli della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, e detti quattro Arruoti, e Operai, e per le due parti di loro una volta, e più, e promise non pure in suo beneficio quello che abbi avuto l’anno dell’Arte de’ Mercatanti per suo salaro, rimunerazione, e fatica della figura di S. Giovanni per lui fatta alla detta Arte, ne niuna altra cosa avesse avuto da persona niuna; ma solamente sono contento per mio salaro, e de’ detti maestri avere solamente quella quantità di danari, e quello prezzo, come e in che modo sarà una volta, e più, proveduto, deliberato pe Consoli della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, e per li detti quattro Operai, e per le due parti de’ detti Consoli, e quattro Operai. Dall’altra parte i detti Consoli e Operai in nome della detta Arte promisono al detto Lorenzo qui presente dare a tempi debiti, quando detto Lorenzo ne farà chiesta, terra, ferramenti per armare la detta figura, cera, ottone, carboni, legne, et altre cose occorrenti, e necessarie alla detta figura, e dargli eziandio fral detto tempo dì per dì quella quantità di danari alla discrizione de’ presenti o futuri Consoli della detta Arte, e di quattro Operai o alle due parti di loro. Che sopra dette cose promise l’una parte all’altra ne’ detti modi e forma avere ferme, e rate, e non contraffare o vero venire sotto la pena di fiorini 500. d’oro con rifacimento di danno, e spesa, la quale pena commessa o no, nientedimeno tutte le predette cose stieno ferme, e rate, e rinunziorono ad ogni beneficio in qualunque modo si chiami, che per loro facessi. E per ciò osservare i detti Consoli, e Proveditori obrigorono al detto Lorenzo la detta Arte, e i suoi beni presenti, e futuri, e il detto Lorenzo obrigo a detti Consoli, e quattro Arroti, e Operai qui presenti, e per la detta Arte riceventi, se e suoi eredi e beni presenti e futuri, e eziandio il detto Lorenzo si sottomette alla detta Arte, e ad ogni multa, condannagione, deliberagione, e sentenza si faranno una volta, e più pe’ Consoli della detta Arte presenti e futuri, e per detti quattro Operai, e per le due parti di loro del detto Lorenzo per non osservare, e mandare ad execuzione le cose sopraddette in tutto o in parte. Io Gio: di Balduccio di Cherichino uno de’ sopra detti Consoli allogatore predetto son contento alla detta Scrittura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò ho fatta questa soscrizione di mia propria mano soprad. dì, anno e mese. Io Niccolò di Ser Fresco Borghi uno de’ soprad. Consoli alogatore predetto sono contento alla detta Scrittura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò ho fatta questa soscrizione di mia propria mano soprad. dì, e anno, e mese. Io Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini fui presente …… a sopradetti patti come di sopra si contiene, e però mi sono sottoscritto di mia propria mano anno, e mese, e dì detto. Io Averardo di Francesco de’ Medici uno de’ detti Consoli alogatore predetto son contento alla detta Scrittura di sopra scritta, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì, e mese sopraddetti. Io Niccolò di Giovanni del Bellaccio uno de’ detti Operai sono contento alla detta Scrittura, e obligomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano, e dì detto di sopra. Io Gio. di Mico Capponi uno de’ detti Operai sono contento alla sopra Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì detto di sopra. Io Cosimo di Gio: de’ Medici uno de’ detti Operai sono contento alla detta Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì come di sopra. Io Niccolò d’Agnolo Serragli uno de’ detti sono contento alla detta Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e operò mi sono soscritto di mia propria mano anno e dì detto di sopra. Io Lorenzo di Bartoluccio orafo condottore soprad. son contento alla detta iscritura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia propria mano anno, e mese, e dì detto di sopra. Io Stefano di Ser Naldo Notajo della detta Arte feci la detta Scriptura di volontà de’ detti Consoli, e de’ detti quattro Operai, e del detto Lorenzo di Bartoluccio, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia mano detto dì, anno, e mese. Io Michele di Francesco Notajo Fiorentino fu’ presente alla detta allogagione, e ciò che in essa si contiene, e a fede di ciò di volontà delle dette parti mi sono soscritto di mia propria mano, anno, mese e dì sopraddetto. Io Piero di Gio: Vajajo fu presente alla detta allogagione, e acciò che in essa si contiene, e a fede di ciò di volontà delle parti mi sono soscritto di mia propria mano, anno, e mese, e dì detto di sopra. Ma prima di tornare a parlare dell’altre opere di Lorenzo, è da sapersi, come avendo la detta Arte somministrato a Lorenzo più somme per lo necessario ammannimento di legname, ferro, terra, cimatura, cera e opere d’uomini per bisogno del modello, e fatto pagare dal camarlingo Lapo di Biagio Vespuggi a Gio: di Bicci de’ Medici fiorini d’oro dugento novantasei per libbre tremila di rame fatto condurre da Venezia, correndo l’anno 1421. ed il giorno 16. di Luglio comparve il Ghiberti, e disse, che essendo il getto della figura riuscito difettoso, faceva di mestieri tornare a gettarla, offerendosi il tutto fare a proprie spese: e a tale effetto furongli accomodati 30. fiorini. Fu poi imposto un dazio di 200. fiorini, che servir dovessero per dare spaccio, come fu detto nella deliberazione, a detta figura, cioè nettarla, pulirla, governarla, e metterla sul pilastro, eziandio per adornare il Tabernacolo di dentro e di fuori di marmi. Nel mese di Maggio 1422. deliberarono, che Jacopo di Corso, e Gio: di Niccolò compagni lastrajuoli, facessero il Tabernacolo, col disegno di Lorenzo, e con promessa di 75. fiorini d’oro, e più d’una lapida di marmo di grandezza di braccia 4. in circa: e trovasi notato esser seguita tale deliberazione nella Casa della detta Arte, posta in Firenze nel Popolo di S. Andrea. Finalmente il giorno de’ 17. Dicembre dello stesso anno stanziarono a Lorenzo di Bartoluccio fiorini 650. d’oro, come dissero per suo salario della figura di bronzo per lui fatta, con questo ch’e’ dovesse ad ogni sue spese rifare di nuovo la base, in modo che stesse bene, e governare detta figura in maniera, che non potesse essere gittata in terra dalle manovelle, e che risedesse bene nel Tabernacolo.

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Ma tempo è ormai di ripigliare il filo dell’Istoria, e parlare delle altre opere di questo grande artefice, colle quali egli abbellì non poco la patria nostra, ed accrebbe a sé stesso gloria immortale. Fece egli dunque anche l’altra bella figura di bronzo del S. Stefano per l’Arte della Lana, che fu collocato nell’ultimo Pilastro: e altre bellissime cose condusse circa a questi medesimi tempi, d’oro e d’argento, ed orificeria, nella quale fu singolarissimo, come appresso diremo, seguendo in ciò quanto ne lasciò scritto il Vasari co’ seguenti periodi. Mentre che l’opere di Lorenzo ogni giorno accrescevan fama al nome suo, lavorando e servendo infinite persone, così in lavori di metallo come d’argento eoro; capitò nelle mani a Giovanni, figliuolo di Cosimo de’ Medici, una cornjuola assai grande, dentrovi lavorato d’intaglio in cavo, quando Apollo fa scorticare Marsia; la quale, secondoché si dice, serviva già a Nerone imperatore per suggello. Ed essendo pe’l pezzo della pietra, ch’era pur grande, e per la maraviglia dell’intaglio in cavo, cosa rara; Giovanni la diede a Lorenzo, che gli facesse intorno d’oro un ornamento intagliato: ed esso penatovi molti mesi, lo finì del tutto; facendo un’opera non men bella d’intaglio a torno a quella, che si fusse la bontà e perfezione del cavo in quella pietra: la quale opera fu cagione, ch’egli d’oro e d’argento lavorasse molte altre cose, che oggi non si ritrovano. Fece d’oro medesimamente a papa Martino un bottone, che egli teneva nel piviale, con figure tonde di rilievo, e fra esse, gioje di grandissimo prezzo; cosa molto eccellente: e così una Mitera maravigliosissima di fogliami d’oro straforati, e fra essi molte figure piccole, tutte tonde, che furon tenute bellissime; e ne acquistò, oltre al nome, utilità grande dalla liberalità di quel Pontefice.

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Era l’anno 1436 quando al nostro virtuoso Artefice si presentò occasione, non pure d’esercitare suo talento, sempre curioso d’investigare nuove e utilissime cose, appartenenti alle nostre arti; ma eziandio nel crescere a sé stesso ed all’ingegno suo sempre maggiore rinomanza e fama: e fu quella d’un nobile pensiero, venuto già da qualche tempo avanti agli Operai della Metropolitana Basilica, di procurare (giacché la maravigliosa fabbrica della Cupola era già condotta al suo fine) che con nobile magistero di quella sorta di pittura, che dicesi Musaico di vetri colorati, con più sacre istorie, da uomini di primo sapere, gli occhi del tamburo della medesima si lavorassero; siccome altre finestre pure dell’istessa Chiesa: e riflettendo all’eccedente quantità de’ vetri, che d’ottima maestranza lavorati, richiedevansi per opera sì vasta, avendo avuto sentore d’un tale uomo di queste nostre parti, abitante nella città di Lubeco nell’Alemagna bassa, il più singolare maestro, che in sì fatta facoltà si sapesse essere al mondo, nel giorno de’ 15. di Ottobre di detto anno deliberarono di richiamarlo a questa sua patria, con tutta sua famiglia, per qua esercitare sua professione in servizio della medesima: il che fatto, e dopo avere avuto qua il maestro, furono al nostro Lorenzo Ghiberti allogate tutte l’istorie in vetro degli occhi di esso tamburo, un solo meno, che volle fare Donatello: e fu quello, dove si vede l’incoronazione di Maria sempre Vergine Signora nostra. Fu anche allo stesso Lorenzo data l’incumbenza di fare li tre occhi, che sono sopra le tre porte principali della Chiesa, con tutti quegli delle cappelle e delle tribune: siccome ebbe anche a fare il grande occhio della facciata dinanzi della chiesa di S. Croce: e per la cappella maggiore della Pieve d’Arezzo ebbe a fare pure una bella e grande finestra, siccome per altri luoghi ancora, opere di sì fatto magistero ebbe a condurre.

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Venuto a Firenze Papa Eugenio IV, per causa del Concilio, in cui fu unita la Chiesa Greca colla Latina, ebbe a fare per esso Pontefice molte belle cose, delle quali fu riccamente ricompensato. Intanto essendo state date gran lodi, in Italia e fuori, alla città di Firenze per la bella opera ch’ella aveva esposto al pubblico della Porta di S. Giovanni, deliberarono quelli della stessa Arte de’ Mercatanti, che e’ gettasse la terza Porta. Questa fu da Lorenzo spartita in dieci quadri, cinque per parte, ne’ quali rappresentò Storie del Vecchio Testamento, la creazione d’Adamo ed Eva, la transgressione del precetto, la cacciata del Paradiso, con altre, che io lascio per brevità, per essere state da altri descritte. Ed in vero, che questo Artefice cresciuto e d’animo e di studj, si mostrò in quest’opera di gran lunga superiore non solo a sé stesso, ma a quanti mai avessero operato per molti secoli fino al suo tempo: e dove le figure della prima Porta, ed anche la statua del S. Gio: Batista dimostravano di ritenere un non so che dell’antico modo d’operare Giottesco, questa riuscì della più maravigliosa maniera, che mai immaginar si possa; onde gli uomini dell’Arte fecero tor via la porta di mezzo, fatta già da Andrea Pisano, ed in suo luogo porre quella di Lorenzo, e quella d’Andrea fecero situare rimpetto alla Misericordia. Le lodi, che furono date a Lorenzo per quest’opera veramente maravigliosa, non si possono rappresentare: basterà solo il dire, che fermatosi un giorno ad osservare queste belle porteMichelagnolo Buonarroti, richiesto del suo parere, ebbe a dire: elle son tanto belle, ch’elle starebbon bene alle porte del Paradiso. Impiegò il Ghiberti in tutte due queste porte lo spazio di 40. anni in circa: e fu ajutato a rinettarle e pulirle da molti allora giovani, che tutti poi fecero grandissima riuscita nell’arte di Pittura e Scultura. Tali furono il Brunellesco, Masolino, che poi sotto lo stesso Gherardo Starnina, stato maestro di Lorenzo, attese alla Pittura, Niccolò Lamberti, Parri Spinelli, Antonio Filareto, Paolo Uccello, e Antonio del Pollajuolo, allora fanciulletto. Circa il luogo, dove furono queste porte lavorate, dice queste parole: Dopo fatta e secca la forma con ogni diligenza in una stanza, che aveva compero dirimpetto a S. Maria Nuova, dove e oggi lo Spedale de’ Tessitori, che si chiama l’Aja, fece una fornace grandissima, la quale mi ricordo aver veduto, e gettò di metallo il detto telajo: fin qui. Ma io mi persuado, che non dispiacerà al Lettore l’avere dello stesso luogo e suoi annessi una più minuta descrizione, che trovo fatta in uno strumento, rogato da Ser Matteo di Domenico Zafferani alli 12. di Maggio 1445. cioè: Domina Maritana, filia olim Taldi Ricchi Taldi, et uxor Michælis Jacobi Vanni Cittadini Setaioli pp. S. Margherite vendidit ven. viro presbitero Andreæ de Simonis, Rectori et Hospitalario Hospitalis S. Marie Nove de Florentia, unam Domum cum volta, terreno, cucina, puteo, salis, cameris, et aliis edificis ad d. domum pertinent. posit. in pp. S. Michælis Vicedominorum in via de Santo Egidio. cui a p. dicta via, a 2. bona dicti Hospitalis, a 3. e 4. hortus et area, ubi fabbricantur Januæ S. Johannis Bapt. de Florentia, pro pretio flor. ducentorum sexaginta auri, quam Domum d. Venditrix asseruit emisse anno 1438. a Domina Piera Vidua filia q. Lapi Francisci Chursi, et uxore olim Bartoli Laurentii Cresci Tintoris, etc. È anche fatta menzione di questo luogo nell’originale strumento di Lodo fra Vettorio e i figli soprammentovato. Quedam Domus, seu apotheca, sive quædam Casolaria cum hortis, curiis, et portichis, et puteo, et sala, et chameris, et habitationibus, et edificiis, ad quæ habetur introitus, et aditus, et exitus in via, et per viam S. Mariæ Novæ de Florentia, sic vulganter denominata per ostium, et anditum ad dictam, et in dicta via respondentem, etc. cui, et quibus bonis prædictis, a primo dicta via, a 2. bona HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, a 3. Societatis S. Zenobii, et seu della Compagnia delle laudi, a 4. bona dicti HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, infra prædictos confines, vel alios si qui forent plures aut veriores, in quibus apotheca, et porticis, et habitationibus, et cippo bonorum predictorum fuerunt, ut vulgo dicitur olim in vita M. d. Laurentii patris dicti Victorii, lavorate le porte di S. Gio: di Firenze. Circa al tempo de i 40. anni, che impiegò il Ghiberti in far il lavoro delle porte, disse bene, che ne diede tal notizia; perché s’è trovato in un libro di Ser Noferi di Ser Paolo Nemi Notajo de’ Signori appo agli eredi del già Stefano Nemi, che in dì 7. di Gennaio 1407. fu concessa licenza a Lorenzo Ghiberti, maestro, ed a Bandino di Stefano, Bartolo di Michele, Antonio di Tommaso, Maso, Cristofano, Cola di Domenico di Gio: e Barnaba di Francesco tutti lavoranti nel lavoro delle porte di S. Gio: di potere andare per Firenze per tutte l’ore della notte, ma però con lume acceso e patente. E mostra l’altro citato strumento, che l’anno 1445. ancora si fabbricavano le porte.

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Nobilissime furono le ricompense, che a Lorenzo diedero per tali opere i suoi cittadini; bene è vero, che il anche in questo particulare piglia un errore di gran considerazione, dicendo, che gli fosse dalla Signoria, oltre il pagamento donato, un buon podere, vicino alla Badia di Settimo; perché questo podere non gli fu altrimenti donato dalla Signoria, ma lo comperò egli co’ proprj danari dalla famiglia de’ Biliotti: e perché la notizia, che a me di ciò è venuta, oltre alla verità de’ tempi, ha in sé assai belle memorie di nomi di quella e d’altre nobili case, e per altre ragioni, penso, che non sia per esser del tutto inutile il portarla in questo luogo per appunto, come l’ho letta dalla scrittura di mano dello stesso Lorenzo Ghiberti in un suo libro intitolato, come dirò appresso, esistente pure in Casa il nominato Cristofano Berardi: Questo libro è di Lorenzo di Cione di Ser Buonaccorso, detto Lorenzo di Bartoluccio, maestro delle porte di S. Gio: In questo libro iscriverò tutte le spese, che io farò nel Podere di Settimo in murare, e in accrescere detta Possessione, e comincerò d. dì sopra 26. d’Aprile in aumento, e fortificazione, e bellezza di detta possessione, al nome d’Iddio, e chiamasi libro di Ricordanze segnato A.

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MCCCCXXXXI. a dì 12. di Genn. A dì 12. di Genn. al nome d’Iddio portò Dom. di Franc. di Simone da San Casciano, chiamato Capello sensale, fior. I. largo per lo danajo di …… per arra di detta possessione, e detto dì si conchiuse d. mercato. Ebbe detto lir. I. soldi 5. La carta di d. possessione si fece a dì 5. di Genn. per Ser Jacopo Salvestri Notajo Fiorentino, del Popolo di San Procolo di Firenze. A dì 7. di Dicembre 1441. si pose in sul Banco di Bono per detta cagione, a petizione di Biliotto e di Sandro Biliotti suo consorto, sì veramente che’l detto Biliotto di detto denajo non movesse senza la volontà di detto Sandro di Giovanni Biliotti, e se ne facesse la volontà di Madonna Lotta. Donna che fu di Mess. Bandino Panciatichi: la quale suddetta possessione per Biliotto Biliotti ancora obbligò el detto Biliotto, come si contiene nella cartola detta della madre, la quale non ritrasse mai de’ beni che lasciò Sandro suo Padre, la qual madre di Biliotto fu figlia di Mes. Tommaso Soderini, come ereda della madre, sodò detta possessione in suddetta dota, che fu fiorini 1000. e fu la prima donna, che ebbe Sandro di Biliotto suo Padre, il quale ebbe due donne: la seconda fu donna di Gentile Bisdomini, e riebbe la dota sua, e rimase di d. donna un figliuolo del detto Sandro, il quale quello che gli toccava non trasse prima. Seguono in esso libro partite di pagamenti in sul banco di Bono di Gio: Boni. Posesi A dì 5. ovvero a dì 7. di Dicembre 1441. fiorini 120. - - fior. 120. E A dì 15. Dicembre fior. 47. d. furono di piccioli di moneta - - fior. 47. E A dì 26. di Genn. fior. 76. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - fior. 76. E detti fiorini si pagarono per detto Banco di Bono di Gio: Boni banchiere al quaderno segnato N. a 23. fior. 243. Ebbe il detto Biliotto dal Camarlingo di S. Liperata, il qual Camarlingo fu Lorenzo di Cresci, e da d. Camarlingo fior. 50. d. i quali ebbe a dì primo di Gennajo 1441. - - - - - - - - - - - - - fior. 50. Ebbe per me in più partite da Cappello Sensale fior. 6. - - - - - fior. 6. Ebbe da me d. Biliotto di Sandro di Biliotto Biliotti fior. 5. in grossi a dì 8. Genn. pagai tutta la gabella di mio - - - - - - - - fior. 5. Anno avuto per resto di detto pagamento da Niccolai Camarlingo dell’Opera di S. Liperata a dì 20. d’Aprile 1441. fior. 55. i quali appariscono al Quad. di Niccolajo Biliotti a 54. - - - - fior. 55. Somma fior. 360. Fecene carta, come è d. di sopra Ser Jacopo Salvestri a dì 5. gen. 1441. il quale podere è nel Popolo della Pieve di S. Giuliano a Settimo, e fossi intorno intorno a casa da Signore, e due case da lavoratori, e una torre in mezzo. A dì 24. d’Ottob. si pagò Vettorio la gabella fior. 20. in questo a 46. come Biliotto Biliotti compera detta possessione. E nel nominato libro a 46. si trova scritto pure di mano di Lorenzo. MCCCCXXXXI a dì 5. di Gennajo. Levato d. dal libro di Sandro di Biliotto Biliotti da c. 97. Un podere con una torre da mettere in fortezza, e abitazione da Signore, con fossi intorno, e circuito di mura, e ponte levatojo, con due case da lavoratori fuori del circuito di detta fortezza, dove sono canali da vino e strettoio, con ogni acconcimi da vendemmia, con vigna, e terra lavoratìa, in tutto staiora 94. a corda alla d. possessione e fortezza, termina co’ suoi confini dalle tre parti Via, e dalla quarta l’Arte di CalimalaFrancesca col terreno, che fu di Piero Bocardi, è posta nel Popolo della Pieve a S. Giuliano a Settimo, in mezzo tra la detta Pieve, e la Badia a Settimo. Costò d. Possessione di primo costo fior. ottocento trentacinque e sol. 10. d. f. 835. 10. Comprossi con incarico d’avere a dare ogni anno, mentre vivesse Suora Gostanza …… de’ Mazzetti, monaca nel Munistero di Monticelli fuori della porta a S. Piero Gattolini, fior. 10. per anno, e visse detta Suora Gostanza anni 18. poiché Biliotto comperò detta possessione, venne a costare tantopiù, quanto ebbe d. Suora, furono fior. 180. d. Suora Gostanza morissi a dì . . . di Sett. 1414. e liberò detto lascio. E’l detto Biliotto, avolo di detto Sandro, racconciò una torre, e i canti di d. fortezza, e murovvi una sala in volta per insino a questo dì 26. di Marzo 1421. spese circa di fior. 400. o più. Fin qui il notato negli antichi libri.

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Furono a Lorenzo, oltre al pagamento, date molte onorevolezze, e di più risolverono gli Operai di S. Liperata di metterlo a parte degli onori, che si procacciava l’eccellentissimo Brunellesco nella sua maravigliosa fabbrica della Cupola, con darglielo per compagno; mentre io trovo a un libro di Deliberazioni dell’Opera del 1419. che Filippo di Ser Brunellesco, Lorenzo di Bartoluccio, e Batista d’Antonio sono eletti in Provveditori dell’Opera della Cupola a farla fabbricare e finire con fior. 3. di provvisione per ciascuno, per quanto durerà a fabbricarsi, e finché non sia finita: ed al primo di loro, che mancasse di vita, fu sostituito Giuliano di Arrigo Pittore, vocato Pisello: ed al secondo di loro, che morisse, Mes. Giovanni di Gherardo da Prato. Ma perché tal Deliberazione apportò al Brunellesco gran dispiacere, non andò la cosa molto avanti. E giacché intorno a’ particolari più minuti di tale risoluzione degli Operai il v assai ci lasciò scritto, e con sì bel modo, che ogn’altra espressione che io volessi fare, doverebbe riputarsi men bella; io a quanto egli ne raccontò, rimetto il mio Lettore. Ora, siccome è proprio de’ più sublimi e nobili ingegni, l’essere da coloro, che tali non sono, sottoposti alla maladicenza, la quale però, in luogo della procacciata oppressione, bene spesso onore e grandezza loro cagiona; così a Lorenzo, il quale con sì rare virtù s’era nella sua patria guadagnata gloria immortale, non fu possibile il sottrarsi dalla livorosa rabbia dell’Invidia: il che, quando non mai da altro, si riconosce da una falsa imputazione, che per toglierlo a quegli onori, che e per nascita e per le sue rare qualità personali se gli convenivano, gli fu data nel modo, che più a basso diremo; ma è prima da sapersi quanto appresso. Ebbe per costume l’antica Repubblica Fiorentina, come abbiamo dal vecchio Statuto al trattato terzo del libro terzo, intitolato gli Ordinamenti della Giustizia alla Rubrica 96. e 97. citati da Giovanni Villani, di fare le intamburazioni, che erano alcune segrete notificazioni, le quali facevansi nel Palazzo di un ministro, chiamato l’Esecutore degli Ordinamenti della Giustizia, che era uno de’ tre Rettori forestieri, dopo il Potestà e’l Capitano del Popolo, solamente fatto per difendere i Popolani contro a i Grandi: ed abitava da S. Piero Scheraggio: e queste notificazioni gettavansi in certe casse serrate a chiave, che chiamavano tamburi. E perché essa antica Repubblica reggevasi a governo Democratico o Popolare, che dir vogliamo: e però avendo avuti sempre a sospetto i Grandi e potenti, voleva in tal modo attutarne l’orgoglio, e così rendersi più sicura; quasi in quella guisa che l’Ateniese, simile in governo alla Fiorentina, inventò il violento rimedio dell’esilio di coloro, che pure non altra colpa avevano, che l’aver qualitadi eminenti sopra’l Popolo: e questo chiamavano Ostracismo; onde è, che essa Fiorentina Republica aggiunse alla statutaria disposizione, che se nel tamburo si fusse trovata qualche cedola contro a qualche Popolare, subito dovea stracciarsi senza leggerla, con doversi anche di tale atto rogare pubblico Instrumento: e colui, che avesse tale notificazione fatta fare, dovesse sommariamente e de plano esser condannato. Ma giacché parliamo di tale statutaria disposizione, non voglio lasciar di dire, a benefizio degli eruditi, come dalla medesima, per mio avviso, viene illustrato un bel luogo del Dittamondo di Fazio degli Uberti, nostro antichissimo potea, contemporaneo di Dante, ove dice: Qui non temeva la gente comuna (intende de’ Popolari) Trovarsi nel tambur (esser tamburato), ned esser preso Per lo Bargello senza colpa alcuna. Collo scorrere de’ tempi mutaronsi altresì l’usanze, ed usaronsi pure dalla Fiorentina Republica altre maniere d’intamburazioni: e furon quelle di certi tamburi di legno, che si tenevano appesi in alcune Chiese principali, e particolarmente in S. M. del Fiore, dove stavano appiccati alle colonne: e avevano dalla parte dinanzi scritto il nome di quell’Ufizio o Magistrato a cui elle servivano, e di sopra un’apertura, nella quale si poteva da chiunque volesse mettere, ma non già messa cavare, alcuna notificazione o scrittura: e questo si diceva intamburare, cioè accusare, e querelare. Questo facevano, acciocché fosse lecito a ciascheduno, senza manifestarsi, iscoprire a pubblico benefizio le mancanze di qualunque cittadino: ed è costume praticato nelle Repubbliche, siccome anche in qualche altro luogo, fino a oggi continuato. Avvenne dunque, che essendo il nostro Lorenzo stato tratto l’anno 1443. dell’ufizio de’ dodici Buonuomini, uno de’ tre maggiori, che oggi si dice il Collegio; vi fu chi procurò d’offuscare la sua fama, ed opporsi all’ingrandimento di sua casa, con una notificazione, data per lo Magistrato de’ Conservadori di Legge, del tenore, che segue: Lorenzo di Bartolo, fa le porte di S. Giovanni, di nuovo tratto all’uficio de’ Dodeci, è inabile a tale ufizio, perché non è nato di legittimo matrimonio, perché d. Lorenzo fu figliuolo di Bartolo e Mona Fiore, la quale fu sua femmina, ovvero fante, e fu figliuola d’un lavoratore di Val di Sieve, e maritolla a Pelago a uno chiamato Cione Paltami, uomo della persona molto disutile, e quasi smemorato, il quale non piacque alla detta Fiore: fuggissi da lui, e vennesene a Firenze, capitò alle mani di Bartolo predetto dell’anno 1374. o circa, e in quattro o cinque anni ne ebbe due figliuoli, una prima femmina, poi questo Lorenzo dell’anno circa il 1378. e quello allevò, e insegnolli l’arte sua dell’Orafo: dipoi circa l’anno 1406. morì il detto Cione, e’l detto Bartolo trovato da certi amici, i quali mostrarongli, che male era a vivere in adulterio, la sposò, come di questo è pubblica voce e fama, e come per li strumenti di matrimonj. E s’egli dicesse esser figliuolo di Cione, e non di Bartolo; troverete, che Cione mai ebbe figliuoli della Fiore: e che Lorenzo prese e usò i beni di Bartolo, e quelli ha venduti e usati come figliuolo e legittimo erede: e perché e’ s’è sentito innabile, mai ha accettato l’ufizio del Consolato dell’Arte, al quale più volte è stato tratto; ma sempre per piccola cosa è stato allo specchio, e lasciatosi stracciare. Fin qui son parole proprie della intamburazione.

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Inoltre fu detto, ch’egli era inabile a tale ufizio, per non aver pagato le gravezze per lo tempo, che comandava la legge, ma da poco tempo, e sotto nome dello stesso Bartoluccio: e che Cione non aveva mai pagato, e però né come figliuolo dell’altro poteva essere ammesso ad esercitare i Magistrati della Città; che però avvertivano i Conservadori a volerne trovare il vero per l’onor loro e del Comune: e facevano istanza condannarsi Lorenzo come trasgressore della legge. Fu egli subito chiamato a difendere la causa sua, e giustificò concludentissimamente per pubblici strumenti del 1374. la Fiore esser stata legittima moglie di Cione: e lui esser nato nel 1378. costante il detto Matrimonio: e che di poi, morto Cione suo padre, la Fiore si rimaritò a Bartoluccio, il quale ricevuto Lorenzo assai piccolo, lo educò come proprio figliuolo, e l’instruì nell’arte sua d’Orafo, non avendo avuto altri figliuoli: e che di qui nacque, essere stato esso Bartoluccio reputato padre di Lorenzo, e per tale essere stato da tutti creduto; onde a Lorenzo era stato dato sempre il nome di Lorenzo di Bartoluccio. E in confermazione di tal verità, mostrò che dopo la morte di Cione, cioè nel 1413. egli, come suo figlio, aveva convinto e recuperato da alcuni suoi consanguinei alcuni beni, che furono di detto Cione suo padre, per lodo dato da Maso degli Albizi, cittadino allora molto accreditato: e disse d’aver pagato, sotto nome però del detto Bartoluccio, le prestanze al Comune dell’anno 1422. fino allora. Ma perché la legge ordinava, che chi non aveva pagato per 30. anni le gravezze al Comune non fosse abile a godere degli ufizj della città, perciò Lorenzo sul fondamento della medesima sua enunciativa, fu da’ Conservadori di Legge condannato in lire 500. come trasgressore: e quanto all’altro capo della legittimità, fu assoluto, e dichiarato l’accuse o intamburazione, calunniose, e lui esser figliuolo legittimo di Cione di Ser Buonaccorso da Pelago. Dopo questa sentenza ricorse Lorenzo alla Signoria, cioè al Gonfaloniere e Priori, Gonfalonieri di Compagnia, e Dodici Buonomini e rappresentò d’aver, dopo tal condennazione de’ Conservadori di Legge, ritrovato, come Cione suo Padre, fino dell’anno 1375. fu descritto alle prestanze de’ Cittadini fiorentini, e tassato in soldi cinque, al libro di esse prestanze a c. 21. che però faceva istanza esser dalla detta condennazione di lire 500. assoluto e liberato. E la Signoria, riconosciuta questa verità, l’assolvè, e dichiarò lui esser figliuolo di Cione di Ser Buonaccorso, ma inteso volgarmente per Lorenzo di Bartoluccio; che però quando egli accadesse, che sotto questo nome e’ fusse tratto a tale ufizio, s’intendesse esser’esso, e fusse accettato in qualunque Magistrato della città, non ostante tale denominazione. E ordinarono tal fatto, assoluzione, dichiarazione, o altro registrarsi al libro dell’altre leggi o provvisioni a perpetua memoria: e fu passato tal partito ne’ soliti Consigli del Popolo: e del Comune, con tutte le solennità, consuete e solite usarsi allora nell’ordinazioni del Popolo Fiorentino. Ma tempo è ormai di dar fine a questa narrazione. Diciamo dunque per ultimo, che moltissime furono l’opere, che fece Lorenzo di metallo di ogni grandezza. Si gloria la città di Siena di aver avuto di suo getto, per ornamento del Battesimo, due storie della vità di S. Gio: Batista; cioè il battezzare di Cristo, e la presa del Santo per condurlo ad Erode, le quali fece a concorrenza di Jacopo della Fonte, del Vecchietto Sanese, e di Donato. Con suo modello gettò per la Chiesa di S. Maria Novella la figura di bronzo di Lionardo di Stagio Dati, Generale de’ Predicatori, che si vede in atto di giacere sopra il sepolcro di lui. Similmente la Cassa di bronzo, con alcuni angeli dentro, nella quale riposano le ossa de’ SS. Martiri Proto, Jacinto, e Nemesio, nella Chiesa del monastero de’ Romiti degli Angeli: siccome anche la Cassa, che contiene le sacre ceneri di S. Zanobi Vescovo di Firenze, nella Chiesa di S. Maria del Fiore, ornata di bellissime storie della vita del Santo.

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Resterebbe a narrare il tempo, nel quale il nostro Lorenzo fece da questa all’altra vita passaggio; ma non essendo a noi venuta fin qui tal notizia, diremo solamente, che il , che asserì, ch’e’ morisse in età di 64. anni, anche in ciò prese errore; perché quando non volessimo credere per indubitato, ch’egli nascesse nel 1378. sarebbe forza il dire, che fusse seguita la sua morte del 1442. ed io ho trovata fra l’altre volte nominate scritture, fatta menzione del testamento fatto da lui del mese di Novembre 1455. onde viene indubitata conseguenza, che egli non di 64. anni, ma forse ancor di più di 77. finisse di vivere. Il ritratto di questo grande artefice, fatto al naturale, si vede nel mezzo della sua bellissima porta di bronzo, che corrisponde alla Cattedrale, appresso a quello di Bartoluccio, suo putativo padre, il quale è rappresentato in figura d’un assai più vecchio di Lorenzo, nella banda della parte destra, e quello di Lorenzo dall’altra parte. Buonaccorso Ghiberti, figliuolo di Lorenzo, e suo discepolo, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, rimase dopo di lui, applicato pure alla statuaria e al getto: e fu quegli, a cui toccò a finire e gettare il maraviglioso ornamento di bronzo di quella Porta del Tempio di S. Gio. che è rimpetto alla Misericordia: il modello di cui, insieme col fregio, aveva il padre lasciato in buonissimo termine. Nel quale lavoro esso Buonaccorso si portò si bene, che quando non mai per altro, per quest’opera solamente egli si meritò il nome d’uomo singolarissimo in quest’arti: e fece conoscere, che quantunque assai presto egli finisse di vivere, ben si puote affermare, che coll’essere a lui mancata la vita in verde età, non gli fusse però mancato il merito di dovere sempre vivere nella memoria de’ posteri. Soggiunge il Vasari, che Buonaccorso ebbe un figliuolo, che si chiamò Vittorio, e che egli attese alla scultura: e in Napoli nel Palazzo del Duca di Gravina fece alcune teste, che furon poco lodate; mercé che più attese egli a godere e spendere prodigamente il ricco patrimonio lasciatogli da’ suoi antenati, che alle fatiche di quest’arti: che attendendo anche all’architettura, fu nel tempo di Paolo III condotto in Ascoli, per architetto d’alcune fabbriche: e che una notte un suo servitore, affine di levargli il danaro, crudelmente lo scannò. La verità però si crede essere, che qui il Vasari pigli errore, scambiando Buonaccorso da Vittorio: e che Vittorio fusse il figliuolo di Lorenzo, che fece l’ornamento di bronzo: e Buonaccorso di quello, che andò a Napoli figliuolo di Vittorio; essendoché non si trova mai, per quanto possa essere venuto fin qui a mia notizia, che Lorenzo Ghiberti lasciasse alcun’figliuolo con nome di Buonaccorso; ma si trova bensì, che fusse suo figliuolo un Vettorio, il quale ebbe due mogli, e fu padre di un Buonaccorso. Primieramente in un libro di permute del Monte di Firenze 1463. si trova Maddalena di Antonio di Ser Gio. Buonajuti, moglie di Vittorio di Lorenzo Ghiberti: e da’ Protocolli di Ser Domenico d’Antonio da Figline 1464. Maria Smeralda di Mess. Francesco Marchi, moglie di Vettorio di Lorenzo di Cione Ghiberti. E quanto a Buonaccorso nell’altre volte citato Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, esistente nella Libreria de’ MS. de’ SS. Strozzi, si trova un ricordo, come Vettorio di Lorenzo di Bartolo, che fa le porte, dà a colorire e disegnare un modello d’una spalliera, che di nuovo s’ha a fare per la ringhiera de’ Signori, a esso Neri di Bicci. Del 1483. si trova ne’ Protocolli di Ser Domenico di Gio. GuiducciBuonaccursus Victorii Laurentii Cionis Ghiberti: e nel 1503. si trova, che Buonaccorso di Vittorio di Lorenzo Ghiberti, alias di Bartoluccio, scultor di bronzo, fa testamento, rogato Ser Agnolo da Cascese, il che si ha da’ Repertorj de’ fidecommissi esistenti nell’Archivio Fiorentino. Trovasi poi, che di questo Buonaccorso nacque un altro Vettorio; onde par che si potrebbe dire col Vasari, che questo fusse quel figliuolo di Buonaccorso, che andò a Napoli: nel qual caso però non sarebbe mai vero, che Buonaccorso fusse figliuolo di Lorenzo, ma di Vittorio: e se l’ornamento della porta fu finito da un figliuolo di Lorenzo, questo fusse Vittorio Padre di Buonaccorso, e non Buonaccorso, che fu figliuolo di Vittorio: se non volessimo dire, che di Lorenzo nascesse un altro Buonaccorso, del che non si ha alcun riscontro. Credesi dunque, che erri il Vasari: tanto più, che soggiunge poi egli medesimo, che in Vittorio rimanesse estinta la famiglia de’ Ghiberti; il che non è vero; perché molti furono i descendenti del primo Vittorio, figliuolo di Lorenzo di Cione, come dimostra la seguente descendenza. Ed anche errò lo stesso Vasari, in quanto disse del Padre di Lorenzo, come s’ è mostrato chiaramente nelle notizie della vita di lui, sicché non è, se non cosa probabile, che in quanto appartiene alle notizie di questa Casa, il Vasari, come di cosa non appartenente alla profession sua ed al suo principale intento, cercasse poca informazione. E da un antico libro de’ Morti dell’Arte degli Speziali, spogliato nel libro RR. 1239. in Archivio Strozzi, apparisce Lorenzo di Vittorio di Bartoluccio 16. Maggio 1484. in S. Croce. Trovasi, che Vettorio di Lorenzo di Cione ebbe due mogli: la prima Maddalena d’Antonio di Ser Gio. Bonajuti, della quale ebbe Buonaccorso: la seconda fu la Smeralda di Francesco Marchi, della quale ebbe un Francesco, e Ghiberto, che fu Monaco, e un Cione: e Buonaccorso ebbe un figliuolo, che fu Vittorio, che non sappiamo, che avesse figliuoli: e la stirpe si continuò in Francesco. E tali notizie s’hanno da un Lodo, dato da Antonio di Luigi Covoni, e da Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli a’ 5. d’Ottobre 1496. fra Buonaccorso, Francesco, e Cione, figliuoli di Vittorio di Lorenzo di Cione, ne’ quali da tre fratelli erano state compromesse alcune differenze: e di tal Lodo si rogò Ser Agnolo di Ser Alessandro da Cascese: A Buonaccorso toccò la maggior parte degli stabili, i bronzi, i libri, e gl’intagli, e per usar le parole del Lodo: omnes masseritias, ut vulgo dicitur, da andare in Ufizio, ovvero in Birreria, prout Banderie, Sopraveste, Targette, Spade, Chappello, et alia similia, atta ad exercitia predicta que sunt ad presens d. Victorij, con carico di prestarle a’ fratelli all’occasione.

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Discepolo di LORENZO suo padre. Fioriva circa al 1430. Nell’antico libro degli uomini della Compagnia de’ Pittori trovasi descritto quest’artefice nel 1429. e fu fino da quei tempi in questa sua patria non poco adoperato, forse come quelli, che avendo avuto per Padre Lorenzo di Bicci, di cui correva gran fama per lo molto operare, ch’ei fece per la città e per lo Stato, potè anche avere avuta da esso tale introduzione, che non ne fosse stato difficile poi il trovar modo di dar fama a’ proprj pennelli in una quantità grandissima di pitture, che noi troviamo, ch’ei condusse, dico di quelle solamente, alle quali ha perdonato il tempo. Trovasi avere questo pittore, dopo la morte del padre, fatto il ritratto di lui, e quello di sé medesimo, nella Chiesa di Ognissanti in due tondi, nella Cappella di Bartolommeo Lenzi, colle parole attorno, che dicono i nomi loro: e avervi anche dipinte istorie di Maria Vergine, nella quale si studiò d’imitare al possibile molti abiti, che si usavano in quei tempi dagli uomini e dalle donne Fiorentine: fecevi anche la tavola a tempera, e il dossale dell’Altare. Per lo stesso Bartolommeo Lenzi dipinse una tavola, alla quale fu dato luogo nella Chiesa dello Spedale degl’Innocenti. In quella di Santa Trinita, per entro la Cappella degli Spini, dipinse a fresco istorie della Vita di san Giovangualberto, e la tavola pure a tempera. Chiamato in Arezzo, fecevi una tavola per la Chiesa di San Michele e Santa Maria delle Grazie fuori di quella città. Nella Chiesa di San Bernardino dipinse una Immagine di Maria Vergine, che mostra di tenere sotto il sacro ammanto il popolo Aretino: e da uno de’ lati fece vedere lo stesso San Bernardino inginocchioni, con una croce di legno in mano, siccome costumava il Santo di portare, quando andava predicando per quelle città: dall’altro lato dipinse San Niccolò e San Michele Arcangiolo: e nella predella della tavola rappresentò fatti di esso Santo, e miracoli operati per lo più in quella città.

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Ho io ancora ritrovato nella Libreria de’ Manoscritti originali e spogli, oggi degli Eredi del Senator Carlo Strozzi, Antiquario rinomatissimo, in un libro segnato I. I. 1231. a car. 561. quanto fu per mano di quel Cavaliere estratto da un Diario originale segnato D. che fu dello stesso Neri di Bicci, scritto dall’anno 1453. fino al 1473. il quale pure si conserva nella medesima Libreria: nel quale Diario, oltre a molti ricordi di cose famigliari di sua casa, e particolarmente de’ giovani, che sotto la di lui disciplina di tempo in tempo si ponevano, egli fu solito di notare le opere ch’e’ faceva; avere egli fatto nota di un Tabernacolo, dipinto in sulla strada maestra, che va da Firenze a Pisa, al Ponte a Stagno in sul Vingone, poco lungi dal Castello della Lastra, ove per Luca d’Andrea da San Colombano, dipinse l’anno 1453. una Vergine con più Santi da i lati, e nella volta altre figure. Ancora vi è notata l’opera, che egli condusse per la Chiesa di Santo Romolo di Firenze, stata già data a fare a Lorenzo suo padre, che dopo averla ingessata, si morì. Vi è anche il ricordo, come detta tavola fu stimata da Zanobi, che fu della nobilissima famiglia degli Strozzi, e dipinse in quei tempi con non ordinaria lode tavole da Altare, che si veggono fino al presente in diverse Chiese, e ancora altre opere fece lodatissime. Fu compagno dello Strozzi in fare detta stima Alesso Baldovinetti pittore celebre: e ciò fu nell’anno 1466. come altrove abbiamo detto. Essendomi poi, per molta bontà di Luigi Strozzi, figliuolo del già nominato Senator Carlo, Arcidiacono della Metropolitana Fiorentina, riuscito d’avere per alcuni pochi giorni in mia casa detto libro originale del Bicci: ne ho fra l’altre cose estratte alcune note, che per ragione di loro antichità io non istimo indegne di memoria: e sono le seguenti: Nota egli avere avuto di dota della Gostanza di Bernardo di Lottino sua moglie Fiorini trecentoquaranta di suggello, l’anno 1453. e stettegli mallevadore alla gabella Antonio Catastini suo Cognato. Dice avere un Podere, luogo detto a Capallo di Gangalandi. Dice avere a’ 3. di Luglio 1454. auto ordine da Bernardo di Lupo Squarcialupi, che sta a Poggibonzi, di fargli una tavola di Maria Vergine, con Giesù in collo, con un S. Francesco, S. Margherita, S. Jacopo e S. Bernardino, e nella predella alcune storiette: e tutto questo per prezzo di Fiorini cento: e poi soggiugne dopo alquanto tempo: Ricordo, come a’ 26. Aprile 1456. presi a dipignere per gli uomini della Compagnia della Disciplina di San Niccolò di Poggibonzi in Valdensa, una tavola da Altare, con una Vergine e nostro Signore in collo, e alcuni Santi allato, e di più istorie di S. Niccolò, due battuti, un per parte, tutta messa di oro. I Procuratori di detta Compagnia, che intervennono a farne il patto per Fiorini ducentosessanta, furono: Donato di Segna, Andrea di Nanni fabbro, Giovanni di ser Lucchese Bindi, Giampiero ispeziale, Bernardo di Lupo Isquarcialupi, Francesco di Niccolajo di Donato.

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Nato 1416. ?1484. Fu maestro ragionevole, ed operò molto a fresco e a olio. Nella città di Firenze vedesi di sua mano nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, la storia di San Filippo Benizj, in atto di pigliar l’abito della Religione: la qual opera non fu da esso interamente finita, come si dirà appresso. In S. Ambrogio dipinse tutta la Cappella del Miracolo, con ritratto di cittadini di que’ tempi, fra i quali Poliziano, e il Ficino, che mettono in mezzo Pico della Mirandola. Chiamato a Roma sotto Sisto IV. insieme con Sandro Botticelli, e Domenico Grillandai Fiorentini, Luca da Cortona, l’Abate di San Clemente, e Pietro Perugino, per dipignere nella Cappella del Palazzo, vi fece tre storie, cioè la sommersione di Faraone: la Predica di Cristo intorno al mare di Tiberiade: e l’ultima Cena, ove per supplire alla mancanza del suo talento, in confronto degli altri maestri, e rendersi degno di un bel premio, che aveva destinato il Papa a chi di loro meglio avesse operato, con ingegnosa astuzia sforzandosi di arricchire le sue opere con vivezze di colori, e tocchi d’oro in gran copia; sortì, per la poca intelligenza in cose di quell’arte, che aveva quel Pontefice, l’essere esso solo premiato in faccia di quei maestri, per altro migliori di lui, che di quel suo nuovo modo di operare di erano fino allora molto burlati. Tenne quest’artefice in tutte le opere sue la maniera di Alesso Baldovinetti; onde riconosciuti i tempi, ne’ quali l’uno e l’altro fiorì, e la gran diversità della sua da tutte l’altre maniere de’ maestri, che allora in Firenze operavano, pare che non possa dubitarsi, che egli non ne fosse stato scolare. Fece esso Cosimo molti allievi, e fra questi Mariotto Albertinelli, Fra Bartolommeo di San Marco, e Piero, detto Pier di Cosimo, che fu maestro del famoso Andrea del Sarto, dal quale derivarono molti valentissimi pittori. Trovasi esser’ egli figliuolo di Lorenzo di Filippo Rosselli del Popolo di San Michele Visdomini; e che venuto l’anno 1483. facesse testamento nella Sagrestia di San Marco, per rogito di Ser Benedetto da Romena, in cui confessata la Dote di Caterina di Domenico di Papi sua moglie, in somma di Fiorini 400. di suggello, lascia la medesima usufruttuaria di tutti i suoi beni. Dice il Vasari, che essendosi quest’artefice molto dilettato dell’Alchimia, a cagione di essa egli spendesse vanamente tanto, che di agiato ch’egli era, si condusse alla morte in istato di estrema povertà. Questo non pare, che punto si accordi con ciò, che nel nominato testamento si riconosce; perché trovansi fatti da esso assai legati di grosse somme di danari, a favore di suoi congiunti. Né par verisimile quanto lo stesso Vasari asserisce, che dopo di lui restasse un suo figliuolo; perché in questo tempo Cosimo non aveva figliuoli, che però instituì suoi eredi, dopo i figliuoli postumi e nascituri, Lorenzo e Francesco suoi fratelli, ed i figliuoli delli già defunti altri suoi fratelli Clemente, e Jacopo. Soggiunge poi lo stesso Vasari, che del 1484. seguì la morte di Cosimo: nel che piglia un gravissimo errore, perché io trovo, che lo stesso Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli pittore, insieme con Antonio di Luigi Covoni, l’anno 1496. a’ 5. d’Ottobre, cioè dodici anni dopo il tempo, che il Vasari assegna alla sua morte, diede un lodo fra Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti da una, e Buonaccorso, Francesco e Cione, figliuoli di esso Vittorio dall’altra, per rogo di Ser Agnolo di Ser Alessandro d’Agnolo da Cascese: e questo in autentica forma sopra carta pecorina si conserva appresso a Cristofano Berardi, Gentiluomo Fiorentino, Avvocato del Collegio de’ Nobili. Dice poi il Vasari, che la morte di Cosimo seguisse in tempo appunto, che egli nel Chiostro della Santissima Nonziata lavorava la storia a fresco del San Filippo Benizi, che riceve l’abito della Religione, come sopra si è detto, quale lasciò imperfetta. Fu il suo cadavero sepolto nella Compagnia del Bernardino in Santa Croce.

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Discepolo di Piero Pollajuolo suo fratello, nato 1426. ? 1498. Ne’ tempi, che Bartoluccio Ghiberti, patrigno di Lorenzo Ghiberti, esercitava in Firenze, con fama di ottimo artefice la professione dell’orafo, era lo stesso mestiere in mano di persone così esercitate nel disegno e nel modellare, che per lo più le medesime, tirate dal piacere, che ne cagionano sì belle facoltadi, abbandonavano quell’arte, e in breve tempo Pittori e Scultori eccellentissimi addivenivano. In questi tempi adunque fu accomodato in bottega del nominato Bartoluccio Ghiberti, Antonio del Pollajuolo, giovanetto, di poveri natali bensì, ma dotato di tanto spirito e inclinazione al disegno, che in breve tempo nell’orificeria fece miracoli; il perché lo stesso Lorenzo Ghiberti (che allora faceva le porte di San Giovanni) lo volle appresso di sé, ed insieme con molti altri giovanetti, poselo attorno al suo proprio lavoro. E primieramente lo fece operare intorno ad un festone, sopra il quale Antonio lavorò una quaglia, che si vede tanto ben fatta, che è veramente cosa maravigliosa. Giunsero poi in poco tempo a tal segno i progressi del giovanetto, che gli guadagnarono fama di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri giovanetti del suo tempo; che però si risolvè a lasciare Bartoluccio e Lorenzo; e far da per sé, dandosi tuttavia più che mai al disegnare e al modellare. Era allora nella città di Firenze un altro orefice, chiamato Maso Finiguerra, accreditatissimo in lavorar di bulino e di niello; e che fino a’ suoi tempi non aveva avuto eguale nel disporre in piccoli spazj grandissima quantità di figure: uomo, che per quanto io ho riconosciuto da’ moltissimi disegni di sua mano, che ancora si trovano fra gli altri nella bellissima raccolta, fattane dalla gloriosa memoria del Cardinal Leopoldo di Toscana, aveva fatto grandi studj sopra le opere di Masaccio, e sopra il naturale; che però era divenuto buon disegnatore. Ad esso avevano i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti date a fare le storie dell’Altar d’argento pel Tempio di San Giovanni; ma avendo poi questi riconoscito il Pollajuolo in disegno e diligenza a lui molto superiore, vollero, che ancora esso, a concorrenza del Finiguerra, molte ne lavorasse. Tali furono la Cena di Erode, il Ballo di Erodiade, ed il San Giovanni, che è nello spazio di mezzo dell’Altare: le quali opere riuscirono assai migliori di quelle del Finiguerra; onde gli furon dati a fare per la stessa Chiesa i Candellieri d’argento di tre braccia l’uno: la Croce proporzionatamente maggiore di quelli: e le Paci, le quali colorì a fuoco tanto bene, quanto mai dir si possa. Fece poi lo stesso Antonio ancora infiniti altri lavoro d’oro e d’argento per diversi luoghi e persone. In proposito di che non voglio lasciar di dar notizia in questo luogo di uno di essi, che io ho trovato in una Deliberazione nel Libro de’ Venti di Balia per l’impresa di Volterra del 1472. colle seguenti parole: A dì 18. giugno 1472. s’ebbe la Vittoria di Volterra, essendo Capitano della Lega il Conte d’Urbino; e però si delibera di donare una Casa in Firenze a detto Conte: e se gli doni ancora boccali e bacili d'argento, ed un elmetto d’argento, che si fece lavorare da Antonio del Pollajuolo. Si trattenne dunque il nostro artefice in simil sorta di lavori molto tempo, e fecevi allievi, che riuscirono di valore; ma invaghitosi poi della pittura, si fece da Piero suo fratello, stato discepolo d’Andrea dal Castagno, insegnare il modo del colorire, e in pochi mesi, non solo l’agguagliò, ma molto lo superò. Dipinse insieme con lui assai cose, delle quali si è parlato abbastanza nelle notizie della vita del medesimo Piero. Fece poi il ritratto di M. Poggio Bracciolini Fiorentino, Segretario della Signoria di Firenze, che dopo Lionardo Bruni Aretino, detto M. Lionardo d’Arezzo, scrisse la storia Fiorentina: e quello di M. Giannozzo Manetti, pure Fiorentino, uomini tutti e tre di gran letteratura: il qual Manetti, oltre ad altre opere scrisse la Vita latina di Papa Niccolò V. la quale si conserva nella Libreria di San Lorenzo. L’uno e l’altro ritratto fece in luogo, dove già faceva Residenza per far ragione sopra gli affari de’ Giudici e Notai, il Proconsolo: il qual luogo, vicino alla Badia di Firenze, fu dipoi la Residenza del Magistrato di Sanità, ed ora della Nunziatura Apostolica, come si è detto altrove. Fece ancora molti altri ritratti, che si veggiono a’ nostri tempi per le case e gallerie de’ Cittadini, molto ben conservati, e lavorati con tanta diligenza, e tanto al vivo, quanto mai in quella età si fosse potuto desiderare. Fra le belle pitture, che di tutta sua mano si veggiono pubblicamente in Firenze, una è la tavola del San Sebastiano della Cappella de’ Pucci, contigua alla Chiesa della Santissima Nunziata, la qual tavola fece l’anno 1475. per Antonio Pucci, che gliele pagò 300. scudi, onorario, per quei tempi, straordinarissimo; ma contuttociò fece di quell’opera il Pucci, e con esso tutta la città, sì grande stima, che si dichiarò non avergli pagati né meno i colori. In questa tavola ritrasse Antonio, nella persona del Santo, Gino di Lodovico Capponi. Fino ne’ nostri tempi si vede di sua mano la maravigliosa figura del San Cristofano, a fresco, alta dieci braccia, che esso dipinse nella facciata della Chiesa di San Miniato fra le Torri, figura, che ebbe lode della più proporzionata, che fosse stata fatta fino a quel tempo. Sta una gamba del Santo in atto di posare; e l’altra di levare; e sono così ben disegnate, proporzionate, e svelte, che è fama, che lo stesso Michelagnolo Buonarroti in sua gioventù, per suo studio, molte volte le disegnasse. Altre pitture in gran numero fece Antonio, al quale veramente è molto obbligata l’arte del disegno, per esser esso stato il primo, che mostrasse il modo di cercare i muscoli, che avessero forma e ordine nelle figure: il che fece scorticando di sua mano moltissimi cadaveri di uomini morti, per istudio dell’Anatomia. E perché migliorò ancora alquanto il modo d’intagliare in rame, da quello che per avanti era stato tenuto da altri maestri; gli si dee ancora la lode di quest’arte. Fu ottimo Scultore ne’ suoi tempi; che però fu da Innocenzio VIII chiamato a Roma, dove a sua istanza fece di metallo la sua sepoltura colla statua: e quella ancora di Sisto IV suo antecessore. È fama, che lo stesso Antonio desse il disegno pel Palazzo di Belvedere, e che poi fosse da altri tirato a fine. Nel Bassorilievo valse non poco: e di sua mano veggionsi molte medaglie di Pontefici e d’altri. Finalmente pervenuto all’età di 72. anni, nella stessa città di Roma l’anno 1498. finì la vita, e nella Chiesa di San Pietro in Vincola, coll’onore dovuto al suo merito, ebbe sepoltura il suo cadavero.

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Così detto, perché fu discepolo di Cosimo Rosselli , nato 1441. ? 1521. Nacque Piero di un tal Lorenzo orafo, e fin dalla prima età fu posto dal padre nella in quei tempi fioritissima scuola di Cosimo Rosselli : e perché egli era, come si suol dire, nato pittore, avanzatosi in breve tempo di gran lunga sopra tutti i suoi condiscepoli, arrivò a formarsi una maniera molto vivace, e tutta piena di bellissime e varie fantasie. A questo, molto l’ajutò, oltre all’amore ed indefessa applicazione all’arte, l’avere una natura malinconica, ed esser di così forte immaginativa, che mentre stava operando, non sentiva i discorsi, che intorno a lui si facevano, da chi si fosse. La prima sua applicazione fu l’ajutare al maestro suo, che vedendoselo superiore in tutte le facultà, appartenenti a quella professione, molto se ne valse nell’opere, che fece in Firenze e in Roma. L’accennata sua natura, fissa e malinconica, operò in lui una gran facilità, e felicità in far ritratti al naturale somigliantissimi, de’ quali ne fece molti nel tempo, che stette in Roma: e fra questi bellissimo fu quello del Duca Valentino Borgia , d’infausta memoria. Capitategli alle mani alcune cose di Lionardo da Vinci , diedesi a colorire a olio: e benché non giugnesse di gran lunga al segno, si affaticò però molto per imitare quella maniera. Vedesi di sua mano, fino a’ presenti tempi, nella Chiesa di Santo Spirito di Firenze, una tavola all’Altare della Cappella de’ Capponi, ove rappresentò Maria Vergine, in atto di visitare Santa Elisabetta: e figurovvi un San Niccolò molto bello, ed un S. Antonio, in atto di leggere, assai naturale e spiritoso. Fece anche la tavola di San Filippo Benizzi, colla Vergine ed altri Santi, per la Cappella de’ Tedaldi nella Chiesa de’ Servi , la qual tavola pochi anni sono dal Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana , di gloriosa memoria, fu levata, con far porre in suo luogo la bella tavola, che oggi vi si vede fatta da Baldassarre Volterrano ; e quella di Pier di Cosimo restò appresso di Sua Altezza Reverendissima: fece anche una tavola per la Chiesa di San Pier Gattolini , poi rovinata per l’assedio del 1529 dove dipinse Maria Vergine sedente con quattro figure attorno, la qual poi fu posta in San Friano . Dipinse infiniti quadri per le case de’ cittadini, e colorì molte spalliere di camera con belle bizzarrie. Aveva costui nello stranissimo cervello suo un mondo nuovo di stravagantissimi capricci, e andava inventando diverse forme d’animali, colle più nuove e spaventose apparenze, che immaginar si possa: de’ quali (fatti colla penna) aveva pieno un libro, che restò poi nella Guardaroba del Serenissimo Cosimo I . Similmente fece figure, facce di satiri, maschere, abiti, istrumenti, e altre cose fatte dalla natura, o inventate dagli uomini, storcendo il tutto a seconda del suo fantastico umore; onde, oltre a quanto in questa parte operò in diversi quadri e spalliere per le case de’ particolari, fu anche molto adoperato in trovare invenzioni di pubbliche feste e mascherate, nelle quali fu maraviglioso, ed a tempo suo cominciarono a farsi nella città con invenzione e pompa, di gran lunga maggiore di quel che pel passato si era fatto: e fu egli l’inventore di quella tanto famosa, che avanti al 1512. fu fatta in Firenze in tempo di notte, con cui rappresentavasi il Trionfo della Morte, che per esser da altri stata descritta, non ne dirò di vantaggio. Ponevasi egli alcuna volta come estatico a guardare i nuvoli dell’aria, o qualche muro, dove per lungo tempo fosse stato sputato: e da quelle macchie cavava invenzioni di battaglie, di paesi, di scogli, di figure, e animali i più spaventosi, che immaginar si possa. Né sia chi si maravigli, che Piero fosse così strano ne’ concetti, e negli studj dell’arte sua, perché tale appunto fu egli sempre nel trattamento di sé medesimo in ogni sua azione, benché per altro fosse un buon uomo. Fin da quel tempo, che passò all’altra vita Cosimo suo maestro, egli si ritirò in una casa (dicesi nella via detta Gualfonda) dove stavasene solo e serrato, per non esser veduto lavorare: ed arrivò a tale così fatta stravaganza, che avendo egli a fare per lo Spedalingo degl’Innocenti una tavola per la Cappella de’ Pugliesi, all’entrar di Chiesa da man sinistra, tuttoché lo Spedalingo fosse suo amicissimo, e tuttavia gli somministrasse danari, non fu mai possibile, ch’e’ potesse vedere quel ch’e’ si facesse. Finalmente, credendo di coglierlo, venuto che fu il tempo di dargli gli ultimi danari, negò di farlo, se prima non vedeva l’opera; ma gli rispose Piero , che avrebbe guastato tutto quel che aveva fatto, tantoché allo Spedalingo convenne aver pazienza, e veder la tavola quando volle Piero . Stavasi in quella sua solitudine assai trascuratamente. Non voleva che si spazzassero le stanze, né ebbe mai altr’ora determinata per mangiare, se non quella, nella quale era colto dalla fame: e consisteva la sua cucina in assodare ad ogni tanto gran quantità di uova nel tempo medesimo, e nella medesima pentola, dov’ei faceva la colla, e poi ripostele in una sporta, andavasele consumando appoco appoco, senz’altra conversazione, che di sé medesimo, biasimando ogni altro modo di vivere, come egli diceva, men libero di quello.

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Se crediamo a ciò, che scrisse il Vasari, il soprannominato Giovanni ebbe tre figliuoli, Marco, Luc’Antonio, e Simone, i quali tutti morirono di peste l’anno 1527. Luca, e Girolamo attesero ancora essi alla Scultura: il primo operò d’invetriate diligentissimamente, e fu quello, che per ordine di Raffaello da Urbino fece i pavimenti delle Logge Papali, come ancora quelli di molte camere, ne’ quali espresse l’impresa di Papa Leone. Girolamo il secondo lavorò di marmo, di terra cotta, e di bronzo: e molto gli giovò per farsi un grand’uomo la concorrenza di Jacopo Sansovino, e del Bandinello. Fu poi condotto in Francia a’ servigj del Re Francesco, pel quale, come quegli che era universalissimo, fece molte opere, particolarmente a Marlì, luogo non molto lontano da Parigi. Lavorò molto di terra in Orleans; onde in breve divenne ricco. Qui il Vasari piglia un grand’equivoco, affermando, che nella persona di lui, che mancò in quelle parti, si spegnesse la casa della Robbia; perché questo Girolamo di Andrea, che di Maria Altoviti sua moglie ebbe un figliuolo chiamato Jacopo: ed un altro, che pure anch’esso ebbe nome Girolamo, il quale in Francia di Madama Luisa de Mathe ebbe tre figliuoli, cioè Andrea, che seguitando la milizia, pervenne al grado di Capitano, e non ebbe moglie: e Pier Francesco, che fu Scudiere della Maestà del Re, Signore di Bel Luogo, il quale di Madama Francesca Chovard ebbe Carlo Gran Consigliere del Gran Consiglio di Francia, che si sposò con Madama Diana Picart: e Girolamo Cavaliere e Scudiere del Re, Signore di Gran Campo, il quale pure di Madama Antonietta Grenier sua moglie non ebbe figliuoli. Di Carlo e di Diana Picart sua donna nacque Guido, che mancò in fanciullezza, e Francesca, che fu moglie di Carlo del Maestro, Signore di Gran Campo: e in questa Francesca ebbe in Francia sua fine la casa della Robbia; rinnovata però in Carlo, figliuolo di essa Francesca, e di Carlo del Maestro suo marito, il quale dal nominato Girolamo, Signore di Gran Campo, e maggior nato della famiglia della Robbia, fu chiamato a gran parti di sua eredità, con obbligo di pigliar l’insegne e’l casato. Vediamo adesso ciò, che seguì di essa famiglia in Firenze. Il nostro Andrea ebbe due fratelli, cioè Giano, e Simone. Di questo Simone nacque Filippo Isidoro Abate, e Luca, che fu di Consiglio l’anno 1519. e di questo un Lorenzo, padre fu di Luigi, il qual Luigi ebbe per consorte Ginevra Popoleschi, nata di Silvestro Popoleschi, e di Ginevra di Carlo Barberini, padre di Antonio Barberini, del quale Antonio nacque Maffeo, che fu papa Urbano VIII di gloriosa memoria. Il nominato Luigi della Robbia, figliuolo Lorenzo, ebbe dalla Ginevra Popoleschi molti figliuoli maschi, e femmine: fra i maschi fu Marco, poi Fra Gio. Domenico dell’Ordine de’ Predicatori, Vescovo di Bertinoro, Silvestro, poi D. Isidoro Abate, si crede Cassinense, che poi successe al fratello Gio. Domenico nel Vescovado di Bertinoro: e Lorenzo Canonico della Metropolitana di Firenze, poi Vescovo di Cortona, e finalmente di Fiesole, e Rettore del Seminario Fiesolano, che morì l’anno 1645. e in questo finalmente è restata estinta tale famiglia, la quale con tanto splendore e gloria, in Italia e in Francia si è mantenuta sopra 150. anni da quel tempo che il Vasari la diede per estinta: e viene anche oggi, per così dire, propaginata in Francia nella nobil famiglia del Maestro: ed ancora in Firenze, come ora siamo per dire, cioè, che lo stesso Luigi di Lorenzo della Robbia ebbe una sorella, chiamata Laldomine, maritata a Luigi Viviani nobil Fiorentino, della quale nacque un altro Luigi: e di questo due figliuoli, cioè Francesco Cavalier Priore della Religione di Santo Stefano Papa e Martire, primo investito del Priorato, instituito da Lorenzo della Robbia il Vescovo Fiesolano nel suo Testamento, coll’obbligo di portarne il casato della Robbia; e Donato Luigi Viviani, Avvocato del Collegio de’ Nobili, e Senatore Fiorentino, Gentiluomo, che per integrità, e dottrina è da tutti stimatissimo, dal quale io ho ricevuto parte delle notizie di questa Casa, della quale, per maggior chiarezza, porremo l’Albero appresso a questa Narrazione.

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Poco dopo costui, fiorì ancora FRA LORENZO MORENO, Religioso dell’Ordine del Carmine, il quale nel 1544 dipinse a fresco sopra la porta della Chiesa di suo Convento, intitolata nostra Signora del Carmine, l’Annunciazione di essa Santissima Vergine, la quale poi in occasione di nuova fabbrica (tanta fu la stima, che ne fecero quei suoi Religiosi) e con non minore diligenza, fu segata in tre pezzi, giacché il trasportare la smisurata mole del grosso muro, ov’ella era dipinta, rendevasi quasi impossibile: con gran dispendio trasportata nel Chiostro, nella facciata che è rimpetto alla porta, per la quale da esso Chiostro si scende in Chiesa: e lo stesso ancora fecero di un’altra sua fattura, cioè di una Vergine in abito Carmelitano stata da Lorenzo colorita sopra la porta, che separa il Convento dalla pubblica strada, che collocaronla nel portico, che è dalla porta, per cui si entra nel primo Chiostro.

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L Lambert Lombardus 303. Lazzaro Calvi 247. Libri Corali, miniati dal B. Fra Gio. Angelico 46. Libro dell’Evangelio di San Giovanni, conservasi nella Cappella di Palazzo Vecchio 57. Lippo Dalmasi. Fu discepolo di Vitale. Apprese il nome di Filippo delle Madonne per le molte che ne faceva 31. Quello che dice il Malvasia delle Madonne di Lippo. Quello che dicesse Guido Reni, e quale fosse il suo parere. Preparazione, che faceva Lippo quando doveva dipingere una madonna, pel rispetto che le portava. Reflessione dell’Autore intorno alla pietà, che dovrebbe usare un pittore nel fare tali immagini. Poi si fa Religioso 32. Scrittori intorno ai fatti di Lippo. Immagini e altre pitture fatte da Lippo 33. Lodovico Jans Vandembus 242. Lorenzo Ghiberti. Si chiama anche Nencio di Bartoluccio 1. Errori presi dal Vasari circa la vita di questo grand’uomo. Persone della famiglia di Lorenzo Ghiberti, che hanno goduto 2. Sepoltura e case della sua Famiglia 2. e 3. Fa da principio la professione del pittore, e fece una tavola a Rimini. Maestri, che fecero i modelli delle porte di San Giovanni. Prezzo di dette porte. Fa la prima porta 5. Statua di San Giovambatista d’Orsanmichele. Fece molte statue e getti di bronzo. Operò anche di musaico. Statua di San Matteo 6. Strumento dell’allogagione della detta statua 7. Statua di Santo Stefano d’Orsanmichele 11. Gli sono allogate le pitture degli occhi della Cupola di Santa Maria del Fiore 12. Fece molte belle cose pel Pontefice Eugenio IV. Fa la terza porta di San Giovanni, bellissima. Si leva la porta d’Andrea Pisano, e vi si mette la sua. Lode di Michelagnolo Buonarroti di dette porte. Impiega nella fattura di queste porte Lorenzo anni quaranta 15. Fu dato per compagno al Brunellesco nella fabbrica della Cupola 18. Accusa data a Lorenzo per via di tamburazione 20. Ebbe un figliuolo, chiamato Vittorio, che terminò l’ornato delle porte di San Giovanni: non Bonaccorso, come dice il Vasari 22. Morte di Lorenzo Ghiberti 21. Fra Lorenzo Mereno 232. Lorenzo Vecchietti 289. Luca Cornelisz de Kocck 221. Luca Gassel pittore 309. Luca di Leida pittore e scultore 177. Fece molte opere in disegno di età di dodici anni 178. Gara di Luca e di Alberto nell’intagliare in rame 179. Viaggi di Luca. Infermità e morte 183. Luca della Robbia scultore. Discepolo di Lorenzo Ghiberti. Fu inventore delle figure in terra invetriate e colorite 65. Sue opere 66. Sua famiglia. Sua morte non si sa in che tempo seguisse 67.

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