Nominativo - Leonardo da Vinci

Numero occorrenze: 1

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Discepolo di Leonardo da Vinci, fioriva circa al 1560. Attesta Gio. Paolo Lomazzo, che quest’uomo fosse molto avvertito nell’operare, e con grande accuratezza esprimesse i suoi concetti, non lasciando vagar l’invenzione più là del verisimile: e stando sempre in sul proprio, in ogni cosa, ancorché minima: e non solo in ciò, che apparteneva alle immagini degli uomini, ma degli animali ancora, e fino dell’erbe medesime; e che operasse anche maravigliosamente in far panni cangianti, che però l’annovera tra’ buoni artefici. Ora, prima di venire a dar notizia d’alcune delle più belle opere di Cesare, stimo bene il dire, come son molti secoli, che la nobilissima città di Milano (per occulta disposizione della Divina Provvidenza) è assai frequentemente tocca dal male della pestilenza: e per ordinario non son passati mai cinquant’anni, che ella da tal contagiosa infezione non sia stata percossa. Del 1254 a tal cagione rimase affatto senz’abitatori, del 1316 patì lo stesso infortunio, con tutta l’Italia insieme, per otto mesi continui: e quantunque (se prestiamo fede a istorico di que’ tempi) fosse ella singolarmente privilegiata in quella tanto terribile e spaventosa mortalità, che dell’anno 1347 e 1348 non pure l’Italia tutta, ma quasi tutto il mondo allagò e sommerse; contuttociò del 1383 fu oppressa da questo male, a tal segno, che dieci delle cento persone non ne camparono. Del 1405 sessantamila uomini perirono dentro alla città. Nel 1451 fu aggravata similmente, e vi seguì la morte del primo Duca Galeazzo Visconti. Nel 1486 fu anche flagellata molto: e del 1525 s’infettò l’aria di tal maniera, che marcivano le stesse cose commestibili, ogni qualvolta fossero state fuori la notte esposte. Del 1576 furono le miserie della pestilenza tali e tante, quanto bastarono per appagare l’ardente carità di Carlo Borromeo, il Santo Arcivescovo, nel sovvenire a’ bisogni de’ miseri. E ultimamente del 1630 giunsero per ordinario i morti di tal male al numero di dugento ogni giorno, a segno, che in ispazio di mesi sei, sopra dugentomila persone perirono. Onde ad effetto di tener lontane così fatte influenze, ha proccurato quella città di dimostrarsi in ogni tempo molto devota di Santo Rocco, al quale ha edificate sei Chiese dalle sei porte. In una di queste, che è la Parrocchiale, vicina al Dazio della Porta Romana, dipinse Cesare una tavola, che riuscì delle migliori, che uscissero dal suo pennello, nella quale rappresentò Maria Vergine, con Gesù, e di fuori della serratura, i Santi Rocco e Bastiano, che fu posta sopra l’Altar maggiore. Dipinse in Santa Corona una Vergine molto bella: e in una Cappella della Chiesa di San Giovanni Decollato, alle case rotte, figurò un Erodiade, la quale essendo stata l’anno 1630 da’ Signori Conti Archinti donata al Cardinal Giulio Mazzarrini, fu da Ambrogio Ficini copiata, e posta la copia in luogo, dove era già l’originale: e a mio credere, fu essa tavola quella, che dice il nominato Gio. Paolo Lomazzo, che ne’ suoi tempi si trovava appresso un tal Cesare Negruola.

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