Nominativo - Jacopo da Pontormo

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

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Pervenuto finalmente Alberto all’età di anni cinquantasette, avendo acquistato molte facultà e fama grandissima per tutto il mondo, nel più bello dell’operar suo fu rapito dalla morte, l’anno di nostra salute 1528 agli 8 di Aprile nella Settimana Santa. Fu al suo corpo data sepoltura nel cimitero di San Giovanni fuori di Norimbergh, e sopra essa fu posta una lapida grande con la seguente iscrizione: (a) ME. AL. DV. Quicquid ALBERTI DURERI mortale fuit sub hoc conditur tumulo emigravit VIII. Aprilis 1528 Il già nominato Bilibaldo Pirkaeymherus , stato suo grande amico, del quale egli aveva anche fatto un ritratto in rame, compose ad onor suo un bello Epigramma Latino. Diede la natura ad Alberto un sì bel corpo, che per la statura e composizione delle parti fu maraviglioso, e in tutto e per tutto proporzionato alle belle doti dell’animo suo. Aveva il capo acuto, gli occhi risplendenti, il naso onesto e di quella forma, che i Greci chiamano tet?a?????, il collo alquanto lungo, il petto largo, il ventre moderato, le cosce nervose, le gambe stabili, e le dita delle mani così benfatte, che non si poteva vedere cosa più bella. Aveva tanta soavità, nel parlare accompagnata da tanta grazia, che non mai avrebbe, chi si fosse, voluto vedere il fine di ascoltarlo: e seppe così bene esplicare i suoi concetti nelle scienze naturali e mattematiche, che fu uno stupore. Ebbe un animo sì ardente, in tutto ciò che spetta all’onestà e a’ buoni costumi, che fu reputato di vita irreprensibile. Non tenne però una certa gravità odiosa, e nell’ultima età non recusava gli onesti divertimenti di esercizj corporali e’l diletto della musica, né fu mai alieno dal giusto. Il suo pennello fu così intatto, che meritamente gli fu dato il nome di custode della purità e della pudicizia. Insomma fu Alberto Durero un uomo de’ più degni del suo secolo: e se e’ fosse toccato in sorte a lui, come a tanti altri maestri di quel tempo, di formare il suo primo gusto nell’arte sopra le opere degli stupendi Artefici Italiani, mi par di poter affermare, che egli avrebbe avanzato ogni altro di quel secolo; giacché e’ si vede aver egli sollevata tanto l’arte dallo stato, in che la trovò sotto quel cielo, che non solo ha svegliato ogni spirito, che poi vi ha operato, ma ancora ha dato qualche lume all’Italia stessa, e a’ migliori maestri di quella; i quali non hanno temuto d’imitarlo in alcune cose, cioè a dire in qualche aria di testa o abito capriccioso e bizzarro, come fece Gio. Francesco Ubertini Fiorentino, detto il Bacchiacca : e fino lo stesso Andrea del Sarto prese da lui alcuna cosa, riducendola poi alla propria ottima maniera, ed impareggiabil gusto. Lascio da parte però il celebre Pittore Jacopo da Pontormo , il quale tanto s’incapriccì di quel modo di fare, e tanto vi si perse, che d’una maniera, ch’ e’ s’era formato da non aver pari al mondo, come mostrano le prime opere sue, e particolarmente le due Virtù, dipinte sopra l’arco principale della Loggia della Santissima Nunziata in Firenze, una poi se ne fece in su quel modo Tedesco, che gli tolse quanto egli aveva di singolare. Restarono dopo la morte d’ Alberto molti bellissimi disegni di sua mano, e particolarmente gran quantità di ritratti, tocchi di biacca, che vennero poi dopo alcun tempo in mano di Joris Edmkenston nella Biel; ed in mano di altri vennero anche più disegni dello studio della simmetria, di che parleremo appresso. Dell’Adamo ed Eva, ed altri se ne sparsero per l’Italia in gran copia, per aver quest’Artefice disegnato infinitamente. Questo sublime intelletto, per poter assegnare una certa ragione di ogni sua opera, e per facilitare a chi si fosse il conseguimento di ogni perfezione nell’arte, si era messo con intollerabil fatica a ordinare il libro della Simetria de’ corpi umani, nel quale ebbe questa intenzione di ridurre il buon disegno in metodo e in precetti: e perch’egli era liberalissimo di ogni suo sapere, si pose a spiegarla in iscritto al dottissimo Vilibaldo Pirchemer , a cui, con una bella epistola la dedicò: e già aveva dato principio a correggerla e stamparla, quando fu colto dalla morte; onde ella fu poi da’ suoi amici data alla luce nel modo che egli ordinò. Dissi che egli ebbe questa buona intenzione; perché quantunque sia di non poco giovamento a’ Pittori e agli Scultori, per tenersi lontani da’ grandi sbagli, il saper per via di precetti una certa universale proporzione de’ corpi, ha però insegnato l’esperienza, che la vera, più corta e più sicura regola per far bene, si è, l’aver l’artefice, come diceva il Buonarruoto , le seste negli occhi. Fu Alberto amicissimo di ogni professore che egli avesse riputato insigne nell’arte, e particolarmente del gran Raffaello da Urbino , al quale mandò a donare un ritratto di sé stesso, fatto sopra una bianca tela, d’acquerello, servendosi per lume del bianco della medesima tela: e ne fu corrisposto di alcuni disegni, fatti di sua propria mano.

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Discepolo di Mariotto Albertinelli, nato 1483, morto 1524. Dopo avere il Franciabigio ricevuti i principj dell’arte dall’Albertinelli, ed essersi colle proprie fatiche acquistato buon credito, furongli date a fare alcune opere in pubblico, una delle quali fu un San Bernardo e una Santa Caterina da Siena, a fresco, nella Chiesa di San Pancrazio de’ Monaci Vallombrosani. Fece poi a olio una Vergine, con Gesù, per la Chiesa di San Pier Maggiore; e’l tabernacolo di Sant’Job dietro a’ Servi, dove a fresco figurò la Visitazione della Madonna, e alla medesima Compagnia dipinse la tavola dell’Altare maggiore. Colorì ancora i due angeletti che nella Chiesa di Santo Spirito sull’Altare di San Niccola, si vedono da’ lati dell'immagine del Santo, che in que’ tempi fu fatta di legno con modello di Jacopo Sansovino. E anche dipinse i due tondi, dov’è la Nunziata, e le storiette della vita del Santo: nella predella della tavola delle quali opere fu molto lodato, perché in esse, siccome poi fece in alcune altre, si sforzò al possibile di seguitar la maniera d’Andrea del Sarto, con cui tenne sua stanza molto tempo. A concorrenza del medesimo, nel cortile dinanzi alla Chiesa de’ Servi, dipinse la storia dello Sposalizio di Maria Vergine, con San Giuseppe: ed occorse, che avendo i Frati di quel Convento, coll’occasione di certa solennità, voluto scoprirla senza sapere del Franciabigio, al quale ancora restavano da finire il basamento e altro, che a lui fosse paruto necessario: esso se ne chiamò sì fattamente disgustato, che sopraffatto da collera, subìto avutane la nuova, se ne andò al luogo della pittura, e salendo sul ponte, che ancora non era interamente disfatto, benché fosse scoperta l’opera, presa una martellina, percosse alcune teste e di fermo e un ignudo, che egli aveva figurato, in atto di rompere una mazza, e quasi interamente le scalcinò. E se non che da’ Frati e da altra gente concorsa al rumore fu egli ritenuto, l’avrebbe disfatta tutta, né mai più, anche per doppio pagamento statogli offerto da’ Frati, volle raccomandarla. Onde non essendosi trovato né allora né poi, alcuno eccellente pittore, che vi abbia voluto metter la mano, per la reverenza, in che è stata sempre tenuta quell’opera, essa si è rimasta in quel modo stesso, nel quale dal pittore fu lasciata. Per la Cappella de’ Corinzi in San Pier Maggiore, dipinse poi la piccola tavola di Maria Vergine Annunziata, che fino ad oggi si conserva. Fu opera delle sue mani un Cenacolo pe’ Frati del Beato Gio. Colombino, detti della Calza (Religione stata a’ dì nostri soppressa) nel Refettorio di lor Convento, presso alla Porta di San Pier Gattolini. E nel Cortile della Compagnia dello Scalzo, dipinto da Andrea del Sarto, sono di sua mano gli ornamenti di tutte le pitture, e due storie della Vita di San Giovambatista, cioè quando il Santo piglia licenza dal padre per andare al deserto: ed il medesimo Santo fanciullo, in atto d’incontrarsi con Gesù, Maria e San Giuseppe, le quali storie non aveva potuto fare Andrea, per esser stato chiamato in Francia. Dipinse nella Sala della Villa del Poggio a Cajano, a concorrenza d’Andrea del Sarto e di Jacopo da Pontormo, una facciata con istorie de’ fatti di Cicerone. Ad instanza d’Andrea Pasquali, eccellentissimo Medico Fiorentino, fece per lo Spedale di Santa Maria Nuova una bella Anatomia. Operò ancora il Franciabigio in figure piccole ottimamente: fece ritratti molto al vivo, e intese molto di prospettiva. Fu grande amico degli studj dell’arte; onde ne’ tempi della state, non lasciò mai passar giorno, che e’ non disegnasse uno ignudo dal naturale, tenendo in sua stanza uomini a tal’ effetto salariati. Non ebbe gran concetto di sé stesso; anziché avendo vedute alcune opere di Raffaello, seppe così ben contenersi, che non mai volle uscir di Firenze, non parendogli per verun conto di poter concorrere con uomini di sì rara virtù. Non era però egli di così mediocre valore, quanto la sua modestia il faceva parere: e avrebbe senza dubbio la nostra città, oltre alle tante opere da esso condotte, vedutene di sua mano anche delle più belle, se però la morte, nel più bello del suo operare, cioè nella sua età d’anni quarantadue, non l’avesse tolto da questo mondo, il che seguì appunto l’anno 1524.

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Discepolo di Pietro Perugino, morì nel 1557. Dopo l’essersi questo Pittore bene approfittato nella scuola di Pietro Perugino, nell’arte della pittura, fu in Firenze molto adoperato in ogni sorta di lavoro, mercé dell’esser egli universalissimo, ed oltre ogni credere, diligente, e nelle figure piccole, fra i migliori, che ne’ suoi tempi operassero. Fu amicissimo di Bastiano da San Gallo, Pittore e Architetto, detto Aristotile; e ancora di Jacone, eccellente Pittore de’ suoi tempi, e con essi molte cose dipinse. La conversazione di questo Jacone, conciossiacosachè fosse alquanto scostumata e plebea, non ebbe però forza tale di punto fregolare il buono e costumato vivere di Francesco, il quale tenne sempre vita molto lodevole. Conversò con Andrea del Sarto, e ne riportò ajuti validissimi nelle cose dell’arte. Opera de’ suoi pennelli sono le storiette, che tuttavia si veggiono nella predella della tavola de’ Martiri, fatta da Giovanni Sogliani già per la Chiesa di Camaldoli di Firenze, che oggi è nella Chiesa di San Lorenzo: e similmente le storiette della predella dell’Altare del Crocifisso nella stessa Chiesa. Si trovò il Bacchiacca con gli altri eccellenti Pittori del suo tempo, a dipignere nella bella camera di Pier Francesco Borgherini, spalliere e cassoni: e nella casa di Gio. Maria Benintendi. Fece anche molti quadri di piccole figure a diversi cittadini, i quali poi, come cose preziosissime, gli mandarono in Francia e in Inghilterra. Volle la gloriosa memoria del Granduca Cosimo I che molto lo stimava, averlo a’ suoi servizj, in riguardo massimamente di un singolar talento, che egli aveva di ritrarre al vivo ogni sorte di animali. Per questo Principe dipinse egli uno Scrittojo, dove fece gran quantità di uccelli ed erbe di rara qualità, condotte a olio maravigliosamente. Per le tappezzerie, che quell’Altezza fece fabbricare di seta e d’oro, compose l’invenzione di tutti i mesi dell’anno, in proporzione di piccole figure, nelle quali si portò così bene, che fu creduto, che in quel secolo, nessun altro potesse operar meglio. Queste furono messe in opera dall’eccellente maestro Giovanni Rosto Fiammingo. Dipinse a grottesche una grotta di una fontana d’acqua nel Palazzo de’ Pitti. Fece i disegni di un letto Reale, che ordinò quel Signore doversi condurre di ricamo e perle, con tutte storie di piccole figure e d’animali, da Antonio Bacchiacca, fratello del nostro Francesco, uomo insigne in simil facoltà: il qual letto poi servì per lo Sposalizio del Serenissimo Granduca Francesco, e della Serenissima Giovanna d’Austria. Questo Antonio fu così eccellente in quell’arte del ricamare, che non temé la dottissima penna di Messer Benedetto Varchi, comporre in lode di lui un bel Sonetto, cui mi piace recare in questo luogo, ed è il seguente: Antonio, i tanti, così bei lavori, Che Vostra dotta mano, ordisce e tesse, Lodi v’arrecan sì chiare e sì spesse, Che piccoli appo voi sieno i maggiori: Chi è, non dico, tra i più bassi cori, Ma fra i più alti ingegni, il qual credesse, Che poca seta, e piccolo ferro avesse Agguagliato il martel, vinto i colori? Onde superbo, e pien di gioja parmi L’Arno veder, che se felice chiami, E dica: i figli miei m’han fatto bello. I Bronzi al gran Cellini deono: i marmi Al Buonarruoto: al Bacchiacca i ricami: Le pietre al Tasso: al Bronzino il pennello. Vedesi il ritratto al naturale del Bacchiacca, insieme con quello di Jacopo da Pontormo, celebre pittore, e di Giovambatista Gello, famoso Accademico Fiorentino, fatto per mano di Agnolo Bronzino, nella bella tavola de’ Zanchini, dove esso Bronzino rappresentò la scesa di Cristo al Limbo. Molte altre opere, che per brevità si tralasciano, fece il Bacchiacca fino alla sua morte, che occorse l’anno 1557.

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