Nominativo - Isidoro Ugurgieri

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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Fioriva del 1330. Gio: Villani nella sua Storia scrive, che nell’anno 1332. (per usare le sue proprie parole) un sottile maestro di Siena per suo artifizio fece suonare la gran Campana del Popolo di Fiorenza, che era stata diciassette anni, che niuno avea saputo farla suonare alla distesa, essendo dodici uomini, ed acconciolla, che due la potevano muovere, e poi mossa un solo la suonava a distesa, e pesa più di diciassettemila libbre, ed egli ebbe trecento fiorini d’oro. Il Vasari nella vita di Simon Memmi ci lasciò scritto, che questo artefice si chiamò Neroccio, e ch’egli fosse cugino dello stesso Simone, ciò che non si ha nel Villani. Lo stesso nome li da il Tommasi citato da Isidoro Ugurgieri.

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1686

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Ancora nello Spedal grande dipinse a fresco una storia della Natività di Maria Vergine, e la sua andata al Tempio. Colorì il Crocifisso a’ Frati di sant’Agostino con alcune figure di Apostoli, storie della vita di santa Caterina vergine, e martire, e la Passione del Signore. Nel Palazzo della Signoria rappresentò la guerra d’Asina lunga; operò a Massa, e in Orvieto, e nella Città di Firenze per la Chiesa di san Procolo fece una tavola, e dipinse una Cappella. Fu chiamato a Cortona, dove per lo Vescovo Ubertini operò in santa Margherita de’ Frati di san Francesco. Dell’ultime sue pitture fu una tavola per Monte Oliveto di Chiusuri; e finalmente in età decrepita si morì. Fu questo pittore di vaga, e bella invenzione nel componimento delle sue storie, e figure, e pratico nel colorire a fresco, e a tempera. Fin dalla giovinezza fu studioso delle lettere, le quali ebbe congiunte ad una grande amabilità di maniere, e di costumi. Fu d’ottimo ingegno, trattò sempre sé stesso, e praticò nobilmente, e per la sua prudenza, e sapere fu adoperato ne’ maneggi della sua patria. Ebbe questo artefice un fratello, del quale fa menzione Isidoro Ugurgieri, che fu ancor’ esso pittore, e fu Pietro di Lorenzo Lorenzetti. Costui aiutò ad Ambrogio nelle pitture dello Spedale di Siena, il che si raccoglie da un’iscrizione, che fu posta in uno de’ quadri della facciata del tenore, che segue. Hoc opus fecit Laurentius, et Ambrosius eius frater 1335. Dice anche lo stesso Autore, che da questo Pietro nascesse un figliuolo, che si chiamò Lorenzo, il quale attese alla scultura, e che di sua mano facesse in san Francesco nella Cappella de’ Martinozzi un san Bernardino di rilievo, ed un’Assunta con molte figure.

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1686

Pagina 96

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Avendo questo artefice inteso, che nella Città di Firenze l’Arte de’ Mercatanti di Callimala voleva dare a fare una delle porte di san Giovanni, ancor’esso se ne venne alla nostra patria, e sapendo che a colui doveva allogarsi, che nel fare una delle storie, che la dovevano abbellire, averebbe data maggior sodisfazione; si pose con ogni studio a fare la sua, la quale condusse con tanto artifizio, e con si bel pulimento, che non ha dubbio alcuno, che suo sarebbe stato quel gran lavoro, se egli non avesse avuto tre gran concorrenti, Donatello, il Brunellesco, e’l Ghiberti. Scrive il Vasari, ch’egli scolpisse di sua mano quella bella Vergine Assunta, che si vede nella mandorla, ch’è sopra la porta del fianco di santa Maria del Fiore dalla parte de’ Servi, opera per certo bellissima; ma noi abbiam provato assai concludentemente nella Notizia della vita di Nanni d’Antonio di Banco discepolo di Donatello, che quella scultura non fu altrimenti fatta per mano di Iacopo della Quercia, ma dello stesso Nanni di Banco; onde fu errore del Vasari, seguitato poi da fra Isidoro Ugurgieri nel suo libro delle Pompe Sanesi, e da altri, che ultimamente anno scritto sopra simili materie.

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1686

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I Fra Iacopo da Turrita 9. 30. Iacopo, e Andrea Orcagna scultori Fiorentini 41. Iacopo da Prato Vecchio pitt. e archit. sua vita 42. Iacopo Lanfrani scult. e archit. Veneziano 45. Iacobello, e Pietro Paolo Veneziani 46. D. Iacopo Fiorentino Monaco nel Monastero degli Angeli in Firenze, uomo di santa vita, e scrittore di libri da Coro insigne 61. Fra Iacopo Passavanti dell’Ordine de’ Predicatori in santa Maria Novella, uomo di gran bontà, e dottrina 64. assiste alla gran fabbrica di essa Chiesa 63. Iacopo di Pietro scult. sua vita 71. Iacopo di Cione Orcagna sua vita 72. Iacopo della Quercia scult. Sanese sua vita 95. Imagine della Nonziata in san Basilio 6. in san Marco 6. in Orbatello 7. Imagine di Maria Vergine sopra la porta di Camolia di Siena da chi cominciata, da chi finita 34. Imagini di Maria Vergine nella Città d’Arezzo fatta da Spinello Aretino 57. Imagine di Maria Vergine di marmo sopra la porta del Duomo, che va a’ Servi da chi fata, contro quanto fu da altri scritto 96. Isidoro Ugurgieri scrittore 40.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Nato 1479, morto 1554. È controversia fra alcuni intorno al luogo, onde questo artefice trasse i suoi natali. Vasari nella vita, ch’egli scrisse di lui, disse, che fu da Vercelli; e in quella, ch’egli scrisse di Mecherino nello stesso tempo, lo chiamò Gio. Antonio da Caravaggio. Isidoro Ugurgieri lo fa figliuolo di Jacopo Razzi, nativo di Vergelle, castelletto dello stato di Siena; e Monsignor Giulio Mancini in un suo Manoscritto lasciò notato, ch’egli fosse di un certo suo immaginato castello, chiamato Rivatero, perché in una denunzia, che si trova aver fatto il Soddoma al Pubblico di Siena l’anno 1531 di tutti i suoi beni, secondo l’ordine, che ne venne allora in quella città, egli scrisse Giovanni Antonio Soddoma di Bucaturo; avendo il detto Mancini, se pur non fu errore di chi copiò il suo manoscritto, letto in cambio di Bucaturo, Rivatero; o pure errò l’Ugurgieri, che notò la denunzia, scrivendo Bucaturo, in luogo di Rivatero: e di questa parola Bucaturo da nessuno è stato inteso il significato: ed io per me la stimo una delle solite leggierezze e buffonerie, che furon sempre inseparabili compagne di questo artefice. La verità però si è, che in Archivio della città di Siena, fra l’antiche scritture, si trova Magnicus eques Dominus Johannes Antonius de Razzis de Verzè Pictor, alias il Soddoma, per Rogo di Ser Baldassar Corte 1534. Sicché pare, che si possa concludere coll’Ugurgieri, che per la parola Verzè sia stato voluto significare il castello di Vergelle: e conseguentemente, che equivocasse il Vasari, il quale veggiamo avere equivocato altresì in farlo nativo di due luoghi, cioè di Vercelli e di Caravaggio, dicendo da Vercelli in luogo di Vergelle. Comunque si sia la cosa, dice lo stesso Vasari, che costui fu introdotto in Siena da certi mercanti, agenti delli Spannocchi; e che egli quivi si affaticò in studiare le opere di Jacopo della Fonte Scultore, altrimenti chiamato Jacopo della Quercia, le quali allora vi erano in gran pregio. Giovanni Antonio adunque fu così bene inclinato all’arte, e vi ebbe così buon gusto e disposizione, che dove e’ volle far bene, pochi poterono far meglio; ma come quegli, che ebbe ancora, e sempre nutrì in sé stesso lo spirito buffonesco, col quale era solito farsi largo con ogni condizion di persone, non seppe anche tenersi a segno nelle cose del mestier suo; onde lavorò bene, spesso senza studio o applicazione: in somma egli fece sempre tanto bene quanto volle, ma non moltissime furon quelle volte, che fu di tale umore. Operò in Roma, Volterra, Pisa, e, più che in altra città, in Siena, dove veggonsi, fra l’altre, alcune sue pitture di singolar bellezza, delle quali noi solamente faremo menzione, lasciando al Lettore il soddisfarsi dell’altre sopra quanto ne scrisse il Vasari. Primieramente per la Chiesa di San Francesco fece una tavola di un Cristo Deposto di Croce, colla Vergine Santissima tramortita: ed evvi un uomo armato, che voltando le spalle, fa vedere l’anterior parte nel lustro di una celata, che è quivi in terra. Per la Compagnia di San Bastiano in Camolia dipinse il bel Gonfalone, che usavan portare processionalmente, dove rappresentò la figura di San Bastiano legato all’albero. In San Domenico, alla Cappella di Santa Caterina da Siena, ove la sua Sacra Testa si conserva, dipinse due istorie, che tengono in mezzo il Tabernacolo, che contiene essa Testa: ed in quelle espresse fatti della medesima Santa, cioè: in una, a man destra, quando avendo ricevuto le stimate, giace tramortita, e questa riuscì di tanta bellezza, che essendo veduta da Baldassar Peruzzi, fecegli dire con grande asserzione, di non aver giammai veduto pittore, che così bene esprimesse l’affetto delle persone svenute e languenti, di quello, che il Soddoma aveva fatto. Siccome, secondo quello, che ci lasciò scritto l’altra volta nominato Mancini, Annibale Caracci, nel veder la tavola di San Francesco, ebbe anch’egli a dire, che il Soddoma, al certo, fra’ Pittori, fu di tanto buon gusto, che pochi de’ suoi pari eran soliti vedersi in quel genere. L’altra storia, dalla parte sinistra, non riuscì di tanta perfezione a gran segno. Lodatissima ancora fu una sua tavola dell’Adorazione de’ Magi, che fece per la Chiesa di Sant’Agostino: sopra una Porta della città, chiamata la Porta di San Viene, in un gran tabernacolo, dipinse a fresco la Natività del Signore, ed in questa istoria, nella persona di un vecchio, con un pennello in mano, ritrasse sé stesso. Sopra la porticella dipinse pure a fresco in un muro. Sopra la porta de’ Mariscotti dipinse un Cristo morto in grembo alla Madre, opera condotta a somma perfezione. Colorì molti quadri per Roma, e per diversi cittadini in Siena: e perché egli molto si dilettò di far ritratti al naturale, assai ne fece, che sarebbe lunga cosa il descrivere. Fu costui un di quelli ambiziosi cervelli, che vivendo capricciosamente, e lontano da’ modi degli altri uomini, ed in ogni cosa singolarizzandosi, pare che cerchino la gloria loro in non altro, che in farsi burlare; onde non è gran fatto, che egli, col governarsi a capriccio, e da persona poco assennata, si conducesse finalmente in tal miseria, che essendo venuto, per così dire, in odio anche a sé stesso, vecchio e povero, si condusse a morire allo Spedale: e ciò fu l’anno settantacinquesimo di sua età, e della nostra salute 1554. Furono discepoli del SoddomaBartolomeo Neroni Senese, detto per soprannome Maestro Riccio, che fu anche marito di una sua figliuola, ed erede di quel poco, che appartenente a quest’arti, rimase alla sua morte. Fu anche suo discepolo Girolamo, detto Giomo del Soddoma, che morì in giovanile età.

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