Nominativo - Innocenzio VIII

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Discepolo di Piero Pollajuolo suo fratello, nato 1426. ? 1498. Ne’ tempi, che Bartoluccio Ghiberti, patrigno di Lorenzo Ghiberti, esercitava in Firenze, con fama di ottimo artefice la professione dell’orafo, era lo stesso mestiere in mano di persone così esercitate nel disegno e nel modellare, che per lo più le medesime, tirate dal piacere, che ne cagionano sì belle facoltadi, abbandonavano quell’arte, e in breve tempo Pittori e Scultori eccellentissimi addivenivano. In questi tempi adunque fu accomodato in bottega del nominato Bartoluccio Ghiberti, Antonio del Pollajuolo, giovanetto, di poveri natali bensì, ma dotato di tanto spirito e inclinazione al disegno, che in breve tempo nell’orificeria fece miracoli; il perché lo stesso Lorenzo Ghiberti (che allora faceva le porte di San Giovanni) lo volle appresso di sé, ed insieme con molti altri giovanetti, poselo attorno al suo proprio lavoro. E primieramente lo fece operare intorno ad un festone, sopra il quale Antonio lavorò una quaglia, che si vede tanto ben fatta, che è veramente cosa maravigliosa. Giunsero poi in poco tempo a tal segno i progressi del giovanetto, che gli guadagnarono fama di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri giovanetti del suo tempo; che però si risolvè a lasciare Bartoluccio e Lorenzo; e far da per sé, dandosi tuttavia più che mai al disegnare e al modellare. Era allora nella città di Firenze un altro orefice, chiamato Maso Finiguerra, accreditatissimo in lavorar di bulino e di niello; e che fino a’ suoi tempi non aveva avuto eguale nel disporre in piccoli spazj grandissima quantità di figure: uomo, che per quanto io ho riconosciuto da’ moltissimi disegni di sua mano, che ancora si trovano fra gli altri nella bellissima raccolta, fattane dalla gloriosa memoria del Cardinal Leopoldo di Toscana, aveva fatto grandi studj sopra le opere di Masaccio, e sopra il naturale; che però era divenuto buon disegnatore. Ad esso avevano i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti date a fare le storie dell’Altar d’argento pel Tempio di San Giovanni; ma avendo poi questi riconoscito il Pollajuolo in disegno e diligenza a lui molto superiore, vollero, che ancora esso, a concorrenza del Finiguerra, molte ne lavorasse. Tali furono la Cena di Erode, il Ballo di Erodiade, ed il San Giovanni, che è nello spazio di mezzo dell’Altare: le quali opere riuscirono assai migliori di quelle del Finiguerra; onde gli furon dati a fare per la stessa Chiesa i Candellieri d’argento di tre braccia l’uno: la Croce proporzionatamente maggiore di quelli: e le Paci, le quali colorì a fuoco tanto bene, quanto mai dir si possa. Fece poi lo stesso Antonio ancora infiniti altri lavoro d’oro e d’argento per diversi luoghi e persone. In proposito di che non voglio lasciar di dar notizia in questo luogo di uno di essi, che io ho trovato in una Deliberazione nel Libro de’ Venti di Balia per l’impresa di Volterra del 1472. colle seguenti parole: A dì 18. giugno 1472. s’ebbe la Vittoria di Volterra, essendo Capitano della Lega il Conte d’Urbino; e però si delibera di donare una Casa in Firenze a detto Conte: e se gli doni ancora boccali e bacili d'argento, ed un elmetto d’argento, che si fece lavorare da Antonio del Pollajuolo. Si trattenne dunque il nostro artefice in simil sorta di lavori molto tempo, e fecevi allievi, che riuscirono di valore; ma invaghitosi poi della pittura, si fece da Piero suo fratello, stato discepolo d’Andrea dal Castagno, insegnare il modo del colorire, e in pochi mesi, non solo l’agguagliò, ma molto lo superò. Dipinse insieme con lui assai cose, delle quali si è parlato abbastanza nelle notizie della vita del medesimo Piero. Fece poi il ritratto di M. Poggio Bracciolini Fiorentino, Segretario della Signoria di Firenze, che dopo Lionardo Bruni Aretino, detto M. Lionardo d’Arezzo, scrisse la storia Fiorentina: e quello di M. Giannozzo Manetti, pure Fiorentino, uomini tutti e tre di gran letteratura: il qual Manetti, oltre ad altre opere scrisse la Vita latina di Papa Niccolò V. la quale si conserva nella Libreria di San Lorenzo. L’uno e l’altro ritratto fece in luogo, dove già faceva Residenza per far ragione sopra gli affari de’ Giudici e Notai, il Proconsolo: il qual luogo, vicino alla Badia di Firenze, fu dipoi la Residenza del Magistrato di Sanità, ed ora della Nunziatura Apostolica, come si è detto altrove. Fece ancora molti altri ritratti, che si veggiono a’ nostri tempi per le case e gallerie de’ Cittadini, molto ben conservati, e lavorati con tanta diligenza, e tanto al vivo, quanto mai in quella età si fosse potuto desiderare. Fra le belle pitture, che di tutta sua mano si veggiono pubblicamente in Firenze, una è la tavola del San Sebastiano della Cappella de’ Pucci, contigua alla Chiesa della Santissima Nunziata, la qual tavola fece l’anno 1475. per Antonio Pucci, che gliele pagò 300. scudi, onorario, per quei tempi, straordinarissimo; ma contuttociò fece di quell’opera il Pucci, e con esso tutta la città, sì grande stima, che si dichiarò non avergli pagati né meno i colori. In questa tavola ritrasse Antonio, nella persona del Santo, Gino di Lodovico Capponi. Fino ne’ nostri tempi si vede di sua mano la maravigliosa figura del San Cristofano, a fresco, alta dieci braccia, che esso dipinse nella facciata della Chiesa di San Miniato fra le Torri, figura, che ebbe lode della più proporzionata, che fosse stata fatta fino a quel tempo. Sta una gamba del Santo in atto di posare; e l’altra di levare; e sono così ben disegnate, proporzionate, e svelte, che è fama, che lo stesso Michelagnolo Buonarroti in sua gioventù, per suo studio, molte volte le disegnasse. Altre pitture in gran numero fece Antonio, al quale veramente è molto obbligata l’arte del disegno, per esser esso stato il primo, che mostrasse il modo di cercare i muscoli, che avessero forma e ordine nelle figure: il che fece scorticando di sua mano moltissimi cadaveri di uomini morti, per istudio dell’Anatomia. E perché migliorò ancora alquanto il modo d’intagliare in rame, da quello che per avanti era stato tenuto da altri maestri; gli si dee ancora la lode di quest’arte. Fu ottimo Scultore ne’ suoi tempi; che però fu da Innocenzio VIII chiamato a Roma, dove a sua istanza fece di metallo la sua sepoltura colla statua: e quella ancora di Sisto IV suo antecessore. È fama, che lo stesso Antonio desse il disegno pel Palazzo di Belvedere, e che poi fosse da altri tirato a fine. Nel Bassorilievo valse non poco: e di sua mano veggionsi molte medaglie di Pontefici e d’altri. Finalmente pervenuto all’età di 72. anni, nella stessa città di Roma l’anno 1498. finì la vita, e nella Chiesa di San Pietro in Vincola, coll’onore dovuto al suo merito, ebbe sepoltura il suo cadavero.

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Discepolo di Buonmartino, nato nel 1470, morto 1528. Assai poca notizia potrei io dare del celebre artefice Alberto Durero, se a ciò non mi avesse in parte aiutato la traduzione di quello, che nel proprio idioma ne scrisse il buon pittore Carlo van Mander Fiammingo; aggiugnendola a quello, che con molta fatica e industria sparso per gli scritti di ottimi Autori, ho io fin qui potuto ritrarne, per far sì, che la nostra Italia, che per un corso di sopra 170 anni, nelle belle opere sue ha ammirato il valore di lui e la chiarezza del suo intelletto, sortisca ancora di sapere alcuna cosa della sua persona, e dell’altre qualità dell’animo suo. Quali fossero negli antichi tempi gli antenati di Alberto, e onde traesse l’origine la sua casa, non è ben noto; ma però fu scritto, che quelli potessero avere avuto loro cominciamento nell’Ungheria, e che di quivi se ne passassero ad abitare in Germania. Ma poco rilieva tutto ciò; conciossiacosachè, per molto qualificati che potessero essere stati I suoi genitori, non è per questo, che alcuna maggior gloria avessero potuto procacciare a lui, di quella, che egli colla molta virtù sua seppe acquistare. È dunque da sapersi, come il natale d’Alberto seguì nella città cli Norimbergh in Alemagna, l’anno della nostra salute 1470, in tempo appunto quando in Italia si era già cominciata a scoprire e praticare l’ottima maniera del dipignere. Il Padre suo esercitò con lode universale il mestiere dell’orefice, nel quale seppe dare a vedere a’ suoi cittadini il molto, ch’ e’ valeva in ogni più artificioso lavoro. È stata opinione di qualcheduno in Fiandra, che Alberto il figliuolo consumasse i primi anni suoi nell’esercizio del padre; e tale loro opinione ha avuto suo fondamento, in non essersi mai veduto, che Alberto, per molti anni di sua gioventù, conducesse cosa di considerazione in quest’arte, e d'intaglio. Altro non si vede di quel tempo, fatto da Alberto, che una stampa con la data del 1497, anno ventisettesimo dell’età sua; e quella anche aveva copiata da una simile, intagliata da Israel di Menz, città vicina al Reno, sopra il Fiume di Main, in quel luogo appunto, dove questi due fiumi si congiungono; nella quale stampa aveva il Menz figurato alcune femmine ignude, a somiglianza delle tre Grazie, sopra il capo delle quali pendeva una palla, e non vi aveva posto nota del tempo, in che fu fatta; e similmente eransi vedute alcune poche stampe, fatte dallo stesso Alberto, pure senza data di tempo, le quali da’ pratici dell’arte furono reputate delle prime cose che e’ facesse. Altri poi hanno creduto, che egli nel corso di quegli anni, comech'egli era d’ingegno elevatissimo, ad altro non attendesse che allo studio delle lettere, ed a farsi pratico in Geometria, Aritmetica, Architettura, Prospettiva, ed in altre belle facoltà: e questo è più probabile; e quando mai altro non fosse, ne fanno assai chiara testimonianza i molti libri, che questo sublime ingegno, dopo un breve corso di vita, ne lasciò scritti. Tali sono l’opera della Simetria de’ corpi umani, scritta in Latino e dedicata a Vilibaldo Pirchemer, letterato Tedesco; il libro di Prospettiva, d’Architettura e dell’Arte militare. Io però, non discostandomi in tutto dalla sentenza di questi secondi, stimo che Alberto impiegasse quel tempo, non solo negli studj predetti, ma ancora in quello del Disegno e della Pittura: ed il non aver dato fuori intagli di sua mano prima del 1497, in età di ventisette anni, dico io, che derivò da impossibilità della cosa stessa; perché l’arte dell’intagliare in rame, non prima ebbe suo principio, che l’anno 1460 in circa, che operava in Firenze Maso Finiguerra, che ne fu l’inventore, come abbiamo accennato a principio, e come si trova esser da noi stato scritto nelle notizie di tale artefice. Qualche poco di tempo vi volle prima che Baccio Baldini, il Pollajuolo e altri maestri Fiorentini la riducessero a pratica: e sappiamo che il Mantegna vi applicò in Roma dopo costoro; e quivi fu il primo a dar fuori carte stampate, che furono i suoi Trionfi, con altre cose: e ciò fu non prima del tempo d’Innocenzio VIII, che tenne il papato dal 1484 al 1492. Inoltre sappiamo che queste stampe del Mantegna furon quelle portate in Fiandra, che diedero alle mani di Buonmartino Pittore di quelle parti rinomato, il quale pure dovette anche egli consumare alcun tempo, prima che e’ si facesse quel grand’uomo nell’intaglio, che (avuto riguardo a’ tempi) egli poi fu; e ch'egli avesse ad Alberto quell’arte insegnata; onde io sarei rimasto in gran confusione, quando avessi inteso il contrario, cioè che Alberto, prima di quel tempo avesse potuto intagliare; conoscendo per altra parte, che ciò non poteva seguire, per non essere ancora in pratica quel mestiere.

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