Nominativo - Guido

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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Tornandosene poi Bruno con Buffalmacco a Firenze, dipinse nella Chiesa di Santa Maria Novella ad istanza di Guido Campese, allora Contestabile de’ Fiorentini, una Storia di san Maurizio, e suoi Compagni martirizzati per la Fede di Giesù Cristo, la quale Storia fece in una facciata larga quanto è lo spazio fra le due colonne; in questa ritrasse esso Guido tutto armato, e dietro a lui molt’uomini d’arme pure armati al modo antico, mentre Guido sta genuflesso in atto d’adorazione d’una Imagine di Maria Vergine, e appresso a lui San Domenico, e Sant’Agnese. Condusse egli tutta quest’opera di sua mano, ma però con disegno, ed invenzione di Buonamico; da questa attesta il Vasari d’aver cavato molte invenzioni d’armadure, che usavano in quei tempi, e servitosene nella Sala di Palazzo Vecchio.

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Nato 1387, ? 1455. Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio , il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale , tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino , e poi di Masaccio . Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciboriodi legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciboriod’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito.

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Se crediamo a ciò, che scrisse il Vasari, il soprannominato Giovanni ebbe tre figliuoli, Marco, Luc’Antonio, e Simone, i quali tutti morirono di peste l’anno 1527. Luca, e Girolamo attesero ancora essi alla Scultura: il primo operò d’invetriate diligentissimamente, e fu quello, che per ordine di Raffaello da Urbino fece i pavimenti delle Logge Papali, come ancora quelli di molte camere, ne’ quali espresse l’impresa di Papa Leone. Girolamo il secondo lavorò di marmo, di terra cotta, e di bronzo: e molto gli giovò per farsi un grand’uomo la concorrenza di Jacopo Sansovino, e del Bandinello. Fu poi condotto in Francia a’ servigj del Re Francesco, pel quale, come quegli che era universalissimo, fece molte opere, particolarmente a Marlì, luogo non molto lontano da Parigi. Lavorò molto di terra in Orleans; onde in breve divenne ricco. Qui il Vasari piglia un grand’equivoco, affermando, che nella persona di lui, che mancò in quelle parti, si spegnesse la casa della Robbia; perché questo Girolamo di Andrea, che di Maria Altoviti sua moglie ebbe un figliuolo chiamato Jacopo: ed un altro, che pure anch’esso ebbe nome Girolamo, il quale in Francia di Madama Luisa de Mathe ebbe tre figliuoli, cioè Andrea, che seguitando la milizia, pervenne al grado di Capitano, e non ebbe moglie: e Pier Francesco, che fu Scudiere della Maestà del Re, Signore di Bel Luogo, il quale di Madama Francesca Chovard ebbe Carlo Gran Consigliere del Gran Consiglio di Francia, che si sposò con Madama Diana Picart: e Girolamo Cavaliere e Scudiere del Re, Signore di Gran Campo, il quale pure di Madama Antonietta Grenier sua moglie non ebbe figliuoli. Di Carlo e di Diana Picart sua donna nacque Guido, che mancò in fanciullezza, e Francesca, che fu moglie di Carlo del Maestro, Signore di Gran Campo: e in questa Francesca ebbe in Francia sua fine la casa della Robbia; rinnovata però in Carlo, figliuolo di essa Francesca, e di Carlo del Maestro suo marito, il quale dal nominato Girolamo, Signore di Gran Campo, e maggior nato della famiglia della Robbia, fu chiamato a gran parti di sua eredità, con obbligo di pigliar l’insegne e’l casato. Vediamo adesso ciò, che seguì di essa famiglia in Firenze. Il nostro Andrea ebbe due fratelli, cioè Giano, e Simone. Di questo Simone nacque Filippo Isidoro Abate, e Luca, che fu di Consiglio l’anno 1519. e di questo un Lorenzo, padre fu di Luigi, il qual Luigi ebbe per consorte Ginevra Popoleschi, nata di Silvestro Popoleschi, e di Ginevra di Carlo Barberini, padre di Antonio Barberini, del quale Antonio nacque Maffeo, che fu papa Urbano VIII di gloriosa memoria. Il nominato Luigi della Robbia, figliuolo Lorenzo, ebbe dalla Ginevra Popoleschi molti figliuoli maschi, e femmine: fra i maschi fu Marco, poi Fra Gio. Domenico dell’Ordine de’ Predicatori, Vescovo di Bertinoro, Silvestro, poi D. Isidoro Abate, si crede Cassinense, che poi successe al fratello Gio. Domenico nel Vescovado di Bertinoro: e Lorenzo Canonico della Metropolitana di Firenze, poi Vescovo di Cortona, e finalmente di Fiesole, e Rettore del Seminario Fiesolano, che morì l’anno 1645. e in questo finalmente è restata estinta tale famiglia, la quale con tanto splendore e gloria, in Italia e in Francia si è mantenuta sopra 150. anni da quel tempo che il Vasari la diede per estinta: e viene anche oggi, per così dire, propaginata in Francia nella nobil famiglia del Maestro: ed ancora in Firenze, come ora siamo per dire, cioè, che lo stesso Luigi di Lorenzo della Robbia ebbe una sorella, chiamata Laldomine, maritata a Luigi Viviani nobil Fiorentino, della quale nacque un altro Luigi: e di questo due figliuoli, cioè Francesco Cavalier Priore della Religione di Santo Stefano Papa e Martire, primo investito del Priorato, instituito da Lorenzo della Robbia il Vescovo Fiesolano nel suo Testamento, coll’obbligo di portarne il casato della Robbia; e Donato Luigi Viviani, Avvocato del Collegio de’ Nobili, e Senatore Fiorentino, Gentiluomo, che per integrità, e dottrina è da tutti stimatissimo, dal quale io ho ricevuto parte delle notizie di questa Casa, della quale, per maggior chiarezza, porremo l’Albero appresso a questa Narrazione.

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A questo io mi vestii di pazienza, la qual cosa m’è difficilissima; pure ebbi pazienza infino dopo il suo desinare: e venuta poi l’ora tarda, la fame mi cagionò tanta ira, che non potendo più resistere, mandatole devotamente il canchero nel cuore, di quivi mi partii, e me n’andai a trovare il Cardinal di Lorena, e gli feci presente del detto vaso, raccomandandomi solo, che e’ mi tenesse in buona grazia del Re. Disse, che e’ non bisognava, e quando fosse bisogno, che lo farebbe volentieri. Dipoi chiamato un suo Tesauriere, gli parlò nell’orecchio. Il detto Tesauriere aspettò ch’io mi partissi dalla presenza del Cardinale, dipoi mi disse: Benvenuto, venite meco, ch’io vi darò da bere un bicchier di buon vino: al quale io dissi, non sapendo quello che si volesse dire, di grazia: Monsignor Tesauriere, fatemi donare un sol bicchier di vino e un boccon di pane, perché io veramente mi vengo meno; perché sono stato da questa mattina a buon otto, fino a quest’ora che voi vedete, alla porta di Madama di Tampes, per donarle quel vasetto d’argento dorato, e tutto gli ho fatto intendere; ed ella per istraziarmi sempre, mi ha fatto dire, che io aspettassi. Ora m’era sopraggiunta la fame, e mi sentivo mancare, e siccome Iddio ha voluto, ho donato la roba e le fatiche mie, a chi molto meglio le meritava: e non vi chieggo altro, che un poco da mangiare, che, per essere io alquanto colleroso, m’offende il digiuno di sorte, che mi faria cadere in terra svenuto. In tanto tempo, quanto io penai a dir queste parole, era comparso il mirabile vino, ed altre delizie da far colazione, tantoché io mi ricriai molto bene, e riavuti gli spiriti vitali, m’era uscita la stizza. Il buon Tesauriere mi porse 100 scudi d’oro, a’ quali io feci resistenza di non gli volere in modo nessuno. Andollo a riferire al Cardinale, il quale dettogli gran villanie, gli comandò che me gli facesse pigliare per forza, e che non gli andasse più innanzi altrimenti. Il Tesauriere venne a me crucciato, dicendo, che mai più era stato gridato per l’addietro dal Cardinale: e volendomegli dare, perché gli feci altra resistenza, mi disse, che me gli avrebbe fatti pigliar per forza. Io presi i danari, e volendo andare a ringraziare il Cardinale, mi fece intendere per un suo Segretario, che sempre ch’egli mi poteva far piacere, che me ne farebbe di buon cuore: e io me ne tornai a Parigi la medesima sera. Il Re seppe ogni cosa, e dettero la baja a Madama di Tampes, il che fu causa di farla maggiormente invelenire a far contro di me, dove io portai gran pericolo della vita mia, come si dirà a suo luogo; sebbene molto prima io mi dovevo ricordare della guadagnata amicizia del più virtuoso, del più amorevole, e del più domestico uomo da bene, che mai io conoscessi al mondo: questi si fu Mess. Guido Guidi, eccellente Dottore Medico, e nobil cittadino Fiorentino. Per gl’infiniti travagli, postimi innanzi dalla perversa fortuna, l’avevo alquanto lasciato indietro, ch’io mi pensavo per averlo di continuo nel cuore, che e’ bastasse; ma avvedutomi poi, che la mia vita non istava bene senza lui, in que’ miei maggior trovagli, perché mi fosse di ajuto e conforto, lo menai al mio castello, e quivi gli detti una stanza libera per sé: così ci godemmo insieme parecchi anni. Ancora capitò il Vescovo di Pavia, cioè Monsignor de’ Rossi, fratello del Conte di San Secondo. Questo Signore io levai di sull’osteria, e lo messi nel mio Castello, dando ancora a lui una stanza libera, dove benissimo stette accomodato co’ suoi servitori e cavalcature, per di molti mesi. Ancora altra volta accomodai Mess. Luigi Alamanni co’ figliuoli, per qualche mese. Pur mi dette grazia Iddio, ch’io potessi far qualche piacere agli uomini grandi e virtuosi. Col sopraddetto Mess. Guido godemmo l’amicizia quanto io là stetti, gloriandoci spesso insieme, che noi imparavamo le virtù alle spese di così grande e maraviglioso Principe, ognuno di noi nella sua professione. Io posso dir veramente, che quello ch’io sia, e quanto di buono e bello io m’abbia operato, è stato per causa di quel Re. Avevo in questo mio castello un giuoco di palla da giuocare alla corda, del quale io traevo assai utile, mentreché io lo facevo esercitare. Erano in detto luogo alcune piccole stanzette, dove abitavano diverse sorte d’uomini, infra’ quali era uno Stampatore molto valente di libri. Questi teneva quasi tutta la sua bottega dentro nel mio castello: ed è quegli, che stampò quel primo bel libro di Medicina a Mes. Guido. Volendomi io servire di quelle stanze, lo mandai via, pur con qualche difficultà non piccola. Vi stava ancora un maestro di Salnitri: e perch’io volevo servirmi di queste piccole stanzette per certi miei buoni lavoranti Tedeschi, questo maestro non voleva diloggiare: ed io piacevolmente più volte gli avevo detto, ch’egli m’accomodasse delle mie stanze, perché me ne volevo servire per abitazione de’ miei lavoranti per servizio del Re. Quanto più umile parlavo, questa bestia tanto più superbo mi rispondeva. All’ultimo poi io gli detti per termine tre giorni, di che egli si rise, e mi disse, che in capo di tre anni comincerebbe a pensarvi. Io non sapevo, che costui era domestico servitore di Madama di Tampes, e se e’ non fosse stato, che quella causa di Madama di Tampes mi faceva un po’ più pensare alle cose, che prima io non faceva, l’avrei subito mandato via: ma volli aver pazienza que’ tre giorni, i quali passati che furono, presi Tedeschi, Italiani, e Francesi, colle armi in mano, e molti manovali, che io avevo, e in breve tempo sfasciai tutta la casa, e le sue robe gettai fuori del mio castello. E quest’atto, alquanto rigoroso, feci, perch’egli mi aveva detto, che non conosceva persona d’Italiano tanto ardita, che gli avesse mosso una maglia del suo luogo. Però dipoi il fatto costui arrivò, e io gli dissi: Io sono il minimo Italiano dell’Italia, e non t’ho fatto nulla appetto a quello che mi basterebbe l’animo di farti, e ch’io ti farò se tu parli un motto solo; e dissigli altre parole ingiuriose. Quest’uomo, attonito e spaventato, dette ordine alle sue robe il meglio che potette: dipoi corse a Madama di Tampes, e dipinse un Inferno: e quella mia gran nemica, tanto maggiore quanto ell’era, più eloquente e più d’assai lo dipinse al Re, il quale due volte, mi fu detto, si ebbe a crucciar meco, e dar male commessioni contro di me; ma perché Arrigo Delfino suo figliuolo, oggi Re di Francia, aveva ricevuti alcuni dispiaceri da quella troppo ardita Donna, insieme colla Regina di Navarra, sorella del Re Francesco, con tanta virtù mi favorirono, che il Re convertì in riso ogni cosa; il perché, col vero aiuto d’Iddio, io passai una gran fortuna. Ancora ebbi a fare lo stesso a un altro simile a questo, ma non gli rovinai la casa: ben gli gettai tutte le sue robe fuora, per la qual cosa Madama di Tampes ardì di dire al Re: Io credo, che questo diavolo una volta vi saccheggerà Parigi. A queste parole il Re adirato rispose a Madama, che facevo molto bene a difendermi da quella canaglia, che mi volevano impedire il suo servizio. Cresceva ognora maggior rabbia a questa crudel donna; onde chiamò a sé un pittore, il quale stava per istanza a Fontanablò, dove il Re stava quasi di continuo. Questo Pittore era Italiano e Bolognese, e per Bologna era conosciuto. Pel nome suo proprio si chiamava Francesco Primaticcio. Madama di Tampes gli disse, ch’egli dovrebbe domandare al Re quell’opera della Fonte, che Sua Maestà aveva risoluta a me, e ch’ella con tutta la sua possanza ne l’ajuterebbe: e così rimasero d’accordo. Ebbe questo Bologna la maggiore allegrezza ch’egli avesse mai, e tal cosa promesse sicura, contuttoch’essa non fosse sua professione; ma perch’egli aveva assai buon disegno, e s’era messo in ordine con certi lavoranti, i quali s’erano fatti sotto la disciplina del Rosso, Pittore nostro Fiorentino, veramente maravigliosissimo valentuomo; ciò che costui faceva di buono, l’aveva preso dalla mirabil maniera del detto Rosso, il quale era di già morto. Potettero tanto quelle argute cagioni, col grande ajuto di Madama di Tampes, e col continuo martellare giorno e notte, or Madama, ora il Bologna agli orecchi di quel gran Re, e quello che fu potente causa a farlo cedere, ch’ella ed il Bologna d’accordo dissono: Come è egli possibile, Sacra Maestà, che volendo, che Benvenuto faccia dodici statue d’argento, delle quali non ha ancora finita una faccia poi quest’altra opera? O se voi l’impiegate in una tanto grande impresa, è di necessità, che di quest’altre, che tanto voi desiderate, per certo voi ve ne priviate; perché cento valentissimi uomini non potrebbon finire tante grandi opere, quante questo valentuomo ha ordite. Si vede espresso, ch’egli ha gran volontà di fare, la qual cosa sarà causa, che a un tratto Vostra Maestà perda lui e l’opere, con molte altre simili parole. Avendo trovato il Re in buona tempera, esso gli compiacque di tutto quello che domandavano, e per ancora non s’era mai mostrato né disegni, né modelli di nulla di mano del Bologna.

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