Nominativo - Giustiniano

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Nell’anno poi 1454. fa il seguente ricordo, che siccome dà materia a noi di accompagnarlo con qualche considerazione profittevole agli studiosi di nostra antichità, così sarà da noi copiato in questo luogo da verbo a verbo, e come egli lo scrisse. Ricordo, come questo dì 15. Agosto: lo Neri di Bicci dipintore, tolsi a metter d’oro, e dipignere uno tabernacolo di legname fatto all’antica, colonne da lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, di sotto uno imbasamento messo tutto d’oro fine: e nel quadro di detto tabernacolo, feci un Muisè e quattro animali de’ Vangelisti, e nel frontone Santo Giovanni Batista, e intorno al detto Muisè e animali fece gigli d’oro, e drento il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e uno altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze, il quale debbo fare a tutta mia ispesa, d’oro, d’azzurro, e ogn’altra cosa, accetto legname, e fatto, e posto in luogo dove ha stare, cioè nell’Udienza de’ Signori: e detti Signori, mi debbono dare per le sopraddette cose, cioèoro, azzurro, e mio maistero Fiorini cinquantasei d’accordo co’ detti Signori. Era Gonfaloniere Tommaso di Lorenzo Soderini, e per Artefice Marco di Cristofano Brucolo legnajuolo, e Antonio Torrigiani, e altri, i quali non conosco. Rendei il detto lavoro a dì 30. Agosto 1454. e a dì 31. di Agosto fu pagato, come a entrata di a 5. posta al libro di a 7. Voi notaste, o mio lettore, che il Bicci in questo suo ricordo, con brevità e schiettezza incidentemente ci lasciò scritti alcuni particolari, da’ quali facilmente s’induce un tal poco la cognizione della grande stima, in che furono appresso a i nostri padri quei venerabili volumi, chiamati le Pandette: e le altre cose ancora, che dovevano aver luogo in quel suo tabernacolo, o altro arnese, che noi dire vogliamo, fino a quei tempi. Ma perché poco fu qul ch’ei disse, non avendo egli preso per assunto il parlare di tali cose distintamente, e perché il fatto in sé stesso è degno di riflessione e di memoria, vuole ogni dovere, che io supplisca al difetto, illustrando in un tempo stesso il ricordo del pittore, e alcuna cosa dicendo del molto, che di così preziosi tesori può dirsi a gloria della patria nostra, e di qualunque, che già per un corso di più e più secoli a nostro pro e a benefizio del mondo tutto ce gli ha conservati. Doveva dunque il tabernacolo coll’arnese predetto, abbellito con fattura di Neri di Bicci, contenere in primo luogo il Libro delle Pandette. Questo Libro, che è di grandezza di foglio, e diviso in due Tomi, si chiama Pandette, che come voi sapete, propriamente vuol dire, che contiene tutto, e viene dalla voce Greca Pan, che significa Tutto, e da dechome, che vuol dire ricevo. Di questo nome di Pandette parla Angelo Poliziano nel suo Libro delle Miscellanee, Cap. 78., e dice così. In Pandectis istis, quas etiam archetypas opinamur: e più diffusamente nel Cap. 41. dicendo: Ch’egli è il Volume stesso de’ Digesti, ovvero Pandette di Giustiniano: e che egli è senza dubbio originale. Gli chiama Digesti, e in Latino diconsi Digesta, che vale cose digerite per ordine: e questo è il nome appunto, con cui chiama Vegezio i suoi libri de’ Re Militari. Di questo nome di Pandette s’era valso Plinio nella Lettera Dedicatoria a Vespasiano Imperatore della sua Storia Naturale; alloraché, volendosi in essa burlare de’ titoli speciosi e curiosi degli Autori Greci, messe fra gli altri quello di Pandette: e Aulo Gellio, che scrisse le Notti o le Veglie Attiche, in Latino disse: Sunt etiam qui Pandectas inscripserunt. Soggiugne poi il Poliziano, che questo Libro era allora nella Curia Fiorentina, che vuol dire nel Palagio de’ Priori: che dal Sommo Magistrato pubblicamente si conservava: e con gran venerazione (benché questo di rado, e ancora al lume di torce) si mostrava: e ch’è questo libro una inestimabile porzione delle spoglie e del bottino de’ Pisani, spesso citato da’ Giurisconsulti: ch’egli è scritto a lettere majuscole, senza spazj veruni tra parola e parola: e similmente senz’alcune abbreviature, e con certe parole, almeno nella Prefazione, come dall’Autore certamente, e che pensi e che generi, piuttosto che dallo scrittore o copista, fregate e cancellate, con iscrivervi sopra: che vi è una Epistola Greca, e ancora un bellissimo Greco Epigramma nel frontespizio. Confessa anche il Poliziano, che di leggere questo Volume, e di maneggiarlo comodamente, a lui solo era stata fatta copia, per opera e a cagione di Lorenzo de’ Medici, il quale (uomo principale della sua Repubblica) purché faccia, disse egli, cosa grata agli studiosi, fino a questi officj si abbassa. Le chiama il Poliziano, non più per gli aggiunti nomi loro antichi, che furono cioè, prima Amalphitanæ, perché a’ Pisani vennero di Amalfi nel Regno di Napoli, e poi Pisane; ma le chiama Fiorentine: e afferma, che in loro sono le parole pure e schiette, né come nell’altre piene di macchie e scabbiose. Fin qui dal Poliziano. Ed è da notarsi, come nel fine delle medesime Pandette si veggono scritte due fedi, una di Cristofano Landini, e l’altra del Poliziano medesimo, che attestano di reputarle originali. Questi veramente inestimabili Libri sono stati visitati da’ primi Letterati, che abbia pe’ tempi avuti il mondo. Lelio Torelli da Fano, Auditore di Ruota, ne’ tempi di Cosimo I. fece stampare in Firenze dal Torrentino esse Pandette, cavate dal proprio originale. Antonio Augustino, famoso Legista Spagnuolo, e Vescovo di Lerida, nel Libro delle Emendazioni e Opinioni, impetrò dallo stesso Cosimo I di poter servirsi dello stesso libro pel bisogno de’ suoi studj, ch’e’ fece qua: e vidde anche la famosa Libreria di San Lorenzo, e assai cose di propria mano notò. Questo dotto Autore chiama le Pandette Antichissimo Monumento della Ragione Civile. Dice ancora, che la stessa figura delle lettere apparisce per lo più vicina alla Romana e Greca antica scrittura: e soggiugne, che per fare questi suoi libri, adoperò le Pandette d’Angelo Poliziano, confrontate con queste Fiorentine. Sopra queste Pandette Teodoro Gronovio, quando fu agli anni passati a Firenze, fece alcuni confronti, e ne stampò un piccolo libro. Che poi questi Volumi, col rimanente di quello che accenna il soprannominato Neri di Bicci nel suo Ricordo, venissero di Costantinopoli, non è improprio, anzi necessario, col supposto, ch’elle siano originali, stante la residenza, che vi fece Giustiniano, e gli altri Imperadori Romani, dopo la traslazione della sede dell’Imperio, che fece Costantino, di Roma a Bizzanzio, detta Costantinopoli, o nuova Roma.E questo è quanto alle Pandette, le quali si conservano oggi, e fin da gran tempo, nella Guardaroba di Palazzo vecchio del Serenissimo Granduca, per entro uno degli Armadioni dell’argenteria e oreria, chiuse in una cassetta soppannata di velluto, ricchissimamente adornata al di fuori: né si lasciano vedere, per ordinario, se non a degnissime persone, e con assistenza continova de’ maggiori Ministri, fra i molti che sono deputati al governo della medesima Guardaroba.

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Era dunque la pittura (che appresso agli Orientali ed a’ Greci fu in gran pregio) fino a’ tempi di Porsena, venuta a tal perfezione in Toscana, e poi in Roma, e tanto cresciuta d’eccellenza e di stima in quella città, che Fabio non si sdegnò di sottoscriversi nelle pitture da lui fatte nel Tempio della Salute, col nome di Pittore. E nelle spoglie de’ trionfi erano le pitture e sculture fra le cose più rare a Roma mandate: e non solo si dava la libertà a que’ servi, che tale arte eccellentemente professavano, ma con larghissimi doni erano remunerati. Mantennesi ella, non è dubbio, per tutto il tempo, che regnarono i dodici Cesari; ma però con andar facendo alla giornata alcuno scapito dalla prima eccellenza, come le opere di Scultura e d’Architettura, che l’uno dopo l’altro andavano facendo, hanno dimostrato. Anzi, fin da’ tempi del gran Costantino, trovasi ella aver declinato tanto, che volendo il Popolo Romano alzare ad esso Costantino l’Arco trionfale al Colosseo, ebbe a valersi per ornamento, di statue di marmo, fatte fino ne’ tempi di Trajano: né l’immagini del medesimo Costantino, e le sue medaglie lasciano di mostrare grande scemamento di bontà, in riguardo di quelle, che ne’ tempi degli altri Imperadori erano state fatte. Accrebbesi notabilmente questa disgrazia per la partenza di quello Imperatore, nel trasportar che fece l’Imperio da Roma a Bisanzio, per aver’ egli spogliata Roma de’ buoni artefici, che in essa erano rimasi, e di un numero infinito delle più belle statue e pitture, che quivi si vedessero in quella età; onde avvenne, che queste arti, fino al tempo di Costantino II. e di Giuliano Apostata, andarono tuttavia scapitando, e si ridussero in posto sì umile: e li buoni artefici rimasero in sì piccol numero, se pure alcuno ve ne restò, che fu d’uopo al primo Regnante il fare una legge, che se alcuno, per adornamento di Ville, avesse cavato dalla città marmi o colonne, immantenente rimanesse privo di quelle possessioni, che egli avesse sì fattamente ornate: ed al secondo lo stabilirne un’altra, che proibiva il muovere eziandio e trasportare statue di qualsifosse materia, o colonne, da una provincia all’altra. Ma poco o nulla sarebbero stati simili infortunj a queste belle arti, se la malvagità delle barbare nazioni, mossesi contra Roma, e contra l’Italia tutta, non avesse con guerre crudelissime data l’ultima mano al loro totale esterminio e rovina, come ora siamo per narrare. Erano dunque gli anni di nostra salute al numero pervenuti di trecento novant’otto, quando mancò di questa vita mortale il buono Imperadore Teodosio, lasciando dopo di sé due piccoli figliuoli, Arcadio ed Onorio; il primo nell’Imperio di Levante in Costantinopoli, sotto la tutela di Ruffino: ed il secondo nell’Imperio di Ponente, compreso sotto l’antica Roma, alla custodia di Stilicone. Questo Stilicone, al parer degli storici, affine di esaltare un proprio figliuolo a quell’Imperio, posta prima differenza fra’ due Regnanti: poi col negare certe paghe, che si davano a’ Goti, Popoli Settentrionali, venuti da quella parte, che era detta Gozia, cioè quella Provincia, la quale oggi è divisa parte nella Danimarca, e parte nella Svezia: i quali, fin ne’ tempi di Teodosio si erano più volte, benché con perdita, mossi contro la grandezza di lui; pensò fra sé stesso di quegli irritare ed attizzare per modo, che coll’accendersi fra di loro una guerra crudele, o fossero in quella morti gl’Imperadori, o fra quelle gran turbolenze, l’armi da sé governate avesse potuto voltare al servizio de’ propri disegni. E così bene effettuò suo malvagio pensiero, che mossa da grand’ira quella barbara gente, si fece elezione in un tempo stesso di due Re, Radagaso il primo, e l’altro Alarico, con obbligo a questi di portarsi con grande gente a’ danni di Roma e dell’Italia. Toccò a Radagaso a far la prima mossa: il quale partitosi con dugentomila Goti, come Idolatra che egli era, e che d’uomo non aveva altro che il nome, giurò di sacrificare a’ suoi Dei col sangue de’ Romani, dando di sé terrore e spavento infinito, per la parte di Venezia se n’entrò in Italia; ma volle Iddio, che ridottosi su’ Monti di Fiesole, con animo di distruggere la città di Firenze, egli si trovasse in breve in sì gran penuria di vivere e fin dell’acqua medesima, che mancò in tutto e per tutto d’animo e di forze; laonde oltre alla strage, che di sua gente fecero i Fiorentini, giunse la cosa a tal segno, che erano i soldati Goti predati a branchi, e quivi per prezzo non più di uno scudo dioro per ciascheduno venduti. Radagaso vedutosi a tal partito, volle fuggire; ma sopraggiunto da’ Romani, fu poi da’ medesimi tolto di vita. Non andò già così la bisogna nella seconda invasione de’ medesimi Goti, perché dopo cinque anni, cioè l’anno 413. al parer di buoni autori, Alarico, il secondo Re, con numero di gente non punto minore se ne venne anch’esso in Italia: e messa a sacco la città di Roma, tanto indebolì quell’Imperio, che agevol cosa fu poi a’ Goti il tornare e mantenersi in Italia a loro sodisfazione, ed anco lo stabilirvi la propria grandezza. Allora seguì la dannevole inondazione de’ Barbari, per guastare tutte le Romane provincie; conciossiacosaché i Franconi entrassero nella Gallia, donde ebbero suo principio que’ Re: e i Vandali nella Spagna, donde cominciarono i Re di Spagna. Stilicone però, che fu autore di tanta discordia, fu in questi tempi, per ordine d’Onorio, insieme col figliuolo Eucherio, quello stesso, che egli disegnava innalzare all’Imperial dignità, miseramente ucciso. Per così strani avvenimenti, andarono poi le cose de’ Romani tuttavia di male in peggio; finché dopo un turbolentissimo regnare di dodici Imperadori, seguita la cacciata di Momillo, detto Augustolo, l’ultimo di loro, e la morte d’Oreste suo padre, per opera di Odoacre Re degli Eruli, rimase estinto nell’Italia il Romano Imperio. Né andò molto, che da Teodorico Re de’ Goti, anche Odoacre fu cacciato: e così cadde la bella Italia, ed altre Provincie ad essa soggette, sotto il tirannico governo de’ Barbari. Può ognuno facilmente conoscere fino a qual segno arrivasse in questi tempi infelici l’esterminio di quelle arti, che da null’altro riconoscono la propria vita ed accrescimento, che dalla pace. Ma non ebbero qui fine le loro disavventure; perché Teodosio il giovane, dopo aver coll’impietà dell’Eresia Ariana, alla quale aderì, macchiata la fama dell’antiche sue buone azioni, fece, dopo molte crudeltà, lo stesso Giovanni morir prigione in Ravenna: e qui nacque il secondo Scisma fra Bonifazio II. e Dioscoro. Quindi a cagione dell’ingiusta morte di Amalasunta, figliuola di Teodorico, e moglie di Teodato di lui successore; acceso di giusto sdegno Giustiniano Imperadore, mandò da Costantinopoli l’invitto Belisario in Italia, per quella allo ‘mperio recuperare. Ed ecco incominciata un’altra fierissima guerra fra’ Romani e Goti, in cui Vitige Re de’ Goti, fu da quel gran Capitano fatto prigione, e condotto in Costantinopoli. Non erano appena passati quattro anni, quando a Idovaldo, e poi ad Alarico successe nel Regno il crudelissimo Totila, che più acerbamente travagliò, se non distrusse del tutto, la città di Firenze, come scrisse un buono istorico; diede gran rotta presso a Verona: in Terra di Lavoro prese Benevento e Napoli, con gran paese attorno: e tutta la Toscana conquistò, ardendo, uccidendo, e tutto ad una misura, e sacro e profano, disfacendo, si fece finalmente padrone della stessa Roma. E non contento di spogliarla delle sue mura, ed ucciderne gli abitanti, la dette in preda al fuoco, e in diciotto giorni tutte le belle memorie e di statue e di pitture, e di musaici e di fabbriche rovinò e quasi distrusse: e fece sì, che essa Roma, co’ suoi disfatti edificj, fosse sepoltura di Roma; conciossiacosaché le abitazioni terrene, che erano le più ricche di simili ornamenti, restassero coperte dalle rovine. Furono poi sopra le medesime rovine piantate le vigne. Le sotterrate abitazioni, in parte ritrovatesi ne’ moderni tempi, sono poi state dal volgo chiamate grotte: e quelle poche pitture, che ad onta del tempo vi hanno potuto vedere i nostri secoli, hanno dato il nome a quella sorte di pitture, che noi chiamiamo Grottesche. Così fatte crudeltà di Totila fecero sì, che lo ‘mperadore di nuovo mandasse in Italia Belisario, che rintuzzò l’orgoglio del crudelissimo Re, e tornossene in Costantinopoli, lasciato in suo luogo quel Narsete, che recuperate le cose perdute in battaglia, lo stesso Totila uccise: e similmente uccise Teja, di lui successore, e tornò lo ‘mperio de’ Romani sotto il Reggimento di Narsete.

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