Nominativo - Giulio Romano

Numero occorrenze: 15

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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G Gaddi, Agnolo di Taddeo, dec. 4. del sec. 2. a c. 40. Gaddi, Gaddo, dec. 2. del sec. I. a c. 39. Gaddi, Giovanni, dec. 9. del sec. 2. a c. 103. Gaddi, Taddeo, decenn. 3. del sec. 2. a c. 35. Gagliardi, Bartolommeo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 222. Gamberelli, Antonio, dec. I. della parte I. del sec. 3. a c. 39. Gasparo Poussin, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 473. Vedi Dughet, e vedi Poussin. Gassel, Luca, dec. 4. del sec. 4. a c. 309. Gatti, Bernardino, dec. 4. del sec. 4. a c. 294. Vedi il Sojaro. Gaudenzio Milanese, dec. I. del sec. 4. a c. 194. Geeerarts, Marco, dec. 2. della par. 2. del sec. 5. a c. 147. Geldersman, Vincent, dec. 4. del sec. 4. a c. 304. Gualdrop, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 278. Vedi Goltius, d. Geldrop. Genga, Girolamo, dec. 2. del secolo 4. a c. 214. Gentileschi, Artemisia, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 290. Gentileschi, Orazio, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 290. Gerbier, Baldassar, dec. 3. della par. I. del sec. 4. a c. 197. Gessi, Francesco, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 328. in fine. Ghiberti, Lorenzo, dec. I. della par. I. del sec. 3. a c. 1. Gio. Batista Mantovano, dec. 5. del secolo 4. a c. 333. Vedi Mantovano. Giobber, Frans Pietersz, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 23. Giordans, Jacopo di Giordano, o Giacomo Giordans, dec. 3. della par. I. a c. 197. Giottino, Tommaso di Stefano, dec. 5. del sec. 2. a c. 59. Giotto di Bondone, dec. 4. del sec. I. a c. 44. Giovanni d'Ambrogio, dec. 9. del sec. 2. a c. 103. Gio. da S. Gio., dec. 2. del sec. 5. a c. I. Vedi Mannozzi. Giovanni da Milano, dec. 5. del sec. 2. a c. 58. Giovanni da Pistoja, dec. 6. del sec. 2. a c. 73. Giovanni da S. Stefano a Ponte, dec. 4. del sec. 2. a c. 44. Gio. detto l'Olandese, dec. 4. del sec. 4. a c. 311. Vedi l'Olandese. Gio. Niccola, dec. 2. del sec. 4. a c. 237. Giovanni Pisano, dec. 2. del sec. I. a c. 41. Girolamo Lombardo, o Lombardi, dec. 4. del sec. 4. a c. 291. Vedi il Ferrarese. Giulio Romano, dec. 3. del sec. 4. a c. 238. Goltius, Gualdrop, dec. 3. della par. 2. del sec. 3. a c. 278. Vedi Geldrops. Goltz, Henrico, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 266. Goltz, Hubert, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 79. Gondio, Enrico, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 412. Gonnelli, Giovanni, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 253. Vedi il Cieco da Gambassi. Gozzoli, Benozzo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 89. Granucci, Francesco, dec. 2. del sec. 4. a c. 212. Granello, Niccodemo, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 226. Grimmaer, Jaques, dec. 5. del sec. 4. del sec. 5. a c. 341. Groppallo, Pier Maria, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 539. Guariento Padovano, dec. 7. del sec. 2. a c. 77. Guglielmo da Forlì, d. 2. del sec. 2. a c. 28. Guidotti, Paolo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 248. H Helbrecker, Teodoro, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 592. Helt Stocade, Niccola, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416. Hemskerck, Marten, dec. 3. del sec. 4. a c. 258. Hendrick, dec. 4. del sec. 4. a c. 302. Herdor, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al vers. 33. Hert Jasos Druynesteyn, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. in fine. Hoefungbel, Giorgio, dec. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 275. Hoefnaghel, Jooris, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 173. Hoghembeergh, Hans, dec. 4. del sec. 4. a c. 305. Hoolboon, Gio., dec. 4. del sec. 4. a c. 313. Hollar, Vincislao, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. Honnet, Gabriel, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 272. Horenbert, Teodoro, dec. 5. del sec. 4. a c. 347. Honthorst, Gheraldo, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 198. Huevick, Gasparo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 27.

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Fu Raffaello anche nell’opere di Architettura eccellentissimo; e fra’ molti disegni e modelli, ch’e’ fece per dimolte fabbriche, si annovera quello delle scale Papali e delle logge, cominciate da Bramante, e degli ornamenti di stucchi; e fece dipignere esse logge da Giulio Romano, da Gio. Francesco Penni, da Perin del Vaga, Pellegrin da Modana, Vincenzio da San Gimignano e Polidoro da Caravaggio, facendo capo dell’opera degli stucchi e delle grottesche Giovanni da Udine. Diede il disegno per la Vigna del Papa, di più case in Borgo, e di Santa Maria del Popolo; e con suo modello fu fabbricato, nella città di Firenze, in via di San Gallo, il bel palazzo di Giannozzo Pandolfini Vescovo di Troja. E perché era, mercé della sua virtù, divenuto molto ricco, fece per sé medesimo fabbricare, coll’assistenza di Bramante, in Roma, un bel palazzo in Borgo Nuovo. Pel Monastero di Santa Maria dello Spasimo di Salerno, fece la gran tavola del Cristo portante la Croce, altra volta nominata, la quale ben coperta e incassata, già si conduceva per mare al luogo suo, quando rottasi ad uno scoglio la nave, periti gli uomini e le mercanzie, quella sola si salvò; conciossiacosaché fosse portata nel mare di Genova, e quivi tirata a terra, senz’alcuna macchia o lesione fosse ritrovata: e parve in un certo modo, che’l mare, avvezzo a spogliare la terra de’ suoi più ricchi tesori, non osasse imbrattarsi di furto sì detestabile, col rapire una delle più ricche gioje, che’l mondo avesse. Finalmente dipinse Raffaello, di tutta sua mano, per Giulio Cardinal de’ Medici, che fu poi Clemente VII la stupenda tavola della Trasfigurazione di Cristo, per mandare in Francia, lasciando a finire per l’ultima cosa la faccia del Salvatore. Volle egli in quel Sacro Volto unire insieme ogni sua abilità, e fare, siccome fece, gli ultimi sforzi dell’arte. Non ebbe appena quella finita, che sopraggiunto dall’ultima infermità, non toccò più pennelli; ed invero non poté la mano di Raffaello assuefatta ad esprimere maraviglie, collocare altrove, che in simile oggetto, il non plus ultra delle divine opere sue. Ed io voglio qui raccontare la fine di quest'uomo degnissimo, colle stesse parole appunto, colle quali il Vasari la descrisse; acciocché con tal racconto abbia notizia il lettore di alcune circostanze, che, a mio credere, non pajono da tralasciarsi da noi in questo racconto. Dice egli adunque così: Avendo egli stretta amicizia con Bernardo Divizio, Cardinale di Bibbiena, il Cardinale l’aveva molti anni infestato per dargli moglie; e Raffaello non aveva espressamente ricusato di far la voglia del Cardinale; ma aveva ben trattenuto la cosa, con dire, di volere aspettare, che passassero tre o quattro anni; il qual termine venuto, quando Raffaello non se l’aspettava, gli fu dal Cardinale ricordata la promessa: ed egli vedendosi obbligato, come cortese, non volle mancare della parola sua: e così accettò per donna una nipote di esso Cardinale; e perché sempre fu malissimo contento di questo laccio, andò in modo mettendo tempo in mezzo, che molti mesi passarono, che’l matrimonio non consumò: e ciò faceva egli, non senza onorato proposito; perché avendo tanti anni servita la Corte, ed essendo creditore di Leone di buona somma, gli era stato dato indizio, che alla fine della Sala, che per lui si faceva, in ricompensa delle fatiche e delle virtù sue, il Papa gli avrebbe dato un Cappello rosso, avendo già deliberato di farne un buon numero, e fra essi qualcuno di manco merito, che Raffaello non era: il qual Raffaello attendendo intanto a’ suoi amori, così di nascosto, continuò fuor di modo i piaceri amorosi; onde avvenne, che una volta, fra l’altre, disordinò fuor del solito, perché tornato a casa con una grandissima febbre, fu creduto da’ Medici, che e’ fosse riscaldato; onde non confessando egli il disordine, che aveva fatto, per poca prudenza loro gli cavarono sangue, dimanieraché indebolito si sentiva mancare, laddove egli aveva bisogno di ristoro, perché fece testamento. E prima, come Cristiano, mandò l’amata sua fuor di casa, e le lasciò modo di vivere onestamente. Dopo divise le cose fra’ discepoli suoi, Giulio Romano, il quale sempre amò molto: Gio. Francesco Fiorentino, detto il Fattore; e non so chi Prete da Urbino, suo parente. Ordinò poi, che delle sue facultà in Santa Maria Rotonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove: e un Altare si facesse, con una statua di nostra Donna, di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo dopo la morte sua si elesse; e lasciò ogni suo avere a Giulio Romano e Gio. Francesco Fiorentino, facendo Esecutore del Testamento M. Baldassarri di Pescia, allora Datario del Papa. Poi, confesso e contrito, finì il corso della sua vita, il giorno medesimo che nacque, che fu il Venerdì Santo, d’anni 37, l’anima del quale è da credere, che come di sue virtù ha abbellito il mondo, così abbia di sé medesima adorno il cielo. Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione, che aveva finita pel Cardinal de’ Medici; la quale opera, nel vedere il corpo morto, e quella viva, faceva scoppiar l’anima di dolore a ognuno, che quivi guardava; la qual tavola, per la perdita di Raffaello, fu messa dal Cardinale a San Pietro a Montorio all’Altar maggiore, e fu poi sempre, per la rarità di ogni suo gesto, in gran pregio tenuta. Fu data al corpo suo quell’onorata sepoltura, che tanto nobile spirito aveva meritato, perché non fu nessuno artefice, che dolendosi, non piangesse, e insieme alla sepoltura non l’accompagnasse. Fin qui il Vasari.

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Discepolo di Liberale Veronese, nato nel 1470, morto 1540. Fu la prima applicazione di Gio. Francesco Caroti, l’ajutare assiduamente al suo maestro: poi avendo vedute le opere, che Andrea Mantegna in Verona fatte aveva, partitosi con suo buon gusto da Liberale, nella città di Mantova con esso Andrea Mantegna si accomodò. Fece gran profitto nell’arte ed arrivò a segno, che Andrea dava fuori per sue le pitture di lui. Partitosi poi da tal maestro, operò in Verona nella Chiesa dello Spedale di San Cosimo, in quella de’ Frati Gesuati, e de’ Frati di San Gregorio, di Santa Eufemia e di molte altre Chiese di quella città. In Milano dipinse per Antonio Maria Visconti in casa sua propria; per Guglielmo, Marchese di Monferrato, colorì in una sua Cappella storie del Testamento vecchio e nuovo, in quadri diversi, ed altre cose; ed in San Domenico la Cappella maggiore. Era egli da malevoli stato imputato di non saper far altro, che figure piccole; onde per far vedere al mondo quanto quelli s’ingannassero, tornatosene a Verona, dipinse in San Fermo, Convento de’ Frati di San Francesco, una tavola per la Cappella della Madonna, con figure maggiori del naturale, che riuscì la migliore opera, che egli avesse fatto fino a quell’ora: e in essa figurò Maria Vergine con Sant’Anna, e molti Angeli e Santi, ed altre opere fece in quella città. Divenuto vecchio, e perciò alquanto più debole nell’operare, fu ricercato dal Vescovo di dipignere in Duomo alcune storie di Maria Vergine, con disegno ed invenzione di Giulio Romano; ma non volle farlo a patto veruno, come quegli, che avendo in grande stima sé stesso, non mai aveva posto in opera concetti di altri; per lo che furon date a fare a Francesco, detto il Moro. Si dilettò molto del rilievo, e modellò assai bene: ed ebbe un certo gusto particolare in accomodare bene i panni addosso alle figure. Fece alcuna volta ritratti in medaglie, e fra gli altri quello di Guglielmo, Marchese di Monferrato; molti anche ritrasse in pittura, fra’ quali piacque assai quello di Girolamo Fracastoro, celebre Poeta de’ suoi tempi, di cui fu amicissimo. Fu il primo, che in Verona facesse bene i paesi. Non volle mai nelle sue pitture adoperar vernice, se non negli scuri, quella mescolando co’ colori e con olj ben purgati; affermando, che quella guastava i quadri, e presto li faceva invecchiare, cosa forse non del tutto lontana dal vero. Fu Gio. Francesco un bizzarro cervello, o come volgarmente si dice, un bell’umore, nelle risposte prontissimo e vivace, ed ogni cosa metteva in ischerzo: e se alcuna volta eran notate le sue pitture o sacre o profane, ch’elle si fossero, di qualche difetto, egli data mano a qualche arguto concettino, così bene lo salvava, che non solo gli veniva fatto il purgare l’errore, ma lasciava il riprensore fra le risa, con gusto e satisfazione grandissima; e molto potrebbe dirsi in questo particolare, che per il meglio, si lascia.

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Fioriva circa il 1520. Nel tempo, che operava in Roma il Divino Raffaello, visse ancora ed operò in essa città un valente Pittore di Bruselles, per nome Bernardo Van-Orlai. Questi, essendosi a principio fatta una maniera, che pendeva verso il secco, modo di dipignere antico: col darsi poi a vedere e studiare le pitture dello stesso Raffaello e de’ suoi buoni discepoli, come Giulio Romano ed altri simili, quella manchevole maniera, mutò in altra molto nobile e vaga. A questo artefice, tornato ch’e’ fu alla patria, fu data la cura di far condurre tutte le bellissime tappezzerie, che i Papi, Imperatori e Re facevano fare in Fiandra, con disegni di pittori Italiani: e non è mancato chi affermi, che alcune tappezzerie, in cui sono rappresentate storie di San Paolo, che si vedono nella Guardaroba della Maestà del Re di Francia, le quali furono sempremai stimate, fatte con disegno di Raffaello, fossero disegnate da Bernardo sopra alcune piccole invenzioni dello stesso Raffaello. È stata anche opinione, che alcune altre bellissime tappezzerie, in cui si vedevano le cacce dell’Imperatore Massimiliano, tessute con gran quantità d’oro, le quali furono già di Monsù di Ghisa, e sono state credute fatte con disegno d’Alberto Duro, ancor’esse siano state inventate da Bernardo, forse nel tempo ch’e’ egli cominciava a migliorare la prima maniera. Ma comunque si sia la cosa, giacché io non avendo veduto quest’opere, non ne so dare giudizio, egli è certo, che a questo Bernardo, per la sua virtù, toccò a sostenere il carico di soprintendere a tutte le opere di pittura e di tappezzerie, che dall’Imperatore Carlo V si facevan fare in quelle parti, siccome a tutti i vetri, che si fecero per le chiese di Bruselles. Ebbe costui un discepolo, che fu anche suo ajuto nel dipignere, che si chiamò per nome JONS, gran pittore di paesi, che dicono anche aver lavorato in dette cacce dell’Imperatore Massimiliano. Fu similmente suo scolaro PIETRO KOECK, nativo d’Alost, buonissimo pittore ed architetto, il quale poi, come si è narrato nelle notizie della sua vita, se ne passò in Turchia.

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Discepolo ed Erede di Raffaello da Urbino, nato 1492, morto 1546. È Universale opinione degl’intendenti dell’arte, che Giulio Romano, tra’ moltissimi discepoli, che ebbe il gran Raffaello da Urbino, fosse il migliore. Quest’artefice fu dotato dal cielo di una natura gioviale e docile, a cagion della quale, essendo dolcissima la sua conversazione, e non ordinaria l’integrità de’ suoi costumi, fu dal maestro singolarmente amato: ed oltre a ciò, se ne servì il medesimo in ajuto nelle più importanti e più rinomate opere sue: e fra queste nelle Logge Papali di Leone X, dove si dice, che dipignesse di sua mano la storia della Creazione di Adamo e degli Animali, l’Arca, il Sacrifizio ed altre. Fecegli anche operare nella Camera di Torre Borgia, e in molte storie della Loggia de’ Ghigi. Faceva esso Raffaello l’invenzioni e i disegni di diverse architetture, e a Giulio poi gli faceva tirare e rimisurare in grande; onde avvenne, che egli diventò quel buon Pittore e Architetto, che è noto. Dopo la morte del maestro, finì, insieme con Gio. Francesco, detto il Fattore, suo condiscepolo, molte opere di lui, rimaste imperfette. Fece il disegno del Palazzo e Vigna sotto Monte Mario, detto di Madama, pel Cardinale Giulio de’ Medici, poi Clemente VII e similmente del Palazzo sopra il Monte Janicolo per Baldassarre Turini di Pescia, nel quale ancora dipinse di sua mano molte storie de’ fatti di Numa Pompilio, che si trova forse già in tal luogo sepolto. Fece anche il disegno di molte altre fabbriche della città di Roma. Dipoi, per opera del C. Baldassarre Castiglione, che molto l’amava, fu mandato a’ servigj del Marchese di Mantova suo Signore, pel quale fece di opera rustica il modello del Palazzo del Te, e vi dipinse di sua mano storie di Psiche e de’ Giganti. Rifece più stanze del Ducale Palazzo, e vi aggiunse varj abbellimenti. Coll’ajuto di Rinaldo Mantovano suo discepolo, vi dipinse la guerra Troiana: fece il modello della Villa di Marmirolo: e per le case de’ particolari e chiese della città, condusse molte pitture. E in somma l’abbellì tanto di fabbriche, fatte con suo disegno, e di altre opere di sua mano, e con sua industria seppela così bene difendere ed assicurare dalla inondazione del Po, che in que’ tempi molto la travagliava, che dal Duca fu ordinato, che niuno de’ cittadini potesse in essa fabbricare senza il disegno di lui. Edificò per sé medesimo, nella stessa città, una bella casa, rincontro alla Chiesa di San Barnaba, dove essendo fatto ricco, abitò fino alla morte. Veggionsi di mano di quest’artefice disegni infiniti, perché oltre a molti, che gli occorsero fare per l’opere, gli bisognò tuttavia disegnare invenzioni di fabbriche, e pitture da farsi in diversi luoghi, oltre alle molte, che egli condusse, le quali in Italia e in Francia furono stampate in rame. Dilettossi oltremodo dell’antiche medaglie, di cui fece una numerosa, e molto preziosa raccolta. Occorse finalmente, che essendo morto in Roma Antonio da San Gallo, Architetto celebratissimo, che assisteva alla fabbrica di San Pietro, fu richiesto Giulio di volergli succedere in tal carica: al che fare, egli incontrò infinite difficoltà, e da coloro, che in Mantova governavano, e dagli amici e da’ congiunti. Or mentre egli andava industriosamente superando, già risoluto di rimpatriare, e godere dell’onore offertogli, sopraggiunto da grave infermità, nell’età sua di anni cinquantanove, diede fine a questa vita mortale, e nella nominata Chiesa di San Barnaba fu onoratamente sepolto.

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Discepolo ed Erede di Raffaello da Urbino, nato nel 1488, morto 1528. Toccò in sorte a questo Artefice di esser messo, fin da piccolo fanciullo, nella scuola del gran Raffaello, come noi usiamo dire, per fattorino; onde fino da quella età fu chiamato il Fattore, cognome, che poi ritenne per tutto il tempo di sua vita. E perché fu giovane di buona natura, meritò, che Raffaello, in vita, se lo tenesse come figliuolo, ed in morte, lo lasciasse, insieme con Giulio Romano, altro suo amato discepolo, erede delle sue facoltà. Fu gran disegnatore, e tanto ne’ disegni, i quali usava di terminare con gran diligenza, quanto nell’opere, imitò assai la maniera del maestro: al quale, con altri suoi condiscepoli, ajutò nelle Logge de’ Leoni, e a’ cartoni per gli Arazzi della Cappella del Papa e del Concistoro. Operò bene di paesi e di prospettive, e fu il suo colorire tanto a fresco, che a tempera e a olio, molto lodevole. Dipinse a Monte Giordano in Roma una facciata a chiaroscuro: e in Santa Maria dell’Anima un San Cristofano alto otto braccia, con un romito dentro una caverna. Ajutò ancora al maestro nella Loggia de’ Ghisi in Trastevere, ed in molte tavole e quadri: e dopo la di lui morte, insieme con Giulio Romano, finì molte delle sue opere, che rimasero imperfette, e particolarmente quelle della Vigna del Papa e della Sala grande di Palazzo. Venutosene poi a Firenze, fece per Lodovico Capponi, sul canto di una sua villa, detta Mont’Ughi, sopra l’erta canina, lontano un miglio dalla città, fuori della Porta a San Gallo, un tabernacolo, che ancora oggi si conserva, dove figurò Maria Vergine con Gesù. Andatosene a Napoli vi si trattenne qualche tempo, appresso a Tommaso Cambi Fiorentino, che molto lo favorì, e vi fece opere assai, e guadagnò gran denari; ma come quello, che molto si dilettava di giuoco, mandando sempre ad un medesimo passo le perdite di quello, co’ guadagni del suo mestiero, giunto all’età di quarant’anni, e sopraggiunto dalla morte, ebbe poco che pensare a provvedersi di erede.

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Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva nel 1520. Fra i moltissimi sugggetti, che d’ogni stato e d’ogni condizione goderono la umanissima cortesia del gran Raffaello da Urbino, negl’insegnamenti dell’arte della pittura, uno fu un certo Prete da Urbino, che anche fu suo parente, ed uno delli tre, fra’ quali Raffaello venuto a morte, distribuì le cose sue. Tali furono esso Prete, Giulio Romano, e Giovanfrancesco, detto il Fattore, tutti suoi discepoli. Fiorì anche in questi tempi un altro discepolo di Raffaello, detto il PISTOJA, delle opere del quale non si è potuto aver notizia.

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Originario di Firenze, pittore e architetto. Discepolo di Raffaello da Urbino, nato a Volterra l’anno 1481, morto 1536. Di questo singolarissimo Artefice, onore della città di Siena, e anche possiamo dire di Volterra e di Firenze, scrisse tanto Vasari con sì buone e sicure notizie, che a noi poc’altro riman da notare, se non quanto è necessario per l’assunto nostro, che è di soddisfare all’università dell’istoria, col dare anche di coloro, de’ quali fu da altri scritto, una sommaria informazione. E’ dunque da sapersi, come in quegli antichi, ne’ quali la nostra città era molto travagliata dalle civili discordie, un nobile cittadino di essa, chiamato Antonio Peruzzi, desideroso di quiete, si portò alla città di Volterra, dove fermò sua stanza, e l’anno 1480 si accasò. Di suo matrimonio nacque un figliuolo, che si chiamò Baldassarre, quegli, di cui ora parliamo, e di una figliuola, il cui nome fu Verginia. Occorse poi il caso del Sacco di quella città, a cagion del quale, al misero Antonio fu d’uopo, dopo aver perduto tutto il suo avere, partirsi: ed a Siena, con sua famiglia rifuggirsene, e quivi sua vita menare in gran penuria. Ma perché verissima cosa è, che bene spesso più giovano per una buona e virtuosa educazione de’ piccoli figliuoli, e per isvegliare in essi il desiderio delle virtù, le domestiche scomodità, o vogliamo dire una certa tal quale necessità di quello, che gli agi e la soverchia abbondanza non è solita fare; Baldassarre il fanciullo, che dotato era da natura di un bel genio a cose di disegno, per desiderio di sollevar sé stesso e la casa, diedesi prima alla pratica di persone dell’arte, e poi con tanto fervore agli studj della medesima, che poi poté fare gli altri progressi, che son palesi al mondo. Delle prime opere, che costui condusse in pittura, oltre ad alcune cose in Siena, fu una Cappelletta non lungi dalla Porta Fiorentina, nella nominata città di Volterra. Dipoi se ne andò a Roma, e fatta amicizia con Piero Volterrano, che operava colà per Alessandro VI Sommo Pontefice, si acconciò appresso di lui: poi stette con un ordinario pittore, che fu padre di Maturino, lavorando per esso; e finalmente avendo dato saggio di sé, cominciò ad esservi adoperato. Dipinse in Sant’Onofrio e in Santo Rocco a Ripa; poi fu condotto ad Ostia, dove in compagnia di Cesare da Milano, dipinse nel Mastio della Rocca, a chiaroscuro, storie militari de’ Romani antichi. Tornato a Roma, e incontratosi nel favore e protezione di Agostino Ghigi, poté, con suoi ajuti di costà, trattenersi a maggiori studj dell’arte sua, e particolarmente di cose di architettura, per le quali non gli fu di poco giovamento la concorrenza di Bramante, che in que’ tempi faceva gran figura. Molto ancora si applicò alla prospettiva; onde dipinse poi le belle cose, che si veggono di sua mano in Roma, toccanti tale facoltà: ed inventò le nobili prospettive per le commedie, che si fecero ne’ tempi di Papa Leone, le quali, per fuggir lunghezza, e perché da altri furono raccontate, tralascio. Avendo egli dipinta la facciata della casa di Messer Ulisse da Fano, con istorie di Ulisse, cominciò ad entrare in credito d’uomo singolare nella pittura; né minor gloria gli procacciò il bel modello, che egli fece di sua invenzione del Palazzo di Agostino Ghigi, il quale egli medesimo dipoi adornò al di fuori con istorie di terretta; siccome vi dipinse le prospettive della Sala, e le istorie di Medusa nella loggia in sul giardino: dove alcune cose condusse ancora Fra Bastiano del Piombo, della sua prima maniera; e dove fece anche il gran Raffaello da Urbino la Galatea rapita da i Marini. È di sua mano la facciata, dipinta a prospettive, della casa che fu di Jacopo Strozzi, per andare in Piazza Giudea. Dipinse per Ferrando Ponzetti o Puccetti, poi Cardinale, la Cappella nella Pace, con piccole istorie del Vecchio Testamento, ed alcune figure grandi; e per la medesima Chiesa condusse la bellissima storia di Maria Vergine nostra Signora, che sale al Tempio, e tennesi alla maniera di Giulio Romano e di Raffaello. Coll’occasione, che fu dato il bastone di Santa Chiesa al Duca Giuliano de’ Medici, dovendosi dal Popolo Romano fare il solenne apparato, fu a Baldassarre data incumbenza di fare uno de’ sei gran quadri, alto sette canne, e largo tre e mezzo, in cui rappresentò quando Giulia Tarpea fece il tradimento a’ Romani; e fece la prospettiva per la tanto celebre commedia, che allora fu recitata; ed anche infinite altre architetture e prospettive, le quali tutte cose furono stimate le migliori, che si fossero vedute in quelle feste. Per Francesco Bozzio, vicino alle case degli Altieri, dipinse la facciata con istorie di Cesare, nel fregio della quale ritrasse al vivo tutti i Cardinali allora viventi, e i dodici primi Imperadori. Chiamato a Bologna a fare il modello della facciata di S. Petronio, fu ricevuto nella casa del Conte Giovambatista Bentivogli, nella quale fece modelli, piante e profili bellissimi per quella fabbrica, operando ad oggetto di non rovinare il vecchio, ma di adattarlo con bella grazia alle sue nuove invenzioni. Mentre che egli si trattenne in quella casa, fece pel detto Conte Gio. Battista un maraviglioso disegno a chiaroscuro della Natività di Cristo, e visita de’ Magi, che poi fu da quel Signore fatto mettere in opera in pittura da Girolamo Trevigi; e oggi si conserva l’istesso disegno, come cosa rarissima, in Firenze dagli eredi del Conte Prospero Bentivogli, fra l’altre cose di gran pregio, che possiede quella nobilissima casa in simil genere, come quella che fu sempre amatrice di queste belle arti, siccome di ogni altra virtù. Fece similmente Baldassar Peruzzi, per la Chiesa di San Michele in Bosco, il disegno della Porta; e quello del Duomo di Carpi, nella qual città diede principio all’edificazione della Chiesa di San Niccola: e furono ancora con suo disegno fatte le fortificazioni della città di Siena. In Roma molte bellissime fabbriche furono fatte con suo modello, e molte ancora coll’assistenza di lui ebbero loro fine, che da altri erano state incominciate. Parve che al pari di sua virtù fosse questo artefice accompagnato dalla disgrazia; imperciocché piccioli furono per lui gl’infortunj, che detti abbiamo, a paragone di quei tanti, che gli convenne sostenere dipoi nel rimanente di sua vita. Trovavasi egli tuttavia in Roma l’anno 1527 quando occorse il fiero caso del crudele saccheggiamento; onde al povero Baldassarre, oltre alla prigionia in mano degli Spagnuoli, toccò a sostenere, per opera de’ medesimi, grand’ingiurie e strapazzi. Avendolo poi quegli riconosciuto per pittore e per uomo singolare, gli bisognò per guiderdone de i pessimi trattamenti, far loro il ritratto di Borbone stesso, che poc’anzi a costo della propria vita, scarsa ricompensa della di lui crudele malvagità, aveva fatto tanti danni, e posto in tante lagrime quella sempre gloriosa città. Fatto ch’egli ebbe il ritratto di Borbone, prese la strada per ritorno a Siena, dove, a cagione di nuova invasione, patita in quel viaggio da’ malandrini, o dagli sparsi soldati, giunse finalmente scalzo e ignudo; ma perché egli portava con seco sé stesso, e conseguentemente il gran nome acquistatosi in Roma, e la propria virtù, non gli mancò chi si tenesse a grand’onore di rimetterlo bene in arnese, e provvederlo decentemente in tanta sua calamità. Poi vi fu provvisionato dal pubblico; ma fermati che furono i rumori, e purgati i sospetti, egli se ne tornò a Roma, dove più che mai diedesi agli studj di architettura e delle mattematiche: e cominciò a scrivere un libro delle antichità di Roma, ed un Comento di Vitruvio, facendo luogo per luogo disegni e figure per espressione de’ concetti di quell’Autore. In questo tempo fece il disegno per un Palazzo de’ Massimi, da fabbricarsi in forma ovale, con un vestibolo di colonne doriche nella facciata dinanzi. Venuto finalmente l’anno 1536 e del nostro artefice il cinquantesimoquinto, trovandosi egli aggravato dalle molte fatiche, sopraggiunto da gravissime infermità, fece da quest’all’altra vita passaggio, e nella Chiesa della Rotonda, accompagnato il suo corpo da tutti i professori, fu sepolto presso al luogo, ove già al cadavere del gran Raffaello era stata data sepoltura. La morte di questo uomo singolare fu di estremo dolore agli intendenti, e di danno inestimabile alla città di Roma, a cagione delle grandi opere, particolarmente d’architettura, pubbliche e private, che doveano aver da lui incominciamento e fine: e molto ne patì la Basilica di San Pietro, per la cui terminazione egli era stato destinato da Paolo III in compagnia d’Antonio da San Gallo. Fu Baldassarre Peruzzi gran disegnatore, inventore maraviglioso, e molto imitatore della maniera di Raffaello . Veggonsi i suoi disegni, tocchi d’acquerelli a chiaroscuro con numero grandissimo di figure, e abbigliamenti nobili, nella raccolta della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana. Molti furono i discepoli di Baldassarri nella pittura e architettura, e fra questi un tal Francesco Senese, Virgilio Romano, Antonio del Rozzo, il Riccio, l’uno e l’altro Senesi, e Giovambatista Peloro architetto. Ricevette anche da Baldassarre buoni precetti di architettura, un certo Tommaso Pomarelli, cittadino di Siena, il quale talvolta operò in compagnia di lui: e dicesi, che al tempo di Pandolfo Petrucci, pensando i Senesi di fare un fosso, che doveva giugnere fino al mare, ed i portici della Piazza, ne fossero con invenzione del Petrucci delineate le piante dallo stesso Pomarelli: siccome quelle ancora del primo e secondo ricinto della medesima città. Ancora fu scolare del Peruzzi, Girolamo, detto Momo da Siena, che operò bene in pittura, del quale si videro molte cose in Roma, e particolarmente la Cappella della Trasfigurazione in Araceli, e un quadro sopra la porta della Sagrestia in sulla maniera di Raffaello : ed aveva anche dipinto dietro all’Altar maggiore nella Chiesa di San Gregorio: ed è certo, che se a questo artefice non avesse la morte troppo presto troncato il filo della vita, egli sarebbe pervenuto in quell’arte a gran segno. Cecco Sanese fu pure discepolo del Peruzzi, e fece in Roma l’Arme del Cardinale di Trani in Piazza Navona, ed altre opere.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520. Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina di Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera. Stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti. A cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori.

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Discepolo di Liberale Veronese, fioriva nel 1536. A questo Pittore, nella sua fanciullezza, fu dato qualche principio nell’arte, nella città di Venezia, da Giorgione; ma perché fino da quell’età ebbe egli uno spirito fiero, e molto dedito alle risse, avendo contesa in Venezia con una tal persona, malamente la percosse; onde gli bisognò, lasciati gli studj del disegno, a Verona tornarsene, dove, per la pratica, che aveva in maneggiare ogni sorta d’armi, e per le sue per altro avvenenti maniere, fu talmente accarezzato da que’ Nobili, che facevano a gara per chi lo potesse avere in conversazione, che dato bando al disegno ed alla pittura, in breve si ridusse in istato, come se mai disegnato non avesse. Poi, a persuasione de’ medesimi, rimessosi all’arte, sotto gli ammaestramenti di Liberale, in breve, per la vivezza del suo ingegno, non solo risarcì il perduto, ma divenne valente pittore. Tenne sempre la maniera del suo maestro Liberale, non lasciando però nel colorire sfumato, che faceva, d’accostarsi al modo di fare di Giorgione. Dipinse a fresco in Verona la Cappella maggiore del Duomo e la volta, con disegno di Giulio Romano, perché così volle il Vescovo Gio. Matteo Giberti, che tale opera fece fare, ed in essa dipinse storie di Maria Vergine. Operò in Santa Maria in Organo, in Santa Eufemia ed altrove. Colorì la facciata della casa de’ Manuelli dal Ponte Nuovo, e di Torello Saraina, che fece il libro dell’Antichità di Verona; e similmente in Friuli la Cappella maggiore della Badia di Rotazzo; e operò in Venezia. Fu ottimo coloritore e diligentissimo, e perciò molto lungo nell’operare. Non lasciò mai andar lavoro, ch’ei non accettasse; onde fra il molto suo pigliar caparre per far opere, e tardi finirle, e l’essere alquanto manesco, ebbe che dire con molti di mala maniera, e spesso trovossi in brighe, sebbene mai non gli mancarono gli amici in gran copia, e uomini di tutta stima per lettere e per nobiltà fino alla sua morte, che gli seguì in età molto grave, nella città di Verona, nelle case de’ Conti Giusti, che fino da’ primi suoi anni avevanlo amato e favorito.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1540. Giulio Campi, ornamento e splendore della terza scuola di Lombardia, fu figliuolo di Galeazzo Campi, pittore ne’ suoi tempi assai lodato, dal quale imparò i principj dell’arte. Accenna il Vasari in alcune poche righe, che egli scrisse di lui, che egli si attenesse alla maniera del Sojaro, come migliore di quella di Galeazzo: e studiasse alcune tele, state dipinte in Roma da Francesco Salviati, per fare arazzi, che dovevano mandarsi a Piacenza al Duca Pier Luigi Farnese. Antonio Campi, fratello di Giulio e suo discepolo, e per conseguenza meglio informato del Vasari, nella sua Cronaca afferma, che egli imparasse l’arte da Giulio Romano: e questo dobbiamo credere esser la verità, benché possa essere anche molto vero, che egli dal padre avesse i principj. Soggiunge il Vasari, che egli ajutasse a Giulio nelle grandi opere nella città di Mantova, il che pure è assai probabile, perché si vedono alcune pitture del Campi, fatte col gusto di quel maestro. Dicesi, che le prime opere, che facesse Giulio sopra di sé, fossero alcune grand’istorie nel Coro della Chiesa di Sant’Agata di Cremona sua patria, nelle quali rappresentò il martirio di quella Santa, in cui si vede imitato grandemente il buon modo di dar tondezza alle figure, che tenne il Pordenone: è ancora in questa Chiesa una sua tavola a olio; e ancor giovane colorì tutta la Chiesa del Carmine fuori di Sonzino, terra del Cremonese. Dipinse in Santa Margherita storie a fresco della Vita di nostro Signor Gesù Cristo, nelle quali, com’io diceva, si scorge un nuovo so che della maniera di Giulio Romano. Colorì poi più facciate di case, insieme con Antonio e Vincenzio suoi fratelli minori. Fece alcuni quadri a olio, a’ quali, con altri di Bernardino Campi, fu dato luogo in certi spartimenti di stucchi messi a oro, nel Duomo nella Cappella del Santissimo, e una tela a tempera colla storia di Assuero, che servì per coperta dell’Organo: siccome ancora fece la pittura a olio dell’Altare di San Michele arcangelo. Vedesi una sua tavola in San Domenico; altre sue opere in Sant’Agostino, Chiesa degli Eremitani, ed in San Francesco; due tavole in San Lazzaro, luogo di sua sepoltura, come diremo: una tavola in Sant’Angelo, e due bellissime in Sant’Apollinari. Fuori della città di Cremona circa un miglio, è un Monastero, già de’ Monaci di San Girolamo, Religione oggi estinta: la Chiesa è d’una sola navata, con cappelle sfondate, con atrio, cupola e tribuna; il tutto fu dipinto per mano di tre artefici, che furono stimati i migliori, che avesse in quei tempi quella città, cioè Camillo Boccaccino, Bernardino, e’l nostro Giulio, il quale vi fece la tavola dell’Altare maggiore a olio, opera degnissima, per la gran copia di figure, e per altre sue nobili qualità: ed al parere de’ periti nell’arte, non è inferiore a molte di mano degli ottimi maestri Veneti. Furono dipinti anche da Giulio Campi nelle mezze lune, con quattro sacre istorie, i quattro Dottori della Chiesa, i fregi e prospettive: e in un altro partimento, dipinse la venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, figure bellissime, che essendo vedute di sotto in sù, fanno conoscere quanto valesse l’arte in costui: siccome una Vergine Annunziata, presso al finestrone, e alcuni fregi di putti. Luigi Scaramuccia, nel suo Libro delle Finezze de’ Pennelli Italiani, parlando di queste pitture, dice così. Subito si diedero a considerare l’opere famose de’ suddetti Campi, ma quelle di Giulio più distintamente riconobbero esser degne di maggiore reputazione di quelle degli altri due. Su le prime rifletterono sopra il volto della navata di mezzo, e viddero cose assai superbe; ma ne’ bracci della Croce, o lati che vogliam dire, della Cappella maggiore, di molto ebbero che considerare di più esquisito, e specialmente ne’ quattro spazi, ove rappresentati stanno i quattro Dottori della Chiesa, dello stesso Giulio, ne’ quali parve avesse fatto ogni sforzo; onde Girupeno molto ammirato se ne stava nell’esaminare una sì facile, ben fondata e maestrevole maniera: ed ebbe a dire esser tale, da potersi paragonare a qualsivoglia altra de’ Pittori Lombardi, da esso fino allora veduta: e per appunto gli fu riferto da un di que’ Monaci, che molti forestieri intendenti e pratici osservavano lo stesso: ed essere stati i Campi, in molte cose de’ principali Pittori, che s’imbevessero da senno il buon gusto del Correggio. Fin qui Luigi. È anche di mano del Campi in quella Chiesa la tavola de’ Santi Apostoli Filippo e Giacomo. In Mantova, nella Chiesa di San Pietro, rimodernata con disegno di Giulio Romano, dipinse il Campi la tavola della Cappella di San Girolamo. In Milano sono molti bellissimi parti dell’ingegno suo: nella Chiesa della Passione del Convento de’ Canonici Regolari è una tavola a olio di un Cristo Crocifisso, appresso la Vergine, con altre Marie, San Giovanni Evangelista, e Angeli attorno. In quella delle Monache di San Paolo, quattro storie della Conversione e altri fatti, nella quale opera fu ajutato da Antonio Campi suo fratello e discepolo. In Santa Caterina delle Monache Agostiniane, in una Cappella a man destra, è una tavola di Santa Elena. In quella del Monastero di Sant’Orsola delle Monache Francescane Scalze, il quadro dell’Altare maggiore, dov’è un Cristo morto. Nella Chiesa de’ Canonici Lateranensi, nell’ultima Cappella, una tavola a olio con Cristo in Croce, appresso la Vergine e San Giovanni: e negli archi son pure di sua mano, fatte a tempera, le Marie, in atto di andare al Sepolcro. Infinite altre opere fece egli per diversi luoghi vicini alla sua patria, oltre a gran numero di quadri, che furono portati in Ispagna, in Francia, ed in altre parti dell’Europa. Ebbe molti discepoli, e fra questi Vincenzio e Antonio suoi fratelli; de’ quali parleremo a suo luogo. Non è già vero, ch’egli fosse Maestro di Sofonisba Angosciola, e dell’altre sue sorelle, come accennò il Vasari nella vita di Benvenuto Garofalo; benché ella copiasse molti quadri di Giulio, come mostreremo nelle notizie di lei. Pervenuto finalmente, che fu quest’artefice in età assai matura, con gran dolore degli amatori dell’arte, se ne passò da questa all’altra vita nel mese di Marzo, l’anno 1572. Fu il suo corpo, con gran pompa, accompagnato, non solo da tutta la nobiltà di Cremona, ma ancora da Emanuel di Luna, Governatore di quella città, che l’avea grandemente amato: e afferma l’altre volte nominato Antonio Campi suo fratello nella sua storia, che questo, con gli altri Cavalieri, in quella pia azione, non potevano ritener le lagrime: e finalmente nella Chiesa di San Nazzario gli fu dato onorevole sepoltura. Fu questo nobile artefice valoroso nel dipignere a fresco, a olio, e a tempera, di bonissimo disegno, miglior colorito, e nelle figure grandi, e nel sottinsù conobbe pochi superiori a sé. Fu ancora buon architetto, e colorì bene architetture e prospettive, e in somma fu universalissimo in tutte le facoltà delle nostre arti.

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Nato 1507, morto 1573. In questi tempi fu pienissimo, per così dire, il mondo tutto, dell’ottima fama del celebre prospettivo e architetto, Jacopo Barozzi da Vignola, terra nobile del Milanese. Questi, non solo per le opere sue egregie, ch’ei condusse, in ciò che all’architettura appartiene; ma eziandio per li suoi dotttissimi scritti di simili facultadi, meritò non solo, che il tanto celebre Mattematico Egnazio Danti, Religioso dell’Ordine de’ Predicatori, eletto Vescovo d’Alatri, dopo la morte di lui, volgesse ogni applicazione, non pure a pubblicare colle stampe a proprie spese, i suoi Trattati, con impiegare il proprio intelletto in ridurgli anche più godibili, coll’aggiunta di chiarissime dimostrazioni; ma eziandio, ch’egli medesimo obbligasse la propria penna a distendere una esattissima Narrazione della vita, dell’opere e dell’altre singolarissime qualitadi o doti, che l’animo di lui adornarono. Dovendo io adunque in questo luogo far menzione d’un uomo sì celebre, sono andato fra me stesso pensando, s’io dovessi contentarmi di compendiare, quanto dallo stesso Frate Egnazio fu scritto, il tutto riducendo al mio solito periodo, qualunque esso si sia, o oscuro o melenso. Ma considerando da una parte, non esser giusta cosa il privare, o punto o poco, la posterità della notizia di tante e assai nobili doti di sì gran virtuoso: e dall’altra riflettendo alla dignità del soggetto, che esse notizie scrisse e pubblicò; mi son risoluto a far cosa, che io non mai, o rarissime volte feci nel descrivere i fatti di molti celebri uomini: mi son risoluto, dico, di copiare distintamente di parola in parola, quanto lo stesso Danti nel 1583, dieci anni appunto dopo la morte del Barozzi, scrisse e pubblicò a principio dell’opera, che intitolò Le due Regole della Prospettiva Pratica di Mess. Jacomo Barozzi da Vignola, con i Commentarj del R. P. Egnazio Danti dell’Ordine de’ Predicatori, Mattematico dello studio di Bologna. Dice egli dunque così. Coloro, che sono ascesi a quei gradi d’eccellenza, che la scala degli onori di questo mondo s’ha in ogni maniera di virtù e di scienza prescritti per supremi, quasi sempre vi sono stati guidati dalla Natura per asprissime e faticosissime strade. E questo fa ella per avventura, per mostrare a quelli, che son nati negli agi e nutriti nelle delizie, che altri, che la virtù non ha parte alcuna di sublimare altrui a così fatti gradi, e che difficilissimo, e quasi impossibile sia il poterci altramente arrivare. Di che se ne sono in ogni tempo veduti infiniti esempi, tra i quali al presente è rarissimo questo del Barozzi; imperciocché avendosi ella proposto di sublimarlo nei primi gradi dell’eccellenza della nobilissima Arte dell’Architettura e della Prospettiva, ridusse Clemente suo padre a sì estrema necessità, che gli convenne, per le discordie civili, abbandonare Milano sua patria, dove egli era nato di sì nobile famiglia, ed eleggere per sua stanza Vignola, Terra, che per essere capo del Marchesato, e però convenevolmente nobile e di civili abitatori ripiena. Dove nel 1507 il dì primo d’Ottobre, gli nacque Jacomo suo primo figliuolo, di madre Tedesca, figliuola di un principal condottiere di fanterie. E perché in quello esilio della patria non pareva che potesse aver luogo tanta felicità, che Clemente lo vedesse indirizzato, come desiderava; appena vide gli anni dell’infanzia di lui, che passò di questa a miglior vita. Rimaso Jacomo senza padre, e fuor della patria, avendo in quella tenera età l’animo ardentissimo alla virtù, si trasferì subito a Bologna, per attendere alla pittura. Ma accorgendosi poi di non fare in essa molto profitto, così per non avere quella buona istituzione, che a così difficile arte fa di mestiere: come anco per aver occupato quasi tutto il tempo nel disegno delle linee, dove maggiormente si sentiva inclinato, si voltò quasi del tutto agli studj dell’Architettura e della Prospettiva. Nella quale, senza veruno indirizzo, riuscì da sé stesso di tanta eccellenza, che con la vivacità dell’ingegno suo ritrovò queste bellissime e facilissime regole, che ora vengono in luce, colle quali si può con molta facilità, e con usarvi pochissima, o niente di pratica, ridurre in disegno qualsivoglia difficil cosa: invenzione nel vero degna dell’ingegno suo, ed alla quale nessuno arrivò mai nel pensiero prima di lui. Avendosi dunque in quest’arte acquistato nome di valent’uomo, ebbe occasione in Bologna di mostrare il valor suo, e di farvi molte cose di pregio: tra le quali furono grandemente stimati i disegni che fece per Mess. Francesco Guicciardini, il quale essendo allora Governatore di quella città, gli mandò a Firenze per fargli lavorare di tarsia da eccellenti maestri. E sapendo il Barozzi, che non bastava il leggere solamente quei precetti, che lasciò scritti Vitruvio Pollione, intorno all’Architettura; ma che oltre a ciò, bisognava vederli osservati in atto nelle vive reliquie degli antichi edificj; si trasferì a Roma, come in luogo particolarmente per qualità e numero di essi chiarissimo e famosissimo. Ma perchè bisognava pure procurare intanto il vivere per sé e per la famiglia; esercitava talvolta la pittura, non levando però mai l’animo dall’osservazioni dell’anticaglie. In quel mentre essendo stata instituita da molti nobili spiriti un’Accademia d’Architettura, della quale erano principali, il Signor Marcello Cervini, che poi fu Papa, Monsignor Majfei, ed il Signore Alessandro Manzuoli. Lasciò di nuovo la pittura, ed ogni altra cosa: e rivolgendosi in tutto a quella nobile esercitazione, misurò e ritrasse per servizio di quei Signori tutte l’antichità di Roma: donde si partì l’anno 1537 essendo stato condotto in Francia dall’Abate Primaticcio, eccellentissimo Pittor Bolognese, a i servizi del Re Francesco I; il qual volendo fare un palazzo e luogo di delizia di tal eccellenza, che agguagliasse la grandezza del generoso animo suo, e di superare con quella fabbrica tutti gli altri edificj, che per l’addietro fossero stati fatti da qualsivoglia Principe del mondo; Volle, ch’egli gli facesse i disegni e modelli di essa, i quali poi non furono del tutto messi in esecuzione per cagione delle guerre più che civili. Contuttociò fece a quel Re molti altri disegni di fabbriche, che furono messi in opera, e particolarmente i disegni e cartoni di prospettiva, dove andavano istorie del Primaticcio, che nel Palazzo di Fontanablò furono dipinti; facendo nel medesimo tempo gettare di metallo molte statue antiche, le quali erano state formate in Roma, la più parte d’ordine suo. Ma non avendo potuto effettuare il tutto compiutamente, per essere stato costretto quel Re a rivolger l’animo a cose maggiori, se ne ritornò a Bologna, chiamato e pregato strettamente dal Conte Filippo de’ Peppoli, Presidente di San Petronio, per farlo attendere a quella fabbrica, intorno a i disegni della quale si occupò fino all’anno 1550, non avendo quasi potuto farvi altro per le molte competenze, che si trovò di persone, le quali non sapevano cercar fama, se non con opporsi, affinché l’opera non camminasse avanti: vizio naturale d’alcuni, che conoscendo l’imperfezione loro, non possono vedere, se non con gli occhi pregni d’invidia, arrivar altri dove essi possono solamente col temerario ardir loro avvicinarsi; ma non poté però operar tanto questa sciocca emulazione, che finalmente non si conoscesse il valor suo, e l’altrui malignità. Perciocchè essendo stati chiamati Giulio Romano, nobilissimo Pittore e Architetto, e Cristefano Lombardi, Architetto del Duomo di Milano, a dar giudicio sopra quei disegni: vedutili e consideratili maturamente, approvarono quei del Vignola, con pubblica scrittura, per eccellentissimi sopra tutti gli altri. In quel medesimo tempo, oltre a molt’altre cose, fece un Palazzo a Minerbro, pel Conte Alamanno Isolano, con ordine e disegno molto notabile e maraviglioso. Fece la casa del Bocchio, seguitando l’umore del padrone di essa: e condusse con incredibil fatica, il Canale del Navilio dentro Bologna, dove prima non arrivava se non tre miglia appresso.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1550. Tra i Discepoli di Giulio Romano riuscì d’ottimo talento Gio. Batista Mantovano, che attese alla Scultura, e all’intaglio in rame, come mostrano le carte uscite dalle stampe, fra le quali è una Vergine, che ha la Luna sotto i piedi, e il figliuolo in braccio; e similmente alcune teste armate di cimiero all’antica; evvi ancora una carta di un Marte armato, che siede sopra un letto, e Venere, che sta allattando un Cupido, il quale graziosamente rimira. Veggonsi ancora alcune carte dove è un Capitano di bandiera a piede ed uno a cavallo: e due altre grandi, ove è figurato l’incendio di Troja e altre molte. Usò quest’artefice segnar le sue carte colle lettere I.B.M. Fiorì anche ne’ medesimi tempi Enea Vico da Parma, anch’egli valente intagliatore, il quale intagliò buona quantità d’opere del Rosso, la Leda di Michelagnolo, e la storia della Juditta, da lui dipinta nella Cappella, il ritratto del Bandinello, con molte invenzioni e disegni del medesimo: siccome ancora ad istanza di Cecchino Salviati, la bella storia della Conversione di San Paolo, con gran numero di figure e cavalli; similmente i ritratti del Signor Giovanni de’ Medici, di Cosimo il Granduca suo figliuolo, dell’Imperador Carlo V d’Arrigo Re di Francia, del Bembo, dell’Ariosto, del Gello Fiorentino, del Domenichi, e di molti altri uomini de’ suoi tempi, di Laura Terracina, del Doni, del Morosino ed altri. Datosi poi agli studj dell’antichità, diede alle stampe più libri di medaglie d’Imperadori e loro mogli, co’ rovesci di esse medaglie. Fece un albero di tutti gl’Imperadori, che fu molto lodato. Portatosi poi a’ servigj di Alfonso II Duca di Ferrara, fece a quel Principe l’albero de’ Marchesi e Duchi di quella casa, appresso la quale viveva del 1568 in grande onore e stima.

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G Galeazzo Campi 230. Galeazzo Pisenti, detto il Sabionetta 330. Galeazzo Rivello, detto Barba 198. Gaudenzio Pittore 194. Geertgen di Sant’Jans, cioè Giorgio di San Giovanni Pittore 154. Gentile da Fabriano pittore 104. Giacomo Pampurino 200. Gio. Anton Beltraffo Pittore 213. Giovacchino Patener pittore 222. Gio. Antonio Razzi. Sua patria incerta 228. Fu trascurato e negligente nella sua professione. Sue opere. Morì allo spedale mendico 229. Gio. Battista Mantovano 333. Gio. Francesco Caroti pittore 184. Gio. Francesco Penni, detto il Fattore 240. Gio. Francesco Rustici 140. Fu uomo senza interesse e limosiniere, né teneva alcun conto del danaro 140. Atto, generoso fatto a favore d’un povero 141. Gio. Maria Chiodarolo 280. Gio. Van Calcker, detto Gio. Fiammingo 334. Giovanni Bellini Pittore, sue opere 124. Giovanni Cambioso 263. Giovanni Caroti 186. Giovanni Holbeen pittore 313. Fu mandato da Erasmo Roterodamo in Inghilterra appresso a Tommaso Moro. Sue molte opere e ritratti 314. Gran disgrazia seguitagli nella città di Londra. Fu grande amico e confidente del Re Enrico VIII, e fece il suo ritratto 315. Quadri di sua mano nella Tribuna dellaGalleria del Granduca di Toscana, bellissimi, e sua descrizione 317. Altre opere e ritratti in varj luoghi 319. Ritratto suo, e di sua mano vedesi nella stanza de’ Ritratti de’ Pittori nella detta Galleria 318. Giovanni Nani da Udine 278. Gio. Niccola 237. Giovanni Spagnuolo, detto lo Spagna 278. B. Fra Giovanni da Fiesole, detto Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori, e sue notizie 42. Capitolo di San Marco dipinto dal medesimo, e molte altre immagini sacre 44. Fu Miniatore eccellente. Semplicità del medesimo. Dipinse sempre immagini sacre 46. Rifiutò l’Arcivescovado di Firenze, e propose in luogo suo S. Antonino 47. Morte di esso, e suo Epitaffio. Ebbe un fratello della medesima Religione, uomo di santa vita, e gran Miniatore. Dalla scuola del P. Gio. venne poi quella di Tiziano 47. Giovanni di Paolo da Siena pittore 98. Giovanni della Robbia 131. Giovanni de’ Santi, padre di Raffaello da Urbino, Pittore, e sue opere 171. Giovanni, detto l’Olandese 312. Giovanni e Uberto Eyck fratelli 24. Dipignevano con colla e chiara d’uovo in vece d’olio, di cui ancora non era ritrovata l’invenzione. Inventò il colorire a olio 26. Non volle più esser veduto dipingere 27. Fu Consigliere segreto del Conte di Borgogna. Fece molte opere per l’Italia. Morte d’ambedue 28. Fecero molti allievi. Pittori, che fiorirono nella Germania alta, e nei Paesi Bassi dopo la mancanza di Giovanni e Uberto 29. Girolamo da Codignola 280. Girolamo Genga pittore 214. Girolamo Lombardo 291. Sue opere 293. Giulio Campi e sue opere 296. Giulio Caporali 289. Giulio Raibolini 190. Giulio Romano e sue opere 238. Grecia inventrice delle favole e falsi avvenimenti 71.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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I Jacob Corneliz Pittore 190. Jacomone da Faenza 241. Jacopo Barozzi da Vignuola, detto il Vignuola 321. Nasce nel Milanese, nella Terra chiamata Vignuola. Suoi viaggi in Francia 322. Sue opere in Bologna e altrove 323. Sua morte. Lasciò un figliuolo, chiamato Giacinto, anch’egli grande Architetto. Lettera scritta dal figliuolo Giacinto al Padre Ignazio Danti 326. Jacopo Cozzerelli 106. Jacopo Pachierotti 227. Jacopo Razzet 242. Jacopo Tagliacarne 263. Frate Jacopo da Turrita Francescano, e sue opere 88. Jacques Grimmaer Pittore 340. Jan Cornelisz Vermein Pittore 248. Jan di Mabuse Pittore 250. Fu uomo stravagante nel suo trattamento, e accidente seguito ad esso 251. Jan Mostaert Pittore 305. Fu valoroso Ritrattista. Sue buone qualità e opere 306. Jan Scorel Pittore 253. Viaggi suoi curiosi, e opere e disegni fatti nello stesso tempo. Dipinse in Gerusalemme molti luoghi santi, e lasciò ivi molti quadri suoi 255. Altre sue opere 256. Fu regalato da Gustavo Re di Svezia, a cui aveva mandato un bel quadro. Ebbe molte doti e ornamenti virtuosi, e fu letterato 257. Jan Svvart pittore di Frisia. Suoi discepoli 252. Jeronimo Bos e Compagni 242. Intagli in rame oscenissimi, fatti da Giulio Romano, e da Marc’Antonio Raimondi, proibiti 188. Invenzione del colorire a olio chi la trovasse 142. Ivos di Cleef, detto il Pazzo. Perché fosse detto Pazzo 215. Vanità e pazzia sua 216.

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