Nominativo - Giulio Mancini

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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In Firenze dipinse molte cose, ché il tempo ha distrutte. Nel Campo Santo di Pisa, nella facciata accanto alla Porta principale dipinse d’assai buona maniera molte Storie delle vite de’ Santi Padri; e nella Pieve d’Arezzo nella maggior Cappella colorì dodici Storie della vita di Maria Vergine. Questo Pittore, quando non mai in altro, in questo solo fu segnalato, per essere stato il primo artefice, che cominciasse ad ingrandire la maniera, avendo fatte le figure della volta della nominata Cappella alte quattro braccia, senza punto scostarsi dalla buona proporzione, e dal bello arieggiar di teste, ciò che fino al suo tempo non era stato praticato. Lavorò finalmente assai in San Pietro di Roma, ma il tutto per cagione della nuova fabbrica fu demolito. Dipinse ancora in molte altre Città, e luoghi d’Italia, che per brevità non se ne dice il particolare. Se vogliamo credere a quanto in un suo Manoscritto lasciò notato Giulio Mancini, convien dire, che ne’ tempi di quest’Artefice vivesse quel Paolo da Siena, che ritrasse Papa Benedetto X. e per ordine di lui rifece i Tetti della Chiesa di San Pietro di Roma.

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1686

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Questo Bartolommeo, secondo il Vasari, di casa Bologhini, o pure della nobil famiglia de’ Bolgarini, come in un suo manoscritto lasciò notato Monsig. Giulio Mancini, imparò l’arte di Pietro Laurati degnissimo discepolo di Giotto, e suo grand’imitatore. Colorì in Santa Croce di Firenze una tavola, che fu posta su l’altar della Cappella di San Silvestro, e lavorò assai in Siena sua patria, dove in una tavola fece il ritratto di Pietro suo Maestro, e dipinse ancora in altri luoghi d’Italia.

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1686

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G Gaddo Gaddi pitt. 10. 30. 43. Gherardo Starnina pitt. 102. Giolanda Regina di Napoli 90. Giorgio Vasari scrittore di Vite de’ Pittori 2. 3. 6. Giotto celebre pitt. 1. 6. Giotto di Maestro Stefano dipintore 33. B. Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori. 6. Gio: Patrizio Romano, e sua Moglie fondatori di S. Maria Maggiore in Roma 9. Mess. Gio: Boccaccio 11. 12. 25. Dott. Gio: Renzi Antiquario pratichissimo 41. Gio: da S. Stefano a Ponte pitt. Fior. *sua vita* 44. Gio: Andrea Carduino Segretario di Clemente VI. sua sepoltura 46. Gio: da Lignano Dott. di Legge sua sepoltura 46. Gio: Villani Istorico 55. Gio: degli Agli 56. sua Villa a Nuovoli, e Tabernacolo a detta Villa 56. Gio: da Milano pitt. *sua vita* 58. Gio: Torsicani pitt. Aretino sue opere 60. Gio: Tornabuoni Fiorentino fa di nuovo dipignere la Cappella maggiore di santa Maria Novella 64. Gio: da Pistoia pit. 73. Gio: Fetti scult. 80. Gio: Tedesco scult. 80. Gio: di Nostradama scrittore Franzese 89. Gio: da Bruggia inventore del colorire a olio 92. Gio: d’Asciano pitt. 95. Gio: de’ Medici, detto di Bicci 98. Gio: Gaddi pitt. Fiorentino *sua vita* 103. Gio: d’Ambrogio scult. 103. Monsign. Giulio Mancini scrittore 32. 70. 84. Gualtieri Duca d’Atene sua Arme 6. fortifica il Palazzo di piazza 33. sua cacciata di Firenze 33. 59. dipinto nella Torre del Potestà 59. Guariento Padovano, il primo che nello Stato Veneto migliorasse la maniera del dipignere 77. 79. origine del nome di Guariento 80. Guido Campese Contestabile de’ Fiorentini 27. Guglielmo da Forlì pitt. *sua vita* 28.

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1728

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Fu anche opinione di molti, che nella medesima Chiesa, accanto alla porta, che metteva in Convento, fosse di mano di Tommaso la figura a fresco di un Santo in abito di Vescovo. Ma il Vasari tenne opinione, che ella fosse di mano di Fra Filippo suo discepolo. Molte altre opere fece Tommaso, finché stimolato da desiderio di vedere le pitture degli altri artefici de’ suoi tempi, e parte per provvedere colla mutazione dell’aria a qualche imminente pericolo di sua sanità, se ne andò a Roma, dove subito che fu gustata la sua bella e nuova maniera di operare, fu adoperato in diversi lavori di tavole per molte Chiese, le quali poi nelle turbolenze sopravvenute a quella città, per lo più si smarrirono. Ad istanza del Cardinale di San Clemente nella Chiesa di esso Santo, che anticamente fu abitazione de’ Frati di Santo Ambrogio ad Nemus, Ordine, che ebbe suo principio in una boscaglia poco lontana da Milano, e dipoi estinto ne fu data la Chiesa da Urbano VIII. a’ Frati Domenicani; dipinse Masaccio, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, seguito dall’Abate Filippo Titi, in una Cappella, la Morte in Croce di Cristo Signor nostro fra due Ladroni, ed alcune storie di Santa Caterina Vergine e Martire. Ma Giulio Mancini in un suo Trattato di Pittura, che va attorno manoscritto, attribuisce tale opera a Giotto: e dice cavarlo, non meno dalla maniera, che dal tempo, il quale si riconosce in alcuni versi, che asserisce aver letto egli medesimo, scritti a lettere d’oro, a mano sinistra della tribuna, del tenore che segue: Ex annis Domini elapsis mille ducentis Nonaginta novem Jacobus Collega minorum Hujus Basilicæ titulo pars cardinis alti Huic jussit fieri, quo placuit Roma Nepote Papa Bonifatius VIII ……… proles.

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1728

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Nato 1479, morto 1554. È controversia fra alcuni intorno al luogo, onde questo artefice trasse i suoi natali. Vasari nella vita, ch’egli scrisse di lui, disse, che fu da Vercelli; e in quella, ch’egli scrisse di Mecherino nello stesso tempo, lo chiamò Gio. Antonio da Caravaggio. Isidoro Ugurgieri lo fa figliuolo di Jacopo Razzi, nativo di Vergelle, castelletto dello stato di Siena; e Monsignor Giulio Mancini in un suo Manoscritto lasciò notato, ch’egli fosse di un certo suo immaginato castello, chiamato Rivatero, perché in una denunzia, che si trova aver fatto il Soddoma al Pubblico di Siena l’anno 1531 di tutti i suoi beni, secondo l’ordine, che ne venne allora in quella città, egli scrisse Giovanni Antonio Soddoma di Bucaturo; avendo il detto Mancini, se pur non fu errore di chi copiò il suo manoscritto, letto in cambio di Bucaturo, Rivatero; o pure errò l’Ugurgieri, che notò la denunzia, scrivendo Bucaturo, in luogo di Rivatero: e di questa parola Bucaturo da nessuno è stato inteso il significato: ed io per me la stimo una delle solite leggierezze e buffonerie, che furon sempre inseparabili compagne di questo artefice. La verità però si è, che in Archivio della città di Siena, fra l’antiche scritture, si trova Magnicus eques Dominus Johannes Antonius de Razzis de Verzè Pictor, alias il Soddoma, per Rogo di Ser Baldassar Corte 1534. Sicché pare, che si possa concludere coll’Ugurgieri, che per la parola Verzè sia stato voluto significare il castello di Vergelle: e conseguentemente, che equivocasse il Vasari, il quale veggiamo avere equivocato altresì in farlo nativo di due luoghi, cioè di Vercelli e di Caravaggio, dicendo da Vercelli in luogo di Vergelle. Comunque si sia la cosa, dice lo stesso Vasari, che costui fu introdotto in Siena da certi mercanti, agenti delli Spannocchi; e che egli quivi si affaticò in studiare le opere di Jacopo della Fonte Scultore, altrimenti chiamato Jacopo della Quercia, le quali allora vi erano in gran pregio. Giovanni Antonio adunque fu così bene inclinato all’arte, e vi ebbe così buon gusto e disposizione, che dove e’ volle far bene, pochi poterono far meglio; ma come quegli, che ebbe ancora, e sempre nutrì in sé stesso lo spirito buffonesco, col quale era solito farsi largo con ogni condizion di persone, non seppe anche tenersi a segno nelle cose del mestier suo; onde lavorò bene, spesso senza studio o applicazione: in somma egli fece sempre tanto bene quanto volle, ma non moltissime furon quelle volte, che fu di tale umore. Operò in Roma, Volterra, Pisa, e, più che in altra città, in Siena, dove veggonsi, fra l’altre, alcune sue pitture di singolar bellezza, delle quali noi solamente faremo menzione, lasciando al Lettore il soddisfarsi dell’altre sopra quanto ne scrisse il Vasari. Primieramente per la Chiesa di San Francesco fece una tavola di un Cristo Deposto di Croce, colla Vergine Santissima tramortita: ed evvi un uomo armato, che voltando le spalle, fa vedere l’anterior parte nel lustro di una celata, che è quivi in terra. Per la Compagnia di San Bastiano in Camolia dipinse il bel Gonfalone, che usavan portare processionalmente, dove rappresentò la figura di San Bastiano legato all’albero. In San Domenico, alla Cappella di Santa Caterina da Siena, ove la sua Sacra Testa si conserva, dipinse due istorie, che tengono in mezzo il Tabernacolo, che contiene essa Testa: ed in quelle espresse fatti della medesima Santa, cioè: in una, a man destra, quando avendo ricevuto le stimate, giace tramortita, e questa riuscì di tanta bellezza, che essendo veduta da Baldassar Peruzzi, fecegli dire con grande asserzione, di non aver giammai veduto pittore, che così bene esprimesse l’affetto delle persone svenute e languenti, di quello, che il Soddoma aveva fatto. Siccome, secondo quello, che ci lasciò scritto l’altra volta nominato Mancini, Annibale Caracci, nel veder la tavola di San Francesco, ebbe anch’egli a dire, che il Soddoma, al certo, fra’ Pittori, fu di tanto buon gusto, che pochi de’ suoi pari eran soliti vedersi in quel genere. L’altra storia, dalla parte sinistra, non riuscì di tanta perfezione a gran segno. Lodatissima ancora fu una sua tavola dell’Adorazione de’ Magi, che fece per la Chiesa di Sant’Agostino: sopra una Porta della città, chiamata la Porta di San Viene, in un gran tabernacolo, dipinse a fresco la Natività del Signore, ed in questa istoria, nella persona di un vecchio, con un pennello in mano, ritrasse sé stesso. Sopra la porticella dipinse pure a fresco in un muro. Sopra la porta de’ Mariscotti dipinse un Cristo morto in grembo alla Madre, opera condotta a somma perfezione. Colorì molti quadri per Roma, e per diversi cittadini in Siena: e perché egli molto si dilettò di far ritratti al naturale, assai ne fece, che sarebbe lunga cosa il descrivere. Fu costui un di quelli ambiziosi cervelli, che vivendo capricciosamente, e lontano da’ modi degli altri uomini, ed in ogni cosa singolarizzandosi, pare che cerchino la gloria loro in non altro, che in farsi burlare; onde non è gran fatto, che egli, col governarsi a capriccio, e da persona poco assennata, si conducesse finalmente in tal miseria, che essendo venuto, per così dire, in odio anche a sé stesso, vecchio e povero, si condusse a morire allo Spedale: e ciò fu l’anno settantacinquesimo di sua età, e della nostra salute 1554. Furono discepoli del SoddomaBartolomeo Neroni Senese, detto per soprannome Maestro Riccio, che fu anche marito di una sua figliuola, ed erede di quel poco, che appartenente a quest’arti, rimase alla sua morte. Fu anche suo discepolo Girolamo, detto Giomo del Soddoma, che morì in giovanile età.

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