Nominativo - Giulio

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 239

Vedi

Discepolo ed Erede di Raffaello da Urbino, nato 1492, morto 1546. È Universale opinione degl’intendenti dell’arte, che Giulio Romano, tra’ moltissimi discepoli, che ebbe il gran Raffaello da Urbino, fosse il migliore. Quest’artefice fu dotato dal cielo di una natura gioviale e docile, a cagion della quale, essendo dolcissima la sua conversazione, e non ordinaria l’integrità de’ suoi costumi, fu dal maestro singolarmente amato: ed oltre a ciò, se ne servì il medesimo in ajuto nelle più importanti e più rinomate opere sue: e fra queste nelle Logge Papali di Leone X, dove si dice, che dipignesse di sua mano la storia della Creazione di Adamo e degli Animali, l’Arca, il Sacrifizio ed altre. Fecegli anche operare nella Camera di Torre Borgia, e in molte storie della Loggia de’ Ghigi. Faceva esso Raffaello l’invenzioni e i disegni di diverse architetture, e a Giulio poi gli faceva tirare e rimisurare in grande; onde avvenne, che egli diventò quel buon Pittore e Architetto, che è noto. Dopo la morte del maestro, finì, insieme con Gio. Francesco, detto il Fattore, suo condiscepolo, molte opere di lui, rimaste imperfette. Fece il disegno del Palazzo e Vigna sotto Monte Mario, detto di Madama, pel Cardinale Giulio de’ Medici, poi Clemente VII e similmente del Palazzo sopra il Monte Janicolo per Baldassarre Turini di Pescia, nel quale ancora dipinse di sua mano molte storie de’ fatti di Numa Pompilio, che si trova forse già in tal luogo sepolto. Fece anche il disegno di molte altre fabbriche della città di Roma. Dipoi, per opera del C. Baldassarre Castiglione, che molto l’amava, fu mandato a’ servigj del Marchese di Mantova suo Signore, pel quale fece di opera rustica il modello del Palazzo del Te, e vi dipinse di sua mano storie di Psiche e de’ Giganti. Rifece più stanze del Ducale Palazzo, e vi aggiunse varj abbellimenti. Coll’ajuto di Rinaldo Mantovano suo discepolo, vi dipinse la guerra Troiana: fece il modello della Villa di Marmirolo: e per le case de’ particolari e chiese della città, condusse molte pitture. E in somma l’abbellì tanto di fabbriche, fatte con suo disegno, e di altre opere di sua mano, e con sua industria seppela così bene difendere ed assicurare dalla inondazione del Po, che in que’ tempi molto la travagliava, che dal Duca fu ordinato, che niuno de’ cittadini potesse in essa fabbricare senza il disegno di lui. Edificò per sé medesimo, nella stessa città, una bella casa, rincontro alla Chiesa di San Barnaba, dove essendo fatto ricco, abitò fino alla morte. Veggionsi di mano di quest’artefice disegni infiniti, perché oltre a molti, che gli occorsero fare per l’opere, gli bisognò tuttavia disegnare invenzioni di fabbriche, e pitture da farsi in diversi luoghi, oltre alle molte, che egli condusse, le quali in Italia e in Francia furono stampate in rame. Dilettossi oltremodo dell’antiche medaglie, di cui fece una numerosa, e molto preziosa raccolta. Occorse finalmente, che essendo morto in Roma Antonio da San Gallo, Architetto celebratissimo, che assisteva alla fabbrica di San Pietro, fu richiesto Giulio di volergli succedere in tal carica: al che fare, egli incontrò infinite difficoltà, e da coloro, che in Mantova governavano, e dagli amici e da’ congiunti. Or mentre egli andava industriosamente superando, già risoluto di rimpatriare, e godere dell’onore offertogli, sopraggiunto da grave infermità, nell’età sua di anni cinquantanove, diede fine a questa vita mortale, e nella nominata Chiesa di San Barnaba fu onoratamente sepolto.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 280

Vedi

Discepolo di Raffaello da Urbino, nato 1494, morto 1564. Giovanni Nani da Udine, nella sua puerizia, fu portato veementemente da due inclinazioni: una delle quali fu il piacere della caccia d’ogni sorta d’animali volatili e terrestri; e l’altra dell’arte del disegno. Laonde, accoppiando insieme l’uno e l’altro genio, fin da quella tenera età, ritraeva a meraviglia i quadrupedi e gli uccelli. La qual cosa osservata dal padre, promettendosi, siccome poi seguì, che’l figliuolo fosse per far gran profitto nella pittura, sentita la fama, che in Venezia e fuori correva di Giorgione, colà l’inviò, e trovò modo di porlo all’arte, sotto la sua disciplina: e statovi per breve tempo, per buoni uficj e protezione dell’eruditissimo Baldassarri Castiglione, Segretario del Duca di Mantova, e stretto amico di Raffaello da Urbino, fu levato da quella scuola, e condotto a Roma, fu messo in quella del medesimo Raffaello. Quivi in breve tempo acquistò tanto, che fra la gran comitiva d’altri giovani, che vi stavano apprendendo l’arte, niuno ve n’era, che gli fosse superiore; e fra le altre sue abilitadi, seguitando l’antico genio, dipingeva sì bene ogni sorta d’uccelli, che in poco tempo ne condusse un libro intero, così bello, e con tal varietà d’animali, che fu poi l’unico spasso e trattenimento del medesimo Raffaello suo maestro. Occorse in questo mentre, che nel cavarsi in Roma, fra le rovine del Palazzo di Tito, furono ritrovate alcune antichissime abitazioni rimaste sotto terra, tutte dipinte con diversi capricci di figure, animali, storiette, e campi, framezzate di vaghi ornamenti di stucchi bassi; e furon quelle, che da’ sotterranei o grotte, dove si ritrovarono, diedero il nome a quelle, che furon fatte dipoi a loro imitazione, di Grottesche. Videle Giovanni, insieme con Raffaello, e tanto se ne invaghì, che disegnatene molte volte, se ne fece pratichissimo maestro, e dipoi le colorì con sì bella e varia invenzione, che non ebbe pari; ed inoltre tanto s’adoperò coll’ingegno, che gli venne fatto di ritrovare il modo di comporre gli stucchi bianchi, per adornamento delle medesime, a similitudine degli antichi, scopertisi in quelle rovine, come detto avviamo. Di queste cose si servì Giovanni, per ordine di Raffaello, nelle volte delle Logge al Palazzo Papale: dove anche dipinse le stupende grottesche, con ogni sorta di animali, frutti, fiori, e d’altre bizzarrie, che vi si videro, con meraviglia di tutta Roma. Dalla vaghezza e novità di quest’opere, ebbe principio il dipignersi a grottesche, che per mezzo di coloro, che Giovanni allora tenne in suo ajuto, si sparse per tutto il mondo. Dipinse ancora in molti altri luoghi in essa città di Roma, e fece molti cartoni per arazzi e grottesche, tessuti poi in Fiandra, i quali servirono per le prime stanze del Concistoro. Lavorò di stucchi la facciata di Giovambatista dall’Aquila da Piazza San Pietro, e la Loggia della Vigna di Giulio, Cardinal de’ Medici, sotto Monte Mario. Mandato da Raffaello a Firenze, ad istanza dello stesso Giulio, allora Clemente VII, fece nella Sagrestia nuova di San Lorenzo, gli ornamenti della Tribuna, cioè alcuni quadri sfondati, che appoco appoco diminuiscono verso il punto di mezzo, dove si veggono maschere, fogliami, rosoni e altri ornamenti di stucco bellissimi. In Firenze abbiamo di sua mano lo stendardo, coll’immagine del glorioso Sant’Antonino Arcivescovo, che fino al presente si conserva nella Chiesa di San Marco de’ Frati Predicatori, mandatovi per la Canonizzazione di esso Santo. Fu Giovanni uomo di singolar bontà e molto timorato di Dio. Ebbe, come si è detto, grande inclinazione alla caccia de’ volatili, nella quale riusciva a meraviglia, per la sicurezza ch’egli aveva nel tirar colla balestra e coll’archibuso. Ed è fama ancora, che egli fosse l’inventore del bue di tela, dipinto, che serve di coperta a’ tiratori, per non essere, nel tirare che fanno, dalle fiere veduti. Molte altre opere fece Giovanni, che al nostro solito si tralasciano per brevità: e giunto finalmente all’età di settant’anni, l’anno 1564, se ne passò al cielo.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 298

Vedi

Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1540. Giulio Campi, ornamento e splendore della terza scuola di Lombardia, fu figliuolo di Galeazzo Campi, pittore ne’ suoi tempi assai lodato, dal quale imparò i principj dell’arte. Accenna il Vasari in alcune poche righe, che egli scrisse di lui, che egli si attenesse alla maniera del Sojaro, come migliore di quella di Galeazzo: e studiasse alcune tele, state dipinte in Roma da Francesco Salviati, per fare arazzi, che dovevano mandarsi a Piacenza al Duca Pier Luigi Farnese. Antonio Campi, fratello di Giulio e suo discepolo, e per conseguenza meglio informato del Vasari, nella sua Cronaca afferma, che egli imparasse l’arte da Giulio Romano: e questo dobbiamo credere esser la verità, benché possa essere anche molto vero, che egli dal padre avesse i principj. Soggiunge il Vasari, che egli ajutasse a Giulio nelle grandi opere nella città di Mantova, il che pure è assai probabile, perché si vedono alcune pitture del Campi, fatte col gusto di quel maestro. Dicesi, che le prime opere, che facesse Giulio sopra di sé, fossero alcune grand’istorie nel Coro della Chiesa di Sant’Agata di Cremona sua patria, nelle quali rappresentò il martirio di quella Santa, in cui si vede imitato grandemente il buon modo di dar tondezza alle figure, che tenne il Pordenone: è ancora in questa Chiesa una sua tavola a olio; e ancor giovane colorì tutta la Chiesa del Carmine fuori di Sonzino, terra del Cremonese. Dipinse in Santa Margherita storie a fresco della Vita di nostro Signor Gesù Cristo, nelle quali, com’io diceva, si scorge un nuovo so che della maniera di Giulio Romano. Colorì poi più facciate di case, insieme con Antonio e Vincenzio suoi fratelli minori. Fece alcuni quadri a olio, a’ quali, con altri di Bernardino Campi, fu dato luogo in certi spartimenti di stucchi messi a oro, nel Duomo nella Cappella del Santissimo, e una tela a tempera colla storia di Assuero, che servì per coperta dell’Organo: siccome ancora fece la pittura a olio dell’Altare di San Michele arcangelo. Vedesi una sua tavola in San Domenico; altre sue opere in Sant’Agostino, Chiesa degli Eremitani, ed in San Francesco; due tavole in San Lazzaro, luogo di sua sepoltura, come diremo: una tavola in Sant’Angelo, e due bellissime in Sant’Apollinari. Fuori della città di Cremona circa un miglio, è un Monastero, già de’ Monaci di San Girolamo, Religione oggi estinta: la Chiesa è d’una sola navata, con cappelle sfondate, con atrio, cupola e tribuna; il tutto fu dipinto per mano di tre artefici, che furono stimati i migliori, che avesse in quei tempi quella città, cioè Camillo Boccaccino, Bernardino, e’l nostro Giulio, il quale vi fece la tavola dell’Altare maggiore a olio, opera degnissima, per la gran copia di figure, e per altre sue nobili qualità: ed al parere de’ periti nell’arte, non è inferiore a molte di mano degli ottimi maestri Veneti. Furono dipinti anche da Giulio Campi nelle mezze lune, con quattro sacre istorie, i quattro Dottori della Chiesa, i fregi e prospettive: e in un altro partimento, dipinse la venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, figure bellissime, che essendo vedute di sotto in sù, fanno conoscere quanto valesse l’arte in costui: siccome una Vergine Annunziata, presso al finestrone, e alcuni fregi di putti. Luigi Scaramuccia, nel suo Libro delle Finezze de’ Pennelli Italiani, parlando di queste pitture, dice così. Subito si diedero a considerare l’opere famose de’ suddetti Campi, ma quelle di Giulio più distintamente riconobbero esser degne di maggiore reputazione di quelle degli altri due. Su le prime rifletterono sopra il volto della navata di mezzo, e viddero cose assai superbe; ma ne’ bracci della Croce, o lati che vogliam dire, della Cappella maggiore, di molto ebbero che considerare di più esquisito, e specialmente ne’ quattro spazi, ove rappresentati stanno i quattro Dottori della Chiesa, dello stesso Giulio, ne’ quali parve avesse fatto ogni sforzo; onde Girupeno molto ammirato se ne stava nell’esaminare una sì facile, ben fondata e maestrevole maniera: ed ebbe a dire esser tale, da potersi paragonare a qualsivoglia altra de’ Pittori Lombardi, da esso fino allora veduta: e per appunto gli fu riferto da un di que’ Monaci, che molti forestieri intendenti e pratici osservavano lo stesso: ed essere stati i Campi, in molte cose de’ principali Pittori, che s’imbevessero da senno il buon gusto del Correggio. Fin qui Luigi. È anche di mano del Campi in quella Chiesa la tavola de’ Santi Apostoli Filippo e Giacomo. In Mantova, nella Chiesa di San Pietro, rimodernata con disegno di Giulio Romano, dipinse il Campi la tavola della Cappella di San Girolamo. In Milano sono molti bellissimi parti dell’ingegno suo: nella Chiesa della Passione del Convento de’ Canonici Regolari è una tavola a olio di un Cristo Crocifisso, appresso la Vergine, con altre Marie, San Giovanni Evangelista, e Angeli attorno. In quella delle Monache di San Paolo, quattro storie della Conversione e altri fatti, nella quale opera fu ajutato da Antonio Campi suo fratello e discepolo. In Santa Caterina delle Monache Agostiniane, in una Cappella a man destra, è una tavola di Santa Elena. In quella del Monastero di Sant’Orsola delle Monache Francescane Scalze, il quadro dell’Altare maggiore, dov’è un Cristo morto. Nella Chiesa de’ Canonici Lateranensi, nell’ultima Cappella, una tavola a olio con Cristo in Croce, appresso la Vergine e San Giovanni: e negli archi son pure di sua mano, fatte a tempera, le Marie, in atto di andare al Sepolcro. Infinite altre opere fece egli per diversi luoghi vicini alla sua patria, oltre a gran numero di quadri, che furono portati in Ispagna, in Francia, ed in altre parti dell’Europa. Ebbe molti discepoli, e fra questi Vincenzio e Antonio suoi fratelli; de’ quali parleremo a suo luogo. Non è già vero, ch’egli fosse Maestro di Sofonisba Angosciola, e dell’altre sue sorelle, come accennò il Vasari nella vita di Benvenuto Garofalo; benché ella copiasse molti quadri di Giulio, come mostreremo nelle notizie di lei. Pervenuto finalmente, che fu quest’artefice in età assai matura, con gran dolore degli amatori dell’arte, se ne passò da questa all’altra vita nel mese di Marzo, l’anno 1572. Fu il suo corpo, con gran pompa, accompagnato, non solo da tutta la nobiltà di Cremona, ma ancora da Emanuel di Luna, Governatore di quella città, che l’avea grandemente amato: e afferma l’altre volte nominato Antonio Campi suo fratello nella sua storia, che questo, con gli altri Cavalieri, in quella pia azione, non potevano ritener le lagrime: e finalmente nella Chiesa di San Nazzario gli fu dato onorevole sepoltura. Fu questo nobile artefice valoroso nel dipignere a fresco, a olio, e a tempera, di bonissimo disegno, miglior colorito, e nelle figure grandi, e nel sottinsù conobbe pochi superiori a sé. Fu ancora buon architetto, e colorì bene architetture e prospettive, e in somma fu universalissimo in tutte le facoltà delle nostre arti.

Con il contributo di