Nominativo - Girolamo

Numero occorrenze: 5

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Nato 1444, ? 1528. Di Marco della Robbia, fratello di quel famoso Luca, che fu inventore delle figure di terra invetriate, nacque Luca della Robbia. Questi fu bonissimo scultor di marmo, ed ottimo imitatore di Luca. Opere delle sue mani furono in Santa Maria delle Grazie fuori d’Arezzo, in un ornamento di marmo assai grande di una Vergine di mano di Parri Spinelli, molte figurette tonde, e di mezzo rilievo. In San Francesco della stessa Città, una tavola di terra cotta nella Cappella di Puccio di Magio: e una della Circoncisione per la famiglia de’ Bacci, e molte altre. Nella Chiesa, ed in altri luoghi del Sacro Monte della Vernia, fece altre figure e tavole. In Firenze in San Paolo de’ Convalescenti fece tutte le figure di terra cotta della Loggia, e i putti, che si veggono fra l’uno e l’altro arco di quella dello Spedale degl’Innocenti. E comecché fosse molto stimata e desiderata l’opera sua, e avesse anche avuto in sorte di lungamente vivere, ebbe anche a fare altri moltissimi lavori, che per fuggire lunghezza si lasciano di raccontare. Pervenuto finalmente all’età di anni ottantaquattro, se ne passò a vita migliore l’anno 1528. E nella Chiesa di San Pier maggiore nella sepoltura di quella famiglia fu sepolto. Vedesi il ritratto di lui naturale, quanto mai possa essere, nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, figurato per mano di Andrea del Sarto nella lunetta, dov’esso Andrea dipinse i Frati Serviti, in atto di porre le vestimenta di San Filippo Benizj sopra la testa de’ piccoli fanciulli: ed è un vecchio curvo di persona, vestito di rosso, che si appoggia sopra una mazza. Fu quest’artefice tanto innamorato dell’arte sua, e di coloro, che l’avevano eccellentemente professata, tanto amico, che nell’ultima sua vecchiezza era solito di gloriarsi, più di ogni altra cosa, di essersi trovato da fanciullo a portare il corpo di Donatello alla sepoltura. Ebbe otto figliuoli, due femmine e sei maschi, due de’ quali vestiron l’abito Religioso dell’Ordine de’ Predicatori in San Marco, ammessi a quello instituto dal Padre Fra Girolamo Savonarola, del quale furono sempre amici gli uomini di questa casa; anzi essi furono, che fecero le medaglie, nelle quali esso Padre vedessi rappresentato al vivo. Fra’ maschi furono ancora Girolamo, Luca, e Giovanni. Questo Giovanni attesi all’arte, e di sua mano si vede essere stata fatta una gran tavola di terra cotta invetriata nella Chiesa di San Girolamo delle Monache Gesuate, dette le Poverine, presso alla Zecca vecchia, dove rappresentò la Vergine Annunziata, e appresso molte figure di Angeli, e diversi ornamenti. Fu fatta quest’opera l’anno 1521. Di mano di questo medesimo Giovanni, stimo io senza dubbio, che sia una Vergine di mezzo rilievo, mezza figura, di proporzione quasi quanto il naturale, di terra cotta bianca, col bambino Gesù in braccio, e tre Cherubini sopra la testa, e con ornamento di vaghissime frutte di terra cotta colorata, che fece fare l’anno 1524. Alessandro di Piero Segni nella camera principale del Palazzo nel Castello di Lari nel Pisano, in tempo che esso era Vicario di quel Castello e sua tenuta: la quale immagine, che spira gran devozione, oltre all’essere bellissima, ho io veduta e goduta insieme, coll’occasione di essere in quel governo l’anno 1679. E veramente ella, e per l’aria della testa, e pel decoro dell’attitudine, e delle vesti, e per la venerabile maestà e purità, che ridonda da tutte le sue parti insieme, talmente rapisce gli animi, che appena può altri saziarsi di rimirarla. Il segreto di questi invetriati di terra, mediante una donna che uscì della casa della Robbia, passò in un tale Andrea Benedetto Buglioni, che visse ne’ tempi del Verrocchio. E questo Andrea Benedetto condusse in Firenze e fuori molte opere, fra le quali furono un Cristo risorgente, e appresso alcuni Angeli nella Chiesa de’ Servi, vicino alla Cappella di Santa Barbara: in San Pancrazio un Cristo morto: ed in un mezzo tondo, che era sopra la porta principale di San Pier maggiore, alcune figure. Lasciò questi un figliuolo, che si chiamò Santi Buglioni, che pure venne in possesso di tal segreto, e viveva fino del 1568. In cui io mi fo a credere, che mancasse affatto quest’arte, non essendo a mia notizia, che altri poi abbia in tal magistero operato; sebbene ne’ nostri tempi si son provati molti a ricercarlo, e particolarmente Antonio Novelli Scultore; ma non si son però vedute opere, che molto si assomiglino a quelle de’ nominati maestri, per le difficultà che s’incontrano in tale operazione, come più a lungo diremo nella Vita di dal maestro.

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Se crediamo a ciò, che scrisse il Vasari, il soprannominato Giovanni ebbe tre figliuoli, Marco, Luc’Antonio, e Simone, i quali tutti morirono di peste l’anno 1527. Luca, e Girolamo attesero ancora essi alla Scultura: il primo operò d’invetriate diligentissimamente, e fu quello, che per ordine di Raffaello da Urbino fece i pavimenti delle Logge Papali, come ancora quelli di molte camere, ne’ quali espresse l’impresa di Papa Leone. Girolamo il secondo lavorò di marmo, di terra cotta, e di bronzo: e molto gli giovò per farsi un grand’uomo la concorrenza di Jacopo Sansovino, e del Bandinello. Fu poi condotto in Francia a’ servigj del Re Francesco, pel quale, come quegli che era universalissimo, fece molte opere, particolarmente a Marlì, luogo non molto lontano da Parigi. Lavorò molto di terra in Orleans; onde in breve divenne ricco. Qui il Vasari piglia un grand’equivoco, affermando, che nella persona di lui, che mancò in quelle parti, si spegnesse la casa della Robbia; perché questo Girolamo di Andrea, che di Maria Altoviti sua moglie ebbe un figliuolo chiamato Jacopo: ed un altro, che pure anch’esso ebbe nome Girolamo, il quale in Francia di Madama Luisa de Mathe ebbe tre figliuoli, cioè Andrea, che seguitando la milizia, pervenne al grado di Capitano, e non ebbe moglie: e Pier Francesco, che fu Scudiere della Maestà del Re, Signore di Bel Luogo, il quale di Madama Francesca Chovard ebbe Carlo Gran Consigliere del Gran Consiglio di Francia, che si sposò con Madama Diana Picart: e Girolamo Cavaliere e Scudiere del Re, Signore di Gran Campo, il quale pure di Madama Antonietta Grenier sua moglie non ebbe figliuoli. Di Carlo e di Diana Picart sua donna nacque Guido, che mancò in fanciullezza, e Francesca, che fu moglie di Carlo del Maestro, Signore di Gran Campo: e in questa Francesca ebbe in Francia sua fine la casa della Robbia; rinnovata però in Carlo, figliuolo di essa Francesca, e di Carlo del Maestro suo marito, il quale dal nominato Girolamo, Signore di Gran Campo, e maggior nato della famiglia della Robbia, fu chiamato a gran parti di sua eredità, con obbligo di pigliar l’insegne e’l casato. Vediamo adesso ciò, che seguì di essa famiglia in Firenze. Il nostro Andrea ebbe due fratelli, cioè Giano, e Simone. Di questo Simone nacque Filippo Isidoro Abate, e Luca, che fu di Consiglio l’anno 1519. e di questo un Lorenzo, padre fu di Luigi, il qual Luigi ebbe per consorte Ginevra Popoleschi, nata di Silvestro Popoleschi, e di Ginevra di Carlo Barberini, padre di Antonio Barberini, del quale Antonio nacque Maffeo, che fu papa Urbano VIII di gloriosa memoria. Il nominato Luigi della Robbia, figliuolo Lorenzo, ebbe dalla Ginevra Popoleschi molti figliuoli maschi, e femmine: fra i maschi fu Marco, poi Fra Gio. Domenico dell’Ordine de’ Predicatori, Vescovo di Bertinoro, Silvestro, poi D. Isidoro Abate, si crede Cassinense, che poi successe al fratello Gio. Domenico nel Vescovado di Bertinoro: e Lorenzo Canonico della Metropolitana di Firenze, poi Vescovo di Cortona, e finalmente di Fiesole, e Rettore del Seminario Fiesolano, che morì l’anno 1645. e in questo finalmente è restata estinta tale famiglia, la quale con tanto splendore e gloria, in Italia e in Francia si è mantenuta sopra 150. anni da quel tempo che il Vasari la diede per estinta: e viene anche oggi, per così dire, propaginata in Francia nella nobil famiglia del Maestro: ed ancora in Firenze, come ora siamo per dire, cioè, che lo stesso Luigi di Lorenzo della Robbia ebbe una sorella, chiamata Laldomine, maritata a Luigi Viviani nobil Fiorentino, della quale nacque un altro Luigi: e di questo due figliuoli, cioè Francesco Cavalier Priore della Religione di Santo Stefano Papa e Martire, primo investito del Priorato, instituito da Lorenzo della Robbia il Vescovo Fiesolano nel suo Testamento, coll’obbligo di portarne il casato della Robbia; e Donato Luigi Viviani, Avvocato del Collegio de’ Nobili, e Senatore Fiorentino, Gentiluomo, che per integrità, e dottrina è da tutti stimatissimo, dal quale io ho ricevuto parte delle notizie di questa Casa, della quale, per maggior chiarezza, porremo l’Albero appresso a questa Narrazione.

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Nato 1479, morto 1554. È controversia fra alcuni intorno al luogo, onde questo artefice trasse i suoi natali. Vasari nella vita, ch’egli scrisse di lui, disse, che fu da Vercelli; e in quella, ch’egli scrisse di Mecherino nello stesso tempo, lo chiamò Gio. Antonio da Caravaggio. Isidoro Ugurgieri lo fa figliuolo di Jacopo Razzi, nativo di Vergelle, castelletto dello stato di Siena; e Monsignor Giulio Mancini in un suo Manoscritto lasciò notato, ch’egli fosse di un certo suo immaginato castello, chiamato Rivatero, perché in una denunzia, che si trova aver fatto il Soddoma al Pubblico di Siena l’anno 1531 di tutti i suoi beni, secondo l’ordine, che ne venne allora in quella città, egli scrisse Giovanni Antonio Soddoma di Bucaturo; avendo il detto Mancini, se pur non fu errore di chi copiò il suo manoscritto, letto in cambio di Bucaturo, Rivatero; o pure errò l’Ugurgieri, che notò la denunzia, scrivendo Bucaturo, in luogo di Rivatero: e di questa parola Bucaturo da nessuno è stato inteso il significato: ed io per me la stimo una delle solite leggierezze e buffonerie, che furon sempre inseparabili compagne di questo artefice. La verità però si è, che in Archivio della città di Siena, fra l’antiche scritture, si trova Magnicus eques Dominus Johannes Antonius de Razzis de Verzè Pictor, alias il Soddoma, per Rogo di Ser Baldassar Corte 1534. Sicché pare, che si possa concludere coll’Ugurgieri, che per la parola Verzè sia stato voluto significare il castello di Vergelle: e conseguentemente, che equivocasse il Vasari, il quale veggiamo avere equivocato altresì in farlo nativo di due luoghi, cioè di Vercelli e di Caravaggio, dicendo da Vercelli in luogo di Vergelle. Comunque si sia la cosa, dice lo stesso Vasari, che costui fu introdotto in Siena da certi mercanti, agenti delli Spannocchi; e che egli quivi si affaticò in studiare le opere di Jacopo della Fonte Scultore, altrimenti chiamato Jacopo della Quercia, le quali allora vi erano in gran pregio. Giovanni Antonio adunque fu così bene inclinato all’arte, e vi ebbe così buon gusto e disposizione, che dove e’ volle far bene, pochi poterono far meglio; ma come quegli, che ebbe ancora, e sempre nutrì in sé stesso lo spirito buffonesco, col quale era solito farsi largo con ogni condizion di persone, non seppe anche tenersi a segno nelle cose del mestier suo; onde lavorò bene, spesso senza studio o applicazione: in somma egli fece sempre tanto bene quanto volle, ma non moltissime furon quelle volte, che fu di tale umore. Operò in Roma, Volterra, Pisa, e, più che in altra città, in Siena, dove veggonsi, fra l’altre, alcune sue pitture di singolar bellezza, delle quali noi solamente faremo menzione, lasciando al Lettore il soddisfarsi dell’altre sopra quanto ne scrisse il Vasari. Primieramente per la Chiesa di San Francesco fece una tavola di un Cristo Deposto di Croce, colla Vergine Santissima tramortita: ed evvi un uomo armato, che voltando le spalle, fa vedere l’anterior parte nel lustro di una celata, che è quivi in terra. Per la Compagnia di San Bastiano in Camolia dipinse il bel Gonfalone, che usavan portare processionalmente, dove rappresentò la figura di San Bastiano legato all’albero. In San Domenico, alla Cappella di Santa Caterina da Siena, ove la sua Sacra Testa si conserva, dipinse due istorie, che tengono in mezzo il Tabernacolo, che contiene essa Testa: ed in quelle espresse fatti della medesima Santa, cioè: in una, a man destra, quando avendo ricevuto le stimate, giace tramortita, e questa riuscì di tanta bellezza, che essendo veduta da Baldassar Peruzzi, fecegli dire con grande asserzione, di non aver giammai veduto pittore, che così bene esprimesse l’affetto delle persone svenute e languenti, di quello, che il Soddoma aveva fatto. Siccome, secondo quello, che ci lasciò scritto l’altra volta nominato Mancini, Annibale Caracci, nel veder la tavola di San Francesco, ebbe anch’egli a dire, che il Soddoma, al certo, fra’ Pittori, fu di tanto buon gusto, che pochi de’ suoi pari eran soliti vedersi in quel genere. L’altra storia, dalla parte sinistra, non riuscì di tanta perfezione a gran segno. Lodatissima ancora fu una sua tavola dell’Adorazione de’ Magi, che fece per la Chiesa di Sant’Agostino: sopra una Porta della città, chiamata la Porta di San Viene, in un gran tabernacolo, dipinse a fresco la Natività del Signore, ed in questa istoria, nella persona di un vecchio, con un pennello in mano, ritrasse sé stesso. Sopra la porticella dipinse pure a fresco in un muro. Sopra la porta de’ Mariscotti dipinse un Cristo morto in grembo alla Madre, opera condotta a somma perfezione. Colorì molti quadri per Roma, e per diversi cittadini in Siena: e perché egli molto si dilettò di far ritratti al naturale, assai ne fece, che sarebbe lunga cosa il descrivere. Fu costui un di quelli ambiziosi cervelli, che vivendo capricciosamente, e lontano da’ modi degli altri uomini, ed in ogni cosa singolarizzandosi, pare che cerchino la gloria loro in non altro, che in farsi burlare; onde non è gran fatto, che egli, col governarsi a capriccio, e da persona poco assennata, si conducesse finalmente in tal miseria, che essendo venuto, per così dire, in odio anche a sé stesso, vecchio e povero, si condusse a morire allo Spedale: e ciò fu l’anno settantacinquesimo di sua età, e della nostra salute 1554. Furono discepoli del SoddomaBartolomeo Neroni Senese, detto per soprannome Maestro Riccio, che fu anche marito di una sua figliuola, ed erede di quel poco, che appartenente a quest’arti, rimase alla sua morte. Fu anche suo discepolo Girolamo, detto Giomo del Soddoma, che morì in giovanile età.

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Originario di Firenze, pittore e architetto. Discepolo di Raffaello da Urbino, nato a Volterra l’anno 1481, morto 1536. Di questo singolarissimo Artefice, onore della città di Siena, e anche possiamo dire di Volterra e di Firenze, scrisse tanto Vasari con sì buone e sicure notizie, che a noi poc’altro riman da notare, se non quanto è necessario per l’assunto nostro, che è di soddisfare all’università dell’istoria, col dare anche di coloro, de’ quali fu da altri scritto, una sommaria informazione. E’ dunque da sapersi, come in quegli antichi, ne’ quali la nostra città era molto travagliata dalle civili discordie, un nobile cittadino di essa, chiamato Antonio Peruzzi, desideroso di quiete, si portò alla città di Volterra, dove fermò sua stanza, e l’anno 1480 si accasò. Di suo matrimonio nacque un figliuolo, che si chiamò Baldassarre, quegli, di cui ora parliamo, e di una figliuola, il cui nome fu Verginia. Occorse poi il caso del Sacco di quella città, a cagion del quale, al misero Antonio fu d’uopo, dopo aver perduto tutto il suo avere, partirsi: ed a Siena, con sua famiglia rifuggirsene, e quivi sua vita menare in gran penuria. Ma perché verissima cosa è, che bene spesso più giovano per una buona e virtuosa educazione de’ piccoli figliuoli, e per isvegliare in essi il desiderio delle virtù, le domestiche scomodità, o vogliamo dire una certa tal quale necessità di quello, che gli agi e la soverchia abbondanza non è solita fare; Baldassarre il fanciullo, che dotato era da natura di un bel genio a cose di disegno, per desiderio di sollevar sé stesso e la casa, diedesi prima alla pratica di persone dell’arte, e poi con tanto fervore agli studj della medesima, che poi poté fare gli altri progressi, che son palesi al mondo. Delle prime opere, che costui condusse in pittura, oltre ad alcune cose in Siena, fu una Cappelletta non lungi dalla Porta Fiorentina, nella nominata città di Volterra. Dipoi se ne andò a Roma, e fatta amicizia con Piero Volterrano, che operava colà per Alessandro VI Sommo Pontefice, si acconciò appresso di lui: poi stette con un ordinario pittore, che fu padre di Maturino, lavorando per esso; e finalmente avendo dato saggio di sé, cominciò ad esservi adoperato. Dipinse in Sant’Onofrio e in Santo Rocco a Ripa; poi fu condotto ad Ostia, dove in compagnia di Cesare da Milano, dipinse nel Mastio della Rocca, a chiaroscuro, storie militari de’ Romani antichi. Tornato a Roma, e incontratosi nel favore e protezione di Agostino Ghigi, poté, con suoi ajuti di costà, trattenersi a maggiori studj dell’arte sua, e particolarmente di cose di architettura, per le quali non gli fu di poco giovamento la concorrenza di Bramante, che in que’ tempi faceva gran figura. Molto ancora si applicò alla prospettiva; onde dipinse poi le belle cose, che si veggono di sua mano in Roma, toccanti tale facoltà: ed inventò le nobili prospettive per le commedie, che si fecero ne’ tempi di Papa Leone, le quali, per fuggir lunghezza, e perché da altri furono raccontate, tralascio. Avendo egli dipinta la facciata della casa di Messer Ulisse da Fano, con istorie di Ulisse, cominciò ad entrare in credito d’uomo singolare nella pittura; né minor gloria gli procacciò il bel modello, che egli fece di sua invenzione del Palazzo di Agostino Ghigi, il quale egli medesimo dipoi adornò al di fuori con istorie di terretta; siccome vi dipinse le prospettive della Sala, e le istorie di Medusa nella loggia in sul giardino: dove alcune cose condusse ancora Fra Bastiano del Piombo, della sua prima maniera; e dove fece anche il gran Raffaello da Urbino la Galatea rapita da i Marini. È di sua mano la facciata, dipinta a prospettive, della casa che fu di Jacopo Strozzi, per andare in Piazza Giudea. Dipinse per Ferrando Ponzetti o Puccetti, poi Cardinale, la Cappella nella Pace, con piccole istorie del Vecchio Testamento, ed alcune figure grandi; e per la medesima Chiesa condusse la bellissima storia di Maria Vergine nostra Signora, che sale al Tempio, e tennesi alla maniera di Giulio Romano e di Raffaello. Coll’occasione, che fu dato il bastone di Santa Chiesa al Duca Giuliano de’ Medici, dovendosi dal Popolo Romano fare il solenne apparato, fu a Baldassarre data incumbenza di fare uno de’ sei gran quadri, alto sette canne, e largo tre e mezzo, in cui rappresentò quando Giulia Tarpea fece il tradimento a’ Romani; e fece la prospettiva per la tanto celebre commedia, che allora fu recitata; ed anche infinite altre architetture e prospettive, le quali tutte cose furono stimate le migliori, che si fossero vedute in quelle feste. Per Francesco Bozzio, vicino alle case degli Altieri, dipinse la facciata con istorie di Cesare, nel fregio della quale ritrasse al vivo tutti i Cardinali allora viventi, e i dodici primi Imperadori. Chiamato a Bologna a fare il modello della facciata di S. Petronio, fu ricevuto nella casa del Conte Giovambatista Bentivogli, nella quale fece modelli, piante e profili bellissimi per quella fabbrica, operando ad oggetto di non rovinare il vecchio, ma di adattarlo con bella grazia alle sue nuove invenzioni. Mentre che egli si trattenne in quella casa, fece pel detto Conte Gio. Battista un maraviglioso disegno a chiaroscuro della Natività di Cristo, e visita de’ Magi, che poi fu da quel Signore fatto mettere in opera in pittura da Girolamo Trevigi; e oggi si conserva l’istesso disegno, come cosa rarissima, in Firenze dagli eredi del Conte Prospero Bentivogli, fra l’altre cose di gran pregio, che possiede quella nobilissima casa in simil genere, come quella che fu sempre amatrice di queste belle arti, siccome di ogni altra virtù. Fece similmente Baldassar Peruzzi, per la Chiesa di San Michele in Bosco, il disegno della Porta; e quello del Duomo di Carpi, nella qual città diede principio all’edificazione della Chiesa di San Niccola: e furono ancora con suo disegno fatte le fortificazioni della città di Siena. In Roma molte bellissime fabbriche furono fatte con suo modello, e molte ancora coll’assistenza di lui ebbero loro fine, che da altri erano state incominciate. Parve che al pari di sua virtù fosse questo artefice accompagnato dalla disgrazia; imperciocché piccioli furono per lui gl’infortunj, che detti abbiamo, a paragone di quei tanti, che gli convenne sostenere dipoi nel rimanente di sua vita. Trovavasi egli tuttavia in Roma l’anno 1527 quando occorse il fiero caso del crudele saccheggiamento; onde al povero Baldassarre, oltre alla prigionia in mano degli Spagnuoli, toccò a sostenere, per opera de’ medesimi, grand’ingiurie e strapazzi. Avendolo poi quegli riconosciuto per pittore e per uomo singolare, gli bisognò per guiderdone de i pessimi trattamenti, far loro il ritratto di Borbone stesso, che poc’anzi a costo della propria vita, scarsa ricompensa della di lui crudele malvagità, aveva fatto tanti danni, e posto in tante lagrime quella sempre gloriosa città. Fatto ch’egli ebbe il ritratto di Borbone, prese la strada per ritorno a Siena, dove, a cagione di nuova invasione, patita in quel viaggio da’ malandrini, o dagli sparsi soldati, giunse finalmente scalzo e ignudo; ma perché egli portava con seco sé stesso, e conseguentemente il gran nome acquistatosi in Roma, e la propria virtù, non gli mancò chi si tenesse a grand’onore di rimetterlo bene in arnese, e provvederlo decentemente in tanta sua calamità. Poi vi fu provvisionato dal pubblico; ma fermati che furono i rumori, e purgati i sospetti, egli se ne tornò a Roma, dove più che mai diedesi agli studj di architettura e delle mattematiche: e cominciò a scrivere un libro delle antichità di Roma, ed un Comento di Vitruvio, facendo luogo per luogo disegni e figure per espressione de’ concetti di quell’Autore. In questo tempo fece il disegno per un Palazzo de’ Massimi, da fabbricarsi in forma ovale, con un vestibolo di colonne doriche nella facciata dinanzi. Venuto finalmente l’anno 1536 e del nostro artefice il cinquantesimoquinto, trovandosi egli aggravato dalle molte fatiche, sopraggiunto da gravissime infermità, fece da quest’all’altra vita passaggio, e nella Chiesa della Rotonda, accompagnato il suo corpo da tutti i professori, fu sepolto presso al luogo, ove già al cadavere del gran Raffaello era stata data sepoltura. La morte di questo uomo singolare fu di estremo dolore agli intendenti, e di danno inestimabile alla città di Roma, a cagione delle grandi opere, particolarmente d’architettura, pubbliche e private, che doveano aver da lui incominciamento e fine: e molto ne patì la Basilica di San Pietro, per la cui terminazione egli era stato destinato da Paolo III in compagnia d’Antonio da San Gallo. Fu Baldassarre Peruzzi gran disegnatore, inventore maraviglioso, e molto imitatore della maniera di Raffaello . Veggonsi i suoi disegni, tocchi d’acquerelli a chiaroscuro con numero grandissimo di figure, e abbigliamenti nobili, nella raccolta della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana. Molti furono i discepoli di Baldassarri nella pittura e architettura, e fra questi un tal Francesco Senese, Virgilio Romano, Antonio del Rozzo, il Riccio, l’uno e l’altro Senesi, e Giovambatista Peloro architetto. Ricevette anche da Baldassarre buoni precetti di architettura, un certo Tommaso Pomarelli, cittadino di Siena, il quale talvolta operò in compagnia di lui: e dicesi, che al tempo di Pandolfo Petrucci, pensando i Senesi di fare un fosso, che doveva giugnere fino al mare, ed i portici della Piazza, ne fossero con invenzione del Petrucci delineate le piante dallo stesso Pomarelli: siccome quelle ancora del primo e secondo ricinto della medesima città. Ancora fu scolare del Peruzzi, Girolamo, detto Momo da Siena, che operò bene in pittura, del quale si videro molte cose in Roma, e particolarmente la Cappella della Trasfigurazione in Araceli, e un quadro sopra la porta della Sagrestia in sulla maniera di Raffaello : ed aveva anche dipinto dietro all’Altar maggiore nella Chiesa di San Gregorio: ed è certo, che se a questo artefice non avesse la morte troppo presto troncato il filo della vita, egli sarebbe pervenuto in quell’arte a gran segno. Cecco Sanese fu pure discepolo del Peruzzi, e fece in Roma l’Arme del Cardinale di Trani in Piazza Navona, ed altre opere.

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Discepolo di Andrea Contucci dal M. a Sansovino, fioriva nel 1534. Non manca alcun moderno Autore, che dica, che fino la Santa memoria di Papa Giulio II della Rovere, nutrisse nella sua mente un assai nobil pensiero, il quale fu d’ornare, con regia magnificenza, la Santa Casa di Loreto. Noi sappiamo però, che in vita di quel Pontefice non fu dato a tal pensiero adempimento, forse perché era riservata dal cielo, un’opera sì degna e di tanto onore della gran Madre di Dio, ad un cuore, il più generoso e magnanimo, che abbiano veduto i secoli Cristiani: e questi fu la Santa memoria di Leone X di Casa Medici. Questo gran Pontefice, avendo data forma al nobile concetto, con disegni e modelli di Bramante, Architetto singolarissimo, ordinò a’ Ministri della Santa Casa, il far commissione di bianchi, neri e mischi marmi, d’ogni sorte, a Carrara, Firenze, Orvieto ed altrove.Dirozzate le pietre, furono quelle, che potevan condursi per quella parte, ben presto traghettate in Ancona; e non era ancor passata la metà del Mese di Maggio dell’anno 1514 primo del Pontificato di Leone, che a Loreto n’era stata condotta una gran parte; onde si fece luogo a sua Santità di provvedere a quella gran fabbrica le necessarie maestranze. Di Carrara e di Pisa furon fatti comparire trenta de’ più pratici scarpellini, e fermati più intagliatori: ed il tanto rinomato Andrea Contucci dal Monte a Sansovino ne fu dichiarato Capomaestro e Scultore. Diede egli mano all’opera con gran premura; ma non giunse la vita di Leone, né tampoco quella d’Adriano, che gli successe nella suprema dignità, al tempo, ch’ell’avesse avuto compimento. Morto Adriano, ed asceso al Soglio Clemente VII s’accrebbe grandemente questo nobilissimo lavoro, conciossiacché egli di gran proposito vi si applicò. Già atterrato l’antico muro erettovi da’ Ricanatesi, cavate le fosse e’l terreno per ottocento sessantasei canne Romane, tra fondo e d’attorno alla Santa Casa, avendo prima ben fasciate e ricinte con travate sospese sopra terra, le Sacre mura, erano state ben ferme e stabilite le fondamenta, e già s’eran condotti a fine molti intagli d’architetture e sculture per quell’ornato; quando correndo l’anno 1529 il Contucci venne a morte, dopo aver condotte di sua mano molte nobilissime opere di scultura, ed altre incominciate e non finite. Stettesi questo grande edifizio senz’alcuno o poco avanzamento, fino a dopo l’assedio di Firenze: e finalmente fu da quel Pontefice eletto, in luogo d’Andrea, per primo Scultore, Niccolò de’ Pericoli, detto il Tribolo, Fiorentino, al quale, per mezzo d’Antonio da San Gallo, che sopraintendeva a quella fabbrica, fu ordinato il portarsi a Loreto, per tirar avanti le sculture, che rimanevano a farsi, lasciate imperfette dal Sansovino. Inviossi egli dunque a quella volta con tutta la sua famiglia, e seco condusse molti uomini di valore nell’arte sua. Tali furono Simone di Francesco, detto il Mosca, ottimo intagliatore di marmi, Raffaello Montelupo, Francesco da San Gallo, il giovane, Simone Cioli da Settignano, Ranieri da Pietrasanta, e Francesco del Falda; e con essi, siccome io trovo, vi si condusse ancora un tal Domenico Lamia, detto il Bologna, e finalmente il nostro Girolamo Lombardi, insieme con Frate Aurelio suo fratello. Dopo che il Tribolo vi fu stato per qualche tempo, nel quale aveva con maraviglioso artificio dato fine alla bella storia di marmo dello Sposalizio di Maria sempre Vergine, incominciata da Andrea Contucci; ed aveva anche condotto la bellissima storia della Traslazione della Santa Casa; e fatto più modelli di cera per dar fine a i Profeti, che dovevano aver luogo nelle nicchie; fu dallo stesso Papa Clemente ordinato a lui, e quasi a tutti gli altri maestri, il tornarsene in fretta a Firenze, per quivi, sotto la scorta del gran Michelagnolo Buonarroti, dar fine a tutte quelle figure, che mancavano alla Sagrestia e Libreria di San Lorenzo, per poter poi anche finire, col disegno dello stesso Michelangelo, la facciata; che però fu da Roma rimandato a Firenze il Buonarroti, e Fra Gio. Angiolo, acciocché gli ajutasse a lavorare i marmi, e facesse alcuna statua, secondo l’ordine, che ne avesse avuto da lui; ed allora fu, che esso Fra Gio. Angiolo fece il San Cosimo, che insieme col San Damiano del Montelupo, tiene in mezzo la statua di Maria Vergine col Bambino Gesù, incominciata da Michelagnolo, che oggi vediamo in essa Sagrestia di San Lorenzo; di modo tale, che per questa nuova risoluzione del Papa, rimase l’opera della Santa Casa con poca quantità d’uomini eccellenti; ma non per questo fu, ch’e’ non si continuasse tuttavia ad operare con altri, che vi restarono: e fra questi fu il nostro Girolamo Lombardo, stimato uno de’ migliori artefici, che avesse partorito la scuola del Sansovino. Questi adunque, presa abitazione in Recanati, ed accasatovisi, dalla partenza del Tribolo, fino al 1560 attese a condurre opere per quel Santuario. La prima, ch’e’ egli facesse, fu una figura d’un Profeta di braccia tre e mezzo, in atto di sedere, che essendo riuscita una bella statua, fu collocata in una nicchia verso Ponente, e diedegli tanto credito, che gli furon poi date a fare cinque figure di Profeti, e riuscirono tutte bellissime statue. Finì la bella storia de’ Magi, che dal Contucci suo maestro era stata cominciata, per collocarsi sopra quella del Presepio e de’ Pastori, non ostante ciò che ne dica il Serragli, che l’attribuisce al Montelupo, il quale forse poté essergli stato in ajuto in quest’opera. Fece poi, secondo ciò che afferma lo stesso Serragli, il bel Lampadario, che pende dietro alla Santa Cappella; l’immagine di bronzo di Maria Vergine di Loreto, che si vede nella facciata della Chiesa; e le quattro nobilissime porte della Santa Casa, con figure e misterj del nuovo Testamento. Gettò ancora i due cornucopj, per sostenere le lampane avanti all’Altare del Sagramento, e la tavola o Mensa di marmo, dell’istesso Altare, co’ candellieri di metallo di altezza di circa tre braccia, pel medesimo Altare, i quali adornò di fogliami e figure tonde, con tant’artifizio, che fu stimata cosa di tutta maraviglia. Ebbe questo Artefice un Fratello Religioso, chiamato Frate Aurelio. In compagnia di questo, io trovo, che Girolamo fece di metallo un grandissimo e bellissimo tabernacolo per Papa Paolo III che doveva esser posto nella Cappella del Palazzo Vaticano, detta la Paolina. L’Angelita, nell’Origine di Recanati, dice, ch’e’ lo fece per Papa Pio IV e che quest’opera fu poi mandata nel Duomo di Milano. Carlo Torre nel suo Ritratto di Milano, fa menzione del gran Tabernacolo di bronzo della Cattedral Chiesa, del quale dice fosse fabbricatore Francesco Brambilla; e soggiugne, che nel seno di esso tabernacolo è una custodia in forma di torre, sostenuta in alto da otto Cherubini inginocchioni, e da otto Angioli grandi quanto il naturale, il tutto di bronzo, che fu avuta in dono da Pio IV Sommo Pontefice. Ed io lascio ora (se pur si tratta dello stesso tabernacolo) il dar giudizio sopra tal diversità di sentenze, a chi sarà di ciò meglio informato di quello che io mi sia. Dice anche lo stesso Angelita, che un simile tabernacolo, benché non tanto grande, facesse Girolamo per la città di Fermo. Che poi fosse di suo modello e getto la statua del Cardinale Gaetano, che si vede nella Chiesa della Santa Casa, fu dal citato Serragli detto con errore; perché tale statua fu fatta da Antonio Calcagni suo discepolo, e non da lui, siccome nelle notizie della vita di esso Antonio abbiamo ad evidenza dimostrato. Ebbe il Lombardi quattro figliuoli, Antonio, Pietro, Paolo, e Jacopo, i quali tutti attesero alla scultura ed al getto; e per quanto scrisse il nominato Serragli, condussero di bronzo la porta di mezzo della Chiesa della Santa Casa, con figure e storie de’ fatti dei nostri primi Padri, con nobile ornato. Corre fino a’ presenti tempi la fama, che Girolamo Lombardo fosse l’unica cagione, che nella città di Ricanati si fondasse un Collegio de’ Padri della Compagnia di Gesù; perché avendo avuta cognizione o forse pratica col Padre Santo Ignazio loro Fondatore, e con molti suoi figliuoli, ne parlava sì altamente, che mosse i Ricanatesi a far tale risoluzione, a benefizio della patria loro.

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