Nominativo - Giovanni

Numero occorrenze: 43

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Doveavansi fare alcune Pitture nell’antica Chiesa per entro la Cappella, che stata di diverse famiglie, poi fu ed è della nobil famiglia de’ Gondi detti del Palazzo, la qual Cappella, nell’accrescimento predetto, fu lasciata in piedi, e dedicatovi l’Altare a S. Luca. Quegli che dovevano operare, erano alcuni Maestri Greci, per tal’ effetto a Firenze chiamati; e già s’erano essi posti a tal lavoro, quando il nostro Giovanni , che da natura era a quell’Arte forte inclinato, divertendo da quelli studj a’ quali il Padre obbligato l’aveva, sempre con que’ Maestri trattenendosi, non poteva saziarsi di vedergli dipignere; e fra tanto non frammetteva tempo, nel quale egli alcuna cosa in disegno a loro imitazione non operasse. Di ciò avvedutosi il Padre purtroppo, e conosciuta la costanza del Figliuolo in non voler’ altro fare; fu necessitato sottrarlo allo studio delle Lettere e a quello del Disegno, sotto la scorta di que’ maestri in tutto e per tutto dedicarlo. Avanzavasi a gran passi il giovane negli studi dell’Arte, in cui fece tanto profitto, che in breve tempo quella goffa maniera Greca, in modo migliorò, che si può sicuramente e col consenso di tutti i più pratici di quell’antichità e dell’Arte della Pittura, affermare, che ella per le mani di quest’uomo già cominciasse a dare apertissimi segni di dover ben presto risorgere a nuova vita; il che poi ebbe suo effetto per gli studj del famosissimo Giotto di lui Discepolo. Molte furono l’opere di Cimabue fatte in Firenze , e fra queste la gran tavola di Maria Vergine nostra Signora, con Angeli attorno, che tuttavia oggi si vede nella Cappella de’ Rucellai nella medesima Chiesa di S. Maria Novella . Attesta il Vasari degnissimo Scrittore delle vite de’ Pittori, aver letto in alcuni ricordi di Pittori antichi, che per non essersi in que’ tempi veduta opera di maggior grandezza e bellezza, fosse con gran festa a suon di trombe, e con solennissima processione portata dalla casa alla Chiesa; anzi che nel tempo che Cimabue in un luogo allora fuor delle mura di Firenze , vicino a porta S. Pietro la dipigneva; passando per detta Città il Rè Carlo il Vecchio d’Angiò , i Fiorentini in tal luogo il condussero, e feciongli vedere tale immagine, non ancora da alcuno stata veduta. Afferma ancor’egli che tale fosse il concorso, e così grande la festa che di ciò fece il devoto popolo, che fino da quel tempo ricevette quel luogo, che oggi è compreso dentro alle mura della Città, il nome che fino al presente conserva di Borgallegri ; e ciò seguì nel tempo che il nominato Carlo d’Angiò fratello di S. Luigi, venne in Toscana per favorire il partito de’ Guelfi contro i Ghibellini, dopo d’essere stato da papa Clemente IV. incoronato Rè di Sicilia e di Gerusalemme, e dopo d’aver vinto Manfredi a Benevento .

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XLI. 1568 Il Citato VASARI, ne’ Proemj de’ suoi Libri nella seconda edizione; e specialmente in quello delle Vite, Parte I a 85. Ma tempo è di venire oggi mai alla Vita di CIMABUE; il quale, siccome dette principio al nuovo modo di disegnare, e di dipingere, così è giusto e conveniente, che lo dia ancora alle Vite. XLII. 1570 F. ONOFRIO PANVINIO Eremitano, erudito Investigatore dell’antichità Romane, nell’ Opera Latina intitolata: De præcipuis urbis Romæ sanctioribusque Basilicis. IOCHTUS egegius suo tempore Pictore multas in ea picturas miri operis fecit. Lo stesso Autore parlando della Basilica Constantiniana. Inter aulam, quam salam Concilij vocant, et hanc, quam supra descripsi, porticum, est alia porticus oblonga etc. in cuius fine occidentem versus, est pulpitum marmoreum à Bonifacio VIII. factum, totum ferè depictum, emblematibus ornatum; pulpitum extra Concilij aulam porrectum est totum è lateribus è marmore factum, picturæ pro temporum conditione elegantissimæ, existimantur CIMABOVIS egregij Pictoris manu factæ, qui primus Italiæ picturam, post antiquos, restituit. XLIII. 1580 TEODORO ZUINGERO, nell’Opera intitolata: Theatrum Vitæ Humanæ, Basileæ per Sebastianum Enrich Petri. Zotus Florentinus in Pictura satis præclarus fuit. XLIV. 1581 GIOVANNI BARDI, nella sua Cronica universale, Parte 3. a 420, tra’ più segnalati uomini che fiorissero nel Mondo l’anno 1336. mette Giotto Fiorentino Pittore, e per moltissimi anni avanti e doppo non fa menzione d’altri Pittori. XLV. 1583 VINCENZIO BORGHINI ne’ suoi Ragionamenti dell’Armi delle famiglie Fiorentine a 33 dice così: GIOTTO non meno ingegnoso e piacevole nella familiar conversazione, che sommo Maestro in quel tempo nella Pittura. XLVI. 1584 RAFFAELLO BORGHINI nel suo Riposo a 288. Quando come volle Iddio l’anno 1240. nacque in Firenze della nobil famiglia de’ CIMABUOI, per ritornare in luce la Pittura, GIOVANNI cognomato CIMABUE. Il medesimo a 297. parla di GiottoIo ho favellato delle cose di GIOTTO alquanto a lungo perch’egli fu veramente quello, che ritornò in luce la Pittura.

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L. 1593 PAOL MINI Medico e Filosofo, nel suo Discorso della Nobiltà Fiorentina. Era per le molte e lunghe correrìe de’ Barbari la Pittura, una di esse, quasi morta affatto negli umani ingegni, e massime negl’Italiani: quando essendo venuto quel tempo, in cui sì nobil’ Arte, esercitata da’ Fabij, da’ Turpilij, da’ Labeoni, doveva con la vita ripigliare lo antico vigore, nacque nella Città di FirenzeGIOVANNI della famiglia de’ CIMABUOI, che fu l’anno 1240. Costui con il suo continuo studio, a guisa dell’antico Eumaro Ateniese, la risuscitò: GIOTTO, nato lo anno 1276. e suo discepolo, le diede il polso e la lena: Tommaso, soprannominato Giottino, le diede l’unione; Dello la grazia: Fra Giovanni di S. Domenico di Fiesole, la maestà e riverenza: Benozzo Gozzoli l’invenzione. E segue a dire d’altre eccellenze, che diedero alla Pittura i Fiorentini. LI. 1600 Messer FRANCESCO BOCCHI, nelle Bellezze di Firenze. In S. Croce sopra la porta del fianco, che riesce verso il Chiostro è una tavola di mano di CIMABUE, la quale come, che comparata con le pitture moderne, sia oggi di poco pregio, tuttavia per memoria di questo Artefice, onde è nato il colorito maraviglioso, che oggi è in uso, è degna di memoria e di considerazione. Lo stesso FRANCESCO BOCCHI nel citato Libro. GIOTTO tanto celebrato nella Pittura, egli di vero suscitò quella, che era morta, e diede notabili segni, onde appresso a somma perfezione si potesse ridurre. Il Medesimo parlando della Tavola di Cimabue, ch’era nella Chiesa di Santa Trinita. Per cui molto, e bene scorge chi è intendente, obliata la maniera de’ Greci, la quale oltramodo era rozza e goffa, quanto i Pittori moderni a questo antico Pittore siano obbligati. LII. 1600 AGNOLO MONOSINIFlores Italicæ Linguæ Libro 9. pagina 427. IOCTUS fuit Pictor egregius. LIII. 1600 Messer FRANCESCO BALDELLI nella sua traduzione di Messer Ugolino Verini citato dal RIDOLFI nel Priorista di Palazzo Vecchio, che arriva con le memorie fino al 1598 GIOTTO fu quei che ritornò nel Mondo La Pittura………

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LIV. 1601 ALFONSO CIACCONI in Vita Bonifacij VIII. Basilicam Vaticanam, in qua condi voluit, ornavit plurimum etc. idem marmoreum suggestum cum porticu apud Basilicam Constantinianam Laterani condidit, nobilis CIMABOVIS pictura decoratum; quo exurationes die Cœnæ, et alio tempore, in Columnenses et Regem Franchorum, et alios qui more Maiorum excomunicantur, fecit. Lo stesso CIACCONE parlando del Cardinale Stefaneschi. Iacobus Caietanus de Stephaneschis Anagninus etc. Naviculam in atro Basilicæ Santi Petri, opere vermiculato, miré elaboratum fecit, opera IOCTI Pictoris illius temporis celeberrimi. Lo stesso in altro luogo. Frater Ioannes Minius de Murro Vallium Firmanæ diœcesis etc. Episcopus Cardinalis Portuensis et Sanctæ Rufinæ etc. IOCTUM Florentinum clarum sui œvi Pictorem, Assisium duxit, ac xxxij. Historias B. Francisci, eleganti penniculo, exprimi curavit. Lo stesso in Benedetto XII. IOCTUM Pictorem illa ætate egregium, ad pingendas Martyrum historias, in ædibus ab se Avenione structis, conducere in animo habuit. LV. 1604 CARLO VANMANDER celebre Pittore Fiammingo nel Libro delle Vite de’ Pittori antichi e moderni, Italiani e Fiamminghi a 94, parlando di Cimabue e Giotto, recato in nostra Lingua, dice così. Quando l’Italia era travagliata dalle guerre, non solamente mancarono le pitture; ma gli stessi Pittori: per fortuna nacque l’anno 1240. per far risorger la Pittura, uno chiamato GIOVANNI cognominato CIMABUE di Casa in quel tempo nobile, il quale etc. E più a basso dice: Morì l’anno 1300. doppo avere assai sollevata la Pittura; lasciò molti discepoli, e fra questi GIOTTO.

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Di questo Pittore adunque, del quale per abbellire le sue novelle fece, come aviamo accennato, sì frequente menzione il nostro Giovanni Boccaccio, non sarebbe appresso di me la notizia del vero nome, se non ne avesse aiutato la varia lettura d’antichissime scritture pubbliche di que’ tempi. Trovasi nell’Archivio Fiorentino in un Rogito di Ser Grimaldo di Ser Compagno da Pesciuola del 1301. Nozzus vocatus Calandrinus Pictor quondam Perini Populi Sancti Laurentii testis, e non si può dubitare che non sia questi colui, del quale ora si ragiona, trovandosi oltre al nome tutte le qualità contenute in tali parole verificate nella persona di lui; il soprannome di Calandrino, la Professione di Pittore, ed il luogo di sua abitazione, che fu nel Popolo di S. Lorenzo, dicendo il nominato Autore nella giornata ottava novella terza: Calandrino senza arrestarsi venne a Casa sua, la quale era vicina al canto alla Macina (il che non puole avverarsi se non di luogo contenuto nel Popolo di S. Lorenzo) il quale è così chiamato da una grande, e grossa Macine, che fino al presente tempo si vede in uno delli Angoli degli edifizi delle due contrade, che son da ponente, e mezzo giorno; volendosi ora sapere ciò che significasse il nome di Nozzo, e di Perino, l’uno e l’altro tronco e corrotto, vedasi quanto aviamo detto verso il fine delle notizie di Giotto intorno all’antica usanza, che fu nella Città di Firenze di mozzare, e corrompere fino ad una, dua, e tre volte i nomi propri delle persone, e così trovasi il nome di Giovanni (che fu il proprio di Calandrino) esser detto Giannozzo, e poi con duplicata corrottela Nozzo, e quel di Piero si diceva Pero, pronunziato con l’E largo, e Pierino, che poi si diceva Perino. Circa al tempo, nel quale e’ visse, e operò nell’arte sua, già aviam mostrato che del 1301. egli era Pittore; e vien confermato dal detto dello stesso Boccaccio nella citata Novella, alle parole: Fu ancora non e gran tempo un Dipintore chiamato Calandrino. La parola, non è gran tempo, deve referirsi al tempo, nel quale fingonsi raccontate le Novelle, che fu per la peste del 1348., il che fa anche credere, ch’e’ vivesse fino a pochi anni avanti il 1348., e così ch’egli avesse lunga vita; perché nella giornata nona Novella quinta è fatto di dire a lui stesso quando era innamorato, io non son vecchio com’io vi paio; e nella stessa in altro luogo fa dire il Boccaccio alla stessa Donna di lui arrabbiata per gelosia: Vecchio impazzato, etc. ecco bello innamorato; or non ti conosci tu tristo? non ti conosci tu dolente? che premendoti tutto non uscirebbe tanto sugo, che bastasse ad una salsa.

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Molte furon l’opere di questo gran maestro fatte per l’Italia in pittura, le quali per brevità si tralasciano. Errò il Vasari in dire, che Taddeo morisse del 1350. essendosi riconosciuto da un Libro segnato E 4. a 66. esistente nella Gabella de’ Contratti di Firenze, che esso Taddeo Gaddi pittore fu Arbitro nel 1352. in alcune differenze. Trovasi di più in un Protocollo di ser Giovanni di Gino da Prato nell’Archivio Fiorentino l’anno 1383. fatta menzione d’una tale Madonna Francesca figliuola del già Albizzo Ormanni, moglie del già Taddeo Gaddi del popolo di S. Pier maggiore. Dirò ancora, per aggiugner notizia della Casa di Taddeo Gaddi, aver ritrovato come un figliuolo di Taddeo, per nome Zanobi, che abitò a Venezia, sotto dì 27. Giugno 1400. per rogito di ser Dionigi, detto Nigi di ser Giovanni Tucci da san Donato in poggio, fece suo Testamento, nel quale si fa menzione di Caterina del già ser Donato del Ricco Aldighiori sua moglie, di Francesca, e Filippa figliuole d’Agnolo Gaddi sue nipote, e di Giovanni, e Niccolò suoi nipoti, e s’instituiscono eredi universali con fidecommisso TaddeoLorenzo, e Agnolo suoi figliuoli con più sostituzioni.

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Il primo Oratorio di questi artefici fu la Cappella maggiore dello Spedale di santa Maria nuova, stata loro concessa dalla famiglia de’ Portinari. Fin qui il Vasari; e trovasi nell’antico libro di detta Compagnia, che Iacopo di Casentino fu uno de’ primi due Consiglieri di quella: Siccome ancora trovasi notato per uno de’ fratelli nel 1373. Matteo Iacopi di Casentino dipintore, che io stimerei fosse stato figliuolo del nostro Iacopo; è però da avvertire, che la parola dipintore si vede ivi d’altra mano. Dando fine adunque alla notizia di Iacopo, dico come a questi, ed a Giovanni da Milano suo condiscepolo nella scuola di Gaddo Gaddi, esso Gaddo nel suo morire raccomandò Giovanni, e Agnolo suoi figliuoli a fine che essi seguitassero a fargli camminare secondo i precetti dell’arte, che esso aveva loro insegnata. Venne in pensiero, già che il Vasari nel dar notizia dell’accennata fondazione in Firenze della Compagnia de’ Pittori se la passò alquanto strettamente, di dirne alcuna cosa di più in questo luogo: Ma già che noi troviamo, ch’ell’ebbe suo principio nel 1349. abbiamo stimato miglior consiglio il lasciar per ora tale assunto, per farne poi nel Decennale ove cade esso anno 1349. una diffusa narrazione.

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Discepolo di Taddeo Gaddi, fioriva del 1350. Oltre all’essere stato questo artefice discepolo di Taddeo Gaddi, gli fu anche si confidente, ed amico, che ad esso alla sua morte, che seguì del …. raccomandò Agnolo, e Giovanni suoi figliuoli, accioché egli continuasse ad ammaestrargli in quell’arte, nella quale egli medesimo già avevagli incamminati. Operò costui di maniera Giottesca, e furono sue pitture in Ascesi la Tribuna della Cappella maggiore, dove fece un Crocifisso, la Vergine, e santa Chiara, e nelle facciate, e dalle bande, storie di Maria Vergine. In santa Croce di Firenze, una tavola per l’Altar di san Gherardo da Villa magna; ed in Ognissanti, Convento ove già stavano i Frati Umiliati, una tavola, che allora fu posta all’Altar maggiore. Condottosi poi a Milano sua patria, colorì molte tavole a tempera, e quivi finì il corso di sua vita.

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Ora io mi persuado, che chiunque leggerà quanto io ho portato in questo luogo, dico ciò che già fu scritto da Cennino da Colle di Valdelsa nel suo libro, poi ricopiato dal Vasari , subito sarà preso da forte dubbio, di come fosse possibile, che il Cennino da Colle di Valdelsa avesse notato fra gli altri suoi allora secreti di pittura, quello del macinare i colori a olio, già che lo stesso Vasari nella vita d’ Antonello da Messina dice, essere stato inventato quel modo di colorire da Giovanni da Bruggia , poi insegnato a Ruggieri ad Aus , poi lo fa pervenire in Antonello da Messina , e poi in Domenico da Venezia , in che pare ch’egli consumasse tant’anni, che non sia più luogo a credersi, che Cennino da Colle di Valdelsa ne’ suoi tempi, ne la Toscana, ne l’Italia potesse averne avuto il primo barlume, non ch’egli avesse potuto impararlo, e scriverlo nel suo libro. . Questo dubbio per certo a me non venne mai, come quegli, che chiaramente riconobbi colla traduzione di quanto scrisse Carlo Vanmander pittor Fiammingo in suo idioma, parlando di Giovanni, e Euberto Eich pittori di Bruggia, dico di Giovanni Eich, che è quello stesso Giovanni, di cui parlò esso Vasari, chiamandolo Giovanni da Bruggia: che il Vasari nel ritrovamento di questo segreto, siccome de’ passaggi, che gli fece fare d’uno in un altro artefice, non ebbe notizia de i tempi appunto, potè forse credere, siccome fu in verità, che il segreto fosse stato ritrovato fra’l 1400. e’l 1440. il che si deduce dall’ordine, ch’ei tenne in dar luogo alle vite de’ suoi pittori; e se pure di tal tempo non ebbe alcuna cognizione, almeno l’ordine de’ tempi, come sopra, dati alle vite de’ suoi professori, non contraddice a quello, nel quale io trovo essere occorsa tale novità, cioè circa al 1410. e così fatto il conto del tempo, che potè sopravvivere al 1400. il nostro Cennini; che poterono essere trenta, quaranta, e anche cinquant’anni, e più (giacché non sappiamo altro de’ suoi principj, se non ch’è fosse discepolo per dodici anni d’Agnol Gaddi, che morì nel 1387.) torna molto bene, che quell’invenzione, avendo già dopo il 1410. fatto suo corso in Italia, e Toscana, ed essendo pervenuta in Cennino Cennini, fosse stata potuta esser notata da lui nel suo libro, e anche praticata; e tanto basti aver accennato a fine di togliere ogn’ombra di difficultà in cosa di tanto rilievo per la notizia delle cose dell’arti nostre, riserbandomi a dar di tutto un più chiaro, e distinto ragguaglio nelle Notizie della vita di Giovanni, e Euberto Eich, tolta dalla sopra nominata Fiamminga traduzione, siccome d’altronde, e posta nel Secolo 3. dal 1400. al 1500. nel primo Decennale.

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Discepolo di … . nato …. ? …. Fra gli altri pittori di nome, che ebbe la città di Siena nel secolo del 300. uno fu il Berna, ch’è un nome tronco da Bernardo, o da Bernaba, siccome Francia puote essere da Francese; e se a costui il Cielo avesse voluto conceder lunga vita, siccome la trista sorte, sua presto volle che fosse reciso il filo de’ suoi giorni averebbe egli lasciato di sé stesso gran fama; ma non è però ch’egli nel picciol corso degli anni suoi non operasse tanto, che bastasse per farlo conoscere, per quanto concedeva quella età, per valent’uomo. Dipinse in Siena sua patria nella Chiesa di Sant’Agostino a fresco due Cappelle; ed in una facciata una grandissima storia, in cui fece vedere un giovane condotto alla morte dalla Giustizia, assistito da Religiosi, che il confortavano, e lo rappresentò tanto al vivo, che fu stimata opera singularissima. Dipinse in Cortona, poi fu chiamato a Firenze, dove nella Cappella di san Niccolò in santo Spirito fece le pitture, delle quali fino a’ nostri tempi si ragiona, non tanto per fama di lor bontà, quanto per la disgrazia, che toccò alle medesime di essere nel terribile incendio di quella Chiesa rimase preda del fuoco. Andò poi a Sangimignano, Terra di Valdelsa, dove dipinse a fresco nella Pieve cose assai; e già aveva alle medesime dato quasi l’ultima mano, quando volle la sventura sua, ch’egli cadesse da un palco fatto per quel lavoro, a cagione della quale caduta infranto, e percosso in due giorni se ne morì, e ciò fu circa gli anni di nostra salute 1380. Ebbe costui un suo discepolo, che si chiamò Giovanni, nativo del Castello di Asciano dello Stato di Siena; al quale toccarono a finire le poche cose, che di quell’opera restarono imperfette. Questi pure fu chiamato a Firenze, dove dipinse nel Palazzo de’ Medici, ed in Siena sua patria fece vedere sue pitture nello Spedale della Scala, che furon molto lodate.

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N Nanni di Bartolo pitt. 105. Nanni di Bartolo scult. 103. Narrazione del quando, come, e per chi cominciasse nella Città di Venezia il miglioramento della pittura 77. Narrazione della fondazione della Compagnia de’ Pittori in Firenze 47. Navicella di Giotto nella Basilica Vaticana 3. 6. Nello pitt. Fiorentino 11. sua vita 25. Neroccio da Siena archit. sua vita 33. Niccola da Prato Cardinale ritratto 4. Niccola, e Giovanni scultori 8. Messer Niccola Acciaiuoli Gran Siniscalco del Regno di Napoli, e di Sicilia 69. Niccola Aretino scult. 75. Niccolò Cornacchini 27. Niccolò di Piero Lamberti scult. 80. Nino scult. Pisano sua vita 83. Niccolò di Piero Aretino sua vita 107. Novelle di Franco Sacchetti Fiorentino 13. 16. 18. 22.

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B Badens, Francesco, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244. Badens, Giovanni, decennale 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244. Bacchiacca, Francesco d’Ubertino, decenn. 4. del sec. 4. a c. 290. Backer, Jacopo, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375. Bajardo, Gio. Batista, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533. Balassi, Mario, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 233. Baldovinetti, Alesso, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 87. Balducci, Gio. detto Cosci, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 218. Vedi Cosci. Balestri, Pietro, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. Bally, David, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Balten, Pieter, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 265. Bembi, Bonifazio, e Francesco, dec. I. del sec. 4. a c. 199. Bandini, Gio. di Benedetto, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 187. Barbatelli, Bernardino, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 241. Vedi Poccetti. Barbieri, Cav. Gio. Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 270. Vedi il Guercino. Barbone, Jacopo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 225. Barent, decenn. I. del sec. 4. a c. 192. Baretsen, Dirick, decenn. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 146. Barocci, Federigo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 110. Bartoli, Domenico, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 86. Bartolo Gioggi, decenn. 2. del sec. 2. a c. 28. Bartolo di Fredi, decenn. 7. del sec. 2. a c. 84. Barozzi, Jacopo, decenn. 4. del sec. 4. a c. 321. Vedi da Vignola, e vedi il Vignola. Bartolommeo del Rosa, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 591. Baßetti, Marc’Antonio, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 292. Buti, Lodovico, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 124. Battiloro, Taddeo, decenn. 2. della parte 2. del secolo 4. a c. 170. Vedi Curradi. Batista d’Agnolo Veronese, detto Batista del Moro, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 55. Bavvur, Gio. Guglielmo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 197. Beccafumi, Domenico, decenn. I. del sec. 4. a c. 196. Vedi Mecherino. Beck, David, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 376. Belearo, Damiano, decenn. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 133. Bellini, Giovanni, decenn. 7. par. 2. del sec. 3. a c. 124. Beltraffo, Gio. Antonio, decenn. 2. del sec. 4. a c. 213. Benfatto, Luigi, decenn. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 240. Vedi Friso. Berckmans, Errico, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416. Berna, il Berna da Siena, decenn. 8. del sec. 2. a c. 95. Bernino, Gio. Lorenzo, decenn. 2. della par. 1. del sec. 5. a c. 54. Benso, Giulio, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 536. Bertolodo, decenn. I. della par. I. del sec. 3. a c. 41. Bianchi, Francesco Buonavita, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 74. Bianucci, Paolo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 82. Bilivert, Giovanni, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 68. Bylort, Gio., decenn. 4. della p. I. del sec. 5. a c. 378. Bizelli, Gio. di Francesco, decenn. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 266. Bloemart, Abraam, decenn. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 241. Bloemart, Cornelio, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 238. Boccacci, Boccaccino, decenn. 2. del sec. 4. a c. 226. Boccacci, Boccaccio, decenn. I. del secolo 4. a c. 199. Boccanera, Marino, decenn. 3. del secolo I. a c. 43. Boel, Pietro, decenn. 7. della par. 2. del sec. 7. a c. 624. Boering Sindeschaer, Gregorius, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 70. Bol, Hans, dec. 5. del sec. 5. a c. 354. Bologhini, Bartolommeo, decenn. 6. del sec. 2. a c. 70. Giovanni, decen. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 120. Bolzone, Luciano, decenn. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 159. Bossaert, Tommaso Willeborts, dec. 4. della par. I. del sec. 3. a c. 376. Borromino, Francesco, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 370. Bosboon, Simone, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. Boschi, Alfonso, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 426. Boschi, Prete Francesco, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 428. Boschi, Fabbrizio, decenn. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 250. Boscoli, Andrea, decenn. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 209. Bos, Jeronimo, decenn. 3. del sec. 4. a c. 242. Botalla, Gio. Maria, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 159. Vedi Raffaellino Botalla. Bot, Gio., decen. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375. Botticelli, Sandro, decenn. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 137. Vedi Filippi. Braccelli, Gio. Batista, decenn. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419. Bramer, Lionardo, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 197. Brandi, Diacinto, decenn. 6. della parte 2. del sec. 6. a c. 613. Bresciano, Tommaso Sandrino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 292. Brilli, Matteo, e Paolo fratelli, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 186. Brisone, Gio. Batista, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 295. Brueghel, Pieter, decenn. 5. del sec. 4. a c. 335. Bruno di Giovanni, decenn. 2. del sec. 2. a c. 25. Brusasorci, Domenico, decenn. 4. del sec. 4. a c. 320. Vedi Riccio. Brusasorci, Felice, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 212. Vedi Riccio. Buccklaer, Giovachim, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 77. Buffalmacco, Buonamico di Cristofano, decen. 2. del sec. 2. a c. 11. Bugiardini, Agostino, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 83. Vedi Ubaldini. Brunel, Jacopo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 273. Buontalenti, Bernardo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 89. Butteri, Gio. Maria, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 171.

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È dunque da sapersi, come una tal quale famiglia de’ Ghiberti potè senza dubbio annoverarsi fralle antiche della nostra città, come quella che, secondo il Verino trasse sua origine da Fiesole: Venere, ut fertur, Fesulana ex arce Ghiberti. Di questa fa menzione il Villani contandola fralle poche di fazion Guelfa, che dopo la rotta di Montaperti del 1260. non cedettono al nemico vincitore Ghibellino, e non se n’andarono a Lucca. E se degli uomini di quella favelliamo, sino del 1270. si trova un Messer Rinieri Ghiberti Canonico Fiorentino: e di lui, e nel nominato anno 1270. e nel 1293. si fa menzione in alcune Scritture, esistenti nell’Archivio di Cestello: e dipoi dell’anno 1319. si vede aver goduto de’ primi onori della città Geri di Guccio pel Sesto di Por S. Piero, benché poi il medesimo passasse pel Quartiere S. Giovanni, e fino al 1371. essere stato sei volte Priore, e due Gonfaloniere di Giustizia: Jacopo di Rinieri di Geri esser similmente stato Priore del 1398. e Jacopo di Guccio di Geri del 1435. e così trovansi fino al numero d’otto volte Priori, e due volte Gonfalonieri di Giustizia. Ma se di questa tal famiglia fusse veramente Lorenzo Ghiberti, non è così facile a me l’affermarlo, per non averne trovata l’attaccatura; sono però assai forti le conghietture per l’affermative: ed io per far noto ad altri ciò, che è potuto venire fin qui a mia cognizione, lasciando che ciascheduno determini secondo il più probabile, e creda quel più che a lui piace, ne porterò qui alcune. Primieramente non è chi dubiti, che oltre allo stesso cognome, tanto a quelli che ora per più chiarezza del dire mi piace chiamar col nome d’antichi, quanto a quelli di Lorenzo, a’ quali io darò nome di moderni, non sieno anche comuni le armi: cose che unite insieme pare che diano qualche probabilità. Aggiungasi la molto antica Sepoltura de’ Ghiberti in S. Croce, della quale trovo fatta menzione nel Testamento di Buonaccorso di Vittorio del nostro Lorenzo, del 1516 nel quale ordina esser sepolto nella chiesa di S. Croce nella Sepoltura degli antichi di esso testatore; d’onde si vede chiaro, che ancora in que’ tempi, cioè 170. anni sono in circa, essa Sepoltura era antica in casa i Ghiberti; anziché fino dell’anno 1496. della medesima sepoltura si fa menzione nel testamento di Vettorio, padre dello stesso Buonaccorso. Più gagliarda conghiettura mi pare che si possa dedurre, dal trovarsi, che Jacopo, Guccio, Dolfo, e Giovanni, fratelli, e figliuoli di Rinieri di Geri di Guccio, che senza dubbio sono de’ Ghiberti antichi, per testamento di detto Geri rogato nella casa, solita abitazione di detto Geri, posta nel Popolo di S. Michele delle Trombe, che è quella, della quale appresso si parlerà, che fu poi posseduta da Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti, redarono alcune case, poste nel Popolo di S. Michele in Palchetto.

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Ma tempo è ormai di ripigliare il filo dell’Istoria, e parlare delle altre opere di questo grande artefice, colle quali egli abbellì non poco la patria nostra, ed accrebbe a sé stesso gloria immortale. Fece egli dunque anche l’altra bella figura di bronzo del S. Stefano per l’Arte della Lana, che fu collocato nell’ultimo Pilastro: e altre bellissime cose condusse circa a questi medesimi tempi, d’oro e d’argento, ed orificeria, nella quale fu singolarissimo, come appresso diremo, seguendo in ciò quanto ne lasciò scritto il Vasari co’ seguenti periodi. Mentre che l’opere di Lorenzo ogni giorno accrescevan fama al nome suo, lavorando e servendo infinite persone, così in lavori di metallo come d’argento eoro; capitò nelle mani a Giovanni, figliuolo di Cosimo de’ Medici, una cornjuola assai grande, dentrovi lavorato d’intaglio in cavo, quando Apollo fa scorticare Marsia; la quale, secondoché si dice, serviva già a Nerone imperatore per suggello. Ed essendo pe’l pezzo della pietra, ch’era pur grande, e per la maraviglia dell’intaglio in cavo, cosa rara; Giovanni la diede a Lorenzo, che gli facesse intorno d’oro un ornamento intagliato: ed esso penatovi molti mesi, lo finì del tutto; facendo un’opera non men bella d’intaglio a torno a quella, che si fusse la bontà e perfezione del cavo in quella pietra: la quale opera fu cagione, ch’egli d’oro e d’argento lavorasse molte altre cose, che oggi non si ritrovano. Fece d’oro medesimamente a papa Martino un bottone, che egli teneva nel piviale, con figure tonde di rilievo, e fra esse, gioje di grandissimo prezzo; cosa molto eccellente: e così una Mitera maravigliosissima di fogliami d’oro straforati, e fra essi molte figure piccole, tutte tonde, che furon tenute bellissime; e ne acquistò, oltre al nome, utilità grande dalla liberalità di quel Pontefice.

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Fiorivano dal 1400. al 1410. Che i primi, che dopo i moderni Greci a ritrovare il nuovo e miglior modo del dipignere, fossero Cimabue, e’l famosissimo Giotto suo discepolo, l’uno e l’altro Fiorentini, come abbiamo altrove mostrato, non è chi senza nota di troppa temerità, né punto né poco possa dubitare: e lasciato da parte il veridico testimonio dell’antiche e moderne storie, delle pubbliche e private scritture di nostra città, quando mai altro non fosse, incontrastabile argomento ne sono (e il fanno anche patentissimo al senso) molte ragioni. La prima è, che non mai si vide essere a notizia d’alcuno de’ veri intelligenti, che avessero scorse molte parti del Mondo, che di quelli ultimi secoli, che precederono al 1300. si veggano in alcun luogo pitture d’altra maniera, che solamente Greca e Giottesca. La seconda, che quest’ultima si vegga poi per un intero secolo, quasi in ogni luogo continuata, conosce ognuno, che ha occhio erudito, che siccome ne’ primi albori del giorno non si scorge del tutto sbandita la notte, e nell’imbrunir della sera, che sia in tutto svanito il giorno, per la participazione degli estremi; così esser verissimo, che il modo del fare di Cimabue e di Giotto, co’ loro estremi, dico di cominciamento e di fine, fanno conoscere per indubitata tal verità; perché e’ si scorge, che la maniera di Cimabue, con esser di gran lunga migliore di quella de’ moderni Greci, contuttociò partecipa tanto di quel fare, e tanto se gli assomiglia, quanto basta per far conoscere ch’ella ebbe da quella il suo principio. Similmente la maniera di Giotto, con quella di Cimabue, e le maniere di coloro, che vennero dopo la Giottesca maniera, anch’elleno per qualche tempo ritennero tanto quanto di quella dello stesso Giotto. Siccome abbiamo veduto, non tanto nelle pitture, quanto nelle sculture de’ più celebri artefici, che furono nel secolo del 1400. fra le quali non hanno l’ultimo luogo le prime opere di Lorenzo Ghiberti, e di più altri celebri Pittori e Scultori di quella età; finché poi coll’imitazione del vero, e del modo d’operare di coloro, che a passo a passo sono andati aggiugnendo a queste arti alcun miglioramento, son poi pervenuti gli artefici al sommo d’ogni perfezione. Supposta dunque questa verità, non ha dubbio alcuno, che tal miglioramento, o immediatamente per mezzo de’ proprj discepoli di Giotto, o de’ discepoli degli stessi, o fuor d’Italia o nell’Italia medesima, sia stato agli Oltramontani comunicato. Mentre abbiamo per certo, che non mai del tutto in alcuna principal Provincia sia mancata quest’arte, come altrove dicemmo. Non è già potuto riuscire a me ne’ presenti tempi, ciò che più di cento anni addietro, quando erano più fresche le memorie, non potè venir fatto al curiosissimo investigatore delle notizie degli artefici Giorgio Vasari, né tampoco al diligente Carlo Vanmander, pittor Fiammingo, circa 80. anni sono, di rintracciare, chi degli Oltramontani, dalle parti di Germania e Fiandra venisse in Italia, ad apprendere tal miglioramento nell’arte da’ derivati da Giotto: o quale di questi si portasse ad insegnarlo in quelle parti. Disse però assai apertamente il nominato Vanmander nella sua storia, scritta in quel suo natìo idioma, laddove parla di Cimabue, queste parole: Quando l’Italia era travagliata dalle guerre, non solo mancarono le pitture, ma gli stessi pittori. Per fortuna nacque l’anno 1240. per far risorgere la pittura, uno chiamato Giovanni, cognominato Cimabue, Fiorentino ec. e finalmente dice in più luoghi, che il modo di dipignere con gomma e uova ne’ Paesi Bassi venne d’Italia, per aver tal modo avuto suo principio in Firenze l’anno 1250. Quindi è, che, quantunque io non possa accertare chi fosse il maestro di questi due Oltramontani Pittori, de i quali ora intendo dar notizia, noi possiamo dire, che fossero i primi, che tal miglioramento prendessero. Io non dubito contuttociò d’affermare sopra tali fondamenti, che siccome ad ogni nazione potettero trapassare gli artefici Italiani, a portar questo nuovo abbellimento, di cui il Mondo fu sempremai sì curioso. O d’ogni nazione poterono venire uomini in Italia per quello prendere da’ nostri artefici; così fu facil cosa agl’ingegni elevati, e dell’arte studiosi, in ogni parte, dopo aver quello appreso, andar sempre più migliorando il modo dell’operare, facendosi una maniera secondo il proprio gusto, ma diversa da quella dell’altre lontane nazioni, siccome hanno mostrato per più secoli l’opere di essi Oltramontani. Furono dunque nella Fiandra poco avanti al 1400. all’ora appunto, che i seguaci di Giotto avevano sommamente dilatata l’arte della Pittura, molto stimati i due fratelli, Giovanni Eych, e Uberto Eych di Maeseych: il primo de’ quali fu il ritrovatore del modo di colorire a olio, di cui disse alcuna cosa Giorgio Vasari, nella vita d’Antonello da Messina, chiamandolo Giovanni da Bruggia. Ma perché quest’autore non solamente ne disse poco, ma anche scambiò i tempi, ne’ quali egli fiorì nell’operar suo, ponendolo molti anni dopo il suo vero tempo, io sono ora per portarne, quanto il nominato Vanmander Fiammingo, in sua lingua ne scrisse l’anno 1604. con tutto quel più, che d’altronde io ne ho potuto di più certo ricavare. Fu Giovanni nella sua gioventù versato nelle lettere, di prontissimo e nobile ingegno, e da natura grandemente inclinato all’arte della pittura: quale poi si mise a imparare da Uberto suo maggior fratello, che pure fu bravo e artificioso pittore; ma da chi questi imparasse è al tutto ignoto. Fu il natale d’Uberto, per quanto il citato autore scrisse averne potuto congetturare, circa al 1366. e di Giovanni qualche anno dopo. Non si sa che il Padre loro fosse pittore; ma sì bene, che i loro antenati e tutta quella casa fosse dotata d’ingegno non ordinario: ed ebbero una sorella maritata, la quale anch’essa esercitò l’arte della Pittura. Questi due fratelli fecero molte opere a tempera con colla e chiara d’uovo; perché allora non avevano in quelle parti altro modo di lavorare, che quello venuto loro d’Italia, non essendovi la maestranza di lavorare a fresco.

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Era in que’ primi lor tempi la città di Bruggia abbondantissima di ricchezze, per la gran copia de’ mercanti di diverse nazioni che vi si trovavano, de’ gran negozj che vi si facevano, e commercio che aveva con tutte le parti del Mondo: maggiore al certo di quelli di qualsivoglia altra città di Fiandra. E perché è proprio delle buone arti, quivi piantar loro fortuna, ove più abbondano le ricchezze, a cagione dell’esser quivi bene ricompensate; il nostro Giovanni lasciata la patria, se n’andò ad abitare in essa città di Bruggia, quivi essendosi formata una maniera assai diligente, quantunque alquanto secca, con un modo di panneggiare tagliente, soverchiamente occhiuto, più con pieghe artifiziate, che naturali, quella appunto, che in quelle parti è stata tenuta poi, benchè con miglioramento, per qualche secolo, che anche si riconobbe in Alberto Duro, Luca d’Olanda, e altri celebri maestri. Si acquistò gran fama, ed in somma fu primo, che ne’ Paesi bassi avesse grido d’eccellente Pittore. Fece in Bruggia moltissime opere sopra tavole con colla e chiara d’uovo, che portarono la fama del suo nome in diverse parti, dove furono mandate. Aveva quest’artefice congiunta all’altre sue abilità una ingegnosa maniera d’investigare modi di colori diversi: e perciò molto s’esercitava nelle cose d’alchimia, finchè sortì di trovare il bel modo e la nuova invenzione di colorire a olio: e andò la cosa, come ora siamo per raccontare. Era suo costume l’adoperar sopra i quadri, dipinti a colla e chiara d’uovo, una certa vernice di sua invenzione, che dava molto gusto, per lo splendore, che ne ricevevano le pitture; ma quanto era bella dopo esser secca, tanto era difficile e pericolosa a seccarsi. Occorse una volta, circa l’anno 1410. (tanti anni avanti al tempo notato dal Vasari), che Giovanni aveva fatta una tavola con lungo studio e gran fatica: e avendole dato di vernice, la pose a seccare al sole; ma perché le tavole di legname non erano bene appiccate insieme, e perché il calor del sole in quell’ora era troppo violente, le tavole nelle commettiture si apersero in diversi luoghi. Allora Giovanni preso da gran collera, nel vedere in un punto d’aver persa la fatica e’l lavoro, giurò di voler per l’avvenire cercar modo, che non gli avesse più il sole a far quel giuoco: e presa gran nimistà con quella sorte di vernice, diedesi a cercarne una, che da per sé stessa immantenente si seccasse, senza il sole, dentro alle proprie stanze di casa sua. Provò e riprovò molti olj, rage, e altre naturali e artificali cose: e finalmente venne in chiara cognizione, che l’olio del lino, e quello delle noci, eran quelli, che più d’ogn’altra cosa da per sé stessi seccavano. Con essi faceva bollire altre materie, finché venne a ritrovare questo bello e util modo, resistente all’acqua e a ogni colpo, che rende i colori assai più vivi, e più facili a mescolarsi fra di loro, e distendersi: invenzione, che ha tanto abbellito il Mondo. Prese Giovanni da ciò molta allegrezza, e con gran ragione: e dando poi fuori opere in tal maniera lavorate, non si può dire quanto si facesse glorioso in quelle parti, e dovunque erano mandati i suoi quadri. Fino dall’Italia andarono artefici, solamente per vedere essa nuova invenzione: e dice il nominato Vanmander, che di tal novità fecesi maggior rumore, che quando l’anno 1354. da Bertoldo Schivvartz, Monaco di Danimarca, fu trovata la polvere da bombarda. Seguitò Giovanni a dipignere a olio, insieme con Uberto suo fratello, tenendo il segreto molto occulto: né volle da quel tempo in poi esser più veduto dipignere, e quantunque tanto in quelle parti, quanto poi in Italia, ognuno potesse a suo talento sentir l’odore delle tele, da lui dipinte; in riguardo però d’un certo fortore, che mandan fuori i colori mescolati con quell’olio, non fu mai alcuno, che potesse rinvergare, che quella mestura fosse quello, ch’ella era. Fintantoché, dopo un gran corso d’anni, Antonello da Messina, andando a Bruggia, ne imparò il modo, e lo portò in Italia, come diremo al luogo suo. Molte furono l’opere de’ due fratelli, quantunque il valore di Giovanni quello d’Uberto di gran lunga eccedesse: la maggior parte delle quali furono nella città di Ghent, dove nella Chiesa di S. Giovanni fecero ad istanza del Conte di Fiandra Filippo di Charlois, figliuolo del Conte Giovanni Digion, una gran tavola, nella quale rappresentarono una Vergine coronata dall’eterno Padre, con Giesù Cristo, che tiene in braccio la Croce, e gran copia d’Angeli in atto di cantare: nello sportello a mano destra fecero Adamo ed Eva, e nel volto d’Adamo appariva assai bene espresso un gran terrore, per la ricordanza del trasgredito precetto: e nell’altro sportello fecero una Santa. Dipinsero ancora in essi sportelli i ritratti de’ due Conti soprannominati, a cavallo, e i ritratti di loro medesimi: quello d’Uberto, il più vecchio, a mano destra, e quello di Giovanni a mano sinistra, ancora essi a cavallo, vicino al Conte Filippo, ch’era allora conte di Borgogna: appresso al quale erano, massimamente Giovanni, in grande affetto e stima, tanto che scrive il mentovato autore, esser fama, che Giovanni per lo grande ingegno suo fusse fatto suo Consigliere segreto, sendo a tutti noto, ch’egli ne fosse trattato con dimostrazioni eguali a quelle, che si leggono d’Alessandro ad Apelle. Nella predella della tavola dipinsero a colla un Inferno con assai belle invenzioni; ma avendo questa dato alle mani di alcuni ignoranti, che la vollero lavare, rimase quasi in tutto guasta. La tavola venne in tal venerazione appresso i popoli, che non mai si aprivano gli sportelli, se non ne’ giorni di gran feste, o a’ forestieri: e a tal faccenda erano deputate persone apposta, che in tale occasione si guadagnavano gran mance: e quando si mostrava ad alcuno, vi si affollavano talmente le persone, che talora seguivano disordini. Erano in essa tavola sopra 300. figure, tutti ritratti al naturale, niuno de’ quali s’assomigliava all’altro: e in somma fu quest’opera in que’ primi tempi il miracolo di quelle parti.

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Finito che ebbero questa grand’opera di Ghent, se ne tornò Giovanni ad abitare in Bruggia: e nella chiesa Parrocchiale di S. Martino, fece una tavola d’una Madonna, con un Santo Abate in ginocchioni, gli sportelli della quale restarono imperfetti: e in questa pure fece molti ritratti al naturale, e in lontananza un vago paese: e molte altre cose fece in quella Città, dove l’anno 1604. ancora si conservava, avanzata all’insolenza degli eretici, similmente una sua bella tavola. Altre molte sue pitture furon da que’ mercanti mandate in diverse parti: e quantunque ne fossero portate a diversi potentati; contuttociò per le cagioni accennate, rimase quella nuova invenzione per lungo tempo in Fiandra. Ma come è solito di chi con qualch’eccellente virtù si fa superiore a molti, insursero contro a Giovanni molte persecuzioni, per le quali ebbe non poco da sostenere. Fra i Potentati, che ebbero opere di lui in Italia, uno fu il Duca d’Urbino, a cui toccò un Bagno, fatto con gran diligenza. Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, ebbe in Firenze un S. Girolamo, con altre molte cose: e Alfonso I. Re di Napoli, ebbe per mezzo di mercanti Fiorentini, che allora abitavano in Bruggia, un quadro, con assai figure, bellissimo. Erano le bozze di questo artefice, assai più finite di quello, ch’erano l’opere terminate degli altri Pittori suoi paesani. Vendevansi a prezzo: e dice il Vanmander, aver veduto a Ghent, in casa di Luca Depster, suo proprio maestro nell’arte, in una tavola due ritratti a olio, marito e moglie, presi per mano in segno di fedeltà, la qual opera era stata trovata in Bruggia, in casa d’un Barbiere: che veduta da Donna Maria, Zia di Filippo Re di Spagna, e Vedova del Re Lodovico d’Ungheria, che morì in guerra contro il Turco, ne ebbe tanto piacere, che per averla donò al Barbiere un uficio, di rendita ogni anno di cento testoni di quella moneta. I disegni di quest’artefice son maneggiati con franchezza, e diligenza insieme. Pervenuto finalmente Giovanni all’età decrepita, alcuni anni dopo Uberto suo fratello, passò da questa all’altra vita nella città di Bruggia, dove nella chiesa di S. Donato gli fu data sepoltura: e ad una colonna di quella fu accomodata una latina iscrizione in lode di lui. Uberto il fratello, già era morto l’anno 1426. nella Città di Ghent, e sepolto in S. Giovanni: e nella muraglia era stata effigiata una morte, che teneva in mano un rame, per entro il quale si leggeva un epitaffio, in antica lingua Fiamminga scritto. Furono poi, circa al fine del passato secolo, mandati fuori in istampa in rame, intagliati da Th. Galle, i ritratti de’ celebri Pittori Fiamminghi, tra’ quali a questi due fu dato il primo luogo, comecché fossero stati anche i primi, che per tale arte avessero fatta risplendere la patria loro in tutta la Fiandra. Furono anche essi ritratti abbelliti d’alcuni versi latini, parto dell’erudita penna di Domenico Lampsonio di Bruggia, Segretario del Vescovo di Liegi, che allo studio delle buone arti, congiunse ancora l’amore alla pittura. I discepoli di Giovanni potettero esser molti. Si ha cognizione d’un tal Ruggiero da Bruggia, e di Ugo de Goes, del quale parleremo a suo luogo. Moltissimi furono i Pittori, che dopo Gio: da Bruggia, e ne’ tempi d’Ugo de Goes, e di Ruggiero di lui discepolo, furono in quelle parti assai rinomati, de’ quali noi faremo a suo luogo esatta menzione; ma furono ancora molti, l’opere de’ quali, negli esterminj della Cristiana religione, ivi ancor esse perirono, né altro rimase, che il solo nome di que’ maestri.

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Ma io contuttociò per soddisfare al mio intento, che è di dar notizie universali al possibile, e per rendere al merito della virtù il suo dovere, ne farò in questo luogo quella memoria, che potrò. E qui mi conceda il Lettore, che io faccia di tutti un cumulo, anche di quelli, che alquanto s’avvicinarono a’ nostri tempi; con discostarmi assai per ora dall’ordine, che io mi prefissi, che fu di notare in ciaschedun Decennale que’ solamente, che in esso Decennale fiorirono; perché non avendo io per lo più de’ loro tempi certezza, ho creduto, che ogni altro ordine, che io tenessi in parlarne, servirebbe piuttosto per ingannare quelli, che leggeranno, che per dar loro buone notizie. È dunque da sapersi, come nella Germania alta furono, dopo i nominati Giovanni e Uberto, molti nobili artefici, anziché tutti gli Scultori, e Scrittori (che tali chiamano coloro, che dipingono i vetri) erano anche Pittori: e si son vedute qua e là alcune reliquie di loro arte e sapere, nelle stampe: come per esempio di Sibaldo Bheen Suanio, Luca di Cronach in Sassonia, Israele di Menttz, e Hispe Martino che molto bene fanno conoscere il valore di ciascuno di costoro nel suo tempo, ciò che non possono più fare le loro pitture. Similmente fu nella Fiandra un eccellente maestro della città di Bruges, chiamato Giovanni Memmelink, che fiorì avanti a’ tempi di Pietro Purbus: né altro si sa di lui, se non che lo stesso Purbus ne’ giorni festivi andava sempre a vedere un’opera di mano di questo Giovanni, nella casa o fosse Confraternita di S. Giovanni, e non si poteva saziare di vederla e lodarla: dal che si comprende, quanto questo Giovanni fosse eccellente nell’arte. A Ghent fu poco dopo di lui Gio: Vanneik, un Pittore chiamato Geeraert Vandermerre, che aveva una maniera pulita: di mano di cui fu portata da Ghent in Olanda, fino del 1600. una Lucrezia molto ben fatta. Similmente un tal Gheraert Horebaut, che poi fu Pittore del Re d’Inghilterra Enrigo VIII. di mano del quale erano nella stessa città di Ghent sua patria, nella chiesa di S. Giovanni, a mano destra dell’altare maggiore, due sportelli d’una tavola fatta di rilievo: in uno era dipinta la Flagellazione del Signore: nell’altro il portar della Croce, colla Vergine addolorata e S. Giovanni, e in lontananza le tre Marie, che andavano al Sepolcro, con lanterne e lumi, che facevano in quella spelonca un bel vedere, a cagione de’ molto bene osservati riflessi, che percuotevano i volti di quelle donne. Questi sportelli sortirono esser difesi dalla furia degli Ugonotti, che tentarono di disfarli, siccome avevan fatto dell’altre immagini; essendoché da una pia persona fossero comperi a poco prezzo (e fu questi Marten Biermano, nato in Broselles, che era anche grande amatore dell’arte) e poi dallo stesso fossero restituiti alla chiesa per quel poco prezzo, che costarono a lui. Di questo stesso Gheraert era ancora in Ghent del 1604. nel mercato del Venerdì, in una casa, dove si vendevano tele, un tondo doppio, dipinto da due parti: da una Cristo sedente sopra una pietra, in atto di esser coronato di spine, e battuto sopra il capo con canne: nell’altra era Maria Vergine col figliuolo, e una gran quantità d’Angeli. Nella stessa Città di Ghent fu un certo Lieven de Witte, buon pittore, che intese bene l’Architettura e la Prospettiva. Eranvi di sua mano un quadro singolare dell’Adultera nella chiesa di S. Giovanni, e alcune finestre di vetro, fatte con suo disegno. Fu a Bruges un tal Lansloott Blondeel, che sempre nelle sue opere metteva per segno una cazzuola da muratori. Era Pittore molto intendente, e buon Architetto, e fu in que’ tempi singolare in dipignere anticaglie e rovine, e più che ogni altra cosa, fuochi e splendori notturni, incendj, e simili: ebbe una figliuola, che fu moglie di Pietro Purbus.

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Nato 1387, ? 1455. Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio , il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale , tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino , e poi di Masaccio . Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciboriodi legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciboriod’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito.

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Discepolo di Donatello, nato nel 1383, ? 1421. D’assai riguardevoli natali, nacque in Firenze Giovanni, detto Nanni d’Antonio, il quale, non per alcuna necessità, che avesse di guadagnarsi il vivere; ma per solo amore della virtù, e grande inclinazione naturale, messesi ad imparare l’arte della Scultura da Donatello, il più eccellente, che allora nel mondo maneggiasse scarpello: e divenuto in breve tempo buono artefice, gli fu data a fare nella nostra Città la statua del San Filippo Apostolo, che fu messa in un pilastro di una delle facciate di Orsanmichele. Questa statua per avanti era stata da i Consoli dell’Arte de’ Calzolai allogata a Donato suo maestro; ma non avendo potuto concordare nel prezzo, fu la medesima, quasi per dispetto, data a fare a Nanni, che si era offerto di farla, non solo per molto meno di quello, che Donato chiesto ne aveva, ma eziandio per quello solamente, che agli uomini di quell’Arte fosse piaciuto. Finita l’opera, scordatosi Nanni in tutto della promessa, molto maggior prezzo ne domandò, che Donato fatto non avea; onde nata fra lui e i detti Consoli gran controversia, dopo le molte, finalmente fu nello stesso Donato rimessa la differenza, sperandosi dagli uomini dell’Arte, che pel torto, ricevuto da Nanni, di aver quello, prima a sé destinato lavoro, preso a fare, dovesse stimarla poco o nulla; ma assai diversamente andò la bisogna; imperocché Donato la stimò di gran lunga più di quel che egli medesimo ne aveva chiesto. Può ognuno facilmente immaginarsi, quanta fosse l’ammirazione di quei dell’Arte, i quali con lui molto si dolsero di così fatta stima, dicendo non parer loro cosa giusta il pagar la statua del discepolo, più di quello, che ne aveva domandato il maestro, e maestro quale esso era. A questi rispose francamente Donato, esser egli altra persona che Nanni non era, ed avere altra facilità, e molto più presto sbrigarsi dall’opere, di quello, che egli faceva: voler però ogni giustizia, che molto più a Nanni, che a sé medesimo fosse pagata quell’opera, per avervi durata più fatica, e speso più tempo, che egli non averebbe fatto. Come ei disse, così fu necessario di fare: ed a Nanni fu pagato il prezzo rigoroso in conformità del detto di Donato. Bella invenzione, con cui seppe quel nobile ingegno, senz’alcun torto fare alla giustizia, confondere il poco lodevol termine del suo discepolo, ed insegnare a quei dell’Arte, che non il risparmio, ma l’abilità e l’valore de’ maestri dee cercarsi da coloro, che hanno incumbenza di far condurre opere grandi per pubblico splendore.

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Era dunque la pittura (che appresso agli Orientali ed a’ Greci fu in gran pregio) fino a’ tempi di Porsena, venuta a tal perfezione in Toscana, e poi in Roma, e tanto cresciuta d’eccellenza e di stima in quella città, che Fabio non si sdegnò di sottoscriversi nelle pitture da lui fatte nel Tempio della Salute, col nome di Pittore. E nelle spoglie de’ trionfi erano le pitture e sculture fra le cose più rare a Roma mandate: e non solo si dava la libertà a que’ servi, che tale arte eccellentemente professavano, ma con larghissimi doni erano remunerati. Mantennesi ella, non è dubbio, per tutto il tempo, che regnarono i dodici Cesari; ma però con andar facendo alla giornata alcuno scapito dalla prima eccellenza, come le opere di Scultura e d’Architettura, che l’uno dopo l’altro andavano facendo, hanno dimostrato. Anzi, fin da’ tempi del gran Costantino, trovasi ella aver declinato tanto, che volendo il Popolo Romano alzare ad esso Costantino l’Arco trionfale al Colosseo, ebbe a valersi per ornamento, di statue di marmo, fatte fino ne’ tempi di Trajano: né l’immagini del medesimo Costantino, e le sue medaglie lasciano di mostrare grande scemamento di bontà, in riguardo di quelle, che ne’ tempi degli altri Imperadori erano state fatte. Accrebbesi notabilmente questa disgrazia per la partenza di quello Imperatore, nel trasportar che fece l’Imperio da Roma a Bisanzio, per aver’ egli spogliata Roma de’ buoni artefici, che in essa erano rimasi, e di un numero infinito delle più belle statue e pitture, che quivi si vedessero in quella età; onde avvenne, che queste arti, fino al tempo di Costantino II. e di Giuliano Apostata, andarono tuttavia scapitando, e si ridussero in posto sì umile: e li buoni artefici rimasero in sì piccol numero, se pure alcuno ve ne restò, che fu d’uopo al primo Regnante il fare una legge, che se alcuno, per adornamento di Ville, avesse cavato dalla città marmi o colonne, immantenente rimanesse privo di quelle possessioni, che egli avesse sì fattamente ornate: ed al secondo lo stabilirne un’altra, che proibiva il muovere eziandio e trasportare statue di qualsifosse materia, o colonne, da una provincia all’altra. Ma poco o nulla sarebbero stati simili infortunj a queste belle arti, se la malvagità delle barbare nazioni, mossesi contra Roma, e contra l’Italia tutta, non avesse con guerre crudelissime data l’ultima mano al loro totale esterminio e rovina, come ora siamo per narrare. Erano dunque gli anni di nostra salute al numero pervenuti di trecento novant’otto, quando mancò di questa vita mortale il buono Imperadore Teodosio, lasciando dopo di sé due piccoli figliuoli, Arcadio ed Onorio; il primo nell’Imperio di Levante in Costantinopoli, sotto la tutela di Ruffino: ed il secondo nell’Imperio di Ponente, compreso sotto l’antica Roma, alla custodia di Stilicone. Questo Stilicone, al parer degli storici, affine di esaltare un proprio figliuolo a quell’Imperio, posta prima differenza fra’ due Regnanti: poi col negare certe paghe, che si davano a’ Goti, Popoli Settentrionali, venuti da quella parte, che era detta Gozia, cioè quella Provincia, la quale oggi è divisa parte nella Danimarca, e parte nella Svezia: i quali, fin ne’ tempi di Teodosio si erano più volte, benché con perdita, mossi contro la grandezza di lui; pensò fra sé stesso di quegli irritare ed attizzare per modo, che coll’accendersi fra di loro una guerra crudele, o fossero in quella morti gl’Imperadori, o fra quelle gran turbolenze, l’armi da sé governate avesse potuto voltare al servizio de’ propri disegni. E così bene effettuò suo malvagio pensiero, che mossa da grand’ira quella barbara gente, si fece elezione in un tempo stesso di due Re, Radagaso il primo, e l’altro Alarico, con obbligo a questi di portarsi con grande gente a’ danni di Roma e dell’Italia. Toccò a Radagaso a far la prima mossa: il quale partitosi con dugentomila Goti, come Idolatra che egli era, e che d’uomo non aveva altro che il nome, giurò di sacrificare a’ suoi Dei col sangue de’ Romani, dando di sé terrore e spavento infinito, per la parte di Venezia se n’entrò in Italia; ma volle Iddio, che ridottosi su’ Monti di Fiesole, con animo di distruggere la città di Firenze, egli si trovasse in breve in sì gran penuria di vivere e fin dell’acqua medesima, che mancò in tutto e per tutto d’animo e di forze; laonde oltre alla strage, che di sua gente fecero i Fiorentini, giunse la cosa a tal segno, che erano i soldati Goti predati a branchi, e quivi per prezzo non più di uno scudo dioro per ciascheduno venduti. Radagaso vedutosi a tal partito, volle fuggire; ma sopraggiunto da’ Romani, fu poi da’ medesimi tolto di vita. Non andò già così la bisogna nella seconda invasione de’ medesimi Goti, perché dopo cinque anni, cioè l’anno 413. al parer di buoni autori, Alarico, il secondo Re, con numero di gente non punto minore se ne venne anch’esso in Italia: e messa a sacco la città di Roma, tanto indebolì quell’Imperio, che agevol cosa fu poi a’ Goti il tornare e mantenersi in Italia a loro sodisfazione, ed anco lo stabilirvi la propria grandezza. Allora seguì la dannevole inondazione de’ Barbari, per guastare tutte le Romane provincie; conciossiacosaché i Franconi entrassero nella Gallia, donde ebbero suo principio que’ Re: e i Vandali nella Spagna, donde cominciarono i Re di Spagna. Stilicone però, che fu autore di tanta discordia, fu in questi tempi, per ordine d’Onorio, insieme col figliuolo Eucherio, quello stesso, che egli disegnava innalzare all’Imperial dignità, miseramente ucciso. Per così strani avvenimenti, andarono poi le cose de’ Romani tuttavia di male in peggio; finché dopo un turbolentissimo regnare di dodici Imperadori, seguita la cacciata di Momillo, detto Augustolo, l’ultimo di loro, e la morte d’Oreste suo padre, per opera di Odoacre Re degli Eruli, rimase estinto nell’Italia il Romano Imperio. Né andò molto, che da Teodorico Re de’ Goti, anche Odoacre fu cacciato: e così cadde la bella Italia, ed altre Provincie ad essa soggette, sotto il tirannico governo de’ Barbari. Può ognuno facilmente conoscere fino a qual segno arrivasse in questi tempi infelici l’esterminio di quelle arti, che da null’altro riconoscono la propria vita ed accrescimento, che dalla pace. Ma non ebbero qui fine le loro disavventure; perché Teodosio il giovane, dopo aver coll’impietà dell’Eresia Ariana, alla quale aderì, macchiata la fama dell’antiche sue buone azioni, fece, dopo molte crudeltà, lo stesso Giovanni morir prigione in Ravenna: e qui nacque il secondo Scisma fra Bonifazio II. e Dioscoro. Quindi a cagione dell’ingiusta morte di Amalasunta, figliuola di Teodorico, e moglie di Teodato di lui successore; acceso di giusto sdegno Giustiniano Imperadore, mandò da Costantinopoli l’invitto Belisario in Italia, per quella allo ‘mperio recuperare. Ed ecco incominciata un’altra fierissima guerra fra’ Romani e Goti, in cui Vitige Re de’ Goti, fu da quel gran Capitano fatto prigione, e condotto in Costantinopoli. Non erano appena passati quattro anni, quando a Idovaldo, e poi ad Alarico successe nel Regno il crudelissimo Totila, che più acerbamente travagliò, se non distrusse del tutto, la città di Firenze, come scrisse un buono istorico; diede gran rotta presso a Verona: in Terra di Lavoro prese Benevento e Napoli, con gran paese attorno: e tutta la Toscana conquistò, ardendo, uccidendo, e tutto ad una misura, e sacro e profano, disfacendo, si fece finalmente padrone della stessa Roma. E non contento di spogliarla delle sue mura, ed ucciderne gli abitanti, la dette in preda al fuoco, e in diciotto giorni tutte le belle memorie e di statue e di pitture, e di musaici e di fabbriche rovinò e quasi distrusse: e fece sì, che essa Roma, co’ suoi disfatti edificj, fosse sepoltura di Roma; conciossiacosaché le abitazioni terrene, che erano le più ricche di simili ornamenti, restassero coperte dalle rovine. Furono poi sopra le medesime rovine piantate le vigne. Le sotterrate abitazioni, in parte ritrovatesi ne’ moderni tempi, sono poi state dal volgo chiamate grotte: e quelle poche pitture, che ad onta del tempo vi hanno potuto vedere i nostri secoli, hanno dato il nome a quella sorte di pitture, che noi chiamiamo Grottesche. Così fatte crudeltà di Totila fecero sì, che lo ‘mperadore di nuovo mandasse in Italia Belisario, che rintuzzò l’orgoglio del crudelissimo Re, e tornossene in Costantinopoli, lasciato in suo luogo quel Narsete, che recuperate le cose perdute in battaglia, lo stesso Totila uccise: e similmente uccise Teja, di lui successore, e tornò lo ‘mperio de’ Romani sotto il Reggimento di Narsete.

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Nacque dunque questo celebratissimo Pittore di un molto onorato uomo, Notajo di professione, la quale in quel tempo era in Firenze molto riputata; onde coloro, che la professavano potevano essere abilitati per la Maggiore a tutti i principali ufizj della città. Il nome di lui fu ser Giovanni di Mone della famiglia de’ Guidi, detti altrimenti dello Scheggia, che traeva sua origine, ed avea sue possessioni nel Castello di San Giovanni nel Valdarno di sopra, Contado di Firenze. Il Vasari, che alcune poche cose scrisse di Masaccio, con evidente sbaglio affermò, che il natale di lui, che Tommaso fu chiamato al Battesimo, seguisse l’anno 1417. ma perché troppo sconcerto resulterebbe da tale asserzione a’ nostri scritti, in ordine all’affermare, chi gli fu maestro nell’arte, e chi da esso immediatamente l’apprese, il lasciar la sentenza del Vasari senza la dovuta correzione; perciò è necessario, che oltre a quanto abbiamo accennato nelle notizie della vita di Masolino di lui maestro, e siamo per dire in quella di Fra Filippo Lippi discepolo, procuriamo ancora con accurato esame d’investigare prima gl’inverisimili e le repugnanze, che insorgono dal detto Vasari, seguitato poi da Francesco Bocchi nel suo libro delle Bellezze di Firenze, e da quanti altri hanno preso da lui: e poi col testimonio indubitato di antiche e fedelissime scritture, venghiamo a dimostrarne il vero. Dice dunque il Vasari, che Masaccio nacque del 1417. il che per più ragioni non è né verisimile né vero. Primieramente ha fatto conoscer la maniera di Fra Filippo Lippi, e vien confermato ancora dal Vasari medesimo, che egli da giovanetto studiasse, e si facesse valente pittore sopra le opere del nostro Masaccio: e si è provato chiarissimamente, che il natale di Fra Filippo fu circa al 1400. e non del 1371. o del 1381. come dalla prima e seconda edizione della storia del medesimo Vasari variatamente si deduce. Come dunque avrebbe potuto Fra Filippo da giovanetto circa al 1417. che è quanto dire di sedici in diciassette anni, avere studiate le opere di Masaccio, se questi a quel tempo non avesse ancora incominciato a vivere al mondo, non che ad operare? Di più, io ho trovato nell’antico Libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, cominciato l’anno 1350. che Tommaso di ser Giovanni da Castel San Giovanni fu descritto in essa Compagnia del 1423. onde, secondo il detto del Vasari, sarebbe egli stato descritto nel numero de’ Pittori in età di sette anni, cosa al certo troppo improbabile: ed in un Libro di Matricole segn. G. esistente nel Magistrato dell’Arte de’ Medici e Speziali di questa città di Firenze, vedesi essersi Masaccio Matricolato come Pittore (costume di que’ tempi, oggi non più usato) con nome di Maso di ser Giovanni di Simone a’ 7. di Gennaio 1421. che sono appunto quattro anni dopo a quel tempo, che il Vasari assegna alla nascita del medesimo; quando egli allora, come si dimostrerà, era in età di diciannove anni. Ma per venire alle dimostrazioni della verità di questo fatto, è da sapersi, come nel Libro dell’Estimo di Camera Fiscale del 1427. Quartiere S. Croce, Piviere di Cavriglia, Comune di Castel San Giovanni di Valdarno di sopra, fra gli abitanti in Firenze, esso Tommaso diede sua portata, e disse di essere in età di anni venticinque, e Giovanni suo fratello di anni venti. Sicché fu il natale del nostro Tommaso l’anno 1402. e non il 1417. come il Vasari affermò.

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Rimase vivo dopo di lui il suo fratello Giovanni , in età di anni trentasei, ancora egli pittore, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori , altre volte citato, io trovo scritto l’anno 1443. con queste parole: Giovanni di ser Giovanni da Castel S. Giovanni : e questi fu erede di Masaccio , perché si riconosce nel Catasto del 1469. appresso gli Ufiziali di Decima, che la gravezza degli effetti di quella casa in esso trapassò. Costui diede in nota d’avere un figliuolo, chiamato Antonfrancesco , di anni vent’otto, che stava seco all’arte del pittore, e di averne avuto un altro, che si chiamò Tommaso , che in età di diciassette anni lasciò la casa e la patria, e se n’andò. Questi dovette poi rimpatriare; perché si trova avere avuto un figliuolo chiamato Salvestro , ed una figliuola per nome Antonia , che del 1505. fu maritata a un tal Dato di Antonio di Dato . Questo medesimo Tommaso trovo, che del 1469. negli Atti del Vescovado di Fiesole dell’anno 1479. in causa della Cappella , di che si parlerà in fine, è nominato Cittadino e Mercante Fiorentino. Di Antonfrancesco nacquero altri figliuoli: e fra essi un Giovanni pittore, il quale trovo descritto del 1525. nel Libro della Decima con questo nome: Giovanni d’Antonfrancesco dello Scheggia ebbe tre figliuoli, cioè Tommaso , Raffaello e Michelagnolo : e di questi e del Padre loro trovasi fatta menzione in un Contratto, Rog. a dì 22. di Giugno 1552. per mano di ser Niccolò da Corella , nella vendita di una casa in Castel San Giovanni , che fu fra’ beni di Masaccio , e di Giovanni suo fratello. Di questo Tommaso di Giovanni nacque Baccio , che morì l’anno 1616. del quale non si vede successione, siccome né meno d’ Antonfrancesco suo fratello. Torniamo ora a Giovanni di ser Giovanni , fratello di Masaccio , dal quale è proceduta la nobile schiatta, della quale siamo appresso per parlare. Questi ebbe, oltre ad Antonfrancesco e Tommaso , più figliuoli: e fra essi un Lionardo , dato da lui in nota nel Catasto del 1470. e poi in quello del 1480. e quivi disse esser Lionardo in età di anni ventidue, facendovi anche menzione di Vaggia sua prima moglie. Andò poi questa Decima l’anno 1498. nel qual tempo già era morto Giovanni , in una tal Tita , moglie fu di Giovanni di ser Giovanni di Mone Guidi , che è quello del quale si parla. Di Lionardo figliuolo di Giovanni , e nipote di Masaccio , nacque un figliuolo, che pure anch’esso si chiamò Giovanni . E vedesi in un Contratto di vendita, stata fatta a Messer Piero di Ser Bastiano Renzi , di una quarta parte della sopraccitata casa, per Rogo di ser Filippo da Colle a dì 30. di Giugno 1552. essere stata fatta menzione di esso Giovanni Guidi , e d’un Benedetto suo figliuolo: nel quale Strumento, oltre al casato de’ Guidi, son cognominati dello Scheggia; siccome anche ne’ casati antichi fino da’ tempi di Masaccio . Né si dee passar senza considerazione il vedersi nell’antiche scritture, appartenenti a questa famiglia, fatta menzione del casato, attesoché questo per ordinario non seguiva se non nelle famiglie rinomatissime. E da questo Giovanni in poi, per lo più non furono dette nelle scritture le parole di Mone Guidi, ma degli due antichi nomi e casati degli avi, fu formato un altro casato, cioè de’ Monguidi, il quale poi hanno sempre ritenuto; dove negli antichi tempi eran cognominati de’ Guidi dello Scheggia. In esso Giovanni di Lionardo l’anno 1534. passò la Decima, e da esso in Benedetto suo figliuolo: e si trova questo Benedetto a dì 21. d’Agosto 1586. essere stato abilitato agli Ufizj della città di Firenze, per aver quella famiglia, per lo spazio di 150. anni, pagate le gravezze per cittadini di questa città. Dopo la morte di Benedetto passò la Decima in Cammillo suo figliuolo, nel quale crebbe tuttavia lo splendore di questa casa; perché partitosi di Firenze, e andatosene a Parma al servizio di quel Serenissimo Duca, fu da esso mandato per suo Segretario in Fiandra: nel qual luogo e carica si trovava l’anno 1584 e 1585. come si riconosce da due Testamenti fatti da Benedetto padre di lui, ne’ quali fa erede esso Cammillo . E in questo tale, comeché già egli aveva abbandonata la città di Firenze, vedesi l’anno 1617. esser mancata la Decima. Ebbe Cammillo due figliuoli, Alessandro e Ranuccio : e questi fu pure anch’esso Segretario di Stato de’ Serenissimi Odoardo e Ranuccio Duchi di Parma. Da questo fu mandato Ambasciatore alla Maestà del Re di Francia, e più altre volte a diversi Principi e Repubbliche per l’Italia: e finalmente passò all’altra vita l’anno 1648. a dì 29. di Maggio. Questi è quel Cammillo , di cui l’Abate Siri nel suo Mercurio tante volte fa onorata menzione. Di Alessandro , fratello di Cammillo , nacque Giovanni , che oggi vive in Parma con numerosa figliolanza. Nella Chiesa della Santissima Nunziata di Parma , in una lapida, che è sopra il sepolcro di Cammillo , si legge il seguente epitaffio: D. O. M. S. Camillus Monguidus Florentinus emensis quinque annorum decadibus inter arcana Serenissimi Alexandri et Ranucci Ducum Pharnesiorum a secretis negotia, III. Nonas Martii MDCXXI. recessit, decessit. Ranuccius filius, Serenissimi Odoardi et Rannuccii Secundi a sacretis Status, post varias missiones ad inclytum Regem Gallorum Christianissimum, per ltaliam ad Principes plurimos et Respublicas, demum Serenissimo Dominante Secundo Ranuccio abiit, obiit III. Kalen. Junias MDCXXXXIIX. Nono, quinti ætatis suæ noveni, anno. Alexander filius et frater M. P. L’Arme della famiglia de’ Monguidi, già de’ Guidi dello Scheggia, è un Cervio saltante in campo giallo, con una cinta di cilestro, che attraversa tutto il campo ed il medesimo Cervo: e nella superior parte son tre Gigli di turchino. Questo è quanto mi è potuto fin qui venire a notizia, non tanto intorno alle qualità personali del grande artefice Masaccio , quanto della nobil discendenza de’ suoi congiunti. Ed affinché non mai perisca la memoria di quanto mi è sortito di ritrovare intorno a ciò, ho stimato bene di recarne qui una dimostrazione per via di albero, per dare il suo luogo alla verità ed alla gratitudine. Dico, che lo avermi il molto virtuoso Dottore Giovanni Renzi mio amicissimo (agli autori del quale fu venduta la casa, di che sopra ho fatta menzione) dato avviso della pubblica fama, che correva in Castel San Giovanni, che essa casa fosse già abitazione di Masaccio , mi ha dato causa di cercare insieme col medesimo dell’antiche memorie, e per tal modo venire in cognizione de’ nobili progressi, che ha fatti questa famiglia in un corso di quasi 250. anni, dopo quel tempo, nel quale Tommaso colla sua celebratissima virtù le accrebbe tanto di onore e di gloria. Fabio Segni Nobile Fiorentino, letterato di gran nome, che visse nel principio del XVI. secolo di nostra salute, intorno a 60. anni dopo Masaccio , col supposto, che egli morisse molto giovane, fece in lode di lui il seguente bellissimo epigramma: Invidia cur Lachesis primo sub flore juventæ Pollice discindis stamina funereo? Hoc uno occiso innumeros occidis Apelles. Picturæ omnis obit hoc pereunte lepos, Hoc sole extincto extinguntur sidera cuncta. Heu decus omne perit hoc pereunte simul. NOTA DELL’AUTORE. Per non tralasciar cosa alcuna, che io abbia ritrovata, appartenente a questa famiglia, dico, come fra le antiche Scritture e Atti del Vescovado di Fiesole si trova, che un tal Bartolommeo d’Antonfrancesco , detto Fonda, cittadino Fiorentino, abitante nel Popolo di San Siro a Cascia, fondò una Cappella nella medesima Chiesa Parrocchiale sotto l’invocazione della Nativita della Madonna: e perché in detta fondazione non provide di Padronato, lo fece poi per suo Testamento, e nominò per Padroni, fra gli altri, Giovanni di Ser Giovanni di Mone , e suoi figliuoli e descendenti maschi, ne’quali, in tempo, si è consolidato tutto il padronato della detta Cappella. Lo Strumento della Fondazione non si vede negli Atti, né tampoco il Testamento di Fonda ; ma sibbene una enunciativa, che dell’anno 1479. fanno i Padroni avanti al Vescovo, nella quale narrano quanto si è detto: in virtù della quale il Vescovo Guglielmo Becchi , che per avanti aveva unita essa Cappella alla medesima Chiesa, e con supposto, che fosse rimasa a lui di libera collazione, l’aveva conferita ad un tale Prete Andrea di Gherardo , Rettore della medesima Chiesa, durante la sua vita, revocò detta unione: e perché Prete Andrea se ne appellò, non ammesse l’appello, e fu luogo alla presentazione a Tommaso figliuolo di Gio. di ser Gio. di Mone , il quale presentò Benedetto suo fratello. E si suppone continovato esso Padronato nella famiglia, giacché si vede, che l’anno 1616. Cammillo Monguidi di Parma ebbe luogo nella presentazione della medesima, fatta da Alessandro Machiavelli .

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Discepolo di Donatello. Nato 1432, ?1488. Dice il Vasari, che Andrea del Verrocchio si facesse valente in queste arti senza maestro alcuno; ma perché è impossibile a chi fa opere grandi e difficili (come fece il Vasari) l’aver di ogni cosa notizia intera, non è gran fatto, che non pervenisse a sua cognizione quello, che nel particolare di quest’uomo ha scoperto il corso di un secolo, quanto è, da che esso Vasari scrisse la sua storia, sino a questi tempi. Ho io dunque visto nell’altre volte nominata Libreria de’ Manoscritti originali degli Strozzi, un manoscritto antichissimo, contenente più vite di Pittori, Scultori, e Architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli. Fra’ discepoli di Donatello, del quale pure vi si legge la vita, dice, che uno de’ suoi primi, e non il minimo, fu Andrea del Verrocchio. Ed in un altro manoscritto, annesso a un libro minor del foglio, segn. num. 285. fra diverse memorie di Pittori, Scultori, e Architetti di quei tempi, si legge a c. 45. a tergo, fra altre cose, appartenenti alla vita di questo maestro Andrea del Verrocchio Fiorentino, ch’egli fu discepolo di Donatello: il che ancora tanto più si rende certo, quanto che afferma esso Vasari nella Vita di Donatello, che lo stesso Andrea lo ajutasse a lavorare il Lavamanedi marmo nella Sagrestia di S. Lorenzo. Fece dunque il Verrocchio la sepoltura della moglie di Francesco Tornabuoni nella Minerva di Roma: la maravigliosa sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici, che in San Lorenzo di Firenze è, fra la Cappella del Sacramento, e la Sagrestia: ed in Pistoja quella del Cardinale Forteguerra, finita poi da Lorenzo Fiorentino, perché alla morte d’Andrea era rimasa imperfetta. Fece pure in Firenze le statue di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga al Signore, situate nella facciata principale di Orsanmichele, in una nicchia, che fu fatta con disegno di Donatello suo maestro. Pesò il metallo di queste statue, per quanto io trovo in antiche memorie, libbre 3981. e ad Andrea furon dati in pagamento 476. Fiorini d’oro. Fu sua fattura il fanciullo di bronzo, che strozza il pesce, che oggi si vede nella fonte di Palazzo Vecchio. Gettò la palla della Cupola del Duomo di Firenze, la quale con applauso e festa grande, trovo che fu messa a suo luogo il dì 28. di Maggio del 1472. anni dieci in circa, dopoché restò finita la pergamena della Lanterna di essa Cupola, alla quale con gran solennità era stata posta l’ultima pietra a’ 25. d’Aprile 1461. Pesò la stessa Palla libbre 4368. ed è tale di grandezza, che può capire in essa staja 300. di grano, a misura di questa città di Firenze. Il nodo della medesima, gettato fu da Giovanni di Bartolo, e pesò lib. 1000. e può capirvi staja 21. e mez. di grano. Pesò la Croce libbre 791. il palo libbre 770. come da’ Libri dell’Opera di essa Chiesa si riconosce. Operò anche il Verrocchio alcuna cosa in pittura: e fra l’altre una tavola per le Monache di San Domenico in Firenze, ed una pe’ Monaci di San Salvi, nella quale figurò il Battesimo di Cristo. In questa l’ajutò Lionardo da Vinci suo discepolo, allora giovanetto, che vi colorì di sua mano un Angelo così bene, che vistolo Andrea, si conobbe nella pittura tanto inferiore al suo proprio discepolo, che dato bando a’ pennelli, tutto alla statuaria ed al gettò si applicò. Chiamato in ultimo a Venezia, fecevi il Cavallo per la statua di Bartolommeo da Bergamo. Fu quest’opera l’occasione della sua morte, per un mal di petto preso in gettarlo l’anno 1488. e della sua età 56. non ostante ciò si trova scritto nella seconda impressione della storia del Vasari, assolutamente per errore dello Stampatore, cioè del 1388. Il corpo di questo eccellente artefice fu da Lorenzo di Credi, altro suo discepolo amatissimo, condotto a Firenze, e nella Chiesa di S. Ambrogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione fatto seppellire. Fu Andrea il primo a mettere in uso il formar di getto le cose naturali, per poterle poi più facilmente studiare: e messe in pratica il far ritratti de’ defunti, formandogli di gesso, e poi gettandogli: e di quegli fatti a suo tempo se ne veggono fino in oggi moltissimi. Dee molto perciò il mondo a questo artefice; perché mediante tale suo ritrovamento si son conservate l’effigie di molti uomini Santi, ed altri Eroi: e con tale occasione si cominciarono ad esprimere in rilievo di stucchi, ed altra materia, figure quanto il naturale, in sembianza di coloro, che per qualche particolar grazia, ottenuta da Dio per mezzo della Santissima Nunziata di Firenze o altra Sacra Immagine, le offerivano in voto e per memoria della grazia; laddove anticamente usavansi alcune immagini di cera: ed erano in gran parte in Firenze, si può dire, a questo effetto, alcuni particolari mestieri, che per ordinario di altro non s’impacciavano, che di far di cera o ceri o boti, e coloro che gli esercitavano, chiamavansi Cerajuoli, citati dal Berni nel Sonetto. Chi vuol veder quantunque può natura. E dice così: Fugge da’ Cerajuoli, Acciocchè non lo vendin per un boto, Tant’è sottil, leggieri, giallo e voto, Comunche il Buonarroto Dipinge la Quaresima, o la Fame, Dicon, ch’e’ vuol ritrar questo carcame. E non è da tacere, che il primo, che offerì simili voti grandi di stucchi, fu la gloriosa memoria del Magnifico Lorenzo dell’augustissima Casa de’ Medici, che uno alla Santissima Nunziata, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via San Gallo, ed uno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli ne mandò, in testimonio di una segnalata grazia ottenuta, e tutti rappresentanti la propria persona sua.

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Discepolo di Jacopo Bellini suo Padre, dipingeva nel 1464. morto nel 1515. Viverà, quanto durerà il mondo, la memoria di questo artefice, il quale, coll’amore ch’egli ebbe agli studj dell’arte della pittura, coll’ottimo gusto suo, colla nuova, e bella maniera di colorire, si lasciò addietro molto e molto il secco e duro modo degli altri, che in quelle parti avanti a lu operato avevano; intantoché poté (come suo maestro) infondere nell’animo del gran Tiziano le prime idee dell’operar perfetto. Veggonsi le sue pitture fino dal 1464. Fu singolare nel dipignere immagini sacre, alle quali diede maravigliosa devozione. Piacquegli il compartire la proporzione delle sue figure, per ordinario, di forma minore del naturale, facendole in tal modo campeggiare in grande spazio. Operò diligentemente, a segno che fra le sue pitture non si vede uccelletto, o altro piccolo animale, erba, fiore e fino i piccoli sassolini, che non siano interamente finiti. Usò dipigner sempre sopra le tavole, comeché a tempo suo poco o punto fossero in uso le tele. Non è possibile a dire, quanta fosse l’onestà del suo pennello, conciossiecosaché non si sia trovato alcuno fino ad oggi, che fralle molte sue pitture abbia saputo ancora vedere una femmina non vestita. Operò moltissimo nella sua patria in pubblico e in privato: e da principio faceva i suoi lavori a tempera, finché venuto a Venezia Antonello da Messina, col modo di dipignere a olio, appreso da Giovanni da Bruggia Pittor Fiammingo: e da questo avendo esso modo imparato, quello poi tenne sempre. Veggonsi in detta città, in S. Job, una Vergine con più Angeli, ed il Santo piagato, San Francesco, San Sebastiano, e San Luigi, ciascheduno molto propriamente rappresentati. In San Giovanni un Salvadore al Giordano. Nella Sala del maggior Consiglio, a competenza di Gentile suo fratello, fece due storie de’ fatti di quella Repubblica col Pontefice Alessandro III, la battaglia navale di Zeno Doge, e Ottone figliuolo dello’mperador Federigo: e la storia lasciata imperfetta dal Vivarino, e da esso Giovanni finita, dove fu rappresentato Ottone avanti al Padre, per ottener la Pace col Pontefice, ed altre. Fece la tavola di Maria Vergine con Gesù, ed alcuni Angeli nella Sagrestia de’ Frati: un’altra tavola pure colla Vergine, ed alcuni Santi e Sante in San Zaccheria: un’altra in San Gio. Grisostomo, dove dipinse San Girolamo, con detto Santo, e San Luigi: e un’altra nella Cappella della Concezione in San Francesco della Vigna, nella quale figurò la Vergine con San Sebastiano: ed un ritratto al naturale. Moltissime opere fece per quella città e suo stato, che lungo sarebbe il raccontarle. Finalmente l’anno 1515. e della sua età il novantesimo, se ne passò a vita migliore. Di questo pittore parlò l’Ariosto, chiamandolo Gian Bellino.

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Nato 1444, ? 1528. Di Marco della Robbia, fratello di quel famoso Luca, che fu inventore delle figure di terra invetriate, nacque Luca della Robbia. Questi fu bonissimo scultor di marmo, ed ottimo imitatore di Luca. Opere delle sue mani furono in Santa Maria delle Grazie fuori d’Arezzo, in un ornamento di marmo assai grande di una Vergine di mano di Parri Spinelli, molte figurette tonde, e di mezzo rilievo. In San Francesco della stessa Città, una tavola di terra cotta nella Cappella di Puccio di Magio: e una della Circoncisione per la famiglia de’ Bacci, e molte altre. Nella Chiesa, ed in altri luoghi del Sacro Monte della Vernia, fece altre figure e tavole. In Firenze in San Paolo de’ Convalescenti fece tutte le figure di terra cotta della Loggia, e i putti, che si veggono fra l’uno e l’altro arco di quella dello Spedale degl’Innocenti. E comecché fosse molto stimata e desiderata l’opera sua, e avesse anche avuto in sorte di lungamente vivere, ebbe anche a fare altri moltissimi lavori, che per fuggire lunghezza si lasciano di raccontare. Pervenuto finalmente all’età di anni ottantaquattro, se ne passò a vita migliore l’anno 1528. E nella Chiesa di San Pier maggiore nella sepoltura di quella famiglia fu sepolto. Vedesi il ritratto di lui naturale, quanto mai possa essere, nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, figurato per mano di Andrea del Sarto nella lunetta, dov’esso Andrea dipinse i Frati Serviti, in atto di porre le vestimenta di San Filippo Benizj sopra la testa de’ piccoli fanciulli: ed è un vecchio curvo di persona, vestito di rosso, che si appoggia sopra una mazza. Fu quest’artefice tanto innamorato dell’arte sua, e di coloro, che l’avevano eccellentemente professata, tanto amico, che nell’ultima sua vecchiezza era solito di gloriarsi, più di ogni altra cosa, di essersi trovato da fanciullo a portare il corpo di Donatello alla sepoltura. Ebbe otto figliuoli, due femmine e sei maschi, due de’ quali vestiron l’abito Religioso dell’Ordine de’ Predicatori in San Marco, ammessi a quello instituto dal Padre Fra Girolamo Savonarola, del quale furono sempre amici gli uomini di questa casa; anzi essi furono, che fecero le medaglie, nelle quali esso Padre vedessi rappresentato al vivo. Fra’ maschi furono ancora Girolamo, Luca, e Giovanni. Questo Giovanni attesi all’arte, e di sua mano si vede essere stata fatta una gran tavola di terra cotta invetriata nella Chiesa di San Girolamo delle Monache Gesuate, dette le Poverine, presso alla Zecca vecchia, dove rappresentò la Vergine Annunziata, e appresso molte figure di Angeli, e diversi ornamenti. Fu fatta quest’opera l’anno 1521. Di mano di questo medesimo Giovanni, stimo io senza dubbio, che sia una Vergine di mezzo rilievo, mezza figura, di proporzione quasi quanto il naturale, di terra cotta bianca, col bambino Gesù in braccio, e tre Cherubini sopra la testa, e con ornamento di vaghissime frutte di terra cotta colorata, che fece fare l’anno 1524. Alessandro di Piero Segni nella camera principale del Palazzo nel Castello di Lari nel Pisano, in tempo che esso era Vicario di quel Castello e sua tenuta: la quale immagine, che spira gran devozione, oltre all’essere bellissima, ho io veduta e goduta insieme, coll’occasione di essere in quel governo l’anno 1679. E veramente ella, e per l’aria della testa, e pel decoro dell’attitudine, e delle vesti, e per la venerabile maestà e purità, che ridonda da tutte le sue parti insieme, talmente rapisce gli animi, che appena può altri saziarsi di rimirarla. Il segreto di questi invetriati di terra, mediante una donna che uscì della casa della Robbia, passò in un tale Andrea Benedetto Buglioni, che visse ne’ tempi del Verrocchio. E questo Andrea Benedetto condusse in Firenze e fuori molte opere, fra le quali furono un Cristo risorgente, e appresso alcuni Angeli nella Chiesa de’ Servi, vicino alla Cappella di Santa Barbara: in San Pancrazio un Cristo morto: ed in un mezzo tondo, che era sopra la porta principale di San Pier maggiore, alcune figure. Lasciò questi un figliuolo, che si chiamò Santi Buglioni, che pure venne in possesso di tal segreto, e viveva fino del 1568. In cui io mi fo a credere, che mancasse affatto quest’arte, non essendo a mia notizia, che altri poi abbia in tal magistero operato; sebbene ne’ nostri tempi si son provati molti a ricercarlo, e particolarmente Antonio Novelli Scultore; ma non si son però vedute opere, che molto si assomiglino a quelle de’ nominati maestri, per le difficultà che s’incontrano in tale operazione, come più a lungo diremo nella Vita di dal maestro.

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Se crediamo a ciò, che scrisse il Vasari, il soprannominato Giovanni ebbe tre figliuoli, Marco, Luc’Antonio, e Simone, i quali tutti morirono di peste l’anno 1527. Luca, e Girolamo attesero ancora essi alla Scultura: il primo operò d’invetriate diligentissimamente, e fu quello, che per ordine di Raffaello da Urbino fece i pavimenti delle Logge Papali, come ancora quelli di molte camere, ne’ quali espresse l’impresa di Papa Leone. Girolamo il secondo lavorò di marmo, di terra cotta, e di bronzo: e molto gli giovò per farsi un grand’uomo la concorrenza di Jacopo Sansovino, e del Bandinello. Fu poi condotto in Francia a’ servigj del Re Francesco, pel quale, come quegli che era universalissimo, fece molte opere, particolarmente a Marlì, luogo non molto lontano da Parigi. Lavorò molto di terra in Orleans; onde in breve divenne ricco. Qui il Vasari piglia un grand’equivoco, affermando, che nella persona di lui, che mancò in quelle parti, si spegnesse la casa della Robbia; perché questo Girolamo di Andrea, che di Maria Altoviti sua moglie ebbe un figliuolo chiamato Jacopo: ed un altro, che pure anch’esso ebbe nome Girolamo, il quale in Francia di Madama Luisa de Mathe ebbe tre figliuoli, cioè Andrea, che seguitando la milizia, pervenne al grado di Capitano, e non ebbe moglie: e Pier Francesco, che fu Scudiere della Maestà del Re, Signore di Bel Luogo, il quale di Madama Francesca Chovard ebbe Carlo Gran Consigliere del Gran Consiglio di Francia, che si sposò con Madama Diana Picart: e Girolamo Cavaliere e Scudiere del Re, Signore di Gran Campo, il quale pure di Madama Antonietta Grenier sua moglie non ebbe figliuoli. Di Carlo e di Diana Picart sua donna nacque Guido, che mancò in fanciullezza, e Francesca, che fu moglie di Carlo del Maestro, Signore di Gran Campo: e in questa Francesca ebbe in Francia sua fine la casa della Robbia; rinnovata però in Carlo, figliuolo di essa Francesca, e di Carlo del Maestro suo marito, il quale dal nominato Girolamo, Signore di Gran Campo, e maggior nato della famiglia della Robbia, fu chiamato a gran parti di sua eredità, con obbligo di pigliar l’insegne e’l casato. Vediamo adesso ciò, che seguì di essa famiglia in Firenze. Il nostro Andrea ebbe due fratelli, cioè Giano, e Simone. Di questo Simone nacque Filippo Isidoro Abate, e Luca, che fu di Consiglio l’anno 1519. e di questo un Lorenzo, padre fu di Luigi, il qual Luigi ebbe per consorte Ginevra Popoleschi, nata di Silvestro Popoleschi, e di Ginevra di Carlo Barberini, padre di Antonio Barberini, del quale Antonio nacque Maffeo, che fu papa Urbano VIII di gloriosa memoria. Il nominato Luigi della Robbia, figliuolo Lorenzo, ebbe dalla Ginevra Popoleschi molti figliuoli maschi, e femmine: fra i maschi fu Marco, poi Fra Gio. Domenico dell’Ordine de’ Predicatori, Vescovo di Bertinoro, Silvestro, poi D. Isidoro Abate, si crede Cassinense, che poi successe al fratello Gio. Domenico nel Vescovado di Bertinoro: e Lorenzo Canonico della Metropolitana di Firenze, poi Vescovo di Cortona, e finalmente di Fiesole, e Rettore del Seminario Fiesolano, che morì l’anno 1645. e in questo finalmente è restata estinta tale famiglia, la quale con tanto splendore e gloria, in Italia e in Francia si è mantenuta sopra 150. anni da quel tempo che il Vasari la diede per estinta: e viene anche oggi, per così dire, propaginata in Francia nella nobil famiglia del Maestro: ed ancora in Firenze, come ora siamo per dire, cioè, che lo stesso Luigi di Lorenzo della Robbia ebbe una sorella, chiamata Laldomine, maritata a Luigi Viviani nobil Fiorentino, della quale nacque un altro Luigi: e di questo due figliuoli, cioè Francesco Cavalier Priore della Religione di Santo Stefano Papa e Martire, primo investito del Priorato, instituito da Lorenzo della Robbia il Vescovo Fiesolano nel suo Testamento, coll’obbligo di portarne il casato della Robbia; e Donato Luigi Viviani, Avvocato del Collegio de’ Nobili, e Senatore Fiorentino, Gentiluomo, che per integrità, e dottrina è da tutti stimatissimo, dal quale io ho ricevuto parte delle notizie di questa Casa, della quale, per maggior chiarezza, porremo l’Albero appresso a questa Narrazione.

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In su quel gusto medesimo fece anche per la Chiesa di San Pier Maggiore, una già bellissima tavola, che fu posta sopra un Altare dalla porta del fianco, fatta per Matteo Palmieri, in cui fece vedere l’Assunzione di Maria Vergine sopra de’ Cieli, ove rappresentò i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, e le Gerarchie degli Angeli: e ho già detto bellissima tavola; perché essendo ella stata alcuni anni sono assai trascuratamente lavata, poco ha ella ritenuto di quel bello, che prima aveva. In questa dipinse egli esso Matteo, quello stesso, che la fece fare, che fu gran letterato, siccome è noto: e fecevi anche la sua moglie, l’uno e l’altra inginocchioni. Per la Chiesa di Santa Maria Novella, colorì una tavola dell’Adorazione de’ Magi, dove nella persona del Re Vecchio, in atto di baciare i piedi al Signore, ritrasse al naturale Cosimo il Vecchio de’ Medici: nell’altro Re espresse l’effigie di Giuliano, Padre di Clemente VII. e nell’ultimo quella di Giovanni, figliuolo di Cosimo. Da quest’opera riportò egli tanto onore e stima, che fu da Papa Sisto IV. chiamato a Roma, e fatto capo di tutte le pitture della Cappella da esso fatta fabbricare in Palazzo, dove Sandro dipinse alcune storie di sua mano, e ne riportò gran premio; ma ne fece poco frutto, perché (come uomo, che viveva a caso, e che per non dar troppo da fare alla tasca, per ordinario, con una mano tirava a sé il danaro de’ suoi guadagni, e coll’altra profusamente il diffondeva) nulla portò alla patria di quanto in Roma egli aveva acquistato. Infinite furono le opere sue, che troppo lunga cosa sarebbe il raccontarle. Fu egli de’ primi, che trovasse il modo di lavorare gli Stendardi, come si suol dire, di commesso, perché i colori non istingano, e dall’una e dall’altra banda mostrino il colore del drappo. In tal modo dipinse il Baldacchino di Orsanmichele di variate immagini di Maria Vergine. Fu buonissimo e pratico disegnatore, e nelle sue storie assai copioso di figure. Attese all’intaglio, e con questo diede fuori molte carte di sue invenzioni, le quali in tempo son rimase oppresse a cagione del gran migliorare, che ha fatto quell’arte dopo l’operar suo. Quello, che è venuto sotto l’occhio mio, non è altro, che un intaglio in numero di docici Carte, dove in figure assai piccole son rappresentate storiette della Vita di Nostro Signor Gesù Cristo. Si dilettò costui di fare molte burle a’ suoi discepoli e garzoni, e seppe talvolta, con ingegnose strattagemme, liberarsi dall’indiscretezza di chi con lui medesimo ne avesse voluta più del dovere. Per una certa sua capricciosa inclinazione, applicò molto alla Commedia di Dante, la quale, ancorché senza lettere, pretendeva di commentare: e persevi tanto tempo, che molto gli tolse per la necessaria applicazione all’arte; onde fra questo, e l’aver sempre voluto vivere astrattamente, spendendo, come detto abbiamo, d’ora in ora, quanto e’ guadagnava; fatto vecchio di 78. anni, e infermo in modo, che appena coll’ajuto di due mazze poteasi portare per la città, si condusse in così estrema mendicità, che egli si sarebbe, senza dubbio, morto di fame, se la pietà del soprannominato Lorenzo de’ Medici, finché e’ visse, e dopo di lui diversi caritativi Gentiluomini, non l’avessero del continovo sovvenuto: e in tale stato lo trovò la morte l’anno 1515. e nella Chiesa di Ognissanti fu sepolto.

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Discepolo di Pietro Perugino, nato 1481, morto 1520. Nell'anno di nostra salute 1484 nacque al mondo questo grande Artefice, che per ispecial privilegio, fu di tutte quelle eccellenze dotato, che appena in molti secoli, e fra molte persone, è solito di compartire il cielo. Il padre suo fu Giovanni de' Santi Urbinese, pur anch'esso pittore, che quantunque non arrivasse nell'arte sua a segno di molta eccellenza, avendo tenuta una maniera alquanto secca, merita contuttociò, che di lui si faccia alcuna memoria, giacché per la sua bontà, per l'ottima educazione, che sappiamo aver data al figliuolo, e per la sollecitudine, colla quale procurò, che il bel genio di lui fosse ajutato nell'acquisto di nobili arti, fu non piccola cagione che potesse il mondo possedere uomo sì degno. A tale effetto ho io procurata notizia di alcune opere, fatte da esso Giovanni nello Stato di Urbino sua patria, le quali, secondo quello, che da persone molto perite di que’ luoghi e dello stesso mestiere è stato riferito, sono le seguenti. Nell'entrare della Chiesa di San Francesco, al terzo Altare da man sinistra, è una tavola a olio, dov'è figurata Maria Vergine sedente in Trono, con alcuni Santi, nella prima e seconda veduta, e di sopra il Padre Eterno. Nella Chiesa del Corpus Domini, è di sua mano la tavola del primo Altare, che pure è a man sinistra, entrando per la porta principale, e vi sono molte figure. Nella Chiesa di San Bastiano è la storia del Martirio del Santo, che tra le opere che fece Giovanni, è fra le migliori annoverata. A Cagli dipinse a fresco nella Chiesa di S. Giovanni una Pietà di assai ragionevole maniera; e nel medesimo luogo, pure a fresco, fece un S. Bastiano ed una Vergine sedente in Trono, con alcuni Angeli e Santi. Non ebbe questo pittore altri figliuoli che Raffaello: e sapendo, quanto ciò importi per ben nutrirgli, e quel che è più, per bene educargli, volle che dalla propria Madre, e non da altra donna, e nella propria casa, fosse allattato. Cresciuto poi in età, vedendolo maravigliosamente inclinato all'arte del Disegno e della Pittura, cominciò egli medesimo ad istruirlo: e in breve tempo a tal segno lo condusse, che così fanciullo, com'era, diedegli grand'aiuto nell'opere che fece per quello Stato; ma come discretissimo ch'egli era, conoscendo i gran progressi del figliuolo venir ritardati pur troppo dalla poca sufficienza sua, tanto si adoperò con Pietro Perugino, eccellentissimo Pittore, che gli venne fatto, che egli sotto la sua disciplina lo ricevesse. Non ebbe appena Pietro scoperta la bravura del fanciullo, che postogli amore non ordinario, cominciò a farlo studiare, con suoi precetti, dalle proprie opere sue; onde non andò molto, che gli studj di Raffaello né punto né poco si distinguevano dagli originali del maestro; anziché aveva egli così bene appresa quella maniera, che fra le opere, che fece egli nel primo tempo, e le migliori del Perugino, non fu chi sapesse conoscere differenza. Tali furono in Perugia una tavola a olio, che fece Raffaello, ancor giovanetto, per Madonna Maddalena degli Oddi, nella Chiesa di San Francesco, dove figurò un'Assunzione al cielo di Maria Vergine, e di sotto gli Apostoli, con alcune storielle di piccole figure nella predella della medesima tavola; un'altra in S. Agostino di Città di Castello; una di un Crocifisso in San Domenico, nella quale egli scrisse il proprio nome; ed una in San Francesco, fatta d'alquanto miglior maniera e gusto, dove rappresentò lo Sposalizio di Maria Vergine; e in questi tempi ancora fece al Pinturicchio più disegni e cartoni, per le opere della Libreria di Siena.

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Discepolo di Cornelis, nato 1500, morto 1559. Nacque questo artefice in Beverwyck, non molto lontano da Haerlem, l’anno 1500. Il nome del padre suo fu Cornelis: appresso di lui imparò i principj dell’arte, e si fece così valente, che fu posto a’ servigi dello ‘mperador Carlo V, il quale sempre lo volle appresso di sé in tutti i suoi viaggi. Condusselo a Tunis in Barberia, dove, per esser’ egli buon Geometra ed Architetto, e sapere anche ben levare di pianta, si valse di lui nelle cose campali, facendogli, nell’occasione di porre assedj, misurare i terreni, e rappresentare in pittura tutte le proprie azioni di guerra, e fra queste l’assedio e’l sito della città di Tunis, delle quali invenzioni poi si servì quella Maestà per far vaghe e ricche tappezzerie. Si videro belle opere di costui in Atrecht in Fiandra nella Badia di San Vaes: in Bruxelles erano ancora alcuni bei quadri e ritratti al naturale, oltre a quelli che erano nella Chiesa di Santa Gudula, stati poi o guasti o portati via. Costui fece fare il proprio sepolcro nella Chiesa di San Goricks, pure in Bruxelles, e nella più alta parte era un Dio Padre. Questo fu poi trasportato in Praga appresso Hans Wermein suo fratello, che fu gran valent’uomo nell’arte dell’orefice, ed eccellente modellatore, di cui lo stesso Carlo V si serviva e avevalo in grande stima. Nella stessa Chiesa era una Natività del Signore, e un Cristo ignudo in piedi, con una mano sul petto, opere assai lodate. Il ritratto di questo artefice, fatto da lui medesimo, si trovava l’anno 1604 a Midelborgh in Zeelandt, appresso Maria sua figliuola, vedova di Pieter Cappoen, in nostra lingua Pietro de’ Capponi, ottimamente lavorato. Nel medesimo quadro del ritratto, dalla parte di dietro, era una lontananza con una veduta della città di Tunis, fatta dal naturale, colle guardie de’ soldati, ed esso a sedere, in atto di dipignere: appresso a lui era una donna grassa ignuda, con un taglio in un braccio. Vi era ancora il ritratto di Maria, sua seconda moglie, assai ben fatto. Questa donna aveva per ciascheduna mano sei dita; ma o forse subito nata, o dipoi, le erano state levate le due dita minori, e benissimo si scorgeva nella pittura il luogo della congiunzione di esse dita tagliate. La medesima Maria fu dipinta al naturale dal padre in sua gioventù in abito Turchesco, perché godeva di vederla spesse volte in quel modo vestita: e con tal veste la conduceva ogni anno alla solita processione della principal festa di Bruxelles, chiamata Emgangh. Era ancora appresso essa Vedova, fatto dal naturale, un ritratto di un bambino, che aveva bellissimi capelli: e un trionfo di mare, fatto da suo padre, con molte figure ignude assai belle. Fu questo Giovanni Cornelisz strettissimo amico e compagno di Giovanni Schooreel: e l’uno e l’altro comprarono gran beni nella Noortolandia. L’Imperadore spesse volte si pigliava gusto di far veder costui ad alcune Dame e Signori, perché era di grandissima statura e benissimo composto, ed aveva una barba sì lunga, che stando ritto, poteva pestarla col piede: ed era cosa gustosa il vedere alcune volte, quando e’ viaggiava a cavallo appresso a Principi e Cavalieri, che il vento gliela sollevava e balzava loro nel viso. Tenevane Giovanni gran conto, e ogni mattina impiegava alcun tempo in pettinarla, e a cagione di questa, era chiamato Ans della barba. Morì quest’artefice in Bruxelles l’anno 1559, della sua età cinquantanove o sessanta: e nella Chiesa di San Goricks, fu sepolto. Il ritratto di lui, intagliato da Tommaso Galle, fra’ ritratti degli altri celebri pittori Fiamminghi, fu dato alle stampe poco avanti al 1600 co’ seguenti versi, composti da Domenico Lamsonio: Quos homines, quæ non majus loca pinxit et urbes, Visendum late quicquid et Orbis habet; Dum terra sequiturque mari te Carole Cæsar, Pingeret ut dextræ fortia facta tuæ; Quæ mox attalicis fulgerent aurea textis, Materiem artifici sed superante manu. Nec minus ille sua spectacula præbuit arte Celso conspicuus vertice grata tibi. Jussus prolixæ detecta volumina barbæ Ostentare suos pendula ad usque pedes.

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Discepolo di Luca d’Olanda, fioriva nel 1524. Fu Giovanni della città di Mabuse: ed essendo stato ricevuto nella scuola da Luca di Leida, diedesi appresso di lui a studiar l’arte del disegno, con accuratezza e diligenza, quanta mai se ne adoprasse alcun altro giovane in questo tempo. Questi, nella sua gioventù fu persona allegra, ma contuttociò non lasciò mai di affaticarsi, per avanzarsi nell’arte, per giugner poi là, dove tendevano i suoi pensieri. A tal fine, dopo qualche tempo volle peregrinare per l’Italia, ed altre Provincie e Regni, con che acquistò tanto di sapere, che ebbe il vanto di essere il primo, che riportasse in quelle parti di Fiandra il vero modo di ordinare le storie, e fare gl’ignudi e putti, col buon gusto Italiano, i quali avanti a lui non vi erano ancora in molto uso. Fra le opere ch’ei fece, la principale e più stimata, fu una gran tavola, che fu posta sopra l'altar maggiore di una chiesa di Midelburgh, co’ suoi sportelli, che per la loro grandezza, nell’aprirsi, eran fatti posare sopra certi ferri adattati a quell’effetto nel suolo. Viveva in quei suoi tempi in Anversa il celebre Alberto Duro, il quale venne apposta a Midelburgh a veder quella tavola, il che ridondò in non poca gloria del Mabuse. L’Abate, che la fece fare, fu Massimiliano di Bourgoignen, che morì l’anno 1524. Aveva il Mabuse rappresentato in questa tavola una Deposizione di Croce, e spesovi gran tempo, e lavoratala con indicibile artificio; ma portò il caso, che essendo caduto un fulmine, non solo incendiò e rovinò essa tavola, ma la Chiesa medesima, restandone con gran dolore tutta la città, per la grande stima in che era appresso di ognuno quella bell’opera. Dopo la morte di questo artefice, rimasero in essa città alcuni pezzi di tavole con immagini della Vergine, ed altre; ma principalmente nella strada di Langhendepht, in casa del Sig. Magrius, era una rappresentazione di Cristo deposto di Croce, con figure grandi, tanto bene ordinate, e così pulitamente finite, e con abiti di drappi sì belli e naturali, che era una meraviglia. Similmente la tovaglia, colla quale calavano il S. corpo, e tanto questa, che i panni e vestimenti, facevano pieghe bellissime. Vedevansi ancora grandi affetti di dolore nelle figure. Appresso un amator dell’arte, chiamato Melchior Wintgis, era una bella Lucrezia. In Amsterdam, in via Warmoes, in casa di Marten Papembroeck, era una tavola di Adamo ed Eva, alta e grande, ma più alta, che lunga, con figure quasi al naturale, assai belle e ben finite, della quale opera furono al padrone offerti gran danari. In casa Joan Nicker, pure in Amsterdam, era una gran tavola de’ fatti di un Apostolo, dipinta a chiaroscuro, che pareva fatta senza colore: e a quella tela dov’ella era dipinta, aveva il Mabuse data una certa sorta d’imprimitura, che pel molto piegare che si faceva, non mai punto si guastava. Stette quest’artefice al servizio del Marchese di Veren, al quale dipinse Maria sua moglie, per una Vergine, che teneva in braccio il Bambino, ritratto d’un proprio figliuolo del Marchese e della stessa Maria. Quest'opera fu stimata tanto bella, che a comparazione di essa ne perdevano tutte l’altre sue pitture: e fino all’anno 1604 si vedeva sì ben conservata, che pareva fatta allora. Andò poi questo quadro in mano del Signore di Froimont in Goude, siccome altri ritratti di sua mano furon portati a Londra. In Withal, in Galleria, era un quadro con due ritratti di fanciulli, lavorati con grande artificio. Avvenne una volta, che mentre il Mabuse stava in servizio del Marchese, per non so quale occasione di viaggio, convenne al medesimo ricevere nella propria casa Carlo V onde per segno di ossequio e di allegrezza, volle vestire tutta la sua gente di Dommasco bianco. Mabuse ebbe il suo dommasco prima degli altri; ma perch’egli era un uomo, che poco stimava sé stesso, e tanto meno la roba, lo vendé subito, e diedene il prezzo agli amici. Quando poi fu per venire lo ‘mperadore, il povero Mabuse, non avendo più né l’abito, né i danari da provvedersene un altro, fecesi una toga di foglio bianco, e la dipinse sopra di fiori a modo di dommasco, tanto bene e al naturale, che era una maraviglia il vederla, di che il Marchese prese grande ammirazione. Aveva egli allora in sua Corte, oltre al Mabuse, un altro dotto Filosofo, ancora esso pittore; e uno, che operava bene in poesia. Questi tre passarono un giorno rimpetto al Palazzo, in tempo che lo ‘mperadore era alla finestra: e vedendogli il Marchese, che stava dopo di lui, domandò a Sua Maestà, qual de’ tre le pareva il più bel dommasco; lo ‘mperadore allora pose l’occhio nel vestito del pittore, quale appariva molto bianco e bello, e fiorito con maggior vaghezza degli altri, e già voleva dare a quello la prima lode, quando il Marchese gli scoperse l’accidente e l’industria del pittore, che tanto gli piacque, che volle averlo attorno alla tavola quando mangiava: e più volte in tale occasione volle toccar quell’abito colle proprie mani, quasiché non finisse di credere al testimonio degli occhi proprj, che gliele facevan parere di dommasco vero. Fu il Mabuse uomo pio, paziente, ed in ogni sua opera diligentissimo; ma tanto a caso, e disprezzato di sua persona, che piuttosto pendeva nel sordido: a cagione di che, e anche dall’avere un aspetto burbero e tristo, nel passar ch’ei faceva una volta da Midelburgh, fu per sospetto fatto prigione: e nel tempo di sua prigionia fece alcuni disegni di matita, o altra materia nera, bellissimi. Seguì finalmente la sua morte nella città di Anversa, il primo dì di ottobre del 1532 e nella Chiesa Cattedrale della Madonna fu onorevolmente sepolto. Il ritratto di lui fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, con aggiunta de’ seguenti versi, composti dal Lamsonio: Tuque adeo nostris sæclum dicere Mabusi Versibus ad graphicen erudiisse tuum. Nam quis ad aspectum pigmenta politius alter Florida Apelleis illineret tabulis? Arte aliis, esto, tua tempora cede secutis: Peniculi ductor par tibi rarus erit.

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Discepolo di Jan Schoorel, nato 1498, morto 1574. In un povero villaggio d’Olanda, chiamato Hemskerck, nacque l’anno 1498 questo Martino, che poi dalla patria fu cognominato Hemskerck. Suo padre fu un tale Jacopo Willemsz, uomo di campagna, il cui ordinario mestiere fu il murar le case a’ contadini; ma bene spesso, per mancanza di lavoro, era chiamato da’ medesimi, in ajuto di loro faccende, fino a mugner le vacche. Martino, da piccolo fanciullo, si mise ad imparare il disegno appresso un tal Cornelis Willamsz, che fu padre di Lucas e di Floris, che pellegrinarono in Italia, studiarono in Roma e altrove, e riuscirono ragionevoli pittori. Il padre del fanciullo, che per avventura non passava più là coll’ingegno, non aveva in molta stima l’arte del dipignere; onde tolto il figliuolo da quel mestiere, lo prese in suo ajuto a murare, andar per opera a mugnere, e fare altre cose, di quelle, che usano di fare i contadini. Non è possibile a raccontare, fino a qual segno di dolore giugnesse il povero figliuolo, vedendosi richiamare da un’arte sì nobile, e di grandissimo suo genio, a stato e servigio di tanta viltà, e da lui tanto odiato; onde, deliberò fra sé stesso, di cercare occasione di romperla col padre, per poter poi, con alcuno apparente pretesto, levarsi da quello improprio lavoro; e un giorno, nel tornare che ei faceva da una stalla, dov’egli aveva munte alcune vacche, portando il vaso del latte sopra la testa, nel passar vicino ad un albero, procurò, a bello studio, che’l vaso percotesse in uno de’ rami; onde il vaso cadde a terra, e il latte si sparse sul terreno. Veduto ciò il padre, non solo lo sgridò bestialmente, ma preso un legno, gli corse dietro per percuoterlo; ma il giovanetto, che era ben in gambe, fuggendo come il vento, tosto gli sparì di vista. Per quella notte non tornò a casa, standosi, come poté il meglio, in una capanna di fieno. La mattina, quando ei credette che’l padre fosse andato al lavoro, se ne tornò a casa; e fattosi dare alla madre alcune cosette da mangiare, e certi pochi quattrini, se ne partì. In quella giornata passò a Haarlem e Delft, e quivi si fermò, e posesi di nuovo all’arte del dipignere appresso un certo Jan Lucas. Diedesi il giovane tanto di proposito a studiare, che in breve tempo acquistò molto. Ma avendo poi intesa la fama, che dappertutto correva dell’eccellente pittore Jam Schoorel, per la bella maniera di dipignere, ch’egli aveva portato d’Italia, tanto si adoperò, che e’ trovò modo di esser ricevuto in Haarlem, sotto la sua disciplina. Quivi con altrettanta diligenza seguitò i suoi studj, finché apprese sì bene quel bel modo di operare, che le cose di Martino, quasi non più si distinguevano da quelle di Schoorel; onde egli, come fu detto allora, forte ingelosito del discepolo, procurò con bella maniera di levarselo d’attorno. Allora Martino, pure in Haerlem, andò a stare in casa un certo Pieter Janfopsen, dove soleva abitare un tal Cornelis Vanberensteyn. In questa casa fece diverse pitture, e fra l’altre un Sole e la Luna, in una stanza dalla parte del letto; e uno Adamo ed Eva, tutti ignudi, grandi quanto il naturale, le quali opere gli guadagnarono, appresso al padrone di quella casa, grande amore e stima. Quindi partitosi, se n’andò a stare in casa un tale Joos Cornelisz orefice, dove fra’ molti lavori, fece una tavola, in cui rappresentò Santo Luca, che dipigne Maria Vergine al naturale, col figliuolo Gesù in braccio, nella quale pure tenne la maniera di Schoorel: e appresso al Santo Luca figurò un poeta coronato, con che fu creduto volesse significare l’amicizia, che dee essere fra la Pittura e la Poesia. Eravi ancora un Angelo, in atto di tenere in mano una torcia: l’attitudine di Maria Vergine, e l’azione del Santo, erano espresse tanto al vivo, che e’ non si poteva dir più; e la tavolozza de’ colori pareva veramente, che uscisse fuori del quadro. Era Martino, quando fece questa bella opera, in età di trentaquattro anni, come appariva notato nella medesima. Di questa tavola fece egli un dono alla Compagnia de’ Pittori, perché avendo già deliberato di partirsi da Haerlem per venire in Italia, volle lasciarvi di sé quella memoria. Questo quadro, fino al 1604 era stato conservato da Ouericheyt di Haarlem, nella corte del Principe. Partitosi dunque d’Haarlem, per desiderio di far maggiori studj, e di veder le opere de’ gran maestri, viaggiò molto per l’Italia, e finalmente si fermò in Roma, dove trattenuto in casa di un Cardinale, vi fece molte cose. Quivi disegnò tutto l’antico, tanto di statue, quanto di edificj e rovine, e tutte l’opere del gran Michelagnolo. Occorse un giorno, mentre che egli era fuori a disegnare, che un giovane Italiano entrato furtivamente in camera sua, gli rubò due bellissime tele colorite, di che egli prese grande afflizione: poi avuti buoni indizj, colle buone diligenze ch’ei fece, riebbe il suo. Questo accidente però fu cagione, che egli non seguitasse a stare in Roma, almeno per qualche tempo di più, com’era suo pensiero; perché sospettando, che dagli amici e parenti del ladro, non gli venisse fatto alcuno affronto, e perché si trovava anche avere avanzato qualche danaro, ebbe per bene il partirsene, e pigliare il viaggio verso la patria, essendo stato in Roma tre anni. Portò con sé una lettera di raccomandazione di un giovane, che egli aveva lasciato in Roma, grande amico suo e del padre, indirizzata a Delft: e giunto a questo luogo, si fermò a casa in un di quegli alberghi, che in quelle parti servono per raddotto di male femmine, dove si faceva mercato di ogni furfanteria: e di questo particolarmente era padrone quell’uomo sanguinario, di cui parlammo nelle notizie della vita di Giovanni Fiammingo. Era in esso albergo una infinità di assassinamenti di poveri viandanti, a’ quali era tagliata la gola, e spogliati di panni e danari: erano i loro cadaveri sepolti in una fossa, che poi fu trovata piena di corpi morti; tantoché una figliuola di questo grande assassino, per non veder più una così abominevole crudeltà, e perché all'incontro l’affetto paterno non le lasciava scoprire tali delitti, fu, per così dire, sforzata a sfuggirsi col nominato Giovanni a Venezia, come dicemmo. Voleva pure l'Hemskerck alloggiare in quel luogo, da lui non conosciuto per quel ch’egli era; tantopiù, che da un amatore dell’arte, a cui per avventura era diretta la lettera di raccomandazione, chiamato Pieter Jacobsz, era a ciò confortato; ma come volle la buona sorte sua, in quell’istante se gli presentò pronta occasione d’imbarco, ed egli se ne partì la medesima sera del suo arrivo a Delft. Tornato a casa, già aveva lasciata la prima maniera di Schoorel, ma però al giudizio della maggior parte de’ pittori, non aveva megliorato. Fu alcuno de’ suoi discepoli, che una volta gli disse, esser l’opinione de’ Professori, ch’egli operasse meglio in sulla maniera di Schoorel, che quando tornò di Roma; ma egli si era tanto invaghito del modo di fare Italiano, che non fece di ciò alcun conto.

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Discepolo di Antonio Semino, nato al 1495, morto ... Giovanni Cambiaso, nato nella Valle di Polcevera, poco distante da Genova, imparò egli l’arte nella scuola di Antonio Semino, pittore di quella patria, assai lodato in quella età; avendo poi studiata la maniera di un tal maestro Carlo, discepolo del Mantegna, fecesi sì pratico, che molte cose ebbe a fare di sua mano in essa città, per pubblici e privati luoghi, guadagnandosi lode di avere, con un suo nuovo modo di dipignere, tolta via in gran parte una certa crudezza, che avevano le pitture de’ maestri in quei tempi in quelle parti, nelle quali poco o nulla potevano l’arti più belle avere allignato, a cagione delle civili discordie, da cui sogliono essere per ordinario, appena nate, svelte o recise. Furono i primi lavori di questo artefice, per quelle Riviere, in gran parte a fresco, finché nel 1523 dal Principe Doria gli fu fatto dar principio alle pitture del suo bel Palazzo, facendo anche colà venire apposta i celebri pittori Perino del Vaga, Domenico Beccafumi e Antonio Ponzano: le opere de’ quali recarono sì fatta maraviglia a Giovanni, particolarmente quelle di Perino, che datosi ad osservarne il più bello, interamente mutò sua antica maniera, ed a quella dello stesso Perino sì bene si accostò, che non vi è oggi, chi vedendo le pitture di esso, non lo creda uscito da quella scuola. Furono l’opere di Giovanni, per lo più sparse per diversi luoghi della Riviera, e per le case di particolari cittadini. Dipinse ancora a chiaroscuro, e fu bravo modellatore, solito a dire, che non può giugnere a gran perfezione nella pittura colui, che non si è per qualche tempo bene esercitato nella Plastica. Veggonsi suoi disegni, fatti con un modo del tutto nuovo, che vien detto proprio di lui, benché altri a Bramante Architetto da Urbino attribuiscalo: e fu di disegnare le umane forme per via di cubi, o sia di quadrati. Fu padre e maestro, fin da’ primi principj, di Luca Cambiaso, detto altrimenti Luca o Luchetto da Genova, il quale tenne gran tempo in ajuto, dopo averlo condotto fino a quel segno d’eccellenza, alla quale egli medesimo non era potuto pervenire. Terminò finalmente questo artefice il corso di sua vita, in istato di decrepitezza, lasciando di sé degna memoria e alla patria onore. Fiorì ancora in questi medesimi tempi, in essa città di Genova, un certo Jacopo Tagliacarne, mentovato dal Soprani, e di cui anche parlò Cammillo Leonardo, celebre medico. Questi fu assai lodato in effigiare, con bella industriosa maniera, nelle pietre più dure, invenzioni e piccole figurette; maestranza usata già dagli antichi Greci e Romani: e nell’incavare eziandio cose sì fatte, di che hanno, fino a’ tempi nostri, data testimonianza molte opere sue, esistenti appresso i suoi concittadini, ed alcuni sigilli molto bellissimi, lavorati in preziose gemme, che è quanto abbiamo di memoria della virtù di questo artefice.

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Discepolo di Raffaello da Urbino, nato 1494, morto 1564. Giovanni Nani da Udine, nella sua puerizia, fu portato veementemente da due inclinazioni: una delle quali fu il piacere della caccia d’ogni sorta d’animali volatili e terrestri; e l’altra dell’arte del disegno. Laonde, accoppiando insieme l’uno e l’altro genio, fin da quella tenera età, ritraeva a meraviglia i quadrupedi e gli uccelli. La qual cosa osservata dal padre, promettendosi, siccome poi seguì, che’l figliuolo fosse per far gran profitto nella pittura, sentita la fama, che in Venezia e fuori correva di Giorgione, colà l’inviò, e trovò modo di porlo all’arte, sotto la sua disciplina: e statovi per breve tempo, per buoni uficj e protezione dell’eruditissimo Baldassarri Castiglione, Segretario del Duca di Mantova, e stretto amico di Raffaello da Urbino, fu levato da quella scuola, e condotto a Roma, fu messo in quella del medesimo Raffaello. Quivi in breve tempo acquistò tanto, che fra la gran comitiva d’altri giovani, che vi stavano apprendendo l’arte, niuno ve n’era, che gli fosse superiore; e fra le altre sue abilitadi, seguitando l’antico genio, dipingeva sì bene ogni sorta d’uccelli, che in poco tempo ne condusse un libro intero, così bello, e con tal varietà d’animali, che fu poi l’unico spasso e trattenimento del medesimo Raffaello suo maestro. Occorse in questo mentre, che nel cavarsi in Roma, fra le rovine del Palazzo di Tito, furono ritrovate alcune antichissime abitazioni rimaste sotto terra, tutte dipinte con diversi capricci di figure, animali, storiette, e campi, framezzate di vaghi ornamenti di stucchi bassi; e furon quelle, che da’ sotterranei o grotte, dove si ritrovarono, diedero il nome a quelle, che furon fatte dipoi a loro imitazione, di Grottesche. Videle Giovanni, insieme con Raffaello, e tanto se ne invaghì, che disegnatene molte volte, se ne fece pratichissimo maestro, e dipoi le colorì con sì bella e varia invenzione, che non ebbe pari; ed inoltre tanto s’adoperò coll’ingegno, che gli venne fatto di ritrovare il modo di comporre gli stucchi bianchi, per adornamento delle medesime, a similitudine degli antichi, scopertisi in quelle rovine, come detto avviamo. Di queste cose si servì Giovanni, per ordine di Raffaello, nelle volte delle Logge al Palazzo Papale: dove anche dipinse le stupende grottesche, con ogni sorta di animali, frutti, fiori, e d’altre bizzarrie, che vi si videro, con meraviglia di tutta Roma. Dalla vaghezza e novità di quest’opere, ebbe principio il dipignersi a grottesche, che per mezzo di coloro, che Giovanni allora tenne in suo ajuto, si sparse per tutto il mondo. Dipinse ancora in molti altri luoghi in essa città di Roma, e fece molti cartoni per arazzi e grottesche, tessuti poi in Fiandra, i quali servirono per le prime stanze del Concistoro. Lavorò di stucchi la facciata di Giovambatista dall’Aquila da Piazza San Pietro, e la Loggia della Vigna di Giulio, Cardinal de’ Medici, sotto Monte Mario. Mandato da Raffaello a Firenze, ad istanza dello stesso Giulio, allora Clemente VII, fece nella Sagrestia nuova di San Lorenzo, gli ornamenti della Tribuna, cioè alcuni quadri sfondati, che appoco appoco diminuiscono verso il punto di mezzo, dove si veggono maschere, fogliami, rosoni e altri ornamenti di stucco bellissimi. In Firenze abbiamo di sua mano lo stendardo, coll’immagine del glorioso Sant’Antonino Arcivescovo, che fino al presente si conserva nella Chiesa di San Marco de’ Frati Predicatori, mandatovi per la Canonizzazione di esso Santo. Fu Giovanni uomo di singolar bontà e molto timorato di Dio. Ebbe, come si è detto, grande inclinazione alla caccia de’ volatili, nella quale riusciva a meraviglia, per la sicurezza ch’egli aveva nel tirar colla balestra e coll’archibuso. Ed è fama ancora, che egli fosse l’inventore del bue di tela, dipinto, che serve di coperta a’ tiratori, per non essere, nel tirare che fanno, dalle fiere veduti. Molte altre opere fece Giovanni, che al nostro solito si tralasciano per brevità: e giunto finalmente all’età di settant’anni, l’anno 1564, se ne passò al cielo.

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Fioriva nel 1540. Siccome in Italia le città di Firenze, di Venezia, e di Roma, furono sempre in gran pregio, per gli eccellenti uomini, che esse diedero alle nostre arti, così in Olanda fu sempre in grande stima la città di Haerlem, pe’ molti, che di essa riuscirono eccellenti in tali professioni. Fra questi fu Jan Mostart, nobile di quella città, il quale, fino dalla sua fanciullezza, tirato da una grande inclinazione al disegno, si pose sotto la disciplina di Jacob di Haerlem valente pittore. Aveva Giovanni avuto un suo antenato, di cui riteneva il cognome di Mostart, il quale egli aveva acquisito per sé, coll’occasione di essersi trovato coll’Imperador Federigo, e il Conte di Clovis, nel tempo ch’egli andò in Terra Santa; perché nella presa di Damiaten, da altri detta Pelusia in Egitto, mostrò sì gran valore nel combattere coll’arme bianca, che la plebe ignorante, per ischerzo gli diede il nome di uomo forte quanto la mostarda, d’onde poi Mostart. Checché si sia di questo, verissima cosa è, che egli per la sua bravura fu dall’Imperadore dichiarato nobile, e gli furono date per armi tre Spade in campo rosso, che fu poi la sua ordinaria insegna e de’ suoi. Giovanni dunque, del quale parliamo, non solamente fu un gran pittore, ma fu uomo discreto, benigno e manieroso: e perciò fu amato assai, dalla plebe non solo, ma anche dalla nobiltà; e finalmente fu dichiarato Pittore di Madama Margherita, la Sorella dell’Arciduca Filippo, primo di questo nome, Re di Spagna, e Padre di Carlo V. Essendo in questo servizio, studiò tanto in farsi ben volere da ognuno, che oltre all’essere stato sempre da tutti ben visto, giunse a tal segno di grazia colla Padrona sua, che ovunque ell’andava, doveva esser sempre ancora egli. In diciott’anni, ch’egli stette in quella Corte, fece molte opere; e perché era singolarissimo in far ritratti al naturale, i quali faceva parer vivi, ritrasse molte Dame e Cavalieri. Tornatosene poi in Haerlem, fu sempre la sua stanza frequentata da persone d’alto affare. In questa città in casa un certo Jacopynen erano l’anno 1604 alcune tavole, e fra queste una tavola da Altare, con sua predella, dov’era rappresentato il Natale di Cristo, opera assai celebrata da’ professori. In casa di un suo nipote, figliuolo di un suo figliuolo, si vedevano molte cose di sua mano. Niclaes Suycker, che è quanto dire in nostra lingua Niccolò Zucchero, aveva un pezzo di quadro d’un Ecce Homo, grande quanto il naturale, e più che mezza figura, dove erano alcuni ritratti fatti al vivo; e per uno di que’ soldati, che teneva legata la persona di Cristo, aveva ritratto un tal Pier Muys, cioè Pietro Topo, birro di quella città, che per esser calvo di testa e di brutto aspetto, stimò molto appropriato a rappresentare tal figura. Eravi ancora un quadro di un banchetto degli Dei: e un paese, che rappresentava l’Indie, con molte figure ignude e abitazioni, fatte all’uso di quelle parti. Questo però non era interamente finito. Vi era ancora il ritratto della Contessa Jacoba e del Signor di Borsele suo marito, con abito all’usanza antica. Vi era pur di sua mano il ritratto di sé stesso, che fu quasi l’ultima opera, ch’ei facesse. Erasi egli figurato ignudo, in atto umile, genuflesso, colle mani giunte, dalle quali pendeva una corona. In lontananza era un paese, fatto al naturale, e nell’aria si vedeva Cristo sedente, in atto di giudicare: da una parte aveva figurato il demonio, che l’accusava avanti al Tribunale d’Iddio: dal’altra parte aveva fatto vedere un Angelo, in atto di chieder per lui misericordia. In casa di Jacob Ravart in Amsterdam, era pur di sua mano una bella figura di Sant’Anna. Appresso di Floris Lehoterbosch, Consigliere nell’Haja, luogo della Corte d’Olanda, era un Abramo con Sarra, Agar ed Ismaele, di grandezza di più che mezza figura, con belli abiti, e acconciature al modo antico. In casa di Jan Claesz Pittore, discepolo di Cornelis Cornelisz, tra l’altre cose era un San Cristofano, con un paese assai grande. Nella Corte del Principe era un Santo Uberto, fatto con grande osservazione del naturale. Assai grandi e belle opere di Mostart arsero in Haerlem, insieme colla sua casa, in un grand’incendio, che s’appiccò in quella città. Fu questo pittore uomo di giudizio, spiritoso, e valente nell’operar suo, tantoché Marten Hemsckerck, Pittore celebre, era solito dire asseverantemente, che Mostart aveva superato tutti gli altri maestri, ch’egli aveva conosciuto: e si racconta, che Jan di Mabuse, pure anch’egli ottimo pittore, il pregasse una volta d’andare ad ajutargli nell’opere della Badia di Midelburgh; ma il Mostart, per non lasciare il servizio di quella gran Dama e Principessa, della quale egli anche, secondo alcune scritture, che furon trovate in essa casa, era stato dichiarato Gentiluomo, recusò di farlo. Seguì la morte di lui fra il 1555 e il 1556 essendo egli d’assai buona età.

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Nato 1498, morto 1554. L’Eccellentissimo Pittore Giovanni Hoolbeen nacque nel paese degli Svizzeri, nella città di Basilea, nel 1498; ed agli anni del conoscimento pervenuto, datosi allo studio del disegno e della pittura, dopo aver fatto in essa buon profitto, dipinse nel Palazzo del Senato di quella città e in diverse case di cittadini molte belle cose, e tra queste una di bizzarra invenzione, e fu un Ballo della Morte, dove fece vedere la medesima, in atto di far preda d’uomini di ogni lignaggio e condizione. Avvenne poi, che Giovanni, nella stessa città sua patria, strinse grande amicizia con Erasmo Roterodamo, il quale, conciossiacosaché la virtù sua molto bene conosceva, si mostrò desideroso di sollevarlo a miglior fortuna di quella, che egli allora in patria si godeva o poteva sperare. A questo effetto si fece fare da lui il proprio ritratto, che riuscì tanto bene, quanto egli mai avesse potuto volere; dipoi scrisse a Londra al suo condiscepolo Tommaso Moro, acciocché quel grand’uomo, allora confidentissimo di Enrigo VIII Re d’Inghilterra, desse notizia di lui e della sua virtù allo stesso Re, che molto di queste arti si dilettava; poi persuase Giovanni a portarsi colà, assicurandolo, che sotto la protezione del Moro, egli avrebbe fatto gran fortuna; e perché ciò più facilmente riuscisse, volle, ch’e’ portasse con esso seco il nominato ritratto (il quale Erasmo affermava esser più bello di quello, che di lui pure aveva fatto poco avanti Alberto Duro) e che a Tommaso Moro, per sua parte ed in sua memoria, il donasse. Piacque molto a Giovanni il consiglio e l’occasione, non solo in riguardo dello sperato avanzamento, sotto gli auspicj del Moro, ma anche per levarsi una volta d’attorno alla moglie, la quale egli aveva d’umore così perverso, che tenendolo sempre in lite, non mai lo lasciava aver bene; e gli faceva bene spesso ripetere ciò, che scherzando dice Euripide, Greco Poeta, avere la natura dato agli uomini gran rimedj contra le bestie; ma niuno però, onde potessero difendersi da una cattiva consorte. A cagione di questo adunque parevagli d’avere un buon mercato, ogni qualvolta perdendo di vista la patria, gli fosse venuto fatto lo smarrire anche la dispettosa sua donna. Quindi è, che ben presto partitosi da Basilea, prese la via per alla volta d’Inghilterra. Arrivato a Londra, e portatosi alla casa del Moro, gli consegnò le lettere di Erasmo, e con esse il bel ritratto di lui, in testimonio della propria virtù. Questo ritratto piacque tanto a Tommaso, che aggiunto al concetto, ch’egli aveva formato del pittore colla sola lettura delle lettere d’Erasmo, subito l’accolse con segni di gran cortesia, e gli diede luogo nella propria casa, dove con assai carezze, lo tenne quasi tre anni, facendogli fare opere diverse. Questo però faceva egli con gran cautela e segretezza, a fine di potersi arricchire di sue pitture, prima che di lui arrivasse notizia al Re, il quale teneva per certo, che subito l’avria tirato al proprio servizio. Fecesi fare il proprio ritratto, e quello ancora di ciascuno de’ suoi più congiunti, con molti altri quadri; e finalmente trovatosi sodisfatto appieno, fece risoluzione in un tal giorno di banchettare il Re, e con tale occasione dargli notizia del pittore. Videlo il Re con gran piacere; e voltatosi al Moro gli disse: Ora, Tommaso mio, tenetevi pure le vostre pitture per voi, perché a me basta l’aver trovato il maestro; e fatto dare al pittore onorato trattenimento, e vedendo ogni dì opere più belle del suo pennello, fecene da indi innanzi tanta stima, ch’era solito gloriarsi d’aver nella sua Corte un simile artefice. L’Hoolbeen fece il ritratto di quella Maestà, e di molti altri, che veduti da’ Cavalieri della Corte, fecero sì, che non solo ognuno a gara correva a vedere le sue pitture; ma omai d’altro non si parlava, che di lui; ed egli intanto s’andava tuttavia avanzando nella grazia del Re. Ma perché rare volte, o non mai, godono gli uomini, felicità senza mescolanza d’alcun disturbo; occorse in que’ giorni cosa all’Hoolbeen, che lo pose in gran pericolo e in gran cimento: e fu questa. Venne un dì alla sua casa un gran titolato, per vedere le opere sue; ma perché egli allora si trovava occupato in fare alcun ritratto dal naturale, o altro impedimento aveva, che gli vietava il ricevere alcuno in quell’ora, fu sforzato a scusarsi e licenziarlo. Questo però fece con parole di tutta amorevolezza e rispetto, pregando quel Signore a venire in altro tempo; ma per molto, che il pittore si scusasse, il Conte non si partiva, anzi voleva salir la scala quasi per forza, non parendogli, che a cagione di qualsifosse impedimento, la sua persona meritasse tal repulsa da un pittore. Seguitava l’Hoolbeen le sue scuse, ed il Conte le sue violenze: e andò la cosa tant’oltre, che parendo all’Hoolbeen d’esser troppo sopraffatto, non potendo più contener sé stesso, gli diede una gran pinta, con che rovesciollo per la scala con tanta forza, che il Conte cadendo indietro, percosse indietro la testa e l’altre parti del corpo, che già si raccomandava a Dio, credendo di subito morire. I suoi Gentiluomini e servitori, avendo pure assai da far col Padrone in quel repentino accidente, non si voltarono così presto al pittore; onde egli intanto serrata bene la porta della sua stanza, e a quella appoggiato sedie, sgabelli e tavole, tanto si assicurò per un poco, che ebbe tempo a fuggirsi per una finestra del tetto, e salvarsi dalle mani di loro. Fu la prima sua faccenda, allora allora, portarsi davanti al Re, dal quale benignamente accolto, genuflesso a gran voci lo pregava a perdonargli, ma non però alcuna cosa dicea di ciò, che avesse fatto. Il Re più volte gli domandò, perché e’ volesse perdono; ma il pittore altro non rispondeva, se non che chiedeva perdono. Allora il Re, compassionando alla forza del dolore, che quasi il rendea forsennato, si dichiarò di volergli perdonare, con questo però, che dovesse il suo fallo confessare. L’Hoolbeen alquanto sollevato dal suo timore, con gran sincerità e schiettezza gli raccontò il tutto: il che avendo inteso il Re, fu preso da gran dispiacere, come quegli, che assai compativa la disgrazia di quel Cavaliere, che egli molto amava: e quasi si pentiva di avere così di subito al pittore perdonato: pur tuttavia avvisatolo di non dover mai più per l’avvenire cadere in simili mancanze, lo mandò in una stanza a parte, finch’egli avesse inteso come erano passate le cose del Conte: il quale, essendo già ritornato in sé, per avvalorare le sue querele, subito comparve in Corte, portato in una sedia, fasciato in più parti del suo corpo, e fattosi avanti al Re, con una voce languida, come di chi è vicino a morire, disse le sue ragioni: e nel dire cercava tuttavia d’aggrandire la cosa più di quel ch’essa era in verità, come quegli, che nulla sapeva, che l’Hoolbeen si fosse fatto prima di lui sentire dal suo Signore. Finita poi la sua doglianza, molto si riscaldò in domandare, che al pittore fosse data la pena conveniente al suo delitto. Ma il Re, che già aveva inteso il fatto giusto, avendo conosciuto l’artifizio del Conte, e qualmente egli parlava con poca sincerità e a vendetta: e come quegli, che anche molto amava l’Hoolbeen, con cui si trovava impegnato al perdono, andava mitigando la passione del Conte al più che e’ poteva; donde avvenne, che non parendo al Cavaliere d’averne il suo conto, vinto dallo sdegno, ardì di dire al Re, che avrebbe egli trovato modo di gastigarlo da sé stesso. Questa fu per lui una mala parola, perché il Re giustamente irato gli disse: Orsù, adesso voi non avete a fare più col pittore, ma colla stessa persona del Re, e minacciollo forte; soggiungendogli, ch’e’ non dovesse credere, che quel virtuoso fosse appresso della persona sua in quel poco conto, ch’ei si pensava; perché poteva bene il Re di sette contadini far sette Conti, ma non già di sette Conti fare un pittore così eccellente, quale era l’Hoolbeen. Questa risposta fu al Conte di gran confusione e timore: e perché temeva fortemente che il Re non si vendicasse delle parole pronunziate in sua presenza, lasciato da parte il livore e l’affetto di vendetta, si mise a chieder per sé la grazia della vita, promettendo di tutto fare che gli fosse stato comandato. Allora il Re gli comandò espressamente, che non mai, per alcun tempo, dovesse essere ardito, di fare ingiuria al pittore, né da sé né per mezzo d’altri, altramente si aspettasse quella pena, che egli avrebbe avuto, offendendo la stessa persona sua: e con torbida faccia se lo tolse davanti. Tanto è vero, che non si debbonsi le proprie cause, ancorché giuste, portar d’avanti a’ Grandi senza la dovuta lealtà, né con tanto calore, che scorra oltre a’ limiti di un ossequioso rispetto. Seguitò poi l’Hoolbeen a fare bellissime opere per Sua Maestà, tra le quali fu il ritratto della medesima quanto il naturale: il qual ritratto dell’anno 1604 si conservava nel Real Palazzo detto Withal. Fecegli ancora ritratti de’ tre giovanetti figliuoli, Edoardo, Maria, ed Elisabetta, che pure nel sopraccitato tempo si conservavano in quel Palazzo.

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Ancora colorì ritratti d’uomini e donne illustri di quella città. Per la Compagnia, o vogliam dire Arte de’ Cerusici, dipinse un bel quadro, in cui figurò il Superiore di quell’adunanza, in atto di ricevere i Privilegj del Re. Vedevasi Enrico VIII in figura maggiore del naturale, assiso in trono: e da’ lati stavano coloro, pe’ quali si davano i privilegj, in atto reverente e genuflessi, mentre il Re quelli loro porgeva; ben’è vero, che fu opinione, che questo quadro, alla morte dell’Hoolbeen rimaso imperfetto, fosse stato finito da altro pittore, ma però della stessa maniera appunto. In più case di cittadini si vedevano ne’ medesimi tempi maravigliosi ritratti, e in tanto numero, che pareva impossibile, che un solo uomo, in così breve corso di vita, avesse potuto operar tanto: massimamente, perché egli ebbe una maniera finita al possibile, e con imitazione del naturale, essendo stato solito di condurre le sue figure con carnagioni tanto vere e con tal rilievo e spirito, che i suoi ritratti pajono vivi, benché nel panneggiare fosse alquanto secco, e tenesse assai della maniera d’Alberto Duro. Inoltre, perché Giovanni aveva abilità in ogni cosa dell’arte, fece molti disegni per altri pittori, intagliatori in rame e in legno, e per gli orefici. Colorì a guazzo, e fece anche molte miniature, e tanto in queste, quanto nelle pitture e ne’ disegni, fece sempre spiccare una maravigliosa diligenza. Aveva egli imparata l’arte del miniare, in Londra, da un certo Luca, maestro molto nominato, che stava appresso al Re: il qual Luca era però in disegno assai inferiore all’Hoolbeen. Dipinse ancora due gran quadri a guazzo, che pure del 1604 si conservavano in Londra, in una casa, chiamata dell’Oriente. Nel primo figurò il trionfo delle Ricchezze, e nell’altro lo stato della Povertà. La Ricchezza figurata a somiglianza di Plutone, in forma d’uomo vecchio calvo, maestosamente sedente sopra un carro trionfale, ricco di varj ornamenti, e tutto coperto d’oro: il Vecchio piegando il dorso, pigliava con una mano monete d’oro e d’argento da uno scrigno, e coll’altra mano mostrava gettarne in gran copia. Dall’uno e l’altro lato di sua persona ha la Fortuna e la Fama, e gran sacchi di moneta, ingombrano gli spazj del carro, dietro al quale corrono molte persone, che azzuffandosi confusamente insieme, cercano di far preda del gettato denaro. Dall’una e dall’altra parte del carro, stanno Mida e Creso, ed altri ricchissimi Re dell’antichità: ed è tirato da quattro bianchi cavalli, guidati da quattro femmine ignude, significanti quattro Deità, appropriate all’invenzione. I panni delle figure son tutti arricchiti conoro. Nell’altro quadro della Povertà si vede la medesima, in figura d’una femmina estenuata e macilente, in atto di sedere sopra un monte di paglia, elevato sopra un carro vecchio e sdrucito. Fa ombra a questa figura una capannuccia, pure di paglia, antica, e in più luoghi logora e traforata. Siede la Povertà malinconica e pensosa, con veste sdrucita e rappezzata: e tirano il suo carro un cavallo magro ed un giumento, a’ quali camminano avanti un uomo ed una donna, anch’essi pallidi e smunti, e con facce meste stringon forte le mani, come chi, deplorando le proprie necessità, chiede misericordia e soccorso. L’uomo ha una verga ed un martello, per significare i gravi e varj colpi con che il mendico è percosso dalla povertà. Davanti al carro siede la Speranza, la quale con affetto divoto fissa gli occhi nel cielo: ed in quest’opera fece altre belle invenzioni, molto espressive del concetto, e ben colorite; tantoché trovandosi in Inghilterra circa l’anno 1574, Federico Zuccheri, disegnò l’uno e l’altro quadro con penna ed acquerelli, lodandogli a gran segno: e poi essendo lo stesso Federico in Roma a conversare col Goltzio nella propria casa di lui, parlando delle cose dell’arte, e di questo pittore, ebbe a dire, che le pitture di quest’uomo non invidiavano quelle dello stesso Raffaello: e se ciò non vogliamo credere per quello, che ne lasciò scritto il Vanmander nel suo idioma Fiammingo, possiamo valerci del testimonio di molte pitture, che si trovano per l’Italia di sua mano; ma particolarmente del meraviglioso ritratto, che si conserva nella Real Galleria del Serenissimo Granduca, nella stanza chiamata la Tribuna, dove, in un quadro di circa un braccio, è una figura in tavola, che rappresenta un uomo con barba rasa, con una berretta nera in capo, in fronte alla quale è una borchia d’oro, con una gemma o cammeo, il tutto in campo verde; la figura guarda verso la parte sinistra. Ha tra la gola e la guancia destra due margini, che par di persona, che abbia patito di scrofole; è vestita di veste nera alla nobile, con maniche di raso nero: e le mani poste sopra l’una l’altra, posano sopra checchessia, o tavola o altro; ha in un dito un anello, e al collo una catena d’oro. Nel mezzo al verde campo, di qua e di là dalla testa, si leggono le seguenti parole: X. IVLII ANNO ETATIS SUÆ H VIII. XXVIII. ANN. XXXIII. L’ornamento è intagliato e dorato, e dalle bande sono due cartelline d’argento sodo; nella prima, a man destra, sono intagliate queste parole: Effigies Domini Ricardi Southvvelli equitis aurati Consiliarii privati Henrici VIII Regis Angliæ. Nella seconda a man sinistra: Opus celeberrimi artificis Johannis Holbieni Pictoris Regis Henrici VIII. Nella parte di sopra è l’arme del Granduca Cosimo II pure d’argento sodo, con iscrizione Cosmus II Magn. Dux Etruriæ IIII ed in quella di sotto un’altra arme coronata, che è quella del Regno, che ha d’intorno, secondo il costume, le seguenti parole (Motto Franzese dell’Ordine della Legaccia, ovvero Giartiera) Honi soit qui mal y pense 1621. Nella stessa Galleria (a) è un ritratto di mezza figura, di grandezza di più che mezzo naturale, che rappresenta un uomo grasso, con barba rasa, e berretta nera in capo, vestito di nero, con mani soprapposte, e nella mano di sotto tiene un foglio avvolto. Questo pure, per quanto ne mostra la maniera, si riconosce per opera dell’Hoolbeen. Vide ancora lo Zuccheri, con sua molta ammirazione, in Londra, un ritratto grande quanto il naturale, d’una Contessa (e questo era in casa di Milord Penbroicth) del quale disse, per testimonio del Vanmander, non aver veduto altrettanto in Roma. Era in que’ tempi in Londra un certo uomo, chiamato Andrea, il quale comprò tante dell’opere di Giovanni, quante mai ne poté avere: e fra’ molti ritratti, uno ne aveva quanto il naturale, fatto al vivo dalla persona di un tal maestro Niccolò Tedesco, che per trent’anni era stato in Inghilterra Astronomo del Re, appresso al qual ritratto aveva l’Hoolbeen rappresentati tutti gli strumenti d’Astronomia. Questo Niccolò, come si racconta, fu uomo piacevole; onde era sovente ammesso a discorso familiare collo stesso Re: e una volta interrogato dal medesimo, per qual cagione essendo stato trent’anni in Inghilterra, non avesse ancora appena imparato i principj della lingua, rispose: E quanto mai pare a Vostra Maestà, che si possa imparare in trent’anni in una lingua di questa sorta? A Lei par forse poco, a me par pure assai. Era anche fra gli altri ritratti appresso Andrea di Loo, quello del vecchio Milord Crawel, di grandezza d’un piede e mezzo, quello d’Erasmo di Roterdam, e quello del Vescovo di Conturberì: una gran tela a guazzo, dove in bella ordinanza eran ritratti, in atto di sedere, e grandi quanto il naturale, il famosissimo Tommaso Moro colla moglie e figliuoli, che fu la prima opera, ch’e’ facesse in Inghilterra, per metter sé stesso in reputazione, e quella soleva egli chiamare il suo pezzo d’onore, cosa, per certo, degnissima da vedersi, perché l’Hoolbeen in questo quadro dimostrò l’ultimo del valor suo. Pervenne poi questa bell’opera, dopo la morte di Andrea di Loo, in mano di un Cavaliere, nipote dello stesso Tommaso Moro. Un altro stupendo ritratto di Tommaso Moro aveva fatto Giovanni Hoolbeen, a cui era già stato dato luogo nella Galleria di Enrigo VIII, nella stanza, ove si conservavano i ritratti de’ più celebri uomini antichi e moderni. Questa stupenda pittura, adocchiata dalla scellerata Anna Bolena, lo stesso dì, che era seguita la morte di Tommaso, la fece prorompere in sì fatte parole: Oimè, che pare che ancor viva costui su quella tavola. Quindi fattala toglier di luogo, colle proprie mani la gettò dalle alte finestre del Palazzo: e fu attribuita ad opera della Divina Provvidenza, che quella degna immagine, tuttoché alquanto maltrattata dal colpo impetuoso, si conservasse, finché portata a Roma, ebbe luogo nel Palazzo de’ Crescenzj, ove fino al presente tempo si conserva. Il ritratto del Vescovo di Conturberì, il più bello, al parere degli artefici, che mai facesse Giovanni, ebbe lo un Gentiluomo, chiamato maestro Coop, che abitava fuori di Londra. In Amsterdam era l’anno 1604 un ritratto d’una Regina d’Inghilterra, con un bel panno d’argento. Aveva anche Giovanni colorito due ritratti di sé stesso con acquerello in piccoli tondi, i quali aveva finiti maravigliosamente: il primo aveva un tale Jacopo Razzet; il secondo un certo Bartolommeo Ferreris. Va attorno di questo maestro una bella stampa di venti figure, rappresentatovi il Ballo della Morte, come sopra abbiam detto, dove fanno un bellissimo vedere le persone di diversi Pontefici, Cardinali e altri gran personaggi, nel cadere che fanno finalmente in potere di lei. E’ anche un libretto di stampe in legno, con istorie della Sacra Bibbia, d’assai buona invenzione. Avendo finalmente Giovanni ornato colla sua bell’arte quelle provincie e’l mondo; arrivato all’età di cinquantasei anni, tocco da male contagioso, se ne morì l’anno 1554. Fu l’Hoolbeen pratichissimo nel disegno, grande imitatore delle cose naturali, e come altra volta si è detto, colorì le sue figure a meraviglia; ma quello che si rende più considerabile si è, ch’egli era mancino, e a far le opere sue non mai si servì, se non della sinistra mano: cosa, che dopo gli antichissimi tempi, qualchedun’altra volta, ma ben di rado, si è veduta.

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Willem Jacobsz, che abitava in Amsterdam l’anno 1604 presso alla nuova Chiesa, aveva un bel quadro d’una festa di contadini in occasione di nozze, dov’erano rappresentate infinite azioni ridicolose e naturali, e particolarmente l’atto del regalar la Sposa con que’ lor regali contadineschi, mentre una vecchia contadina, con una gran borsa legata al collo, sta ricevendo i quattrini. Ha il Granduca di Toscana nella sua Real Galleria, un quadro di mano di lui, dove si legge anche il nome di Pietro Brueghel. In questo quadro, che è una tavola di circa due braccia e tre quarti, egli rappresentò il portar della Croce del nostro Signore, con figure, la maggior delle quali è alta un palmo. Vedesi in esso una spaziosa campagna ben digradata, col punto alto, dove è la gran città di Gerusalemme: e appresso a questa il Monte Calvario, verso il quale s’invia il Signore colla sua Croce, vestito d’una veste di color cenerino, tirato e spinto da’ manigoldi, mentre la Veronica gli porge pietosamente il velo: dietro è il Cireneo, che regge il fusto della medesima Croce, e moltissime figure, che rappresentano Ufiziali della Corte, ed altre d’ogni età e sesso. Precede al Signore una gran Cavalleria d’uomini armati, coll’insegna, in cui si legge S.P.Q.R. La strada, che batte questa gran comitiva torce dolcemente, secondo il taglio, che apparisce in un gran masso, di che mostra esser composto il Monte Calvario, fino alla sua sommità, dove si riducono le figure di questa numerosa e lagrimevol processione, piccolissime: altre in atto di pigliar posto per veder lo spettacolo, altre per operare in quella tragica azione, altre forse per piagner da vicino il gran misfatto. La Beatissima Vergine, in qualche distanza dal figliuolo, quasiché lo abbia già da lontano veduto sotto quel duro peso, si vede genuflessa sopra la nuda terra, colle spalle voltate a quella dolorosa comitiva, e piange amaramente, mentre la Maddalena la sta confortando. Due altre divote donne si veggiono poco da lungi, pure anch’elleno genuflesse, in atti dolentissimi: e dietro a queste è San Giovanni Evangelista. Scorgesi in tutta quest’opera, la quale è fatta alla solita maniera Fiamminga, una gran varietà d’abiti, d’arie di teste e d’azioni, congiunte alla diligenza ed all’amore grandissimo, col quale è condotta. Per ultimo avevano i Signori di Bruselles determinato di far dipignere al Brueghel alcuni quadri, che rappresentassero coloro, che operavano ne’ canali, che conducono a Bruselles in Anversa; quando nell’ordinarsi questa pratica, il valoroso artefice venne a morte, e rimase la cosa senza effetto. Veggionsi molte carte in istampa di sua invenzione: ed aveva anche fatti alcuni disegni poco onesti, che pure si dovevano intagliare con alcuni versi sotto; ma quando si vide in pericolo di morte, forte temendo il Divino giudizio, chiamò la moglie, e volle, che ella tutti in sua presenza gli abbruciasse. Alla stessa sua moglie lasciò per testamento un pezzo di quadro, che al parere degl’intendenti fu stimato il migliore, che uscisse mai dalle sue mani, dove fra le altre cose era dipinta una gazzera sopra una forca. Rimasero due suoi figliuoli, che pure sono stati eccellenti Pittori: uno chiamato Pieter, che imparò l’arte da Gillis Van Conincxloo, che dipingeva di ritratti alla naturale: l’altro si chiamò Giovanni, che studiava dalla Donna, che fu la moglie di Pietro d’Alost: e da questo Pietro di Alost imparò a dipignere a guazzo, e dipoi a olio da un certo Pieter Goe Kindt, che noi diremmo Pietro buon bambino. Andò in Colonia, e dipoi venne in Italia, dove si guadagnò grande stima, dipingendo paesi e piccole figure, nelle quali ebbe veramente una bella maniera.

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Attribuisce il Baldinucci a questo Brueghel, dagli Scrittori detto il Vecchio, e che fu padre, come l’Autore scrive, dell’altro Pietro, e di Giovanni; quasi tutto ciò che si vede di questi tre Professori, a’ quali, gl’Intendenti più moderni, assegnano caratteri diversi, e pregi non inferiori a quelli del padre, vedendosi chiaramente ne i tre Brueghel tre diverse maniere sì nel disegno, sì nel colorito; quindi è che al padre vien dato il nome di Pittore delle Processioni e Feste contadinesche: all’uno de’ figliuoli quello del Pittore delle Streghe, e da taluno della casa del diavolo, perché in tutti i suoi quadri vi si trova un diavolino; e all’altro del Paesista. Al Vecchio appartiene certamente il quadro della Processione al Monte Calvario, descritto con esattezza dal nostro Autore, per della Galleria Medicea, in cui della stessa maniera se ne conserva un altro piccolo composto di moltissime figure, quali intere, quali mezze, e quali colla sola testa, che tutte insieme rappresentano una festa contadinesca. Un altro quadro di singolar curiosità può ancora vedersi in questa Galleria, preso dal Brueghel, di cui parliamo, sopra un disegno in chiaroscuro di Alberto Duro, rappresentante la Passione di Nostro Signor Gesù Cristo, e colorito da lui con la solita diligenza e amore. Il disegno è alto e circa un braccio, e tanto è il quadro colorito, e in ciascheduno vi è la cifra del nome loro, né si può concepire, senza vederli la vastità del pensiero di Alberto, e la fedeltà di Brueghel, rendendosi molto facile una tale osservazione, per essere ambedue le opere congeniate con sì fatta maestria, che formano un sol quadro. Del Brueghel delle Stregherie, o casa del Diavolo, in detta Galleria si vede un graziosissimo quadro con Orfeo tasteggiante la sua lira davanti a Plutone, e a Proserpina coronati di raggi di fuoco, e assisi sopra trono infernale, sostenuto da orrendi mostri, e nel rimanente del quadro non saprebbero ridirsi le fantastiche immaginazioni rappresentatevi, sì nelle figure diavolesche, come di mostri ove pur senza sbaglio potrebbero contarsi; questo bensì, che la maniera è totalmente differente dall’altra, e i viaggiatori o curiosi, o dilettanti o intendenti, dicono di averne veduti molti in Germania, e ne’ Paesi Bassi, e tutti d’accordo lo chiamano Brueghel della Casa del Diavolo. Del Paesista poi, per distinguerlo dal padre, basta osservare il paese della Processione al Monte Calvario, e poi guardare alcuni paesi di varia proporzione, che di presente stanno nella medesima stanza, e subito si viene in cognizione, anche da occhi meno raffinati, che non sono dello stesso pittore; ma d’altro Brueghel famosissimo in questa sorte di pittura, siccome le figurine, che per entro vi sono disposte, mostrano una molto migliore avvenenza, e un altro gusto d’operare. Arnoldo Houbraken Olandese, che ha scritto le Vite e le Notizie de’ Pittori del suo paese, stampate in Amsterdam l’anno 1718, assegna a Giovanni Brueghel il carattere di Pittore Paesista e Fiorista, e dice che ne’ suoi quadri vi adattava figure piccole e in sommo graziose. E questo si accorda con quanto scrive il Baldinucci.

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Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

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G Galeazzo Campi 230. Galeazzo Pisenti, detto il Sabionetta 330. Galeazzo Rivello, detto Barba 198. Gaudenzio Pittore 194. Geertgen di Sant’Jans, cioè Giorgio di San Giovanni Pittore 154. Gentile da Fabriano pittore 104. Giacomo Pampurino 200. Gio. Anton Beltraffo Pittore 213. Giovacchino Patener pittore 222. Gio. Antonio Razzi. Sua patria incerta 228. Fu trascurato e negligente nella sua professione. Sue opere. Morì allo spedale mendico 229. Gio. Battista Mantovano 333. Gio. Francesco Caroti pittore 184. Gio. Francesco Penni, detto il Fattore 240. Gio. Francesco Rustici 140. Fu uomo senza interesse e limosiniere, né teneva alcun conto del danaro 140. Atto, generoso fatto a favore d’un povero 141. Gio. Maria Chiodarolo 280. Gio. Van Calcker, detto Gio. Fiammingo 334. Giovanni Bellini Pittore, sue opere 124. Giovanni Cambioso 263. Giovanni Caroti 186. Giovanni Holbeen pittore 313. Fu mandato da Erasmo Roterodamo in Inghilterra appresso a Tommaso Moro. Sue molte opere e ritratti 314. Gran disgrazia seguitagli nella città di Londra. Fu grande amico e confidente del Re Enrico VIII, e fece il suo ritratto 315. Quadri di sua mano nella Tribuna dellaGalleria del Granduca di Toscana, bellissimi, e sua descrizione 317. Altre opere e ritratti in varj luoghi 319. Ritratto suo, e di sua mano vedesi nella stanza de’ Ritratti de’ Pittori nella detta Galleria 318. Giovanni Nani da Udine 278. Gio. Niccola 237. Giovanni Spagnuolo, detto lo Spagna 278. B. Fra Giovanni da Fiesole, detto Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori, e sue notizie 42. Capitolo di San Marco dipinto dal medesimo, e molte altre immagini sacre 44. Fu Miniatore eccellente. Semplicità del medesimo. Dipinse sempre immagini sacre 46. Rifiutò l’Arcivescovado di Firenze, e propose in luogo suo S. Antonino 47. Morte di esso, e suo Epitaffio. Ebbe un fratello della medesima Religione, uomo di santa vita, e gran Miniatore. Dalla scuola del P. Gio. venne poi quella di Tiziano 47. Giovanni di Paolo da Siena pittore 98. Giovanni della Robbia 131. Giovanni de’ Santi, padre di Raffaello da Urbino, Pittore, e sue opere 171. Giovanni, detto l’Olandese 312. Giovanni e Uberto Eyck fratelli 24. Dipignevano con colla e chiara d’uovo in vece d’olio, di cui ancora non era ritrovata l’invenzione. Inventò il colorire a olio 26. Non volle più esser veduto dipingere 27. Fu Consigliere segreto del Conte di Borgogna. Fece molte opere per l’Italia. Morte d’ambedue 28. Fecero molti allievi. Pittori, che fiorirono nella Germania alta, e nei Paesi Bassi dopo la mancanza di Giovanni e Uberto 29. Girolamo da Codignola 280. Girolamo Genga pittore 214. Girolamo Lombardo 291. Sue opere 293. Giulio Campi e sue opere 296. Giulio Caporali 289. Giulio Raibolini 190. Giulio Romano e sue opere 238. Grecia inventrice delle favole e falsi avvenimenti 71.

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S Sandro Botticelli, detto Alessandro Filipepi 137. Scrittori sopra la vita e santità del B. Fra Giovanni Angelico domenicano 46. Sepolcro della Beata Villana in Santa Maria Novella 41. Sepolcro di Carlo Marsuppini in Santa Croce 41. Sepoltura in Santa Croce di Francesca Nori 39. Sepoltura nella chiesa di San Miniato del Cardinale di Portogallo 39. Sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici in San Lorenzo, bellissima 119. Fra Simone da Corniolo 232. Simone fratello di Donatello scultore 105. Il Sodoma Pittore 228. Lo Spagna 278. Statua di S. Basti della Pieve d’Empoli 39. Statua di S. Filippo d’Orsanmichele 49. Statua di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga del Signore, nella facciata d’Orsanmichele 119. Statua di San Giovanni Evangelista di Orsanmichele 147. Statua di Santo Lò d’Orsanmichele 59. Statua di San Gio. Battista d’Orsanmichele 6. Statua di San Matteo di detta Chiesa 6. Statue di Donatello in più luoghi 35. e 36. Statue de’ quattro Santi d’Orsanmich. 49. Statue poste sopra la porta di San Giovanni, rappresentanti San Giovambatista predicante in mezzo a due figure 140.

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V Valerio Zuccheri Pittore di musaico 332. Uberto Eych, fratello di Giovanni. Vedi Giovanni 24. Vetri degli occhi della Cupola a chi si dessero a fare 12. Ugo de Goes Pittore 152. Il Vignuola 321. Vincent Geldersman 304. Vincenzio Zuccheri 333. Volta de’ Peruzzi, dipinta da Paolo Uccello 64. Willem di Key Pittore 308. Willem di Cleef 303.

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