Nominativo - Giorgione

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Ma tornando a Fra Gio. Angelico, sarà egli sempre glorioso, non solo per avere con grande studio e perfezione esercitata l’arte della pittura, ma per l’eccellenza di quei maestri, che da lui ebbero derivazione; conciossiacosaché egli l’insegnasse a Gentile da Fabbriano, e questi a Jacopo Bellini, padre e maestro di Giovanni Bellini, dal quale impararono Giorgione, il famosissimo Tiziano ed altri, da i quali derivò poi la non mai abbastanza celebrata maniera Veneta. Dicono alcuni, persuasi dalla somiglianza della maniera, esser parimente di mano del Beato Fra Giovanni Angelico la pittura di un Tabernacolo, che è fuori della Porta a Pinti, vicino alle mura di Firenze, in un campo già de’ Frati della Calza, oggi delle Monache di Santa Maria Maddalena, nel quale è rappresentato Gesù Cristo Crocifisso, e a’ piedi di esso due Santi dell’Ordine de’ Frati Gesuati di San Girolamo della Calza, detti così da una certa rivolta, che sur una spalla faceva l’abito loro simile ad una calza. Fu institutore di questa Religione il Beato Giovanni Colombini nobile Senese, e fu soppressa da Clemente IX l’anno 1668. insieme con altre di poco numero, in fra le quali quella degli Eremiti di San Girolamo, differente, benché in alcune cose simile, da quella de’ Gesuati. Di essi era stato fondatore il Beato Antonio, Conte di Montegranelli, nobile Fiorentino, nel Convento degli Eremiti di San Girolamo di Fiesole, luogo, che oggi posseggono i Signori Bardi Gentiluomini Fiorentini, e quivi godesi una delle più belle vedute, che sieno intorno a Firenze. Avevano questi Gesuati un Convento nel detto luogo di Pinti, presso al detto Tabernacolo, che in congiuntura dell’assedio di Firenze l’anno 1528. fu demolito con altre molte fabbriche e chiese, in fra le quali la tanto celebre di San Gallo, aggiacenti per ogni parte alle mura della città: ed ottennero in quella vece la Chiesa di San Giovambatista, oggi detta la Calza, posta dentro e presso alla Porta Romana, o di San Piero in Gattolino; onde lasciato l’antico luogo rovinato, restò però loro la padronanza del suolo e del predetto Tabernacolo ove è dipinta la mentovata sacra Immagine.

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Discepolo di Raffaello da Urbino, nato 1494, morto 1564. Giovanni Nani da Udine, nella sua puerizia, fu portato veementemente da due inclinazioni: una delle quali fu il piacere della caccia d’ogni sorta d’animali volatili e terrestri; e l’altra dell’arte del disegno. Laonde, accoppiando insieme l’uno e l’altro genio, fin da quella tenera età, ritraeva a meraviglia i quadrupedi e gli uccelli. La qual cosa osservata dal padre, promettendosi, siccome poi seguì, che’l figliuolo fosse per far gran profitto nella pittura, sentita la fama, che in Venezia e fuori correva di Giorgione, colà l’inviò, e trovò modo di porlo all’arte, sotto la sua disciplina: e statovi per breve tempo, per buoni uficj e protezione dell’eruditissimo Baldassarri Castiglione, Segretario del Duca di Mantova, e stretto amico di Raffaello da Urbino, fu levato da quella scuola, e condotto a Roma, fu messo in quella del medesimo Raffaello. Quivi in breve tempo acquistò tanto, che fra la gran comitiva d’altri giovani, che vi stavano apprendendo l’arte, niuno ve n’era, che gli fosse superiore; e fra le altre sue abilitadi, seguitando l’antico genio, dipingeva sì bene ogni sorta d’uccelli, che in poco tempo ne condusse un libro intero, così bello, e con tal varietà d’animali, che fu poi l’unico spasso e trattenimento del medesimo Raffaello suo maestro. Occorse in questo mentre, che nel cavarsi in Roma, fra le rovine del Palazzo di Tito, furono ritrovate alcune antichissime abitazioni rimaste sotto terra, tutte dipinte con diversi capricci di figure, animali, storiette, e campi, framezzate di vaghi ornamenti di stucchi bassi; e furon quelle, che da’ sotterranei o grotte, dove si ritrovarono, diedero il nome a quelle, che furon fatte dipoi a loro imitazione, di Grottesche. Videle Giovanni, insieme con Raffaello, e tanto se ne invaghì, che disegnatene molte volte, se ne fece pratichissimo maestro, e dipoi le colorì con sì bella e varia invenzione, che non ebbe pari; ed inoltre tanto s’adoperò coll’ingegno, che gli venne fatto di ritrovare il modo di comporre gli stucchi bianchi, per adornamento delle medesime, a similitudine degli antichi, scopertisi in quelle rovine, come detto avviamo. Di queste cose si servì Giovanni, per ordine di Raffaello, nelle volte delle Logge al Palazzo Papale: dove anche dipinse le stupende grottesche, con ogni sorta di animali, frutti, fiori, e d’altre bizzarrie, che vi si videro, con meraviglia di tutta Roma. Dalla vaghezza e novità di quest’opere, ebbe principio il dipignersi a grottesche, che per mezzo di coloro, che Giovanni allora tenne in suo ajuto, si sparse per tutto il mondo. Dipinse ancora in molti altri luoghi in essa città di Roma, e fece molti cartoni per arazzi e grottesche, tessuti poi in Fiandra, i quali servirono per le prime stanze del Concistoro. Lavorò di stucchi la facciata di Giovambatista dall’Aquila da Piazza San Pietro, e la Loggia della Vigna di Giulio, Cardinal de’ Medici, sotto Monte Mario. Mandato da Raffaello a Firenze, ad istanza dello stesso Giulio, allora Clemente VII, fece nella Sagrestia nuova di San Lorenzo, gli ornamenti della Tribuna, cioè alcuni quadri sfondati, che appoco appoco diminuiscono verso il punto di mezzo, dove si veggono maschere, fogliami, rosoni e altri ornamenti di stucco bellissimi. In Firenze abbiamo di sua mano lo stendardo, coll’immagine del glorioso Sant’Antonino Arcivescovo, che fino al presente si conserva nella Chiesa di San Marco de’ Frati Predicatori, mandatovi per la Canonizzazione di esso Santo. Fu Giovanni uomo di singolar bontà e molto timorato di Dio. Ebbe, come si è detto, grande inclinazione alla caccia de’ volatili, nella quale riusciva a meraviglia, per la sicurezza ch’egli aveva nel tirar colla balestra e coll’archibuso. Ed è fama ancora, che egli fosse l’inventore del bue di tela, dipinto, che serve di coperta a’ tiratori, per non essere, nel tirare che fanno, dalle fiere veduti. Molte altre opere fece Giovanni, che al nostro solito si tralasciano per brevità: e giunto finalmente all’età di settant’anni, l’anno 1564, se ne passò al cielo.

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Discepolo di Liberale Veronese, fioriva nel 1536. A questo Pittore, nella sua fanciullezza, fu dato qualche principio nell’arte, nella città di Venezia, da Giorgione; ma perché fino da quell’età ebbe egli uno spirito fiero, e molto dedito alle risse, avendo contesa in Venezia con una tal persona, malamente la percosse; onde gli bisognò, lasciati gli studj del disegno, a Verona tornarsene, dove, per la pratica, che aveva in maneggiare ogni sorta d’armi, e per le sue per altro avvenenti maniere, fu talmente accarezzato da que’ Nobili, che facevano a gara per chi lo potesse avere in conversazione, che dato bando al disegno ed alla pittura, in breve si ridusse in istato, come se mai disegnato non avesse. Poi, a persuasione de’ medesimi, rimessosi all’arte, sotto gli ammaestramenti di Liberale, in breve, per la vivezza del suo ingegno, non solo risarcì il perduto, ma divenne valente pittore. Tenne sempre la maniera del suo maestro Liberale, non lasciando però nel colorire sfumato, che faceva, d’accostarsi al modo di fare di Giorgione. Dipinse a fresco in Verona la Cappella maggiore del Duomo e la volta, con disegno di Giulio Romano, perché così volle il Vescovo Gio. Matteo Giberti, che tale opera fece fare, ed in essa dipinse storie di Maria Vergine. Operò in Santa Maria in Organo, in Santa Eufemia ed altrove. Colorì la facciata della casa de’ Manuelli dal Ponte Nuovo, e di Torello Saraina, che fece il libro dell’Antichità di Verona; e similmente in Friuli la Cappella maggiore della Badia di Rotazzo; e operò in Venezia. Fu ottimo coloritore e diligentissimo, e perciò molto lungo nell’operare. Non lasciò mai andar lavoro, ch’ei non accettasse; onde fra il molto suo pigliar caparre per far opere, e tardi finirle, e l’essere alquanto manesco, ebbe che dire con molti di mala maniera, e spesso trovossi in brighe, sebbene mai non gli mancarono gli amici in gran copia, e uomini di tutta stima per lettere e per nobiltà fino alla sua morte, che gli seguì in età molto grave, nella città di Verona, nelle case de’ Conti Giusti, che fino da’ primi suoi anni avevanlo amato e favorito.

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