Nominativo - Francesco Purbus

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

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Discepolo di Francesco Floris, fioriva nel 1570. Nacque questo Pittore in Anversa, di Francesco Floris, Pittore celebratissimo in quelle parti, il quale, come abbiamo nelle Notizie della vita di lui accennato, operò con tanto valore, che fu chiamato il Raffaello della Fiandra. Quegli però, del quale ora parliamo, che è Francesco suo figliuolo, che stette a Roma; e poi tornatosene in patria, operò con assai minor lode di quello, che il padre fatto aveva; merita contuttociò, che sia fatta alcuna memoria di lui, come quegli, che ebbe questa fortuna, forse sopra ogni altro pittore de’ suoi tempi, che dalla sua scuola uscissero moltissimi pittori di gran nome, che si sparsero poi per l’Europa, e fecero grandi opere. Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che scrisse in suo idioma, racconta avere avuto alcune volte discorso con un discepolo di questo pittore, che si chiamò Francesco Menton di Alckmaer: e gli domandò della cagione, perché un maestro di non eccedente abilità, avesse potuto fare sì grand’ uomini nella sua scuola; ciocché appena addiviene a quelli di primo grido: al che rispose Francesco: La cagione, dico, essere stata, perché il Floris avendo da fare continuamente grandissimi lavori, disegnato ch’egli aveva il suo pensiero, lasciava poi fare a loro; ordinando ad essi, che si valessero delle tali e tali arie di teste, con che i giovani prendevano ardire, e tanto s’industriavano, che conducevano le cose bene, e si facevano pratici nell’arte. Dice ancora lo stesso Vanmander, che discorrendo col medesimo Menton, fecero il conto di quanti scolari erano usciti dalla sua scuola, e per quello, che allora sovvenne loro, ne contarono fino al numero di centoventi. Uno di questi fu un vecchio di Ghaent, chiamato Beniamyn di Ghaent, che nacque nel 1520 e ancor viveva del 1604 e fu nel suo tempo un gran coloritore, siccome mostrava una storia sopra la testata dell’Organo nella Chiesa di San Giovanni di Ghaent, la quale egli dipinse con disegno di Luca de Heere: e quest’artefice fece ancora molti ritratti dal naturale. Similmente fu suo discepolo Crispiaen Vanden Broecke d’Anversa, che fu ancora egli grande inventore, pratico nell’ignudo, e buonissimo architetto, le opere del quale si vedevano in più luoghi appresso gli amatori dell’arte, e morì poi in Olanda. Fu anche suo discepolo un certo Jooris di Ghaent, che fu Pittore del Re di Spagna, e dipoi della Regina di Francia: Marten e Hendrick di Cleef, Lucas de Heere, Antonis Blocklandt, Thomas di Zirieckzee, Simone d’Amsterdam, Isaac Claesten Cloeck, inventore e Pittore di Leiden, Fransoys Menton d’Alckmaer soprannominato, che fu gran maestro, buon disegnatore e Intagliatore in rame, e faceva bene i ritratti al naturale: e questi pure fece grandi allievi. Jeorge Boba, buon pittore e inventore: l’eccellentissimo Francesco Purbus di Bruges: Jeron Francken di Herentals, che del 1604 abitava ancora in Parigi ne’ Borghi di San Germano, e fu un gran maestro, e ritrasse bene al naturale: un fratello del medesimo, cioè Frans Francken, ancora esso gran pittore, che entrò nell’Accademia d’Anversa l’anno 1561 e morì in giovanile età: Ambrosius Francken, il terzo fratello, che in Anversa nell’ordinare le sue figure fu eccellente: Joos de Beer d’Utreckt, il quale abitava appresso il Provinciale del Vescovo di Tornai, e morì in Utreckt: Hans de Majer di Herentals: Apert Francen di Delft, che non fece gran cose, ma fu buono ordinatore di figure, dipinse Baccanali, de’ quali faceva assai copie, e anche colorì al naturale: Loys di Bruselles, buon Pittore e sonator d’Arpe e di chitarra: Thomas di Cocklen: un Mutolo di Nimega: Hans Daelmans d’Anversa: Evert d’Amersfoort: Herman Vandermas, nato in Briel, che l’anno 1604 abitava in Delft. Questi dopo la morte del Floris andò a stare appresso Frans Francken, dove copiò il ritratto d’un Cavaliere di Croce bianca, di mano del Floris, in atto di tenere una mano sopra essa croce: sopra la quale Evert dipinse un ragnatelo colle gambe lunghe, e col suo sbattimento, e stava tuttavia operando. Arrivò il maestro, e veduto quell’animale, disse al giovane: Vedi quanto sono stimate le tue fatiche, che infine i ragnateli ti vengono a sporcare il lavoro: e col cappello fece gesto di cacciarlo via; vedendo poi, ch’egli era dipinto, si vergognò, e disse al giovine, che non lo cancellasse, ma lo lasciasse stare così: di che il giovane molto si gloriava, parendogli d’avere ingannato il proprio maestro. Fu anche scolaro del Floris Herman Vandermast, che partì alla volta di Parigi, dove stette due anni appresso l’Arcivescovo di Bourges, e vi dipinse un San Bastiano. Nello stesso quadro ritrasse una mula, e gran quantità d’erbe al naturale, delle quali alcune si vedevano essere state pestate co’ piedi, e molte furono conosciute dal Medico del Re pe’ nomi loro: a cagione della quale opera Ermanno fu domandato al Vescovo dallo stesso Re. Andò poi ad abitare da Monsieur de La Queste, Cavaliere dell’Ordine, Presidente e Procuratore Generale di quella Maestà, dove gli furono fatte gran carezze. Stettevi sette anni, quattro de’ quali in carica di Scudiere della moglie del suo padrone, che era una Dama della Regina, di quelle che là chiamavano Figlie della Regina: e andava per tutto in carrozza della medesima. Un giorno nell’andar egli alla Corte con quella Dama, in tempo di Carnovale mascherato, la Regina Madre, che molto amava la Dama e la virtù del Pittore, volendo onorarlo con grado di nobiltà, gli donò una Spada, la quale volle, che portasse sempre. Ciò fece la Regina mentre egli era mascherato; perché essendole stato chiesto da altri quell’onore, per non dare ad alcuno gelosia, volle mostrare d’aver data la spada al primo Cavaliere, che se le fosse presentato davanti in quell’allegria. Ma questa nuova onorevolezza del pittore fece sì, che egli affezionatosi alla Corte, perdè l’affetto al dipignere, e non tirò più avanti; che per altro sarebbe riuscito un gran maestro. Damiaen Vandergaude fu anch’egli discepolo del Floris, e fu fatto Arciero del Re, una Guardia nobilissima, che guarda la persona di quella Maestà, di grandissima rendita: carriera, che per lo più usavan cavare da’ Soldati riformati. Uscirono ancora dalla scuola di Francesco, Hieroon Vanvissenack, Steven Croonemorg di Hage, e Dirck Vanderlaen d’Haerlem, il quale fu bravo nelle cose piccole: per avanti aveva avuta scuola da Marten di Clevia: e andatosene in Ispagna, molto vi crebbe in valore e in fama.

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