Nominativo - Francesco Floris

Numero occorrenze: 7

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Discepolo di Jan Morstart, nato 1482, morto 1577. Nel Villaggio marittimo di Vych op d’zee, fu un povero uomo pescatore, che ebbe un figliuolo chiamato Ryckaert, quello di chi ora parliamo. Questi da giovanetto, trovandosi un giorno appresso al fuoco, o in altra qualsifosse occasione di farsi male al fuoco, si abbruciò talmente una gamba, che non trovandosi alcun rimedio per lui, al fine fu necessario il tagliarla. Passato qualche tempo, dopo fatta la pericolosa operazione, avendo egli preso alcun miglioramento, non potendo ancora andar per la casa, convalescente, se ne stava il più del tempo a sedere al fuoco; e per passar l’ore del giorno, pigliava de’ carboni dal focolare, e con essi sul muro andava disegnando figure a modo suo, per quanto poteva fare quell’età, senz’aver mai applicato a quella sorte di studio. L’osservarono i suoi, e conoscendo in lui qualche buon segno d’inclinazione all’arte della pittura, e disperando ormai, che e’ potesse mettersi a far mestiero, dove abbisognasse gran moto o fatica di corpo, gli domandarono se gli fosse piaciuto di mettersi a quello del pittore: e sentito che sì, subito lo misero nella scuola di Jan Mostart, dove si mise a studiar con tanto fervore, che in breve diventò pittore valoroso; e colorì di sua mano gli sportelli di una tavola, che aveva fatta Jacopo di Gio. Mostarrt, ne’ quali dipinse una storia de’ fratelli di Gioseffo, venuti in Egitto a provveder grani davanti a Faraone. Fece anche molte altre opere, che si distesero per la Frisia, le quali del 1600 per qualsifosse cagione già si vedevano in mal grado, e però ci è stata lasciata di loro poca memoria. Costui dunque, come quelli, che amava molto la quiete, e coll’opere sue si era guadagnato tanto, da non aver più gran bisogno, se la passava in Anversa, ajutando a dipignere, provvisionato, a diversi pittori, figure ignude, nelle quali forse ebbe maggiore abilità, che in altre. Visse lunghissimamente, e nell’ultima sua vecchiezza gli mancò tanto la vista, ch’e’ si ridusse a segno, che pigliava sul pennello colore in abbondanza e tanto grosso, che bisognava raderlo dalle tavole col mestichino; onde le opere sue non erano più cercate da nessuno: cosa, che a lui molto dispiaceva, e non poteva restarne capace; perché rare volte concorre che i vecchj conoscano i difetti dell’età. Trovasi esser’egli entrato nella Compagnia d’Anversa l’anno 1520. Fu questo pittore uomo prudente, e molto amico del leggere cose divote. Ebbe moglie e figliuoli, a’ quali non mai volle insegnar l’arte. Fu uomo allegro e piacevole, con che si guadagnò l’amore d’ogni persona: ed ebbe una faccia sì bella, e come noi siam soliti dire, sì pittoresca, che l’eccellente pittore Francesco Floris lo volle ritrarre pel santo Luca, che dipigne Maria Vergine, ch’egli fece per la Compagnia de’ Pittori. A cagione del mancargli una gamba, gli bisognò sempre portar le grucce, che però fu per ordinario chiamato RYCK METRER STELT, che vuol dire, Ricco delle grucce. Venne finalmente a morte in età di anni novantacinque, circa il Maggio del 1577, sei mesi dopo l’invasione degli Spagnoli.

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Fiorivano nel 1533. Nella città di Clevia fu in questi tempi un certo pittore chiamato Hendrick, che attese a dipigner paesi. Questi viaggiò per l’Italia e altre provincie, sempre ritraendo al naturale paesi e lontananze, rovine, ed ogni altra bella cosa fatta dalla Natura o dal caso, secondo quello ch’egli stimava essere a proposito per l’arte sua; ma assai gli giovò per farsi valentuomo, oltre allo studio delle cose naturali, l’essergli data alle mani gran quantità di disegni di simili cose, fatti da un tal Melchior Lorch, che era stato molto tempo in Costantinopoli, da’ quali è fama, ch’egli cavasse assaissimo: e tanto questi che gli studj suoi proprj, furono l’anno 1604 dati alle stampe. Fu quest’Hendrick un gran coloritore, e talmente imitò la maniera di far paesi di Francesco Floris, che quelli di Francesco si scambiavano co’ suoi: e pare, che tanto egli, quanto Martino suo fratello, fossero discepoli dello stesso Floris. Andò poi in Anversa, dove l’anno 1533 si trova essere entrato in quella Compagnia de’ Pittori: e a noi non è noto il tempo, nel quale seguì la sua morte. MARTINO suo fratello fu discepolo di Francesco Floris, e avvezzo a operare in cose grandi; poi si diede a dipignere figure piccole, facendo molti pezzi di quadri di sua invenzione, per particolari cittadini, e finì molte opere di Hendrick suo fratello. Dell’abilità di costui si valsero molto per far figure ne’ loro paesi Gillis di Coninsgloo, ed altri pittori di paesi. Fu assai tormentato dalla podagra, onde non mai poté uscire dalla patria, come il fratello aveva fatto. E pervenuto all’età di cinquant’anni, finì di vivere. WILLEM DI CLEEF loro fratello, fu gran Pittore di figure grandi, e morì molto tempo avanti al 1600. I figliuoli di Marten furono Gillis, Marten, Joris e Claes, quattro fratelli, che tutti furono buoni pittori. Marten partì di Spagna per l’Indie; Joris e Gillis presto morirono: il primo aveva una buona inclinazione a far piccole figure: Claes viveva tuttavia in Anversa l’anno 1604 né altro sappiamo di loro.

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Fioriva nel 1540. Fra’ Pittori più degni di memoria, che partorì circa il principio del passato secolo la Fiandra, merita il suo luogo Lambert Lombardus, nativo di Luych, città non molto lontana da Mastricht; perché non solamente fu pittore assai ingegnoso, buono architetto, intelligente prospettivo e buon filosofo; ma perché fu maestro di molti eccellenti pittori, fra’ quali furono FRANCESCO FLORIS, WILLENKCYC, che in nostra lingua vuol dire Guglielmo Sasso, e HUBERT GOLTXIUS, che significa Uberto d’oro, e molti altri. Pellegrinò per varie Provincie de’ Paesi Bassi; scorse l’Alemagna e la Francia; e ovunque trovava antiche sculture, vi faceva sopra molto studio; anzi scrivono, che egli in simili antichità arrivasse a tanta pratica, che distingueva in qual parte del mondo, e in qual tempo esse sculture erano state fatte. Di che sia la fede appresso l’autore, che tal cosa scrisse, che fu l’altra volta nominato Vanmander Pittore Fiammingo. Venne in Italia, e stette in Roma, donde, pel grande studiar che vi fece, si partì assai migliorato: e tornatosene in Fiandra, levò quasi del tutto quella barbara maniera, che usavano già fino dagli antichi tempi in quelle parti gli architetti. Di mano di quest’uomo si veggono molte cose in istampa, e fra l’altre una Cena di Cristo di bella invenzione e componimento. Finì il suo vivere in Liegi l’anno 1560. La vita di questo pittore fu latinamente scritta da Domenico Lampsonio, e data alle stampe in Bruges da Uberto Goltzio del 1565 ma a me non è stato possibile il rintracciarla; onde poche notizie potrò dare di lui. Fu poco avanti al 1600 dato alla luce il suo ritratto, stampato con intaglio di Tommaso Galle, sotto il quale si leggono i seguenti versi. Elogium ex merito quod te, Lombarde, decebat, Non libet hic paucis texere versiculis. Continet hoc ea charta (legi si nostra merentur) De te, quam fecit Lampsoniana graphis.

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Discepolo di Frans Floris, fioriva nel 1540, morto 1568. Willem Key, che in nostro idioma diremmo Guglielmo Matto, fioriva in Anversa l’anno 1540 del qual tempo si trova, che entrasse in quella Compagnia de’ Pittori: e aveva sua abitazione vicino al luogo, detto la Borsa, che è il luogo de’ Mercanti. Questi, nella sua gioventù, apprese l’arte dal celebre Pittore Francesco Floris, e poi si pose appresso Lamberto Lombardo di Liege. Operò bene al naturale, ed ebbe lode in quelle parti di dipignere con più dolcezza di qualunque altro suo coetaneo, benché non riuscisse così spiritoso, quanto era il Floris. Nel Palazzo della città d’Anversa era già un quadro di sua mano, che gli fu ordinato dal Tesoriero Christoffel Pruim, dove aveva fatti i ritratti, grandi quanto il naturale, de’ Signori della città: e di sopra era un Cristo, con Angeli. Questo quadro l’anno 1576 nel tempo che la soldatesca Spagnuola diede fuoco al Palazzo, restò preda di quel grande incendio. Nella Cattedrale aveva dipinta una storia, dove aveva rappresentato Gesù Cristo, in atto di chiamare a sé le sue creature, colle parole Venite ad me omnes qui laboratis etc. Vedevasi appresso al Signore gran copia d’artefici d’ogni mestiere, che s’ingegnavano d’accostarsi a lui: e questo quadro pure ancor esso perì nel tempo delle Ribellioni; ciocché mi persuado seguisse ancora ad un’altra bella tavola, che era pur di sua mano in quella Chiesa, dov’era dipinto il trionfo di Cristo. Fece il ritratto del Cardinale Granvela, e quello ancora del Duca d’Alba: e occorse, che mentre egli alla presenza del Duca lo stava lavorando, quantunque e’ non fosse benissimo esperto in quella lingua, egl’intese un certo discorso, che concludeva esser già stato determinato, ch’e’ si facesse morire il Conte di Egmondt, e il Conte di Hoorne con altri Signori; onde Guglielmo, come quegli che era tenero di cuore, e molto amava la nobiltà, e anche, come vollero alcuni, per l’orrore, in che egli ebbe sempre la faccia del Duca d’Alva, s’atterrì di tal maniera, e tanto s’accorò, che infermatosi gravemente, appunto lo stesso giorno, che furono fatti morire, che fu il dì 5 di Giugno del 1568 ancor esso si morì, benché altri fosse d’opinione, che ciò seguisse alcun giorno avanti. Fu questo artefice dotato di ottime qualità naturali, onestissimo ne’ costumi e nelle parole. Tenne sempre l’arte in gran riputazione: e perché gli furono pagate le opere assai, fece anche buone ricchezze. Abitò un magnifico palazzo, e seppe bene accoppiare la prudenza con un discreto risparmio, colla magnanimità di un molto nobile trattamento della propria persona: e lasciò di sé, in ogni conto, gioconda ed onorata memoria.

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Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

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Discepolo di Cornelis Engelhechtsz, fioriva nel 1540. Aertgen di Leiden, cioè Arnoldo di Leida, venne alla luce in detta città di Leida in Fiandra l’anno 1498. Il padre suo esercitò l’arte della lana, alla quale tenne il figliuolo fino all’età di diciotto anni, a cagion di che acquistò il nome di Arnoldo lanajuolo; ma perché da molti chiari segni si conosceva, che non a quell’arte, ma al disegno l’aveva la natura destinato, fu l’anno 1516 tolto a quell’esercizio, e posto ad imparar la Pittura appresso di Cornelis Engelbrechtsz, sotto la disciplina del quale, ajutato dal genio e dall’essere ormai fuor di fanciullo, in brevissimo tempo cominciò a dipignere a olio e a tempera assai ragionevolmente, e a fare opere da sé medesimo. Da principio prese una maniera simile a quella di Cornelisz Engelbreehtsoon, che fu maestro del suo maestro; ma avendo poi veduto il modo di fare di Schoorel, cercò di mutarla, e seguitare la sua, come anche quella di Hemskercken, per quello che apparteneva all’architettura. Delle migliori opere ch’ei facesse, furono tre quadri fatti in Leida per Jan Geritz Buytewega, i quali colorì maravigliosamente. In uno era figurato un Crocifisso, co’ due Ladroni, la Vergine coll’altre Donne e San Giovanni, e sotto la Croce la Maddalena. Nell’altro un Cristo portante la Croce, con gran quantità di figure, in atto di seguitare quella funesta processione, e Maria Vergine, con San Giovanni e l’altre devote donne. Nel terzo rappresentò Abramo quando conduce fuori il figliuolo col fascio delle legne per fare a Dio il gran Sacrificio. Era l’anno 1604 in casa la vedova di Gio. Wassenaer, già maestro de’ Cittadini, prima carica del Magistrato, e Tesoriere dello Stato di Leida, un quadro della Natività del Signore. In casa un tale Joan Adriaensz Knotter erano alcune tele dipinte a guazzo, dov’egli aveva figurata Maria Vergine, con alcuni Angeli, in atto di cantare: e in casa di Jan Dirichsz di Monfort una tavola del Giudizio universale, co’ portelli, sopra i quali aveva il Goltzio fatto dipignere un quadro a olio, benché assai guasto dal tempo, in cui egli aveva dipinta la sommersione di Faraone nel Mar Rosso, ed eranvi molte cose degne d’esser vedute; ma particolarmente faceva bella mostra la gran varietà d’abiti, berrette e turbanti di quella gente. Disegnò questo pittore assai per un certo Scrittore in vetri, o vogliamo dire Pittore in vetri, chiamato Claes Chryvers, che noi diremmo in nostra lingua Niccolò Scrittore, e per altri di simil mestiere: e per varie provincie, e per varj luoghi di quelle parti fece molte opere. Fu suo costume, fin da’ primi anni, di non voler mai più far paesi, né cose morali, né favole, ma solamente quadri e tavole di devozione, e storie del vecchio e nuovo Testamento: e in questo suo modo di fare tirò avanti i suoi allievi. Fu stimatissimo dagli artefici del suo tempo, particolarmente pel buon modo, ch’egli aveva d’ordinar le figure: e per la grand’invenzione: a cagione di che il celebre Pittore Francesco Floris, coll’occasione d’essere chiamato a Delft a fare un Crocifisso, partendosi d’Anversa si portò a Leida per visitarlo, e veder le opere sue. Arrivato in Leida, domandò dell’abitazione di lui, che era una piccola casuccia, in luogo abiettissimo, vicino alle mura della città, e mezza rovinata. Giuntovi non vel trovò; onde per non perder la gita, pregò i suoi giovani scolari, che dappoiché egli, per veder l’opere del loro maestro era venuto tanto di lontano, si contentassero d’introdurlo nella stanza dov’egli lavorava. Quelli lo condussero in una stanza di sopra a tetto molto bassa e male in essere, che era quella appunto dove Arnoldo stava a dipignere. Il Floris vide le pitture: e poi preso un pezzo di carbone da que’ giovani, disegnò sopra il muro, per quanto teneva la grandezza del medesimo, un Santo Luca colla testa del bue, e l’arme della Compagnia de’ Pittori: e si partì, andandosene al suo albergo. Tornato, che fu Arnoldo, e sentito quanto era occorso, senza saper chi fosse stato il forestiero, salì sopra, e al primo vedere del bel disegno, disse: Colui, che ha fatto sì bella cosa, non può essere altri, che Francesco Floris. Sentito poi, ch’egli era venuto apposta per visitarlo, come quello ch’era d’animo assai composto, ed aveva sé stesso in poca o in niuna stima, restò forte confuso, che un maestro di quell’essere fosse venuto a trovarlo per vedere l’opere sue. Per la medesima cagione non aveva né meno ardire d’andare a cercar del Floris; onde fu necessario, ch’egli medesimo lo mandasse a chiamare: ed avutolo a sé, gli fece grande istanza, che se ne venisse con esso lui in Anversa, promettendogli grandi occasioni, e che non gli sarebbono state pagate le belle opere sue a prezzi tanto miserabili, quanto egli, con vergogna dell’arte e gran danno di sé stesso, se le faceva pagare in Leida. E non diceva cosa lontana dal vero; perché oltre al non essere Arnoldo punto avido del guadagno, occorreva per lo più, che quando alcuno gli veniva a ordinare un lavoro, prima di cominciarne il trattato, lo conduceva alla taverna: e nel più bello della tavola ne moveva il discorso, e si stabiliva uno scarso prezzo alla pittura da farsi. Non volle Arnoldo a verun patto lasciarsi persuadere dal Floris: e ringraziatolo della cortese offerta, gli diede per risposta, che più stimava egli la sua povertà, che la grandezza d’ogni altro: e così il Floris se ne tornò in Anversa, e Arnoldo se ne rimase in Leida, con gran disgusto del Floris, che avendo adocchiato in quest’artefice una gran facilità nell’inventare, con altre buone parti, aveva disegnato valersene, con utile, nelle sue grandi occasioni. Fu usanza di questo pittore, di non lavorar giammai il giorno di Lunedì: e in quel cambio andavasene all’osteria con tutti i suoi giovani, benché per altro e’ non fosse punto disordinato nel bere. Vi si trovava bene spesso anche fra settimana, e dopo cena con un certo suo strumento di fiato, chiamato la traversa, che egli si dilettava di sonare, fosse pure qual’ora si volesse, e l’aria scura quanto mai potesse essere, senza punto tornare a casa, dove anche in quell’ore era cattiva tornata, se ne andava suonando per la città: la quale usanza gli partorì molte disgrazie, ed in ultimo gli costò la vita. Due volte cadde nell’acqua, con pericolo d’annegarsi: e una notte da un briaco, che era anche suo amico e pittore, fu sfregiato nel viso. Occorse finalmente, che un giorno dopo desinare Arnoldo uscì di casa con un ricco cittadino di Leida, chiamato Quirinck Claesz, per andare a riscuotere certi danari di un bel quadro, in cui egli aveva rappresentato la sentenza di Salomone: e fece tanto tardi, che gli convenne tornarsene assai di notte. Nel camminare a quel grande scuro, fu sopraggiunto da stimolo di corporali necessità; onde egli cavatasi la giubba, la posò sopra un muro d’un fosso, chiamato Vollers Graft, e poco da lungi soddisfece al bisogno. Volle poi, per quanto si comprese, andare a ripigliar la sua giubba, ma per la grande oscurità, prese la strada verso una certa apertura di un muro, che faceva sponda al fosso: e volendo andar più avanti, cadde nell’acqua, dove miseramente morì affogato: e ciò fu l’anno 1564 della sua età sessantasesimosesto. Il nominato quadro del Giudizio di Salomone, per quanto ne lasciò scritto il Vanmander, ancora si ritrovava in Delft l’anno 1604.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Discepolo di Francesco Floris, fioriva nel 1570. Nacque questo Pittore in Anversa, di Francesco Floris, Pittore celebratissimo in quelle parti, il quale, come abbiamo nelle Notizie della vita di lui accennato, operò con tanto valore, che fu chiamato il Raffaello della Fiandra. Quegli però, del quale ora parliamo, che è Francesco suo figliuolo, che stette a Roma; e poi tornatosene in patria, operò con assai minor lode di quello, che il padre fatto aveva; merita contuttociò, che sia fatta alcuna memoria di lui, come quegli, che ebbe questa fortuna, forse sopra ogni altro pittore de’ suoi tempi, che dalla sua scuola uscissero moltissimi pittori di gran nome, che si sparsero poi per l’Europa, e fecero grandi opere. Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che scrisse in suo idioma, racconta avere avuto alcune volte discorso con un discepolo di questo pittore, che si chiamò Francesco Menton di Alckmaer: e gli domandò della cagione, perché un maestro di non eccedente abilità, avesse potuto fare sì grand’ uomini nella sua scuola; ciocché appena addiviene a quelli di primo grido: al che rispose Francesco: La cagione, dico, essere stata, perché il Floris avendo da fare continuamente grandissimi lavori, disegnato ch’egli aveva il suo pensiero, lasciava poi fare a loro; ordinando ad essi, che si valessero delle tali e tali arie di teste, con che i giovani prendevano ardire, e tanto s’industriavano, che conducevano le cose bene, e si facevano pratici nell’arte. Dice ancora lo stesso Vanmander, che discorrendo col medesimo Menton, fecero il conto di quanti scolari erano usciti dalla sua scuola, e per quello, che allora sovvenne loro, ne contarono fino al numero di centoventi. Uno di questi fu un vecchio di Ghaent, chiamato Beniamyn di Ghaent, che nacque nel 1520 e ancor viveva del 1604 e fu nel suo tempo un gran coloritore, siccome mostrava una storia sopra la testata dell’Organo nella Chiesa di San Giovanni di Ghaent, la quale egli dipinse con disegno di Luca de Heere: e quest’artefice fece ancora molti ritratti dal naturale. Similmente fu suo discepolo Crispiaen Vanden Broecke d’Anversa, che fu ancora egli grande inventore, pratico nell’ignudo, e buonissimo architetto, le opere del quale si vedevano in più luoghi appresso gli amatori dell’arte, e morì poi in Olanda. Fu anche suo discepolo un certo Jooris di Ghaent, che fu Pittore del Re di Spagna, e dipoi della Regina di Francia: Marten e Hendrick di Cleef, Lucas de Heere, Antonis Blocklandt, Thomas di Zirieckzee, Simone d’Amsterdam, Isaac Claesten Cloeck, inventore e Pittore di Leiden, Fransoys Menton d’Alckmaer soprannominato, che fu gran maestro, buon disegnatore e Intagliatore in rame, e faceva bene i ritratti al naturale: e questi pure fece grandi allievi. Jeorge Boba, buon pittore e inventore: l’eccellentissimo Francesco Purbus di Bruges: Jeron Francken di Herentals, che del 1604 abitava ancora in Parigi ne’ Borghi di San Germano, e fu un gran maestro, e ritrasse bene al naturale: un fratello del medesimo, cioè Frans Francken, ancora esso gran pittore, che entrò nell’Accademia d’Anversa l’anno 1561 e morì in giovanile età: Ambrosius Francken, il terzo fratello, che in Anversa nell’ordinare le sue figure fu eccellente: Joos de Beer d’Utreckt, il quale abitava appresso il Provinciale del Vescovo di Tornai, e morì in Utreckt: Hans de Majer di Herentals: Apert Francen di Delft, che non fece gran cose, ma fu buono ordinatore di figure, dipinse Baccanali, de’ quali faceva assai copie, e anche colorì al naturale: Loys di Bruselles, buon Pittore e sonator d’Arpe e di chitarra: Thomas di Cocklen: un Mutolo di Nimega: Hans Daelmans d’Anversa: Evert d’Amersfoort: Herman Vandermas, nato in Briel, che l’anno 1604 abitava in Delft. Questi dopo la morte del Floris andò a stare appresso Frans Francken, dove copiò il ritratto d’un Cavaliere di Croce bianca, di mano del Floris, in atto di tenere una mano sopra essa croce: sopra la quale Evert dipinse un ragnatelo colle gambe lunghe, e col suo sbattimento, e stava tuttavia operando. Arrivò il maestro, e veduto quell’animale, disse al giovane: Vedi quanto sono stimate le tue fatiche, che infine i ragnateli ti vengono a sporcare il lavoro: e col cappello fece gesto di cacciarlo via; vedendo poi, ch’egli era dipinto, si vergognò, e disse al giovine, che non lo cancellasse, ma lo lasciasse stare così: di che il giovane molto si gloriava, parendogli d’avere ingannato il proprio maestro. Fu anche scolaro del Floris Herman Vandermast, che partì alla volta di Parigi, dove stette due anni appresso l’Arcivescovo di Bourges, e vi dipinse un San Bastiano. Nello stesso quadro ritrasse una mula, e gran quantità d’erbe al naturale, delle quali alcune si vedevano essere state pestate co’ piedi, e molte furono conosciute dal Medico del Re pe’ nomi loro: a cagione della quale opera Ermanno fu domandato al Vescovo dallo stesso Re. Andò poi ad abitare da Monsieur de La Queste, Cavaliere dell’Ordine, Presidente e Procuratore Generale di quella Maestà, dove gli furono fatte gran carezze. Stettevi sette anni, quattro de’ quali in carica di Scudiere della moglie del suo padrone, che era una Dama della Regina, di quelle che là chiamavano Figlie della Regina: e andava per tutto in carrozza della medesima. Un giorno nell’andar egli alla Corte con quella Dama, in tempo di Carnovale mascherato, la Regina Madre, che molto amava la Dama e la virtù del Pittore, volendo onorarlo con grado di nobiltà, gli donò una Spada, la quale volle, che portasse sempre. Ciò fece la Regina mentre egli era mascherato; perché essendole stato chiesto da altri quell’onore, per non dare ad alcuno gelosia, volle mostrare d’aver data la spada al primo Cavaliere, che se le fosse presentato davanti in quell’allegria. Ma questa nuova onorevolezza del pittore fece sì, che egli affezionatosi alla Corte, perdè l’affetto al dipignere, e non tirò più avanti; che per altro sarebbe riuscito un gran maestro. Damiaen Vandergaude fu anch’egli discepolo del Floris, e fu fatto Arciero del Re, una Guardia nobilissima, che guarda la persona di quella Maestà, di grandissima rendita: carriera, che per lo più usavan cavare da’ Soldati riformati. Uscirono ancora dalla scuola di Francesco, Hieroon Vanvissenack, Steven Croonemorg di Hage, e Dirck Vanderlaen d’Haerlem, il quale fu bravo nelle cose piccole: per avanti aveva avuta scuola da Marten di Clevia: e andatosene in Ispagna, molto vi crebbe in valore e in fama.

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