Nominativo - Francesco

Numero occorrenze: 17

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Questa vivacità di spirito ritenne egli fino all’ultima età, ed era già vecchio, come notò il mentovato Giovanni Boccaccio, quando con quel bello e arguto motto, che è noto, si difese dalle beffe di M. Forese da Rabatta, ritorcendole contro il beffatore medesimo; e tanto mi basta aver detto intorno a ciò. Di più è da sapersi, che il Vasari nella vita che scrisse di questo grande Artefice mostrò di non avere avuta notizia di molte altre essenziali cose intorno alla persona di lui, e particolarmente ch’egli avesse moglie, e figliuoli, e altri particolari più minuti; e perché io fui sempre di parere che ogni picciolissima appartenenza a memorie degli Uomini celebratissimi, debba aversi in gran pregio, e massimamente nel molto antico; perciò stimo che non dispiacerà, che io quì faccia nota d’alcune cose, che per le degne fatiche del Capit. Cosimo del già Orazio della nobil famiglia della Rena eccellentissimo Antiquario sono state ultimamente ritrovate, e delle quali esso medesimo mi à data cognizione, e d’altre ancora, ch’io stesso o ritrovato simili a queste. Nell’Archivio Generale di S. A. S. in un Protocollo di ser Filippo Contuccini di Maestro Buono da Pupigliano, si trova fatta menzione d’una tale M. Ciuta di Lapo, di Pela del Popolo di S. Reparata di Firenze, moglie del già Maestro Giotto di Bondone Pittore, e similmente di Francesco suo, e di detto Giotto Pittore figliuolo, e d’un Bondone chiamato Donato altro lor figliuolo, di Chiara, Caterina, e Lucia figliuole del medesimo Giotto, e d’essere stata maritata essa Caterina ad un tal Ricco di Lapo Pittore nel Popolo di S. Michele Visdomini.

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Il detto Francesco è quel Francesco del Maestro Giotto, che il Vasari parte I. a 131. disse d’aver trovato descritto, siccome ancora io l’ò trovato nell’antico libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, e disse essere stato discepolo di esso Giotto, ma non saperne altro ragionare, come quello che non ebbe notizia, che Giotto avesse figliuoli, e fra essi un Francesco; e quelle parole del Maestro Giotto, per quel ch’io m’avviso, sono espressive di figliuolanza, anzi che di disciplina. Il mentovato Ricco ebbe due figliuoli, l’uno, e l’altro Pittori, uno fu Bartolo, e l’altro Stefano; e di questi pure si trova fatta menzione in un libro di livelli, e d’affitti de’ RR. Monaci di Cestello di Firenze dell’anno 1333. al contratto num. 51; ed è molto probabile, che questo Stefano sia quello Stefano Fiorentino, del quale a suo luogo si parlerà tra’ Discepoli di Giotto, che dipinse la Madonna del Campo Santo di Pisa, e morì poi l’anno 1350., e che meglio operò del Maestro suo.

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Sarà bene ora per ultimo il dire alcuna cosa sopra l’etimologia del nome del nostro Giotto. È dunque da sapere, come nella Città di Firenze, e forse altrove, era molto praticato in que’ tempi il dividere, accrescere, o mozzare, o in altro modo variare, e corrompere quasi ogni nome proprio delle persone, o fusse vizio popolare, o lo facessero per vezzi, o per abbreviatura del dire, egli è certo, che infiniti nomi si trovano o corrotti, o in tutto e per tutto mutati; dico di que’ medesimi, de’ quali per mille indubitate testimonianze si fanno i nomi interi: e perché quest’uso, o abuso che e’ si fusse non ha lasciato di portare alla posterità molta confusione, il nominato Gentiluomo, dico il Capit. Cosimo della Rena, doppo aver veduto ogni Archivio pubblico, e privato, e stetti per dire quanto poteva in questa Patria vedersi, si è applicato a compilare un’operetta, con la quale sciogliendo questo fastidiosissimo enigma, arrecherà chiarezza, e facilità maggiore a chi per l’avvenire ricercherà per l’antiche memorie; e per condurci al proposito nostro, eccone un saggio. Il nome di Ciuta significava Ricevuta, Chiello era detto per Rustichello, Bindo per Aldobrandino, Bese per Borghese, Buto per Bonaiuto, Bonsi per Bonsignore, Duti per Dietaiuti, Drada per Gualdrada, Minuccio tre volte corrotto, prima Iacopo ch’era il vero nome, poi Iacomo, in poi Iacomuccio, finalmente Minuccio. Per Cuccio s’intendeva Francesco, per CoccoNiccolò, per GhigoFederigo, per GhirigoroGregorio, per ChimentiClemente, per CeceCesare, e Ciriaco, ed il nome di Angelo si diceva con duplicata corruttela Angiolotto, e poi Giotto, e questo fu il nome del nostro Artefice, che non per Giotto, né per Angiolotto, ma per Angelo fu nominato; e fu quello, che per quanto permessero que’ tempi, si potè veramente chiamare un vero Angelo della Pittura.

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B Badens, Francesco, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244. Badens, Giovanni, decennale 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244. Bacchiacca, Francesco d’Ubertino, decenn. 4. del sec. 4. a c. 290. Backer, Jacopo, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375. Bajardo, Gio. Batista, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533. Balassi, Mario, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 233. Baldovinetti, Alesso, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 87. Balducci, Gio. detto Cosci, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 218. Vedi Cosci. Balestri, Pietro, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. Bally, David, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Balten, Pieter, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 265. Bembi, Bonifazio, e Francesco, dec. I. del sec. 4. a c. 199. Bandini, Gio. di Benedetto, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 187. Barbatelli, Bernardino, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 241. Vedi Poccetti. Barbieri, Cav. Gio. Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 270. Vedi il Guercino. Barbone, Jacopo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 225. Barent, decenn. I. del sec. 4. a c. 192. Baretsen, Dirick, decenn. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 146. Barocci, Federigo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 110. Bartoli, Domenico, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 86. Bartolo Gioggi, decenn. 2. del sec. 2. a c. 28. Bartolo di Fredi, decenn. 7. del sec. 2. a c. 84. Barozzi, Jacopo, decenn. 4. del sec. 4. a c. 321. Vedi da Vignola, e vedi il Vignola. Bartolommeo del Rosa, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 591. Baßetti, Marc’Antonio, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 292. Buti, Lodovico, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 124. Battiloro, Taddeo, decenn. 2. della parte 2. del secolo 4. a c. 170. Vedi Curradi. Batista d’Agnolo Veronese, detto Batista del Moro, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 55. Bavvur, Gio. Guglielmo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 197. Beccafumi, Domenico, decenn. I. del sec. 4. a c. 196. Vedi Mecherino. Beck, David, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 376. Belearo, Damiano, decenn. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 133. Bellini, Giovanni, decenn. 7. par. 2. del sec. 3. a c. 124. Beltraffo, Gio. Antonio, decenn. 2. del sec. 4. a c. 213. Benfatto, Luigi, decenn. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 240. Vedi Friso. Berckmans, Errico, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416. Berna, il Berna da Siena, decenn. 8. del sec. 2. a c. 95. Bernino, Gio. Lorenzo, decenn. 2. della par. 1. del sec. 5. a c. 54. Benso, Giulio, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 536. Bertolodo, decenn. I. della par. I. del sec. 3. a c. 41. Bianchi, Francesco Buonavita, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 74. Bianucci, Paolo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 82. Bilivert, Giovanni, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 68. Bylort, Gio., decenn. 4. della p. I. del sec. 5. a c. 378. Bizelli, Gio. di Francesco, decenn. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 266. Bloemart, Abraam, decenn. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 241. Bloemart, Cornelio, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 238. Boccacci, Boccaccino, decenn. 2. del sec. 4. a c. 226. Boccacci, Boccaccio, decenn. I. del secolo 4. a c. 199. Boccanera, Marino, decenn. 3. del secolo I. a c. 43. Boel, Pietro, decenn. 7. della par. 2. del sec. 7. a c. 624. Boering Sindeschaer, Gregorius, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 70. Bol, Hans, dec. 5. del sec. 5. a c. 354. Bologhini, Bartolommeo, decenn. 6. del sec. 2. a c. 70. Giovanni, decen. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 120. Bolzone, Luciano, decenn. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 159. Bossaert, Tommaso Willeborts, dec. 4. della par. I. del sec. 3. a c. 376. Borromino, Francesco, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 370. Bosboon, Simone, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. Boschi, Alfonso, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 426. Boschi, Prete Francesco, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 428. Boschi, Fabbrizio, decenn. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 250. Boscoli, Andrea, decenn. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 209. Bos, Jeronimo, decenn. 3. del sec. 4. a c. 242. Botalla, Gio. Maria, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 159. Vedi Raffaellino Botalla. Bot, Gio., decen. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375. Botticelli, Sandro, decenn. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 137. Vedi Filippi. Braccelli, Gio. Batista, decenn. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419. Bramer, Lionardo, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 197. Brandi, Diacinto, decenn. 6. della parte 2. del sec. 6. a c. 613. Bresciano, Tommaso Sandrino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 292. Brilli, Matteo, e Paolo fratelli, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 186. Brisone, Gio. Batista, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 295. Brueghel, Pieter, decenn. 5. del sec. 4. a c. 335. Bruno di Giovanni, decenn. 2. del sec. 2. a c. 25. Brusasorci, Domenico, decenn. 4. del sec. 4. a c. 320. Vedi Riccio. Brusasorci, Felice, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 212. Vedi Riccio. Buccklaer, Giovachim, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 77. Buffalmacco, Buonamico di Cristofano, decen. 2. del sec. 2. a c. 11. Bugiardini, Agostino, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 83. Vedi Ubaldini. Brunel, Jacopo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 273. Buontalenti, Bernardo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 89. Butteri, Gio. Maria, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 171.

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Or nel 1496. io trovo, che Vettorio, figliuolo del nostro Lorenzo, aveva una casa nel Popolo di S. Michel delle Trombe, ovvero in Palchetto: ed è quella, che è presso alla cantonata, rimpetto allo Spezial della Croce, e risponde in su la piazza di detta Chiesa di S. Michele in Palchetto, oggi detta di Santa Elisabetta, dalla Congrega che vi risiede: e sopra la porta di essa casa, che risponde nel corso, si vede in pietra molto antica l’arme de’ Ghiberti: e di questa casa si fa menzione in uno strumento di Manceppazione, fatta dal nominato Vettorio di Lorenzo del suo figliuolo Cione: e altresì in un Lodo tra detto Vettorio da una, e Buonaccorso, Francesco, Ghiberto, e Cione suoi figliuoli dall’altra, dato del 1496. da Antonio Covoni, e Cosimo di Lorenzo Rosselli il Pittore: la qual casa, come mostrano i confini, è quella stessa, che redarono i nominati fratelli Ghiberti dell’antica famiglia. Ora non pare inverisimile, che essendo questi de’ medesimi beni, che possedevano gli antichi, e tenendo le medesime armi di casa Ghiberti, tutti fossero degli antichi. Si potrebbe aggiugnere a quanto s’è detto, che il ramo di quelli, che noi chiamiamo Ghiberti antichi, si spegnesse nella persona d’una tale Agnoletta, figliuola di Papi Ghiberti, e Moglie d’Ottaviano Altoviti, della quale io trovo fatta menzione ne’ due strumenti suddetti, e ne’ libri domestici di Lorenzo Ghiberti; perché le case antiche de’ Ghiberti sulla piazza di S. Michele in Palchetto, eccetto quella che fu di Vettorio, come sopra son passate negli Altoviti, e in essi si conservano al presente. Favorisce anche questa opinione, che quel ramo rimanesse spento in Agnoletta, il vedersi che questo Papi fu de’ Priori nel 1435, e dopo detto tempo non si vede più alcuno di loro aver goduto tale uficio. Questo però non toglie né punto né poco la probabilità e quasi evidenza, che resulta dalle scritture sopra citate, che essendosi anche spento quel ramo, non ne furono restati altri, de’ quali fosse continovata la famiglia, che produsse il nostro Lorenzo, e i descendenti da esso: la quale partitasi dalla città, si fusse condotta a Pelago dove avendo in tempo smarrito l’antico casato de’ Ghiberti, si fusse ridotta in quel Cione, che noi mostreremo a suo luogo, che fu il Padre di Lorenzo. Favorisce anche non poco questa proposizione, cioè quanto io leggo nell’accuratissimo Priorista originale di Giuliano de’ Ricci, il quale nel tomo VIII. che contiene il Quartiere S. Gio: a c. 116. dopo aver fatta menzione della famiglia de’ Ghiberti, quella di cui fa menzione il Villani, e poi il Verino, che restò in Firenze senza volersene partire dopo la rotta dell’Arbia; e dopo aver notati tutti gli uomini che in essa città di Firenze dal 1319. al 1398. avevano goduti i primi onori, fa menzione di Lorenzo Ghiberti con queste parole: Lorenzo di Cione o di Bartoluccio Ghiberti messe su una delle Porte di metallo della chiesa di S. Gio: Batista a dì 23 d’Aprile 1424. non faccia difficoltà quello, che scrisse il Vasari pittore Aretino nella vita di Lorenzo Ghiberti predetto, circa alla diversità del tempo e d’altri particolari, perché sì in quella come in tutte l’altre vite, ec. E qui segue il Ricci a diffondersi molto in altri errori del Vasari, de’ quali per ora non è luogo per me a parlare, per non appartenere alle notizie del Ghiberti: e tanto basti intorno a tal questione.

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Dice poi il Vasari, che Buonaccorso fu figliuolo di Lorenzo: in che pure s’inganna; perché di Lorenzo di Cione nacque Vettorio, e di Vettorio questo Buonaccorso. Dice, che Vettorio figliuolo di Buonaccorso fu l’ultimo della famiglia, la quale in esso rimase estinta: che pure è grave errore; perché Vettorio padre di Buonaccorso, e figliuolo di Lorenzo di Cione, ebbe altri tre figliuoli, cioè Ghiberto, Cione, e Francesco: e questo Francesco fu padre di Vettorio, del quale nacque Ghiberto, Gio: e Felice di Ghiberto Vettorio, Gio: Francesco, e Lorenzo: e di Felice, Francesco, e Lorenzo, padre d’Anna Maria, e Beatrice, oggi maritate nelle nobili case de’ Ricci, e Berardi, come più largamente mostreremo coll’Albero di questa famiglia in fine di queste notizie, cavato da antiche e autentiche Scritture. E questo ancora basti aver detto in proposito degli errori, presi dal Vasari, nel parlare di questa nobil casa, alla quale per certo non abbisogna il cercare altri onori per gl’antichi tempi, per rendersi più illustre, di quelli, che le diede lo stesso Lorenzo con la sua virtù, aggiunti all’essersi ella abilitata a godere de’ primi onori della città fino dal 1375. goduti poi dallo stesso Lorenzo, come a suoi luogo diremo.

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Resterebbe a narrare il tempo, nel quale il nostro Lorenzo fece da questa all’altra vita passaggio; ma non essendo a noi venuta fin qui tal notizia, diremo solamente, che il , che asserì, ch’e’ morisse in età di 64. anni, anche in ciò prese errore; perché quando non volessimo credere per indubitato, ch’egli nascesse nel 1378. sarebbe forza il dire, che fusse seguita la sua morte del 1442. ed io ho trovata fra l’altre volte nominate scritture, fatta menzione del testamento fatto da lui del mese di Novembre 1455. onde viene indubitata conseguenza, che egli non di 64. anni, ma forse ancor di più di 77. finisse di vivere. Il ritratto di questo grande artefice, fatto al naturale, si vede nel mezzo della sua bellissima porta di bronzo, che corrisponde alla Cattedrale, appresso a quello di Bartoluccio, suo putativo padre, il quale è rappresentato in figura d’un assai più vecchio di Lorenzo, nella banda della parte destra, e quello di Lorenzo dall’altra parte. Buonaccorso Ghiberti, figliuolo di Lorenzo, e suo discepolo, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, rimase dopo di lui, applicato pure alla statuaria e al getto: e fu quegli, a cui toccò a finire e gettare il maraviglioso ornamento di bronzo di quella Porta del Tempio di S. Gio. che è rimpetto alla Misericordia: il modello di cui, insieme col fregio, aveva il padre lasciato in buonissimo termine. Nel quale lavoro esso Buonaccorso si portò si bene, che quando non mai per altro, per quest’opera solamente egli si meritò il nome d’uomo singolarissimo in quest’arti: e fece conoscere, che quantunque assai presto egli finisse di vivere, ben si puote affermare, che coll’essere a lui mancata la vita in verde età, non gli fusse però mancato il merito di dovere sempre vivere nella memoria de’ posteri. Soggiunge il Vasari, che Buonaccorso ebbe un figliuolo, che si chiamò Vittorio, e che egli attese alla scultura: e in Napoli nel Palazzo del Duca di Gravina fece alcune teste, che furon poco lodate; mercé che più attese egli a godere e spendere prodigamente il ricco patrimonio lasciatogli da’ suoi antenati, che alle fatiche di quest’arti: che attendendo anche all’architettura, fu nel tempo di Paolo III condotto in Ascoli, per architetto d’alcune fabbriche: e che una notte un suo servitore, affine di levargli il danaro, crudelmente lo scannò. La verità però si crede essere, che qui il Vasari pigli errore, scambiando Buonaccorso da Vittorio: e che Vittorio fusse il figliuolo di Lorenzo, che fece l’ornamento di bronzo: e Buonaccorso di quello, che andò a Napoli figliuolo di Vittorio; essendoché non si trova mai, per quanto possa essere venuto fin qui a mia notizia, che Lorenzo Ghiberti lasciasse alcun’figliuolo con nome di Buonaccorso; ma si trova bensì, che fusse suo figliuolo un Vettorio, il quale ebbe due mogli, e fu padre di un Buonaccorso. Primieramente in un libro di permute del Monte di Firenze 1463. si trova Maddalena di Antonio di Ser Gio. Buonajuti, moglie di Vittorio di Lorenzo Ghiberti: e da’ Protocolli di Ser Domenico d’Antonio da Figline 1464. Maria Smeralda di Mess. Francesco Marchi, moglie di Vettorio di Lorenzo di Cione Ghiberti. E quanto a Buonaccorso nell’altre volte citato Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, esistente nella Libreria de’ MS. de’ SS. Strozzi, si trova un ricordo, come Vettorio di Lorenzo di Bartolo, che fa le porte, dà a colorire e disegnare un modello d’una spalliera, che di nuovo s’ha a fare per la ringhiera de’ Signori, a esso Neri di Bicci. Del 1483. si trova ne’ Protocolli di Ser Domenico di Gio. GuiducciBuonaccursus Victorii Laurentii Cionis Ghiberti: e nel 1503. si trova, che Buonaccorso di Vittorio di Lorenzo Ghiberti, alias di Bartoluccio, scultor di bronzo, fa testamento, rogato Ser Agnolo da Cascese, il che si ha da’ Repertorj de’ fidecommissi esistenti nell’Archivio Fiorentino. Trovasi poi, che di questo Buonaccorso nacque un altro Vettorio; onde par che si potrebbe dire col Vasari, che questo fusse quel figliuolo di Buonaccorso, che andò a Napoli: nel qual caso però non sarebbe mai vero, che Buonaccorso fusse figliuolo di Lorenzo, ma di Vittorio: e se l’ornamento della porta fu finito da un figliuolo di Lorenzo, questo fusse Vittorio Padre di Buonaccorso, e non Buonaccorso, che fu figliuolo di Vittorio: se non volessimo dire, che di Lorenzo nascesse un altro Buonaccorso, del che non si ha alcun riscontro. Credesi dunque, che erri il Vasari: tanto più, che soggiunge poi egli medesimo, che in Vittorio rimanesse estinta la famiglia de’ Ghiberti; il che non è vero; perché molti furono i descendenti del primo Vittorio, figliuolo di Lorenzo di Cione, come dimostra la seguente descendenza. Ed anche errò lo stesso Vasari, in quanto disse del Padre di Lorenzo, come s’ è mostrato chiaramente nelle notizie della vita di lui, sicché non è, se non cosa probabile, che in quanto appartiene alle notizie di questa Casa, il Vasari, come di cosa non appartenente alla profession sua ed al suo principale intento, cercasse poca informazione. E da un antico libro de’ Morti dell’Arte degli Speziali, spogliato nel libro RR. 1239. in Archivio Strozzi, apparisce Lorenzo di Vittorio di Bartoluccio 16. Maggio 1484. in S. Croce. Trovasi, che Vettorio di Lorenzo di Cione ebbe due mogli: la prima Maddalena d’Antonio di Ser Gio. Bonajuti, della quale ebbe Buonaccorso: la seconda fu la Smeralda di Francesco Marchi, della quale ebbe un Francesco, e Ghiberto, che fu Monaco, e un Cione: e Buonaccorso ebbe un figliuolo, che fu Vittorio, che non sappiamo, che avesse figliuoli: e la stirpe si continuò in Francesco. E tali notizie s’hanno da un Lodo, dato da Antonio di Luigi Covoni, e da Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli a’ 5. d’Ottobre 1496. fra Buonaccorso, Francesco, e Cione, figliuoli di Vittorio di Lorenzo di Cione, ne’ quali da tre fratelli erano state compromesse alcune differenze: e di tal Lodo si rogò Ser Agnolo di Ser Alessandro da Cascese: A Buonaccorso toccò la maggior parte degli stabili, i bronzi, i libri, e gl’intagli, e per usar le parole del Lodo: omnes masseritias, ut vulgo dicitur, da andare in Ufizio, ovvero in Birreria, prout Banderie, Sopraveste, Targette, Spade, Chappello, et alia similia, atta ad exercitia predicta que sunt ad presens d. Victorij, con carico di prestarle a’ fratelli all’occasione.

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Nato 1416. ?1484. Fu maestro ragionevole, ed operò molto a fresco e a olio. Nella città di Firenze vedesi di sua mano nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, la storia di San Filippo Benizj, in atto di pigliar l’abito della Religione: la qual opera non fu da esso interamente finita, come si dirà appresso. In S. Ambrogio dipinse tutta la Cappella del Miracolo, con ritratto di cittadini di que’ tempi, fra i quali Poliziano, e il Ficino, che mettono in mezzo Pico della Mirandola. Chiamato a Roma sotto Sisto IV. insieme con Sandro Botticelli, e Domenico Grillandai Fiorentini, Luca da Cortona, l’Abate di San Clemente, e Pietro Perugino, per dipignere nella Cappella del Palazzo, vi fece tre storie, cioè la sommersione di Faraone: la Predica di Cristo intorno al mare di Tiberiade: e l’ultima Cena, ove per supplire alla mancanza del suo talento, in confronto degli altri maestri, e rendersi degno di un bel premio, che aveva destinato il Papa a chi di loro meglio avesse operato, con ingegnosa astuzia sforzandosi di arricchire le sue opere con vivezze di colori, e tocchi d’oro in gran copia; sortì, per la poca intelligenza in cose di quell’arte, che aveva quel Pontefice, l’essere esso solo premiato in faccia di quei maestri, per altro migliori di lui, che di quel suo nuovo modo di operare di erano fino allora molto burlati. Tenne quest’artefice in tutte le opere sue la maniera di Alesso Baldovinetti; onde riconosciuti i tempi, ne’ quali l’uno e l’altro fiorì, e la gran diversità della sua da tutte l’altre maniere de’ maestri, che allora in Firenze operavano, pare che non possa dubitarsi, che egli non ne fosse stato scolare. Fece esso Cosimo molti allievi, e fra questi Mariotto Albertinelli, Fra Bartolommeo di San Marco, e Piero, detto Pier di Cosimo, che fu maestro del famoso Andrea del Sarto, dal quale derivarono molti valentissimi pittori. Trovasi esser’ egli figliuolo di Lorenzo di Filippo Rosselli del Popolo di San Michele Visdomini; e che venuto l’anno 1483. facesse testamento nella Sagrestia di San Marco, per rogito di Ser Benedetto da Romena, in cui confessata la Dote di Caterina di Domenico di Papi sua moglie, in somma di Fiorini 400. di suggello, lascia la medesima usufruttuaria di tutti i suoi beni. Dice il Vasari, che essendosi quest’artefice molto dilettato dell’Alchimia, a cagione di essa egli spendesse vanamente tanto, che di agiato ch’egli era, si condusse alla morte in istato di estrema povertà. Questo non pare, che punto si accordi con ciò, che nel nominato testamento si riconosce; perché trovansi fatti da esso assai legati di grosse somme di danari, a favore di suoi congiunti. Né par verisimile quanto lo stesso Vasari asserisce, che dopo di lui restasse un suo figliuolo; perché in questo tempo Cosimo non aveva figliuoli, che però instituì suoi eredi, dopo i figliuoli postumi e nascituri, Lorenzo e Francesco suoi fratelli, ed i figliuoli delli già defunti altri suoi fratelli Clemente, e Jacopo. Soggiunge poi lo stesso Vasari, che del 1484. seguì la morte di Cosimo: nel che piglia un gravissimo errore, perché io trovo, che lo stesso Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli pittore, insieme con Antonio di Luigi Covoni, l’anno 1496. a’ 5. d’Ottobre, cioè dodici anni dopo il tempo, che il Vasari assegna alla sua morte, diede un lodo fra Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti da una, e Buonaccorso, Francesco e Cione, figliuoli di esso Vittorio dall’altra, per rogo di Ser Agnolo di Ser Alessandro d’Agnolo da Cascese: e questo in autentica forma sopra carta pecorina si conserva appresso a Cristofano Berardi, Gentiluomo Fiorentino, Avvocato del Collegio de’ Nobili. Dice poi il Vasari, che la morte di Cosimo seguisse in tempo appunto, che egli nel Chiostro della Santissima Nonziata lavorava la storia a fresco del San Filippo Benizi, che riceve l’abito della Religione, come sopra si è detto, quale lasciò imperfetta. Fu il suo cadavero sepolto nella Compagnia del Bernardino in Santa Croce.

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Discepolo d’Andrea dal Castagno, fioriva circa il 1450. Stette Francesco nella scuola d’Andrea dal Castagno fino all’età di trent’anni: e fra gli ottimi insegnamenti del maestro, e il grande studio ch’e’ fece intorno alla maniera di Fra Filippo Lippi, molto si approfittò nell’arte della pittura. Delle prime opere, ch’e’ mettesse in pubblico, fu una tavola a tempera per la Signoria di Firenze, in cui rappresentò la Visita de’ tre Magi al nato Messia, che fu collocata a mezza scala del Palazzo. Per la Cappella de’ Cavalcanti in Santa Croce, sotto la Nunziata di Donato, dipinse una predella, con figure piccole di storie di San Niccolò. In processo di tempo, questa predella d’Altare si era di mala maniera scommessa; onde un Sagrestano di quella Chiesa ebbe per bene il farla rifare di nuovo in forma di grado di Altare: ed a quello, che fece la spesa, che fu Michelagnolo di Lodovico Buonarroti, pronipote del gran Michelagnolo Buonarroti, donò la tavola, dove erano dette storiette rappresentate, che da quel Gentiluomo, singolarissimo amatore, e non ordinariamente pratico di queste arti, fu adornata con ornamento d’oro, e posta nella sua bella Galleria, dove al presente si vede.

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Per la Casa de’ Medici colorì una bella spalliera di animali: e dipinse ancora molti corpi di cassoni, con istoriette di giostre, di cavalli, e battaglie di bestie, molto al vivo. Per la Cappella degli Alessandri in San Pier Maggiore fece quattro storiette di piccole figure di San Pietro, San Paolo, San Zanobi, e San Benedetto. Per li Fanciulli della Compagnia di San Giorgio, colorì un Crocifisso con San Girolamo e San Francesco: e una tavola di Nunziata per la Chiesa di San Giorgio. In S. Iacopo di Pistoja fu posta una sua tavola, dove figurò una Trinità, S. Jacopo, e San Zeno. Per diversi Cittadini fece più quadri e tondi, de’ quali alcuni si veggono fino a’ nostri tempi. Fu questo artefice molto assiduo al disegno, e di natura assai trattabile e cortese, non perdendo mai occasione che se gli presentasse di far al compagno piacere e servizio. Ebbe un figliuolo, che pure si chiamò Francesco, che fu cognominato Pesellino, e attese ancora egli alla pittura, del quale a suo luogo si parlerà. Trovo in antiche memorie di questa città esser seguita la morte di Pesello a’ 29. di Luglio 1457. ed essergli stata data sepoltura nella Chiesa di San Felice in Piazza, notizia, che sotto gli occhi di altri, che parlarono di lui, non so che sia pervenuta.

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Discepolo di Domenico Ghirlandaio, nato 1477, morto 1544. Fra’ molti giovanetti di buono spirito e genio alle belle arti, scelti dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, e messi per impararle nel suo Giardino da San Marco, uno fu Francesco Granacci, il quale in tale occasione avendo osservato i maravigliosi progressi, che andava facendo a momenti Michelangelo Buonarroti, e che fu uno de’ suoi compagni in quel luogo; e avendo da ciò conghiettura, ch’egli fosse per essere, come poi fu, un prodigio nell’arte, gli pose tanto affetto, che non potendosi mai discostar da lui, tanto l’ossequiava, e tante amorevoli dimostrazioni gli faceva, che lo stesso Michelagnolo, che per altro era giovane molto serio, ritirato, e tutto dedito a’ suoi studi, fu necessitato corrispondere a lui con un amore altrettanto sincero, e comunicar con esso tutto quello, che fino allora egli era arrivato a sapere: al che, aggiunto l’essere stati insieme questi due giovanetti nella scuola del Grillandajo, fece sì, che Francesco in breve tempo arrivò ad essere stimato uno de’ migliori giovani di quella scuola: e perch’egli aveva buon disegno, e molto graziosamente coloriva a tempera, fu messo in ajuto di Davit e Benedetto Grillandai a finire la bella tavola, cominciata da Domenico, per l’Altare maggiore di Santa Maria Novella, dopo che fu seguita la sua morte. Fece poi il Granacci molti quadri e tondi per le case di privati cittadini, e per mandare in diverse provincie; tantoché lo stesso Lorenzo de’ Medici, dopo aver trovata la nuova invenzione di quella sorta di Mascherate, che e’ chiamavano Canti, nelle quali alcuna cosa singolare si rappresentava in tempo di Carnovale, di esso si valse assai, e particolarmente nella Mascherata, che rappresentò il trionfo di Paolo Emilio. Fece il Granacci, pe’ sontuosi apparati, che si preparavano in Firenze l’anno 1513 per la venuta di Leone X, bellissime invenzioni, e furongli date a fare bellissime prospettive per commedie. Datosi poi a studiare il cartone di Michelagnolo, molto crebbe in pratica, e nella intelligenza dell’arte; donde avvenne, che lo stesso Michelagnolo lo chiamasse prima di ogni altro a Roma, in ajuto del colorire la volta della Cappella di Palazzo per Papa Giulio II, benché poi né di lui né d’altri volle quel grand’uomo continuare a servirsi, come si dirà altrove. Tornato a Firenze, dipinse a Pierfrancesco Borgherini in Borgo Santo Apostolo, nella stessa camera, dove il Pontormo, Andrea e’l Bacchiacca avevan dipinto, storie della vita di Gioseffo: e sopra un lettuccio altre storie della vita del medesimo in piccole figure, con una bellissima prospettiva. Per lo stesso dipinse in un tondo la Trinità. Per la Chiesa di San Pier Maggiore fece la tavola dell’Assunta, con varj Santi, che fu stimata da’ professori tanto bella, quanto che se l’avesse fatta lo stesso Michelagnolo: ed è cosa, che assai dispiace agl’intendenti, che di questa nobile pittura sia stato tenuto sì poco conto, che annerita in molte parti dal fumo delle candele, pare che omai si vada accostando al suo fine. Per la Chiesa di San Gallo, già fuori di porta, per la Cappella de’ Girolami, fece una Vergine, con due putti, con San Zanobi, e San Francesco; e questa poi, stante la demolizione di quella Chiesa e Convento, fu portata nella Chiesa de’ Frati Eremitani di S. Jacopo fra’ Fossi. Poi, con occasione, che il Buonarroto aveva una nipote Monaca in S. Appollonia, e aveva fatto l’ornamento e’l disegno di una tavola per l’Altare maggiore, dipinse lo stesso Francesco alcune storie di grandi e piccole figure a olio: e un’altra tavola assai bella, pure colorì per quella lor Chiesa, la quale tavola poi bruciò. Fece anche per le Monache di San Giorgio, dette dello Spirito Santo, una tavola per l’Altar maggiore, dove dipinse Maria Vergine, S. Caterina, S. Gio. Gualberto, San Bernardo Uberti Cardinale, e S. Fedele. Dipinse ancora il Granacci stendardi di galere, bandiere, insegne e drappelloni: e fece molti cartoni per far finestre di vetro colorite, particolarmente pe’ Padri Ingesuati, detti della Calza. Fu il Granacci uomo piacevole, e nell’operare diligente: tenne conto del suo, e non volle molte brighe, lavorando più per piacere, che per necessità: e quando lavorava, voleva ogni suo comodo. Visse sessantasette anni, e seguì la sua morte in Firenze l’anno 1544. Al suo corpo fu data sepoltura nella Chiesa di Santo Ambrogio.

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Fin qui son parole del Cellini, il quale, dopo aver raccontato diversi altri casi, occorsi alla sua propria persona in Parigi, segue a parlare in questa forma: Non avendo io ancora ripreso il fiato da quello inestimabil pericolo, che ella me ne messe due a un tratto innanzi. In termine di tre giorni mi occorse due casi; a ciascuno de’ quali fu la vita mia sul bilico della bilancia. Questo si fu, che andando io a Fontanablò a ragionar col Re, che mi aveva fatto scrivere una lettera, per la quale voleva, che io facessi le stampe delle monete di tutto il suo Regno: e con essa lettera mi aveva mandati alcuni disegnetti, per mostrarmi parte della voglia sua; ma ben mi dava licenza, che io facessi tutto quello, che a me piaceva; io aveva fatti nuovi disegni, secondo il mio parere, e secondo la bellezza dell’arte. Così giunto a Fontanablò, uno di que’ Tesaurieri, che avevano commissione dal Re di provvedermi, che si chiamava Mons. della Fa, subito mi disse: Benvenuto, il Bologna Pittore ha avuto dal Re commissione di fare il vostro gran Colosso: e tutte le commissioni, ch’egli ci aveva dato per voi, tutte ce le ha levate, e datecele per lui. A noi ha saputo grandemente male, e ci è parso, che questo vostro Italiano molto temerariamente si sia portato verso di voi, perché voi già avevate avuta l’opera per virtù de’ vostri modelli e delle vostre fatiche. Costui ve la toglie, solo per favore di Madama di Tampes: e sono ormai dimolti mesi, ch’egli ha avuta tal commissione, e ancora non s’è veduto, che e’ dia ordine a nulla. Io maravigliato dissi: Come è egli possibile, che io non abbia mai saputo nulla di questo? Allora mi disse, che costui l’aveva tenuta segretissima, e che e’ l’aveva avuta con grandissima difficultà, perché il Re non gliene voleva dare; ma la sollecitudine di Madama di Tampes, solo gliene aveva fatta avere. Io sentitomi a questo modo offeso, e a così gran torto, e veduto tormi un’opera, la quale io mi avevo guadagnata colle mie gran fatiche, dispostomi di far qualche gran cosa di momento coll’arme, difilato andai a trovare il Bologna, che era in camera sua e ne’ suoi studi. Fecemi chiamar dentro, e con certe sue lombardesche accoglienze, mi domandò qual buona faccenda m’aveva condotto quivi. Io dissi, una faccenda buonissima e grande. Quest’uomo commesse a’ suoi servitori, che portassero da bere, e disse: Prima che noi ragioniamo di nulla, voglio, che noi beviamo insieme, che così è ’l costume di Francia. Allora io dissi: Messer Francesco, sappiate, che que’ ragionamenti, che noi abbiamo da fare insieme, non richieggono il bere in prima, forse dopo si potria bere. Cominciai a ragionar seco dicendo: Tutti gli uomini, che fanno professione d’uomo da bene: fanno l’opere loro in modo, che per quelle si conosce, quelli essere uomini da bene, e facendo il contrario, non hanno più tal nome. Io so, che voi sapevi, che il Re m’aveva dato da fare quel gran Colosso, del quale s’era ragionato diciotto mesi; e né voi né altri mai s’era fatto innanzi a dir nulla sopra ciò; per la qual cosa, colle mie gran fatiche, io m’ero mostro al Re, il quale piaciutigli i miei modelli, questa grande opera aveva dato a fare a me, e son tanti mesi, che non ho sentito altro; solo questa mattina ho inteso, che voi l’avete avuta, e toltala a me, la qual opera io me la guadagnai co’ miei maravigliosi fatti, e voi me la togliete solo colle vane vostre parole. A questo il Bologna rispose e disse: O Benvenuto, ognun cerca di fare il fatto suo in tutti i modi che si può: se il Re vuol così, che volete voi replicare altro? gettate via il tempo, perché io l’ho avuta spedita, ed è mia. Or dite voi ciò che volete, ed io v’ascolterò. Dissi così: Sappiate, Mess. Francesco, ch’io avrei da dirvi molte parole, per le quali, con ragion mirabile e vera, io vi farei confessare, che tali modi non s’usano, quali son cotesti, che voi avete fatto e detto, infra gli animali razionali; però verrò con brevi parole al punto della conclusione, ma aprite gli orecchi, e intendetemi bene, perch’ella importa. Costui si volle rimuovere da sedere, perché mi vidde tinto in viso e grandemente cambiato. Io dissi, che non era ancor tempo di muoversi, che stesse a sedere, e che m’ascoltasse. Allora io cominciai dicendo così: Messer Francesco, voi sapete, che l’opera era prima mia, e che a ragion di mondo egli era passato il tempo, che nessuno ne doveva più parlare. Ora io vi dico, che mi contento, che voi facciate un modello, ed io, oltre a quello che ho fatto, ne farò un altro: dipoi lo porteremo al nostro gran Re: e chi guadagnerà per quella via il vanto d’aver operato meglio, quello meritamente sarà degno del Colosso; e se a voi toccherà a farlo, io deporrò tutta questa grande ingiuria, che voi m’avete fatto, e benedirovvi le mani, come più degne delle mie, d’una tanta gloria. Sicché rimanghiamo così, e saremo amici, altrimenti noi saremo nimici: e Dio, che ajuta sempre la ragione, ed io che le fo strada, vi mostrerei in quanto grande errore vi foste. Disse Mess. Francesco: L’opera è mia, e dappoich’ella m’è stata data, io non vo’ mettere il mio in compromesso. A cotesto io rispondo, Mess. Francesco, che dappoiché voi non volete pigliare il buon verso, quale è giusto e ragionevole, io vi mostrerò quest’altro, qual sarà come il vostro, che è brutto e dispiacevole. Vi dico così, che se io sento mai in modo nessuno, che voi parliate di questa mia opera, io subito v’ammazzerò come un cane; e perché noi non siamo né in Roma, né in Bologna, né in Firenze, qua si vive in un altro modo. Se io so mai, che voi ne parliate al Re o ad altri, io v’ammazzerò ad ogni modo. Pensate qual via voi volete pigliare, quella prima buona ch’io dissi, o quell’ultima cattiva ch’io dico. Quest’uomo non sapeva né che si dire, né che si fare: ed io ero in ordine per far più volentieri quell’effetto allora, che mettere altro tempo in mezzo. Il detto Bologna non disse altre parole che queste: Quando io farò le cose, che dee fare un uomo da bene, io non avrò una paura al mondo. A questo io risposi: Bene avete detto; ma facendo al contrario, abbiate paura, perché ella v’importa: e subito mi partii da lui, e andarmene dal Re, e con Sua Maestà disputai un gran pezzo la faccenda delle monete, nella quale noi non fummo molto d’accordo; perché essendo quivi il suo Consiglio, lo persuadevano, che le monete si dovesser fare in quella maniera di Francia, siccome elle s’eran fatte fino a quel tempo: a’ quali io risposi, che Sua Maestà m’aveva fatto venir d’Italia, perché io le facessi opere, che stessero bene; e che se Sua Maestà mi comandasse in contrario, a me non comporteria l’animo mai di farle. A questo si dette spazio per ragionare un’altra volta, e subito io me ne tornai a Parigi. Fin qui il Cellini, e più abbasso segue a dire. L’altro giorno venne a Parigi il Bologna apposta, e mi fece chiamare da Mattio del Nasaro: andai, e trovai il detto Bologna, il quale, con lieta faccia mi si fece incontro, pregandomi, che io lo volessi per buon fratello, e che mai più parlerebbe di tale opera, perché e’ conosceva benissimo che io avevo ragione. Dipoi segue a dire. Mentre, che quest’opera si tirava innanzi, io compartivo certe ore del giorno, e lavoravo in sulla Saliera e quando sul Giove, per esser la Saliera lavorata da molte e più persone, che io non avevo comodità per lavorare sul Giove, di già a questo tempo io l’avevo finita di tutto punto. Era ritornato il Re a Parigi, e io l’andai a trovare, portandogli la detta Saliera finita, la quale, siccome ho detto di sopra, era in forma ovata, ed era di grandezza di due terzi di braccio in circa, tutta d’oro, lavorata per virtù di cesello: e siccome io dissi, quando avevo ragionato del modello, avevo figurato il Mare e la Terra, a sedere l’uno e l’altro, che s’intramettevano fra di loro le gambe a guisa del mare, che frammette certi rami fra la terra, e la terra fra ’l mare. Così propriamente aveva dato loro quella grazia: al Mare aveva posto nella mano destra un Tridente, e nella sinistra una Barca sottilmente lavorata, nella quale si metteva la salina. Erano sotto a questa figura quattro cavalli marini, che sino al petto e le zampe dinanzi erano di cavallo, e tutta la parte dal mezzo indietro, era di pesce. Queste code di pesce con piacevol modo s’intrecciavano insieme: in sul qual gruppo sedeva in bella attitudine il detto Mare, che aveva intorno molte sorti di pesce e altri animali marittimi: l’acqua era figurata con le sue onde, dipoi era benissimo smaltata del suo proprio colore. Per la Terra avevo figurato una bellissima donna, col corno della sua dovizia in mano, tutta ignuda come un maschio. Nell’altra sua sinistra mano avevo fatto un tempietto d’ordine Ionico, sottilissimamente lavorato, e in questa avevo accomodato il pepe. Sotto questa femmina avevo fatti i più belli animali, che produca la terra: e i suoi scogli terrestri avevo parte smaltati, e parte lasciati d’oro. Avevo dipoi posata e investita quest’opera in una base d’ebano nero, d’una certa accomodata grossezza, con un poco di goletta, nella quale avevo compartito quattro figure d’oro, fatte di più che mezzo rilievo, e figuratovi la Notte e ’l Giorno, l’Aurora e la Sera: e quattro altre figure della medesima grandezza, fatte pe’ quattro Venti principali. In questo tempo il Bologna Pittore sopraddetto, dette ad intendere al Re, ch’egli era bene, che Sua Maestà lo lasciasse andare fino a Roma, e gli facesse lettere di favore, per le quali egli potesse formare di quelle belle prime anticaglie, cioè il Laocoonte, la Cleopatra, la Venere, il Comodo, la Zingana e l’Apollo. Queste veramente sono le più belle cose, che sieno in Roma: e diceva al Re, che quando Sua Maestà avesse dipoi vedute quelle maravigliose opere, allora saprebbe ragionare dell’arte del Disegno; perché tutto quello, che egli aveva veduto di noi moderni, era molto discosto dal ben fare di quegli antichi. Il Re fu contento, e fecegli tutti i favori, che egli domandò. Così andò nella sua malora questa bestia, non gli essendo bastato la vista di far colle sue mani a gara meco. Prese quel Lombardesco tale espediente: e contuttoché egli benissimo l’avesse fatte formare, gliene riuscì tutto contrario effetto, da quello che s’era immaginato: la qual cosa si dirà dipoi a suo luogo.

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Discepolo di Pietro Perugino, morì nel 1557. Dopo l’essersi questo Pittore bene approfittato nella scuola di Pietro Perugino, nell’arte della pittura, fu in Firenze molto adoperato in ogni sorta di lavoro, mercé dell’esser egli universalissimo, ed oltre ogni credere, diligente, e nelle figure piccole, fra i migliori, che ne’ suoi tempi operassero. Fu amicissimo di Bastiano da San Gallo, Pittore e Architetto, detto Aristotile; e ancora di Jacone, eccellente Pittore de’ suoi tempi, e con essi molte cose dipinse. La conversazione di questo Jacone, conciossiacosachè fosse alquanto scostumata e plebea, non ebbe però forza tale di punto fregolare il buono e costumato vivere di Francesco, il quale tenne sempre vita molto lodevole. Conversò con Andrea del Sarto, e ne riportò ajuti validissimi nelle cose dell’arte. Opera de’ suoi pennelli sono le storiette, che tuttavia si veggiono nella predella della tavola de’ Martiri, fatta da Giovanni Sogliani già per la Chiesa di Camaldoli di Firenze, che oggi è nella Chiesa di San Lorenzo: e similmente le storiette della predella dell’Altare del Crocifisso nella stessa Chiesa. Si trovò il Bacchiacca con gli altri eccellenti Pittori del suo tempo, a dipignere nella bella camera di Pier Francesco Borgherini, spalliere e cassoni: e nella casa di Gio. Maria Benintendi. Fece anche molti quadri di piccole figure a diversi cittadini, i quali poi, come cose preziosissime, gli mandarono in Francia e in Inghilterra. Volle la gloriosa memoria del Granduca Cosimo I che molto lo stimava, averlo a’ suoi servizj, in riguardo massimamente di un singolar talento, che egli aveva di ritrarre al vivo ogni sorte di animali. Per questo Principe dipinse egli uno Scrittojo, dove fece gran quantità di uccelli ed erbe di rara qualità, condotte a olio maravigliosamente. Per le tappezzerie, che quell’Altezza fece fabbricare di seta e d’oro, compose l’invenzione di tutti i mesi dell’anno, in proporzione di piccole figure, nelle quali si portò così bene, che fu creduto, che in quel secolo, nessun altro potesse operar meglio. Queste furono messe in opera dall’eccellente maestro Giovanni Rosto Fiammingo. Dipinse a grottesche una grotta di una fontana d’acqua nel Palazzo de’ Pitti. Fece i disegni di un letto Reale, che ordinò quel Signore doversi condurre di ricamo e perle, con tutte storie di piccole figure e d’animali, da Antonio Bacchiacca, fratello del nostro Francesco, uomo insigne in simil facoltà: il qual letto poi servì per lo Sposalizio del Serenissimo Granduca Francesco, e della Serenissima Giovanna d’Austria. Questo Antonio fu così eccellente in quell’arte del ricamare, che non temé la dottissima penna di Messer Benedetto Varchi, comporre in lode di lui un bel Sonetto, cui mi piace recare in questo luogo, ed è il seguente: Antonio, i tanti, così bei lavori, Che Vostra dotta mano, ordisce e tesse, Lodi v’arrecan sì chiare e sì spesse, Che piccoli appo voi sieno i maggiori: Chi è, non dico, tra i più bassi cori, Ma fra i più alti ingegni, il qual credesse, Che poca seta, e piccolo ferro avesse Agguagliato il martel, vinto i colori? Onde superbo, e pien di gioja parmi L’Arno veder, che se felice chiami, E dica: i figli miei m’han fatto bello. I Bronzi al gran Cellini deono: i marmi Al Buonarruoto: al Bacchiacca i ricami: Le pietre al Tasso: al Bronzino il pennello. Vedesi il ritratto al naturale del Bacchiacca, insieme con quello di Jacopo da Pontormo, celebre pittore, e di Giovambatista Gello, famoso Accademico Fiorentino, fatto per mano di Agnolo Bronzino, nella bella tavola de’ Zanchini, dove esso Bronzino rappresentò la scesa di Cristo al Limbo. Molte altre opere, che per brevità si tralasciano, fece il Bacchiacca fino alla sua morte, che occorse l’anno 1557.

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Fiorivano nel 1533. Nella città di Clevia fu in questi tempi un certo pittore chiamato Hendrick, che attese a dipigner paesi. Questi viaggiò per l’Italia e altre provincie, sempre ritraendo al naturale paesi e lontananze, rovine, ed ogni altra bella cosa fatta dalla Natura o dal caso, secondo quello ch’egli stimava essere a proposito per l’arte sua; ma assai gli giovò per farsi valentuomo, oltre allo studio delle cose naturali, l’essergli data alle mani gran quantità di disegni di simili cose, fatti da un tal Melchior Lorch, che era stato molto tempo in Costantinopoli, da’ quali è fama, ch’egli cavasse assaissimo: e tanto questi che gli studj suoi proprj, furono l’anno 1604 dati alle stampe. Fu quest’Hendrick un gran coloritore, e talmente imitò la maniera di far paesi di Francesco Floris, che quelli di Francesco si scambiavano co’ suoi: e pare, che tanto egli, quanto Martino suo fratello, fossero discepoli dello stesso Floris. Andò poi in Anversa, dove l’anno 1533 si trova essere entrato in quella Compagnia de’ Pittori: e a noi non è noto il tempo, nel quale seguì la sua morte. MARTINO suo fratello fu discepolo di Francesco Floris, e avvezzo a operare in cose grandi; poi si diede a dipignere figure piccole, facendo molti pezzi di quadri di sua invenzione, per particolari cittadini, e finì molte opere di Hendrick suo fratello. Dell’abilità di costui si valsero molto per far figure ne’ loro paesi Gillis di Coninsgloo, ed altri pittori di paesi. Fu assai tormentato dalla podagra, onde non mai poté uscire dalla patria, come il fratello aveva fatto. E pervenuto all’età di cinquant’anni, finì di vivere. WILLEM DI CLEEF loro fratello, fu gran Pittore di figure grandi, e morì molto tempo avanti al 1600. I figliuoli di Marten furono Gillis, Marten, Joris e Claes, quattro fratelli, che tutti furono buoni pittori. Marten partì di Spagna per l’Indie; Joris e Gillis presto morirono: il primo aveva una buona inclinazione a far piccole figure: Claes viveva tuttavia in Anversa l’anno 1604 né altro sappiamo di loro.

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Erano in queste storie alberi bellissimi. Francesco ebbe un discepolo pure di Malines, che si chiamò FRANS VERBEECH, che fu Pittore pratico nell’a guazzo, e imitò la maniera di Jeronimo Bos. Nella medesima città era di sua mano un San Cristofano, con molte figure attorno. In Santa Caterina era espressa naturalissimamente la parabola della Vigna. Fece molte opere, che andarono in diverse parti. Fra l’altre un paese, veduto in tempo d’Inverno, senza neve e diaccio, ma con gli alberi spogliati di foglie, e le lontananze fece vedere, senza nebbia o aria grossa, molto al naturale. La maggior parte delle opere di costui furono di feste, danze, nozze e altre azioni, che si fanno in campagna da’ contadini.

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Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Discepolo di Francesco Floris, fioriva nel 1570. Nacque questo Pittore in Anversa, di Francesco Floris, Pittore celebratissimo in quelle parti, il quale, come abbiamo nelle Notizie della vita di lui accennato, operò con tanto valore, che fu chiamato il Raffaello della Fiandra. Quegli però, del quale ora parliamo, che è Francesco suo figliuolo, che stette a Roma; e poi tornatosene in patria, operò con assai minor lode di quello, che il padre fatto aveva; merita contuttociò, che sia fatta alcuna memoria di lui, come quegli, che ebbe questa fortuna, forse sopra ogni altro pittore de’ suoi tempi, che dalla sua scuola uscissero moltissimi pittori di gran nome, che si sparsero poi per l’Europa, e fecero grandi opere. Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che scrisse in suo idioma, racconta avere avuto alcune volte discorso con un discepolo di questo pittore, che si chiamò Francesco Menton di Alckmaer: e gli domandò della cagione, perché un maestro di non eccedente abilità, avesse potuto fare sì grand’ uomini nella sua scuola; ciocché appena addiviene a quelli di primo grido: al che rispose Francesco: La cagione, dico, essere stata, perché il Floris avendo da fare continuamente grandissimi lavori, disegnato ch’egli aveva il suo pensiero, lasciava poi fare a loro; ordinando ad essi, che si valessero delle tali e tali arie di teste, con che i giovani prendevano ardire, e tanto s’industriavano, che conducevano le cose bene, e si facevano pratici nell’arte. Dice ancora lo stesso Vanmander, che discorrendo col medesimo Menton, fecero il conto di quanti scolari erano usciti dalla sua scuola, e per quello, che allora sovvenne loro, ne contarono fino al numero di centoventi. Uno di questi fu un vecchio di Ghaent, chiamato Beniamyn di Ghaent, che nacque nel 1520 e ancor viveva del 1604 e fu nel suo tempo un gran coloritore, siccome mostrava una storia sopra la testata dell’Organo nella Chiesa di San Giovanni di Ghaent, la quale egli dipinse con disegno di Luca de Heere: e quest’artefice fece ancora molti ritratti dal naturale. Similmente fu suo discepolo Crispiaen Vanden Broecke d’Anversa, che fu ancora egli grande inventore, pratico nell’ignudo, e buonissimo architetto, le opere del quale si vedevano in più luoghi appresso gli amatori dell’arte, e morì poi in Olanda. Fu anche suo discepolo un certo Jooris di Ghaent, che fu Pittore del Re di Spagna, e dipoi della Regina di Francia: Marten e Hendrick di Cleef, Lucas de Heere, Antonis Blocklandt, Thomas di Zirieckzee, Simone d’Amsterdam, Isaac Claesten Cloeck, inventore e Pittore di Leiden, Fransoys Menton d’Alckmaer soprannominato, che fu gran maestro, buon disegnatore e Intagliatore in rame, e faceva bene i ritratti al naturale: e questi pure fece grandi allievi. Jeorge Boba, buon pittore e inventore: l’eccellentissimo Francesco Purbus di Bruges: Jeron Francken di Herentals, che del 1604 abitava ancora in Parigi ne’ Borghi di San Germano, e fu un gran maestro, e ritrasse bene al naturale: un fratello del medesimo, cioè Frans Francken, ancora esso gran pittore, che entrò nell’Accademia d’Anversa l’anno 1561 e morì in giovanile età: Ambrosius Francken, il terzo fratello, che in Anversa nell’ordinare le sue figure fu eccellente: Joos de Beer d’Utreckt, il quale abitava appresso il Provinciale del Vescovo di Tornai, e morì in Utreckt: Hans de Majer di Herentals: Apert Francen di Delft, che non fece gran cose, ma fu buono ordinatore di figure, dipinse Baccanali, de’ quali faceva assai copie, e anche colorì al naturale: Loys di Bruselles, buon Pittore e sonator d’Arpe e di chitarra: Thomas di Cocklen: un Mutolo di Nimega: Hans Daelmans d’Anversa: Evert d’Amersfoort: Herman Vandermas, nato in Briel, che l’anno 1604 abitava in Delft. Questi dopo la morte del Floris andò a stare appresso Frans Francken, dove copiò il ritratto d’un Cavaliere di Croce bianca, di mano del Floris, in atto di tenere una mano sopra essa croce: sopra la quale Evert dipinse un ragnatelo colle gambe lunghe, e col suo sbattimento, e stava tuttavia operando. Arrivò il maestro, e veduto quell’animale, disse al giovane: Vedi quanto sono stimate le tue fatiche, che infine i ragnateli ti vengono a sporcare il lavoro: e col cappello fece gesto di cacciarlo via; vedendo poi, ch’egli era dipinto, si vergognò, e disse al giovine, che non lo cancellasse, ma lo lasciasse stare così: di che il giovane molto si gloriava, parendogli d’avere ingannato il proprio maestro. Fu anche scolaro del Floris Herman Vandermast, che partì alla volta di Parigi, dove stette due anni appresso l’Arcivescovo di Bourges, e vi dipinse un San Bastiano. Nello stesso quadro ritrasse una mula, e gran quantità d’erbe al naturale, delle quali alcune si vedevano essere state pestate co’ piedi, e molte furono conosciute dal Medico del Re pe’ nomi loro: a cagione della quale opera Ermanno fu domandato al Vescovo dallo stesso Re. Andò poi ad abitare da Monsieur de La Queste, Cavaliere dell’Ordine, Presidente e Procuratore Generale di quella Maestà, dove gli furono fatte gran carezze. Stettevi sette anni, quattro de’ quali in carica di Scudiere della moglie del suo padrone, che era una Dama della Regina, di quelle che là chiamavano Figlie della Regina: e andava per tutto in carrozza della medesima. Un giorno nell’andar egli alla Corte con quella Dama, in tempo di Carnovale mascherato, la Regina Madre, che molto amava la Dama e la virtù del Pittore, volendo onorarlo con grado di nobiltà, gli donò una Spada, la quale volle, che portasse sempre. Ciò fece la Regina mentre egli era mascherato; perché essendole stato chiesto da altri quell’onore, per non dare ad alcuno gelosia, volle mostrare d’aver data la spada al primo Cavaliere, che se le fosse presentato davanti in quell’allegria. Ma questa nuova onorevolezza del pittore fece sì, che egli affezionatosi alla Corte, perdè l’affetto al dipignere, e non tirò più avanti; che per altro sarebbe riuscito un gran maestro. Damiaen Vandergaude fu anch’egli discepolo del Floris, e fu fatto Arciero del Re, una Guardia nobilissima, che guarda la persona di quella Maestà, di grandissima rendita: carriera, che per lo più usavan cavare da’ Soldati riformati. Uscirono ancora dalla scuola di Francesco, Hieroon Vanvissenack, Steven Croonemorg di Hage, e Dirck Vanderlaen d’Haerlem, il quale fu bravo nelle cose piccole: per avanti aveva avuta scuola da Marten di Clevia: e andatosene in Ispagna, molto vi crebbe in valore e in fama.

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