Nominativo - Filippo di Ser Brunellesco

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Or venendo a parlare della persona di lui, dice il Vasari, che Lorenzo Ghiberti fu figliuolo di Bartoluccio Ghiberti, o di Cione, altrimenti detto Bartoluccio Ghiberti: l’una e l’altra delle quali cose è detta con errore; perché il padre di Lorenzo fu Cione Ghiberti, che non mai fu chiamato Bartoluccio: e Bartoluccio non fu padre di Lorenzo, il che più espressamente si mostrerà avanti. Bartoluccio dunque putativo, e non vero padre di Lorenzo fu, un orefice, che disegnò ragionevolmente, e in grado di molta eccellenza esercitò l’arte sua. A costui ajutò Lorenzo in sua fanciullezza per qualche tempo in quel mestiere, non lasciando però, per l’affetto ch’egli aveva alla scultura, d’esercitarsi sovente in modellare e gettare piccole figurine di bronzo. Poi invaghitosi sopra modo della Pittura, ad essa si diede: né io dubito punto, che ciò non fosse sotto l’indirizzo di Gherardo dello Starnina, notizia, che fra gli Autori non si trova. E la ragione del mio credere è; perché avendo esso Lorenzo potuto poco imparare da Bartoluccio in materia di disegno: e conoscendosi chiaramente la sua prima maniera del panneggiare, e attitudini delle figure esser le medesime appunto di Masolino da Panicale, e d’altri discepoli del medesimo Gherardo: e non avendo io saputo trovare, che altri allora in Toscana tenessero tal maniera in tempo di potergli esser maestri, toltone Lorenzo di Bicci, che operava del 1386. quantunque il Vasari lo dicesse nato del 1400. e benché questi ancora per ragione del tempo, e di qualche somiglianza di maniera gli avesse potuto insegnare egli, siccome aveva fatto Donatello di lui coetaneo; io però stimo più verisimile ch’egli uscisse della squola di Gherardo. Lasciata dunque alla benignità del Lettore il prestar quella fede che gli piace a tal mia asserzione, dico, che Lorenzo dopo aver fatto molto profitto nella Pittura, si portò insieme con un altro Pittore a Rimini, dove a Pandolfo Malatesti dipinse una Tavola. Tornossene poi dopo la peste del 1400. a Firenze, per aver sentito, che l’Arte de’ Mercatanti disegnava di far gettar di bronzo le rimanenti porte del Tempio di San Giovanni, in conformità di quello, che era stato fatto d’un’altra simil porta tanto tempo avanti, con disegno di Giotto, da Niccola Pisano; e che perciò aveva mandato a chiamare, oltre a’ Fiorentini, i primi maestri d’Italia; a ciò si risolvè, stimolato da Bartoluccio, e per desiderio che aveva di cimentarsi ancor esso con loro a fare un modello, siccome fece. Furono i maestri, che in termine d’un anno, in conformità dell’ordine avuto, fecero i modelli, il Brunellesco, Donatello, Jacopo della Quercia, Niccolò d’Arezzo suo discepolo, Francesco di Valdambrina, Simone da Colle, detto de’ Bronzi, ed esso Lorenzo: e questo si portò così bene, che Donato e’l Brunellesco, i migliori di tutti, si dichiararono di non aver luogo in quell’opera, ma che solo a Lorenzo ella si dovesse dare, non ostante che appena avesse egli compito il XXII. anno dell’età sua. Né fu gran fatto, che’l modello di Lorenzo, al parere di questi grandi uomini, e di 34. cittadini, stati chiamati, riuscisse tanto superiore in bontà a quelli degli altri; perché Bartoluccio, uomo di buon gusto, e Lorenzo medesimo, senza fidarsi della propria abilità dello studio e delle fatiche durate per far bene, usarono, nel tempo che e’ lo lavorava, d’introdurre, a vederlo e a dire lor parere, quanti e forestieri e Fiorentini gli davano alle mani, che di tal professione punto intendessero: arte, che rare volte è usata anche da coloro, che pure per iscarsezza di lor giudizio più d’ogn’altro far lo dovrebbero: e quindi addiviene, che tanti pochi pervengono agli ultimi segni d’eccellenza nelle professoni loro.Aveva io già scritto fin qui, quando mi venne sotto occhio il bel frammento di Manoscritto antico, esistente nella tanto rinomata Libreria del già Senator Carlo Strozzi, in cui molte notizie si danno di Filippo di Ser Brunellesco dal compilator di esso, che afferma aver veduto e parlato al Brunellesco medesimo: e dove de i modelli fattisi per le porte di San Giovanni egli ragiona, porta alcune particolarità minute intorno al medesimo suggetto, state notate da me nella vita di esso Filippo: alle quali, oltre a quanto io ho detto qui, rimetto per brevità e per maggiore informazione il mio Lettore.

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Furono a Lorenzo, oltre al pagamento, date molte onorevolezze, e di più risolverono gli Operai di S. Liperata di metterlo a parte degli onori, che si procacciava l’eccellentissimo Brunellesco nella sua maravigliosa fabbrica della Cupola, con darglielo per compagno; mentre io trovo a un libro di Deliberazioni dell’Opera del 1419. che Filippo di Ser Brunellesco, Lorenzo di Bartoluccio, e Batista d’Antonio sono eletti in Provveditori dell’Opera della Cupola a farla fabbricare e finire con fior. 3. di provvisione per ciascuno, per quanto durerà a fabbricarsi, e finché non sia finita: ed al primo di loro, che mancasse di vita, fu sostituito Giuliano di Arrigo Pittore, vocato Pisello: ed al secondo di loro, che morisse, Mes. Giovanni di Gherardo da Prato. Ma perché tal Deliberazione apportò al Brunellesco gran dispiacere, non andò la cosa molto avanti. E giacché intorno a’ particolari più minuti di tale risoluzione degli Operai il v assai ci lasciò scritto, e con sì bel modo, che ogn’altra espressione che io volessi fare, doverebbe riputarsi men bella; io a quanto egli ne raccontò, rimetto il mio Lettore. Ora, siccome è proprio de’ più sublimi e nobili ingegni, l’essere da coloro, che tali non sono, sottoposti alla maladicenza, la quale però, in luogo della procacciata oppressione, bene spesso onore e grandezza loro cagiona; così a Lorenzo, il quale con sì rare virtù s’era nella sua patria guadagnata gloria immortale, non fu possibile il sottrarsi dalla livorosa rabbia dell’Invidia: il che, quando non mai da altro, si riconosce da una falsa imputazione, che per toglierlo a quegli onori, che e per nascita e per le sue rare qualità personali se gli convenivano, gli fu data nel modo, che più a basso diremo; ma è prima da sapersi quanto appresso. Ebbe per costume l’antica Repubblica Fiorentina, come abbiamo dal vecchio Statuto al trattato terzo del libro terzo, intitolato gli Ordinamenti della Giustizia alla Rubrica 96. e 97. citati da Giovanni Villani, di fare le intamburazioni, che erano alcune segrete notificazioni, le quali facevansi nel Palazzo di un ministro, chiamato l’Esecutore degli Ordinamenti della Giustizia, che era uno de’ tre Rettori forestieri, dopo il Potestà e’l Capitano del Popolo, solamente fatto per difendere i Popolani contro a i Grandi: ed abitava da S. Piero Scheraggio: e queste notificazioni gettavansi in certe casse serrate a chiave, che chiamavano tamburi. E perché essa antica Repubblica reggevasi a governo Democratico o Popolare, che dir vogliamo: e però avendo avuti sempre a sospetto i Grandi e potenti, voleva in tal modo attutarne l’orgoglio, e così rendersi più sicura; quasi in quella guisa che l’Ateniese, simile in governo alla Fiorentina, inventò il violento rimedio dell’esilio di coloro, che pure non altra colpa avevano, che l’aver qualitadi eminenti sopra’l Popolo: e questo chiamavano Ostracismo; onde è, che essa Fiorentina Republica aggiunse alla statutaria disposizione, che se nel tamburo si fusse trovata qualche cedola contro a qualche Popolare, subito dovea stracciarsi senza leggerla, con doversi anche di tale atto rogare pubblico Instrumento: e colui, che avesse tale notificazione fatta fare, dovesse sommariamente e de plano esser condannato. Ma giacché parliamo di tale statutaria disposizione, non voglio lasciar di dire, a benefizio degli eruditi, come dalla medesima, per mio avviso, viene illustrato un bel luogo del Dittamondo di Fazio degli Uberti, nostro antichissimo potea, contemporaneo di Dante, ove dice: Qui non temeva la gente comuna (intende de’ Popolari) Trovarsi nel tambur (esser tamburato), ned esser preso Per lo Bargello senza colpa alcuna. Collo scorrere de’ tempi mutaronsi altresì l’usanze, ed usaronsi pure dalla Fiorentina Republica altre maniere d’intamburazioni: e furon quelle di certi tamburi di legno, che si tenevano appesi in alcune Chiese principali, e particolarmente in S. M. del Fiore, dove stavano appiccati alle colonne: e avevano dalla parte dinanzi scritto il nome di quell’Ufizio o Magistrato a cui elle servivano, e di sopra un’apertura, nella quale si poteva da chiunque volesse mettere, ma non già messa cavare, alcuna notificazione o scrittura: e questo si diceva intamburare, cioè accusare, e querelare. Questo facevano, acciocché fosse lecito a ciascheduno, senza manifestarsi, iscoprire a pubblico benefizio le mancanze di qualunque cittadino: ed è costume praticato nelle Repubbliche, siccome anche in qualche altro luogo, fino a oggi continuato. Avvenne dunque, che essendo il nostro Lorenzo stato tratto l’anno 1443. dell’ufizio de’ dodici Buonuomini, uno de’ tre maggiori, che oggi si dice il Collegio; vi fu chi procurò d’offuscare la sua fama, ed opporsi all’ingrandimento di sua casa, con una notificazione, data per lo Magistrato de’ Conservadori di Legge, del tenore, che segue: Lorenzo di Bartolo, fa le porte di S. Giovanni, di nuovo tratto all’uficio de’ Dodeci, è inabile a tale ufizio, perché non è nato di legittimo matrimonio, perché d. Lorenzo fu figliuolo di Bartolo e Mona Fiore, la quale fu sua femmina, ovvero fante, e fu figliuola d’un lavoratore di Val di Sieve, e maritolla a Pelago a uno chiamato Cione Paltami, uomo della persona molto disutile, e quasi smemorato, il quale non piacque alla detta Fiore: fuggissi da lui, e vennesene a Firenze, capitò alle mani di Bartolo predetto dell’anno 1374. o circa, e in quattro o cinque anni ne ebbe due figliuoli, una prima femmina, poi questo Lorenzo dell’anno circa il 1378. e quello allevò, e insegnolli l’arte sua dell’Orafo: dipoi circa l’anno 1406. morì il detto Cione, e’l detto Bartolo trovato da certi amici, i quali mostrarongli, che male era a vivere in adulterio, la sposò, come di questo è pubblica voce e fama, e come per li strumenti di matrimonj. E s’egli dicesse esser figliuolo di Cione, e non di Bartolo; troverete, che Cione mai ebbe figliuoli della Fiore: e che Lorenzo prese e usò i beni di Bartolo, e quelli ha venduti e usati come figliuolo e legittimo erede: e perché e’ s’è sentito innabile, mai ha accettato l’ufizio del Consolato dell’Arte, al quale più volte è stato tratto; ma sempre per piccola cosa è stato allo specchio, e lasciatosi stracciare. Fin qui son parole proprie della intamburazione.

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Io trovo, che fu costui adoperato anche in cose di Architettura dagli Operai di Santa Maria del Fiore, i quali a Filippo di Ser Brunellesco, a Gio: d’Antonio di Banco, e a Donato di Niccolò (che è Donatello) cittadini Fiorentini, fecero pagare in una volta scudi 45. da dividersi fra di loro, come loro parrà, per un modello della Cupola di Santa Maria del Fiore, murata con mattoni e calcina, senz’armadura, per esemplo, come per Deliberazione degli Operai dell’anno 1419. Il Vasari suddetto assegnò al mancare di costui l’anno 1430. cioè molti anni avanti quello del maestro suo Donatello; ma in questo ho io trovato in antiche scritture de’ Manoscritti di casa Strozzi, essere egli morto non nel 1430. ma nel 1421. Ma comunque si fosse la cosa, egli è certo, che la morte di questo artefice seguì con non poco dolore de’ suoi concittadini, per aver egli saputo congiugnere alla molta civiltà de’ proprj natali, un tratto amorevole e gentile, ad un vivere giusto e ben costumato, e possiamo anche dire, che in Firenze mancasse un grande amico a queste belle arti, dell’esercizio delle quali non ostanteché e’ fosse in ufizj e maneggi pubblici molto adoperato, egli sempre più di ogni altra cosa usò di gloriarsi.

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Pervenuto finalmente Tommaso all’età non di ventisei anni (come il afferma, seguitato da altri molti) ma di quarant’uno, come abbiamo dimostrato, trovandosi in quel posto d’eccellenza nell’arte, che si è detto: promettendo anche di sé avanzamenti assai maggiori; assalito da improvviso accidente, fu tolto al mondo tanto in un subito, che fu creduto da’ più, che alcun malvagio professore di pittura o d’altro, per invidia lo avesse avvelenato. In tal modo dunque rimase estinto un così bel lume della pittura, la quale in vero non è meno obbligata a Tommaso , che solo e senza aver chi imitare fra gli artefici di que’ suoi tempi, né tampoco fra quegli stati avanti a sé, in così bel posto la ridusse, di quello che ella sia tenuta a Cimabue e Giotto , che 150. anni prima l’avevano richiamata alla vita. Fu la sua morte di estremo dolore a tutta la città di Firenze: e Filippo di ser Brunellesco , che gli era stato maestro nella prospettiva, quel grand’uomo, che a tutto il mondo è noto, ebbe a dire, che i professori nella mancanza di Masaccio avevan perduto quanta mai potevano perdere. Fu il corpo suo sepolto nella soprannominata Chiesa del Carmine , correndo allora, per quel che dice un buono autore, l’anno 1443.

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